Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: matteo zuppi

  • BLA BLA BLA… CEI presenta il secondo report

    BLA BLA BLA… CEI presenta il secondo report

    Come si era presa impegno la CEI, è stato presentato oggi il secondo report annuale sugli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. (Sintesi-Seconda-Rilevazione)

    Un report che declassa le aspettative della stessa iniziativa della chiesa italiana (già tanto arretrata nei confronti dell’Europa), infatti neppure si parla più “indagine report” e di dati provenienti da CDF o altri organi citati nel report precedente.

    Nella sostanza viene reportato per la quasi integrità del documento – auto acclamando non poco per non dire unicamente – quanto a detta della CEI stanno facendo di positivo sul territorio gli sportelli diocesani.

    Dico a detta della CEI in quanto oltre a non denunciare i casi alle autorità civili, non fornisce alcun dato su fatti luoghi ecc. e di conseguenza è inverificabile.

    Si parla nell’anno 2022 di 32 casi (abusatori) e 54 vittime che si sono rivolte in tutta Italia agli sportelli. Decisamente meno delle segnalazioni pervenute alla Rete L’ABUSO durante lo stesso anno. Segnalazioni che la CEI non vuole recepire dal 2021 malgrado l’apparente (almeno mediatica) intenzione “garantista” dello stesso cardinale Matteo Zuppi, di voler dialogare con i sopravvissuti e le associazioni che le tutelano.

    Si aggiungono poi le diocesi reticenti alle segnalazioni, tra le ultime quella di San Remo che dietro una segnalazione, neppure si interessa di acquisire i casi, minacciando querela al segnalante.

    Circostanza molto diffusa che la CEI non ha messo nel report…

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/11/10/lo-schiaffo-della-conferenza-episcopale-francese-alla-nullafacente-cei-lunica-a-fallire-in-europa-sulla-pedofilia/

  • Lo schiaffo della Conferenza Episcopale Francese alla “nullafacente” CEI, l’unica a fallire in Europa sulla pedofilia

    Lo schiaffo della Conferenza Episcopale Francese alla “nullafacente” CEI, l’unica a fallire in Europa sulla pedofilia

    La Conferenza Episcopale Francese ha risarcito un sopravvissuto italiano, Piero Brogi.

    L’uomo – tra i fondatori della Rete L’ABUSO, oggi 60enne e residente in Francia – era stato abusato a Roma nella parrocchia dei SS. Aquila e Priscilla all’età di 9 anni, da monsignor Angelo Pio Loco Boscariol oggi deceduto.

    Durante l’inchiesta della Commissione indipendente francese CIASE l’uomo (se pur abusato in Italia) decise di presentare comunque la denuncia chiedendo di essere risarcito dalla chiesa in quanto istituzione globale.

    Dopo una serie di accertamenti da parte della Conferenza Episcopale Francese sul fatto accaduto in Italia, ha ricevuto l’indennizzo economico.

    Un indennizzo quantificato a seconda dei casi per un massimo di 60.000€, sicuramente simbolico che però almeno restituisce alle vittime un valore più immenso, quello del riconoscimento e del reale pentimento.

    Purtroppo in Italia questo al momento non è neppure ipotizzabile in quanto la CEI stessa ha scelto di continuare sulla linea criminale, di proseguire  nell’insabbiamento interno, nella NON denuncia alle autorità civili, nel NON riconoscimento delle vittime, alle quali lo stesso Presidente Matteo Zuppi rinnega nei fatti qualunque possibile dialogo.

  • Abusi: la tolleranza zero parte dal diritto canonico. Proposte al Sinodo

    Abusi: la tolleranza zero parte dal diritto canonico. Proposte al Sinodo

    41604 ROMA-ADISTA. Una settimana intensa, quella tra il fine agosto e inizio settembre, per le organizzazioni di sopravvissuti agli abusi del clero. L’incipiente Sinodo sulla sinodalità, in corso a Roma dal 4 al 29 ottobre, ha rappresentato infatti l’occasione per tentare un’interlocuzione con il Vaticano sul tema della tolleranza zero nella gestione degli abusi e per presentare alcune iniziative di rilievo. In prima fila, Ending Clergy Abuse (ECA), organizzazione mondiale di attivisti per i diritti umani con un focus sui diritti dei bambini e sulle vittime di abusi sessuali sui minori perpetrati dal clero), con Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP, fondata nel 1989, organismo ombrello di 501 organizzazioni senza scopo di lucro di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e dei loro sostenitori negli Stati Uniti) e Rete L’Abuso.

    “Cosa vogliamo?” “Tolleranza zero!”

    ECA è arrivata a Roma il 27 settembre, con una croce di legno alta 2 metri con la scritta “Zero tolerance” portata a spalle da un gruppo di 10 sopravvissuti in un pellegrinaggio di 130 km lungo la via Francigena (v. Adista Notizie n. 33/23). Ma erano più di un centinaio le persone, tra sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e attivisti provenienti da 24 Paesi e 5 continenti, che hanno dato vita alla manifestazione del 30 settembre, nei giardini di Castel Sant’Angelo, per chiedere tolleranza zero a papa Francesco, tramite una legge universale della Chiesa cattolica, come richiesto dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, e per condividere tra i partecipanti le esperienze vissute. Tutto questo mentre a poche centinaia di metri, in piazza san Pietro – dove le forze dell’ordine non hanno consentito a ECA di arrivare – aveva luogo la veglia ecumenica di preghiera per il Sinodo.

    Tolleranza zero verso gli abusatori

    Concretamente, Eca, in consultazione con i canonisti, chiede una revisione dell’articolo 1395 del Diritto canonico; in particolare, in primo luogo ampliando il paragrafo 2, con la richiesta della dimissione dallo stato clericale e dell’allontanamento da qualsiasi attività nella Chiesa di chiunque – vescovo, prete, diacono, religioso/a, laico, volontario – commetta un abuso sessuale (compresa produzione o possesso di materiale pornografico) verso un minore o un adulto vulnerabile (laddove con “vulnerabile” non si intende solo chi abbia un uso deficitario della ragione, come espresso nell’uso restrittivo del documento pontificio Vos estis Lux Mundi, ma in generale qualunque persona adulta che al momento del reato sessuale non sia nelle condizioni di operare una decisione libera e con la quale una persona in posizione di potere «per età, status, forza fisica, mentale o emotiva» – che sia vescovo, prete, diacono, laico – intraprenda un’attività sessuale).

    La proposta di revisione del paragrafo 2 del canone 1395, però, va oltre, e comprende 1) l’imprescrittibilità dei suddetti reati; 2) l’obbligo di denuncia per vescovi, preti, religiosi, laici o volontari, pena la rimozione dal ministero o dall’attività nella Chiesa; 3) il dovere di informare delle procedure e dei processi la vittima e chi denuncia; 4) la rimozione della persona accusata da ogni incarico ecclesiale durante l’investigazione previa; 5) il dovere di informare la vittima o la famiglia o il denunciante dell’esito delle procedure; 6) in caso di ammessa o provata colpevolezza, all’imputato deve essere vietato qualsiasi ministero o attività nella Chiesa, oltre alla dimissione dallo stato clericale se è ordinato, e questa decisione va resa pubblica e diffusa sui media.

    Tolleranza zero verso gli insabbiatori, trasparenza e risarcimenti

    Eca propone poi l’inserimento di due nuovi paragrafi: il n. 3 intende colpire la copertura e l’insabbiamento di chi sappia o sospetti un caso di abuso e ometta di denunciare, punendo il soggetto con la stessa pena inferta al colpevole dell’abuso; anche in questo caso, senza termini di prescrizione, ribadendo l’obbligo di denuncia e di trasparenza nei confronti delle vittime o dei denuncianti, sospendendo dall’incarico l’accusato. Il paragrafo 4 sancisce il diritto per le vittime di ricevere tutta la documentazione relativa ai responsabili dell’abuso e ai loro supervisori. In caso di violazione di questo diritto, le persone che rifiutino la trasmissione del dossier subiranno le stesse pene di cui sopra, con obbligo di diffusione pubblica dei nomi sui media. Quanto al paragrafo 5, esso sancisce per le vittime – o per le famiglie, in caso di decesso della persona colpita – il diritto a ricevere dalla Chiesa un risarcimento per il danno subìto, monetario e non.

    Le forze dell’ordine hanno “pedinato” l’iniziativa di ECA per tutto il weekend, tanto da bloccare davanti al Colosseo una macchina della polizia che ha piantonato, presso l’hotel che ospitava i membri di Eca, un furgone arrivato dalla Germania che trainava un carro “goliardico” con la scultura in cartapesta di un vescovo dormiente e la scritta “L’instancabile investigazione sugli abusi del clero”.

    Il 2 ottobre ECA ha tenuto una conferenza stampa presso la Sala Stampa Estera, con sopravvissuti e attivisti. Hanno evidenziato la portata mondiale degli abusi, il rifiuto del papa di rendere la tolleranza zero una legge universale della Chiesa e l’incapacità di includere la questione degli abusi del clero nel Sinodo. Tra di essi, era presente anche l’argentino Diego Pérez, vittima di abusi all’età di 16 anni del prete Eduardo Lorenzo, “protetto” dall’allora arcivescovo di La Plata mons. Víctor “Tucho” Fernández, oggi prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (del quale ECA chiede con forza la rimozione, v. Adista online del 29/9/23). Era accompagnato dall’avvocato Sergio Salinas di ECA, già ricorrente per le vittime dell’Istituto Próvolo.

    Durante la conferenza stampa, due membri di ECA hanno dato conto di un incontro imprevisto e “provvidenziale”, avvenuto il 27 settembre per le strade di Roma, con il card. Jean-Claude Hollerich del Lussemburgo, relatore generale del Sinodo. Il cardinale si era precedentemente impegnato con ECA a consegnare la bozza di revisione del can. 1395 del diritto canonico sulla tolleranza zero al papa, in occasione del suo incontro con quest’ultimo il 18 settembre, ma Hollerich ammette di averne dimenticato la copia in Lussemburgo. Il 29 settembre, un’altra copia del documento gli è stata consegnata a Roma, insieme a una richiesta di chiarimenti e all’invito a partecipare alla conferenza stampa del 2 ottobre. Ovviamente non si è presentato.

