Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Marcial Maciel Degollado

  • Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Sessantasei sacerdoti riuniti a Roma per eleggere il nuovo superiore e riflettere sul futuro della Congregazione. Una settimana fa spretato padre Martínez, responsabile di violenze su minori negli anni ’90

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. L’ombra degli abusi torna ad avvolgere e travolgere i Legionari di Cristo, a tredici anni dalla condanna al fondatore Marcial Maciel Degollado, il potente e controverso sacerdote messicano dalla doppia vita del quale emersero solo dopo decenni (e anche post mortem) i reati e le malefatte compiute. La Congregazione di diritto pontificio, fondata nel 1941, ha aperto ieri il Capitolo generale ordinario del 2020, il massimo organo di governo di un ordine religioso, per fare il bilancio degli ultimi sei anni, eleggere il nuovo superiore generale ed analizzare le sfide e le questioni urgenti per i prossimi anni. A cominciare dalla «via da seguire nella cura delle vittime di abusi sessuali, possibili insabbiamenti, negligenze o omissioni in relazione ad essi nel passato», come si legge in una nota pubblicata sul sito ufficiale.

    Ai partecipanti al Capitolo – 66 sacerdoti in rappresentanza di nove territori – è stata presentata una indagine interna dal titolo “Radiografia di otto decenni per sradicare gli abusi”, l’inchiesta pubblicata per volontà della Congregazione lo scorso dicembre, nello stesso giorno in cui il Papa aboliva il segreto pontificio per i casi di abusi. I risultati avevano fatto grande scalpore, soprattutto in America Latina dove i Legionari sono proprietari di una rete di istituti, scuole primarie e secondarie, università, presidi sanitari: per la prima volta nella storia la Legione ammetteva gli abusi commessi al suo interno dalla fondazione fino al dicembre 2019.

    In particolare colpivano i numeri: 175 minorenni, di un’età compresa tra gli 11 e 16 anni, vittime di aggressioni sessuali da parte di 33 sacerdoti appartenenti all’organizzazione religiosa (18 dei quali ancora all’interno), dove ricoprivano incarichi di responsabilità. Proprio la posizione di potere ha reso difficile o a volte ha direttamente ostacolato la possibilità di denunciare i crimini e i loro autori, dal momento che nella Congregazione per anni è rimasto in vigore il “quarto voto” che impediva ad ogni appartenente di criticare e commentare i comportamenti negativi di un superiore e tantomeno di parlarne con qualcuno. Motivo per il quale il cardinale Velasio De Paolis, insigne giurista morto due anni fa, nominato da Benedetto XVI nel 2010 commissario dei Legionari, arrivò a dire che trovare la verità «non fosse così semplice».

    È a causa di questo clima di censure e occultamenti che per decenni si è mantenuto in piedi il sistema che ha garantito l’impunità di Maciel, tossicodipendente, abusatore di seminaristi e anche delle mogli e dei figli avuti nel segreto, acclamato invece come un santo da molti, anche all’interno della Curia romana e delle alte sfere del Vaticano. Dei 175 casi di minori abusati resi noti dalla indagine, sessanta sono stati compiuti da Maciel.

    Un’altra vicenda emblematica – forse la peggiore dopo quella del fondatore – è quella di padre Fernando Martínez Suárez, 79 anni, prete messicano abusato e abusatore che circa una settimana fa è stato dimesso dallo stato clericale con un provvedimento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di «un attento studio» sottoposto all’attenzione del Papa. Martínez, vittima di Maciel nel 1954, all’età di 15 anni, è ritenuto colpevole di ripetuti abusi nei confronti di sei bambine tra i sei e i nove anni, all’inizio degli anni ’90, nell’Istituto Cumbres di Cancun, dove insegnava. È accusato anche di altri abusi, tra cui uno a danno di un bambino di circa 4 anni nell’Istituto Cumbres Lomas di Città del Messico nel 1969.

    Lo scandalo è deflagrato a novembre quando i Legionari hanno confermato ogni accusa al sacerdote chiedendo «umilmente perdono» alle vittime. Una di queste, Ana Lucía Salazar, presentatrice televisiva, aveva reso noto tramite i social di essere stata costretta a subire le violenze di Martínez quando aveva solo otto anni, nell’Istituto Cumbres. A ridosso del Capitolo generale ha rilasciato una infuocata intervista tv in cui ha raccontato nel dettaglio come questa scuola privata, frequentata da figli di famiglie facoltose, con rette altissime, si fosse trasformata in un inferno per lei e le compagne che padre Ferdinando faceva chiamare in sagrestia e toccava nelle parti intime mentre leggeva passi della Bibbia. «È chiaro che dopo tutto questo la vita per noi bambine non fu più la stessa. Il passato è passato, ma è difficile dimenticare», ha detto Ana Lucía, oggi 36enne e madre di tre figli.

    Con le altre sopravvissute e le rispettive famiglie oggi chiede giustizia e il risarcimento dei danni. Nei mesi scorsi le donne hanno annunciato anche la presentazione di una denuncia penale collettiva e hanno chiamato in causa padre Eloy Bedia, candidato a vicario capitolare dei Legionari, accusato di aver insabbiato i misfatti di Martinez. Nei mesi scorsi il sacerdote ha ricevuto una lettera in proposito del Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monterrey. Secondo le vittime, Bedia aveva assicurato di occuparsi del caso, di fornire un accompagnamento ai minori abusati e ai loro familiari, di ritirare il prete pedofilo dal ministero attivo, ma le sue sono state tutte «false promesse». Lo dimostra il fatto che a Martínez, dopo le accuse, fu affidato un altro incarico a Salamanca, sempre a contatto con minori.

    Padre Bedia continua a ribadire la sua estraneità ai fatti adducendo la colpa del trasferimento ad una decisione dello stesso Maciel. Tuttavia, nel polverone generale, ha chiesto di essere dispensato dalla partecipazione al Capitolo generale per rispetto ai sopravvissuti: «Tramite una lettera mi hanno riferito che la mia partecipazione causerebbe grande dolore… Comprendo che sentano la mia presenza come una nuova ferita», scrive in un comunicato. «Spero con tutto il cuore che la mia richiesta possa alleviare in qualche modo la sofferenza delle vittime e che come Congregazione possiamo andare verso l’incontro con loro e contribuire a una guarigione delle ferite».

    La tensione rimane comunque alta in Messico, patria natale di Maciel, dove, peraltro, la settimana scorsa il capo della Financial Intelligence Unit (FIU) del Ministero delle Finanze, Santiago Nieto, ha rivelato che è in corso un’indagine contro l’organizzazione religiosa per presunti casi di riciclaggio e per i legami con Martha Sahagún, moglie dell’ex presidente Vicente Fox.

    Da Roma i partecipanti al Capitolo recepiscono tutte le preoccupazioni e cercano di tirare le somme per il futuro, riflettendo anche sulla missione e l’identità della Congregazione. In più occasioni, nel passato, si è parlato di una chiusura della Legione che, tuttavia, nonostante gli scandali avvicendatisi quasi ciclicamente negli anni e l’emorragia di appartenenti, ha continuato a mantenere un numero elevato di vocazioni e di appartenenti al ramo laico del Regnum Christi.

    Negli ultimi anni, dopo la riforma avviata dalla Santa Sede, la Congregazione ha iniziato a vivere ed esercitare l’autorità secondo le nuove Costituzioni, ad elaborare un rapporto per rinnovare il processo formativo dei membri, ad attuare politiche di ambienti sicuri per la cura e la protezione dei minori, e la configurazione canonica di tutto il Regnum Christi. Un compito svolto sotto la guida dell’assistente pontificio, il gesuita Gianfranco Ghirlanda.

    Il Capitolo in corso a Roma – al quale undici sacerdoti partecipano per la prima volta – dovrà valutare questi temi nelle prossime settimane. Soprattutto dovrà eleggere il nuovo superiore generale che prenderà il posto di padre Eduardo Robles-Gil, nell’incarico dal 2014, e dei suoi consiglieri.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/21/news/legionari-di-cristo-al-via-il-capitolo-generale-2020-tra-gli-scandali-per-gli-abusi-1.38363768?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&refresh_ce
  • Outing dei Legionari di Cristo: in 80 anni ben 175 vittime di abusi e 33 preti-orchi

    Outing dei Legionari di Cristo: in 80 anni ben 175 vittime di abusi e 33 preti-orchi

    Città del Vaticano  – Coinvolta da decenni nel più vasto e drammatico scandalo degli abusi sessuali su minori dentro un ordine religioso, la Congregazione dei Legionari di Cristo, fondata in Messico negli anni Cinquanta, ha pubblicato ora un rapporto-shock da cui emerge che nei quasi 80 anni dalla sua costituzione ben 33 sacerdoti, a cominciare dal suo fondatore padre Marcial Maciel Degollado, si sono resi responsabili di ben 175 casi accertati di violenza su bambini e adolescenti.

