Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Marie Collins

  • Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Sopravvissuta agli abusi di un sacerdote, la donna irlandese commenta su Ncr la vicenda dell’uscita del suo collega, anch’egli vittima, dall’organismo pontificio per la prevenzione della pedofilia: mi dispiace ma la commissione per la tutela dei minori è il bersaglio sbagliato.

    Ex vittima di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins rompe il silenzio sullauscita di un suo collega, anch’egli sopravvissuto alla pedofilia del clero, Peter Saunders, dalla pontificia commissione per la tutela dei minori (ovvero per la prevenzione della pedofilia), sabato scorso, e, in una nota scritta a titolo personale per il National Catholic Reporter, nel nome della trasparenza per la quale combatte da anni nella Chiesa, dice di essere «triste» per l’epilogo della vicenda; spiega che la questione è nata attorno alla «differenza di comprensione della missione e dei poteri» della commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley; rivela di essere il commissario che si è astenuto dal voto che ha portato ad un congelamento della partecipazione di Saunders – non un «voto di sfiducia» –, ma di comprendere al contempo il motivo per il quale i suoi colleghi hanno votato in favore di questa decisione; precisa che il voto non era previsto all’inizio della riunione e che solo dopo i commissari hanno appreso della presenza a Roma di un’altra vittime di preti pedofili, il cileno Juan Carlos Cruz, e del suo desiderio di incontrare la commissione; e ribadisce la propria «fiducia» nei confronti della commissione e dei suoi membri: «Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito all’interno del Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica la nostra proposte approvate dal Papa».

    «La discussione sabato è nata a causa di una differenza nella comprensione della missione e dei poteri della pontificia commissione per la protezione dei minori. Se un membro non può impegnarsi a lavorare per lo sviluppo dei suoi programmi – che indubbiamente è laborioso, noioso e lento – mentre altri membri sono profondamente impegnati in esso, si raggiunge un impasse. Ogni aspettativa che la commissione possa attaccare o chiedere cose al Papa o inserirsi in casi particolari ignora il mandato effettivo al quale il lavoro del gruppo è sottoposto. Comprendo la frustrazione, l’emozione e la rabbia su ciò che sta ancora accadendo e non dovrebbe! Ma non può essere affrontato dalla commissione».

    Collins fa poi riferimento alla vicenda di Juan Carlos Cruz. Si tratta, come emerso nei giorni scorsi, di un uomo vittima di abusi sessuali di un sacerdote quando era bambino, che si è recato a Roma per trasmettere, per mezzo dello stesso Saunders, una petizione al Papa rivolta da un gruppo di fedeli della diocesi di Osorno, in Cile, per chiedergli di destituire il vescovo Juan Barros, contestato da anni con l’accusa di aver insabbiato le accuse indirizzate al sacerdote pedofilo Fernando Karadima. Un’agenzia di stampa, scrive Collins, «ha riferito dopo una conferenza stampa sabato che Juan Carlos Cruz, un coraggioso sopravvissuto cileno che combatte per la giustizia, ha affermato che “la commissione è una disgrazia, pensano che violentare un bambino è qualcosa che è già alle nostre spalle”. Questo non è vero. E’ proprio perché NON è alle nostre spalle che i membri della commissione stanno lavorando duramente per cambiare le cose».

    La commissione, peraltro, è guidata dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, cappuccino, che ha ereditato la diocesi statunitense dopo che nel 2002 l’allora arcivescovo, Bernard Francis Law, si dimise in seguito alle inchieste sulla pedofilia del Boston Globe al centro del film Il Caso Spotlight ora sugli schermi. Marie Collins, irlandese, una vita di impegno a favore delle vittime dei preti pedofili, ha raccontato la sua vicenda ad un convegno sul contrasto alla pedofilia ospitato nel 2012 dalla Pontificia università Gregoriana.

    «Il voto – spiega Collins – non era stato programmato prima, non aveva nulla a che fare con qualche dipartimento vaticano. La questione è stata portata all’incontro da uno dei membri laici. Il voto è emerso dopo una discussione durata quasi due ore. Ovviamente non posso citare direttamente cosa è stato detto senza rompere la riservatezza dei membri ma le questioni trattate comprendevano: la difficoltà a condividere apertamente opinioni sincere negli incontri se quello che viene detto compare poi sui media o viene condiviso con altre persone fuori dalla commissione; la difficoltà a lavorare per il Papa mentre in pubblico lo si attacca; la preoccupazione di membri che lavorano su programmi – sensibili e bisognosi di sviluppo – che essi vengano resi pubblici o condivisi prematuramente con persone fuori dalla commissione. Questo è il contesto nel quale si è parlato del fatto che non sempre si è in grado di dire alla stampa esattamente quel che si desidera. Non perché quel che si dice sia contro la Chiesa ma perché potrebbe infrangere la fiducia di altri commissari nel loro lavoro. La questione principale è stata se c’era la volontà di essere coinvolti nel lavoro programmatico della commissione o no. Quando Peter ha spiegato di non potersi impegnare o di non poter dare una indicazione di quanto tempo avrebbe bisogno per riflettere, allora un membro laico della commissione ha proposto un voto. La proposta, per quanto chiaramente io possa ricordare, è stata che prendesse un periodo di assenza per decidere come poter contribuire alla commissione. Non è stato un voto di sfiducia. Tutti i presenti tranne me hanno votato la proposta. Mi sono astenuta ma ho capito perché i miei colleghi hanno votato in quel modo. Sono stata molto triste come molti altri che la situazione sia arrivata a questo punto. I membri hanno deciso di diramare un comunicato stampa sul periodo di assenza come atto di trasparenza. Se non lo avessimo fatto, si sarebbe potuto dire che stavamo coprendo la questione. Non so con che mezzi è stato trasmesso alla stampa ma è stato scritto dalla commissione, non da qualsiasi altra entità vaticana».

