Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    È venuto a mancare nella tarda mattinata di ieri don Francesco Zappella, il sacerdote che già negli anni novanta era stato condannato dal tribunale di Pinerolo per abuso sessuale ai danni di due infraquattordicenni.

    Il caso di don Zappella era stato risollevato dalle Rete L’ABUSO nel 2015, quando un giovane uruguagio Luis Mario Acuna Gonzales, si era messo in contatto con l’associazione segnalando anche la sua esperienza e quella di alcuni coetanei. In quella occasione la Rete L’ABUSO riuscì a portare in Italia lo sventurato uruguagio dando il via ad una seconda inchiesta, successivamente archiviata per l’intervento dei termini di prescrizione.

    Malgrado tutto il vescovo della diocesi di appartenenza, mons. Guglielmo Borghetti, nulla fece per tentare di evitare che Zappella reiterasse il reato anzi, gli permise di trasferirsi in Uruguay dove ieri è morto.

    L’Ufficio di Presidenza


    Di seguito il comunicato divulgato stamane dalla Diocesi di Albenga.

    Da: Segreteria Generale <segreteriagenerale@diocesidialbengaimperia.it>
    A:
    Data: 24 agosto 2018 alle 12.04
    Oggetto: Decesso don Francesco Zappella

    Nella tarda mattinata di ieri 23 agosto (ora italiana) è deceduto in Uruguay presso una struttura ospedaliera il Reverendo Sacerdote don Francesco Zappella.

    Era nato a Milano il 26 giugno 1959 e venne ordinato da Sua Eccellenza Monsignor Mario Oliveri nella chiesa cattedrale di Albenga il 17 maggio 1997.

    Trascorse a più riprese parecchi anni in missione in Uruguay dove ebbe modo di fondare a Trenta y Tres la “Fradernidad Reina de la Paz”.

    In Diocesi ricoprì i seguenti incarichi:

    Vicario parrocchiale di san Vincenzo Ferreri in Alassio;

    Vicario Parrocchiale di Santa Maria Maggiore in Castelvecchio di Imperia;

    Responsabile dell’Ufficio Missionario Diocesano;

    Arciprete di San Fedele in Albenga;

    Arciprete di Verzi;

    Arciprete di Sant’Antonio in Borghetto S. Spirito.

    Non avendo ancora altre informazioni si raccomanda vivamente di elevare al Signore preghiere di cristiano suffragio e la celebrazione della Santa Messa (come d’uso) per i sacerdoti defunti, perché il Signore gli doni di poter contemplare il suo Volto nell’eternità beata.

    Can. Tiziano Gubetta

    Cancelliere Vescovile

  • Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Non stiamo parlando della recensione di un nuovo libro di Marcello Simoni, dal titolo “La diocesi dei cento peccati”, ma di quell’oscuro mondo che si cela a volte dietro la veste di un prelato. La diocesi di Albenga è stata spesso passata al setaccio per alcuni fatti di cronaca nel corso degli anni. Infatti si registrano casi di pedofilia, sacerdoti indagati per abusi sessuali nei confronti di donne, aspiranti sacerdoti con fede debole ammessi in seminario, preti indagati per circonvenzione d’incapace, religiosi fuggiti con i soldi delle parrocchie, alcuni preti sorpresi in locali notturni malfamati e molto altro.

    L’argomento preti, abusi sessuali e pedofilia rappresenta un tema difficile e delicato da trattare perché pone sotto i riflettori una categoria di persone cui vengono affidati i minori perché se ne occupino, perché li formino e non soltanto dal punto di vista dell’educazione. E’ emerso però dall’incrocio di diverse testimonianze che in alcuni casi alcune persone in difficoltà economiche avrebbero acconsentito ad attenzioni sessuali in cambio di denaro.

    Stiamo parlando di un sottobosco diffuso, seppellito e nascosto, di atteggiamenti morbosi, di esplicite attenzioni sessuali e violenze su minori e persone indigenti. Si ha paura di parlarne perché si ha paura di incappare nell’accusa di pregiudizio, nell’avversità e nei confronti del clero.