    Frutto del lavoro di sei mesi di una commissione interna che ha esaminato tutta la documentazione esistente dal 1941 ad oggi, e che ha interrogato vittime e responsabili degli abusi, il rapporto e’ stato pubblicato nel portale ceroabusos.org, ma sara’ presentato ufficialmente e discusso il 20 gennaio a Roma in occasione del Capitolo generale della Congregazione.

    In un ampio preambolo al documento, i vertici dei Legionari di Cristo osservano di come abbiano «sperimentato che qualunque atto di avvicinamento ad una vittima e’ un passo essenziale verso la giustizia e la verita’». E che «fare luce sul passato, per quanto possa essere doloroso, e’ un gesto liberatorio e di fondamentale importanza per costruire il futuro». Anche per questo il rapporto condanna gli abusi commessi, cosi’ come le «pratiche istituzionali o personali che possono aver favorito o propiziato qualsiasi forma di abuso o rivittimizzazione».

     L’allusione fa riferimento al metodo di controllo sui seminaristi che padre Maciel aveva instaurato in tutta la struttura. Maciel è morto negli Usa a gennaio 2008 per un cancro, ma nonostante sia stato ritenuto colpevole di abusi su minori (compreso gli abusi sui suoi figli naturali) non è mai stato ridotto allo stato laicale dalla Chiesa. In Vaticano godeva di protezioni molto potenti, come i cardinali Stanislao Dziwisz e Angelo Sodano.

    Maciel fu solo costretto dall’ex Sant’Uffizio a ritirarsi a vita privata nel 2006, tenendo conto anche di denunce sulla sua doppia e tripla vita, con abusi anche sui figli naturali, che risalivano al 1956.

    Operando al riparo di forti protezioni che si era procurato in Vaticano, Maciel ha mantenuto la carica di superiore generale dei Legionari di Cristo durante quasi tutto il periodo di sviluppo della Congregazione, partecipando fra il 1968 e il 2005 a vari Capitoli generali. Quando ancora la parte oscura della sua vita non era emersa (lo fu a partire dal 1997), fu considerato molto vicino a Giovanni Paolo II, pontefice che accompagno’ durante le visite che realizzo’ in Messico nel 1979 e 1990.

    In conclusione il rapporto sottolinea che i 33 sacerdoti autori degli abusi rappresentano il 2,44% dei 1.353 legionari ordinati nella storia dell’associazione. Di quei responsabili, sei sono morti, otto hanno abbandonato il sacerdozio, uno ha lasciato la Congregazione e 18 vi sono invece rimasti. Il 100% di essi, assicurano dalla congregazione, e’ pero’ escluso da rapporti pastorali con minori; quattro sacerdoti hanno restrizioni nell’esercizio del ministero e si attengono ad un piano di sicurezza, mentre 14 non esercitano il ministero sacerdotale pubblico.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_pedofilia_legionari_papa_francesco_sodano_maciel-4942802.html

  • Legionari di Cristo, “175 minori abusati dalla fondazione nel 1941: 33 preti responsabili”

    Legionari di Cristo, “175 minori abusati dalla fondazione nel 1941: 33 preti responsabili”

    Pubblicato pubblicato un rapporto sulle violenze commesse da membri dell’associazione dalla sua nascita nel 1941 ad oggi. Fin dal 1963 il Vaticano era in possesso delle prove violenze del suo fondatore, Marcial Maciel Degollado, ma li tenne nascosti fino al 2006

    Centosettantacinque minori abusati e responsabilità accertate per 33 sacerdoti. Sono i numeri contenuti nel dossier della Congregazione dei Legionari di Cristo, che ha pubblicato un rapporto sugli abusi sessuali su minori commessi da membri dell’associazione dalla sua fondazione in Messico, il 3 gennaio 1941, ad oggi. Il rapporto, che sarà presentato il 20 gennaio a Roma in occasione del Capitolo generale della Congregazione, precisa che il suo fondatore, il padre messicano Marcial Maciel Degollado, è responsabile di almeno 60 casi di abusi di minori. Casi che sono inclusi nei 175 di cui parla il documento. Con la sua pubblicazione, “i Legionari di Cristo desiderano fare un ulteriore passo per conoscere e riconoscere il fenomeno dell’abuso sessuale su minori e favorire la riconciliazione con le vittime”. Il rapporto inoltre, pubblicato nel portale ceroabusos.org e realizzato in sei mesi da una commissione interna alla congregazione, “condanna e deplora” gli abusi commessi, così come “quelle pratiche istituzionali o personali che possano aver favorito o propiziato qualsiasi forma di abuso o rivittimizzazione“.

    Dopo aver sottolineato che fra i 175 minori abusati sono inclusi le 60 vittime dello stesso fondatore della Congregazione, padre Maciel, lo studio precisa che i 33 sacerdoti responsabili degli abusi rappresentano il 2,44% dei 1.353 legionari ordinati nel corso della storia dell’associazione. Dei responsabili, “sei sono morti, otto hanno abbandonato il sacerdozio, uno ha lasciato la Congregazione e 18 vi sono rimasti. Di questi ultimi, il 100% è escluso da rapporti pastorali con minori, quattro hanno restrizioni nell’esercizio del ministero e osservano un piano di sicurezza, mentre 14 non esercitano il ministero sacerdotale pubblico“.

    Il Vaticano in possesso delle prove di abusi dal 1943: ma li tenne nascosti fino al 2006 – A inizio anno la Congregazione vaticana per gli Istituti di vita consacrata ha riconosciuto che il Vaticano era in possesso fin dal 1943 di documenti probatori sulla pederastia di Marcial Maciel Degollado (1920-2008), che rimasero però nascosti. Il prefetto del dicastero, il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, 71 anni, aveva dichiarato alla rivista spagnola Vida Nueva che “chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa“. “Ho l’impressione che le accuse di abuso cresceranno”, aveva continuato De Aviz, “ci siamo nascosti per tutti questi anni anni ed è stato un errore enorme”.

    È noto che il processo sugli abusi di Maciel – colpevole di una doppia e tripla vita con figli da diverse donne, di abusi su giovani seminaristi – fu tenuto per molto tempo fermo in Vaticano, grazie soprattutto alle sue amicizie in alto grado, e a sbloccarlo fu Joseph Ratzinger, già prefetto dell’ex Sant’Uffizio, una volta diventato Papa. Fu solo il 19 maggio 2006, dopo un’indagine durata più di un anno, ma con denunce che risalivano già al 1956, la Congregazione per la Dottrina della Fede – risparmiandogli comunque il processo canonico per “età avanzata e salute cagionevole” – inflisse a un Maciel ormai 86enne la pena della rinuncia a ogni ministero pubblico e gli impose “una vita riservata di preghiera e di penitenza” per gli abusi sessuali e i delitti di pedofilia continuati per decenni su numerosi seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione. Per quest’ultimo delitto era già incorsa la scomunica ‘latae sententiae’. La decisione fu approvata personalmente da papa Benedetto XVI. Come si apprende però dalle ultime dichiarazioni, la Sede pontificia era in possesso delle prove di colpevolezza del fondatore dei Legionari già da più di 60 anni.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/22/legionari-di-cristo-175-minori-abusati-dalla-fondazione-della-congregazione-nel-1941-33-preti-responsabili/5633555/?fbclid=IwAR2WLxtSM0Gwd3t7sNWLpVI7xYBXwDgugS_syqGvfYjBUbl3GNNz8JQmgmc

  • Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    ROMA-ADISTA. È stato nei giorni in cui si svolgeva in Vaticano il summit antipedofia (21-23/2) che Marilène Ghanem, nata libanese, cattolica maronita, da anni residente in Italia, si è imbattuta in una foto fra quelle che più potevano arrecarle dolore: papa Francesco sta dedicando una copia del suo libro Dio è giovane ad un sacerdote; e scrive: «al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco» (v. la foto: https://bit.ly/2TmEwC2). Mansour Labaki è il prete libanese, incardinato nella diocesi di Beirut, che ha abusato di Marilène e di altre ragazze, allora tutte appena adolescenti. Labaki è stato già condannato per abusi su ragazze minori dalla sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) il 23 aprile 2012 – giudizio confermato il 19 giugno 2013 – a una vita di preghiera, silenzio e penitenza, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale (v. Adista Notizie n. 34/13). A fine aprile 2016, la Procura di Caen (nel Calvados, in Normandia) ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti nel corso di un processo per una denuncia presentata negli anni ’90. Perché il p. Labaky, che ha creato nel 1991 un orfanotrofio per bambini libanesi a Douvres-la-Délivrande (Calvados), mantenendone la direzione fino alla chiusura della struttura nel 1998, avrebbe abusato di una giovane francese a lui affidata quando la ragazza aveva 13 anni (due altre vittime hanno presentato denuncia, senza costituirsi parte civile).