    «Ho lavorato nella commissione dal suo primo inizio a maggio del 2014. Non è stata sempre una navigazione piana. Ho preoccupazioni su quello che sta accadendo nella curia vaticana relativamente al nostro lavoro. Come ho già detto ho completa fiducia nella commissione e nei suoi membri. Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito nel Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica le nostre proposte quando sono approvate dal Papa. Sento fortemente che chi critica la commissione sta scegliendo il bersaglio sbagliato. Ci sono molte persone di buona volontà nella Curia ma sfortunatamente ci sono ancora coloro che, a livello di vertice, sono più preoccupati per il proprio feudo e per la minaccia rappresentata per loro dai cambiamenti che per il lavoro che la commissione sta cercando di fare per proteggere i bambini. Se la commissione è danneggiata dal suo interno, queste forze ne saranno beneficiate – non i sopravvissuti o i bambini del futuro».

  • Preti pedofili, ex vittima fuori dalla Commissione vaticana anti abusi

    Preti pedofili, ex vittima fuori dalla Commissione vaticana anti abusi

    Nei mesi scorsi Peter Saunders aveva attaccato il Papa e il cardinale Pell accusandolo di aver insabbiato alcuni casi. Ora, tra i 16 membri nell’organismo voluto da Bergoglio, rimane solo una ex vittima, l’irlandese Marie Collins. Comunicato del Vaticano: “Prenderà un periodo di aspettativa”
  • Pedofilia, Saunders lascia la Commissione pontificia

    Pedofilia, Saunders lascia la Commissione pontificia

    Peter Saunders, da ragazzo vittima di abusi sessuali da parte di preti, lascia per un periodo la Commissione pontificia per la protezione dei minori, per una sorta di conflitto di interessi. Lo comunica la Commissione, che oggi ha discusso con l’interessato la posizione dello stesso Saunders, il cui impegno di attivista in difesa delle vittime di abusi e promotore di campagne in tal senso – in Cile, e in particolare in Australia relativamente al cardinale Pell – ha recentemente creato frizioni con il suo ruolo di membro della Commissione pontificia. Saunders aveva anche minacciato di dimettersi dalla Commissione relativamente ai casi di abusi del clero in Cile. La nota informa che egli «prenderà un periodo di aspettativa dalla sua partecipazione come membro per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro della Commissione». Dopo questo periodo, ha spiegato padre Lombardi, si deciderà se tornerà nella Commissione, o se vorrà contribuire dall’esterno ai suoi scopi.

    Lo scorso giugno Saunders, parlando a un canale televisivo australiano aveva accusato il cardinale Pell, oggi prefetto per l’Economia, di essere un «sociopatico» che non collabora alle indagini contro gli abusi del clero sui minori quando era arcivescovo di Melbourne, e ne aveva chiesto le dimissioni. Il portavoce vaticano Federico Lombardi aveva replicato che Saunders in tv non poteva parlare che a titolo personale e aveva aggiunto che Pell ha sempre risposto alle autorità australiane che indagano sui casi di abusi del clero e che la sua dichiarazione pubblica dei giorni precedenti è «attendibile e meritevole di rispetto e attenzione». In quella occasione la Commissione per la tutela dei minori istituita da papa Francesco aveva precisato che non è sua competenza «commentare singoli casi o indagini», sugli abusi del clero, e aveva affermato di ritenere «essenziale che coloro che occupano posizioni di autorità nella Chiesa rispondano prontamente, in modo trasparente e con il chiaro proposito di consentire di raggiungere la giustizia». Il caso Saunders-Pell sembra quindi configurare un «conflitto di interessi».

    Il 13 aprile 2015 invece Saunders e l’altra vittima di abusi membro della Commissione, l’irlandese Marie Collins, avevano manifestato al cardinale O’Malley, presidente della Commissione, il loro disappunto per la nomina a vescovo di Osorno, in Cile, di Juan Barros, accusato di aver affossato l’inchiesta contro l’84enne padre Fermando Karadima, pedofilo seriale.

    La composizione della Commissione prima della «aspettativa» di Saunders era di 17 membri, otto donne, tra cui due religiose e nove uomini.

    http://www.lastampa.it/2016/02/06/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-saunders-lascia-la-commissione-pontificia-OElEqTPCLlzhMNYZIUo45K/pagina.html

  • Pedofilia, uno dei nominati dal Papa contro il ministro dell’economia vaticana

    Pedofilia, uno dei nominati dal Papa contro il ministro dell’economia vaticana

  • Papa Francesco rimuove monsignor Finn, vescovo Usa condannato per pedofilia

    Papa Francesco rimuove monsignor Finn, vescovo Usa condannato per pedofilia

    Robert William Finn, 62 anni, alla guida della diocesi di Kansas City-Saint Joseph, nel 2012, era stato riconosciuto colpevole di aver protetto padre Shawn Ratigan che per numerosi anni aveva scattato foto pornografiche a bambini della sua parrocchia. Ma dal Vaticano nessuno aveva pensato di rimuoverlo. Fino a oggi.

