Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La chiesa compra il silenzio delle vittime

    La chiesa compra il silenzio delle vittime

    Federica Tourn per DOMANI – Da quasi vent’anni Massimiliano Gamalero bussa alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo. E nessuno gli ha mai dato retta. Ma oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, sta per compiere 74 anni, ecco che fa arrivare alla vittima una proposta di risarcimento per le violenze subite.

    Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi garante dell’offerta è Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui (provincia di Alessandria) a cui Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno. Insomma: ti paghiamo in cambio dell’oblio.

    Questo è il vero buco nero della Chiesa italiana: quanti casi simili conosce? Quanti abusi sessuali dei sacerdoti sono stati seppelliti sotto la clausola di riservatezza? E questo è anche il problema del nuovo presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), il cardinale Matteo Zuppi che, come vedremo, sull’argomento è costretto a fare lo slalom tra ambiguità e contraddizioni.

    Quando iniziano le violenze, Massimiliano ha sedici anni e il prete venti più di lui. Don Carlo conosce bene il ragazzo: per otto anni è stato parroco a Mombaruzzo, il paese in provincia di Asti dove Massimiliano abita con la famiglia; è lui che lo ha cresimato soltanto due anni prima ed è stato anche il suo insegnante di religione alle superiori. «C’era un rapporto di fiducia fra di noi – ricorda Gamalero – ero stato rimandato in tre materie e mia madre gli chiese di aiutarmi in storia e letteratura in vista degli esami di riparazione». Tutti i giorni di quell’estate dell’84 Massimiliano prende il treno che da Mombaruzzo lo porta ad Acqui Terme per farsi dare lezioni di ripetizione nel Seminario vescovile di cui don Bottero è stato appena nominato rettore. Superato il grande portone d’ingresso, Massimiliano, i libri sotto il braccio, aspetta che il prete venga a prenderlo.

    «Mi portava in una stanza e lì, mentre leggevo, cominciava a toccarmi e io cercavo di sfuggire alla sua presa serrando le gambe, nella speranza che la smettesse – ricorda Gamalero – le braccia invece rimanevano inchiodate sul banco, come per far finta di niente o forse per paura di una reazione violenta». Il prete, però, continua. «Era come trasfigurato: più io tentavo di resistere, più lui usava la forza per costringermi. Cercava a tutti i costi di masturbarmi e ottenere la mia eccitazione. Alla fine è riuscito a spogliarmi e a portarmi su un divano, dove mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia».

    Nel racconto emerge a questo punto un particolare che da solo racconta dell’ambiente clericale più di molte ammissioni di colpevolezza. Durante una di queste lezioni, mentre don Bottero sta come di consueto palpeggiando il ragazzo, all’improvviso entra nella stanza un altro prete. Il nuovo arrivato non si scandalizza, anzi, comincia a scherzare con il rettore che, senza alcun imbarazzo, continua a toccare Massimiliano. «Don Carlo era lì che armeggiava con il mio corpo e con naturalezza si mise a parlare con questo prete, senza neppure tentare di nascondere quel che stava facendo», precisa oggi la vittima. Massimiliano per i due preti non è che una cosa, un oggetto inanimato a cui non è necessario prestare attenzione.

    Che cosa accadeva abitualmente nel Seminario vescovile di Acqui, se gli abusi su un minore – a maggior ragione se commessi dal rettore, esempio e guida per i seminaristi – venivano considerati normali e il sacerdote non avvertiva neanche bisogno di dissimularli? Che genere di preti può aver formato un luogo simile, dove la violenza su un ragazzo non era considerata degna di rilievo? E soprattutto, la Chiesa che cosa fa di fronte a vicende come questa che conosce in ogni particolare?

    Don Carlo Bottero rimane al suo posto di rettore del Seminario di Acqui per ben nove anni, dal 1983 fino al 1992, quando viene destinato dall’allora vescovo Pier Giorgio Micchiardi alla parrocchia di Spigno Monferrato, nell’alessandrino.

    Per Massimiliano inizia il periodo della rimozione dell’abuso: «Per vent’anni ho nascosto l’accaduto a tutti, anche a me stesso – commenta – mi vergognavo profondamente e mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendermi». Sono anni difficili, in cui non riesce ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti e anche l’inserimento nel mondo del lavoro è problematico: è demotivato e sfiduciato nei confronti della vita e delle persone che incontra. Nel ’93, arrivano i primi episodi di depressione e le crisi di panico, ma dovranno passare ancora dieci anni prima che trovi la forza di denunciare. A quel punto sono trascorsi quasi vent’anni dagli abusi, troppi per poter ricorrere alla giustizia dello Stato; ma non per quella ecclesiastica, che fissa proprio a vent’anni la prescrizione per questo genere di delitto.

    Gamalero sente l’urgenza di essere ascoltato, ma non sa che stanno per scadere i termini per la denuncia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Lo sa invece il vescovo Micchiardi: «Mi disse di stare tranquillo – racconta Gamalero – e di non preoccuparmi del prete, che ci avrebbe pensato lui». Infatti il vescovo ci pensa, guardandosi bene dall’avviare un’indagine su don Bottero, che viene però prontamente trasferito da Spigno a Canelli, nell’astigiano, dove diventa parroco della chiesa di San Leonardo. Mentre il vescovo fa melina, scatta la prescrizione anche per il processo canonico: «Micchiardi mi ha fatto perdere l’ultima occasione che avevo per portare don Carlo davanti a un tribunale», puntualizza amaro Gamalero. Se il vescovo tace, il parroco di Mombaruzzo don Pietro Bellati, a cui Gamalero chiede aiuto, non è da meno e gli suggerisce di dimenticare tutto: «Mi disse testualmente che non voleva “andare a fare del can can”».

    Intanto ansia, depressione e deliri di persecuzione continuano ad assillare la vittima: sviluppa disturbi della personalità e gli viene diagnosticata anche la fibromialgia, una malattia debilitante che comporta dolori diffusi e stanchezza cronica. A causa dei problemi fisici e psicologici causati dal trauma subito, per due anni non riesce nemmeno ad andare a lavorare. Nel 2017, sentendosi abbandonato dalle istituzioni, va a suonare alla porta di don Bottero, che nel frattempo è stato nominato responsabile della formazione degli aspiranti diaconi e direttore dell’Asilo infantile Cristo Re di Villanuova di Canelli, dove è sempre a contatto con i bambini. «Gli ho rinfacciato tutto quello che mi aveva fatto – racconta la vittima – e lui non ha negato, anzi, voleva che lo perdonassi». Don Bottero ammette quindi le violenze e di lì a poco si dimette anche da parroco, scegliendo un profilo più basso in parrocchia.