    Il papa forse non potrà ricordare tutti i nomi degli abusatori di cui è venuto a sapere, ma è sicuro che su Labaki sia stato più che informato. Addirittura dal patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Béchara Raï. Questi si è sempre esposto in difesa del sacerdote fino ad affermare in pubblico, nel collegio Saint-Joseph d’Antoura (Beirut) il 18 marzo 2018, che è in atto una «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una dura contestazione alla condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede, poco tollerabile dal Vaticano. Tanto che il Patriarcato ha “dovuto” emettere un comunicato di «chiarimenti»: «Il giudizio di chi ha condannato Labaki è intangibile e non può essere cambiato se non dalla parte che l’ha emesso»; «il patriarca non è mai stato e mai sarà tollerante, in nessun modo, in materia di molestie sessuali» e infine, «dopo la condanna di monsignor Labaki, Sua Beatitudine [il patriarca] ha ricevuto alcuni documenti importanti sulla questione. Nella sua qualità di padre e di capo, ha giudicato suo dovere portare questi documenti a conoscenza del Santo Padre, né più, né meno» (v. Adista Notizie n. 17/16).

    Quello appena descritto è il contesto che ha fatto saltar su Marilène alla visione della fotografia e nelle circostanze del dichiaratissimo impegno di papa Francesco contro i predatori di fanciulli e fanciulle. E allora Marilène ci ha fatto giungere una sua dichiarazione, in cui si rivolge direttamente a Francesco. Di seguito, il testo. (eletta cucuzza)

                              Può il Papa “tolleranzero” benedire un “predofilo”?

                                                     (di Marilène Ghanem)

    Con tanto di dedica e benedizione, Bergoglio ha consegnato una copia autografata del suo libro intervista “Dio è giovane” a un prete che ama le giovanissime. Fa un certo effetto, no?

    La foto è stata scattata a marzo 2018, in presenza di Antonio Raymond Andary, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, insediato il 5 gennaio dello stesso anno. Il sacerdote in questione è Mansour Labaky, prete libanese maronita di 79 anni, condannato dallo stesso Bergoglio senza possibilità d’appello il 19 giugno 2013. Sono in possesso del decreto emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Consta di 10 pagine dove, oltre ai provvedimenti disciplinari, vengono enumerate alcune oscenità che il prete ha perpetrato durante la sua lunga carriera di predatore sessuale in cui ha abusato di giovani donne, violentato adolescenti e stuprato bambine. In Libano come in Francia, negli orfanotrofi inaugurati dal medesimo al fine di essere sempre fornito di ‘carne fresca’ senza mai preoccuparsi di rendere conto a nessuno. Comodo, no?

    Quando una società grida all’orrore di fronte ai filmati di mattatoi che girano sui social, non intendo io seguire la linea del politically correct mentre descrivo il vissuto delle vittime di pedofilia: sono i loro stessi corpi la scena permanente del crimine e gli spettatori complici degli aguzzini perché osservano schermandosi di indifferenza e fingendo l’impotenza. Non quella sessuale, magari!, che sarebbe stata molto auspicabile in questo caso. Non si tratta di un comportamento inappropriato come spesso viene definito nel ger go ecclesiastico. Non si tratta nemmeno di una semplice penetrazione, come il cardinal Pell ha riferito al suo avvocato difensore. Il moralismo ipocrita impedisce la pronuncia del nome: si chiama STUPRO e viene definito dalla legge come un CRIMINE.

    Scusate se infrango il codice del bon ton, ma trattandosi del crimine di pedofilia, noblesse n’oblige plus!

    Mansour Labaky nulla ha da invidiare al sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, sia per la somiglianza delle scelleratezze compiute, sia per l’ingente disponibilità economica che gli ha consentito di corrompere le gerarchie ecclesiastiche. Qualche indagine a riguardo per smontare la copertura delle autorità locali come promesso dallo stesso Bergoglio nel 2017? Ad oggi, nessun cenno all’ormai inflazionata accountability.

    Risalendo al 2016, troviamo altre foto che ritraggono il patriarca di Antiochia Béchara Raï – primo responsabile di Mansour Labaky – mentre consegna a Bergoglio una risma piratata che riguarda il carteggio tra le sopravvissute e alcuni alti prelati della Curia Romana; risma destinata, secondo Raï e i sostenitori di Labaky, a sventare definitivamente il presunto complotto di matrice massonico-sionista tramato in seno alla stessa Curia e discolpare così il prete dalle false accuse. Da sottolineare i toni intimidatori contro le vittime propugnati da sua eminenza il cardinal patriarca al fine di impedire ogni prossima confessione di stupro ad opera di qualsiasi altro prelato. Conferenza videoregistrata, tradotta e spedita a suo tempo in Vaticano. Nel frattempo una delle vittime, sposata e madre di famiglia, è stata minacciata, ha perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica perché ha osato rompere la barriera del silenzio. Tipica mossa di una gang del Bronx, non di una Chiesa.

    A questa perversa macchinazione è seguito un vis-à-vis nella bella Lisieux, tra una decina di vittime di nazionalità libanese e francese e il patriarca, in presenza del vescovo Jean-Claude Boulanger, per confrontarsi con Raï che fino allora aveva finto di non sapere. In certi contesti passare da stupidi ripaga e ripara! Si è trattato di uno smacco, tutto sommato positivo perché ha comprovato il radicamento del sistema in un terreno omertoso, turpe e autistico. Lo scenario dipinge tutt’altro che Una Chiesa Universale; anzi, ne definisce i tratti faziosi e settari, identici a quelli di una qualsiasi Mafia insomma. È ormai appurato: siamo obbligati a cambiare interlocutore dal momento che la gerarchia rimanda di se stessa l’immagine delle Tre Scimmie Stolte: non vede il male, non sente il male, non parla del male. Preferisce addossare al povero Sat?n la colpa dei propri misfatti piuttosto di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

    A nulla era servita, nel 2013, la mia chiacchierata di due orette con Ladaria, allora vice della CDF, per informarlo dell’impossibilità della gerarchia libanese troppo corrotta, lavativa e avida di danaro, a tutelare l’applicazione delle sanzioni disciplinari contro Labaky; a nulla sono valse le traduzioni delle varie trasmissioni (televisive e radiofoniche) pro Labaky inviate al segretario di Stato Parolin per denunciare il potere manipolativo vigente del prete pedofilo; a nulla è servita la lettera scritta a Bergoglio, avvalorata da documenti pubblici contro le vittime e dagli atti che li citano in tribunale; a nulla hanno giovato le foto del prete a passeggio con la macchina dell’arcidiocesi di Beirut, degli spartiti di inni liturgici in cui si identifica con il Cristo crocifisso mentre assimila i suoi accusatori a Giuda Iscariota. La psicosi si esprime in tante forme, il delirio mistico ne è l’espressione più pericolosa.

