Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vittime di abusi sessuali continuano a fare pressione sul nuovo papa

    Le vittime di abusi sessuali continuano a fare pressione sul nuovo papa

    La sera dell’elezione di Leone XIV, al centro di Piazza San Pietro, il volto chiuso di Francesco Zanardi contrasta con le espressioni gioiose. “L’elezione di un nuovo papa non mi procura particolare gioia. C’è un po’ di speranza, ma soprattutto molti dubbi”, afferma il fondatore della Rete L’Abuso, la principale associazione italiana per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’uomo spera ancora che il Papa “faccia propri gli impegni presi da Francesco per combattere questo fenomeno e, soprattutto, li renda realtà”. E per avvertire: «Continueremo a fare pressione.»

    Pochi giorni prima dell’apertura del conclave, la Rete aveva invitato la stampa a precisare che nella penisola risiedono più di mille sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori, ovvero poco più del 3% di tutti i preti transalpini.

    Si dice che il numero delle vittime abbia superato le 4.200. “Chiunque verrà eletto, spetterà a lui intervenire chiedendo agli Stati che hanno lacune legislative, come l’Italia, di colmarle, per non rendere vani gli sforzi che la Chiesa cerca di fare”, è stato spiegato.

    Le rivelazioni continuano. La Conferenza episcopale italiana, presieduta dal cardinale Zuppi, ha pubblicato il primo rapporto di inchiesta sull’argomento. Ma le sue conclusioni mancano di “portata e indipendenza”, secondo la Rete. «In Italia c’è ancora un grosso problema di omertà», afferma con impazienza Francesco Zanardi.

    Da parte loro, la Spagna, diversi paesi latinoamericani e l’intero continente africano continuano a rifiutare la terapia d’urto per questi casi. La Chiesa francese è stata in prima linea, commissionando un rapporto all’alto funzionario Jean-Marc Sauvé, che ha rivelato decine di migliaia di casi di abusi sui minori.

    Denunciando, su Le Point, un governo della Chiesa a lungo “in negazione e dissimulazione”, Jean-Marc Sauvé è stato attaccato dai conservatori e non è stato nemmeno ricevuto da Papa Francesco.

    Il pontefice argentino ha usato parole forti, ma è stato meno attivo di Benedetto XVI, che aveva decretato “tolleranza zero”. E mentre Francesco ha condannato alcuni prelati, ha mostrato colpevole indulgenza nei confronti dell’artista gesuita Marko Rupnik, accusato di molteplici aggressioni sessuali.

    Oggi, mentre continuano le sordide rivelazioni, le vittime – anche in Francia – lamentano una subdola omertà. In alcuni casi, il riflesso difensivo dell’istituzione sembra ancora prevalere sulla sorte di quest’ultima.

    “Un pericoloso pedofilo” Di fronte a questa crisi sistemica, la pressione sulle spalle di Leone XIV è forte.

    Soprattutto perché il 25 marzo l’associazione americana Snap, che aiuta le vittime di aggressioni da parte di personalità religiose, ha presentato una denuncia in Vaticano contro sei membri del Collegio cardinalizio, tra cui Robert Prevost, accusati di aver “insabbiato abusi sessuali”.

    Nei primi anni 2000, nell’Illinois, il prelato americano avrebbe autorizzato padre James Ray, accusato di diverse aggressioni sessuali su minori e sospeso, a risiedere in un convento vicino a una scuola elementare.

    A metà degli anni ’90, un prete, preside di una scuola superiore di New Lenox, sospettato di aver violentato una giovane studentessa, venne mantenuto al suo posto nonostante, secondo gli avvocati della vittima, i dirigenti della scuola “sapessero o avrebbero dovuto ragionevolmente sapere che il padre era un pericoloso pedofilo”.

    A Chiclayo, in Perù, tre donne denunciano gli attacchi da parte di personalità religiose, insabbiati dalle istituzioni. Fatti smentiti dal cardinale Prevost, che, secondo quanto riferito dalla diocesi di Chiclayo, avrebbe incontrato le tre donne, incoraggiandole a sporgere denuncia alle autorità civili.

    A conoscenza delle voci, il Dicastero per la Dottrina della Fede avrebbe condotto una propria indagine, riporta El País, concludendo che “la condotta del neoeletto Papa è stata irreprensibile”.

    Les victimes d’abus sexuels maintiennent la pression sur le nouveau pape

  • Partenza a handicap per papa Prevost

    Partenza a handicap per papa Prevost

    Si conferma ancora una volta il classico detto che chi entra Papa in conclave esce cardinale. La rapidità dell’elezione, appena 4 scrutini, lasciava presagire che nuovo Papa fosse il cardinale Pietro Parolin, l’ex segretario di Stato grande favorito, spinto pure dai “doppi auguri” del cardinale Giovanbattista Re durante la Missa pro Eligendo Pontifice. E invece Parolin ne esce ancora cardinale.

    L’elezione di Robert Prevost è certamente una sorpresa, anche se negli ultimi giorni il suo nome era cominciato a girare con insistenza ed era entrato tra i papabili. Si può facilmente capire che tra coloro che hanno spinto la sua candidatura c’è l’arcivescovo di Chicago Blase Cupich, uno dei cardinali nominati da papa Francesco per spostare a “sinistra” la Chiesa americana. È quindi facile prevedere che si muoverà sulla linea della continuità.
    Ma sarà ora lui stesso a presentarsi e a spiegare le linee guida del suo Pontificato, così come le ragioni della scelta di un nome, Leone XIV, indubbiamente inaspettato e potenzialmente di buon auspicio.

    Come credenti non possiamo che riconoscere l’autorità di Pietro e assumere un atteggiamento di rispetto e di obbedienza. Ciò non ci esime però dal manifestare una forte perplessità legata all’opportunità di eleggere un Papa che – dopo anni in cui la Chiesa è stata devastata a causa degli scandali sessuali – si porta dietro accuse pesanti di copertura degli abusi. Ne avevamo scritto già tre giorni fa, vedendo che il suo nome stava circolando ed essendo stati proprio noi lo scorso settembre a pubblicare la testimonianza di tre vittime che accusavano l’allora vescovo di Chiclayo (parliamo del periodo 2006-2010) di aver coperto due preti peruviani colpevoli degli abusi.

    Nell’ultimo articolo rivelavamo anche la lettera inviata appena lo scorso 25 marzo dallo SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) al segretario di Stato Parolin e ai cardinali prefetti dei dicasteri interessati, Fernandez e Artime, oltre che a suor Simona Brambilla, prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata (qui la versione integrale in inglese). La lettera riporta accuse circostanziate sui misfatti di tre sacerdoti e sulle responsabilità di Prevost sia a Chiclayo sia a Chicago, quando era Provinciale degli Agostiniani (su quest’ultimo caso è coinvolto anche il cardinale Cupich).
    La vicenda, emersa nel 2020, è ancora da chiarire ma in questi anni si è fatto di tutto per evitare questo chiarimento, e alla Congregazione per la Dottrina della Fede giacciono ancora i documenti del caso in attesa che qualcuno si degni di ascoltare le vittime.

    Certo, possiamo dire che ogni persona è innocente fino a che la colpevolezza non sia provata, ed è sacrosanto, ma è anche un dato di fatto che caratteristica del passato pontificato è stata evitare i processi degli “amici”.

    Fatto sta che i sospetti su Prevost riguardo una modalità sbagliata di gestire i casi di abusi sono pesanti e questo non può non condizionare in qualche modo anche il suo Pontificato. Soprattutto si troverà, anche se innocente, in una posizione di vulnerabilità e di ricattabilità davanti a un mondo che – ai cattolici e alla Chiesa che vuole essere se stessa – non fa sconti. Non è esattamente ciò di cui ha bisogno la Chiesa.
    È facile immaginare che, a parte le associazioni di vittime degli abusi, nessun grande media laico cavalcherà questa storia finché il Papa non darà fastidio. Ma resterà una spada di Damocle sospesa sul suo capo.

    L’unico modo per tentare di superare questa partenza ad handicap, è quello di – oltre a chiarire la sua posizione – risolvere in modo corretto, rapido e secondo giustizia gli scandali degli abusi sessuali che il suo predecessore ha lasciato aperti, quello di padre Marko Rupnik in primis. Che Dio lo ispiri.

    https://lanuovabq.it/it/partenza-a-handicap-per-papa-prevost

  • Prevost e soci, i coinvolti negli abusi sessuali non vanno votati

    Prevost e soci, i coinvolti negli abusi sessuali non vanno votati

    Contrariamente a quanto vorrebbe la narrazione ufficiale – volentieri rafforzata dai media laicisti – sotto l’ombra di papa Francesco sono stati coperti diversi scandali, sia sessuali sia economici. E troppi cardinali, legati in un modo o nell’altro a questi scandali, circolano tranquillamente e stanno giocando un ruolo importante nella preparazione del conclave.

    Al punto che diventa di primaria importanza che i cardinali evitino di votare chiunque sia stato coinvolto in questi anni in episodi di corruzione e di abusi sessuali, o su cui gravino pesanti sospetti. Sarebbe disastroso avere un Papa che perpetuasse il sistema di protezioni e complicità che ha caratterizzato questi anni, dal caso del vescovo cileno Barros a quello del vescovo argentino Zanchetta, dallo scandalo del cardinale McCarrick a quello di padre Rupnik. La Chiesa di tutto ha bisogno meno di un Papa che già in partenza risulti ricattabile.