    Vescovo americano rimosso per pedofilia. Papa Francesco ha deciso di pensionare anticipatamente monsignor Robert William Finn, 62 anni, alla guida della diocesi di Kansas City-Saint Joseph in Missouri. Finn era stato il primo vescovo cattolico a essere condannato per reati legati ad atti di pedofilia negli Stati Uniti d’America. Nel 2012, infatti, era stato riconosciuto colpevole di aver protetto padre Shawn Ratigan che per numerosi anni aveva scattato foto pornografiche a bambini della sua parrocchia. Ma dal Vaticano nessuno aveva pensato di rimuoverlo e Finn aveva continuato a governare la diocesi statunitense.

    Dopo più di due anni dalla condanna civile, Bergoglio ha voluto far luce sulla vicenda anche da un punto di vista canonico aprendo una indagine della Santa Sede. A Kansas City è stato inviato un rappresentante della Congregazione per i vescovi, presieduta dal cardinale canadese Marc Oullet, con il compito di redigere un rapporto dettagliato della situazione. Nello stesso tempo numerosi fedeli della diocesi del Missouri hanno sottoscritto una petizione, inviata direttamente al Papa, nella quale hanno chiesto l’immediata rimozione di Finn ritenuto inidoneo a continuare a mantenere il governo pastorale. Nel giro di sei mesi l’indagine è stata conclusa e il rapporto finale è stato consegnato nella mani di Bergoglio che ha subito deciso di rimuovere il vescovo senza aspettare altro tempo.

    Ciò che aveva sempre sorpreso i fedeli statunitensi, come hanno scritto direttamente al Papa, era il fatto che Finn, alla guida della diocesi di Kansas City-Saint Joseph dal 2005, nonostante la condannariportata nel 2012 fosse rimasto al suo posto. Ma, da quanto si apprende, Finn non è l’unico vescovo americano attualmente sotto indagine canonica perpedofilia. In Vaticano, infatti, sono in corso anche i processi per il cileno Marco Antonio Órdenes e il peruviano Gabino Miranda Melgarejo. Mentre continuano i procedimenti, canonico e civile, contro l’ex nunzio polacco nella Repubblica Dominicana, monsignor Jozef Wesolowski, indagato per abusi su minori e pedopornografia, condannato in primo grado dallaCongregazione per la dottrina della fede alla riduzione allo stato laicale. Condanna contro la quale Wesolowski ha fatto appello.

    Sulla linea della tolleranza zero nella lotta alla pedofilia Papa Francesco è sempre stato molto chiaro. Non a caso, tra le prime riforme del suo pontificato, Bergoglio ha istituito la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, coordinata dal cardinale cappuccino Sean Patrick O’Malley, della quale fanno parte anche due vittime di abusi, Marie Collins e Peter Saunders. Proprio nell’ultima riunione del Consiglio dei nove cardinali che aiuta Francesco nel governo della Chiesa, il cosiddetto “C9″, O’Malley, come ha spiegato il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, “ha proposto di affrontare il tema della ‘accountability‘ – ‘responsabilità’ per quanto riguarda la tutela dei minori, in modo da prevedere procedure e modalitàappropriate per valutare e giudicare i casi di ‘abuso di ufficio’ in questo campo, in particolare da parte di persone con responsabilità nella Chiesa“.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/21/papa-francesco-rimuove-vescovo-usa-condannato-per-pedofilia/1610854/

  • Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

    Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

    In questi giorni in Vaticano la prima riunione con la plenaria al completo. Le due ex vittime di preti abusatori: senza accountability dei pastori ce ne andiamo. Allo studio una giornata di preghiera e le linee-guida delle conferenze episcopali

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    La commissione vaticana per la tutela dei minori creata da Papa Francesco, riunita in questi giorni in Vaticano per la sua prima plenaria al completo, è «molto preoccupata per la accountability dei vescovi», ossia per la loro assunzione di responsabilità, di fronte ai fedeli, se reagiscono con «negligenza» di fronte alla denuncia  di pedofilia indirizzata a un prete della loro diocesi. Lo hanno riferito i membri dello stesso organismo, nel corso di un briefing in Vaticano, preannunciando che a Jorge Mario Bergoglio verranno presentate «raccomandazioni» in tal senso. I due membri della commissione che sono stati abusati da un prete quando erano bambini hanno affermato che se su questo punto le cose non cambieranno nel giro di un paio di anni rassegneranno le loro dimissioni.

    La commissione «è molto preoccupata sulla accountability dei vescovi e sta lavorando ad alcune raccomandazioni molto concrete» da consegnare al Papa, ha detto il presidente, il cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, uno dei nove cardinali consiglieri del Pontefice argentino. L’organismo ha già discusso, e continuerà a farlo, su «procedure che possono essere introdotte» quando un vescovo non prende sul serio le accuse di pedofilia ad un sacerdote: «Ci devono essere conseguenze e ci devono essere procedure che permetteranno di gestire questi casi in modo veloce», ha detto il porporato cappuccino, «è qualcosa di cui tutti i membri della commissione sono molto consapevoli». Con O’Malley sono intervenuti al briefing vaticano anche suor Kayula Gertrude Lesa, dello Zambia e l’inglese Peter Saunders, che, vittima da bambino di un prete pedofilo è stato ricevuto l’estate scorsa dal Papa, ma in sala stampa erano presenti quasi tutti i membri della commissione. «Se non c’è un’azione ferma della Chiesa nella protezione dei bambini in due anni lascio la commissione», ha detto quest’ultimo. C’è un «abissale primato di risposte inopportune da parte di troppi vescovi e preti» di fronte alle denunce e «troppi insabbiamenti», ha detto Saunders, che ha affermato la necessità, per le gerarchie ecclesiastiche, di denunciare i colpevoli alla giustizia civile.