    Gamalero, non soddisfatto, a marzo di quest’anno torna alla carica con il nuovo vescovo Luigi Testore, che nel frattempo ha sostituito Micchiardi alla guida della diocesi di Acqui. Segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini dall’80 all’86, Testore è un esponente di spicco della diocesi ambrosiana e della stessa Cei, dove è membro del Consiglio per gli affari economici. Testore si dice subito pronto a ricevere Gamalero e, di fronte al racconto della vittima, si impegna a incontrare il prete e ad avviare la canonica “investigatio previa”. Indagine che si svolge velocemente tanto che, due mesi dopo, il 13 maggio scorso, il vescovo invia i risultati al Dicastero per la dottrina della fede (ex Congregazione): è vero che i fatti sono ormai prescritti, ma il Dicastero, se lo ritiene opportuno, ha la facoltà di derogare ai termini. Un mese dopo, monsignor Testore scrive a Gamalero che Bottero si è dichiarato colpevole. «Preferivo attendere istruzioni da Roma prima di comunicarglielo e Le sarei grato se Lei tenesse la cosa per sé fino a quando mi arriveranno precise indicazioni», scrive il vescovo, e aggiunge: «Ho sentito il mio predecessore, che mi ha confermato quanto da Lei riferito».

    Vent’anni dopo, dunque, monsignor Micchiardi, ormai emerito, ammette di essere sempre stato a conoscenza dell’abuso, ma non una parola viene spesa dai due vescovi sulla mancata denuncia alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. «Quando gli ho chiesto cosa pensasse del vescovo precedente, che mi aveva tenuto buono per anni impedendomi di chiedere giustizia, mi ha risposto che monsignor Micchiardi non aveva un intento malevolo ma soltanto l’intenzione di aiutarmi», commenta Gamalero. Un aiuto “spirituale” che evidentemente non poteva prescindere dal mantenere il silenzio sulla vicenda e che ha messo il prete pedofilo al riparo da indagini interne che potessero verificarne l’attitudine a occuparsi di bambini e adolescenti. Perché la conseguenza (voluta) degli insabbiamenti è proprio questa: lasciare che un pedofilo continui a venire in contatto con i minori, con la possibilità tutt’altro che infrequente che ripeta gli abusi.

    Il verdetto del Dicastero per la dottrina della fede arriva a fine estate: il vescovo Testore il 14 settembre scorso convoca Gamalero e gli riferisce che il suo caso non è stato ritenuto abbastanza grave da permettere una deroga per aprire un processo a don Bottero. «Il Dicastero ha considerato non superabile la prescrizione e che non fosse quindi possibile adottare alcun provvedimento canonico», dichiara il vescovo a Domani. Il motivo? Lo ha spiegato con parole più chiare lo stesso monsignor Testore alla vittima: «Il vescovo mi disse che il Dicastero riapre casi prescritti soltanto di fronte a situazioni estreme, come gli abusi avvenuti durante la confessione», riporta Gamalero. Par di capire cioè che per la Chiesa è gravissima la molestia sessuale durante la confessione, meno grave la pedofilia durante una ripetizione di latino. Sottigliezze teologiche sulle quali sarebbero benvenuti gli autorevoli commenti del papa Bergoglio.

    La faccenda però non si chiude qui, anzi. In mancanza di una sentenza di colpevolezza, il vescovo Testore non può sanzionare il sacerdote, per quanto reo confesso, ma propone alla vittima un risarcimento. Don Carlo Bottero è infatti pronto a mettere mano al portafoglio per poter compensare in qualche modo la sofferenza causata. Gamalero allora fa un rapido calcolo delle sole sedute di psicoterapia dal 2008 ad oggi, senza includere i farmaci, e arriva a una cifra che si aggira intorno ai 36500 euro, sottolineando che rappresentano una minima parte del danno subito. Il primo ottobre arriva, sempre tramite il vescovo, la proposta di don Bottero, in cui la somma richiesta è già drasticamente ridimensionata. Il prete, dopo aver ribadito le sue scuse per «i fatti avvenuti nel 1984», si impegna infatti a versare venticinquemila euro in cinque rate annuali «per sovvenire alle spese mediche affrontate, pur consapevole che queste siano state negli anni ben superiori». L’impegno però verrebbe meno in caso di morte o di divulgazione dell’accordo. «Il vescovo mi disse che la proposta di risarcimento di don Bottero era un atto di gratuità, perché ormai non potevo più ricorrere alle vie legali», sottolinea Gamalero.

    Un gesto che in realtà tanto gratuito non era, considerato il vincolo della clausola di riservatezza. «Desiderei che questo scritto fosse considerato strettamente privato e personale, per questo ritengo che una eventuale divulgazione farebbe venir meno l’impegno da me sottoscritto», precisa infatti il prete nel documento. «Si tratta di un atto unilaterale di grande sensibilità, che la persona ha assunto per iscritto senza averne alcun obbligo. Egli ha indicato che si trattava di “scrittura privata”, il cui contenuto andava quindi considerato confidenziale», ribadisce dal canto suo a Domani monsignor Testore.

    Il primo bonifico è già pronto a partire ma Gamalero, via mail, rifiuta la clausola di segretezza, che bolla come «falsa e immorale» perché a questo punto, persa o negata la possibilità di un processo, «non ci sarebbe nulla di ufficiale sull’ammissione di colpevolezza» di don Bottero. «Bisogna però tener conto – gli risponde il vescovo – che non si tratta di una transazione ma di un impegno unilaterale che esprime davvero un desiderio di riparazione da parte del Bottero. E che quindi va considerato e apprezzato». Gamalero però è inamovibile e ribadisce che accetterà il risarcimento «solo ed esclusivamente se reso pubblico»; chiede inoltre al vescovo copia dei documenti relativi all’indagine previa e alla risposta del Dicastero, che gli vengono negati. «L’unico documento che ho visto in tutta questa vicenda è quello di don Bottero, che pretende un inaccettabile silenzio sull’abuso in cambio di 25 mila euro, una miseria in confronto al danno psicofisico che ho subito», commenta amaramente Massimiliano Gamalero.

    Questo non è certo l’unico caso in cui la Chiesa cerca di chiudere la bocca ai sopravvissuti alla violenza clericale attraverso dei risarcimenti vincolati al silenzio. Quanti avranno avuto la determinazione (o la possibilità economica) di respingere un’offerta simile? Quanti, abusati dai preti da piccoli, una volta adulti hanno accettato questi accordi?

    «Sono transazioni note da da anni – conferma Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso – io sono a conoscenza di una quarantina di casi ma sono certamente molti di più. La somma proposta non supera mai i venticinquemila euro, ma fino a una decina di anni fa era anche più bassa, oscillava fra i cinque e i venticinquemila. Si tratta di cifre ridicole ma la vittima spesso vive in condizioni psicofisiche estreme e non è in grado di rifiutare». Queste scritture private non sono contrarie alla legge, sia chiaro: il problema si pone su un piano etico, perché si realizzano in un contesto in cui la vittima è in condizione di fragilità psicologica a causa di quello che ha passato. «Spesso le persone che hanno subito violenza, pur prendendosela con il singolo prete, si fidano del contesto ecclesiastico e non si fanno nemmeno assistere da un legale», conferma l’avvocata Daniela Cultrera, che si è occupata di queste transazioni nel contesto clericale. «Lo schema è sempre lo stesso. Il confidente spirituale o una persona che riveste un ruolo di rilievo nella comunità spinge la vittima ad accettare l’accordo, presentandolo come un gesto di riconciliazione. Siamo di fronte a una vera e propria manipolazione di queste persone, che alla fine si sentono in colpa a rifiutare un gesto che è fatto “per il loro bene”. L’obiettivo invece è difendere la Chiesa».