    È per questo che è inquietante vedere in questi giorni tra i nomi dei papabili in ascesa quello del cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano americano che è stato vescovo nella piccola diocesi peruviana di Chiclayo (dal 2014) prima di essere chiamato a Roma nel 2023 (anno in cui è diventato cardinale) a capo del Dicastero per i vescovi. Già nel settembre scorso ci siamo occupati del suo caso pubblicando in esclusiva il contenuto della lettera di tre donne che accusano Prevost di avere coperto due preti accusati di pedofilia e di cui sono state vittime quando erano ancora minorenni, tra il 2006 e il 2010.

    Ma ora siamo venuti in possesso di una recente lettera che il presidente dello SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests, la rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti) ha inviato al Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e ai cardinali Victor Manuel Fernandez (prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede), Angel Fernandez Artime (pro-Prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata) e a suor Simona Brambilla, prefetto dello stesso Dicastero, denunciando Prevost per «azioni e omissioni volte a interferire o ad evitare un’inchiesta civile o canonica, amministrativa o penale, contro certi sacerdoti della diocesi di Chiclayo».

    La lettera, firmata dal presidente Shaun Dougherty, è datata 25 marzo 2025 e contesta la mancata applicazione nei confronti del cardinale Prevost della Lettera apostolica Vos estis lux mundi che detta nuove procedure per gli interventi in fatto di abusi sessuali. Inoltre si accusa il prelato americano di «abuso del potere ecclesiastico, d’ufficio e di funzione che ha ferito persone vulnerabili e creato scandalo».

    La lettera riporta nei dettagli i crimini commessi da tre sacerdoti – James Ray, Eleuterio Vasquez Gonzales e Ricardo Yesquen – e di come il cardinale Prevost abbia ignorato la denuncia delle vittime e abbia anche «depistato» il Dicastero per la Dottrina della Fede impedendo di prendere le corrette decisioni. Peraltro si ricorderà come il successore di Prevost a Chiclayo (scelto da lui stesso) abbia fatto di tutto per coprire a sua volta il cardinale agostiniano anche perseguendo l’avvocato difensore di tre vittime. Da notare che Prevost è stato chiamato a Roma a presiedere il Dicastero dei vescovi dopo che in Perù lo scandalo era già scoppiato e la segnalazione era già arrivata al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    Nella lettera del 25 marzo lo SNAP chiede un’inchiesta approfondita sulle responsabilità del cardinale Prevost, ma non solo dai vari Parolin, Fernandez, Artime e Brambilla non è arrivata alcuna risposta; addirittura alla vigilia del conclave troviamo Prevost tra i nomi emergenti in lizza per diventare Papa. È una situazione già scandalosa così, figurarsi se dovesse essere eletto.

    Peraltro a spingere il suo nome è un altro cardinale molto discusso, l’honduregno Oscar Maradiaga, grande elettore di papa Francesco, chiamato nel consiglio ristretto di cardinali che lo ha supportato in questi anni. Maradiaga è stato accusato di gestione allegra dei fondi della diocesi, ma soprattutto di aver coperto gli orribili abusi del suo vescovo ausiliare a Tegucigalpa, Juan José Pineda. Tutto spiegato nel libro pubblicato nel 2019 da Martha Alegria Reichmann, vedova dell’ex ambasciatore dell’Honduras presso la Santa Sede: “Sacri tradimenti” è il titolo del libro, in cui la ex amica di Maradiaga denuncia anche di essere stata frodata dal prelato e di avere così perso tutti i suoi risparmi.

    Alla lista dei cardinali improponibili bisogna poi aggiungere tutti quelli legati allo scandalo del cardinale abusatore Theodore McCarrick, e non sono pochi data la ampia rete di connivenze e complicità che ha permesso a McCarrick di continuare per anni i suoi abusi (anche Maradiaga era un suo amico). Bisogna anche dire che nei suoi confronti è stato usato un metodo ormai collaudato nel passato pontificato: a scandalo scoppiato è stato ridotto allo stato laicale senza che si sia celebrato un processo canonico che avrebbe permesso di far emergere tutta la verità (oltre a dare la possibilità al cardinale di difendersi) e anche fare chiarezza su quanti hanno coperto le sue nefandezze. Così McCarrick alla fine è stato condannato ma i suoi complici sono stati liberi di fare carriera. Come ad esempio il cardinale Donald Wuerl, successore di McCarrick a Washington, oggi 85enne e quindi fuori dal conclave. Ma Wuerl fu chiamato a Roma a sostituire il cardinale Raymond L. Burke nella Congregazione per i vescovi per suggerire i nomi per le future porpore. Immediatamente fu elevato al cardinalato Blase Cupich, e poi ancora Joseph W. Tobin e Robert McElroy, promosso recentemente alla guida della diocesi di Washington. Non bisogna poi dimenticare il cardinale Kevin Farrell, attuale camerlengo, chiamato a gestire lo Stato vaticano nel periodo di sede vacante, che ha abitato per sei anni porta a porta con McCarrick senza mai accorgersi di nulla, così come in precedenza da posizioni di responsabilità nei Legionari di Cristo non si era mai accorto della doppia vita del fondatore Marcel Maciel.

    L’elenco potrebbe continuare, ma va citato almeno il grande protettore di padre Marko Rupnik, il cui caso è ancora tutto da risolvere: il cardinale Angelo De Donatis, di cui ci siamo occupati anche recentemente.

    Tutti personaggi non solo da non votare, ma di cui è bene non prendere in considerazione neanche gli eventuali suggerimenti.

    https://lanuovabq.it/it/prevost-e-soci-i-coinvolti-negli-abusi-sessuali-non-vanno-votati

  • Papa Francesco è morto. I sopravvissuti neozelandesi agli abusi della Chiesa cattolica rispondono

    Papa Francesco è morto. I sopravvissuti neozelandesi agli abusi della Chiesa cattolica rispondono

    Bergoglio è stato un personaggio significativo sulla scena mondiale. Tuttavia, purtroppo la sua gestione dei casi di abusi sessuali, sebbene considerevolmente migliore rispetto ai suoi predecessori, non è stata impressionante secondo laRete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti (SNAP) ad Aotearoa in Nuova Zelanda.

    SNAP Aotearoa riferisce:

    • Secondo le vittime argentine, Papa Francesco, quando era arcivescovo metropolita di Buenos Aires dal 1998 al 2013, ha taciuto sugli abusi sessuali su minori da parte del clero in Argentina. Non ha mai offerto scuse o risarcimenti alle vittime.

    Nel 2010, Bergoglio ha commissionato un rapporto per scagionare Julio Grassi, un importante sacerdote argentino condannato per abusi sessuali su minori. Sotto Bergoglio, la Chiesa cattolica argentina ha tentato direttamente di influenzare le opinioni della magistratura in vista dell’udienza di appello di Grassi.

    Nel 2013, papa Francesco si è rifiutato di rispondere alle accuse di aver riabilitato l’ex cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni imposte dal suo predecessore Joseph Ratzinger.

    Nel 2015, Francesco ha attirato critiche significative per aver sostenuto il vescovo cileno Juan Barros accusato di aver coperto casi di abusi sessuali della Chiesa cattolica in Cile, compresi i crimini contro minori. prima di rispondere in modo più appropriato.

    Nel 2019, nonostante le promesse di “tolleranza zero”, Papa Francesco ha mantenuto il vescovo cattolico neozelandese Charles Drennan in disgrazia negli status clericali ed episcopali dopo che Drennan si è dimesso dalla diocesi di Palmerston North per cattiva condotta sessuale. Ancora oggi Drennan rimane vescovo. Gli appelli a papa Francesco per la laicizzazione di Dennan sono stati ignorati.

    Sempre nel 2019, mentre Papa Francesco è stato applaudito per aver revocato la legge sulla riservatezza del Vaticano (Segreto Pontificio) sui casi di abusi sessuali del clero, non ha mai chiesto conto ai suoi vescovi neozelandesi per l’uso di clausole di riservatezza nel loro processo di denuncia nazionale Te Houhanga Rongo/A Path To Healing, ora screditato.

    • Nel novembre 2022, Papa Francesco non è riuscito a privare il cardinale francese Jean-Pierre Ricard del suo status e dei suoi privilegi cardinalizi dopo che Ricard ha ammesso di aver abusato sessualmente di una ragazza di 14 anni negli anni ’80.
    • Nel 2022 e nel 2023, Francesco non ha mai risposto alle grida delle vittime e dei sopravvissuti agli abusi nella sua chiesa in Nuova Zelanda, che lo hanno contattato direttamente più volte implorandolo di intervenire per fermare gli abusi secondari inflitti loro dai vescovi cattolici e dai leader delle congregazioni della Nuova Zelanda. Tuttavia, le lettere dei sopravvissuti non sono state prese in considerazione e le loro sofferenze sono state ignorate.
    • Nel 2023, le promesse di responsabilità di Papa Francesco sono state nuovamente minate dopo che il sacerdote sloveno Marko Rupnik è stato accusato di molteplici casi di abusi sessuali.
    • Nel 2024, dopo che la Royal Commission of Inquisight della Nuova Zelanda ha raccomandato ai leader religiosi delle istituzioni in cui si sono verificati gli abusi di ammettere l’illecito e di scusarsi, Papa Francesco non ha ammesso alcun illecito o scusa.