    Spendo due parole in onore della verità: ma senza il tumulto mediatico di cui è stata foriera la stampa, la Chiesa avrebbe avuto il coraggio dell’autodenuncia? Ne dubito proprio, e prova ne è la sparizione di molteplici documenti di accusa che attestavano la gravità dei fatti, l’adozione del trasferimento, di parrocchia e spesso geografico, dei preti come soluzione al problema delle aggressioni sessuali, il versamento di ingenti somme di denaro per insabbiare i casi e comprare il silenzio delle vittime, la copertura di preti pedofili sotto falso nome, sparsi nelle varie diocesi del mondo. Per cui… …Cospargersi il capo di ceneri e chinare la testa, lavare i piedi e chiedere perdono, per quanto possano essere mediatizzati, sono ormai gesti muti perché non supportati da iniziative congruenti. Quale piano concreto e riparativo Bergoglio intende mettere in atto a favore dei sopravvissuti al crimine della pedofilia? «Verba volant, scripta manent» ma ora è giunto il tempo di compiere un ulteriore passaggio: actibus loqui. Il game degli inshallah è over. Urge passare all’azione e seguire una linea standardizzata: non si capisce perché Mansour Labaky non sia stato ridotto allo sta to laicale mentre altri pedofili hanno subìto questa sorte. C’è forse una differenza valoriale tra uno stupratore e l’altro oppure una scala di classificazione degli abusi?

    Bergoglio, sono troppi ormai i tuoi scivoloni per non credere che anche tu appartenga a quel sistema che denunci! Stai ripetendo ostinatamente gli stessi identici errori. La sincerità della tua intenzione è molto dubbiosa. Alle vittime di Mansour Labaky e a tutti quelli che ancora credono nella sincerità della tua lotta contro la piaga della pedofilia e affermano che “el papa lo quiere pero no puede hacerlo, está solo” ti chiedo di giustificare pubblicamente questa foto perché pubblica è la benedizione del prete pedofilo. Ce lo devi. Per la sicurezza dei bambini e la salvaguardia della tua credibilità ti invito a stilare un elenco digitale dei preti pedofili nel mondo, consultabile da tutti, così eviti di autografare e benedire pubblicamente sacerdoti che tu stesso avevi condannato.

    Ora che Labaky gode della tua benedizione sei tu a sederti sul banco degli imputati per omertà, silenzio e copertura. Ma non eri diventato famoso grazie al tuo motto “Tolleranza zero”? Se facciamo Tolleranza zero meno uno i conti non tornano.

    ¿Qué pasa Francisco Jorge Bergoglio? Comportamento schizofrenico, demenza senile oppure semplicemente un po’ naïf? Qualunque sia la risposta, il discredito delle vittime è nel tuo mirino a tal punto da autosabotarti a sfavore di decreti di condanna da te firmati. Sintomo di una Chiesa che ormai combatte la sua propria ombra, incapace di trovare una via di uscita perché intrappolata nel clericalismo e nella salvaguardia della propria immagine.

    Quante cose si possono nascondere dietro a una semplice foto…

    Attendo smentita!

    https://www.adista.it/articolo/60908?fbclid=IwAR1D_9HlWnoHSyN4SgS3uEWoVHcjCXI8Rt_DP6oeaBmfeFbkuPJvVpw7dFY

  • «Il resto è sopravvivere»

    «Il resto è sopravvivere»

    Il Concordato permette l’impunità dei preti responsabili di violenza su minori. Per questo va abolito. È l’auspicio del Comitato Onu dei diritti dell’infanzia che ha investigato sul modo in cui l’Italia tutela l’incolumità dei bambini, recependo le denunce di Rete L’Abuso
    di Federico Tulli

    All’età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia. Costretto psicologicamente, “intrappolato” dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo. A 15 anni ho trovato la forza di ribellarmi a questi soprusi. Successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. Paure e fobie che non mi hanno più abbandonato, limitandomi così nel tempo sempre più la vita al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale. Non vi è null’altro da dire, solo che la mia vita è finita a 15 anni. Il resto è sopravvivere».

    Sono le parole della vittima di un pedofilo sacerdote (che ha chiesto l’anonimato e chiameremo Andrea), che grazie all’associazione Rete L’Abuso possiamo pubblicare. Oltre quanto appena letto, veniamo a sapere che quando Andrea ha trovato l’energia per denunciare alla magistratura civile le violenze subite era ormai troppo tardi: reato prescritto. Il suo presunto violentatore ha potuto dunque proseguire indisturbato l’attività sacerdotale e oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la vecchiaia presso una sede ligure della Congregazione a cui appartiene.

    La storia di Andrea purtroppo è simile a quella di tanti altri “sopravvissuti”. Frequentare l’oratorio, la parrocchia, il catechismo può diventare improvvisamente una trappola senza via di scampo con delle conseguenze devastanti a livello psicologico e nella vita di tutti i giorni. E non tutti riescono a recuperare la forza necessaria per denunciare l’educatore a cui sono stati affidati dai propri genitori. In tanti non ce la faranno mai nel corso della vita, altri ci riescono quando ormai – per le leggi vigenti – è passato troppo tempo. Come da sempre raccontiamo su Left, così accade in tutto il mondo dove le istituzioni cattoliche sono presenti. In Italia, negli ultimi 15 anni, sono state circa 300 le denunce per pedofilia nei confronti di ecclesiastici, quasi 140 di loro sono finiti sotto processo e circa 80 sono stati condannati almeno in primo grado. Considerando che la popolazione ecclesiastica italiana è di oltre 30mila persone si potrebbe pensare che diversamente da altri Paesi – come gli Stati Uniti o l’Irlanda – la situazione sia tutto sommato sotto controllo. Ma stando a quello che nell’agosto 2018 ha dichiarato padre Hans Zollner all’agenzia dei vescovi Sir, purtroppo le cose non stanno così. «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che non è un prete qualunque ma è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana (vedi box a pag. 11).

    Una dichiarazione dal significato inquietante che già allora non era sfuggita al nostro settimanale, eppure è stata inspiegabilmente ignorata dagli altri media italiani che in questo modo – non raccontando – contribuiscono a radicare presso l’opinione pubblica una falsa percezione del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica. Prendendo per buone le percentuali paventate dal presidente della Ccp, vorrebbe infatti dire che in Italia non 80 ma almeno 1.200 preti potrebbero esser stati responsabili di abusi su minori nel recente passato. Fermo restando che anche solo una violenza è intollerabile, si tratterebbe di un’orrenda enormità. Soprattutto se si considera che, per certi aspetti, il profilo criminale del pedofilo è equiparabile a quello del serial killer: egli infatti, in estrema sintesi, organizza lucidamente la propria vita sociale in funzione della “caccia”, sceglie professioni che lo portano facilmente a contatto con i bambini, e non si ferma finché non viene arrestato e isolato; infine, non meno importante, «considerando le conseguenze sulle vittime, l’abuso si configura come un vero e proprio omicidio psichico» ci spiega la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti.

    Come quello descritto nelle parole di Andrea con cui si apre la nostra inchiesta. A proposito della serialità, basti qui citare velocemente i casi di padre Lawrence Murphy negli Usa, reo confesso di abusi su oltre duecento minori sordomuti, e quello del parroco don Lelio Cantini, che a Firenze agì impunemente all’interno della sua comunità per oltre un ventennio. E che dire di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e violentatore seriale per decenni “protetto” da Giovanni Paolo II? Tutti sono morti nel monastero dove erano stati inviati dal Vaticano a espiare i propri “peccati”, senza aver mai affrontato un giudizio civile. Come il violentatore di Andrea.

    Se i media sono rimasti indifferenti, l’allarme di Hans Zollner avrà per lo meno suscitato l’attenzione delle nostre istituzioni preposte a prevenire certi crimini e a tutelare l’incolumità dei minori? E ancora, cosa fanno le autorità italiane per evitare che luoghi considerati “istintivamente” sicuri diventino invece una fonte di pericolo? L’occasione per rispondere a queste domande è stata data al governo italiano il 22-23 gennaio scorso a Ginevra dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma anche in questo caso il silenzio mediatico è calato sulla relazione dell’agenzia Onu incaricata di verificare se e in che modo l’Italia rispetti la Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata nel 1989. In particolare il nostro governo è stato chiamato a rispondere di pesanti accuse di negligenza nella gestione, prevenzione, controllo e giudizio in particolare dei casi di pedofilia clericale, mosse dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Tutto è iniziato lo scorso giugno dopo un incontro a Ginevra con il funzionario dell’Alto commissariato per i Diritti umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale Eca global (presente in 18 Paesi e 4 continenti, di cui la Rete L’Abuso è uno dei membri fondatori). A supporto della propria denuncia, l’associazione italiana rappresentata dal presidente Francesco Zanardi e coadiuvata dall’avvocato Mario Caligiuri, ha presentato una imponente documentazione sulle gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Vale la pena di sottolineare che gli emissari del governo di fronte alle domande e alle sollecitazioni degli investigatori di Ginevra hanno in pratica fatto un’imbarazzante scena muta.