    Eppure il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si è sempre mostrato tiepido nei confronti di qualsiasi tipo di indennizzo alle vittime e proprio a Zanardi, durante un colloquio privato avvenuto l’estate scorsa, ha ribadito di essere contrario ai risarcimenti non per la clausola di riservatezza ma perché potrebbero incentivare le denunce a scopo di profitto. Dunque la “via italiana” della Cei alla lotta agli abusi sessuali dei sacerdoti passa attraverso questi “atti unilaterali di grande sensibilità” con vincolo di riserbo? Quanti di queste scritture private sono note alla Cei? Interpellato in proposito da Domani, il presidente della Cei si è limitato a citare le linee guida (contraddittorie) approvate dall’assemblea dei vescovi nel 2019: «La valutazione di eventuali clausole di riservatezza che potrebbero essere inserite nei contratti relativi al risarcimento del danno va fatta in relazione ai casi concreti, e in ogni caso non può di certo incidere sulla libertà della vittima di un abuso di ricercare la verità e di perseguire la giustizia negli ambiti civili e canonici». Però, precisa ancora Zuppi, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Due affermazioni incompatibili: infatti, se il silenzio sugli abusi è inaccettabile per la Cei, logicamente lo devono essere anche le clausole di riservatezza.

    Il senso di queste transazioni è chiaro: pagare le vittime perché tacciano la violenza subita. Dimenticare, nascondere, non far sapere: questo l’imperativo della Chiesa, che bada innanzitutto a non fare del “can can”. Un sistema che ignora la sofferenza delle vittime e la loro legittima richiesta di giustizia e, al contrario, agevola i pedofili che, protetti dalla negligenza dei loro superiori, rimangono liberi di continuare a molestare ragazzini da una parrocchia a un’altra. Nei corridoi delle curie spesso si conoscono i casi nei dettagli molto prima che arrivino (se arrivano) agli sportelli di ascolto diocesiani. Per quanto riguarda Acqui, il vescovo Testore ha assicurato a Domani che non risultano altre vittime nella sua diocesi, eppure a quanto pare don Bottero non era l’unico: il parroco di Mombaruzzo don Bellati ha confidato a Gamalero che in zona c’era un altro prete pedofilo, un’altra famiglia in preda alla disperazione. Nascondere gli abusi infatti non significa solo non voler sapere, come chiosa lo stesso Gamalero: «I preti non parlano ma le cose le sanno, eccome se le sanno».

    La storia finisce con un nuovo colpo di scena: nonostante il fermo rifiuto di Gamalero, i primi 5 mila euro del prete pedofilo sono stati accreditati sul suo conto. i primi cinquemila euro. «Ho detto al vescovo Testore di lasciarmi in pace perché sto male – taglia corto lui – e i soldi li ho già restituiti a don Bottero. Il mio silenzio non si compra».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/preti-pedofili-pagamenti-silenzio-vittime-ec52nkag

     

  • I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi e il portavoce della rete “L’Abuso – Associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” Francesco Zanardi si sono incontrati due volte, riservatamente, nel corso dell’estate. Gli incontri, che in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti, sono avvenuti nella sede dell’Arcidiocesi di Bologna dopo che Zanardi, in una conferenza stampa del 22 maggio, aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulle modalità scelte dalla CEI per condurre le indagini sui casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in Italia.

    Nei loro due incontri il cardinale e il portavoce dell’associazione L’Abuso sono stati in disaccordo su punti precisi riguardo alle modalità dell’indagine. Zanardi contesta l’intenzione della CEI di non prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, e il fatto che verranno presi in considerazione, al contrario di ciò che è avvenuto in altri paesi, solo i casi degli ultimi venti anni. Mette poi in discussione l’indipendenza di chi avrà il compito di esaminare i dati raccolti, e i provvedimenti che la Chiesa progetta di prendere nei confronti dei responsabili dei casi di abusi riconosciuti.

    È soprattutto su questo ultimo punto che i toni del confronto tra Zuppi e Zanardi si sono alzati: «il cardinale», dice Zanardi al Post, «ha paragonato il prete pedofilo a un tossicodipendente che non deve essere condannato a vagare per le strade a vita. Ha così fatto riferimento alla mia storia personale, ma anche a quella di tante vittime di abusi che sono diventati tossicodipendenti o alcolisti o vivono gravi depressioni. È un paragone improponibile, la tossicodipendenza si cura, la pedofilia è tutta un’altra cosa».

    Nella conferenza stampa in cui aveva ricevuto le domande incalzanti di Zanardi, Zuppi aveva parlato di una “via italiana” alla questione della pedofilia della Chiesa, e cioè di un’indagine che sarebbe stata condotta in maniera diversa rispetto a quanto avvenuto in altri paesi, come Germania e Francia. In un’intervista data al Corriere della Sera, il presidente della CEI aveva detto di voler procedere in modo diverso anche perché, per esempio, giudicava l’inchiesta francese non particolarmente attendibile: «sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione».

    L’Italia è l’ultimo grande paese storicamente cattolico in cui la Chiesa ha deciso di indagare sugli abusi nei confronti di minori da parte dei preti. Ma lo farà, accusa Zanardi, «con un metodo utile unicamente alla Chiesa italiana per continuare a evitare, anche di fronte alle evidenze emerse in tutto il mondo, un ennesimo scandalo, il più grande visto in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi».

    Per comprendere quale sia l’importanza di un’inchiesta in Italia sugli abusi nella Chiesa è utile prendere in considerazione alcune stime realizzate dal giornalista irlandese Mark Vincent Healy che, in assenza di un dato italiano, sulla base di quelli emersi nelle ricerche delle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha fatto una stima. Suggerisce che la portata degli abusi in Italia potrebbe essere la più grande. Papa Francesco ha sostenuto, durante un’intervista con Eugenio Scalfari, che la percentuale di preti pedofili sul totale è di circa il 2%; secondo una ricerca americana realizzata alla fine degli anni Novanta sarebbe invece del 4%, mentre al termine della celebre inchiesta giornalistica “Spotlight” del Boston Globe la percentuale stimata fu del 6%. L’Australian Royal Commission ritiene che in Australia i preti pedofili siano il 7% del totale.

    Secondo Healy, in base a queste percentuali, «l’Italia rischia di superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea». In base a  queste stime, che non sono appunto dati verificati, i preti colpevoli di abusi in Italia sarebbero mille nell’ipotesi più ottimistica e quasi 4mila nell’ipotesi più pessimista; le potenziali vittime potrebbero arrivare complessivamente fino a un milione.