    Nel complesso, le azioni di Papa Francesco nell’affrontare gli abusi clericali e religiosi nella sua Chiesa sono in conflitto con le sue parole. Su altre questioni, è stato generalmente una forza per il bene nel mondo. “Tuttavia, non viviamo più in tempi in cui possiamo giustificare importanti leader mondiali che hanno fallito la società su una questione così importante come la giustizia per i bambini vittime di violenza sessuale”, ha detto il portavoce di SNAP Aotearoa, il dottor Christopher Longhurst.SNAP Aotearoa spera che il prossimo papa affronti la questione degli abusi nella Chiesa cattolica in modo più onesto, dando priorità ai bisogni delle vittime e dei sopravvissuti e ritenendo responsabili i vescovi cattolici neozelandesi e i leader delle congregazioni.

  • Lourdes: coperti i mosaici di Rupnik sulle porte della basilica

    Lourdes: coperti i mosaici di Rupnik sulle porte della basilica

    LOURDES-ADISTA. E’ arrivata oggi alle 11.30 la comunicazione che si attendeva: il vescovo di Lourdes mons. Jean-Marc Micas ha deciso di far coprire alcuni dei mosaici del teologo Marko Rupnik, accusato di abusi psicologici, spirituali e sessuali da religiose ed ex religiose, che decorano la basilica del Rosario, in particolare quelli dei due portali di ingresso. È il “secondo passo” verso la rimozione dei mosaici, annunciata come intenzione nel luglio scorso, quando il vescovo aveva deciso di non illuminare più i mosaici.

    Ecco di seguito in una traduzione il comunicato della diocesi: 

    «Conoscete la mia opinione sulla presenza di questi mosaici sulle porte della basilica. Mi è sembrato, insieme ai miei collaboratori, che fosse necessario compiere un nuovo passo simbolico affinché l’ingresso nella basilica fosse facilitato per tutte le persone che oggi non possono varcarne la soglia. Per questo motivo, tutte le porte della basilica del Rosario sono state modificate.

    È l’anno giubilare. A Roma sono state aperte le Porte Sante nelle quattro basiliche maggiori. Ho emesso un decreto per dichiarare che il santuario di Lourdes è uno dei due luoghi della diocesi (insieme alla cattedrale di Tarbes) in cui vivere l’anno giubilare e ricevere l’indulgenza plenaria. Il passaggio attraverso le porte d’ingresso della basilica doveva essere all’altezza simbolica di questo momento.

    Questo terzo venerdì di Quaresima, il 28 marzo, è stata per tutta la Chiesa di Francia la Giornata commemorativa di preghiera per le vittime di abusi sessuali commessi nella Chiesa. Le due porte laterali sono state ricoperte questo lunedì e le due grandi porte centrali lo saranno nei prossimi giorni, prima dell’inizio della stagione dei pellegrinaggi a Lourdes».

    «Non è il primo, ma il secondo passo! Il primo è stato quello di non illuminarli più di notte, durante le processioni, già dallo scorso luglio».

    Per quanto riguarda il futuro, spiega mons. Micas che «un gruppo di lavoro sta portando avanti la riflessione e mi accompagna nelle decisioni. Preferiamo procedere con calma piuttosto che sotto la pressione di vari fattori. Stiamo lavorando per il lungo termine, per le vittime, per la Chiesa, per Lourdes e per il suo messaggio per tutti».

    Soddisfazione piena è stata espressa dall’avvocata Laura Sgrò e dalle cinque vittime di Rupnik che rappresenta: «Accogliamo, con la gioia nel cuore, le parole illuminate di Jean Marc Micas, vescovo di Tarbes e Lourdes, da sempre vicino alle vittime di abusi, cui va il nostro sentito ringraziamento. Sappiamo bene che la sua decisione di coprire le porte della Basilica di Lourdes, dove sono presenti i mosaici di Marko Ivan Rupnik, è stata  lungamente ragionata, attentamente ricercata e fortemente osteggiata.

    La questione non è, infatti, quella di scindere l’artista dall’opera – come finora si è voluto erroneamente fare intendere –  ma quella se è possibile scindere l’arte, cioè i mosaici, dall’abuso stesso e questo non è in alcun modo possibile, perché proprio durante la realizzazione delle opere e con riferimento alle stesse – opere esposte nei luoghi di culto più importanti al mondo – Rupnik ha abusato di alcune delle vittime.

    Ogni fedele – e non solo ogni vittima di abuso – deve avere il cuore libero nel momento in cui si accosta alla preghiera e ciò non può avvenire se deve inginocchiarsi davanti a un’opera che probabilmente è stata il luogo dove si è consumato un abuso.

    Le vittime di Marko Ivan Rupnik che rappresento, pertanto, chiedono che anche gli altri vescovi, nelle cui diocesi sono presenti opere del famoso mosaicista, compiano lo stesso gesto forte e inequivocabile di sostegno a tutte le vittime di abusi».

    https://www.adista.it/articolo/73601

  • Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Denunce di abusi contro due preti e accuse al vescovo di averli coperti. In sé, purtroppo, non è un fatto nuovo. Ma se il vescovo in questione, nel mezzo dello scandalo, viene chiamato a Roma come prefetto del Dicastero per i vescovi la faccenda si fa oggettivamente molto grave. E se poi, da prefetto dei vescovi, nella sua vecchia diocesi viene nominato vescovo un suo amico, che si mette a cancellare le tracce, la cosa diventa più che sospetta.

    Ed è esattamente il caso che riguarda il cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano, vescovo di Chiclayo (Perù) fino a che papa Francesco lo ha nominato il 30 gennaio 2023 a guidare il Dicastero che presiede alla nomina di tutti i vescovi del mondo, ufficio realmente assunto il successivo 12 aprile insieme a quello di presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. La berretta cardinalizia è poi arrivata nel Concistoro del 30 settembre 2023.

    Ma andiamo con ordine: stando alle testimonianze giurate di tre vittime, di cui la Bussola è venuta in possesso, i fatti denunciati sono accaduti tra il 2006 e il 2010 e responsabili sarebbero due preti della diocesi di Chiclayo, circa 600 chilometri a nord della capitale Lima: padre Eleuterio Vàsquez Gonzales, conosciuto come padre “Lute”, e padre Ricardo Yesquen. Le vittime che hanno sporto denuncia sono tre giovani donne, bambine tra i 10 e i 14 anni al momento degli abusi: tre sorelle, che si sono decise a denunciare dopo aver scoperto a distanza di anni che tutte avevano subito abusi analoghi.

    La più intraprendente delle tre è stata Ana Maria Quispe Diaz, che già nei primi mesi del 2020 aveva contattato telefonicamente il vescovo Robert Prevost per segnalare il comportamento dei due preti e soprattutto di padre Lute, al tempo degli eventi parroco di san José Obrero (san Giuseppe lavoratore), nel distretto di Vittoria, e molto noto in diocesi. Il modus operandi di padre Vàsquez è analogo nei confronti di tutte e tre: si fa accompagnare in qualche missione in parrocchie lontane, dove si deve pernottare e, casualmente c’è solo un letto da condividere e lì cominciano abbracci, palpeggiamenti e strofinamento dei genitali.

    Le restrizioni dovute alla pandemia impediscono l’incontro di persona tra Ana Maria e il vescovo, incontro che avviene finalmente il 5 aprile del 2022 nella sede episcopale di Chiclayo, presenti tutte e tre le sorelle. Prevost, che curiosamente è stato anche l’autore delle Linee guida della Conferenza Episcopale peruviana per il trattamento dei casi di abusi sessuali, indirizza le donne al centro di ascolto da lui appena istituito e – secondo le testimonianze delle presunte vittime – le invita a sporgere denuncia presso le autorità pubbliche perché «nella Chiesa non avevano modo di indagare e solo indagini civili potevano essere usate dalla Chiesa per sanzionare» gli eventuali responsabili. Il che, come sappiamo, non è vero, le indagini canoniche sono indipendenti da quelle civili. Ma la denuncia alla polizia locale non porta a nulla perché l’eventuale reato è prescritto (il termine di prescrizione per questi reati, in Perù come in gran parte dell’America Latina, è di 4 anni). Nel frattempo però, giugno 2022, padre “Lute” viene trasferito nella parrocchia natale di Santa Cruz, ufficialmente per motivi di salute. Quanto a padre Yesquen nulla si poteva fare perché affetto da demenza senile e già da tempo ricoverato in una casa di riposo.

    A difesa di Prevost la diocesi di Chiclayo, in un comunicato del 10 settembre 2024, successivo a un’inchiesta del programma Cuarto Poder andato in onda l’8 settembre su América Television, afferma che il vescovo ha subito «adottato misure cautelari», avviando «indagini preliminari» e allontanando padre Lute con «interdizione dall’esercizio del ministero sacerdotale». Circostanza immediatamente smentita il giorno successivo dalle tre giovani donne che in una lettera aperta (qui il testo integrale) danno evidenza fotografica della presenza di padre Vàsquez a diverse celebrazioni eucaristiche tra il marzo e l’aprile del 2023 (foto sopra), addirittura alla messa crismale della diocesi, quando Prevost è già stato nominato prefetto ed è amministratore apostolico della diocesi, in attesa di trasferirsi a Roma.