    Arrivando a trincerarsi dietro la scusa di non essere dei tecnici. E non sono stati nemmeno in grado di sfruttare le ulteriori 48 ore di tempo concesse loro per rispondere in maniera non superficiale. Risultato? Basti qui citare l’incipit delle Conclusioni del comitato delle Nazioni Unite per farsi un’idea:

    «Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e azioni penali da parte della magistratura italiana»

    (il Report dell’Onu è stato reso noto il 7 febbraio scorso, nel box a pag. 12 pubblichiamo una sintesi significativa). Abbiamo chiesto all’avvocato Caligiuri dove secondo lui bisognerebbe intervenire affinché anche nel nostro Paese cessi l’impunità degli ecclesiastici di fatto fino a oggi soggetti solo alle blande leggi vaticane sebbene i crimini siano compiuti sul territorio italiano.

    Leggi della Chiesa che come tali – va ricordato – si fondano sull’idea (inaccettabile) che lo stupro di un minore sia un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio (e se avvenuto nell’ambito della confessione, si tratta di un’offesa al Sacramento!) e che nella pratica si traducono in una totale assenza di prevenzione e in una sanzione che consiste in un periodo di espiazione, preghiera e penitenza in strutture “protette” da sguardi indiscreti e senza alcun controllo (v. Left del 9 novembre 2018). Perché per la Chiesa tutti in fondo sono peccatori, vittime comprese che non di rado finiscono per essere considerate responsabili della tentazione diabolica in cui è caduto il “sant’uomo”: il prete violentatore.

    La segretezza innanzi tutto, così i vescovi possono insabbiare le denunce Dal punto di vista giuridico, «alla radice di tutto ci sono i Patti lateranensi» spiega Caligiuri, ricordando che il Concordato con la Santa sede è un prodotto del regime fascista, benché lo si ritrovi incorporato nell’articolo 7 della Costituzione. «Il Concordato va abrogato – prosegue l’avvocato – e le ragioni per abrogarlo, direi con urgenza, come ripetutamente manifestato nelle campagne di sensibilizzazione della Rete l’Abuso e nei report inviati a Ginevra, vanno individuate quantomeno nelle parti che limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei loro “superiori” (i vescovi, ndr) che potrebbero averli favoriti insabbiando le segnalazioni o trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentendo loro di rimanere in contatto con minori e di poter ripetere l’abuso».

    Cosa succederebbe se il Concordato venisse abrogato o quanto meno rivisto come auspica anche l’Onu? «La Chiesa, qualora condividesse questa scelta di civiltà con lo Stato italiano, imposta da un’emergenza epocale, farebbe buona prassi concreta della tolleranza zero invocata da papa Francesco, ed il governo in carica concretizzerebbe efficacemente su questo versante l’obiettivo “sicurezza”, preoccupandosi seriamente della incolumità psicofisica dei bambini e delle bambine alla mercé di criminali seriali nelle parrocchie, negli oratori, nei centri sportivi, nelle scuole ecc…».

    Caligiuri auspica quindi una sorta di un svolta culturale, a partire dal fatto che la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida antipedofilia non impone ai vescovi la denuncia alla magistratura laica di un crimine grave come la pedofilia. A tal proposito l’avvocato punta il dito contro l’articolo 4 del Nuovo concordato (rinnovato da Craxi nel 1984) in cui si prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità civile «informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Lo Stato italiano è quindi formalmente d’accordo nel tutelare il segreto e, di conseguenza, la facoltà per gli ecclesiastici di astenersi dal fornire informazioni.

    La violenza su un bambino è considerata dal Vaticano un delitto contro la morale Poiché questo si combina con il segreto pontificio che grava sugli eventuali procedimenti giudiziari della Santa sede nei confronti di preti pedofili, il risultato è devastante: in caso di condanna del tribunale ecclesiastico, una volta scontata la “pena” in un luogo protetto, se la Chiesa ritiene che vi siano i presupposti, il sacerdote può tornare a esercitare senza che nessuno – a partire dai parrocchiani, adulti e non, fino all’autorità civile – sia a conoscenza di quanto accaduto. Con rischi dolorosamente e facilmente immaginabili per i minori che ignari orbitano nella nuova parrocchia (basti qui citare il caso di G. Trotta di cui abbiamo parlato su Left del 9 dicembre 2017). Quindi, da un lato del Tevere segretezza e assenza totale di trasparenza, dall’altro invece, in relazione all’art. 4 – sempre nel Concordato – «la Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici».

    Due pesi e due misure, con in mezzo l’incolumità dei bambini. «Questa prassi – osserva Caligiuri – sostanzia non solo un’impressionante visione del mondo, ma rappresenta un sabotaggio agito in senso anticostituzionale al rispetto dell’esercizio dell’azione penale e al principio di uguaglianza, oltre a minare le garanzie poste a fondamento della tutela del minore. Un principio fondamentale, affermato da giurisprudenza consolidata, è quello secondo il quale ogni volta che è in causa la situazione di un minore, deve prevalere il suo interesse superiore (best interest of the child).

    Nulla quindi può giustificare l’assenza di provvedimenti che potrebbero incidere profondamente, in senso migliorativo o protettivo, sulla vita stessa del minore. Ciò che suscita sconcerto – conclude Caligiuri – è che l’informazione su questa inaccettabile realtà risulti ancora assai limitata, o fuorviante». Dal 1996 in poi l’Italia ha fatto molto in termini di tutela dei minori. Resta da indurre la Chiesa a collaborare Alla luce di quanto detto fin qui, è lecito parlare di “complicità” dei due Stati nel non voler affrontare adeguatamente il crimine della pedofilia? «Da un punto di vista normativo gli ultimi 20 anni in Italia sono stati caratterizzati da interventi adeguati rispetto a queste problematiche» osserva la magistrata Lucia Russo, procuratore aggiunto a Bologna che abbiamo incontrato a Novellara (RE) nell’ambito della manifestazione Nomadincontro 2019 dove è stata premiata per la sua attività in difesa dei diritti e dell’incolumità dei minori. «Dal 1996 – prosegue Russo – abbiamo la nuova legge sulla violenza sessuale, dal 1998 abbiamo leggi che riguardano la pedopornografia che sono state rinnovate nel 2006 e nel 2012».

    Quest’ultima in attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali. Se è vero, dice la magistrata, che fino a 20 anni fa la situazione era tragica e non solo perché i reati sessuali avevano una collocazione sistematica nell’ambito dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume, è anche vero che da allora sono stati fatti passi in avanti: «Questo non vuol dire che oggi la situazione sia rassicurante. La pedofilia è un fenomeno drammatico, che attraversa tutta la società, tutte le confessioni. Il problema è capire come fare per avere anzitutto l’emersione di questi fenomeni, perché quando le denunce arrivano all’autorità giudiziaria, questa si muove e con strumenti investigativi efficaci».

    Il problema è che all’autorità giudiziaria queste denunce arrivano poco e a volte male o molto in ritardo. Russo porta quindi l’esempio della denuncia nei confronti di un missionario italiano che per anni ha compiuto abusi in Nicaragua. «Non appena la segnalazione è giunta al nostro ufficio ci siamo attivati. Venendo poi a sapere che in Vaticano già dieci anni prima era nota l’attività criminale del sacerdote ma ciò non aveva portato assolutamente a nulla. Quindi se quella segnalazione fosse arrivata a noi per tempo, molto probabilmente sarebbero stati risparmiati a tanti bambini dieci anni di abusi». Il primo problema è dunque come far arrivare le denunce all’autorità giudiziaria.

    L’altra questione è come collaborare con la Santa sede. «È un dato di fatto che oggi tutte le autorità giudiziarie anche sovranazionali sono caratterizzate da rapporti di collaborazioni molto intensi e proficui anche alla luce di una serie di convenzioni internazionali molto recenti» sottolinea Lucia Russo e aggiunge: «Devo dire che non soltanto in tutta la mia carriera non ho mai ricevuto la denuncia di un vescovo per fatti di pedofilia all’interno della Chiesa, ma non ho neanche mai ricevuto gli atti né ho notizia che gli atti che riguardano il processo istruito parallelamente dalla Chiesa – che abbia portato ad esempio alla riduzione allo stato laicale – siano già stati trasmessi all’autorità giudiziaria ordinaria per le valutazioni di competenza». Addirittura si discute da tempo se a carico degli ecclesiastici esista un dovere di testimonianza oppure no. «Discutono soprattutto loro perché in realtà da noi la Cassazione ha dato delle risposte abbastanza precise e cioè che è un dovere che esiste certamente.

