Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • DON BARONE ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI/ “Sono decine le vittime del prete”

    DON BARONE ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI/ “Sono decine le vittime del prete”

    Davide Giancristofaro Alberti

    Don Barone accusato di abusi sessuali: in studio a Storie Italiane, su Rai Uno, il legale di una delle vittime del prete

    In studio a Storie Italiane vi è l’avvocato Luigi Ferrandino, uno dei legali delle presunti vittime degli abusi sessuali di Don Barone. “Da quello che è emerso – le sue parole – queste pratiche sono andate avanti per due anni. Molte persone si erano accorte e si erano allontanate, mentre altre si avvicinavano perchè avevano paura e il terrore di don Barone. A un certo punto c’è stata una ragazza che ha denunciato i fatti, sono intervenuti i media e poi è partito il processo. Le vittime sono tre, ma il processo riguarda decine di vittime – ha proseguito il legale, che aggiunge come siano diversi gli elementi a disposizione degli inquirenti, a conferma della tesi della violenza e degli abusi sessuali – ci sono filmati, intercettazioni ambientali e telefoniche: quando si è capito che il signore faceva queste pratiche, la procura ha nascosto cimici e di conseguenza hanno raccolto elementi molto importanti”. La sentenza in primo grado arriverà il prossimo 31 gennaio. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

    DON BARONE: PROCESSO VERSO LA CONCLUSIONE

    Si sta per concludere il processo nei confronti di don Michele Barone, l’ex parroco del Tempio di Casapesenna, in quel di Caserta, che si trova in carcere da ormai due anni con l’accusa di presunti abusi sessuali. Negli scorsi giorni, come ricorda il quotidiano Il Mattino, si sono tenute le arringhe dei legali delle parti civili, in cui sono state raccontate le storie di alcune delle presunte vittime, specificando che le stesse hanno avuto paura ad uscire dal gruppo di preghiera con il parroco di cui sopra, per paura di ricevere delle punizioni divine. In poche parole, come hanno fatto sapere gli avvocati in aula, “Molti lo considerando ancora un santo”. Il pubblico ministero ha chiesto ben 22 anni di reclusione, e sono state effettuate richieste pesanti anche per i genitori della bambina vittima di abusi, che ora rischiano 8 anni e 3 mesi (il padre) e 7 anni la mamma. Chiesti infine cinque anni per Luigi Schettino, dirigente del commissariato di Maddaloni, accusato di aver fatto pressioni affinchè venisse ritirata la denuncia contro don Barone.

    DON BARONE FERMATO A FEBBRAIO 2018

    Don Barone venne fermato nel febbraio del 2018 presso l’aeroporto Capodichino di Napoli, di ritorno da un viaggio da Cracovia assieme ai genitori della minorenne presunta abusata. Il sacerdote, stando a quanto sostenuto dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, avrebbe ingenerato nelle proprie vittime la convinzione di essere possedute dal demonio, sottoponendo le proprie vittime a trattamenti ritenuti disumani e lesivi della loro dignità, come percosse, ingiurie, minacce e atti sessuali. Oggi in studio a Storie Italiane vi sarà una presunta vittima del parroco del casertano, che racconterà la sua storia rispondendo alle domande della padrona di casa del programma di Rai Uno, Eleonora Daniele.

    https://www.ilsussidiario.net/news/don-barone-accusato-di-abusi-sessuali-processo-verso-la-fine-chiesti-22-anni/1976080/

  • Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Era l’aprile del 2009 quando Giada Vitali ha subito il suo primo abuso da parte di don Marino Genova, parroco della chiesa Santi Pietro e Paolo di Portocannone, in provincia di Campobasso, Molise. Allora Giada aveva tredici anni e gli abusi da parte del parroco sono continuati fino a quando aveva sedici anni.

    Si è concluso il processo in primo grado ai danni dell’uomo, ma Giada Vitale sente di non aver ricevuto giustizia. Il pubblico ministero ha infatti diviso il fascicolo in due parti: una relativa agli abusi subiti prima del compimento del quattordicesimo compleanno e una dopo. Marino Genova è stato condannato a sei anni per il primo fascicolo, mentre per il secondo fascicolo è stata chiesta l’archiviazione: il pm ha ritenuto che la ragazza fosse consenziente.