    Anche l’altro membro della commissione vittima da bambina di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins, ha detto ai cronisti, a margine del briefing, che «se in uno o due anni non cambia la situazione, non solo Peter, ma anche io non sarò più nella commissione». Si tratta, in particolare, di sancire definitivamente la «accountability» dei vescovi, con «sanzioni» quando essi agiscono in modo «negligente» di fronte alle accuse di pedofilia ad un sacerdote. La donna irlandese, già intervenuta alcuni anni fa ad un convegno contro la pedofilia ospitato dalla Pontificia università Gregoriana quando il Pontefice era ancora Benedetto XVI, ha confessato «un po’ di frustrazione» nei confronti dei tempi di lavoro della Chiesa su questi temi: «Come vittima vorrei vedere le cose muoversi più velocemente, sono anni che parliamo di queste cose… Ma sono fiduciosa che da ora in poi avanzeremo più velocemente. Altrimenti – ha aggiunto – non credo che mi vedrete ancora in questa commissione». Le due vittime di preti pedofili sono state peraltro interpellate dai cronisti sulla recente battuta di Papa Francesco sulle sculacciate ai bambini («Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli … ma mai in faccia per non avvilirli”»): «Io non farei così e sono contrario alla violenza fisica nell’educazione », ha detto quasi divertito Saunders, «, ma era una battuta che lo rende più umano, se fosse un padre non farebbe così».

    Il cardinale O’Malley ha ricordato la recente lettera – firmata non casualmente nel giorno della presentazione di Gesù bambino al tempio, il due febbraio scorso – con la quale Papa Francesco ha chiesto alle conferenze episcopali e ai responsabili religiosi di tutto il mondo di collaborare con la commissione vaticana, per specificare che invierà a breve una lettera a ogni episcopato per chiedere «il nome di una persona di contatto» che fungerà da interlocutore. Quanto alle linee-guida chieste già nel 2011 dalla Santa Sede a tutte le conferenze episcopali del mondo, ha risposto il «novantasei per cento», «alcuni tuttavia non hanno risposto, altri hanno mandato norme deboli, e noi, in collaborazione con la Congregazione per la dottrina della fede, lavoriamo ora per individuare quali paesi necessitano di più aiuto» anche economico, poiché a non aver risposto per niente sono paesi «di missione» con scarse risorse. Le spese sono state sinora sostenute dal Vaticano. Le indicazioni della Santa Sede, ha detto O’Malley, sono di «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia del clero. Tra le altre iniziative, la commissione sta lavorando a una «giornata di preghiera per le vittime di abusi».

    L’arcivescovo di Boston ha accolto con soddisfazione l’invito del Papa ad incontrare le vittime dei preti pedofili, ricordando di aver incontrato «centinaia» di vittime nella sua diocesi negli anni passati, una «opportunità per esprimere il nostro rammarico, il nostro rimpianto e il nostro desiderio di essere perdonati per la nostra negligenza». Saunders, ha parte sua, ha notato che «troppi hanno rifiutato» questi incontri. «Credetemi: abusi accaduti decenni fa vivono con te per il resto della tua vita, non parliamo di crimini “storici”», ha aggiunto.

    La commissione, che questa volta non ha incontrato il Papa ma dovrebbe incontrarlo alla prossima riunione plenaria in Vaticano, fissata per ottobre prossimo, ha stabilito la creazione di diversi sotto-commissioni che, nel periodo intermedio, lavoreranno su singole questioni (come appunto l’accountability, le linee-guida delle conferenze episcopali nazionali, la questione della prevenzione).

    Interpellato da una cronista sul caso dell’ex nunzio polacco in Repubblica domenicana, Jozef Wesolowski, condannato in primo grado per pedofilia dalla congregazione per la Dottrina della fede e rinviato a giudizio dal tribunale vaticano, il portavoce vaticano, da parte sua, si è limitato a rispondere che le indagini «non stanno ristagnando per niente»: «Il procuratore di Santo Domingo è venuto qui, era molto contento dei contatti, ha avuto del materiale, e il promotore di giustizia vaticano ha fatto un interrogatorio con Wesolowski e sta ulteriormente studiando il materiale».

    La commissione, annunciata a dicembre del 2013, ha tenuto il suo incontro inaugurale a maggio 2014: oltre a O’Malley membri, a quell’epoca, Marie Collins, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei minori alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, Robert Oliver, anch’egli di Boston, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

    A dicembre scorso, infine, il Papa ha nominato nuovi membri, «scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti membi si sono aggiunti otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Da ieri a domani, infine, la prima riunione completa.

  • Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Rappresentati ora tutti i continenti. Tra i 17 membri dell’organismo presieduto dal cardinale Sean O’Malley anche un uomo e una donna vittime di preti pedofili

    IACOPO SCARAMUZZI CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco ha completato la Commissione per la tutela dei minori con la nomina di otto nuovi componenti. L’organismo, creato da Jorge Mario Bergoglio per la prevenzione della pedofilia, conta ora 17 membri, rappresentanti di tutti i continenti, tra i quali otto donne, dieci laici e due persone, un uomo e una donna, che da bambini furono abusati da un prete.

    La commissione, annunciata a dicembre dell’anno scorso, è stata creata da Jorge Mario Bergoglio su proposta del Consiglio dei suoi cardinali consiglieri e il coordinatore (oggi definito «presidente») è proprio uno del cosiddetto «C9», il cappuccino statunitense Sean O’Malley, che, da arcivescovo di Boston, negli anni passati ha dovuto affrontare la questione della pedofilia nella sua diocesi.

    La commissione ha tenuto il suo incontro inaugurale dal primo al 3 maggio scorso, erano Marie Collins, irlandese, vittima da bambina di un prete pedofilo, intervenuta già sotto Benedetto XVI a una inedita conferenza sulla pedofilia che fu organizzata dalla Pontificia Università Gregoriana, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei bambini alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

    Oggi, infine, la Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che «il Santo Padre Francesco ha nominato nuovi membri della Commissione per la tutela dei minori, scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti si aggiungono otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Si tratta, ha sottolineato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, di una commissione «interdisciplinare», con otto donne e dieci laici. La prossima sessione plenaria della Commissione avrà luogo, come già anticipato, in Vaticano nei giorni 6-8 febbraio prossimi.

    «Mentre i cattolici si impegnano a rendere le nostre parrocchie, scuole e istituzioni, luoghi sicuri per tutti i minori – affermavano a maggio scorso i membri della commissione – noi ci impegniamo insieme con le persone di buona volontà a garantire che i bambini e gli adulti vulnerabili siano protetti dagli abusi».

  • FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la trappola del confessionale

    FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la trappola del confessionale

     La Commissione vaticana per la tutela dei minori è la cartina di tornasole della reale volontà della Chiesa di Roma di risolvere alla radice il fenomeno della pedofilia clericale. Annunciata nel febbraio del 2012 – sotto Benedetto XVI – durante un Simposio sulla pedofilia organizzato alla Gregoriana di Roma e partecipato dalle conferenze episcopali di tutto il mondo, ri-annunciata a dicembre 2013 dalla Santa Sede e presentata al mondo come un chiaro segnale dei buoni propositi di papa Bergoglio proprio nei giorni in cui saliva la tensione per l’inchiesta anti-pedofilia realizzata dall’Onu e si concretizzavano le accuse del Comitato per i diritti del fanciullo riguardo i sistematici insabbiamenti adottati e/o avallati negli ultimi 20 anni dai gerarchi vaticani, papi compresi, la Commissione vaticana è entrata in funzione nel marzo del 2014 con la nomina dei primi otto saggi. E da marzo vivacchia senza aver partorito alcun consiglio di rilievo.

    Quando entrerà a pieno regime tale organismo, contribuirà come tenne a precisare il portavoce p. Federico Lombardi «alla missione del Papa di rispondere alla sacra responsabilità di assicurare la sicurezza ai giovani». In che modo però non è ancora chiaro.

    A tal proposito ecco un piccolo suggerimento ai componenti di questa importante commissione di cui fa parte Marie Collins, una donna irlandese violentata durante l’adolescenza chiamata da papa Francesco a rappresentare le vittime di tutto il mondo: per ridurre i rischi che derivano dalla vicinanza tra i bambini e i sacerdoti pedofili non ancora intercettati si innalzi di almeno 5-7 anni l’età minima per ricevere il sacramento dell’eucarestia che oggi è di 7 anni.

    Un semplice accorgimento che non è un’eresia dal momento che per circa sette secoli, fino al 1910, la prima comunione è stata conferita dall’età di 12-14 anni in poi. Età in cui, terminato il catechismo, il giovane credente avrebbe dovuto avere una sufficiente conoscenza della dottrina cristiana. La modifica è avvenuta sotto il pontificato di Pio X, l’8 agosto 1910 quando la Congregazione dei riti ha emesso il Decreto Quam singulari, ritenendo che non fosse necessaria la conoscenza di tutta la dottrina per ricevere validamente il sacramento, ma che fosse sufficiente aver raggiunto l’età della discrezione per distinguere ‘il bene dal male’.

    Il Decreto di fatto ripristinò l’uso tradizionale della Chiesa, stabilito nel 1215 dal Concilio Lateranense IV e confermato dal Concilio di Trento nella XIII Sessione (1551-1552). Nonostante le prescrizioni di Trento, l’età della prima comunione era stata spostata in avanti, verso i 12-14 anni, per l’influsso del giansenismo.

    La decisione della Congregazione dei riti è un atto a prima vista innocuo e inteso a recuperare ‘tradizioni’ antiche; ma, suo malgrado, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nella sconcertante dimensione che il fenomeno della pedofilia clericale ha improvvisamente assunto nel mondo lungo tutto l’arco del Novecento.