    Ci sono dei limiti dati dal sigillo sacramentale: non possiamo costringere nessun sacerdote a rivelare cosa è stato detto (o fatto, ndr) nel corso della Confessione. Però è anche vero che se durante l’attività sociale un sacerdote si accorge che sono accaduti fatti gravi o riceve delle confidenze, non c’è dubbio che abbia un obbligo di testimonianza. Mentre al contrario nelle linee guida della Cei addirittura si nega che ci sia un dovere di testimonianza in questo senso. Da un punto di vista normativo italiano, dunque, gravi lacune non ce ne sono. Penso che il problema serio e importante sia quello di incentivare le autorità ecclesiastiche a rapporti di collaborazione con la magistratura ordinaria».

    L’impunità dei preti non può essere un dogma E qui si torna ai paletti che sono nel Concordato. «Deve ammettersi – osserva l’avvocato Caligiuri – che appare questo uno dei nodi fondamentali da sciogliere, trattandosi, in buona sostanza, di un accordo politico intercorso tra Città del Vaticano e la Repubblica italiana, dunque modificabile dalle due Parti senza che ciò richieda procedimenti di revisione costituzionale». Occorre dunque una volontà politica che al momento evidentemente non c’è, da ambo le parti.

    E il pericolo rappresentato dai preti pedofili resta più che reale. «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori – spiega in conclusione la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti – non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

    Per la parte dell’intervento della d.sa Russo ha collaborato Emanuela Provera, co-autrice del libro Giustizia divina (Chiarelettere)

    Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

  • Abusi sessuali: se il carnefice è il diavolo

    Abusi sessuali: se il carnefice è il diavolo

    L’incontro mondiale sul tema degli abusi clericali verso i minori e gli adulti vulnerabili, indetto da Francesco tra il 21 e il 24 febbraio scorso, è stato soprattutto un momento di confronto con la verità delle vittime, che sono state ascoltate dai cardinali radunati in Vaticano.

    È da poco noto il video-testimonianza di Alessandro, abusato da don Mauro Galli, prete protetto dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: «Ho smesso di credere in Dio perché non può esistere un Dio che permette tutto questo… Sono stato abusato dal prete a cui avevo affidato la mia vita, a cui io confidavo tutto». Le parole del giovane ragazzo riconducono al tema dell’abuso psicologico, il grande assente nel summit antipedofilia. Perché, come dichiara Francesco nel documento finale, «È difficile comprendere il tema degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità psicologica e fisica». Se si fosse voluto affrontare il problema della pedofilia clericale in modo risolutivo, tra le azioni prioritarie si sarebbe dovuto mettere mano alla revisione degli statuti e dei Regolamenti interni che legittimano l’azione dei movimenti ecclesiali, come l’Opus Dei, il movimento dei Focolari, Comunione e Liberazione, i neocatecumenali. I ragazzi abusati in queste istituzioni sono vittime di derive settarie che lavorano sulle coscienze. La revisione dei documenti interni è avvenuta per i Legionari di Cristo, ma soltanto dopo l’emersione dello scandalo legato al suo fondatore Marcial Maciel Degollado. Più volte i transfughi hanno raccontato la violazione, che si compie internamente alle istituzioni, nei confronti della loro intimità psicologica, attraverso pratiche come la direzione spirituale, il colloquio fraterno, la confessione sacramentale. L’abuso psicologico, nei movimenti ecclesiali o in contesti chiusi, sembra sistematico e strutturale. Lo stesso padre Giuliano Stenico, presidente dell’Associazione Ministri della Misericordia, durante un’intervista dichiarava, nel 2017 «Le suore, non di rado, sono vittime di abusi di autorità, un abuso psicologico frequente che purtroppo può essere il viatico dell’abuso sessuale». Lunedì 25 febbraio, a conclusione de l’incontro su “La Protezione dei Minori nella Chiesa”, si è svolta la riunione interdicasteriale, fortemente voluta da papa Francesco, per l’adozione di misure concrete nella lotta alla pedofilia clericale; l’individuazione degli ambienti ecclesiastici più inclini alle pratiche abusanti e una riforma dei loro Statuti/Regolamenti sarebbe quella ricaduta operativa che il popolo di Dio si aspetta da Francesco, al di là di proclami e linee guida; il traguardo più imminente, annunciato in queste ore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, sembra invece essere quello della redazione di un vademecum che ha lo scopo di aiutare i vescovi di tutto il mondo a comprendere chiaramente quali siano i loro doveri. Appare poco credibile che, nel 2019, un vescovo non conosca il proprio dovere in merito alle notizie di reato di cui viene a conoscenza.

    Per attuare un’azione concreta di contrasto alla pedofilia clericale la Santa Sede dovrebbe uscire dalle stanze vaticane; la Chiesa dovrebbe cominciare a dialogare con interlocutori diversi, come per esempio Eca (Ending Clergy Abuse) o Rete L’Abuso, ma anche con autori di libri denuncia come De l’emprise à la liberté a cura dello psico sociologo belga e professore emerito presso l’Università Cattolica di Lovanio Vincent Hanssens, scritto per édition mols, tradotto in italiano in formato e-book dallo stesso editore; un testo che contestualizza l’origine dell’abuso psicologico. Tra gli autori c’è anche padre Pierre Vignon, sacerdote diocesano e per molti anni giudice ecclesiastico, oramai noto per aver chiesto le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin che avrebbe coperto gli abusi sessuali compiuti da padre Bernard Preynat.

    A fronte della tolleranza zero proclamata oramai da qualche anno, non si è trovato tempo, durante il summit, per una discussione sulla revisione di due testi cruciali: il Concordato tra Stato e Chiesa, che prevede per i vescovi italiani l’esonero della denuncia alle autorità civili (art. 4 comma 4) e la lettera De delictis gravioribus, firmata nel 2001 da Ratzinger, indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche; il documento afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, «sono soggetti al segreto pontificio». Ci si sarebbe aspettati cioè una risposta di assoluta trasparenza sui procedimenti canonici che coinvolgono i preti pedofili.

    Centrale e costante è stato invece il riferimento al demonio, che secondo la tradizionale dottrina della Chiesa cattolica è una persona, non un’idea e nemmeno il peccato. Impossessandosi del corpo di una vittima, agisce attraverso di essa, facendole compiere azioni vergognose e incontrollate. Ne parla, a pochi giorni dall’inizio del summit, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nonché uomo di fiducia di Francesco, durante il suo intervento al Convegno biennale dell’Associazione Internazionale Esorcisti: «Il diavolo non è un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea», ma «un essere personale che ci tormenta»; in linea con le parole di Francesco che chiudono le giornate dell’evento: il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime verso la salvezza, che compie abusi sessuali, è uno strumento di satana. Nasce quindi un problema di imputabilità, perché se l’origine degli abusi clericali fosse davvero il diavolo servirebbero una schiera di esorcisti e non una magistratura pronta a perseguire i crimini. L’esorcista va alla caccia del diavolo, mentre il giudice del carnefice.

    * Giornalista pubblicista, ex numeraria dell’Opus Dei, Emanuela Provera è autrice di Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori (Chiarelettere 2018, con Federico Tulli) e di Dentro l’Opus Dei. Il libro verità degli ex numerari italiani (Tea libri 2009)

    https://www.adista.it/articolo/60854

  • Chiuso il summit sulla pedofilia in Vaticano: Papa francesco prepara un «Motu Proprio»

    Chiuso il summit sulla pedofilia in Vaticano: Papa francesco prepara un «Motu Proprio»

    Il pontefice vuole anche una «task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori»

    Un Motu Proprio di Papa Francesco sulla «protezione dei minori e delle persone vulnerabili, per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano». Ad annunciarlo è padre Federico Lombardi, già direttore della sala stampa Vaticana e moderatore del Summit sulla protezione dei minori iniziato mercoledì scorso e che si è concluso oggi, domenica 24 febbraio. Il Motu Proprio è un documento di iniziativa del Papa – il pontefice ne ha già emanati, su diversi temi – non proposto da alcun organismo della Curia Romana.