    Non solo di fronte alle inchieste giudiziarie, ma anche al moltiplicarsi di voci, anche se non sempre controllate, il sentire comune contro la pedofilia è sempre più d’attualità. Vale non soltanto per le diocesi savonesi (Albenga-Imperia e Noli-Savona), ma per tutti quegli ambienti dove prevalga la promiscuità, il contatto, non controllato tra adulti e bambini e tra personaggi abbienti di chiesa e persone indebolite dall’indigenza, che vendono il proprio corpo al costo di sopravvivere.

    Grazie alla sensibilità contemporanea i riflettori si stanno accendendo sulle “volpi del pollaio”, affinché vengano alla luce i casi gravi e condannabili di abuso o di molestie verso i più deboli, quelli che sino a qualche anno fa venivano nascosti o taciuti. A vigilare anche la Rete L’Abuso con Francesco Zanardi, da anni impegnato a tutela delle vittime della pedofilia. Abbiamo raccolto la sua opinione sul passaggio di consegne alla guida della diocesi di Albenga-Imperia.

    Cos’è cambiato dopo l’avvicendamento tra il Vescovo Oliveri ed il nuovo Vescovo Guglielmo Borghetti nella diocesi di Albenga?

    “L’ambiente ecclesiastico della Diocesi di Albenga è sempre stato un luogo limaccioso, contornato di segreti invisibili che negli anni sono stati cementati tra le mura di questa struttura religiosa. Dopo l’insediamento del nuovo vescovo tutto è finito per il momento sotto il tappeto, se ne parla pochissimo quasi come se fossimo in un territorio dove regni l’omertà. Sembra sempre che io ce l’abbia con la chiesa, ma non ce l’ho affatto con la chiesa, comunque con l’arrivo di Borghetti non è cambiato nulla, la chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili e Papa Francesco non sta davvero cambiando le cose. Monsignor Borghetti è arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015, su scelta di Bergoglio, dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, però nulla purtroppo è cambiato. La diocesi di Albenga è da sempre stata un rifugio pecatorum per diversi preti già condannati per pedofilia in altre regioni e poi trasferiti e lì accolti. E’ sempre stata la diocesi degli scandali per tanti anni. Io stesso, da bambino, fui abusato da un sacerdote proprio in questa diocesi, a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Vicenda che si è ultimata con la condanna del prete nel 2012. A causa di questa esperienza con l’associazione abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione e siamo partiti dal fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, ad innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”. 

    E cosa dice di Monsignor Mario Oliveri?

    “Il predecessore di Borghetti, il presule Mario Oliveri, aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. Tra i vari nomi degli scandali possiamo annoverare: quello di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Poi, quello di don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato a quattordici mesi per abusi sessuali su minore nel 1992 a Pinerolo (Torino), quello di don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli. E infine c’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi. Lo stesso Oliveri ha attirato voci pesanti, ma tutto è passato nel dimenticatoio”.

    Ad Albenga si è appena concluso il Giubileo straordinario della Misericordia che ha concesso a migliaia di fedeli tra cui anche sacerdoti, due vescovi e seminaristi, la possibilità di incontrare l’abbraccio misericordioso del Padre nella confessione dei propri peccati. Un modo semplice per potersi rinnovare agli occhi di Dio, partecipando alle celebrazioni del Giubileo della Misericordia. Lei pensa che questo vuole essere il segno di una pacificazione? 

    “Il vescovo Borghetti ha dichiarato che in quest’anno Giubilare c’è stato ‘un risveglio di passione per Gesù Cristo volto della Misericordia del Padre e che si è trattato di un anno di grazia davvero terapeutico per la nostra diocesi e sono convinto per tutta la Chiesa’. ‘Terapeutico’ è un termine forte, però non penso che un anno Giubilare consenta di cancellare quanto sia accaduto in precedenza. Inoltre, come ci si può sentire di fronte a simili argomentazioni quando secondo un’inchiesta appena pubblicata dalla nostra rete L’Abuso, esisterebbero alcune strutture della chiesa dove vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari. Sono almeno 100 i sacerdoti attualmente indagati per pedofilia e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni e ben 5 solo nella diocesi di Albenga”. 