    Non è solo L’Abuso a contestare il modo in cui la Chiesa italiana sta procedendo. Anche il coordinamento ItalyChurchToo, che riunisce le associazioni che si battono contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, ha definito carenti i punti su cui si fonda la cosiddetta “via italiana” illustrata dal cardinale Zuppi.

    Il presidente della CEI ha spiegato che è in corso di realizzazione un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021). Inoltre, si sta svolgendo un’altra ricerca, su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il problema, fa notare la rete L’Abuso, è che vengono presi in considerazione solo i casi segnalati negli ultimi vent’anni alla Congregazione della Dottrina della Fede, escludendo totalmente quelli invece denunciati alla giustizia civile. «Si tratta», spiega Zanardi, «a volte solo di segnalazioni dei vescovi in cui spesso manca anche la vittima. Sono spesso documenti incompleti, senza quei dettagli che servono in realtà a individuare con certezza e chiaramente un caso di abuso».

    Per quanto riguarda il report sui casi denunciati agli Sportelli diocesani d’ascolto negli ultimi due anni, si tratta di poche denunce: «il 70-80% delle persone che subiscono abusi non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli Sportelli diocesani, costituiti nel 2019» dice Zanardi. «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro. In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso».

    Quello dei risarcimenti è un altro punto molto contestato da parte delle associazioni delle vittime. Nel loro incontro, secondo quanto riferisce Zanardi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che se venissero stabiliti risarcimenti la Chiesa fornirebbe un incentivo a denunciare e qualcuno sarebbe spinto unicamente a cercare profitto. In passato peraltro nemmeno i governi italiani si sono dimostrati sensibili all’argomento, come è invece avvenuto in altri paesi.

    In Svizzera per esempio è stato stabilito che non ci sia prescrizione per reati di pedofilia. Quando venne presa la decisione, nel 2015, visto che la legge non poteva essere retroattiva, fu stabilita una finestra di sei mesi entro la quale potevano essere presentate denunce anche per abusi subiti prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto furono le stesse istituzioni ecclesiastiche a contattare le vittime offrendo risarcimenti per evitare denunce e processi.

    I dati che verranno raccolti dai servizi diocesani e dalla Congregazione per la dottrina della fede, saranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza specializzati in economia, statistica, sociologia e con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori. Ma le associazioni delle vittime di abusi non ritengono indipendente l’Università Cattolica. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico, dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, dalle norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli statuti interni di ciascuna istituzione. Il cardinale Zuppi ha risposto all’obiezione spiegando che però i professori ed esperti che esamineranno i dati sono laici e non sacerdoti. «Stipendiati però dall’università Cattolica», commenta Zanardi.

    Un altro punto per il quale la cosiddetta via italiana viene contestata dalle associazioni è la natura stessa dei 23 centri di recupero “per sacerdoti in difficoltà” presenti in Italia. Secondo Zanardi, queste strutture sono inadeguate perché autonome e gestite dal clero: «È giusto che si punti al recupero di queste persone. Ma a differenza di un carcere o di una residenza detentiva domiciliare, il controllo è affidato alla struttura. Ovvero nessun controllo di polizia, il detenuto non è isolato, entra ed esce chi vuole in quanto la struttura non è un vero luogo di detenzione, ha altri ospiti con problemi differenti, che ricevono visite e non sono tenuti alle restrizioni di chi è in stato detentivo».

    Le due relazioni sugli abusi nella Chiesa in Italia saranno rese note a novembre. La CEI ha fatto sapere al Post che i lavori stanno procedendo e che non intende replicare alle accuse di Zanardi.

    https://www.ilpost.it/2022/09/09/incontri-cei-vittime-preti-pedofili-zuppi-zanardi/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

     

  • “I pedofili restino preti” lo ha detto il Presidente Zuppi con forza all’associazione delle vittime italiane

    “I pedofili restino preti” lo ha detto il Presidente Zuppi con forza all’associazione delle vittime italiane

    Il Presidente della CEI Matteo Zuppi ed il portavoce dei sopravvissuti italiani Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO), si sono incontrati più volte nei mesi scorsi, fino ad oggi in assoluta riservatezza. Il fine, di trovare tra i sopravvissuti e la chiesa italiana una soluzione dignitosa alla pari degli altri paesi che, diversamente dall’Italia, sono intervenuti in tutta Europa con Commissioni d’inchiesta indipendenti, indennizzi e la realizzazione di canali percorribili di sostegno per chi è rimasto vittima.

    La Conferenza Episcopale Italiana è nei fatti controcorrente al resto del mondo, come fatto notare durante la conferenza stampa dal presidente della Rete L’ABUSO al cardinale.

    Quella che la CEI ha voluto chiamare “la via italiana”, continua a non essere di alcun interesse e utilità; né per le vittime, né per la collettività. Un metodo utile unicamente alla chiesa italiana per continuare  ad evitare – anche di fronte alle evidenze oramai emerse in tutto il pianeta – un ennesimo scandalo, in questo caso il più grande, in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi.

    “La via italiana” di Zuppi, da quanto confermato dagli incontri bolognesi avvenuti durante l’estate con Zanardi, sarà discriminatoria verso i sopravvissuti perché, a differenza di quanto accaduto in tutto il mondo, in Italia la chiesa esaminerà solamente gli ultimi venti anni, a differenza dei settanta esaminati nel resto del mondo.

    La commissione non sarà indipendente ma dipendente dalla CEI, affidata alla Cattolica e tratterà tutti i casi denunciati nell’ultimo ventennio alle sole diocesi, escludendo tutti quelli denunciati alla giustizia civile, riducendo in realtà quelli delle diocesi, ai soli due anni da quanto sono attivi gli sportelli diocesani che li raccolgono. Dai quali tra le altre cose, come esposto al Cardinale, stanno già cominciando ad arrivare all’associazione le prime vittime deluse.

    Non ci sarà nessun indennizzo per le vittime: secondo il cardinale Zuppi questo potrebbe essere un incentivo a denunciare, qualcuno “magari cercandone profitto”.

    A differenza dei preti pedofili che godono di più di 23 centri di recupero solo in Italia, anche qui non vi  è nulla per le vittime, tranne un’assistenza offerta da volontari presso gli sportelli diocesani, dove difficilmente i sopravvissuti si recheranno.

    Si è parlato naturalmente del pericolo di recidività conclamato del reintegro dei pedofili, finora curati con insuccesso nei 23 centri che citavamo sopra. Centri utili più che altro a far si che il sacerdote non sconti in carcere la pena e poi, come tra gli esempi nel documentario della BBC dello scorso febbraio, dopo averla scontata, venga tranquillamente reintegrato a contatto con minori, nelle parrocchie.

    Anche qui il Cardinale Zuppi è stato irremovibile e opposto alle affermazioni odierne di papa Francesco sulla tolleranza ZERO. Per Zuppi (Cei), ZERO tolleranza ZERO: i sacerdoti pedofili hanno il diritto alla riabilitazione e, dopo la pena, di tornare alla loro missione pastorale.

    Non è restato che rispondere, “contenti i fedeli, per noi l’importante non li mettiate nuovamente vicino ai bambini“.

  • PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, promotore di una linea di contrasto agli abusi clericali ben precisa, espressa articolatamente nella “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell’intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

    1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, all’interno della Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore di tanti preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l’affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

    2) Presidente, la statistica non è un opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all’altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell’intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l’OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un’estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un’immagine dell’ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo “Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa”). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell’Istat, quando afferma, nell’intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine»

    3. Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell’intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

    4. Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l’arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell’indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l’affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull’applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

    5. Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell’intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

    6. Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all’interno del progetto “SAFE”. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell’indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiae, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l’alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l’Università di Zurigo per la Svizzera.

    7. Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi… La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE”, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l’obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico. Un lavoro – svolto in partnership con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana – la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza; un lavoro di tale rilievo per la Chiesa da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”.

    Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell’operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità di rendere accessibili tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, di giustizia per tutte le vittime e di reale ed efficace prevenzione.

    Roma, 30/6/2022

    https://italychurchtoo.it/2022/06/comunicato-stampa-presidente-zuppi-a-questo-report-manchera-proprio-la-serieta/

  • Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

    Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

    ROMA-ADISTA. Con un comunicato stampa, la Cei ha annunciato, il 23 giugno, di aver «avviato il I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

    Si tratta di una delle cinque linee programmatiche di contrasto agli abusi annunciate dal presidente dei vescovi italiani card. Matteo Zuppi all’indomani dell’assemblea generale di maggio scorso, apparsa fin da subito inadeguata, per cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno, perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzata da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema, e per l’arco temporale estremamente limitato (2020-2021) sul quale tali servizi possono avere competenza, non essendo oltretutto nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane.

    Nella ricerca, che ha l’obiettivo di delineare «la realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, la loro diffusione e strutturazione, l’operatività ed efficacia nell’azione pastorale di formazione, prevenzione e accoglienza», saranno coinvolti «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», che dovranno collaborare rispondendo a «questionari specifici per ciascun ambito da compilare on line, garantendo la massima riservatezza». Dati, quelli dei centri diocesani, che secondo Zuppi (Corriere della Sera, 23/6) sarebbero assolutamente «indipendenti. A Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo.

    Nessuna traccia, nel comunicato, della seconda parte dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021, ma di cui per ora non si parla. Nel frattempo, però, sempre sul Corriere, Zuppi spara a zero sul Rapporto francese della Commissione Sauvé, definendo «sicuri» i ben pochi dati approdati alla Cdf: «Dal 2000 abbiamo dati sicuri, quelli della Dottrina della Fede. Dati oggettivi, non proiezioni statistiche. Sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo, nonché un attacco sorprendente alla Chiesa “sorella”: «“Qualitativo” significa distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». «Facciamo una cosa seria, che ci fa più male perché riguarda noi adesso. Aiuterà anche nella prevenzione e a capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio», aggiunge Zuppi, cercando chiaramente di spostare il focus dalla Chiesa.

    Istituzione “indipendente”?

    Ma chi esaminerà ed elaborerà i dati raccolti? Qui viene il bello. Il card. Zuppi, presentando il progetto il mese scorso, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato dato a due centri universitari indipendenti, competenti sulla materia, a garanzia della serietà e del rigore dell’operazione, senza peraltro specificarne l’identità «per motivi amministrativi».

    Il comunicato stampa del 23 giugno ora rivela che il compito di elaborare i dati sarà affidato a «ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori, che sono richieste a livello europeo a tutte le organizzazioni operanti con minori ai fini di garantire loro ambienti sicuri in termini di prevenzione, contrasto e protocolli di segnalazione abusi, e che rappresentano il quadro delle Linee guida della Chiesa che è in Italia del 2019». Tali ricercatori dovranno presentare una «radiografia dell’esistente», ma anche «trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

    La scelta di questa istituzione viene motivata con il fatto che già in passato ha svolto il ruolo di soggetto valutatore del progetto “SAFE – Educare e Accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano, l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza-Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna».

    Che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla.

    Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae sulle università cattoliche (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli Statuti interni di ciascuna Istituzione.

    Alcuni riferimenti giuridici: secondo il CIC, articolo 808, «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 ex Corde Ecclesiae: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa»; art. 14: «In una Università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all’autonomia proprie di tali attività».

    Lo strettissimo legame con la Chiesa è anche sancito, ovviamente, nello Statuto della Cattolica, la quale «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura» (art. 1). Non solo: «Allo scopo di realizzare i suoi fini istituzionali e in armonia con il magistero della Chiesa, l’Università Cattolica istituisce un Centro di Pastorale universitaria» (art. 11).

    Insomma, è più che evidente che, pur essendo una istituzione di altissimo profilo scientifico e accademico, di “indipendente” non ha proprio nulla. E qui viene a mancare quel requisito che solo sarebbe garanzia di oggettività e terzietà e di valutazioni scevre da conflitti di interessi.

    Oltretutto, la sede di Piacenza dell’Università Cattolica  – come lo stesso comunicato della CEI riporta -ha già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto SAFE, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza (diretto dalla professoressa Raffaella Sette), dal 2013 articolazione del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

    Che cosa è il progetto SAFE?

    Nel 2018, nell’ambito del Programma dell’Unione Europea “Rights, Equality and Citizenship/Justice 2018”, è stato finanziato un programma biennale (2019-2021) in tema di politiche di salvaguardia dei minori nelle organizzazioni italiane religiose e sportive, intitolato “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE” (grant n° 856807 – SAFE – REC-AG-2018/REC-RDAP-GBV-AG-2018), il cosiddetto Progetto SAFE. Al programma, che aveva come obiettivo la creazione di competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico, partecipava un consorzio di 4 partner: oltre al suddetto CIRVIS, l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Coordinatore), il Centro Sportivo Italiano (CSI, cattolico anch’esso) e la Presidenza Nazionale Azione Cattolica Italiana. Il progetto ha ricevuto un finanziamento di quasi 320mila euro, ripartiti tra i quattro partner in proporzioni diverse: più della metà alla Associazione papa Giovanni XXIII, quasi 30mila all’Università, 54mila al CSI e quasi 65mila alla presidenza nazionale dell’Azione cattolica. Data la complessità e delicatezza del Progetto – si legge sul sito dedicato – il consorzio dei Partners ha deciso di affidarne la valutazione dell’efficacia dell’impatto del medesimo rispetto alle azioni intraprese, a un’équipe multidisciplinare di docenti universitari e ricercatori  dei  Dipartimenti di Scienze della Formazione e di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza». Ecco la quadratura del cerchio.