    Il controreport della Rete L’Abuso

    Nel corso della conferenza stampa, Francesco Zanardi, fondatore e anima della Rete L’Abuso, ha presentato un “controreport” – rispetto a quello della Cei – sullo stato dei casi di abuso su minori nella Chiesa italiana: 332 i casi documentati dalla Rete in 13 anni di attività, nessuno dei quali denunciato all’autorità civile dall’autorità ecclesiastica. «Il cardinale Matteo Zuppi non ha mai voluto acquisire i nostri dati», ha detto Zanardi, che ha anche definito «deludenti» gli incontri, promessi e effettivamente avvenuti, con il presidente della CEI, che continua a rifiutare la strada della commissione indipendente d’inchiesta sul modello di tanti altri Paesi, e a confermare che «non ci sarà da parte della Chiesa italiana alcun indennizzo ai sopravvissuti che, a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare». «Disattesa – prosegue Zanardi – anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado la volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive». Insomma: «Nessuno da parte della Chiesa ha più voluto quei nomi». Nemmeno quando, nell’estate 2023 – a seguito di alcune segnalazioni pervenute dal territorio della diocesi di Sanremo dopo che la curia diocesana, informata dei fatti, nulla avrebbe fatto –, la Rete ha scritto in via ufficiale al vescovo Antonio Suetta: non ha ricevuto la richiesta dei nominativi coinvolti, ma «una minaccia di querela all’Associazione». «Il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?», chiede Zanardi. Che sintetizza in modo plastico i dati in suo possesso, più avanti esaminati nel dettaglio: «Nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana; nel 100% dei casi la Chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale; nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica; nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della Chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della Chiesa a un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare; nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa Chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo».

    Zanardi ha consegnato il suo controreport alle Nazioni Unite a Ginevra sotto forma di denuncia, dopo la precedente, che riguardava le omissioni del Governo italiano e quelle della Procura Generale della Repubblica italiana. Presente insieme a lui presso l’Onu (Comitato per i diritti dell’infanzia) anche l’avvocato Mario Caligiuri.

    Da Roma a Ginevra

    I rappresentanti di ECA sono infatti volati il 3 ottobre a Ginevra, per chiedere a diversi organismi delle Nazioni Unite di costringere il Vaticano – che nel suo status è praticamente intoccabile – ad assolvere i suoi obblighi internazionali, denunciando, a proposito dell’abuso clericale, «crimini contro l’umanità», come quelli perpetrati da rappresentanti della Chiesa in Colombia, e «genocidio», come in Canada, dove due anni fa sono state scoperte fosse comuni con centinaia di bambini indigeni, sottratti con la forza alle famiglie e educati nelle scuole della Chiesa cattolica fino alla fine degli anni ’60, poi gestite dal governo negli anni ’70 fino alla chiusura, una trentina di anni fa. «Questa è una pandemia e deve finire», ha detto in conferenza stampa Adalberto Mendez, tra i fondatori di ECA. «È un problema enorme, un problema di diritti umani, non solo in Europa, ma in tutto il mondo». L’incontro è avvenuto a margine del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, al fine di un primo confronto con i rappresentanti degli Stati sullo status giuridico del Vaticano, responsabile delle violazioni dei suoi obblighi internazionali.

    ECA proseguirà il suo impegno all’Aia e chiederà alla Corte internazionale di giustizia (CIG) un’analisi internazionale dello status giuridico della Santa Sede in termini di diritto internazionale e alla Corte penale internazionale (CPI) di occuparsi di alcuni casi.

    https://www.adista.it/articolo/70714

  • Rete L’ABUSO NEWS – edizione 5 del 7 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – edizione 5 del 7 ottobre

    • Ludovica Eugenio – ECA a Roma per il sinodo: tolleranza zero e controreport sugli abusi in italia

    ROMA-ADISTA. Una settimana intensa, quella tra fine settembre e inizio ottobre, per le organizzazioni di sopravvissuti agli abusi del clero. L’incipiente Sinodo sulla sinodalità, in corso a Roma dal 4 al 29 ottobre, ha rappresentato infatti l’occasione per tentare un’interlocuzione con il Vaticano sul tema della tolleranza zero nella gestione degli abusi e per presentare alcune iniziative di rilievo. In prima fila ECA, organizzazione mondiale di attivisti per i diritti umani con un focus sui diritti dei bambini e sulle vittime di abusi sessuali sui minori perpetrati dal clero), di cui fa parte anche Rete L’Abuso.

    Più di un centinaio le persone, tra sopravvissuti e attivisti provenienti dai 5 continenti, che hanno dato vita alla manifestazione del 30 settembre, nei giardini di Castel Sant’Angelo, per chiedere tolleranza zero a papa Francesco, tramite una legge universale della Chiesa cattolica, come richiesto dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.

    Concretamente, Eca, in consultazione con i canonisti, chiede una revisione dell’articolo 1395 del Codice di Diritto canonico che contempli, tra l’altro, la dimissione dallo stato clericale e dell’allontanamento da qualsiasi attività nella Chiesa di chiunque – vescovo, prete, diacono, religioso/a, laico, volontario – commetta un abuso sessuale o lo insabbi; l’imprescrittibilità del reato; l’obbligo di denuncia; il dovere di informare delle procedure e degli esiti la vittima e chi denuncia; la rimozione della persona accusata da ogni incarico ecclesiale durante l’investigazione previa, la pubblicazione dell’esito del processo, l’obbligo di risarcimento del sopravvissuto.

    Il 2 ottobre si è poi svolta una conferenza stampa ricca di iniziative, dalla richiesta di rimozione dell’attuale prefetto del DDF, mons. Víctor Fernández,  ex arcivescovo di La Plata, in Argentina, che avrebbe protetto un prete pedofilo, alla presentazione del Controreport di Francesco Zanardi di Rete l’Abuso: un atto di accusa contro la Cei, che non sembra interessata ad acquisire i 332 casi  dalla Rete in 13 anni di attività, nessuno dei quali denunciato all’autorità civile dalla Chiesa; Nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa Chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo».

    Zanardi ha consegnato il suo controreport alle Nazioni Unite a Ginevra sotto forma di denuncia.


    • Federica Tourn – Pedofilia: Usa, l’arcidiocesi di Baltimora dichiara bancarotta

    L’arcidiocesi di Baltimora ha dichiarato bancarotta, con due giorni di anticipo sull’entrata in vigore di una nuova legge statale che permette alle vittime di preti pedofili di far causa a prescindere da quando si sarebbero svolti gli abusi.

    L’arcivescovo William Lori ha attribuito il ricorso al Chapter 11, che ora protegge la più antica diocesi degli Stati Uniti, da potenziali debitori, al “gran numero di azioni legali” che finora erano state proibite dalle leggi dello stato del Maryland.

    Lori ha detto che aver fatto ricorso allo strumento della bancarotta è “la miglior strada possibile per risarcire le vittime alla luce delle limitate risorse della diocesi che altrimenti sarebbero state risucchiate dalle azioni legali”.

    Il ricorso al Chapter 11 blocca tutte le azioni leali contro l’arcidiocesi, che altrimenti sarebbero scattate a partire da domenica.

    Un giudice si occuperà adesso della riorganizzazione della arcidiocesi, con l’obiettivo di stabilire una scadenza entro cui le vittime potranno farsi avanti davanti alla magistratura.

    FONTE ANSA


    • Francesco Zanardi – Report sulle omissioni della CEI

    Sono 332 i casi di violenza commessi da un religioso in Italia documentati dalla Rete l’Abuso nel report sulle omissioni della CEI al Motu proprio di papa Francesco.

    Casi che l’Associazione trattato dal 2010 a oggi senza riuscire ad avere però ascolto dalla chiesa.

    Proprio un anno fa, il 18 novembre la Cei aveva pubblicato il primo Report nazionale sulle attività di tutela nelle diocesi italiane.

    Nonostante i proclami di tolleranza zero però, in Italia la situazione è molto più grave confronto agli altri paesi, di quanto la CEI ammetta.

    Il cardinale Matteo Zuppi non ha mai voluto acquisire i nostri dati, lo abbiamo incontrato due volte nell’estate del 2022.

    Nella chiesa si nota infine una forte differenza di trattamento fra le vittime e i sacerdoti pedofili: le prime vengono lasciate senza alcun tipo di assistenza, mentre i preti abusatori sono puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.

    Con il motu proprio Vos Estis Lux Mundi va in scena lo spettacolo della lotta agli abusi, ma senza le vittime.

    Nella sostanza nulla si muove.

    Una denuncia forte, che arriva dalle vittime italiane non a caso a due giorni dall’inizio del Sinodo, in cui dovrà essere affrontato anche il tema degli abusi.

    Attesa anche la seconda parte dell’inchiesta della Cei, che questa volta dovrebbe riguardare i 613 faldoni sui casi di abuso inviati dalle diocesi al Dicastero per la dottrina della fede dal 2000 a oggi.

    FONTE; Rete L’ABUSO


    • Alessio Di Florio – L’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta Emanuela Orlandi-Mirella Gregori e la sudditanza italica al Vaticano

    Niente conferenza oggi dei capigruppo al Senato. Ancora nessuna calendarizzazione. Ora mi dicono prossima settimana, forse il tre. Per fortuna sono armato di tanta pazienza ……..forse troppa ha scritto in un post facebook Pietro Orlandi il 27 settembre. Parole che riassumono lo stato d’animo del fratello di Emanuela Orlandi. Nel momento in cui stiamo registrando questa puntata di Tg L’Abuso la notizia è che si dovrebbe andare in aula al Senato martedì 10 ottobre alle 16.30 per le “scomparse” di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Dopo “Vatican Girl” su Netflix, l’audio “Vatican Shock” pubblicato da Alessandro Ambrosini (curatore del blog d’inchiesta Notte Criminale), alcune dichiarazioni del Papa e l’apertura in Parlamento le speranze che il quarantennale del rapimento di Emanuela Orlandi potesse dare una svolta c’erano. Invece l’istituzione della commissione ritarda da mesi e dopo che il promotore di giustizia vaticana Diddi l’ha attaccata pesantemente abbiamo visto un fuoco di fila da giornalisti e non solo contro la stessa. Nel mezzo sempre Diddi ha ricacciato una pista che tale non è che addirittura sposta l’attenzione dal Vaticano alla stessa famiglia Orlandi. Dopo aver addirittura accusato Pietro Orlandi e l’avvocato Laura Sgrò di voler ostacolare le indagini e non volere la verità. Smentito immediatamente da Orlandi e Sgrò le sue parole hanno fatto il giro di social e mass media. Come il fuoco di fila contro Pietro Orlandi strumentalizzando e travisando una sua frase nella trasmissione televisiva DiMartedì.

    Pietro Orlandi sempre da Floris aveva denunciato a febbraio la «sudditanza psicologica dello Stato italiano nei confronti del potere vaticano».  La commissione d’inchiesta Orlandi-Gregori ha scritto Ambrosini su Notte Criminale “è un metro che misura la volontà effettiva di una classe dirigente di rompere con un passato che non ha raccontato, ha intorbidito. Che non ha cercato, ha coperto. Che non ha risolto, ha deviato”. “E’, e deve essere, la discontinuità con ciò che non è stato fatto troppe volte nella storia d’Italia. Deve essere la prova che lo Stato non ha paura di rispondere alla richiesta di verità e giustizia del proprio popolo. Che non teme di mettere sul tavolo il proprio futuro dissolvendo le nebbie del passato. Non c’è più tempo per passerelle e rassicurazioni. Servono solo fatti e concretezza. Questo deve essere il tempo degli uomini giusti, non delle marionette di un teatro stantio”. Sintesi perfetta della realtà.