    Il Governo italiano, a differenza degli altri Stati europei, non si è mai occupato in modo approfondito del problema. Cosa pensa sulla posizione di Papa Bergoglio nei confronti delle sue “pecorelle smarrite”?

    “Non c’è peccato che Dio non possa perdonare, ha così dichiarato il Pontefice Francesco. Infatti ha chiarito che ‘l’unica condizione è quella di sentirsi peccatori, perché la misericordia di Dio non cancella l’esistenza del peccato. La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio’. Bisognerebbe andarlo a dire alle vittime di abuso, che il perdono serva per raggiungere la serenità del cuore e che rappresenti la condizione necessaria per vivere felici. Ma gli abusi di cui si sono macchiati certe persone e che passando attraverso la Porta Santa si siano potute anche redimere, resteranno comunque impuniti. I peccati commessi oltre a rimanere un’impronta negativa, nella vita degli abusati, potranno pur sempre essere perdonati dalla chiesa, ma non da chi li ha subiti”. 

    Maurizio Losorgio

    http://www.savonanews.it/2016/11/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/sacerdoti-e-pedofilia-zanardi-con-il-nuovo-vescovo-di-albenga-nulla-e-cambiato.html

  • Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Ferruccio Sansa, inviato ad Albenga (Savona) – Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”.

    È il 15 gennaio 2015 quando la procura di Savona ascolta come testimone don Filippo Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione).

    Per Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso: “Le parole di don Bardini rappresentano il primo atto d’accusa proveniente da un sacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito da Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e purtroppo i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo durante un campo scout a Vara molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivato Guglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas infatti dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo e il Corriere – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    Ferruccio Sansa

    Il FATTO QUOTIDIANO del 19/10/2016

     

  • “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    Di Ferruccio Sansa

    L’accusa di don Filippo Bardini è agli atti della Procura di Savona nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Racconta delle presunte richieste di prestazioni del vescovo Mario Oliveri – che non è indagato – a persone bisognose di aiuto economico. E parla degli abusi perpetrati da un altro sacerdote di cui, dice, i vertici della diocesi sapevano.

    “Fammi gustare la natura di Dio”. È scritto così nella testimonianza di don Filippo Bardini agli atti della Procura di Savona sullo scandalo sessuale che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Questa frase, secondo l’allora direttore della Caritas di Albenga, sarebbe stata pronunciata da un vescovo nel momento in cui incontrava i suoi amanti. Povera gente che sarebbe andata dal prelato per chiedere un aiuto economico e che, sostiene il sacerdote, veniva convinta a fornire prestazioni sessuali dal vescovo che poi gli avrebbe pagato tra 600 e 700 euro per gli incontri.

    È il 15 gennaio 2015 quando il pm savonese Giovanni Battista Ferro ascolta come testimone don Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione). Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso, commenta: “Le parole di don Bardini sono fondamentali, perché sono il primo atto d’accusa proveniente da unsacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo.

    Don Bardini è un sacerdote scomodo, da sempre critico con chi guida la sua diocesi. E anche davanti al pm decide di non tacere. Anzi: “Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri – racconta – paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito per volere di Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Il verbale entra nei dettagli (alcuni di una crudezza che non è possibile riportare), ma utili secondo Bardini per descrivere l’ambiente delle diocesi oggetto dell’inchiesta: i soggetti che hanno rapporti con il vescovo, sostiene il sacerdote, “si rivolgono a lui inizialmente per chiedere un aiuto economico o lavorativo e poi vengono” convinti “a subire l’atto sessuale in discussione… l’allora convivente di una di queste persone mi ha parlato di corrispettivi in contanti anche di 600-700 euro per un rapporto sessuale. Non so di che soldi disponga il vescovo Oliveri e dove attinga per pagare le prestazioni sessuali”.

    Fino a quel passaggio: “Negli ultimi due mesi si sono rivolte a me cinque o sei persone per raccontarmi sempre questa storia, ragion per cui mi son risolto a contattare la magistratura… tutti dicono le stesse cose, con singolari coincidenze tra i dichiaranti, per esempio circa la geografia dei luoghi e il frasario del vescovo (“fammi gustare la natura di dio”). Sono portato ad escludere pertanto un disegno calunnioso o anche solo diffamatorio in capo alle persone che ho sentito”.