    Il documento, dice Lombardi, «accompagnerà una nuova legge dello Stato della Città del Vaticano e le Linee guida per il Vicariato della Città del Vaticano». E conferma la «pubblicazione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, di un vademecum che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti». Inoltre il Papa «ha manifestato l’intenzione di favorire la creazione di task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori».

    Una risposta alle critiche piovute sul summit in quest’ultima giornata, soprattutto da parte di alcune vittime e associazioni che continuano a chiedere al Papa non parole, ma denunce e la rimozione dei «vescovi insabbiatori». «Andate in pace, la Chiesa è finita», scrive oggi Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso e fondatore di Eca Global – Ending Clergy Abuse-Global Justice Project. Zanardi è stato ripetutamente abusato sessualmente da bambino da parte di un sacerdote. Papa Francesco, scrive Zanardi, è «un papa bugiardo, che se onestamente pensasse che la chiesa è vittima, la chiesa stessa denuncerebbe i preti pedofili e si costituirebbe parte civile nei tribunali invece di nasconderli e far sparire i loro dossier». Francesco, continua Zanardi, «chiede alla chiesa di pregare più forte per far sì che non si sentano le grida dei bambini stuprati dai preti cattolici», è l’accusa senza appello per la chiusura di un summit «con un buco nell’acqua».

    Nel suo discorso conclusivo, Papa Francesco parla stamane della «gravità della piaga degli abusi sessuali su minori» come «fenomeno storicamente diffuso purtroppo in tutte le culture e le società». Con un dato che emerge dalle statistiche, fotografia di un fenomeno sommerso per la difficoltà a denunciare: «chi commette gli abusi sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori». E però il mea culpa arriva: «La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica», dice Papa Francesco.

    E, nell’Angelus di oggi, alza poi il tiro: «Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale». Vogliamo, dice Francesco, «che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù».

    Ad alzare il livello del dibattito, in questi giorni, è stata ieri Valentina Alazraki, giornalista decana dei vaticanisti, vera e propria star della tv messicana Televisa. «Se non vi decidete in modo radicale a stare dalla parte dei bambini, delle mamme, delle famiglie, della società civile, avete ragione ad avere paura di noi, perché noi giornalisti, che vogliamo il bene comune, saremo i vostri peggiori nemici. E voi sapete che questi abusi sono stati coperti in maniera sistematica. È l’unico cammino possibile se volete che vi si creda quando dite che nel futuro gli occultamenti non saranno tollerati».

    Nel suo intervento come relatrice al vertice rompe un tabù, nominando Marcial Maciel Degollado, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, davanti ai 190 capi della Chiesa. È il nome di quello che definisce il più grande scandalo della Chiesa: Marcial Maciel Degollado, morto nel 2008, secondo le tantissime testimonianze negli anni ha abusato di giovani seminaristi, è stato autore di violenze su bambini e donne, è stato implicato in attività criminali, Ha avuto dei figli: avrebbe abusato anche di loro. Le denunce, nei suoi confronti, risalgono al 1956.

    La relazione di Valentina Alazraki. YouTube/Vatican News

    «Sono stata testimone di questo triste caso dall’inizio alla fine», dice Valentina Alazraki nel suo intervento di ieri. «Al di là del giudizio morale sui crimini commessi da quell’uomo, che per alcuni è stato una mente malata e per altri un genio del male, vi assicuro che alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di chi ora è santo (Giovanni Paolo II, ndr), c’è stata una comunicazione malata».

    La relazione del cardinale Reinhard Marx. YouTube/Vatican News

    L’altro intervento che ha fatto molto discutere è stato quello del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e capo della Chiesa tedesca, che per la prima volta denuncia pubblicamente l’amministrazione centrale della Santa Sede accusandola di avere distrutto dossier su preti pedofili. «I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati», dice Marx nella sua relazione. «Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio». Marx è una personalità di peso all’interno della Chiesa: fa parte del C9, il consiglio che aiuta il pontefice nella riforma della curia, ed è conoscitore delle procedure e dei procedimenti, anche per la questione abusi. Quelli, dice nel suo intervento di ieri, stabiliti per perseguire questi reati e che «sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati». Con il risultato di calpestare i diritti delle vittime e «lasciarli all’arbitrio di singoli individui». Sono «tutti eventi in netta contraddizione con ciò che la Chiesa dovrebbe rappresentare».

  • Pedofilia, migliaia di casi di abusi nella Chiesa

    Pedofilia, migliaia di casi di abusi nella Chiesa

    Sono migliaia i casi di abusi sessuali su minori commessi in tutto il mondo da uomini di Chiesa. Statistiche complessive e aggiornate non ne esistono, ma mons. Charles Scicluna, già «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha annunciato oggi al briefing sui lavori del summit sulla Protezione dei minori, che la Congregazione sta lavorando all’elaborazione di un dossier statistico che dovrebbe essere diffuso «nei prossimi mesi» accompagnato da note di contesto.

    Nel giugno 2009 il cardinale Claudio Hummes, prefetto per il Clero dichiarò al settimanale cattolico spagnolo Vida Nueva che «la Chiesa non può chiudere gli occhi di fronte ai casi di pedofilia tra i propri preti, che in alcune diocesi arrivano a coinvolgere quattro preti su cento», rettificando quanto detto il 5 gennaio 2008 all’Osservatore Romano, cioè che tra i sacerdoti «neppure l’1% ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale».

    Nel settembre del 2009 l’arcivescovo Silvano Tomasi, allora osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, dichiarò al Consiglio dei Diritti Umani che, stando alle ricerche interne, nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% era coinvolto in abusi sessuali su minori. Per Scicluna, tali stime sarebbero sovradimensionate rispetto al numero delle denunce di chierici accusati di abusi pervenute dalle singole diocesi all’ex Sant’Uffizio negli anni 2001-2010: esse avrebbero coinvolto circa 3.000 sacerdoti, dei quali propriamente pedofili circa un decimo.

    Secondo i dati della Chiesa cattolica a fronte di una popolazione media di circa 440.000 membri del clero nel mondo, i chierici colpevoli di abusi su minori risulterebbero all’incirca lo 0,67%, dei quali propriamente pedofili lo 0,067%. Tra le varie vicende «nazionali», spiccano alcuni dossier. Il più clamoroso rimane ancora oggi quello della diocesi di Boston, sollevato a partire dal 2002 dalla stampa: 600 articoli, 1.000 casi di bambini vittime di abusi sessuali e psicologici, 70 preti pedofili, e un cardinale nel mirino, lo scomparso Bernard Francis Law, «riparato» in Vaticano nel 2004 come arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. La vicenda è stata raccontata dal film premio Oscar Spotlight.

    L’anno scorso, invece, il gran giurì della Pennsylvania ha certificato a partire dagli anni ’40 più di 300 preti abusatori e oltre mille vittime, oltre a coperture sistematiche che hanno portato alle dimissioni del cardinale di Washington Donald Wuerl. Inchieste analoghe sono partite in una quindicina di Stati Usa.

    In Irlanda, negli anni, due indagini indipendenti governative che hanno scoperchiato il sistema di omertà: il rapporto Ryan ha raccolto oltre 2.500 testimonianze di violenze e abusi su minori nelle scuole, nei seminari, nelle parrocchie cattoliche tra il 1930 e la fine degli anni Settanta, e il rapporto Murphy che ha puntato lo zoom sulla diocesi di Dublino, inquadrata dal 1975 al 2004. Conclusione: di fronte alle denunce di abusi presentate dalle vittime o dalle famiglie, i vertici della Chiesa cattolica, anziché intervenire contro i colpevoli, hanno alzato un muro di silenzio. Il caso ha costretto Benedetto XVI, nel 2010, a una storica lettera di scuse al popolo irlandese.

    Fa ancora discutere il caso di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dall’ex
    Sant’Uffizio alla rinuncia del ministero pubblico e a una vita riservata il 19 maggio 2006, dopo un’indagine durata più di un anno, ma con denunce che risalivano già al 1956 sulla sua doppia e tripla vita, con abusi anche sui figli naturali. Un caso in cui hanno pesato le forti protezioni di cui il messicano Maciel godeva in Vaticano nell’era di San Giovanni Paolo II.