    Fonte:Pietro Orlandi – Notte criminale


    • Pier Elisa Rizzo – La Chiesa cattolica sperimenta l’esodo in seguito allo scandalo degli abusi sessuali

    “Per motivi personali non desidero più essere soggetto all’imposta ecclesiastica.” Jérémy Stauffacher, avvocato indipendente, non vuole più pagare per la Chiesa cattolica, come ha fatto sapere la settimana scorsa in una lettera indirizzata alla sua parrocchia.

    Se l’avvocato ci pensava già da tempo, gli ultimi casi di abusi sessuali lo hanno spinto a rinunciare ai servizi dell’istituto.

    “La lettera era pronta da tempo, l’avevo digitata sul mio computer”, ha detto all’emittente pubblica svizzera RTS. “E alla fine, gli eventi accaduti mi sono serviti da stimolo, senza che si trattasse necessariamente di una vendetta contro la Chiesa”.

    E Jérémy Stauffacher non è il solo a prendere le distanze dall’istituzione. Nelle ultime tre settimane, solo nel cantone di Friburgo, 500 battezzati hanno lasciato la Chiesa. Si tratta di un record, poiché rappresenta un terzo delle uscite annuali.

    Insoddisfazione diffusa

    Centinaia di fedeli hanno lasciato la Chiesa anche nelle città di San Gallo, Lucerna, Basilea e Zurigo. Nel Vallese se ne contano 15 per l’anno in corso, di cui 12 nelle ultime settimane.

    Questa erosione si è accelerata, ma sta divorando l’istituzione da molto tempo. In dieci anni le partenze in Svizzera hanno fatto un’impennata, passando da 13.809 nel 2011 a 34.182 nel 2021.

    Il segretario generale dell’Ente ecclesiastico cattolico del cantone di Friburgo, David Neuhaus, si rammarica che l’accelerazione di queste partenze avvenga mentre la Chiesa cattolica cerca di far luce sul suo passato.

    Lo studio dell’Università di Zurigo che documenta più di 1.000 casi di abusi sessuali è stato infatti commissionato da tre organismi cattolici, tra cui la Conferenza episcopale svizzera.

    Sensazione triste

    “È in un momento in cui la Chiesa cattolica, commissionando questo studio, è alla ricerca della verità che le persone stanno abbandonando in massa la Chiesa”, lamenta. “E per noi è una sensazione molto triste.”

    La Chiesa, che dipende dalle tasse ecclesiastiche, è preoccupata per il suo futuro. Secondo David Neuhaus, senza il gettito di queste tasse molti servizi non potrebbero più essere forniti.

    “Abbiamo molti compiti legati alla solidarietà, alla diaconia, quindi all’aiuto agli altri, alla lotta alla precarietà, a livello delle cappellanie, all’aiuto alle persone in fin di vita”, elenca. “Questo è tutto ciò che preteriamo quando lasciamo la Chiesa”.

    Secondo una proiezione dell’ufficio di ricerca Ecoplan, la Chiesa cattolica svizzera non sarà più in grado di compensare la riduzione delle tasse a partire dal 2030 se non adotta misure.

    FONTE: swissinfo.ch


    • Federico Tulli – Cos’è la pedofilia: facciamo chiarezza

    La strategia della Chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il sacerdote, che anche durante il periodo dell’Inquisizione in virtù di un privilegio di casta, raramente incorreva in pene gravi pur di fronte a eclatanti violazioni. Non si offendano i convinti sostenitori di papa Bergoglio ma la strategia di denuncia e intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze, dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile. Ogni tanto qualche prelato sfugge alle maglie predisposte dal Vaticano per mantenere la pedofilia clericale il più lontano possibile dai riflettori mediatici al fine di gestirla “dettando i tempi” più consoni a quelli della Chiesa.

    È stato il caso (uno tra tanti) del reverendo americano, Richard Bucci, il quale vietò la comunione a chi ha sostenuto la legge sul diritto all’aborto, giustificandolo così: «Non c’è paragone tra pedofilia e aborto. La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa». Premesso che la confusione tra feto e bambino la dice lunga su quanto avesse chiare le idee, in “risposta” all’affermazione violentissima di don Bucci che riflette una “convinzione” delirante ancora molto radicata in ambito cattolico (e non solo), ecco cosa ci ha detto la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti:

    Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-V che include la pedofilia tra i disturbi del comportamento sessuale, nel gruppo delle parafilie. Giustamente c’è chi ha definito la violenza sessuale su un minore un «omicidio psichico»: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione che va contro l’identità, la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Il bambino rappresenta quell’identità umana, quella vitalità che il pedofilo ha perduto per vicende personali. Nel suo comportamento se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale propria delle psicopatie. Infatti il controllo consente fino a un certo punto di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime».

    Un identikit che aiuta a comprendere molte cose, ma certamente non in Vaticano dove ancora sono convinti e agiscono come se la pedofilia fosse un peccato.

    Fonti: Fanpage, Left, Giustizia divina (chiarelettere, 2018)


    Ne GLI SPECIALI di questa settimana

     

  • «Vittime isolate, preti protetti». Il report sugli abusi nella chiesa che imbarazza vescovi e Vaticano

    «Vittime isolate, preti protetti». Il report sugli abusi nella chiesa che imbarazza vescovi e Vaticano

    Sono 332 i casi di violenza commessi da un prete o un religioso in Italia documentati dalla Rete l’Abuso, l’associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero: casi che la Rete ha trattato dal 2010 a oggi senza riuscire ad avere ascolto dalla chiesa. Proprio un anno fa, il 18 novembre, in occasione della giornata dedicata alle vittime degli abusi, la Cei aveva pubblicato il primo Report nazionale sulle attività di tutela nelle diocesi italiane, relativo al biennio 2020-2021: realizzato da esperti dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza su dati pervenuti da 158 diocesi su 226, il rapporto interno della Cei aveva individuato 98 casi di abuso e 68 responsabili. Più che un “controreport”, quello della Rete L’Abuso «è un vero e proprio rapporto contro la Cei – ha spiegato il presidente della Rete Francesco Zanardi – perché denunciamo con dati ed esempi concreti quello che la chiesa non ha fatto per le vittime». Il report è stato presentato stamattina 2 ottobre alla Sala Stampa estera durante la conferenza stampa di Ending Clergy Abuse, organizzazione internazionale di sopravvissuti agli abusi del clero, che si è riunita a Roma per reclamare giustizia per le vittime. In particolare, Eca chiede a papa Francesco di rimuovere dal suo ruolo Víctor Manuel Fernández, arcivescovo de La Plata, appena nominato prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Secondo gli attivisti interevnuti a Roma, il cardinale Fernández «ha coperto gravissimi crimini dei preti pedofili in Argentina ed è del tutto inadatto a guidare un dicastero che si occupa proprio di questi reati».

    Nonostante i proclami di tolleranza zero del papa, in Italia la situazione degli abusi clericali è molto più grave di quanto la chiesa sia disposta ad ammettere e, come se non bastasse, la Cei non ha mai voluto recepire le testimonianze delle vittime che si sono rivolte alla Rete l’Abuso. «Il cardinale Matteo Zuppi non ha mai voluto acquisire i nostri dati», denuncia Zanardi, che ha anche incontrato due volte il presidente della Cei nell’estate del 2022. «Colloqui deludenti – dice Zanardi – perché il cardinale Zuppi si è mostrato irremovibile e ha confermato la sua intenzione di non avvalersi di una commissione di inchiesta indipendente e di non voler investigare i casi antecedenti il 2000». Uno schiaffo per le vittime che, come è noto, hanno bisogno anche di trenta o quarant’anni per elaborare il trauma. Inoltre, nessuno dei 332 casi documentati nel report della Rete L’Abuso è stato denunciato alla giustizia italiana da parte dell’autorità ecclesiastica e i sopravvissuti «non hanno ricevuto soccorso medico adeguato o una qualche forma di sostegno, tranne incontri di natura “spirituale”». Non solo: a nessuna delle vittime è stato dato un risarcimento, «tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della Chiesa a un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza». Casi che, tuttavia, sottolinea il report, «non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25mila euro), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare il reato». Infine, si legge sempre nel report, «nel cento per cento dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i deceduti, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo».

    Nella chiesa si nota infine una forte differenza di trattamento fra le vittime e i sacerdoti pedofili: le prime vengono lasciate senza alcun tipo di assistenza, sostiene Zanardi, mentre i preti abusatori «sono puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi». «In alcuni casi – prosegue il presidente della Rete – abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo provvede attivamente alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato. Si fa anche garante, quando necessario, di una dimora per gli arresti domiciliari, della riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche quando il prete ha scontato il carcere». Come è successo nel caso di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, che ha utilizzato i soldi dell’otto per mille per pagare l’avvocato a don Giuseppe Rugolo, attualmente sotto processo a Enna per abuso di minori (lo abbiamo raccontato su Domani).

    Insomma, conclude il report, in Vaticano con il motu proprio Vos Estis Lux Mundi va in scena lo spettacolo della lotta agli abusi, ma nella sostanza nulla si muove perché, spiega Zanardi citando «diverse fonti interne», «i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi e possono impedire anche al Dicastero per la dottrina della fede di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli». Una denuncia forte, che arriva non a caso a due giorni dall’inizio del Sinodo sulla sinodalità, in cui dovrà essere affrontato anche il tema degli abusi. Attesa anche la seconda parte dell’inchiesta della Cei, che questa volta dovrebbe riguardare i 613 faldoni sui casi di abuso inviati dalle diocesi al Dicastero per la dottrina della fede dal 2000 a oggi.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-pedofilia-chiesa-vaticano-cosa-dice-report-rete-abuso-cei-vescovi-ynlyjcu1

  • Presentazione report vittime su omissioni CEI – Stampa Estera Roma

    Presentazione report vittime su omissioni CEI – Stampa Estera Roma

    Buongiorno a tutti. Ecco in questi giorni coi colleghi abbiamo un po’ discusso le varie situazioni, colleghi di tutto il mondo e abbiamo visto come stanno andando le cose. L’Italia purtroppo risulta il paese con più problematiche dove la piaga della pedofilia chiericale è davvero un cancro e ci sono tre motivi.