    Ripetiamo: Oliveri non è stato indagato. Per Zanardi “si tratta comunque di una testimonianza di pubblico interesse. Icittadini, soprattutto i fedeli, hanno interesse a conoscere questo racconto dopo gli scandali che hanno toccato le curie del Ponente ligure. E perfino la Chiesa dovrebbe essere interessata vista la battaglia di Papa Francesco contro gli scandali sessuali”.
    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo, durante un campo scout a Vara, molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivatoGuglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas, infatti, dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo XIX e il Corriere della Sera – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/19/il-vescovo-chiedeva-sesso-a-chi-aveva-bisogno-di-soldi-e-diceva-fammi-gustare-la-natura-di-dio/3108852/

  • Caso Oliveri, la Diocesi di Albenga e Imperia pronta ad agire contro chi lo ha diffamato

    Caso Oliveri, la Diocesi di Albenga e Imperia pronta ad agire contro chi lo ha diffamato

    “Accuse così gravi contro il suo superiore diretto senza informare altresì l’autorità ecclesiastica competente”

    Albenga/Imperia. La risposta arriva alle 20,30 della sera dopo che tutta Italia aveva puntato gli occhi su un caso che ha sollevato un polverone sulla Diocesi di Albenga e Imperia già finita al tempo nell’occhio del ciclone.

    L’ha scritta di suo pugno il vescovo Guglielmo Borghetti: “In riferimento a quanto apparso quest’oggi sul quotidiano Il Fatto Quotidiano relativamente ad infamanti affermazioni riguardanti il Vescovo emerito di Albenga – Imperia S.E. Mons Mario Oliveri ed altre autorevoli personalità ecclesiastiche del Ponente Ligure, comunico che una volta appurato che le affermazioni in virgolettato riportate in apertura di articolo siano veramente state prodotte dal sacerdote della Diocesi di Albenga-Imperia citato nell’articolo stesso, il Vescovo Oliveri, mio predecessore, ha ferma volontà di procedere in ogni sede civile e penale ritenuta opportuna contro il sacerdote in questione, sentendo gravemente lesa la sua buona fama. Esprimo peraltro sentimenti di amarezza e profondo dolore nell’apprendere che un prete della Nostra Diocesi abbia potuto esprimere accuse così gravi contro il suo superiore diretto senza informare altresì l’autorità ecclesiastica competente. La Chiesa di Albenga-Imperia soffre, ma con essa la Chiesa tutta di cui è parte viva”.

    http://www.riviera24.it/2016/10/caso-oliveri-la-diocesi-di-albenga-e-imperia-pronta-ad-agire-contro-chi-lo-ha-diffamato-238057/

  • Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    di Alessandro Principe

    Il vescovo della diocesi di Imperia e Albenga Mario Oliveri è stato rimosso dal suo incarico dal papa. Formalmente, Bergoglio ha accettato oggi, con una bolla papale, le dimissioni presentate dallo stesso Oliveri. Ma si tratta di una procedura che, nella sostanza, prende atto e ratifica le accuse rivolte al monsignore. In particolare, quella di aver coperto, accogliendoli nella propria diocesi, preti accusati e, in alcuni casi, condannati, per pedofilia. La scelta di papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una visita alla diocesi di Imperia e Albenga, guidata da Oliveri dal 1990.

    “Una buona notizia, ma la Chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili. E Bergoglio non sta davvero cambiando le cose”: questa l’accusa lanciata da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso, che denuncia casi di pedofilia nella Chiesa e assiste le vittime. Lo stesso Zanardi, da bambino, venne abusato da un sacerdote, proprio in quella diocesi.

    “La diocesi di Albenga – racconta Zanardi – in questi anni è diventata un rifugio pecatorum di diversi preti già condannati per pedofilia in altri paesi e poi trasferiti e lì accolti. Ma non solo casi di pedofilia. Addirittura con il caso di don Paolo Piccoli, qualche giorno fa rinviato a giudizio per omicidio. E’ stata la diocesi degli scandali per tanti anni”.