    Il progetto SAFE, che intendeva «promuovere nella Chiesa e nella società una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili creando una struttura di comunicazione aperta e trasparente», ha formato «1.200 persone, tra singoli associati di Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione cattolica italiana, Centro sportivo italiano, e rispettivi leader locali e nazionali. Si tratta di persone che hanno dedicato tempo ed energie al riflettere su se stessi, sul proprio modo di relazionarsi con i minori all’interno dei rispettivi contesti di vita e di azione educativa e sociale, confrontandosi per costruire percorsi di tutela condivisi e trasparenti, affinando l’individuazione di fattori di rischio e fattori di protezione che possono mantenere sicuro un contesto familiare, sportivo, aggregativo, o al contrario renderlo abusante». Un progetto, dunque, su cui la Chiesa italiana ha puntato molto tant’è che Avvenire lo definisce “il progetto della Chiesa italiana” (18 maggio 2022).
    Insomma: non vi è dubbio  che queste istituzioni siano preparate e accreditate su ricerche nell’ambito degli abusi per intraprendere un’analisi dei (pochi) dati che arriveranno dai Centri di ascolto diocesani e dalla Cdf. Ma sono troppo vicine alla Chiesa.

  • Abusi sessuali: la Chiesa italiana chiamata a svegliarsi

    Abusi sessuali: la Chiesa italiana chiamata a svegliarsi

    Il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia (ItalyChurchToo), creato nel febbraio 2022, ha inviato una lettera in tal senso il 10 maggio al Presidente uscente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinal Gualtiero Bassetti, nonché ai funzionari vaticani legati al fascicolo abusi sessuali: “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili. »

    Francesco Zanardi, presidente del Coordinamento, giustamente si interroga su una reale volontà della Chiesa nel Paese di conoscere la vera dimensione degli abusi: «Una commissione davvero indipendente sarebbe rivoluzionaria, ma anche molto imbarazzante. Perché dimostrerebbe che l’Italia è il Paese con il più alto numero di preti pedofili al mondo. “

    Secondo lui, questa stima deriva da una semplice aritmetica: “In Francia ci sono 22.000 sacerdoti e la commissione ha individuato più di 3.000 pedofili e più di 200.000 abusati [secondo i dati rilevati dalla commissione Sauvé, ndr]. Visto che in Italia ci sono 52.000 preti, è lecito pensare che i pedofili possano essere il triplo, ovvero nove o diecimila. E gli abusi salgono a un milione. »

    La pressione sui vescovi arriva anche dalla pubblicazione, a fine maggio 2022, di un libro sugli abusi sessuali nel clero italiano. Firmata da tre noti giornalisti italiani, tra cui la vaticanista Lucetta Scaraffia, l’opera, intitolata Agnus Dei. L’abuso sessuale del clero in Italia, cerca per la prima volta di comprendere la situazione italiana in questo campo, confrontandola in particolare con quella di altri paesi. Una bomba in Italia dove, a differenza dei suoi vicini latini, la Chiesa si rifiuta per il momento di rompere l’omertà criminale.

    Infine, il 27 maggio 2022, la Conferenza Episcopale Italiana ha annunciato l’avvio di uno studio sugli abusi sessuali sui bambini e sulle persone vulnerabili all’interno dell’istituto negli ultimi 20 anni: “Sarà realizzato uno studio con la collaborazione di “istituti di ricerca indipendenti”, al fine di “ottenere una conoscenza più approfondita e obiettiva” dei presunti o accertati attentati commessi da religiosi in Italia tra il 2000 e il 2021. Primo passo falso per Matteo Zuppi.

    Questi reati richiedono un’indagine e non uno studio, peraltro, in un periodo molto limitato di vent’anni. Le associazioni delle vittime denunciano progressi troppo timidi e mantengono la pressione. Matteo Zuppi non potrà barare a lungo.

    Alessandro Ballario

    Abus sexuels : l’Eglise italienne sommée de se réveiller

  • L’elefante nella stanza

    L’elefante nella stanza

    Federica Tourn – La questione degli abusi nella Chiesa è l’elefante nella stanza che da tempo interminabile le autorità ecclesiastiche hanno continuato a evitare, abbassando gli occhi per non vederlo e scartando di lato per non sfiorarlo. Oggi questo elefante si è fatto sempre più grande e la stanza sempre più piccola, tanto che la Chiesa non può più evitare di prenderlo in considerazione ma, quando lo fa, in genere è per ridimensionarne le proporzioni, incapace di confessare che ormai ostruisce ogni possibilità di vedere con chiarezza l’orizzonte.

    Se usiamo questa metafora per molti versi logora, è per indicare la gravità e la pesantezza delle violenze spirituali, psicologiche, sessuali, di potere che pervadono la Chiesa e che hanno reso asfittica e irrespirabile l’aria per i credenti che chiedono un rinnovamento; violenze che ledono i diritti umani e che per questo hanno visto anche molti cittadini chiedere trasparenza e giustizia per le vittime.

    Proprio da queste due anime è nato il coordinamento ItalyChurchToo: dal desiderio di denunciare una realtà ingombrante e sotto gli occhi di tutti, quella degli abusi nelle parrocchie, nei conventi e nei monasteri, nei grest estivi e negli oratori, nelle comunità ecclesiali e nei seminari, in Vaticano e nelle missioni – insomma in ogni più recondito recesso del mondo cattolico. In modo non molto diverso da quel che è successo nel 2019 in Germania con il movimento Maria 2.0, che ha visto donne credenti ribellarsi in seguito allo scandalo degli abusi nel paese, lo scorso febbraio alcune associazioni femminili (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of Faith) si sono rivolte ai pochissimi organi di stampa sensibili (fra cui la stessa Adista) e, soprattutto, alle associazioni delle vittime per rompere l’assordante silenzio sul tema in Italia.

    Come spesso è accaduto negli ultimi anni, dal Tribunale delle donne di Sarajevo alle tante manifestazioni in difesa della democrazia in Bielorussia, Polonia, Argentina e Stati Uniti (soltanto per fare alcuni esempi), è ancora una volta dai movimenti delle donne che viene la denuncia delle discriminazioni e la spinta alla giustizia sociale. Così come è dei femminismi il richiamo a mettere al centro gli esclusi, che siano donne, persone lgbtq o razzializzate, vittime di guerra o di violenza. La sfida di questa rete nata dal basso si è subito concretizzata in un lavoro capillare di studio e monitoraggio delle possibilità di intervento, nel solco di chi altrove – per esempio in Francia con la Commissione Ciase – sta già affrontando il problema.

    Così in poco tempo il coordinamento è diventato un cane da guardia della Chiesa in Italia, piccolo ma determinato a non mollare la presa. Alla vigilia della 76esima assemblea generale della Cei, ItalyChurchToo ha inviato ai vescovi una lettera con una serie di richieste ben precise: prima fra tutte, l’istituzione di un’inchiesta indipendente sui casi di violenza su minori e adulti nella Chiesa, l’apertura di tutti gli archivi, l’applicazione del certificato antipedofilia anche per il clero e il volontariato cattolico e il risarcimento per le vittime.

    Sì, perché anche in questo caso, al centro di questo enorme rimosso ci sono loro, le vittime di abusi. O meglio, i sopravvissuti e le sopravvissute, parola che rende meglio lo sforzo enorme che impiegano ogni giorno per non rimanere schiacciati da questo elefante, sopraffatti dalla sofferenza per essere stati manipolati, plagiati, toccati, stuprati quando erano piccoli, indifesi, o in una condizione di dipendenza. Sono religiose costrette al silenzio, ex bambini abusati, non di rado provenienti da situazioni di vulnerabilità fisica o sociale, alcuni persino disabili (ricordate il caso dell’Istituto Provolo? E non è certo l’unico).