    Il primo motivo è la stampa italiana che sta producendo da circa quattro anni fake news, in questo senso purtroppo scrivono ciò che esce dal Vaticano ma scorrettamente deontologicamente, non chiedono mai alle vittime se in realtà quanto dice la chiesa è vero, non sento diciamo un contraddittorio delle vittime. Questo deontologicamente è un gravissimo problema perché disinforma anche i lettori.

    Il secondo problema è purtroppo la giustizia italiana. Qualche mese fa abbiamo inviato più di 400 casi alla Procura Generale Della Repubblica in un report che poi è stato mandato anche sotto forma di denuncia sia alle Nazioni Unite sia al Parlamento Europeo dove è in corso attualmente è una petizione.

    Ebbene in questo caso è stato abbastanza grave anzi piuttosto grave; la Procura Generale Della Repubblica che ha l’obbligo di procedere d’ufficio non ha neanche acquisito i nominativi malgrado i solleciti, cioè ha omesso di fare verifiche. Se pure in Italia abbiamo poche leggi, questa esiste, cioè l’obbligo di procedura d’ufficio quando si tratta di Minori e questo è stato omesso.

    Tuttavia presentiamo quest’oggi (poi chi lo vuole possiamo darlo tramite il link) in questa sede un report separato da quello dello Stato italiano. In questo si parla della Conferenza Episcopale Italiana.

    Noi abbiamo avuto diversi incontri direttamente con il presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, io non so chi di voi era alla prima conferenza stampa, quando intervenni di fronte a Zuppi, mi disse ci vediamo e se avete dei nominativi portateceli. Benissimo ci siamo visti ma i nominativi non li ha voluti. Cioè non c’è stata possibilità di dare questi nominativi.

    Parallelamente parlo di zuppi perché in realtà è il capo dei vescovi italiani, il presidente della Conferenza Episcopale. Purtroppo abbiamo decine di casi e qualche d’uno di lo documentiamo nel rapporto che poi vi posso dare, dove anche i vescovi fanno la stessa cosa anzi addirittura, dietro segnalazione al vescovo, come è successo a noi nel caso di Imperia, il Vescovo Suetta, bene lui ha risposto minacciando querela. Gli sportelli diocesani in Italia se cerchi di dargli informazioni spesso e volentieri ti intimidiscono minacciando.

    La rete d’abuso non si spaventa di sicuro dietro minacce di quella di un Vescovo. Anche perché non la farà purtroppo.

    Ma provate a mettervi un attimo nei panni di una vittima che va a denunciare in uno di questi sportelli diocesani e viene minacciato di querela!

    La situazione si va unire gravemente con quella del Governo italiano; cioè conferenza Episcopale e Governo perché un’altra omissione, un altro “permesso” che ha dato lo Stato italiano impunemente, è quello emerso durante la conferenza; la CEI ha chiaramente detto che non darà i nominativi dei preti pedofili alla magistratura.

    Cioè in pratica la magistratura ha lasciato facoltà alla conferenza episcopale di insabbiare i casi. Cioè di omettere le denunce di omettere la giustizia alle vittime e via dicendo.

    In questo report dove un centinaio di casi erano più che sufficienti, abbiamo trattato invece ben 332 fascicoli.

    Spiego il motivo, perché in realtà sono molti di più ma sono 332 casi che l’abuso ha seguito raccolto e documentato nei 13 anni di lavoro in Italia.

    Quindi sono casi che ho seguito personalmente, casi di cui so le affermazioni e i contenuti.

    Negli altri casi spesso mancano diciamo, gli altri casi italiani che non abbiamo seguito, spesso manca la vittima mancano dei riscontri e c’è solo quello che ha scritto la Stampa, che purtroppo in Italia è spesso totalmente inaffidabile.

    Bene in questi 300 e passa casi, un dato che emerge davvero terrificante perché come vediamo in Francia in Spagna, insomma in tutto il mondo, anche se non piacevolmente le conferenze episcopali si sono messe in moto, in Francia addirittura risarcendo le vittime, poco ma lo ha fatto, c’è stata un’attività.

    In Italia Invece la conferenza episcopale è totalmente omissiva e abbiamo riscontrato nel 100% dei casi che è stata messa ovviamente la denuncia alle autorità civili; nel 100% dei casi la chiesa non ha mai reso giustizia neppure umana alla vittima; nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ottenuto neppure un soccorso cioè, cure mediche, psicologiche come era stato promesso. Di nuovo nel 100% dei casi non c’è stato alcun indennizzo anzi quando parlai con il presidente della CEI Matteo zuppi, oltre a non volere i casi chiesi “ma almeno di quella limitata fascia che volete censire,” che era quella dal 2000 al 2023 “ci saranno risarcimenti?” Zuppi disse no per carità, se iniziamo a risarcire le vittime poi vengono tutti a denunciare.

    Ecco questo direi che è un fatto abbastanza grave perché di fatto la CEI sta facendo dossieraggio, cioè sta acquisendo dalle vittime i nominativi dei preti pedofili per poi spostarli eccetera eccetera. Come vedrete nel report. Otto pagine che adesso non mi dilungo a spiegare, poi lo leggete.

    Di fatto spostando i preti continuando a insabbiare, non facendo proprio nulla.

    Ecco vi lascio perché il tempo a disposizione, mi fanno segno che è poco.

    P.S. – Nella fretta prima mi sono dimenticato di dire che questo report che poi vi darò, domani sarà depositato come allegato alle Nazioni Unite.

    Domani staremo a Ginevra presso il comitato per i diritti dell’infanzia dove la chiesa non ha aderito alla convenzione ONU. li abbiamo depositato già il report sullo Stato italiano e questo allegato va ad aggravare quel report.

    Cioè va a dimostrare (per quello che è separato, in questo report non si parla di Stato si parla solo della chiesa e questo deposito sono le prove in pratica) il favoreggiamento alla pedofilia del Governo italiano e della magistratura italiana

    Ecco questo è quello che mi sono dimenticato prima di dire nella fretta.

  • Il report delle vittime italiane sulla Conferenza Episcopale e le sue omissioni al Motu proprio

    Il report delle vittime italiane sulla Conferenza Episcopale e le sue omissioni al Motu proprio

    “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”

    Matteo Zuppi

    … Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, quello documentato attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.

    EXECUTIVE SUMMARY

    • Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
    • Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
    • Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
    • Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
    • Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?

    “La grande farsa italiana della CEI”

    REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

    OSSERVATORIO PERMANENTE della Rete L’ABUSO

    Associazione italiana sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

     

    Relatore Francesco Zanardi

     

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    Un’inchiesta durata più di un anno e decine di documenti che delineano un comportamento inequivocabile da parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane, anche senza fare il paragone con quanto è invece stato fatto all’estero, in particolare in Europa.

     Il campione in esame è di 332 casi, ovvero solo i casi che la Rete L’ABUSO ha trattato direttamente, quelli che abbiamo seguito passo passo al fianco delle vittime. Un campione quantitativamente e qualitativamente eccellente, persino eccessivo in quanto 100 casi sarebbero bastati.

     L’arco temporale del campionamento va dal 2010, anno in cui nasce Rete L’ABUSO e inizia la raccolta diretta dei dati forniti dagli stessi sopravvissuti.

    Non manca il dato attuale in quanto, dopo l’apertura degli sportelli diocesani, il riscontro aumenta con il ritorno di coloro che in buona fede si sono rivolti a quegli sportelli e poi insoddisfatti e in balia della rievocazione del trauma che ha funto da riattivatore, hanno cercato aiuto alla Rete L’ABUSO, permettendo all’Osservatorio di esporre anche il dato attuale, ovvero l’effetto del Motu proprio, nell’applicazione italiana.

    Questo rapporto analizza quanto fatto dalla chiesa italiana nelle sedi giudiziarie canoniche che ricordiamo doverosamente, per quanto vengano chiamati tribunali, non sono equiparabili in alcun modo con i tribunali civili in quanto il parametro di valutazione è differente oltre che incompatibile.

    Mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a Dio, le violazioni dottrinali e via dicendo, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima.

    Premetto questo per evitare confusioni che potrebbero sorgere nel testo per via delle varie omonimie; quando si parla di condanna penale detentiva e risarcimenti alla vittima, questi vengono dal tribunale civile dello Stato italiano a seguito di una denuncia.

    I tribunali canonici non infliggono questo tipo di pene in quanto il reato è “dottrinale”, quindi valuta il sacerdote imputato e la sua integrità nel rappresentare il ministero. In questo caso le pene massime sono di sospensione dal ministero fino alla (successiva) riabilitazione. Nei casi più gravi la riduzione dallo stato clericale.

    In questo caso il risarcimento della vittima non è previso in quanto se pur quest’ultima ha subito una violenza, l’oggetto del processo è Dio e la vittima in questo caso è colei che consapevole o meno, ha contribuito all’offesa.

    L’invito indispensabile nella lettura di questo rapporto è quello di fare come è doveroso la differenza tra quello che “è stato detto” e quello che “è stato fatto” concretamente.

     

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    Partiamo doverosamente dal 28 maggio 2022 quando, durante la prima conferenza stampa del neoeletto Presidente della CEI Matteo Zuppi, poniamo alcune perplessità sulla “Via italiana” contro gli abusi sessuali del clero illustrata dal Presidente della CEI.

    Una Via italiana deludente in quanto qualitativamente e quantitativamente notevolmente inferiore a quella di tutte le Conferenze Episcopali non solo europee, che hanno utilizzato un arco temporale di indagine di 70 anni, sufficiente a prendere in considerazione (con un “trattamento umano”) tutti i casi dei sopravvissuti ancora in vita. La Via italiana invece risulta penalizzante e discriminatoria in quanto tratterà solo i casi dal 2000 a oggi, tagliando fuori migliaia di persone.

    Altra anomalia della Via italiana di Zuppi è il fatto che, ancora una volta contrariamente alle altre Conferenze Episcopali, la commissione della CEI non sarà indipendente, perché utilizzerà organi esterni alla chiesa ma dipendenti in realtà da essa, e non si avvarrà né del coinvolgimento dello Stato, né di altri organi di controllo.

    In parole povere la Conferenza Episcopale Italiana se la suonerà e se la canterà da sola in un solitario autoreferenziale censimento dei dati “scelti”, come vedremo escludendo persino le stesse le vittime e i moltissimi casi mai denunciati all’autorità ecclesiastica.

    Gli impegni pubblicamente assunti dal cardinale Matteo Zuppi in conferenza.

    Poche settimane dopo lo incontrerò a Bologna. Due incontri riservati, con spirito diplomatico al fine di tentare di avviare in virtù del Motu proprio un dialogo tra i sopravvissuti e la massima gerarchia a livello italiano. Il Presidente dei vescovi, di fatto coloro che hanno controllo sui singoli territori, le diocesi.