    La diocesi afferma inoltre che tutto il materiale riguardante le indagini diocesane è stato inviato a Roma al competente ufficio del Dicastero per la Dottrina della Fede, che successivamente avrebbe archiviato il caso. Ma le tre giovani donne affermano che non sono mai state sentite da alcun “investigatore” e che non c’è traccia di questa indagine né di un eventuale esame da parte del Dicastero vaticano. L’unica volta che hanno potuto raccontare la loro storia davanti a un investigatore ufficialmente nominato dalla diocesi è quando l’amministratore apostolico succeduto a Prevost, il vescovo Guillermo Cornejo Monzón, ha aperto («riaperto» secondo la diocesi) l’indagine nel dicembre 2023 dopo che Ana Maria Quispe Diaz, esasperata dal silenzio della diocesi, ha reso pubblica la sua storia attraverso i social, peraltro scoprendo, secondo quanto afferma, almeno altri sette casi di ragazzine abusate dai due sacerdoti.
    Secondo la diocesi, comunque, le carte riguardanti il caso sono di nuovo state presentate al Dicastero per la Dottrina della Fede, presso cui tuttora giacciono in attesa di un esame.

    La vicenda resta dunque da chiarire, compresa la responsabilità del vescovo Prevost nel presunto insabbiamento; ma ci sono alcuni fatti incontestabili e quello che sta accadendo dopo la nomina di Prevost a Prefetto è quanto meno inquietante e ricorda altre vicende poco edificanti di questo pontificato, dal caso di monsignor Gustavo Zanchetta (qui e qui) a quello di padre Marko Rupnik.

    Di sicuro c’è che dal momento della prima segnalazione nel 2020 non c’è stata alcuna mossa di Prevost per chiarire la consistenza delle accuse e le restrizioni dovute alla pandemia non giustificano certo l’inazione. E anche dopo la denuncia formale dell’aprile 2022 nulla di concreto è stato veramente fatto, visto che la diocesi non è ancora stata in grado di dimostrare l’avvio di una indagine canonica e di aver fatto deporre le tre presunte vittime.

    Ma soprattutto destano stupore i tempi della nomina di Prevost a prefetto del Dicastero per i vescovi: nel gennaio 2023 il caso non è ancora andato in pasto alla stampa internazionale ma nella Chiesa peruviana la vicenda era già nota e secondo quanto potuto accertare dalla Bussola anche il Pontefice sarebbe stato avvertito del rischio. Non bastasse, erano già noti due casi imbarazzanti riguardanti monsignor Prevost al tempo in cui era superiore generale degli agostiniani (mandato che ha svolto dal 2001 al 2013), la copertura di due sacerdoti agostiniani accusati di abusi sessuali: padre Richard J. McGrath (caso diventato pubblico nel 2018 e per cui l’ordine agostiniano ha pagato 2 milioni di dollari di risarcimento alla vittima); e padre James Ray, poi ridotto allo stato laicale nel 2012, ma il cui legame con Prevost è stato svelato dalla stampa all’inizio del 2021. Da notare che in entrambi questi casi con Prevost è stato coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Chicago, il cardinale Blaise Cupich, notoriamente molto vicino a papa Francesco.

    Visto il contesto la nomina di Prevost appare quindi quantomeno azzardata se non proprio inopportuna in una posizione così delicata quale è la scelta dei vescovi di tutto il mondo. Ma il peggio avviene successivamente: poco dopo che l’amministratore apostolico monsignor Cornejo Monzón apre l’indagine sul caso (dicembre 2023), arriva la nomina del nuovo vescovo di Chiclayo. Il 14 febbraio 2024 il papa nomina monsignor Edinson Farfán Córdova, da appena 4 anni vescovo della prelatura di Chuquibambilla. Quale è il problema? Semplicemente che Farfán è agostiniano come Prevost, un suo amico personale e lo stesso Prevost ha partecipato alla consacrazione episcopale di Farfán. Non solo, a Chuquibambilla monsignor Farfán era stato accusato di aver coperto gli abusi di un altro sacerdote agostiniano, don Juan Carlos Olaya.

    In pratica il cardinale Prevost ha fatto nominare suo successore un suo amico e confratello, che infatti si è subito dato da fare per “ripulire” il passato del Prefetto. Non solo ha alzato un muro di omertà contro i giornalisti che hanno cercato di indagare sulle accuse contro padre Lute, decidendosi alla fine di pubblicare un comunicato lo scorso 10 settembre che le tre presunte vittime hanno prontamente sfidato. Ma ha ostacolato in ogni modo l’attività dell’avvocato canonista, monsignor Ricardo Coronado Arrascue, che dal 6 maggio 2024 ha assunto la tutela legale delle tre donne che accusano padre Lute e il cardinale Prevost: prima rifiutandosi di incontrarlo e poi rigettando la legittimità del suo incarico (foto a sin.), così da potergli rifiutare l’accesso ai documenti inerenti l’indagine.

    Non solo, contro Coronado parte un vero e proprio attacco concentrico: il 24 agosto la Conferenza Episcopale peruviana annunciava che monsignor Coronado non poteva più esercitare come canonista in Perù e quindi non poteva continuare a difendere i suoi clienti attuali. Una decisione che curiosamente anticipava la lettera del 29 agosto con cui il vescovo di Cajamarca (diocesi di appartenenza del canonista) gli comunica che presso il Dicastero del Clero in Vaticano è stato depositato un fascicolo a suo carico per un presunto delitto non meglio precisato “contra sextum” (ma fonti della Bussola parlano di un rapporto stabile con adulto consenziente); e che lo stesso Dicastero gli offre la possibilità di fare richiesta volontaria al Papa di chiedere la dispensa dal sacerdozio pena «l’avvio di un processo penale amministrativo». Poi un comunicato del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale pubblicato il 14 settembre (foto a dx) giustifica proprio con l’avvio del processo penale la decisione di proibire a Coronado l’attività nei tribunali ecclesiastici annunciata il 24 agosto. Se pensiamo alla lentezza e alla reticenza in Vaticano riguardo a recenti scandali in fatto di abusi sessuali, la rapidità e la severità delle misure contro monsignor Coronado (che peraltro respinge tutte le accuse) sono sorprendenti e molto più che sospette, visto anche che non si tratta di abusi ma eventualmente di rapporti tra adulti consenzienti.

    Insomma ce ne è abbastanza per chiedere di fare piena luce sulla vicenda e se nel frattempo sia opportuno mantenere il cardinale Prevost al suo posto.

    https://lanuovabq.it/it/preti-pedofili-coperti-ombre-su-prevost-il-cardinale-che-sceglie-i-vescovi

  • Sul sito di Vatican News un’opera di Rupnik a Ferragosto: «Affronto alle vittime di abusi»

    Sul sito di Vatican News un’opera di Rupnik a Ferragosto: «Affronto alle vittime di abusi»

    Le polemiche riguardo alla presenza delle opere di padre Marko Rupnik, l’artista ed ex gesuita ora sotto processo in Vaticano per abusi sessuali ai danni di alcune religiose, continuano a infiammare il dibattito pubblico e si estendono anche ai media della Santa Sede.

    In particolare, le critiche si sono amplificate online, con un focus su un’opera di Rupnik ancora visibile su VaticanNews, il portale informativo del Vaticano. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, ha sollevato la questione su X in occasione della festa dell’Assunta di ieri 15 agosto, sottolineando come la permanenza di questo mosaico possa rappresentare – a suo avviso – un simbolo di mal gestita sensibilità e un segno di «oscuri legami».

    «Vogliono compiacere il Papa»

    «Nel sito @VaticanNews sulle letture dell’Assunzione è rimasto un mosaico di p. Rupnik che non è esattamente infungibile», ha scritto lo storico sul social di Musk. «Il partito del #TooLittleTooLate (troppo poco, troppo tardi, ndr) vi vedrà la prova di oscuri legami; chi vuol prendere in castagna il papa sarà contento; le vittime si sentiranno più ferite», ha aggiunto. Secondo Melloni, la situazione non fa altro che alimentare il risentimento di chi ritiene che le vittime di Rupnik siano state ulteriormente ferite da queste scelte e che il Papa stesso potrebbe essere coinvolto in una presunta trama di opportunismo.

    Melloni ha poi commentato ulteriormente su X, con una serie di altri tweet, affermando di non sapere se e quando le opere di Rupnik saranno rimosse, ma ha osservato che vi è una grande quantità di lavori dell’artista che potrebbero essere considerati come tentativi di compiacere la visione papale attraverso un «gusto pretesco mediocre». Lo storico ha infatti dichiarato: «Penso che ce ne siano troppe (di opere di Rupnik, ndr) perché troppi pensavano di compiacere il papa. Ma immagino che nessuna comunità dove viva una delle sue vittime possa imporle di non chiederne la demolizione».

    https://www.open.online/2024/08/17/caso-rupnik-polemica-vatican-news-melloni/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 37 del 18 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 37 del 18 maggio

    Francesco Zanardi – Fondo svizzero risarcimenti quasi a secco

    Il fondo di risarcimento creato nel 2017 per chi ha subito abusi nella Chiesa cattolica svizzera sarà presto esaurito. Questo perché le richieste di indennizzo sono significativamente aumentate dallo scorso settembre, quando è stato pubblicato l’ormai noto studio dell’Università di Zurigo, che ha portato alla luce più di mille episodi a partire dagli anni Cinquanta.