    Il primo a denunciare senza mezzi termini le insidie del confessionale fu niente di meno che Antonio Gramsci, il quale nei Quaderni del carcere  scrive: «Una delle misure più importanti escogitate dalla Chiesa per rafforzare la sua compagine nei tempi moderni èl’obbligo fatto alle famiglie di far fare la prima comunione ai sette anni. Si capisce l’effetto psicologico che deve fare sui bambini di sette anni l’apparato cerimoniale della prima comunione, sia come avvenimento familiare individuale, sia come avvenimento collettivo: e quale fonte di terrori divenga e quindi di attaccamento alla Chiesa. Si tratta di “compromettere” lo spirito infantile appena incomincia a riflettere» (Quaderno 5, 1930-1932, cfr. Noemi Ghetti, “Gramsci nel cieco carcere degli eretici”, L’Asino d’oro ed., 2014).

    Nel 2010 l’allarme viene rilanciato da un magistrato italiano durante un’intervista rilasciata al Giornale che fece molto scalpore. «Il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti». Iniziava così una lucida analisi del procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno, titolare di numerose inchieste contro sacerdoti accusati di pedofilia e tra i maggiori esperti in Europa.

    Quando Forno risponde alle domande di Luca Fazzo siamo nel pieno degli scandali che stanno sconvolgendo mezza Europa. «Bisogna partire da un dato di fatto – prosegue il magistrato -, il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

    Prima di Forno nessun esperto tanto meno un magistrato o uomo delle istituzioni italiane aveva osato puntare il dito contro il confessionale e i rischi ad esso connessi. E, a dire il vero, nemmeno dopo di lui poiché nel giro di poche ore si vide piombare in ufficio gli ispettori dell’allora ministro della Giustizia Alfano. Costui ufficialmente voleva accertare che Forno avesse in quella intervista rivelato dei segreti d’ufficio. Ma il messaggio latente era sin troppo chiaro e in sintonia con la linea seguita (o, forse, sarebbe meglio dire indicata) dal Vaticano dentro e fuori le mura Leonine: la pedofilia clericale è un affare interno della Chiesa e tale deve rimanere. In una parola: silenzio (cioè omertà).

    La validità dell’intuizione del padre della sinistra italiana, ateo e anticlericale convinto – intuizione che è evidentemente rimasta prima intrappolata con Gramsci nel carcere fascista e poi “sepolta” con lui nei decenni della democrazia – è stata infine confermata da Alberto Senatore, presidente dell’associazione cattolica Il piccolo Davide che si occupa della tutela dell’infanzia.

    Il 7 aprile 2012, sulla base della valutazione delle testimonianze emerse dagli atti delle numerose commissioni d’inchiesta sulla pedofilia ecclesiastica che avevano agito in Europa nel biennio precedente, Senatore ha scritto una lettera aperta al cardinale Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, chiedendo di intercedere per l’abolizione del Decreto Quam singulari, e che la soglia della discrezione fosse di nuovo elevata ai 14 anni.

    «Lo spunto» scrive Senatore, «è nato dall’analisi delle testimonianze dei bambini abusati dai sacerdoti cattolici e dalle dichiarazioni stesse degli abusanti. Dai racconti delle vittime si evidenzia un comune denominatore nel modus operandi del prete abusante. La nostra attenzione è stata catalizzata dalla strategia utilizzata da molti sacerdoti pedofili: utilizzare la confessione per l’approccio delle vittime e il confessionale per le successive minacce. Praticamente», prosegue, «durante la confessione il sacerdote ‘testava’ la potenziale vittima e con domande mirate la introduceva nella sfera ‘sessuale’, inducendola a raccontare i suoi segreti più intimi. Una delle domande apripista più usate dai confessori pedofili riguardavano gli ‘atti impuri’.

    Ed è proprio su questi atti che i pedofili in abito talare concentrano la confessione; con le domande cercano pretesti di peccato nei bambini, da utilizzare per caricare sui piccoli penitenti un tremendo senso di colpa». Senatore elenca poi al cardinal Bagnasco le domande esca solitamente utilizzate dal predatore di bambini per carpire informazioni e per verificare il grado di vulnerabilità della possibile preda: «Hai commesso atti impuri? Quali? Ti sei toccato? Dove? Quello che hai fatto è un peccato molto grave, difficile da perdonare, lo sai? Se fai quello che ti dico, chiederò io a Dio di perdonarti, sei d’accordo? Sai mantenere un segreto?»

    Non avendo ottenuto alcuna risposta dal cardinal Bagnasco, Alberto Senatore ha scritto la stessa lettera, prima a Benedetto XVI nel gennaio del 2013 e poi di nuovo al presidente della Conferenza episcopale italiana il 29 novembre 2013, facendo riferimento questa volta alle dichiarazioni del vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato nel 2011 dalla Conferenza episcopale tedesca di far luce sullo scandalo dei preti pedofili in Germania. Monsignor Ackermann, dopo aver ribadito di avere le prove che la Chiesa stessa ha insabbiato per decenni molti casi di abusi, limitandosi a trasferire i sacerdoti coinvolti da una diocesi all’altra, il 18 gennaio 2013 ha raccontato i dettagli sconvolgenti emersi dall’indagine che riguardava i casi di pedofilia negli anni dal 1950 al 1980, con circa 1.200 vittime accertate: «Nessun abuso è successo per caso»,

    spiega il vescovo tedesco in un’intervista al “Bild”. «Ogni violenza che abbiamo accertato era premeditata con perfidia. I sacerdoti hanno carpito ‘pazientemente’ la fiducia delle loro vittime e, dopo la manipolazione psicologica, ne hanno abusato in momenti di tranquillità. Durante la preghiera, durante la confessione».