    Il risultato fu piuttosto deludente in quanto non solo Zuppi non si spostò di un millimetro da quella linea controcorrente all’Europa e, in realtà anche alla stessa morale cattolica; ovvero la Conferenza Episcopale Italiana sceglie consapevolmente e rinuncia al perdono delle vittime, la maggior parte, quelle antecedenti all’anno 2000, escluse brutalmente dall’indagine interna.

    Confermerà anche a differenza degli altri paesi che non ci sarà da parte della chiesa italiana alcun indennizzo ai i sopravvissuti, che a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare.

    Fu invece molto più “garantista” (come lui stesso si definisce) nei confronti dei sacerdoti accusati, della loro difesa e della loro riabilitazione, dimostrando uno squilibrio notevole verso le vittime. L’impressione è stata che la CEI facesse quasi “una cortesia ad interloquire con noi”.

    Disattesa anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive.

    Dopo la promessa di organizzare un incontro con monsignor Lorenzo Ghizzoni che non ci ha mai contattati, nessuno da parte della chiesa ha più voluto quei nomi.

    Data l’indisponibilità della CEI a un qualunque possibile spazio di dialogo con i sopravvissuti, restammo disponibili ad una loro convocazione, ma non ritenemmo utile chiedere un terzo incontro.

    Tuttavia le strade della Rete e quelle della CEI si incroceranno ancora quando nel 2022 mi reco ad Aversa per incontrare, insieme al padre di un 13nne abusato, il vescovo Angelo Spinillo. I motivi dell’incontro riguardavano in particolare una serie di apprezzamenti molesti fatti sui profili social del ragazzino, successivi alla misura di arresto domiciliare del sacerdote e apparentemente effettuati da un profilo “omonimo” di quello del prete. Le successive indagini della polizia giudiziaria ricondurranno quegli apprezzamenti molesti alla connessione internet della struttura dove il sacerdote è ai domiciliari, ma non venne approfondito dagli inquirenti chi, dei 6 tra ospiti e operatori, dall’interno della struttura avesse materialmente commesso i fatti.

    La richiesta del padre del ragazzino era tuttavia banale; accertare i fatti e impedire al sacerdote l’utilizzo di internet, non solo per evitare altri equivoci, ma per una questione di buonsenso in quanto il prete era ai domiciliari con l’accusa di reati sessuali sul minore, quindi degno di un doveroso controllo da parte di chi si era assunto la responsabilità del controllo, al fine di evitare che potesse reiterare il fatto.

    La risposta di Spinillo non fu di quelle esemplari per un vescovo, che dovrebbe avere l’autorità sui suoi sacerdoti. Rispose che non sapeva che cosa fare in quanto il sacerdote non riconosceva più l’autorità del vescovo…

    Sarebbe stato un buon motivo per avviare un procedimento canonico, ma invece…

    Pochi giorni dopo il rientro a Savona decisi di informare della situazione riscontrata ad Aversa il cardinale Zuppi, fiducioso che almeno in quella singola situazione potesse mettere mano con più autorità di quella che il vescovo Spinillo aveva saputo esercitare. Ma non fu così, anzi, fu il padre del ragazzo in fine ad essere definito “un rompiscatole” dalla Curia di Aversa.

    Nella primavera del 2023 le strade della Rete L’ABUSO e quelle della CEI si incroceranno ancora quando a seguito di alcune segnalazioni pervenute dalla diocesi di San Remo, scriviamo al vescovo Antonio Suetta, nell’intento di segnalare come previsto dal Motu proprio, quanto in nostro possesso. Una segnalazione preventiva che va accertata e che secondo il Motu proprio può essere anche anonima ed effettuata anche non direttamente dall’interessato.

    Ma in questo caso non sarà affatto anonima, anzi è ufficiale, da parte della Segreteria dell’associazione che la manda in copia anche al cardinale Zuppi in quanto i segnalanti lamentavano di aver già informato la chiesa, ma questa non era intervenuta.

    La risposta del vescovo Suetta non si fa attendere e francamente è spiazzante.

    Anziché chiederci come prevede il Motu proprio e, come ci si aspettava, i nominativi, minaccia querela all’Associazione.

    Qualche giorno dopo anche il cardinale Matteo Zuppi risponderà alla collega (Cristina Balestrini, Segretaria dell’Ufficio di Presidenza), ma come il vescovo non pare per nulla interessato neppure a capire il contenuto delle segnalazioni, ma molto più attento ad “interrogare” la collega che ha inviato la missiva. Tenta di manipolare il dialogo con l’associazione e la invita a scrivergli da un indirizzo mail personale e non da quello della Rete L’ABUSO, sottolineando che preferirebbe un dialogo non ufficiale, cosa che ancora una volta nel contesto generale stride non poco con le dichiarazioni di trasparenza, vicinanza alle vittime e di dialogo con loro.

    La collega acconsentirà per cortesia diplomatica solo alla prima richiesta ribadendo l’ufficialità degli scambi epistolari, per poi tornare a scrivere tassativa dalle opportune sedi e con la mail dell’Associazione nel suo ruolo di Segretario.

    Le missive saranno diverse, una decina. Anche questa volta in nessuna l’accenno di voler acquisire quei dati, come fermamente affermato da Zuppi in conferenza, anzi, nell’ultima missiva inviata in copia questa volta al cardinale Zuppi ma indirizzata alla Nunziatura apostolica, alla quale segnaliamo l’accaduto, alleghiamo una delle ultime lettere di denuncia ricevute dalla Rete, circostanziata con dati verificabili, ma anonima, ed è proprio per questo che la alleghiamo.

    Ma ancora una volta vi è un rifiuto da parte di Zuppi che commenta “io le lettere anonime le cestino”.

    Facciamo ora un breve feedback di quanto emerso nella prima parte, in cui vediamo colui che è o almeno dovrebbe essere il maggior “vigile” sui vescovi italiani.

    Abbiamo rigorosamente citato solo i vescovi attori nei casi in cui il Presidente della CEI ha interagito direttamente con noi, ma in realtà la mancata vigilanza e la compiacenza da parte della CEI che non contrasta la disapplicazione nonché l’elusione delle norme da parte dei vescovi, emerge come vedremo ovunque nella penisola italiana.

    Eppure il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?

    …Per questo in premessa ho sottolineato l’importanza di notare la differenza tra quanto viene “detto” e quanto poi in realtà viene “fatto”.

    Nella sostanza siamo di fronte a una serie di norme introdotte e rassicuranti per l’opinione pubblica e i fedeli, ma non troviamo un solo caso di applicazione in Italia; al contrario, ne troviamo a decine, tutti in violazione.

    Mentre negli altri Stati vediamo come accaduto in Spagna la stessa Conferenza Episcopale acquisire neppure dalle vittime, ma da un quotidiano, i nominativi raccolti, in Italia questo non è stato possibile neppure alla presenza del Presidente dei vescovi italiani.

    Mentre vediamo come in Svizzera le istituzioni religiose che denunciano i sacerdoti e cercano le altre vittime, in Italia neppure una associazione di vittime riesce nei fatti a fare una segnalazione, in quanto la chiesa fa ostruzionismo.

    Mentre come in Francia la chiesa è disposta a vendere i suoi beni per indennizzare le vittime, in Italia dice Zuppi che sarebbe un incentivo a denunciare gli abusi alla chiesa.

    La ovvia domanda è; a che servono quindi gli sportelli diocesani se non si vogliono accogliere denunce

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    I DATI SULLE DIOCESI ITALIANE CHE ARRIVANO DALLE VITTIME

    Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, lo daremo sottointeso nei punti che seguono in quanto emerge sistematico nei 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;

    nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;

    nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale;

    nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica;

    nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.

    nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo.

    Queste premesse, che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, sempre in genere molto favorevoli a queste notizie incensanti verso la chiesa.

    Ebbene, nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario.

    Tanto meno la Conferenza Episcopale Italiana, che nel caso l’avrebbe strumentalizzata come consuetudine all’inverosimile.

    Esporremo ora alcuni tra i casi più significativi tra quelli recenti di insabbiamento da parte dei vescovi, ovvero registrati dopo l’entrata in vigore del Motu proprio, particolarmente espressivi delle gravi inadempienze e delle reticenze delle Gerarchie ecclesiastiche, alle quali come abbiamo visto non è estraneo neppure lo stesso Presidente della CEI.

    Utilizzeremo casi di cui ci siamo occupati e noti sui media in quanto offrono la possibilità di essere verificati con facilità da chiunque.


    Il 4 maggio 2022 la diocesi di Milano comunica a Daniela Cultrera, uno dei legali lombardi della Rete L’ABUSO che difende la vittima del sacerdote reo confesso Alberto Lucchina, a cui il tribunale canonico ha inflitto una condanna pari a cinque anni di sospensione, dalla quale sottolinea la curia, va detratto il periodo di indagine (un anno) in quanto – secondo le dichiarazioni – il sacerdote era stato sospeso, già dall’indagine previa .

    Dichiarazioni che scopriremo totalmente mendaci, appurate persino dall’Autorità Giudiziaria, che dopo le indagini, malgrado i riscontri si trovò bloccata dalla prescrizione.

    Si scoprirà in realtà che il sacerdote non ha fatto un solo giorno di sospensione e che all’inizio del processo canonico è stato spostato e gli è stata nuovamente assegnata una parrocchia, a Milano nel quartiere Isola. Ma la nostra assistita e vittima di Alberto Lucchina, non sa che Alberto ha un fratello, Maurizio, anche lui sacerdote. Non sa neppure che alla Rete L’ABUSO abbiamo una denuncia di abusi da parte di un’altra donna vulnerabile, con invalidità, che questa volta accusa il fratello di Alberto, Maurizio Lucchina.

    Anche la Rete L’ABUSO ignora qualcosa che scopriremo solamente durante le indagini. Nel quartiere Isola ci sono due parrocchie adiacenti in una delle quali la chiesa di Milano ha nascosto dopo la condanna Alberto, nell’altra risiede Maurizio, il quale non è mai stato sottoposto neppure ad un’indagine previa, malgrado ci sia una querela all’autorità italiana e il caso sia uscito sui giornali.

    La diocesi e il prete non hanno mai risposto neppure alle richieste di indennizzo avanzate dal legale della Rete L’ABUSO assegnato alla vittima di don Alberto, malgrado sia reo confesso.

    Non risulta alcuna indagine per le violazioni a carico della diocesi da parte delle istituzioni ecclesiastiche.


    A Enna, nel corso del processo a carico di Giuseppe Rugolo, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni parrocchiani minorenni, emergono dalle intercettazioni della Procura inequivocabili ammissioni da parte dello stesso vescovo Rosario Gisana; ammette di avere insabbiato il caso. Nel 2020 infatti, Antonio Messina, la  vittima, denuncia il prete anche all’autorità giudiziaria, spinto proprio dalle reiterate inadempienze del vescovo Rosario Gisana, che anziché intervenire lo aveva nel frattempo (2019) trasferito  a Ferrara, dopo aver tentato inutilmente di comprare il silenzio della vittima con 25.000€ della Caritas e mentendo in parte anche al collega vescovo, mons. Gian Carlo Perego, al quale nella lettera di presentazione rassicura non ci sia “nulla di particolare da segnalare”.