    Il risarcimento accordato è modesto, un massimo di 20’000 franchi a testa. Fino a settembre erano ogni anno in media una trentina le persone che trovavano il coraggio di fare richiesta: per la precisione 44 nel 2017, 52 nel 2018, 25 nel 2019, 21 nel 2020, solo 9 nel 2021, 17 nel 2022 e 34 nel 2023. Ora però, come detto, la situazione è drasticamente cambiata.

    I 500’000 franchi all’anno di cui dispone il fondo, quindi, non basteranno. La commissione che lo gestisce ha già chiesto altri soldi. Quelli ancora in cassa, saranno meno di 80’000 franchi questa estate una volta versato il dovuto per alcuni casi in sospeso, “saranno sufficienti per quattro o cinque persone”, ha confermato la presidente Liliane Gross al portale cath.ch.

    I principali contributori sono la Conferenza dei vescovi svizzeri – con 300’000 franchi – e la RKZ ovvero l’associazione delle organizzazioni ecclesiastiche cantonali, che versa 150’000 franchi. Secondo cath.ch, l’aumento di questa voce di spesa avrà conseguenze: la Chiesa cattolica, per esempio, non avrà i mezzi per partecipare finanziariamente allo studio sugli abusi previsti in un prossimo futuro anche dalla Chiesa evangelica riformata.

    https://www.rsi.ch


    Alessio Di Florio – La CEI considera lo stupro un “atto impuro” con stress, aver bevuto o provocazioni “attenuanti”

    “La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali” è il titolo di un dossier pubblicato da worldcrunch.com già citato in due precedenti edizioni del nostro tg.

    Nel dossier sono citate alcune dichiarazioni di Mons. Ghizzoni in occasione della presentazione del primo “rapporto” della CEI nel 2022. Questo uno dei passaggi del dossier in cui si cita Ghizzoni

    «Ma c’è un altro passaggio degno di nota, quando Ghizzoni spiega il senso della seconda inchiesta in corso sui preti abusatori in Vaticano: “Chi commette dai 10 ai 50 casi nella sua vita è un abusatore seriale ed è un personaggio molto pericoloso, ma chi ha commesso un solo abuso nella sua vita, un giorno in cui ha bevuto, era sotto stress o se è lasciato provocatorio, possiamo considerarlo uno psicopatico seriale? Anche per questi dovremo pensare a soluzioni”. Chissà cosa pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Le dichiarazioni del Responsabile della tutela dei minori sembrano una sintesi trasparente, anche se evidentemente inconsapevole, delle motivazioni della Chiesa italiana a difendersi prima di cercare giustizia e verità. In definitiva, la questione degli abusi sessuali è diventata una delle questioni chiave su cui verrà misurata la capacità della Chiesa di avere importanza nel mondo di oggi».

    «Secondo Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice della rivista francese Temoignage Chrétien, le cause dello scandalo vanno ricercate proprio nel rapporto della Chiesa con la sessualità e la democrazia – riporta worldcrunch.com – Il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato».

    «Non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, ma esiste un legame indiretto molto potente – prosegue l’analisi di Pedotti – In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, inclusa la semplice masturbazione, è considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non esiste più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine diventa sfumata. Questa confusione è espressa nelle stesse parole dei responsabilità, che non smettono mai di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto».

    «Il problema, dice Pedotti, è che la Chiesa giudica la sessualità in relazione al sesto comandamento – non commettere adulterio – piuttosto che in termini di consenso – sottolinea worldcrunch.com – In un rapporto non consensuale è una persona che viene violata, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate».


    Federica Tourn – Rupnik Aparecida 

    Al Santuario nazionale di Nostra Signora di Aparecida, nello stato di San Paolo in Brasile, la più grande basilica mariana del mondo, è stata inaugurata l’11 maggi la facciata sud. Come la facciata nord, anche il grande ingresso meridionale è ora ricoperto dei mosaici dell’ex gesuita Marko Rupnik, il famoso teologo artista accusato di abusi da oltre venti donne. Un lavoro imponente, che ha coinvolto 41 artisti professionisti e 500 operai nel montaggio di oltre tremila metri quadri di mosaico sulla facciata e 650 metri quadri sulla colonnata con scene della Pasqua di Gesù. Si tratta della tappa più impegnativa della “Jornada biblica”, il progetto artistico e pastorale della Congregazione del Santissimo Redentore che amministra il santuario e che intende trasformarlo «nella più grande Bibbia a cielo aperto del mondo».

     «Il prezzo dei mosaici è di circa mille euro al metro quadrato, senza contare i materiali, la manodopera ei lavori di produzione, dai ponteggi all’uso dei macchinari necessari a preparare l’installazione», ha dichiarato Erasmo Freitas de Abreu a Isabel Gnaccarini , collaboratrice della Folha do São Paulo. Freitas è il direttore dell’atelier di architettura e arte sacra Amacom, che lavora con artisti brasiliani, laici e religiosi, e ha partecipato alla posa dei mosaici ad Aparecida sin dall’inizio. Se si calcola che la superficie della facciata nord è di circa 2.300 metri quadri, mentre la sud supera i tremila, a cui si aggiungono i 650 metri quadri di mosaico sulla colonnata, il conto è presto fatto: i padri redentoristi potrebbero aver pagato una cifra ai sei milioni di euro per i mosaici realizzati finora, a cui vanno aggiunti tutti gli altri costi, compresi quelli vicini dell’inaugurazione di ogni facciata.

    L’inaugurazione dell’11 maggio è stata appaltata in esclusiva al network interno Tv Aparecida. In Brasile finora la stampa è rimasta in silenzio: probabilmente i padri redentoristi non possono permettersi che circolino notizie sullo scandalo sessuale che ha coinvolto Rupnik, con il rischio che i devoti finanziatori aprono gli occhi e smettano di vuotare le tasche nelle casse del santuario.

    I mosaici di Rupnik nella Basilica di Nostra Signora di Aparecida sono un’opera realizzata da un abusatore e pagata dai fedeli . «I pannelli dei mosaici dovrebbero essere rimossi e rispediti al Centro Aletti», ha detto Marina Massimi dell’Università di San Paolo a Crux, e ha aggiunto: «quando (Rupnik) è stato assunto, le gerarchie ecclesiastiche erano già a conoscenza delle accuse nei suoi confronti. Anche questo è un abuso, stavolta nei confronti dei fedeli che hanno donato i soldi per il progetto. Per ragioni etiche, il denaro dovrebbe essere restituito al fondo dei pellegrini».

    Fonte: https://appunti.substack.com/p/larte-dellabuso-inchiesta-su-rupnik


    Ludovica Eugenio – P. Hans zollner: nella questione degli abusi la risposta della chiesa è insufficiente

    «Il nostro problema non è che non esistano norme o leggi adeguate. Il nostro problema è che il management non è disposto o non è in grado di implementare i propri standard e garantirne la sostenibilità». Lo ha affermato il gesuita p. Hans Zollner in una lunga intervista sugli abusi nella Chiesa rilasciata alla rivista teologica online di lingua tedesca Feinschwarz. Docente di psicologia, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di antropologia dell’Università Gregoriana, è stato membro della Pontificia Commissione Tutela Minorum fino al 2023 quando si è dimesso a causa della mancanza di trasparenza e dell’inefficienza dell’organismo.

    «Nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, soprattutto quelli con la popolazione più numerosa e più giovane, la violenza sessuale non è ancora un argomento che tocca realmente il pubblico, anzi, spesso è un tabù. E sugli abusi nemmeno la Chiesa cattolica è «un blocco monolitico», afferma Zollner: «Anche nei vertici della Chiesa cattolica non esiste una linea comune». Anche se sono stati fatti passi avanti nella prevenzione, l’incontro concreto con le vittime di abusi continua ad essere «così inquietante e spiacevole» che molti nella Chiesa, tra responsabili e semplici fedeli, lo evitano.

    La sensazione che la risposta della Chiesa sia inadeguata è forte anche quando la gerarchia chiede scusa: spesso – spiega il gesuita – queste parole di rammarico non provengono da una profonda convinzione personale e non hanno conseguenze adeguate. Molte suonano vuote se le preoccupazioni delle persone colpite continuano a non trovare risposta e se coloro che non hanno tenuto fede alle proprie responsabilità morali e legali si tirano indietro. Ciò accade perché, afferma, «si stanno ancora affrontando casi singoli e non si traggono conseguenze sistemiche». Insomma, «Non è ancora chiaro a molti nella Chiesa – non solo ai ministri – che alcune correzioni marginali non sono sufficienti. Credo che l’aspettativa che le radici degli abusi e degli insabbiamenti vengano analizzate, discusse e cambiate non sia stata soddisfatta. La mentalità, gli atteggiamenti e le strutture che promuovono o cementano il desiderio di prestigio, un’eccessiva identificazione con l’istituzione, un rapporto acritico con l’autorità e il potere e una sessualità immatura sono ancora individuabili ovunque». Naturalmente ci sono anche esperienze che vanno in un’altra direzione, concede Zollner, «ma nel complesso resta la percezione che “la” Chiesa si preoccupa principalmente di se stessa».

    Ne va della fede stessa, sottolinea ancora: «Puoi credere solo se ti fidi. La fiducia nasce dal vedere qualcuno fare ciò che dice. Laddove accade il contrario non solo una volta, ma costantemente e ovunque – dove “la” Chiesa ignora le persone colpite e protegge i colpevoli – viene distrutto il fondamento della credibilità».