    È importante sottolineare che le norme su cui poggia la gestione dei casi di pedofilia clericale nell’ultimo secolo – la istruzione Crimen sollicitationis del 1962 che rinnova quella del 1922 e la “lettera” De delictis gravioribus che nel 2001 a sua volta integra quella del 1962, a firma del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Joseph Ratzinger – si focalizzano sulla violazione del sacramento della confessione e sullo scandalo che ne deriva. La violazione più grave riguarda il modo con cui il sacramento viene utilizzato dal prete che non dovrebbe introdurre finalità improprie nel fare da intermediario fra Dio e il penitente.

    Con l’Istruzione Crimen sollicitationis del 1962, e questa è una novità rispetto al passato, il sigillo sacramentale viene esteso impropriamente all’esterno della confessione vera e propria, con l’obbligo del segreto più assoluto sia dei preti che delle vittime, pena la scomunica. Il testo della Crimen afferma: «Il crimine di sollecitazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che con il solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione». Insomma, praticamente sempre. E ancora: «Nello svolgere questi processi si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo».

    Si passa a considerare non tanto la confessione come evento che si svolge in un tempo e in un luogo definiti, come accadeva dopo il Concilio di Trento con l’introduzione dei confessionali chiusi, ma l’atteggiamento confessionale del prete in toto, che consiste in quell’insieme di strategie attraverso le quali egli esercita la sua autorità sacerdotale ed entra tramite essa in intimità con la vittima. Su quanto è intercorso fra il prete e il bambino grava il segreto, così che quest’ultimo subisce due volte la violenza, venendo considerato corresponsabile e complice.

    Federico Tulli

  • Cei, appello dei vescovi: “I preti pedofili non siano abbandonati a loro stessi”

    Cei, appello dei vescovi: “I preti pedofili non siano abbandonati a loro stessi”

    E’ l’auspicio espresso dalla Conferenza Episcopale Italiana al termine dell’assemblea generale che s è tenuta ad Assisi. Una posizione da leggere alla luce della politica della tolleranza zero che sta attuando Papa Francesco nel contrasto degli uomini di Chiesa che si sono macchiati del reato.

    “I preti pedofili non siano abbandonati a se stessi”. È l’appello dei vescovi italiani al termine dell’assemblea generale della Cei che si è tenuta ad Assisi. Nel comunicato finale i presuli scrivono che “se nella buona come nella cattiva sorte il presbiterio è la famiglia del sacerdote, si avverte l’importanza che anche quanti si sono resi colpevoli di delitti possano non sentirsi abbandonati a se stessi”. Una posizione da leggere alla luce della politica della tolleranza zero che sta attuando Papa Francesco nel contrasto dei sacerdoti e dei vescovi che si sono macchiati del reato della pedofilia. Bergoglio ha più volte dichiarato di considerare gli abusi del clero sui minori come un “culto sacrilego” e come una “messa nera“.

    In piena sintonia con il Papa, l’arcidiocesi di Chicago ha recentemente pubblicato sul suo sito ufficiale i nomi di 36 preti che hanno abusato di 350 minori dal 1950 a oggi. Un’operazione trasparenza, benedetta da Francesco, che però in Italia tarda ad arrivare con le linee guida della Cei sulla pedofilia nelle quali permane la mancanza dell’obbligo giuridico per i vescovi di denunciare all’autorità giudiziaria civile casi di abuso sui minori. Una posizione agli antipodi rispetto a quella di Bergoglio che ha istituito una Pontificia Commissione per la tutela dei minori coordinata dal cardinale cappuccino Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, una delle diocesi Usa più colpite dallo scandalo, nella quale c’è anche la vittima irlandese Marie Collins.

    Ma il Papa, che ha anche incontrato nella sua residenza di Casa Santa Marta alcune persone che hanno subito abusi dai preti, sta rimuovendo e facendo processare i vescovi che si sono macchiati di questo grave reato, primo tra tutti l’ex nunzio nella Repubblica Dominicana, il polacco Jozef Wesolowski, agli arresti domiciliari in Vaticano in attesa del processo penale. Recentemente Francesco ha anche istituito all’interno della Congregazione per la dottrina della fede uno speciale collegio, formato da 7 cardinali e vescovi, per velocizzare i numerosi processi sui sacerdoti accusati di pedofilia.

    “Noi, vescovi e preti – si legge nel messaggio che i vescovi della Cei hanno voluto indirizzare al clero italiano – portiamo volentieri il peso del nostro servizio, ma sentiamo anche il timore di diventare un peso per le nostre comunità a motivo delle nostre inadeguatezze e dei nostri peccati. L’amore, cioè il desiderio di servire sempre meglio il Signore che ci ha chiamati e le persone che amiamo, ci convince a essere umili, attenti e disponibili per la conversione. Nessuna proposta formativa e nessuna forma di accompagnamento possono produrre un qualche frutto se non cresce in noi la persuasione di aver bisogno di essere aiutati, corretti, istruiti, formati”.