    Tuttavia va notato che il vescovo di Ferrara non si è lamentato e che una volta pubblica la notizia che il Rugolo fosse indagato con l’accusa di violenza sessuale su minore, neppure lui intervenne cautelativamente. Il sacerdote è stato arrestato dalla polizia giudiziaria nell’aprile 2021 praticamente “in parrocchia” dove continuava a svolgere attività a contatto con i minori.

    Malgrado le omissioni e le leggerezze palesate nell’ampia documentazione, la chiesa non ha anche in questo caso, avviato alcuna indagine nei riguardi dei due vescovi coinvolti.


    Ad Acqui Terme Massimiliano Gamalero denuncia gli abusi subiti da don Carlo Bottero in infanzia. Il sacerdote non solo ammette, ma è disposto a dare un indennizzo di 25.000€, sempre però con il vincolo della riservatezza. Effettivamente Gamalero riceverà un primo bonifico con un acconto di 5.000€, che subito dopo restituirà indignato.

    Malgrado l’indagine previa del vescovo Luigi Testore (che si limitò a Gamalero senza indagare se ci fossero altre vittime, che in realtà l’Associazione documenta) e l’ammissione del Bottero, quando raggiunto dalle telecamere, il sacerdote non pare così affranto, sorride ironico. Risulta sia sempre restato al suo posto, mai sospeso e svolge ancora incarichi a contatto con minori.

    Nessun procedimento noto da parte della chiesa né per il prete né per il vescovo.


    Nell’aprile 2022 a Carpineto Romano è stato arrestato il sacerdote colombiano di 40 anni Carlos Alberto Pérez Arco, accusato di pedofilia. (attualmente condannato in Italia in primo e secondo grado)

    La cattura è avvenuta a causa di due denunce di abusi sessuali , avanzate lo scorso dicembre dai genitori di due bambini di Carpineto Romano ma in realtà, il sacerdote era stato spostato dalla Colombia già a seguito di accuse di abusi su minori che in Italia ha reiterato.

    In un documento della chiesa del 31 agosto 2018 in nostro possesso, il fondatore dell’Istituto Missionario San Juan Eudes, monsignor Humberto Lugo Argüelles, avvertiva del comportamento inappropriato del sacerdote in missione in Africa.

    Neppure in questo caso, malgrado la consapevolezza della chiesa colombiana che lo ha trasferito, la chiesa italiana che lo ha accolto non ha attuato qualora informata, alcuna misura preventiva al fine di evitare reiterasse e non risulta qualora non sapesse abbia avviato indagini per chi ha omesso la grave segnalazione, permettendo altre 2 vittime.

    Anche se sono parecchi di più, questi alcuni esempi di casi attuali nei quali vediamo la chiesa italiana non intervenire nei confronti dei vescovi, in assoluta violazione al Motu proprio.

     

    -o-O-o-

    Va anche notato, come evidenzieremo subito dopo con qualche esempio, che la chiesa si fa in qualche modo carico dei sacerdoti puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.

    Neppure la vittima!

    In alcuni casi abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo attivamente provvede alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato.

    Si fa anche garante quando necessario di una dimora per gli arresti domiciliari (l’inchiesta completa sui 23 centri per preti pedofili in Italia su “Giustizia Divina” Emanuela Provera – Federico Tulli “Chiarelettere”), della loro riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche dopo aver scontato il carcere.

    Una prevenzione anche qui sulla carta e un altro evidente squilibrio in discriminazione delle vittime che non hanno alcun tipo di assistenza. Questo non solo a fronte delle dichiarazioni di vicinanza e soccorso della chiesa, anche queste solo sulla carta, ma un abominio in quanto la stessa è poi l’organismo che equamente dovrebbe giudicare e spesso a farlo sono gli stessi vescovi che in precedenza hanno coperto il prete.

    Qui sarebbe interessante che il Presidente della CEI si pronunciasse e ci spiegasse come applica o dove vede applicato equamente quel “garantismo” di cui si fece tanto forte nei nostri incontri !

    A fronte dell’impegno per la difesa dei preti pedofili, nessuna garanzia per le vittime.

    Neppure per quelle che hanno ottenuto un risarcimento in sede giudiziaria, verso le quali la chiesa dovrebbe intervenire.

    Vittime invece che si trovano come nel caso di don Luciano Massaferro, dopo il carcere reintegrato furtivamente dalla diocesi e dagli stessi parrocchiani che ne hanno omesso per più di un anno la presenza. Un prete che ha avuto l’onore della difesa di avvocati come Coppi, che difficilmente poteva permettersi.

    Oggi per mano della stessa chiesa Massaferro non ha più stipendio (si spera che non sia per pagare il legale in quanto la chiesa non ha motivato), dal quale la vittima poteva almeno prelevare il quinto dello stipendio per il risarcimento deciso dal Tribunale italiano.

    Per il prete non preoccupatevi, non è alla fame e tantomeno sotto un ponte, come lui stesso vanta nell’affermarlo, è responsabile di 3 parrocchie.

    Potrei proseguire con casi come quello di don Luigi Gabbriellini, Don Silverio Mura, Mauro Galli e tanti altri che non elenchiamo in quanto non cambierebbero la palesata gravità della situazione della chiesa italiana, che emerge positivamente solo nei comunicati autoreferenziali ai media, per autoacclamazione e puntualmente senza il contraddittorio dei sopravvissuti o di chi li tutela.

    Anche l’editoria non ha certo brillato molto nelle inchieste giornalistiche o negli approfondimenti televisivi, mentre i media stranieri (malgrado la notizia sia per loro “di nicchia”) hanno già prodotto 3 documenti sulla grave situazione della penisola.

    Documenti che naturalmente non sono circolati in Italia, ma li proponiamo qui di seguito e sono;

    “LA PREDA. I casi di pedofilia insabbiati dal Vaticano in Italia” prodotto da TFILM;

    “I peccati nascosti dell’Italia” prodotto da BBC.

    Il terzo è stato prodotto invece per una TV (non italiana) da una troupe belga e sarà pubblicato in Europa nei primi mesi del 2024.


    IL SISTEMA DELLE GERARCHIE e le “FACOLTA’” dei gerarchi “privilegiati”

    Forse superficialmente quanto detto prima è più che sufficiente ad una valutazione. Vogliamo ancora spendere intellettualmente qualche passaggio rispondendo alla più ovvia e spontanea delle domande; PERCHE’ questo è possibile malgrado il Motu propio ?

    E’ vero che il pontefice fa le leggi e le raccomandazioni ma poi le gerarchie hanno una loro autonomia nell’applicarle. Autonomia concessa, in quanto in ogni paese le esigenze della chiesa sono differenti e lo scopo delle gerarchie è proprio quello di gestirle al meglio, in favore del Vaticano.

    Cosa che abbiamo visto negli anni, per esempio, nelle varie linee guida emesse dalle Conferenze Episcopali, diverse in ogni nazione, dove la chiesa ha adattato i suoi parametri/esigenze alle leggi degli Stati. In altri come l’Italia invece, controcorrente o quanto meno indifferente anche di fronte agli appelli della Santa Sede, non ha fatto nulla in quanto la carenza legislativa e l’assenza dello Stato italiano glielo hanno permesso.

    Un anno abbondante di indagini dell’osservatorio della Rete L’ABUSO ha documentato in Italia, in più occasioni oltre quelle citate sopra, attraverso molte testimonianze anche di sacerdoti oltre che sopravvissuti, quello che accade nel mondo “sommerso” delle diocesi. In questo caso dei vescovi e della stessa Conferenza Episcopale, responsabile degli stessi e dell’applicazione di quanto legiferato dal Pontefice, che tuttavia non si intromette.

    Come in precedenza approfondito nell’articolo “Motu proprio vos estis lux mundi; 4 + 1 = 12 …I conti non tornano”, più fonti mi spiegano;

    “Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”.

    Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”

    “Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”

    “Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.

    Sembrerebbe quindi venire a mancare in molti casi anche la comunicazione da parte delle diocesi alla CDF nonché la stessa collaborazione vantata da Zuppi pubblicamente. Un fatto già appurato alla presentazione del Report della CEI, che dai venti anni annunciati si è ridotto poi a due e senza i dati di CDF.

    Report che tuttavia, tenendo conto che i due anni censiti erano durante l’emergenza COVID, che ha limitato l’accesso agli uffici e che i dati provenivano da soli 30 centri di ascolto diocesani su 166 diocesi che li hanno attivati (su un totale di 226), il dato non era proprio insignificante.

    68 persone denunciate.

    Se prendiamo per esempio il dato della commissione francese che ne censisce 3000 (la Francia ha un totale di circa 20.000 preti, l’Italia circa 50.000) e lo dividiamo per 70, ovvero l’arco temporale del censimento, fa una media di 42 sacerdoti l’anno.

    In Italia il dato CEI di cui non si conosce neppure la località dove sono avvenuti i fatti, di cui si ignora cosa la chiesa abbia fatto per quelle vittime e per i colpevoli e dal quale sono stati omessi; procedimenti in corso; dati delle diocesi (esclusi i 30 sportelli); dati delle associazioni; dati della CDF e lo dividiamo per i due anni che la CEI ha campionato, fa 34 casi ogni anno, contro i 42 della Francia.

    Guardiamo per un solo attimo il risultato ottenuto nel concreto dalla CEI e senza andare troppo lontano lo paragoniamo a quanto hanno fatto le altre Conferenze Episcopali nella sola Europa tra commissioni d’inchiesta indipendenti, ricerca delle vittime dei preti, soccorso ai sopravvissuti e indennizzi economici, prevenzione e allontanamento dei soggetti pericolosi.

    …Dire che non è stato fatto nulla dalla CEI, è persino un complimento molto generoso.

    Fine del report

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/04/19/alto-commissariato-per-i-diritti-umani-alla-c-a-del-comitato-per-i-diritti-dellinfanzia-crc/

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  • Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    • Franceso Zanardi – Report delle vittime sulle omissioni al Motu proprio della Conferenza  Episcopale Italiana

    “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”

    Matteo Zuppi

    … Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, 332 casi italiani, quelli documentati direttamente attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.

    Le interrogazioni che ci siamo posti nell’indagine;

    • Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
    • Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
    • Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
    • Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
    • Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?

    Ebbene non i risultati, ma nello scrutinio delle schede, questi i dati che emergono sistematici, quindi scontati.