    Se poi i vescovi trattano le vittime come fastidiose piantagrane, non prestano loro alcuna attenzione pastorale o umana e non seguono nemmeno le norme della Chiesa sugli abusi, queste persone diventano vittime per la seconda volta. A preoccuparlo soprattutto, nella Chiesa, conclude, «è la mancanza di coraggio e di forza nella leadership ecclesiastica quando si tratta di affrontare gli abusi, ammettere le colpe e trarre le conseguenze, sia a livello personale che strutturale.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Francesco Zanardi – Urbino, la procura apre un fascicolo su don Roberto Pellizzari

    È stata ascoltata dalla Procura di Urbino la presunta vittima nell’inchiesta che ha coinvolto, con l’accusa di abuso su minore, il sacerdote 63enne Roberto Pellizzari, attualmente residente in Svizzera, la cui villa di Sant’Angelo in Vado era stata perquisita e posta sotto sequestro due settimane fa dalla polizia scientifica di Ancona.

    Gli inquirenti avevano messo i sigilli alla grande abitazione e, per molte ore, avevano passato al setaccio ogni stanza della grande casa messa in vendita dal parroco già dagli inizi del 2022. L’apertura del fascicolo d’indagine, da parte della Procura di Urbino che attualmente sta procedendo d’ufficio, risale al 2023: mesi dopo la Procura ha disposto questa perquisizione su larga scala, con l’utilizzo di otto agenti da Ancona e l’impiego di strumentazioni specifiche volte a cercare non solo impronte digitali ma anche eventuali liquidi biologici.

    Secondo fonti giornalistiche svizzere Roberto Pellizzari, per il quale non sono noti provvedimenti restrittivi né procedimenti penali a carico in Svizzera, si trova tuttora a Le Locle, sospeso dall’esercizio delle funzioni sacerdotali ma non trasferito.


    Federica Tourn – Il legame fra arte e abusi nell’opera di don Marko Rupnik

    L’11 maggio sarà inaugurata la facciata sud del Santuario di Nostra Signora di Aparecida, la seconda basilica più grande del mondo dopo San Pietro in Vaticano. Come nel caso del rivestimento della facciata nord, inaugurata nel marzo 2022, anche i mosaici che ricoprono il lato sud del Santuario portano la firma di Marko Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su almeno una ventina di donne ed espulso lo scorso luglio dalla Compagnia di Gesù.

    L’inaugurazione prevista ad Aparecida per l’11 maggio appare una provocazione per le vittime.

    Lo stretto legame fra l’opera artistica di Marko Rupnik e gli abusi da lui commessi è confermato proprio da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità Loyola. Branciani ha raccontato (prima al giornale Domani e poi durante una conferenza stampa, lo scorso 21 febbraio a Roma) di aver subito violenze per nove anni da padre Rupnik, quando il gesuita era il padre spirituale della Comunità Loyola, che aveva contribuito a fondare insieme a Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia.

    «In Rupnik, la dimensione sessuale non si può separare dall’esperienza creativa. Nel ritrarmi, mi spiegava che rappresentavo l’eterno femminino: la sua ispirazione artistica deriva proprio dal suo approccio alla sessualità», spiega Gloria Branciani, che è stata modella di Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e frequentava il suo atelier in piazza del Gesù un rom. «Sosteneva che la sessualità si trasforma e viene purificata nell’opera d’arte», aggiunge Branciani.

    «Le mie attese spirituali per una riflessione sul rapporto fra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi», conferma suor Samuelle, eremita diocesana in una diocesi francese. Suor Samuelle ha vissuto dal 2010 al 2014 al Centro Aletti, dove era andata a fare pratica come mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    Per suor Samuelle, il cantiere è stato il luogo dell’approccio sessuale: «nella realizzazione dei mosaici in Italia e all’estero sono coinvolte persone manipolate e molestate da lui – dice la religiosa – oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti a opere fatte da vittime?». Non solo: «Rupnik ha imparato a fare i suoi disegni quarant’anni fa, grazie alle aggressioni sessuali su Gloria – sottolinea suor Samuelle – I mosaici di oggi hanno la radice nel periodo in cui usava le donne come modelle e mezzora dopo abusava di loro ».

    Intanto, dopo che il papa ha tolto la prescrizione, si è riaperto il processo a Rupnik per i fatti risalenti all’epoca della Comunità Loyola. Lo scorso 3 aprile l’avvocata rotale Laura Sgrò ha depositato al Dicastero per la Dottrina della fede le denunce di cinque donne, fra cui Gloria Branciani e suor Samuelle .

    Fonte: OSV Notizie


    Alessio Di Florio – Aggressione e minacce, ha chiuso in anticipo la mostra sessualizzata

    “Gratia Plena” è una mostra allestita nell’ex chiesa di Sant’Ignazio di Carpi (Modena), sede del Museo Diocesano, dall’artista Andrea Saltini. Ne abbiamo parlato già nell’edizione numero 31 di questo notiziario. Saltini e chi ospita la sua mostra sono finiti nel mirino di chi lo accusa di blasfemia. Secondo taluni la mostra sarebbe blasfema e in ogni rappresentazione ci sarebbero riferimenti sessuali. Saltini ha smentito e dimostrato che così non è e le immagini sono più che chiare. Nonostante questo nelle scorse settimane, come abbiamo raccontato il mese scorso, c’è stato un crescendo contro di lui che è arrivato a minacce fisiche e un’aggressione.

    Nel ventre del mondo cattolico accade anche questo: si minimizzano o si occultano gli abusi, si nasconde il criminale dominio sessuale esistente e si vede – scatenando un’indignazione e una mobilitazione che mai abbiamo visto nei confronti di abusatori e stupratori seriali, pedofili e non solo – una blasfemia sessuale lì dove non c’è. Un dato su cui ci sarebbe molto da riflettere.

    Di fronte a tutto questo Saltini ha annunciato di recente la chiusura anticipata della mostra. «La decisione è dettata dal mio precario stato di salute, conseguente all’aggressione e alle continue manifestazioni di dissenso culminate nei noti episodi di violenza fisica e verbale . Per altro, non mi è più possibile sostenere i costi relativi alla sicurezza, prima non preventivati, indispensabili al fine di garantire l’accesso sereno dei visitatori alla mostra e l’incolumità di tutti i collaboratori ed i volontari. Un sentito e doveroso ringraziamento ai curatori della mostra, al mio team ea tutti coloro che mi hanno sostenuto» ha dichiarato Saltini, ripreso dal quotidiano Avvenire.


    Federico Tulli – Il santo che copriva i pedofili e il fido scudiero che copriva il santo

    Mezzo secolo di accuse. Così titolava nel 2002 una scheda pubblicata su “L’Espresso” da Sandro Magister dedicata a Marcial Maciel Degollado fondatore dei Legionari di Cristo, una congrega di livello mondiale potente all’epoca quanto l’Opus Dei: “Le prime accuse di violenza su minori sono del 1948. Sono trasmessi a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo in Messico. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta in Messico. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall’avvocato incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Martin, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato”.

    La situazione per Maciel precipita pochi anni dopo. Nel 2004 il promotore di giustizia, monsignor Charles Scicluna, incaricato dalla Santa Sede di indagare, raccoglie le testimonianze di trenta ex seminaristi Legionari che accusavano Maciel di abusi sessuali e psicologici. Nel 2005 Joseph Ratzinger diventa Benedetto XVI. Il 19 maggio 2006 l’ultraottantenne fondatore dei Legionari viene sospeso a divinis per le violenze pedofile e per aver assolto dei pedofili in confessione, ed è «invitato» dalla Congregazione, con l’avallo di Benedetto XVI, a ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza ea rinunciare a ogni ministero pubblico. Ma Benedetto XVI è, come detto, Joseph Ratzinger, cioè la stessa persona che quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede tra il 1981 e il 2005 sapeva delle accuse contro Maciel Degollado e non ha fatto letteralmente nulla contro di lui. Ecco cosa scrive al termine di un’inchiesta condotta per sei anni i giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner, raccolta nel libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” (Fazi ed.): “Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete Casabella sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla per il quale iniziò subito il processo di beatificazione; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza”.

    La tesi di Berry e Renner è convincente, osservò il “Boston Globe”: “Maciel ha compiuto abusi sessuali in serie e avrebbe dovuto essere allontanato dalla Chiesa da lungo tempo, ma è rimasto indenne grazie al potere che ha acquisito in Vaticano sotto Giovanni Paolo II”. Morto Wojtyla la Santa Sede, come da prassi consolidata, si affrettò a sminuire le responsabilità del nuovo papa Ratzinger affidando la ricostruzione ufficiale a un comunicato in cui viene valorizzato il suo ruolo di quando era il capo della magistratura vaticana. Nella nota della sala stampa vaticana del 19 maggio 2005 tra le altre cose si legge: “… l’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger, ha autorizzato una investigazione delle accuse. Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio la Congregazione, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare ilpadre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico. L’attuale Pontefice – cioè Joseph Ratzinger [sic!] – ha quindi approvato queste decisioni. E la Santa Sede – conclude la nota – indipendentemente dalla persona del fondatore, riconosce con gratitudine il benemerito apostolato dei Legionari di Cristo e dell’associazione Regnum Christi”. Cinque anni dopo, nel 2010, quando non sarà più possibile sviare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dallo scandalo planetario di cui per decenni scanditi da violenze e abusi su donne, ragazzi e minori, si erano resi responsabili decine di membri della congregazione, Benedetto XVI si decise a commissariare i Legionari di Cristo. Come sempre agisce la Chiesa in questi casi, per le vittime, era ormai troppo tardi.

  • Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Pascal Hubert (PH): Ci ritroviamo per un nuovo scambio di opinioni, stavolta sul caso Rupnik. Prima di affrontare l’argomento, vorrei che tu dicessi in poche parole qual è la ragione della tua presenza qui oggi.

    Renata Patti (RP): Ho risposto due settimane fa a un’intervista apparsa il 21 febbraio sul giornale Dimanche. In questa intervista, che è stata molto importante per me, Christophe Henning mi ha posto domande molto precise, sapendo che avevo partecipato alla redazione del libro Dall’abuso alla libertà. Ero molto contenta di poter usare la parola emprise, in francese, perché in italiano non c’è traduzione. L’emprise non è l’abuso: succede prima. E parlando del Movimento dei Focolari, dal quale io provengo, abbiamo parlato degli abusi spirituali, di coscienza, psicologici, finanziari e sessuali.

    L’ultima domanda era: «Ha qualcosa da aggiungere?». Ho risposto: «Sì». Perché per il fatto di aver testimoniato in questo libro, non da sola logicamente, Renata Patti era ritrovabile sia con un numero di telefono, sia con un indirizzo mail su Internet. E altre vittime, questa volta di don Marko Ivan Rupnik e della ex suora – perché la Comunità Loyola è stata sciolta e le religiose laicizzate – Ivanka Hosta, hanno preso contatto con me. La domanda mi ha dato l’occasione di parlare di questi contatti. Importante per me sottolineare che dialogando con queste vittime abbiamo trovato il denominatore comune di tutti i fondatori e le fondatrici. Loro, uomini fondatori e donne fondatrici, hanno voluto prendere il posto di Dio e penetrare nella coscienza di noi vittime, che cercavamo Dio con sincerità. Il fatto che quello stesso 21 febbraio ci fosse a Roma la conferenza stampa di due vittime di Rupnik che conoscevo è stata per me una coincidenza sconvolgente. Non so se in Belgio, in Francia, questa notizia ha veramente spaccato. Fatto sta che non ho parole per definire questo evento.

    PH: Parleremo infatti di questa conferenza stampa del 21 febbraio 2024. Magari prima torniamo brevemente sugli antecedenti di questo fatto. Ricordiamo che inizialmente, in un’altra vicenda, Rupnik è stato accusato di aver avuto rapporti sessuali con una donna prima di darle l’assoluzione. Dopodiché, nel 2020, Rupnik è stato scomunicato dal Vaticano per un breve periodo di tempo, cosa che di fatto rappresenta la sanzione più grave sul piano canonico, ma lui, si dice, ha riconosciuto i fatti, si è pentito e la sanzione è stata revocata. In seguito, a giugno 2023, l’Ordine dei gesuiti, dal quale proviene anche papa Francesco, ha espulso Rupnik. Il Vaticano aveva invocato la prescrizione dei fatti per chiudere il caso nel 2022 senza indagini.

    Altro evento di estrema importanza in questa vicenda è che due giorni dopo l’incontro del 15 settembre 2023 tra il papa e la direttrice del Centro Aletti, la diocesi capitolina parla di vita comunitaria sana e senza problemi particolari. È evidente che purtroppo le donne maltrattate sono completamente assenti da questo dibattito. Quindi forse per questo motivo a un certo punto i principali interessati, cioè le vittime di Rupnik, decidono di prendere la parola ed ecco che arriviamo, Renata, a questa famosa conferenza stampa del 21 febbraio 2024, durante la quale Gloria Branciani, ex membro della Comunità Loyola, si mostra stavolta a viso aperto e parla a lungo degli abusi subiti per mano dell’ex gesuita. Stessa cosa per l’altra vittima di cui parleremo, ossia Mirjam Kovac. Puoi illustrarci come si sono svolti i fatti durante questa conferenza stampa? Cosa è stato detto esattamente?

    RP: Allora, io spero che le persone interessate possano leggere un articolo, che è quello che mi sembra aver colto ciò che occorre oggi denunciare. Allora, detto che in Italia il Corriere della Sera ha pubblicato e subito dopo The Guardian, giornale che è mondialmente considerato come uno dei più obiettivi, anche altri giornali hanno pubblicato, ma, alla conferenza stampa, di italiani ce n’erano ben pochi. Su circa 35 o 40 giornalisti, 4 o 5 erano italiani, il resto stranieri. L’articolo italiano che io tengo a sottolineare è quello della Bussola Quotidiana di Luisella Scrosati, la quale, dato atto della presenza di un avvocato, e dell’introduzione in inglese fatta dall’organizzatrice, Anne Barrett Doyle, copresidente di BishopAccountability, ha sottolineato che Mirjam Kovac (che era la segretaria personale della fatidica Ivanka Hosta, prima sorella, alla quale ancora molte sono legate), era lì garante di ciò che Gloria Branciani raccontava nei dettagli. Ci sono stati dettagli commoventi in almeno tre momenti: Mirjam è garante del fatto che Gloria è fuggita dalla comunità e ha tentato il suicidio. Mirjam ha lasciato la comunità tre anni dopo. Il percorso spirituale di Gloria è il suo personale e lei ha tenuto a dire questo travaglio. Era presente l’avvocatessa Laura Sgrò, che è colei che porta anche avanti l’inchiesta su Emanuela Orlandi come legale della famiglia. Ma a parte questo, per il percorso fatto Gloria ha tenuto a dire: «Io ho perdonato me stessa, ho perdonato anche Rupnik. Cerco la verità e attendo la giustizia». Questa frase, che per Gloria è essenziale, perché dice quello che lei sta vivendo, è stata presa da Vatican News, testata ufficiosa del Vaticano, come unico punto di citazione virgolettata di questa enorme conferenza stampa, durata quasi due ore. Come ha sottolineato con il suo humour Luisella Scrosati, guarda caso Vatican News si è svegliato proprio quel giorno, perché era stato in silenzio dal momento in cui il Santo Padre, papa Francesco, aveva tolto la prescrizione per questi reati, delitti, e non peccati.

    Perché dico questa cosa del peccato? Perché in Italia, non so in Francia o in Belgio o in altri parti, è apparso un titolo: “Le vittime si devono vergognare”. Un gesuita sloveno di nome Roblek, che è stato il maestro dei novizi al tempo di Rupnik, ha accusato le vittime non solo di avere peccato con don Marko Ivan Rupnik dicendo che si dovevano vergognare per questo, ma che peccavano la seconda volta e ancor più mettendo in pubblico tutto ciò che hanno raccontato.

    Allora: da una parte c’è un’avvocatessa, Laura Sgrò, che porta due vittime a denunciare dei reati. Sono delitti, non sono peccati. Dall’altra, un gesuita che si permette, pur con l’età e tutte le scusanti che si potrebbero trovare, di essere una mina vagante e colpire queste creature. Basta! Io non posso più permettere, in quanto vittima di abuso spirituale e a conoscenza di tutto ciò che è ormai pubblico, che non ci sia una reazione pubblica dei gesuiti, il gesuita provinciale sloveno o anche il generale dei gesuiti. Per favore, fatevi sentire!

    PH: Di certo, alla Chiesa non piace quando le vittime si esprimono, perché preferisce che gli abusi siano per così dire risolti al suo interno, è una questione di reputazione da tutelare. Il problema qui è che Gloria aveva già denunciato le violenze che aveva subito da parte di Rupnik nel 1993 alla sua superiora Ivanka, e all’epoca ovviamente non è stato fatto niente.

    RP: Certo, è così.

    PH: Oggi Rupnik, all’età di 69 anni, è accusato di aver perpetrato violenze sessuali e psicologiche su almeno una ventina di donne, per un periodo di 30 anni, soprattutto all’interno della comunità di cui era mentore, che è stata sciolta. Ora, è chiaro che se le vittime non prendono la parola in prima persona, all’interno della Chiesa non succede niente. Vorrei un po’ parlare, Renata, dei fatti di cui Rupnik si sarebbe reso colpevole, perché non sono fatti di poca importanza, tutt’altro, sono fatti estremamente gravi. In particolare, Gloria ha fatto questa dichiarazione alla conferenza stampa del 21 febbraio 2024: «Mi portava nei cinema pornografici per aiutarmi a crescere spiritualmente. Diceva che non sarei potuta crescere spiritualmente se non avessi soddisfatto i suoi bisogni sessuali. E per raggiungere i suoi scopi, padre Rupnik invocava la Trinità per obbligare le religiose ad avere rapporti sessuali a tre con lui». Dal canto suo, Mirjam Kovac, che ha abbandonato la Comunità Loyola nel 1996, ha dichiarato durante questa stessa conferenza: «Eravamo giovani, ma i nostri ideali sono stati sfruttati medianti abusi di coscienza, di potere, spirituali, fisici e spesso sessuali». Questo è per capire anche l’impatto estremamente profondo sulla vita di queste religiose che hanno dovuto subire abusi sessuali con il silenzio complice del Vaticano. Cosa evoca in te questo genere di episodi che arriva adesso a conoscenza del grande pubblico? Perché da un lato si dice alle vittime: “Avreste dovuto tacere”, e allo stesso tempo sappiamo che il fatto di tacere può sfociare, come hai detto tu, in tentativi di suicidio o in suicidi.