    Il vescovo Oliveri che ruolo ha avuto in tutto questo?

    “Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. L’ultimo caso di pedofilia che abbiamo denunciato è quello di don Francesco Zappella, condannato nel 1992 a Pinerolo per abuso di minori e poi accolto nella diocesi di Albenga. C’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi”.

    Ma il ricollocamento di preti accusati o condannati per pedofilia in diocesi diverse da quelle di provenienza è una pratica diffusa?

    “Purtroppo sì, i casi sono molti, e per questo noi diciamo di non denunciare all’autorità ecclesiastica ma alla magistratura. C’è un caso, quello di don Francesco Rutigliano, condannato dall’autorità ecclesiastica per abuso di minori nella Locride, mai denunciato all’autorità giudiziaria e trasferito a Civitavecchia. Lo abbiamo scoperto l’anno scorso”.

    Perché succede questo?

    “Innanzitutto perché se le condanne restano solo a livello canonico – e non giudiziario – vengono spesso taciute. C’è anche una grossa lacuna che non riguarda solo la Chiesa ma la pedofilia in generale: in Italia non abbiamo un database nazionale dei condannati per pedofilia, come avviene in molti Paesi. Noi come Rete l’Abuso abbiamo fatto una mappa che trovate sul nostro sito intitolata ‘Diocesi non sicure’: abbiamo raccolto i casi che conosciamo riferiti agli ultimi 15 anni in Italia. E siamo arrivati a 230 casi di sarcerdoti tra i condannati e gli indagati per pedofilia: molti di questi li ritroviamo in altre parrocchie”.

    Anche a contatto con i bambini?

    “Assolutamente sì. Nel caso che citavo prima, quello di don Renato Giacardi, condannato a Cuneo e spostato a Loano, sono insorti anche i parrocchiani. Ma questo non è bastato a rimuoverlo dalla parrocchia, dove si presume, ci siano anche attività con minori”.

    Questo suo impegno nasce da un’esperienza personale: lei da bambino è stato vittima di un prete pedofilo.

    “Sì, io sono stato abusato da un sacerdote a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Che poi siamo riusciti a far condannare nel 2012. Abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione. E siamo partiti da fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, a innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”.

    Il prete che abusò di lei aveva dei precedenti?

    “Certo. Nel 1980, lo stesso anno in cui prese i voti, abusò di un ragazzino. Venne spostato a Spotorno, dove vivevo anch’io, è lì continuò ad abusare di ragazzi, tanti miei coetanei, me compreso. Malgrado nel paese si chiacchierasse molto di quello che faceva il sacerdote, il vescovo ebbe la brillante idea di fargli aprire una comunità per minori in difficoltà. Una pratica che abbiamo riscontrato in altri casi: i preti pedofili spesso vengono messi a contatto con minori che si presume siano più deboli, più in difficoltà, e quindi molto meno propensi a denunciare”.

    Quando ha denunciato per la prima volta pubblicamente quello che le era successo?

    “Molto tardi, nel 2009. E’ una questione di consapevolezza. Perché si denuncia dopo tanti anni? A un certo punto della tua vita ti rendi conto che le problematiche che hai da adulto sono causate da quello che ti è successo da piccolo”.

    La Chiesa di papa Bergoglio sta facendo di più per combattere la pedofilia?

    “Purtroppo sono costretto a dire di no. Nonostante tutti gli appelli, i provvedimenti presi sono sempre a tutela della Chiesa stessa. Noi abbiamo più di 500 vittime in associazione: non vediamo nessun aiuto alle vittime, nessun risarcimento, nessun atto concreto. Ci sono solo delle promesse: ‘Non succederà più’. Ma queste promesse le sentiamo dai tempi di papa Wojtyla. Gli spostamenti dei preti pedofili da una parrocchia all’altra continuano ad esserci. Restando sempre ad Albenga, c’è un altro caso clamoroso, quello di don Luciano Massaferro. Anche lui ha scontato il carcere, condannato a 7 anni e 8 mesi per molestie sessuali su una bambina, è tornato a casa, fa ancora il sacerdote. Insomma, i buoni propositi andrebbero applicati, ma ancora non è così”.