    Il report sarà reso pubblico nei prossimi giorni a Roma, durante il sinodo e la annessa manifestazione di 3 giorni (dal 27 al 30) organizzata da Eca Global di cui Rte l’Abuso è fondatrice e che raggruppa le associazioni dei sopravvissuti in tutto il mondo.

    A questo proposito la Redazione del TG NEWS annuncia fuori dalla sola edizione del sabato, contributi speciali sugli eventi che avranno luogo a Roma.


    • Alessio Di Florio – Un prete-preside videopedofilo su cui è calato il totale silenzio

    La settimana scorsa abbiamo raccontato una vicenda partita dalla Sicilia e giunta in Vaticano di un prete che ha molestato ed umiliato per anni un ragazzo. «Mi convinse a fare delle video chat erotiche con un prete di Chieti» ha dichiarato la vittima a Repubblica ormai quasi un anno fa. Il prete «da un lato lo umilia dicendogli che è “un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente”, dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: “il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione”» si legge nell’inchiesta di Federica Tourn sul quotidiano Domani.

    Sono passati oltre nove mesi dalla pubblicazione dell’inchiesta di Federica Tourn e ancora di più dalla pubblicazione di Repubblica. Sin dal novembre 2022 su WordNews.it abbiamo cercato di spezzare il totale silenzio che in provincia di Chieti è calato sulla vicenda. Nonostante se ne sono occupati organi di stampa nazionale nessun turbamento e nulla di nulla. Così come nessun intervento da parte della Diocesi e del vescovo Bruno Forte, grande protagonista del Sinodo per le Famiglie, dopo che nei primi mesi di quest’anno a Chieti è scattata un’inchiesta per prostituzione e pornografia minorile e atti sessuali con un minorenne, chat sulle principali piattaforme social e di messaggistica istantanea in cui si sono diffusi foto e si coordinavano gli accusati nulla di nulla

    Il vescovo che ha trovato il tempo di polemizzare con un sindaco per le «strade», che in occasione dell’Abruzzo Pride ha inviato un comunicato contro (rimasto per giorni e giorni in alto e in grande evidenza sul sito della Diocesi) mentre nulla sulle violenze omofobe e neofasciste contro alcuni partecipanti, che ripetutamente ha preso posizione contro incontri pubblici (appoggiando di fatto posizioni di Forza Nuova, senza nulla dire quando Roberto Fiore – la cui storia è ampiamente pubblicata sul web – è venuto in città), che ama la famiglia e i più piccoli, nulla di nulla ha mai avuto da dire su questi fatti, sulla denuncia di un «preside» e sull’inchiesta dell’inizio di quest’anno. Sono passati ormai oltre dieci mesi e nessuno è stato turbato. E come su WordNews.it abbiamo sottolineato più volte resta un pesante interrogativo su tutti: se nulla si sa, se nulla si vuol dire, se nessuna posizione si prende il personaggio accusato dalla vittima di Siracusa continua a frequentare scuole e quindi anche minorenni? Una circostanza che turberebbe chiunque ma non, a quanto pare, nella provincia teatina chi dovrebbe …

    Fonte: Repubblica, Domani, WordNews.it


    • Ludovica Eugenio – Francia: il cardinale Ricard condannato dal Vaticano per abuso sessuale

    Il card. Jean-Pierre Ricard, 78 anni, arcivescovo emerito di Bordeaux, figura di spicco della Chiesa francese, è stato interdetto dal Dicastero per la Dottrina della Fede dall’esercizio pubblico del suo ministero presbiterale, tranne che nella diocesi dove risiede, quella di Digne, nell’Alta Provenza, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (27/9). L’accusa era di violenza sessuale aggravata su una donna minore all’epoca dei fatti, ed era stato archiviato per prescrizione dalla procura di Marsiglia il 25 febbraio scorso. La giustizia ecclesiastica nel frattempo è andata avanti, con un processo canonico; il dossier, nelle mani dell’arcivescovo di Marsiglia card. Jean-Marc Aveline, è stato così trasmesso a Roma, al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    L’interdizione a dire messa in pubblico e ad amministrare i sacramenti è valida però solo fuori dai confini della diocesi in cui Ricard risiede, Digne, nell’alta Provenza, grazie a un accordo con il vescovo locale, mons. Emmanuel Gobilliard, che tuttavia appare piuttosto critico: «Non sono d’accordo – si legge su La Croix – che il cardinale Ricard celebri per il momento nella diocesi di Digne, gliel’ho detto, spero che la sanzione venga applicata anche qui». Quanto a Ricard, ha detto di non voler “generare né alimentare alcuna controversia” .

    Presidente della Conferenza episcopale di Francia dal 2001 al 2007, Ricard si era autoaccusato lo scorso novembre, durante l’assemblea d’autunno dei vescovi, in una lettera ai suoi confratelli: «Mi sono comportato in modo riprovevole, 35 anni fa, quando ero parroco, con una ragazza di 14 anni. Il mio comportamento ha necessariamente causato conseguenze gravi e durature in questa persona», aveva detto. Emerse poi che il caso era già noto da diversi mesi al presidente dei vescovi mons. Eric de Moulins-Beaufort, allertato da suor Veronique Margron, presidente dei religiosi francesi, alla quale la vittima si era rivolta, indignata per il ruolo di delegato pontificio attribuito a Ricard nella gestione degli abusi di una nuova comunità carismatica.

    Fonte : La Croix


    • Federica Tourn – Un tribunale ecclesiastico penale per la Chiesa cattolica in Svizzera 

    La Conferenza episcopale svizzera vuole istituire un tribunale ecclesiastico penale e disciplinare per la Chiesa cattolica in Svizzera. Questa decisione fa seguito all’ampiezza dei casi di abusi sessuali rivelati da uno studio recente condotto dall’Università di Zurigo.

    In un comunicato diffuso sabato scorso, i vescovi si dicono “sconvolti” dai risultati della ricerca, che ha messo in luce l’esistenza di un gran numero di casi di abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi 70 anni. Auspicano quindi l’istituzione di un tribunale nazionale: i vescovi stanno lavorando per organizzare un incontro con i responsabili vaticani nelle prossime settimane.

    Le leggi svizzere continuerebbero ad avere la precedenza e le autorità penali sarebbero obbligatoriamente coinvolte in tutti i casi di abusi o altri reati commessi in ambito religioso. Il tribunale ecclesiastico si occuperebbe anche delle sanzioni necessarie in caso di violazione della legge ecclesiastica.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, ha riconosciuto che sono stati commessi degli errori nell’indagine sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. “La prospettiva delle vittime non è stata presa sufficientemente in considerazione. Sono molto dispiaciuto per questo”, ha detto monsignor Gmür.

    Il vescovo di Basilea ammette che all’inizio del suo mandato episcopale dava maggiore importanza alla gestione giuridicamente corretta dei casi di abuso, ma che con il tempo ha cambiato prospettiva.

    Il vescovo Gmür si è detto favorevole a un sostegno esterno per le indagini della Chiesa sui casi di abusi sessuali, come richiesto dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera. Il vescovo di Coira, Joseph Bonnemain, che è responsabile di un’indagine sull’insabbiamento di casi di abusi all’interno della Chiesa, “ha detto che sarebbe felice di ricevere tale sostegno. E penso che sia un’ottima cosa”.

    Per il vescovo di Basilea, il potere all’interno della Chiesa deve essere distribuito meglio. “Lavorerò a Roma per garantire che la Chiesa sia decentrata. È necessaria una nuova morale sessuale e la possibilità di prendere accordi a livello regionale”, ha sottolineato.

    Fonte: RSI e RTSInfo


    • Federico Tulli – Le radici del silenzio, dell’omertà, della complicità, dell’impunità

    «Quando emergono nuovi casi di pedofilia, ascoltando attentamente le dichiarazioni della Chiesa cattolica ci si rende conto che le frasi del portavoce di turno allontanano velocemente l’attenzione dal passato, portandola sul presente e sul futuro. In questo modo il Vaticano vuole farci credere che gli abusi non si ripeteranno nel futuro. In realtà non vuole assolutamente ripulire o risolvere i danni procurati nel passato. I casi di violenza sui bambini nella Chiesa non sono incidentali, ma sono strutturali in tutto il mondo, in tutte le scuole cattoliche, negli oratori, negli istituti: l’abuso non è un difetto nel sistema, l’abuso era ed è “il” sistema della Chiesa cattolica».

    A parlare è Ton Leerschool. Vittima a 13 anni di un sacerdote pedofilo, Leerschool è nato e vive in Olanda ed è membro di una fondazione non-profit che si occupa delle vittime di abusi sessuali. Nel 2011 fondò, insieme con Sue Cox, Survivors voice Europe, un’associazione internazionale per la tutela dei diritti di persone violentate in età prepubere da preti. In quello stesso anno la “Commissione Deetman” si avvalse anche della “consulenza” di Leerschool per indagare sui crimini compiuti nella Chiesa olandese tra il secondo Novecento e i primi anni Duemila. Grazie al suo contributo gli investigatori sono riusciti a ricostruire le responsabilità di circa 850 sacerdoti, stimando un numero di vittime compreso tra 10mila e 20mila.

    «Non aspettiamoci che la Chiesa ripulisca spontaneamente il danno fatto, non lo farà mai» ci ha detto ancora Leerschool. «Solo incalzando il Vaticano con crescenti e continue pressioni da tutti i fronti, politico, opinione pubblica, cattolici praticanti e così via, potremo vedere un giorno i responsabili in ginocchio». Proprio tutto ciò che manca oggi in Italia.

    Federico Tulli


    • Pierelisa Rizzo – Don Mauro Galli condannato in via definitiva a tre anni

    Il 26 settembre scorso si è conclusa una vicenda durata 12 anni. Al Tribunale di Milano, Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello, si è svolta l’ultima udienza dell’Appello Bis con la sentenza di condanna definitiva a tre anni di reclusione per don Mauro Galli. La condanna verrà scontata ai domiciliari.

    Erano presenti i familiari della vittima che si sono dichiarati sufficientemente soddisfatti dell’esito finale del processo: “era la migliore conclusione possibile per evitare il rischio della prescrizione che, di fatto, avrebbe vanificato tutto l’iter processuale.”

    Tecnicamente si tratta di un «concordato in Appello», una sorta di patteggiamento proposto dalla difesa e accettato dalla Procura Generale. La riduzione della pena a tre anni era l’unica possibilità per evitare il carcere e quindi l’unica richiesta da parte della difesa per chiudere definitivamente questo processo. Don Mauro Galli, ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano, era accusato di violenza sessuale su un ragazzo di a15 anni. In appello era stato condannato a 6 anni.

    Rimane ora aperta e da ridefinire la parte ecclesiastica: un prete che ha commesso un reato, per il quale è stato condannato, viene posto ai domiciliari ma non vi è traccia di un percorso di cura affinché comprenda la portata di ciò che ha fatto. L’ammissione di colpa, sancita dal patteggiamento e dal risarcimento in via extra-giudiziale, non ha finora dato seguito a nessuna richiesta di perdono alla vittima, alla sua famiglia e alla stessa Parrocchia in cui operava all’epoca dei fatti.