    Papa Francesco si è dovuto confrontare con la grave situazione della Chiesa cilena, dove il caso di Fernando Karadima, sacerdote e abusatore seriale, è stato paragonato a un secondo caso Maciel. Dopo una prima sottovalutazione del caso, il Papa ha ordinato una nuova inchiesta, sia sugli abusi che sulle relative coperture da parte di vescovi, a conclusione della quale ha spretato Karadima e ricevuto le dimissioni in blocco dell’intero episcopato cileno.

    Un quadro esaustivo della situazione in Germania lo ha dato uno studio pubblicato nel settembre scorso e commissionato dalla stessa conferenza episcopale del Paese: 3.677 minori sono stati coinvolti in casi di abuso da parte dei sacerdoti in un arco temporale di quasi settant’anni, dal 1946 al 2014. In tutto sono 1.670 i sacerdoti accusati di aver abusato sessualmente di bambini che nella metà dei casi avevano meno di 13 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_chiesa_abusi-4315377.html

  • So far at pope’s anti-abuse summit, survivors are stealing the show

    So far at pope’s anti-abuse summit, survivors are stealing the show

    ROME – As Pope Francis’s high-stakes summit on clerical sexual abuse opens today, perhaps the biggest question pundits and handicappers will be asking is how well the agenda of victims and survivors will fare in the bishops’ deliberations.

    The day prior to the opening of the summit, a group of survivors stole the show before the curtain even went up.

    Since the beginning of the abuse crisis, bishops and other Church officials seeking to turn things around have often touted their listening sessions with victims, and even popes, beginning with Benedict XVI during his 2008 trip to the United States, have gotten into the act. Critics have charged that those victims were often selected precisely because they were tame, unlikely to push back or do much publicly other than expressing gratitude.

    On Wednesday, however, a dozen of the world’s most outspoken survivors of clerical abuse and advocates sat down with the summit organizers. Typically, they didn’t all come out saying the same thing … which, in a way, was probably the point.

    Some of those survivors came away ticked off that Francis himself didn’t show up, even though his presence was never part of the plan. Their irritation boiled over when Archbishop Charles Scicluna of Malta – the “Eliot Ness” of the Catholic Church, who, as a Vatican prosecutor brought down Father Marcial Maciel Degollado, founder of the Legion of Christ – said in response to various suggestions made by the survivors, “Remember, I’m not the pope.”

    The attitude of some survivors about that line boiled down to, “Then why the hell isn’t the pope here?” Others, however, were more inclined to give Francis a break, saying he’s doing what he can and challenging bishops to follow his lead.

    On other points too, there were clear differences among participants in the meeting. One victim wanted the Vatican to release information on all priests who’ve been defrocked since the beginning of the abuse crisis, another wanted the creation of a global truth commission, and yet another had a more local focus – wanting action taken against the current Archbishop of Milan, who’s been accused of covering up an abuse case when he was the vicar general of the archdiocese.

    Perhaps one take-away is that there is no cookie-cutter, one-size-fits-all model for what an abuse survivor thinks, feels or wants, and taking their voice seriously means in the first place recognizing that it only comes in the plural, “voices.”

    Speaking of those voices, for anyone who’s been following the arc of the clerical abuse crisis for a while, one striking thing about this summit is the extent to which survivors and their advocates are actually setting the tone and shaping the narrative.

    A Tuesday news conference staged by Voices of Faith, an advocacy group promoting greater inclusion of women in Catholic affairs, featured Barbara Dorris, an abuse survivor herself who for almost two decades has worked for the Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP).

    Dorris was asked about the difference between this moment in the abuse crisis versus previous stages, and talked about her experience of coming over for the papal conclave in 2005 that elected Cardinal Joseph Ratzinger as Pope Benedict XVI.

    “We had to beg for interviews,” she said, describing a climate of near-total media indifference. She contrasted that with Tuesday’s turnout at the Foreign Press Club in Rome, which was basically standing room only, suggesting that there’s far greater receptiveness to their message now.

    That scene is being played out time and again these days, as survivors so far have been the stars of the show in Rome. And, once again, it’s not just any victims setting the tone, but those most likely to voice skepticism of official party lines.

    To be sure, that’s hardly an unmixed blessing as far as the Vatican is concerned. For instance, at Tuesday’s presser a journalist asked the six women speaking at the Voices of Faith event what they make of the pope’s summit. Dorris opined that in her view “it’s all for show,” and when asked if they shared that view, all the other women expressed agreement.

    Obviously, the pope’s spin doctors probably wouldn’t be thrilled hearing their big event styled as little more than an expensive photo op, and of course before it happens it’s impossible to assess how fair such a perception really is.

    Yet here’s a point that’s worth making: So far, survivors have had more or less free rein to say whatever they want, in official venues and outside them, without anyone in officialdom firing back or getting defensive about their declarations.

    “We didn’t bite our tongues,” said Spanish survivor Miguel Angel Hurtado about the meeting Wednesday with summit organizers. “We said things as they are.”

    Saying things as someone perceives them to be, in itself, is hardly new. Church officials allowing them to do that within earshot of the precincts of power within the Vatican, however, without any recrimination or umbrage, actually is – and that alone, perhaps, may count as a sort of progress.

    https://cruxnow.com/february-abuse-summit/2019/02/21/so-far-at-popes-anti-abuse-summit-survivors-are-stealing-the-show/

  • “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    La denuncia arriva dal cardinale João Braz de Aviz, responsabile della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. In Vaticano prevedono che verranno alla luce nuovi casi di abusi nel 2019

    Matteo Orlando

    Lo ha ammesso il settantunenne cardinale brasiliano João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e adesso la notizia sta facendo, con un certo ritardo, il giro del web.

    Nella sua denuncia il cardinale ha dichiarato che “chiunque lo abbia nascosto in Vaticano era una mafia, non la Chiesa”. Secondo Braz de Aviz le accuse legate agli abusi su minori “aumenteranno perché siamo solo all’inizio. Abbiamo passato 70 anni a nasconderle, e questo è stato un tremendo errore”.

    Marcial Maciel, amico intimo di diversi Papi, è morto dieci anni fa. Fu indagato solo tredici anni dopo le prime notizie, tra il 1956 e il 1959, per sospetto pedofilia. Tuttavia, i risultati di queste indagini non ebbero immediatamente delle conseguenze.

    Solo nel 2006, quando Papa Benedetto XVI gli impose di ritirarsi in Messico per dedicarsi alla “penitenza e preghiera”, l’influenza di Maciel iniziò a indebolirsi. Morì due anni dopo a Napoli senza mai chiedere perdono per i crimini commessi, mentre una commissione d’inchiesta del Vaticano aveva già inequivocabilmente rivelato le sue attività criminali e una vita dissoluta. Le innumerevoli vittime di Maciel finirono poi per denunciarlo e chiedere dei risarcimenti, e venne fuori anche la notizia che il cardinale ebbe figli con alcune donne.

    Marcial Maciel Degollado è stato riconosciuto ufficialmente dal Vaticano come l’autore di una serie di atti di pedofilia compiuti ai danni di alcuni seminaristi dei Legionari di Cristo, il movimento che aveva fondato in Messico nel 1941. La diffusione pubblica degli scandali di pedofilia aveva fatto emergere chiaramente la politica di “tolleranza zero” verso gli abusi sui minori inaugurata dal papa emerito Benedetto XVI, che continua ancora oggi sotto il pontificato di papa Francesco.

    La damnatio memoriae di Marcial Maciel ha permesso alla Congregazione dei Legionari di Cristo, che si è dissociata pubblicamente dal suo fondatore, una crescita nelle vocazioni e delle attività spirituali, dopo una piccola crisi registrata nei mesi successivi allo scandalo. Oltre alla proscrizione del fondatore, i legionari hanno smesso di celebrare i vari effemeridi di Maciel, hanno smesso di chiamarlo “nostro padre” e ignorano il suo nome in pubblico. Inoltre hanno eliminato dai loro centri tutte le fotografie che lo raffigurano e non vengono più diffusi i suoi libri.

    Attualmente i Legionari di Cristo annoverano 961 sacerdoti e 617 seminaristi in tutto il mondo, suddivisi in 9 territori (province) presenti in 21 paesi del mondo. Condividono la stessa spiritualità e lo stesso carisma con i membri del Movimento Apostolico Regnum Christi, anch’esso fondato da Marcial Maciel nel 1959. Il Regnum Christi conta oltre 47 mila membri ed è presente in 34 Paesi.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/vaticano-ha-coperto-63-anni-abusi-marcial-maciel-1623552.html?mobile_detect=false