    Don Marino Genova: gli abusi

    In un’intervista a Fanpage Giada Vitale ha raccontato la sua versione dei fatti.

    Riguardo all’esito del processo di primo grado la ragazzo, ora 23enne, sente di non aver ricevuto la giustizia dovuta. “Dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’; in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni” ha raccontato.

    Nel ripercorrere la propria tragica storia Giada ha raccontato: “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo.

    Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare“. Al tempo Giada si fidava dell’uomo, così lo ha seguito. “Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare“.

    Giada ha provato a chiedere aiuto, ma senza ottenere successo. “Quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) si allarmò e volle sapere cosa avessi.

    La storia di Giada Vitale

    Da quel giorno gli abusi si sono ripetuti. “Don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione“.

    Ci fu un tentativo di scappare dagli abusi del parroco. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui mi lasciasse stare.

    La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose“.

    Dopo tre anni di abusi, finalmente Giada riesce a sottrarsi alla violenza. “Una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca“. Il vescovo ha allontanato il parroco da Portocannone. “ A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia“.

    Purtroppo la giustizia ottenuta non è proporzionale alla sofferenza subita da Giada Vitali, che ha deciso di fare ricorso. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione“. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale“.

  • Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

    Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

    Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

    Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

    Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

  • La suora denuncia: “Da anni subiamo molestie”. La sua Congregazione la espelle

    La suora denuncia: “Da anni subiamo molestie”. La sua Congregazione la espelle

    Suor Lucy Kalappura è da mesi al centro delle cronache in India. Accusa un vescovo (che viene rinviato a giudizio) di presunti abusi. La Congregazione e il Vaticano l’allontanano: ha avuto comportamenti non conformi alle regole dell’ordine

    Suor Lucy Kalappura, la religiosa “ribelle” del Kerala (India) che ha sostenuto le denunce di una consorella che accusa di stupro l’ormai ex vescovo della diocesi di Jalandhar (in Punjab) Franco Mulakkal, ha annunciato di avere scritto un’autobiografia che presto verrà pubblicata.

    La versione della suora

    «lo sanno tutti, gli abusi sessuali dei sacerdoti verso le suore sono all’ordine del giorno», ha detto al quotidiano Hindustan Times. «Ho iniziato a tenere un diario nel 2004, quando attorno a me, in convento, ci furono i primi episodi di molestie ai danni delle suore. Mi ripromisi di annotare tutti quei gesti orrendi, per non dimenticarne nessuno. Gli abusi nel nostro mondo sono più che noti, ma i colpevoli vengono protetti e continuano ad agire nell’impunità».

    Il processo

    Il processo contro il vescovo Mulakkal, il primo esponente cattolico arrestato in India, è in corso in Kerala: per ottenerne l’arresto e il rinvio a giudizio, nel settembre del 2018, l’accusatrice, e le quattro consorelle che la affiancano, tra cui suor Lucy, hanno dovuto manifestare pubblicamente per mesi (Ansa, 3 dicembre).

    La comunicazione del Nunzio

    Suor Lucy, la più combattiva e la più presente sui media, è stata prima richiamata (con la sospensione di tutte le attività che svolgeva in parrocchia) e poi espulsa dalla case delle Clarisse francescane, l’ordine cui appartiene, insieme alle altre consorelle che avevano protestato con lei (Lettera Donna, 4 dicembre).

    A quel punto suor Lucy ha fatto appello alla Pontificia Congregazione per le Chiese orientali contro il suo allontanamento.

    Ma il Vaticano, scrive Adista (18 ottobre), attraverso una comunicazione consegnatale dal Nunzio apostolico, monsignor Giambattista Diquattro, nel mese di agosto ha confermato l’espulsione dalla congregazione «per aver assunto atteggiamenti ritenuti non conformi alle regole dell’ordine»: la pubblicazione di libri, brani musicali e della raccolta di denaro per la loro vendita; oltre all’acquisto e la guida di un’automobile utilizzata proprio per le manifestazioni pubbliche contro mons. Mulakkal.