    RP: Comunicando tra noi c’è un dialogo, ciascuna di noi arriva da esperienze diverse. Anche per esempio con Fabrizia Raguso, che forse un mese fa, ha risposto a delle domande fatte proprio attraverso di te. Ciò che noi rimarchiamo e che io voglio sottolineare stasera per fare la mia parte è che questo abuso di potere ecclesiale diventa abuso spirituale di coscienza e piano piano, non sempre come nel mio caso, arriva all’abuso sessuale. Non dimentichiamo che in questo momento in cui tutte queste cose vengono alla luce, Ivanka Hosta conduce la sua vita placidamente a Braga, in Portogallo, come se niente fosse. Ci sono una parte di ex sorelle che sono talmente fuse con la fondatrice che non riescono nemmeno a capire che la Chiesa ha pronunciato un giudizio. Le si vede in prima o seconda fila in cattedrale ogni domenica e ricevono la comunione dal vescovo. Questo con anche i saluti – o prima o dopo, come funziona quando si va alla messa la domenica – dei gesuiti e tutti le conoscono. Allora, queste si aggrappano alla fondatrice; altre sono disperate. Perché? Perché hanno un anno per reinserirsi nella vita diciamo “normale” con l’aiuto di tre persone a loro presentate come gli aiuti psicologici, morali, eccetera. Ma quelle sono 45, queste sono 3. Ciascuna di quelle 45 ex sorelle avrebbe bisogno di una psicoterapia, a volte psichiatrica. Voglio specificare che non sto parlando a vanvera, perché anche noi, ex focolarini e focolarine (ormai esiste l’Oref, organizzazione di ex focolari, anche se io non ne faccio parte), ci siamo trovati in un disequilibrio quando siamo usciti dal focolare. Faccio un esempio. Ero in Belgio, a Bruxelles, Nunziatura Apostolica. Non ci sono più religiose, perché sono state ritirate dalla loro congregazione e il nunzio attende delle nuove religiose di un’altra congregazione. Ne arrivano quattro dalla Polonia, non conoscono né il francese, né il fiammingo, né il tedesco. La prima cosa di cui il nunzio ha bisogno è: «Andate a fare la spesa, abbiamo bisogno di riempire il frigorifero». Queste religiose si sono ritrovate dalla Polonia in un supermercato di Bruxelles incapaci di fare la spesa. Perché? Troppa scelta, troppa scelta. Non sapevano scegliere. Quattro tipi di mele! Panico! Cosa scegliamo?

    PH: È un altro mondo.

    RP: Esattamente. Dunque le sorelle che si sono trovate malgrado loro in questo… come chiamarlo? mulino di pietra, macinate, durante tutti questi anni, perché non hanno mai dovuto fare nulla per conto loro, era tutto dettato dalla religiosa superiora. Ecco, adesso, la Comunità Loyola non esiste più: viva la libertà, no?

    PH: Per concludere, Renata, un’ultima domanda. Sappiamo che anche nel Movimento dei Focolari si sono verificati abusi sessuali. C’è stata una relazione implacabile che ha denunciato l’inerzia dei dirigenti. Parlavamo della scomunica di Rupnik nel 2020. Qui, per quanto riguarda i Focolari, nell’ottobre del 2020, più o meno nello stesso periodo, il più alto responsabile francese si dimette in seguito alla rivelazione di abusi sessuali perpetrati all’interno del movimento da uno dei membri più carismatici. Qui non si parla di religiose, ma di una trentina di bambini e adolescenti che sarebbero state vittime di aggressioni sessuali da parte di Jean-Michel Merlin, figura di spicco dei Focolari. Riprendo un articolo di Christophe Henning pubblicato su La Croix. Quindi è evidente, come dicevo prima, che se la presa di coscienza non proviene dall’esterno della Chiesa, non si mette in moto niente. Quindi ti voglio fare questa domanda, Renata: le vittime della Chiesa, di una comunità o di un movimento ecclesiale, cosa devono aspettarsi dalla Chiesa per quanto riguarda la denuncia, dal momento che la Chiesa stessa non fa assolutamente niente?

    RP: Niente. Niente. Le vittime che hanno veramente capito questo devono andare dalla polizia, alla questura, dalla magistratura. Allora, c’è una cosa che è uscita in questi giorni ed è proprio una francese che l’ha postato su Facebook, MarieJo Thiel, per quanto riguarda il cardinale canadese Lacroix, del Quebec, che fa parte del C9, cioè il circolo ristretto di papa Francesco. Sembrerebbe che il papa abbia firmato che l’indagine su questo cardinale, accusato di abusi, deve essere fatta da un giudice esterno al Vaticano. Se veramente papa Francesco ha capito che non si muove nulla negli ingranaggi vaticani, noi attendiamo che ci si muova attraverso anche una firma sua autorevole, che solo lui può mettere e che mette da parte tutte le amicizie, tutti i ricordi che riguardano persone che hanno commesso delitti. Se il padre Roblek, sloveno, ha questa affinità di affetto con Rupnik (d’altra parte metà dei gesuiti in Slovenia è dalla parte di Rupnik e l’altra metà è contro di lui), per lui la Chiesa e il Vaticano non esistono! Siamo arrivati al punto di dirci, noi che veniamo dalla Chiesa cattolica, che resta la nostra coscienza.

    Ricordo perfettamente un gesuita, p. Jean-Marie Hennaux, che ha avuto qualche cosa da dire fin dall’inizio del mio risveglio, per così dire, alla verità, e ha messo nero su bianco, ha scritto l’accusa contro Chiara Lubich. Lui ha detto a una mia amica che ho condotto da lui, ex Opus Dei, «L’importante è la fedeltà alla propria coscienza, se lo ricordi, la fedeltà alla propria coscienza».

    PH: Sono belle parole, certo, ma se fosse realtà non saremmo qui a denunciare abusi che vanno avanti da oltre 30 anni. Vorrei citare brevemente qualche frase di un articolo pubblicato sulla rivista Golias del 13 gennaio 2023. E del resto anche questa rivista è stata aspramente criticata all’epoca, accusata di complotti, mentre avrebbe dovuto tacere come tutti gli altri. In questo caso penso si possa dire che la coscienza ha avuto la meglio sul silenzio. L’articolo si intitola: “Caso Rupnik: scandalo al livello più alto”. E tra le altre cose, l’articolo dice: «Quello che emerge adesso è terribile. Marko Rupnik è un predatore sessuale che opera tra le religiose da più di 30 anni. È gesuita e tutto lascia credere che a questo titolo abbia beneficiato di una protezione totale». Penso che sia chiaro che in questo caso la coscienza non si sa bene dove potremmo ritrovarla.

    RP: Sai, Pascal, quello a cui padre Hennaux si riferiva, è che questa persona aveva già deciso di abbandonare la Chiesa, perché diceva: la stessa deriva settaria che trovo nell’Opus Dei, nei Focolari, nei Legionari è palese nella struttura ecclesiale. Con una differenza… Cioè: i Focolari, Opus Dei, Comunione e Liberazione dicono: siamo i migliori, guardate a noi! E la Chiesa cosa fa? Parla ma non agisce secondo le parole che dice. Proprio l’altro giorno, il Vangelo diceva: fate quello che dicono, ma non quello che fanno. Io non mi posso mettere al posto di Gesù, ma queste sono le sue parole!

    PH: Beh, di certo, in generale si chiede alle persone di essere fedeli alla propria parola e non viceversa, è una questione di credibilità!

    RP: Certamente, è così. Questo però è importante: che le vittime parlino e denuncino e non attendano giustizia e verità dalla Chiesa. Occorre andare alla polizia! In ogni Paese c’è qualcuno che ha una divisa! Quando è stato rilanciato un appello della polizia di Nanterre che chiedeva alle vittime di Jean-Michel Merlin di farsi avanti, perché il rapporto di GCPS Consulting non era soddisfacente, mi sono sentita spinta in quattro e quattr’otto a fare una mail; due minuti dopo, esattamente due minuti dopo la spedizione di questa mail, il telefono è suonato e avevo al telefono il questore, che si occupava del caso, che non aveva capito bene la mia mail e voleva delle spiegazioni. Questa è stata la più bella telefonata di 40 minuti che io ho potuto avere per dire ciò che sapevo, ciò che pensavo ed esprimere le derive settarie del Movimento dei Focolari non all’interno della Chiesa, ma alla polizia. Pensate un po’: sono loro che mi hanno telefonato! Quindi la situazione è la seguente: questa è la Francia, Golias è in Francia, ci sono dei libri – come La Trahison des Pères di Céline Hoyeau – che, portati in Italia, grazie a Dio (Il tradimento dei padri), fanno riflettere. Guardate: siete partiti voi francesi, eh! La Francia è avanti mille miglia!

    PH: Certo, l’Italia è un’altra storia rispetto alla Francia.

    RP: Proprio così, è veramente tutta un’altra triste storia.

    PH: Volendo quindi concludere magari con una nota di speranza, Renata, la morale di questa storia, se possiamo ricavarne una da quello che è stato detto brevemente sul caso Rupnik, è che le vittime non devono aspettarsi niente dalla Chiesa e che dovrebbero comportarsi come qualsiasi altra vittima in un caso civile classico. Quindi, da un lato osare far sentire la propria voce senza più sentirsi in colpa, e poi in secondo luogo denunciare i fatti sapendo che saranno ascoltate e che devono andare fino in fondo con una denuncia che sarà poi oggetto di una vera e propria sentenza in sede di tribunale.

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