    http://www.radiopopolare.it/2016/09/preti-pedofili-rimosso-vescovo-di-albenga-ma-gli-abusi-ci-sono-ancora/

  • Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    ALBENGA – Papa Francesco ha accettato le dimissioni presentate da monsignor Mario Oliveri, dall’ottobre 1990 vescovo di Albenga-Imperia. Al suo posto ha nominato mons. Guglielmo Borghetti, finora coadiutore della medesima diocesi.

    Mons. Borghetti era arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015. La scelta di Papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una ‘visita’ alla diocesi.

    Mons. Mario Oliveri aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. L’ultimo scandalo porta il nome di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Dopo quell’episodio don Piccoli si era trasferito ad Albenga come cappellano in una clinica. Ma mons. Oliveri, tradizionalista nella liturgia (ama la messa in latino), 72 anni, aveva accolto anche don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato per abusi nel 1991 a Pinerolo (Torino), e don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli.

    A monsignor Oliveri veniva rimproverato di aver accolto in seminario aspiranti sacerdoti senza aver esaminato con attenzione la reale vocazione dei giovani e questo avrebbe generato preti ‘deboli’ protagonisti di casi di pedofilia o di narcisismo, tanto da posare nudi su Facebook. Ma in diocesi ci sono stati anche preti che sono fuggiti con la cassa della parrocchia o che hanno fatto i barman in locali notturni, o che si sono fatti tatuare, o che hanno corteggiato le fedeli, o che vivevano con l’amico del cuore.

    “Non mancherò nei confronti del nuovo vescovo, al quale dico la mia cordiale vicinanza spirituale, e nei riguardi della Chiesa che ho retto e governato e che ora egli deve guidare e nei comportamenti in conformità a quanto mi è chiesto dalla Santa Sede e cioè di contribuire al rasserenamento degli animi, al mantenimento della pace nei cuori dei sacerdoti e dei fedeli”. Lo ha scritto mons. Oliveri in una lettera.

    Nelle parole del vescovo chiaro il richiamo alle contrapposizioni tra la parte del clero a lui fedele, nonostante gli scandali, e quello che ha accolto benevolmente l’arrivo del vescovo coadiutore, mons. Guglielmo Borghetti nel marzo del 2015. I fedeli saluteranno Oliveri il 15 settembre alle 18 nella cattedrale di San Michele a Albenga.

    Nella sua lettera l’ex vescovo scrive anche: “Lascio con dolore poiché ho amato tutto quello che ho fatto in questi 26 anni in diocesi e ringrazio la Misericordia Divina per la continua assistenza per non avermi mai lasciato cadere in scoraggiamenti o delusioni, anche davanti a ciò che di meno positivo c’è stato, in alcuni aspetti, negli anni del mio episcopato”.

    http://www.primocanale.it/notizie/pedofilia-e-narcisismo-tra-i-preti-il-papa-sostituisce-il-vescovo-di-albenga-175702.html

  • Il Papa vede Borghetti e convoca Oliveri

    Il Papa vede Borghetti e convoca Oliveri

    Top secret i contenuti dell’incontro. Verso la fine la coabitazione trai due alti prelati.