    Nel corso dell’assemblea generale, i presuli italiani hanno anche stabilito che in occasione della visita di Papa Francesco a Torino, il 21 giugno 2015, per l’ostensione della Sindone e il bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco, le offerte raccolte saranno destinate a realizzare un hospice per l’accoglienza dei malati terminali. Sono state anche esaminate e votate alcune proposte di modifica delle “Disposizioni concernenti la concessione di contributi finanziari della Conferenza episcopale italiana per i beni culturali ecclesiastici e per l’edilizia di culto”. Ed è stato eletto il nuovo vicepresidente della Cei per il Centro Italia, il vescovo di Fiesole Mario Meini, che succede al cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti. Meini ha battuto al ballottaggio l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia che si è tenuto nell’ottobre 2014 in Vaticano. Confermato, invece, alla presidenza della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute l’arcivescovo di Trento Luigi Bressan.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/13/cei-appello-dei-vescovi-i-preti-pedofili-non-siano-abbandonati-se-stessi/1210245/

  • Preti pedofili, cardinale Pell: “Come camionisti che molestano autostoppiste”

    Preti pedofili, cardinale Pell: “Come camionisti che molestano autostoppiste”

    di – “I preti pedofili come dei camionisti che molestano autostoppiste”. A sostenere l’inedito e sconcertante paragone è il cardinale australiano George Pell, membro del consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, di Papa Francesco e prefetto della Segreteria per l’economica istituita daBergoglio (leggi).

    L’affermazione del “ranger australiano”, come lo ha soprannominato il Papa in persona, è stata pronunciata davanti alla commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori che ha interrogato il porporato sul suo ruolo quando era arcivescovo di Melbourne, dal 1996 al 2001 prima di passare alla guida della diocesi di Sydney, e ha introdotto lo schema di risarcimenti alle vittime di preti pedofili denominato “Melbourne Response”. 

    Per sostenere che la colpevolezza legale dei preti pedofili non può essere imputata ai leader della Chiesa cattolica, Pell è ricorso all’analogia dei camionisti dichiarando che “non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia fossero considerati responsabili”. Ma il suo è un linguaggio totalmente opposto a quello utilizzato da Papa Francesco che, il 7 luglio 2014, ha voluto celebrare la sua consueta messa mattutina a Casa Santa Marta con alcune vittime di abusi ascoltando singolarmente le loro storie e chiedendo loro “perdono anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso” (leggi).

    Pur accettando che la Chiesa ha degli obblighi morali verso le vittime, il porporato ha sostenuto che quando si tratta diresponsabilità legale, le azioni dei suoi sacerdoti non sono necessariamente colpa della Chiesa. L’analogia dei preti pedofili con i camionisti ha lasciato i presenti “a bocca aperta per lo shock”, ha raccontato a caldoNicky Davis appartenente alla Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti. “Ci siamo letteralmente detti fra noi: ha veramente detto così? Dimostra di non avere alcun concetto di quello che è un comportamento appropriato o inappropriato, e cosa sia appropriato dire ai sopravvissuti. Dimostra di preoccuparsi solo di proteggere sé stesso e di cercare scuse per comportamenti imperdonabili”. Secondo Cathy Kezelman dell’associazione Adulti sopravvissuti ad abusi l’analogia “oltraggiosa” e “scioccante” può causare molto danno. “Le vittime sono già ripetutamente traumatizzate. Sentire che le loro esperienze sono di nuovo negate è come girare il coltello nella piaga”. Protesta anche l’Associazione dei 170mila autisti di Camion Australia. “Hanno famiglie e figli. L’analogia è unprofondo insulto a ciascuno di loro”, ha affermato la presidente Noelene Watson.

    Le vittime delle violenze dei preti pedofili che hanno testimoniato davanti alla commissione si sono dette tradite dal “Melbourne Response” dell’allora arcivescovo Pell che imponeva un tetto ai risarcimenti di 50mila dollari australiani (35mila euro), mentre chi ha avviato azioni legali ha ricevuto in media in risarcimento 293mila dollari (pari a 205mila euro). Su questo punto il porporato ha osservato che prima del 1996, ovvero prima dell’introduzione del “Melbourne Response”, non erano affatto previsti risarcimenti alle vittime degli abusi. “Molte delle persone assistite da noi – ha affermato Pell – avrebbero ricevuto poco o niente se si fossero rivolte ai tribunali”. Il cardinale ha tuttavia sostenuto che la Chiesa dovrebbe ora rinunciare alle procedure interne di indagine e di risarcimento e creare un’entità indipendente che risponda ad azioni legali a suo carico.

    È innegabile, invece, la linea della “tolleranza zero” sulla pedofilia, definita dal Papa come le “messe nere” (leggi), applicata da Bergoglio fin dall’inizio della sua elezione al pontificato. Dall’istituzione di una Pontificia commissione per la tutela dei minori coordinata dal cardinale cappuccino Sean Patrick O’Malley e nella quale c’è anche una vittima, l’irlandese Marie Collins (leggi), ai procedimenti contro vescovi che si sono macchiati di pedofilia. Attualmente, come rivelato dallo stesso Francesco, sono tre i presuli sotto processo e uno, l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana Jozef Wesolowski, è già stato condannato severamente in primo grado (leggi). Del resto la posizione del Papa è chiara ed è stata ribadita con fermezza numerose volte: “Dio è irrevocabilmente e senza mezzi termini dalla parte delle vittime degli abusi” (leggi).

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/22/preti-pedofili-cardinale-pell-come-camionisti-che-molestano-autostoppiste/1096355/