    Botta e risposta

    Secondo il Vaticano, scrive Asianews (18 ottobre), suor Lucy «non ha fornito spiegazioni soddisfacenti sul suo stile di vita in violazione delle norme della Fcc» che l’aveva ammonita con «giusti avvertimenti canonici».

    «La maggior parte del comunicato è in una lingua che non comprendo. Aspetterò una lettera più chiara da parte delle superiore della congregazione con la comunicazione di eventuali scadenze per un secondo appello», ha dichiarato alla televisione indiana Ndtv suor Lucy.

    Una querelle che sta interessando da mesi la stampa indiana e sta ledendo, non di poco, l’immagine della chiesa cattolica nel Kerala, lo Stato indiano con più cattolici.

    https://it.aleteia.org/2019/12/11/suora-denuncia-da-anni-subiamo-molestie-congregazione-espulsione/

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Un’indagine senza precedenti e più completa sugli abusi sessuali del clero cattolico nei confronti di minori e adolescenti è stata realizzata in Italia dalla Rete d’Abuso – un gruppo di vittime dei preti pedofili fondato nel 2010.

    I dati choc parlano chiaro: sugli oltre 50 mila prelati italiani, il numero dei pedofili oscillerebbe da un minimo di 1000 a 4000. E i minori violentati potrebbero addirittura arrivare fino al milione. Inoltre, 298 prelati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. 144 sono invece quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Per capire questo fenomeno allarmante Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Francesco, la Rete d’Abuso ha appena diffuso una mappa e le proiezioni sulle violenze sui minori nella Chiesa in Italia. Come siete riusciti a raccogliere questa informazione sconvolgente e, immagino, anche segreta e realizzare la vostra inchiesta?

    – La mappa e le stime, sono due cose ben diverse, la mappa sono tutti casi veri, solo quelli usciti sui giornali negli ultimi 15 anni (quindi in difetto).

    Le proiezioni invece sono state fatte in assenza di dati italiani e sula base delle commissioni governative degli altri paesi, Irlanda, Belgio, Australia ecc. Il collega, consultando dati ottenuti dalle commissioni di inchiesta ha calcolato sulla base del numero di preti, di popolazione cattolica e di vittime dei rispettivi paesi, una proiezione con varie possibilità percentuali. Tuttavia, la percentuale emersa in media è il 6%.

    La proiezione utilizza due studi per il confronto, quello di Sipe secondo cui un sacerdote può abusare nel ciclo vita di 200 vittime, quella di Greeley che ne ipotizzava 50.

    – Tutti questi dati choc derivano esclusivamente dalla mancanza di denunce oppure Lei ha un’altra spiegazione? A Suo avviso, di che cosa hanno paura le vittime?

    – Mancanza di denunce all’autorità giudiziaria. La Chiesa notiamo sempre che quando esce un caso in genere era già informata, ma non è intervenuta. In Italia le vittime hanno paura di denunciare, il clima non è favorevole, spesso le vittime vengono accusate di aver tardato la denuncia o di cercare soldi dalla Chiesa, nella sostanza non vengono credute. A scoraggiare le vittime è spesso il fatto di vedere i preti reintegrati dopo le denunce e spesso accolti con grandi feste dai cattolici. Secondo le nostre stime, solo il 10% denunciano.

    – La Rete d’Abuso da tanto tempo si occupa di tutela delle persone abusate da membri del clero. Cosa non deve fare una vittima di abusi? Quali sono le vostre linee guida?

    – La prima raccomandazione è di denunciare alla magistratura, senza dire nulla alla Chiesa, in quanto spesso questa si attiva non solo spostando il sacerdote, ma spesso avvicina anche testimoni ecc. creando poi problemi nelle indagini di polizia. In secondo luogo, la denuncia alle autorità civili è utile alla vittima per ricevere un indennizzo economico che la Chiesa non da. La cosa grave è che in Italia, spesso le vittime si rivolgono alla Chiesa la quale, cerca di fare passare tempo, lasciando prescrivere la cosa. La maggioranza di vittime che arrivano alla Rete generalmente lo fanno quando è emersa questa problematica.

    – Potrebbe citare il caso più eclatante che uscito fuori grazie alla vostra inchiesta?