    Persone la cui vita è marchiata dalla violenza subìta, che lascia segni permanenti, come ha ricordato Francesco Zanardi al neo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante la conferenza stampa finale dell’sasemblea dei vescovi. Zanardi ha detto una cosa semplice e terribile: le vittime stanno male. Sviluppano malattie psicosomatiche, prendono psicofarmaci per tirare avanti, alcune non riescono a uscire di casa e instaurare relazioni sane o fanno uso di sostanze stupefacenti, a volte – anche giovanissime, come nel caso di Eva Sacconago – si suicidano.

    Perché è importante entrare nel dettaglio del dolore? Perché, per esempio, esporre dei manifesti di figure umane con la biancheria macchiata di sangue, come Zanardi e ItalyChurchToo hanno fatto durante il flash mob davanti alla Nunziatura a Roma, il 27 maggio scorso? Perché lo stupro è questo: dolore, vergogna, spavento, mani e gambe che tremano, disgusto, sangue. Non c’è niente di pulito nello stupro, così come le vittime – i sopravvissuti – non sono una categoria astratta di cui «occuparsi», come ha detto lo stesso cardinale Zuppi mentre illustrava la “via italiana” alla lotta contro gli abusi sui minori e le persone vulnerabili. Non sono una categoria senza nome, sono persone con una vita e un vissuto personale che dà loro il diritto di essere interpellati per primi. La Chiesa però se ne guarda bene, anche quando dice che il suo primo pensiero va alle vittime.

    L’atteggiamento “caritatevole” delle gerarchie nei confronti dei sopravvissuti alla violenza clericale mi ricorda quello dello Stato nei confronti dei migranti: dispone delle loro vite, spesso per anni, senza coinvolgerli in alcun modo nel processo di accoglienza (quando esiste). Lo stesso fa la Chiesa, con un paternalismo disarmante, che unisce parole vuote di comprensione alla gestione “in proprio” di questioni che riguardano innanzitutto la vita e il dolore altrui.

    La premurosa attenzione della Chiesa in Italia, infatti, è finora andata innanzitutto ai responsabili degli abusi; a questi preti che, come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «restano comunque figli nostri, che madre Chiesa non può abbandonare». Quale madre, però, per amore del figlio che sbaglia, invece di metterlo di fronte alle sue responsabilità, mente per lui? Una madre corregge il figlio proprio perché lo ama, perché il suo compito non è certo quello di occultarne le colpe a detrimento di persone innocenti.

    Proprio perché si definisce madre, come ha potuto la Chiesa, davanti alle denunce di pedofilia, spostare semplicemente il sacerdote in un’altra diocesi ed esporre altri bambini a una possibile reiterazione del delitto? Cosa che, inutile dirlo, si è troppo spesso puntualmente verificata, come testimoniano gli atti dei processi. Reagirà ora la Chiesa alle tantissime domande di giustizia che arrivano dal basso? La casella di posta elettronica di ItalyChurchToo continua a riceverne ogni giorno, con messaggi spesso strazianti di credenti che si uniscono all’appello perché sia fatta finalmente chiarezza. «Dobbiamo farci ferire dall’ascolto», ha ripetuto giustamente monsignor Zuppi in chiusura dell’assemblea della Cei.

    La Chiesa deve appunto fare questo: coinvolgere chi è stato ferito nel piano per contrastrare la violenza clericale e denunciare i responsabili, tutti, non soltanto quelli degli ultimi vent’anni. Se non farà questo, se non avrà il coraggio di mettersi a nudo e consegnare senza ulteriori indugi ogni archivio e ogni prova nelle mani di una commissione realmente indipendente, se non avrà la chiarezza evangelica di cedere il passo e la parola alle vittime di tanto dolore e ingiustizia, l’elefante che fino ad oggi ha cercato di addomesticare stavolta la travolgerà.

    https://www.adista.it/articolo/68167

  • Pedofilia – La Chiesa del “silenzio” di papa Wojtiyla e la crisi di sistema nata dall’ossessione del sesso – FQ

    Pedofilia – La Chiesa del “silenzio” di papa Wojtiyla e la crisi di sistema nata dall’ossessione del sesso – FQ

    Quanto fa male il sesso alla chiesa? Per citare il cardinale Martini , il cattolicesimo in materia, è rimasto “indietro di 200 anni”. A differenza di altri campi della vita dove, invece, il Vaticano è stato dentro la storia.

    Iacopo Scaramuzzi, vaticanista di Askanews, affronta questa ossessione clericale (di cui non c’è traccia nel Vangelo) in maniera completa e densa di spunti nel suo saggio Il sesso degli angeli. Pedofilia, femminismo, lgbtq+: il dibattito nella chiesa (edizione dell’asino).

    La questione pedofilia è centrale e la prima notazione è decisiva: oramai siamo oltre lo scandalo. Gli abusi sui minori, che coprono interi decenni e coinvolgono tanti paesi nel mondo, hanno provocato una crisi di sistema nella Chiesa, che mette in delusione il modello di governo dei cattolici. A cominciare dai vescovi.

    Per stare sull’attualità: venerdì scorso il neo-presidente della Cei cardinale Matteo Zuppi, ha annunciato un report annuale e un’indagine dal 2000 in poi. Aggiungendo: “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci”.

    A prescindere ora dalle buone intenzioni di don Matteo, “prete di strada” voluto da papa Francesco, siamo sicuri che i vescovi siano le persone giuste per fare giustizia?

    Leggendo la ricerca di Scaramuzzi il dubbio si radica in profondità. L’autore intervista Jason Barry, “il primo cronista della storia ad indagare sugli abusi sessuali del clero sui minori “ (a partire da un caso del 1983 in Luisiana), e questi indica nella “segretezza patologica dei vescovi” il maggiore ostacolo alla verità. Di qui lentezze omertà e vittime abbandonate a se stesse. È la chiesa come fortino medievale che insabbia e si difende senza se e senza ma, proteggendo i suoi pastori accusati di essere predatori sessuali, si consolida soprattutto sotto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, oggi santo.

    Il profilo del papa polacco si scorge varie volte nel libro ed emerge nella lunga testimonianza di Mary McAlesee, presidente della Repubblica d’Irlanda dal 1997 al 2011 e oggi tra le voci più autorevoli del femminismo cattolico. McAlisee parla del sistema sinodale (i vescovi al solito) come di un “piccolo club clericale”  e della “cultura del silenzio” sulla pedofilia. Rivela: “durante la mia seconda visita a Giovanni Paolo II nel 2003, ho incontrato il papa (…), poi ho avuto una conversazione molto più lunga con il cardinale Angelo Sodano, all’epoca Segretario di Stato. E all’ora “premier” vaticano, morto venerdì scorso a 94 anni, le fece “presente il desiderio della Santa Sede di avere un concordato con l’Irlanda che proteggesse gli archivi e la documentazione della chiesa conservata nelle diocesi irlandesi e a Roma. Io sono rimasta sconcertata che anche solo sollevasse la questione con me”. Conclusione “gli ho detto subito che non avrei accettato. (…) Sodano non era per niente contento”.