    ALBENGA. Ieri Borghetti, lunedì Oliveri. Il Papa convoca i due vescovi per mettere fine alla coabitazione durata ormai più di un anno. È iniziato a mezzogiorno ed è durato20minuti l’incontro in Vaticano tra Papa Francesco e il vescovo Guglielmo. Un incontro convocato praticamente senza preavviso, al punto che Borghetti era atteso ieri mattina nell’imperiese per partecipare ad un convegno, e sui cui contenuti il vescovo mantiene il più stretto riserbo. «Ogni vescovo periodicamente incontra il Papa, e stavolta è toccato al Vescovo Guglielmo. È stato un incontro cordiale, dominato da sentimenti di stima reciproca» fa rispondere Borghetti dal segretario Luca Gabriel. Ma per capire il vero significato della convocazione di Borghetti in Vaticano e i reali contenuti del colloquio bisognerà probabilmente aspettare alcuni giorni. Fino a lunedì, per la precisione, quando secondo fonti romane il Pontefice riceverà il vescovo Mario Oliveri. In realtà è prevedibile che Bergoglio abbia anticipato a Borghetti quello che dirà lunedì a Oliveri, cioè che la sua esperienza di vescovo titolare (anche se ormai bisognerebbe dire nominale) è esaurita. Insomma,il Papa consegnerà probabilmente al vescovo Mario la lettera di pensionamento, rispettando così una promessa fatta a suo tempo a Borghetti. Quando chiese al Vescovo Guglielmo di lasciare Pitigliano per trasferirsi ad Albenga, infatti, Francesco avrebbe infatti fissato una sorta di termine massimo alla durata della coabitazione: un anno, entro il quale Oliveri avrebbe avuto l’opportunità di uscire di scena volontariamente, e al termine del quale sarebbe stato sollevato dall’incarico. E quell’anno è trascorso da qualche settimana. Certamente Bergoglio e Borghetti avranno parlato anche di altre cose, come ad esempio della situazione economica della curia e della Caritas o magari di certe questioni spinose che riguardano il clero ingauno, temi che però passano in secondo piano di fronte all’avvicendamento, anche formale, ormai imminente.

    REB. Il Secolo XIX Savona

  • ALASSIO. IL VERDETTO RIMARRÀ SEGRETO, MA NEL FRATTEMPO L’EX PARROCO DOMENICA TORNERÀ LIBERO

    ALASSIO. IL VERDETTO RIMARRÀ SEGRETO, MA NEL FRATTEMPO L’EX PARROCO DOMENICA TORNERÀ LIBERO

    Processo canonico a don Lu affidato al cardinale Bagnasco Si va verso l’assoluzione. Il prete è accusato di abusi sessuali su una ragazzinadi12 anni

    GIOVANNI CIOLINA SAVONA;

    È direttamente nelle mani dell’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, il futuro di don Luciano Massaferro. Il cardinale di Genova ha avocato a se stesso il processo canonico avviato nei confronti dell’ex parroco di San Vincenzo ad Alassio, condannato a sette anni e otto mesi per abusi sessuali commessi nei confronti di una parrocchiana di dodici anni. E sarà Bagnasco ad individuare eventuali responsabilità “canoniche” commesse da don Lu nel suo comportamento. Un processo canonico che non avrebbe ancora portato ad un verdetto (in ogni caso segreto) e che potrebbe portare anche allo riduzione dello stato laicale il prete. Le indiscrezioni sembrano comunque portare ad un’assoluzione di don Lu da parte del cardinal Bagnasco, recentemente in visita a monsignor Mario Oliveri in occasione della celebrazione dei 25 anni di apostolato. E dalla base ci sarebbe la considerazione di non considerare del tutto attendibile la giovane vittima. Era la primavera del 2009 quando don Lu ha convinto la ragazzina a seguirlo in un giro di benedizioni    delle case prima della Pasqua. E in quelle occasioni avrebbe palpeggiato la piccola e si sarebbe fatto toccare. Una vicenda culminata con l’arresto del prete a dicembre dello  stesso anno e che ha scatenato una bagarre sul web tra innocentistie colpevolisti. Nelle scorse settimane il vescovo coadiutore Guglielmo Borghetti aveva affidato la parrocchia alassina ad un altro prete, nonostante don Lu non abbia abbandonato l’idea di tornare un giorno nella parrocchia. Al momento don Massaferro sta scontando il residuo di pena (da domenica sarà libero) svolgendo servizio    in affidamento ai servizi sociali alla casa di accoglienza della Caritas di Imperia e per lui è in programma un periodo di vacanza. «Valuterò con calma la situazione – ha detto monsignor Borghetti – dopodiché prenderò una decisione senza clamore, per il bene della nostra comunità. E dopo aver parlato con don Massa ferro»

    Giovanni Ciolina, IL SECOLO XIX Savona