    – Credo che il più eclatante, non in Italia, ma in Vaticano, con vittime italiane, sia quello dei chierichetti del papa. Un caso a mio avviso emblematico e mai risolto. Insabbiato almeno tre volte, e il processo avviato ora in Vaticano parte in maniera disonesta in quanto oggetto di quel processo solo il prete accusato e il rettore del preseminario Pio X. Sono stati esclusi dal processo coloro che per tanti anni hanno insabbiato il caso, mons. Diego Coletti, ex vescovo di Como e Angelo Comastri, n. 2 del Vaticano.

    Credo che questo caso sia la dimostrazione che il Vaticano non è in grado di gestire il problema nel mondo, non è riuscito a risolvere nemmeno un caso che si svolge in un appezzamento di 1 km di terra dove il pontefice ha pieni poteri.

    – La notizia sulla vostra mappa delle violenze ha fatto scalpore ed è stata riportata da molte testate giornalistiche. Avete avuto qualche feedback da parte del Vaticano?

    – Si, ci hanno risposto sulle pagine di Avvenire dove lamentano la mancanza di dati governativi, quindi un riscontro con le nostre proiezioni, noi abbiamo risposto ricordando loro che nel 2014 le Nazioni Unite chiesero al Vaticano di quantificare l’entità del fenomeno, all’Italia lo chiese sempre l’ONU nel 2019 ma ad oggi, né il Vaticano né l’Italia si sono preoccupati di farlo

    Ecco invece la nostra risposta.

  • Non mentirai? – Provolo: Francesco non getterà dalla Chiesa i preti abusatori condannati a Mendoza

    Non mentirai? – Provolo: Francesco non getterà dalla Chiesa i preti abusatori condannati a Mendoza

    ¿NO MENTIRÁS? – Provolo: Francisco no echará de la Iglesia a los curas abusadores condenados en Mendoza

    Pur conoscendo le testimonianze di Corradi dal 2002 e nonostante le prove inconfutabili, in Vaticano affermano di non poter ancora “valutare i fatti” per decidere cosa fare del prete italiano e del suo favorito Corbacho.

    Questo lunedì la notizia delle dure e storiche condanne a due sacerdoti e un giardiniere dell’Istituto per i bambini non udenti Antonio Provolo de Luján de Cuyo (Mendoza) per aver abusato e corrotto tra il 2005 e il 2016, undici studenti tra 7 e 17 anni, hanno girato il mondo.

    Alla gravità dei fatti, al modus operandi criminale dimostrato nel processo e ai comportamenti abietti di Nicola Corradi (84) e Horacio Corbacho (59) durante il processo, si aggiunge che molti degli eventi si sono verificati nel paese di Jorge Bergoglio e durante il periodo in cui era la massima autorità della Chiesa in Argentina.

    Tuttavia, né la forza delle condanne (42 anni per Corradi, 45 per Corbacho e 18 per il giardiniere Armando Gómez) né la conferma che la curia conoscesse i fatti da molto tempo prima di essere processati, sembrano essere motivi sufficienti per Il Vaticano per prendere la decisione di eliminare entrambi i sacerdoti dell’istituzione religiosa.

    Al contrario, è come se la “notizia” avesse attivato i lati più offensivi di una gerarchia cattolica piuttosto abituata al silenzio, a mentire e a coprire tutti i suoi crimini.

    Ipocrisia e tonache

    All’ipocrita rassegna stampa dell’arcivescovo di Mendoza, rilasciata ore dopo la sentenza, sono state aggiunte nelle ultime ore dichiarazioni di fonti vaticane che mostrano il disprezzo dell’istituzione per le vittime e la volontà di continuare a proteggere i criminali di tonaca.

    Il quotidiano La Nación (compagnia diretta a Roma) riferiva che “dalla Santa Sede accusano la Giustizia” di Mendoza perché, secondo “fonti religiose dall’Italia”, sarebbe stato impedito alla curia “l’accesso agli atti giudiziari” del caso.

    Secondo La Nación, l’argomento del Vaticano è che “attendono la conclusione del caso nella giustizia civile argentina. Inoltre, hanno indicato che il processo canonico (cioè il processo interno contro Corradi e Corbacho, NdR) procederà solo con una frase definitiva, in modo che solo dopo tale istanza si discuterà della possibile espulsione dei sacerdoti condannati ”. Cioè, praticamente mai.