    Quello di Scaramuzzi non è però un j’accuse anti-clericale. Anzi. L’autore conosce bene la chiesa e descrive la fatica di Francesco contro l’ossessione della morale sessuale, pilastro della dottrina e del clericalismo.

    E come nel 1978 la contraccezione segnò una frattura, uno scisma tra la chiesa e i credenti, oggi la frontiera decisiva è quella dell’omosessualità.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/05/30/pedofiliala-chiesa-del-silenzio-di-papa-wojtyla-e-la-crisi-di-sistema-nata-dallossessione-del-sesso/6609222/

  • Domande/risposte sulla pedofilia della Vaticanista Franca Giansoldati al Presidente CEI Matteo Zuppi

    Domande/risposte sulla pedofilia della Vaticanista Franca Giansoldati al Presidente CEI Matteo Zuppi

    Le domande della Vaticanista Franca Giansoldati sulla scelta della CEI di discriminare tutte le vittime del clero abusate prima del 2000.

    Non chiari neppure i provvedimenti per quelle che saranno prese in considerazione dalla chiesa italiana.

    Non ci sarà quindi una commissione d’inchiesta, rimarrà l’auto monitoraggio della chiesa su se stessa, lasciando indifferente il problema e eventuali soluzioni.

    L’assemblea a differenza di tutti gli altri paesi ha totalmente escluso le vittime, anche se dopo l’intervento del Presidente della Rete L’ABUSO, il Presidente CEI si è offerto di riceverlo nella sua qualità di portavoce.

    Richiesta accolta alla quale la Rete L’ABUSO ha già provveduto ad una richiesta di incontro.

    QUI la conferenza integrale

  • Per la CEI chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. La discriminazione dei vescovi delude i sopravvissuti

    Per la CEI chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. La discriminazione dei vescovi delude i sopravvissuti

    Una soluzione gattopardesca e davvero poco civile quella della chiesa italiana, ben lontana dal Vangelo che predica, è prima al mondo a livello di Conferenza Episcopale a fare un enorme passo indietro, proprio nel paese dove invece ci si immagina sia la più efficiente, e invece nega pubblicamente verità giustizia per i sopravvissuti, quasi reclamando il “diritto all’abuso”.

    Già delusi dai precedenti silenzi, insieme ai cattolici che nei giorni scorsi a centinaia avevano sottoscritto il documento del Coordinamento #ItalyChurchToo alla CEI,  al quale avrebbe dovuto rispondere al termine dei lavori dell’assemblea, invece ha trovato puntuale un assordante silenzio per tutti.

    Il messaggio è chiarissimo a questo punto, i Vescovi italiani malgrado millantino fiducia e insistano nel proclamare verità e giustizia per le vittime, non hanno la più pallida intenzione di fare un mea culpa sulla pedofilia, ma solo di superare quanto prima e più indenni possibili questo “irritante problema” che gli arreca imbarazzo.

    Situazione tanto evidente che il corrispondente dell’agenzia REUTERS commenta nella sua domanda al Cardinale Matteo Zuppi in conferenza stampa; “la solita commissione fatta all’italiana quindi?”.

    Perché un’enorme delusione ?

    Assistiamo ad un grande passo indietro, controcorrente al resto del mondo. In Italia non c’è stato alcun coinvolgimento dei sopravvissuti, i Vescovi hanno deciso che non ci sarà nessuna commissione di inchiesta, tantomeno indipendente, ma una semplice analisi sommaria dei dati dal 2000 al 2021 che da sempre sono presenti presso gli archivi delle diocesi e della CDF, detta “indipendente” ma gestita da istituti e persone unicamente accreditate dal clero.

    Come ha fatto notare in conferenza al neoeletto Cardinale Matteo Zuppi il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, con questo sistema (soli venti anni di analisi dei casi) saranno discriminate ed escluse migliaia di vittime, oltre a quelle non note alla chiesa e che sfiduciate dalla decennale inconcludenza (oggi rinnovata), scoraggiate dall’ assenza di qualunque proposta concreta di aiuto o di indennizzo, non trovano motivo di recarsi in uno sportello diocesano col rischio di dare un’informazione che sottoscriveranno non si sa a che prò e che magari servirà a tutelare il prete, rischiando che venga così segnalato e nuovamente nascosto, perdendo così anche la possibilità di poterlo monitorare.

    È più che ovvio che i sopravvissuti non abbiano alcuna voglia di condividere la loro sofferenza e il loro dramma con l’Istituzione che ha permesso sistematicamente con la sua omertà il loro stupro, nascondendo poi, proteggendo e realizzando “23 centri di cura” per gli stupratori e non per le vittime, alle quali oggi rinnova il rifiuto di qualunque forma di giustizia.

    Una proposta oltretutto antiscientifica l’analisi dei soli ultimi 20 anni, o forse studiata ad ok perché è ben noto dai vari studi scientifici accreditati, che il tempo di maturazione del trauma da parte delle vittime sia in media di 30 anni e la soluzione di eliminare le vittime precedenti al 2000 (ovvero chi ha già maturato il trauma arrivando alla denuncia) analizzando solo i casi successivi in cui quasi certamente chi ha subito non ha ancora maturato (e quindi non è ancora pronto alla denuncia), è una soluzione da autentici mascalzoni, che non lascia più alcuna speranza nelle gerarchie italiane, che con questa loro infelicissima decisione dimostrano nei fatti al mondo intero, l’alto livello di menefreghismo delle gerarchie per il danno subito dalle vittime, lo spregio dei più piccoli e della stessa vita umana.

    Le Nazioni Unite hanno più volte sollecitato al Governo italiano l’istituzione di centri di cura attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, la creazione di canali sensibili alle vittime, che agevolassero la denuncia alle autorità civili, l’estensione del certificato anti pedofilia anche al volontariato (tra cui il clero) una commissione d’inchiesta Statale e il risarcimento delle vittime.

    Ma pur avendo ratificato la Convenzione per la tutela dell’infanzia, il nostro paese non ha mai voluto adempiere alle norme di tutela e adeguarsi, di fatto non solo favorendo nell’ultimo ventennio il fenomeno  ad unico danno dei minori, ma lasciando lo spazio a gestioni criminali di vario genere gli stessi responsabili, da anni oramai totalmente inconcludenti nella penisola.

    La stessa Autorità Giudiziaria italiana da vent’anni sembra voler  continuare a mantenere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, è forse il problema peggiore in quanto non solo continua a lasciare che le violenze sui minori proseguano, ma dal lato Istituzionale denuncia una grave inefficienza che nei fatti si traduce in milioni di minori italiani privi di protezione ed esposti al costante rischio, non solo del clero.

    Francesco Zanardi


    Conferenza stampa integrale