    Ora i fedeli si chiedono se chi non ha avviato nessuna Indagine Previa, appena venuto a conoscenza dei fatti, e ha invece deciso di spostare subito il prete mettendolo ancora a contatto con i minori, può continuare a fare il Vescovo.

    Queste domande dovranno trovare una risposta esaustiva.
    Intanto oggi, con questa sentenza, è terminato un lungo e doloroso processo.

    Fonte Rete L’Abuso

  • Abusi nella chiesa, le vittime dell’ex gesuita Rupnik si oppongono alla sua riabilitazione

    Abusi nella chiesa, le vittime dell’ex gesuita Rupnik si oppongono alla sua riabilitazione

    «Questa relazione, che scagiona da ogni responsabilità Rupnik, ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata». Queste le parole di alcune vittime di Marko Rupnik, che in una lettera aperta al papa reagiscono con sdegno al rapporto finale della visita canonica sul Centro Aletti, diffuso ieri dalla diocesi di Roma.

    «I fatti e i comunicati che si sono susseguiti in questi ultimi giorni – l’udienza privata, resa poi pubblica attraverso immagini apparse in rete, concessa dal papa a Maria Campatelli, ex religiosa della Comunità Loyola e attuale presidente del Centro Aletti; e il comunicato diffuso con il report conclusivo della visita canonica realizzata alla comunità del Centro Aletti – tali fatti ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo», scrivono le sopravvissute alle violenze dell’ex gesuita nella lettera pubblicata oggi sul sito di Italy Church Too ), il coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica, nato nel febbraio 2022 in sostegno di tutte le vittime della violenza clericale. Per le firmatarie, l’udienza papale a Campatelli e il rapporto diocesano che assolve l’operato del Centro Aletti sono un chiaro segno dell’indifferenza della Chiesa nei confronti delle vittime: «riconosciamo che la “tolleranza zero sugli abusi nella chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi», si legge nel testo. Oltre al papa, la lettera – che si può sottoscrivere e che denuncia la doppia violenza subita dalle vittime, prima da Rupnik e poi dalla Chiesa, che le ha ripetutamente ignorate – è indirizzata anche al cardinale Angelo De Donatis, al presidente della Cei Matteo Zuppi e al cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

    «Il comunicato della diocesi, avallando pienamente il lavoro del Centro Aletti riabilita anche il suo fondatore ed è l’ultimo sfacciato tentativo del cardinale De Donatis di salvare Rupnik, con la piena approvazione del papa», spiega a Domani Fabrizia Raguso, docente di psicologia all’università cattolica di Braga, in Portogallo, ex sorella della Comunità Loyola e prima firmataria della lettera aperta. Proprio dalla Comunità Loyola erano emerse, già nel 1994, le prime denunce di abuso a carico di Rupnik (qui l’intervista alla vittima: https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-sessuali-rupnik-gesuiti-sesso-chiesa-vaticano-q3youohh). Da questi fatti si era originata la spaccatura della Comunità: alcune sorelle erano rimaste con la superiora Ivanka Hosta e altre, fra cui la stessa Campatelli, avevano seguito Rupnik per fondare il Centro Aletti a Roma. Hosta, si legge ancora nella lettera, «per trent’anni ha coperto le nefandezze di Rupnik, e ha ridotto in schiavitù spirituale coloro che si opponevano ai suoi disegni di rivincita». La Comunità Loyola è stata commissariata nel dicembre 2020 e la sua situazione canonica è al momento lasciata in sospeso dal Dicastero competente, nonostante la relazione conclusiva del commissario, il vescovo gesuita Daniele Libanori, che ha evidenziato gravi casi di manipolazione di coscienza da parte della superiora. Emerge quindi chiaramente come il sacerdote sloveno abbia goduto di una rete di protezione da parte di diverse persone (non ultimo l’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar), che già trent’anni fa erano a conoscenza dei suoi abusi ma non hanno fatto nulla per fermarlo.

    «Immagino che dietro questa difesa ad oltranza di Rupnik e delle sue seguaci ci siano anche interessi economici – continua Raguso – perché il Centro Aletti è un’associazione pubblica di fedeli della diocesi e incassa cifre importanti grazie alla produzione e alla vendita dei mosaici». La risonanza mondiale delle denunce a carico dell’ex gesuita ha però già fatto calare le richieste di nuove opere e in diversi paesi, dalla Francia alla Svizzera e alla Gran Bretagna, si comincia a discutere dell’opportunità di rimuovere i mosaici usciti dall’atelier artistico del Centro Aletti.

    Alla lettera aperta hanno aderito anche alcune ex religiose che avevano testimoniato a Domani sotto pseudonimo e che ora hanno deciso di esporsi pubblicamente con il proprio nome. «Sono passati più di trent’anni dagli abusi subiti nella comunità Loyola – dice Gloria Branciani a Domani –  un tempo insopportabile perché nonostante tutte le testimonianze, le denunce, i fatti narrati con fatica e dolore io oggi ancora non esisto per la Chiesa. I fatti sono prescritti ma le persone no, e neanche il nostro dolore. Per questo sento il diritto-dovere civico e morale di continuare a testimoniare la verità dei fatti, anche se a qualcuno possono sembrare sgradevoli e inappropriati». «Di nuovo ci vogliono costringere al silenzio ma la verità non si può cancellare», aggiunge un’altra sopravvissuta, Vida Bernard.

    Papa Francesco, che il 15 settembre ha accolto con calore in Vaticano Maria Campatelli (un incontro «sbattuto in faccia alle vittime»), non ha invece mai risposto a quattro lettere che altrettante religiose ed ex religiose della Comunità Loyola gli avevano fatto recapitare nel luglio del 2021. L’amarezza delle vittime per la diversità di trattamento ricevuto dal papa è profonda: «non c’è posto in questa chiesa per chi ricorda verità scomode», concludono.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/marko-rupnik-chiesa-cattolica-gesuiti-papa-francesco-angelo-de-donatis-vescovo-centro-aletti-dgnmu5m9

  • Rupnik scagionato, le vittime censurate e ridicolizzate

    Rupnik scagionato, le vittime censurate e ridicolizzate

    «In seno al Centro Aletti è presente una vita comunitaria sana e priva di particolari criticità»; «i membri del Centro Aletti, benché amareggiati dalle accuse pervenute e dalle modalità con cui sono state gestite, hanno scelto di mantenere il silenzio – nonostante la veemenza dei media – per custodire il cuore e non rivendicare una qualche irreprensibilità con cui ergersi a giudici degli altri»; «il Visitatore ha doverosamente esaminato anche le principali accuse che sono state mosse al p. Rupnik, soprattutto quella che ha portato alla richiesta di scomunica. In base al copioso materiale documentario studiato, il Visitatore ha potuto riscontrare e ha quindi segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica. In considerazione della gravità di tali riscontri, il Cardinale Vicario ha rimesso la relazione alle Autorità competenti».

    Questi i punti salienti del comunicato emesso il 18 settembre dal vicariato di Roma in merito all’esito della visita canonica al Centro Aletti di p. Marko Ivan Rupnik, l’ex gesuita accusato da almeno 15 donne per abusi sessuali.  Nel 2020, era incorso  in una scomunica latae sententiae comminata dal Dicastero per la Dottrina della Fede per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. La scomunica era stata revocata poco dopo, dallo stesso Dicastero o da papa Francesco. Il 14 luglio di quest’anno, un decreto di dimissione dalla Compagnia di Gesù firmato dal Padre Generale lo ha espulso dall’Ordine.

    Qui la lettera aperta di alcune sopravvissute agli abusi di p. Marko Rupnik dopo la diffusione del comunicato.

    Per adesioni scrivere a postmaster@italychurchtoo.org

    Al Santo Padre papa Francesco

    Al Cardinal vicario De Donatis

    Al cardinal Matteo Zuppi, presidente della CEI

    Al Cardinal João Braz de Aviz

    I fatti e i comunicati che si sono susseguiti in questi ultimi giorni – l’udienza privata, resa poi pubblica attraverso immagini apparse in rete, concessa dal papa a Maria Campatelli, ex religiosa della Comunità Loyola e attuale presidente del Centro Aletti; e il comunicato diffuso oggi con il report conclusivo della visita canonica realizzata alla comunità del Centro Aletti – ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo.

    In questi due avvenimenti non casuali, anche nella loro successione nel tempo, riconosciamo che alla chiesa non interessa nulla delle vittime e di chi chiede giustizia; e che la “tolleranza zero sugli abusi nella chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi.

    Ci fanno pensare che la retorica che abbiamo visto in scena a Lisbona durante luglio e agosto scorsi è una parola vuota (“Tutti, tutti, tutti sono accolti nella chiesa!”), perché alla fine non c’è posto in questa chiesa per chi ricorda verità scomode.

    Non abbiamo altre parole, perché tutta la sofferenza delle vittime l’abbiamo esposta come una ferita aperta, e certo disgustosa…. E le vittime sono perciò state censurate per non essere state discrete, ma aver esposto qualcosa di ripugnante: il loro dolore, la manipolazione di chi le ha circuite in nome di Cristo, dell’amore spirituale, della Trinità. Hanno esposto il loro dolore perché la manipolazione e gli abusi ne hanno ferito per sempre la dignità.

    Tutto quello che hanno ricevuto e continuano a ricevere è solo silenzio. Soprattutto le vittime dell’abuso di potere da parte di Ivanka Hosta (che per trent’anni ha coperto le nefandezze di Rupnik, ed ha ridotto in schiavitù spirituale coloro che si opponevano ai suoi disegni di rivincita) aspettano una risposta definitiva, chiara, materna da più di un anno. Ma hanno solo ricevuto silenzio.  E con questa relazione oggi pubblicata, che scagiona da ogni responsabilità Rupnik ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata.

    Quel colloquio concesso dal papa a Campatelli, in un clima così familiare è stato sbattuto in faccia alle vittime (queste e tutte le vittime di abusi); un incontro che il papa ha negato loro. Non ha mai neppure dato risposta a quattro lettere di altrettante religiose ed ex religiose della Comunità Loyola che gliele avevano fatte recapitare nel luglio del 2021.

    Le vittime sono lasciate nel grido afono di un nuovo abuso.

    Fabrizia Raguso, docente associata di Psicologia, Universidade Católica Portuguesa di Braga

    Mira Stare, Dr. Theol. Universität Innsbruck

    Gloria Branciani, Licenza in Filosofia

    Vida Bernard, Licenza in Teologia

    Mirjam Kovac, dottorato in Diritto canonico