    Sembra così vaga la risposta vaticana che la stessa corte di Mendoza ha risposto. “Quello che dicono è molto brutto. Parlano di giustizia civile e quello che abbiamo fatto è una condanna penale, in primo luogo. In secondo luogo, dovrebbero mostrare le richieste di informazioni. Terzo, quello che hanno detto è che non avvieranno il processo fino a quando non ci sarà un giudizio finale. C’è il segreto: un giudizio deciso su dove; può essere nel tribunale provinciale, nel tribunale nazionale o nella corte interamericana dei diritti umani. Sono ipocriti. È davvero un pezzo di carta”, riproduce La Nación come “una fonte del tribunale provinciale”.

    D’altra parte Sergio Salinas, avvocato a nome delle vittime e referente dell’organizzazione Xumek, ha anche condannato la posizione del Vaticano e ha affermato che sono direttamente “complici, nascondendo prove che sono obbligati a dare. Siamo stanchi del suo cinismo.”

    Questo lunedì, in dialogo con La Izquierda Diario, l’avvocato della Rete dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico Carlos Lombardi, ha anche fortemente criticato la gerarchia cattolica, ricordando che “entrambi, Dante Simón (vicario giudiziario dell’arcidiocesi di Cordova inviato da Bergoglio a Mendoza interverrà nel caso) come Alberto Bochatey (il commissario apostolico e l’attuale arcivescovo ausiliare di La Plata) vengono denunciati penalmente non solo per non aver collaborato con la giustizia di Mendoza ma per aver ostacolato le indagini ”.

    Sapevano tutto

    Dal Vaticano insistono nel nascondere l’invisibile. “Non siamo stati in grado di procedere nel processo canonico perché non abbiamo mai avuto più informazioni di quella dei media, dal momento che le autorità giudiziarie argentine non ci hanno dato accesso ai documenti e alle prove del processo civile”, hanno detto a La Nación fonti apostoliche e romane.

    Ma la bugia ecclesiastica non può essere più grande. La Curia argentina sapeva, almeno dal 2002, dell’esistenza di denunce nel Provolo de La Plata. Una volta scoperto lo scandalo, in un raid nel quartier generale della capitale di Buenos Aires, fu trovata una lettera (datata quell’anno) che Julio García, “tesoriere” di Provolo, aveva inviato a Mendoza raccontando tutto ciò che sapeva di Corradi. Non sapevano davvero niente?

    Inoltre, come riportato dettagliatamente da questo giornale, nel 2014 Francesco stesso ha ricevuto denunce da parte dei sopravvissuti del Provolo di Verona che andarono a trovarlo in Piazza San Pietro. Lì nominarono Corradi e altri chierici stupratori. La risposta ufficiale non fu altro che il silenzio papale.

    Come se ciò non bastasse, l’arcivescovo di La Plata (attraverso il vescovo ausiliare Bochatey) alla fine del 2017 ha portato Eliseo Pirmati fuori dall’Argentina e lo ha “rimpatriato” nel Provolo de Verona (dove era partito decenni fa) quando erano già consistenti sospetti su di lui in merito ad abusi e torture commessi su bambini nella sede dell’Istituto di Buenos Aires.

    La Chiesa non può nascondere il sole con la mano. E tanto meno i loro stessi crimini con bugie.

    Oggi, con le condanne di Corradi e Corbacho, hanno un nuovo significato le parole espresse l’anno scorso da Sergio Buenanueva, vescovo di San Francisco (Córdoba), che si pone pubblicamente come “autocritico” e cerca di separarsi dalle ali più reazionarie dell’episcopato.

    Buenanueva è di Mendoza e afferma di conoscere il caso Provolo “da vicino”. In un’intervista rilasciata nel 2018, Buenanueva ha affermato che questo è stato “il caso più grave che l’Argentina ha” insieme a quelli di Julio Grassi e ai casi di Paraná. Ha anche affermato che “la crisi in Argentina è appena iniziata”, poiché casi come il Provolo “hanno incoraggiato molte vittime a mettere in luce ciò che hanno sofferto e ciò che hanno vissuto”. E ha anche riconosciuto che le vittime “potrebbero richiedere decenni per mettere in luce” le loro testimonianze.

    Per il vescovo di San Francisco, ciò che è accaduto all’Istituto Provolo “è la cosa più grave che è accaduta in Argentina, ma è un esempio di tutto il male che abbiamo fatto nella Chiesa nella gestione di tutti questi casi”.

    Ma allo stesso tempo ha cercato di togliersi ogni responsabilità, quando si parla di “persone che con i registri sono state inviate senza che il vescovo del luogo lo sapesse, posso dire che sono stato vescovo ausiliare di Mendoza e non avevamo la minima idea”.

    La cantata di Buenanueva, dei suoi colleghi della Conferenza episcopale argentina e dei suoi elettori del Vaticano non resiste a un minimo di archivio. Peggio ancora, questo canto ha l’effetto di una copertura eterna su innumerevoli stupratori e torturatori. Soprattutto quelli che hanno ancora la “fortuna” di non essere stati denunciati dalle loro vittime.

    http://www.laizquierdadiario.com/Provolo-Francisco-no-echara-de-la-Iglesia-a-los-curas-abusadores-condenados-en-Mendoza?fbclid=IwAR0tFX6pSSJzBM-eyiDeAncr7OkaJBGJqS8vJThHDUR1mvJmHnErtsJPurc
    (traduzione con Google)

  • Ci sono 550 denunce contro sacerdoti per abusi sessuali contro minori in Messico

    Ci sono 550 denunce contro sacerdoti per abusi sessuali contro minori in Messico

    ALINA ESCOBEDO
    L’organizzazione Child Rights International Netword (Crin) ha presentato il rapporto intitolato The Third Wave: Justice for Child Sexual Survivors nella Chiesa cattolica dell’America Latina . In quel rapporto, il Messico è presentato come il paese con il maggior numero di denunce contro i sacerdoti per abuso sessuale.

    Il rapporto indica che:

    “Nel febbraio 2019, la Rete di sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti del Messico ha dichiarato di aver affrontato circa 550 casi di abusi sessuali. Lo stesso anno, la Chiesa cattolica messicana ha rivelato di aver sospeso 152 sacerdoti dai loro doveri religiosi negli ultimi nove anni per sospetto abuso sessuale di minori, ma non ha rivelato nessuno dei loro nomi, o se i casi fossero stati citati autorità civili “.

    Dopo il Messico, che è in cima alla lista, il Cile continua con 243, l’Argentina con 129 e la Colombia con 137. Tuttavia, il rapporto riporta che non è noto se gli imputati debbano affrontare alcun procedimento legale.

    “A volte gli unici dati disponibili sono quelli forniti dalla Chiesa cattolica (ad esempio, in Brasile, Guatemala, Messico o Uruguay). Tuttavia, la Chiesa nasconde sistematicamente l’identità dell’imputato e non rimanda i casi alle autorità civili ”.

    La Crin riferisce che la Chiesa cattolica ha cercato di mettere a tacere questi casi di abusi sessuali su minori in America Latina, trasferendo sacerdoti in altri paesi, offrendo di pagare vittime e famiglie, minando la credibilità delle vittime, manipolando o esercitando pressione media per segnalare la questione.

    Il rapporto parla anche della legislazione per segnalare questi casi e evidenzia miglioramenti in paesi come il Messico. Tuttavia, afferma che “solo in una minoranza di paesi è obbligatorio denunciare abusi sessuali sospetti o confermati su ragazzi o ragazze in vari contesti”.

    Concludono che è necessario stabilire un meccanismo per ottenere giustizia e responsabilità, come la creazione di commissioni per indagare su casi di abuso sessuale, che coinvolgono organizzazioni indipendenti per i diritti umani e che la Chiesa si astiene dall’investigare Non manipolare i processi.

    Hay 550 denuncias contra sacerdotes por abuso sexual contra menores en México

  • Medioevo Italia, un Paese a misura di pedofili

    Medioevo Italia, un Paese a misura di pedofili

    Lasciami stare, non mi devi più toccare». Per sottrarsi agli abusi e alle molestie del prete subiti in canonica ha registrato tutto con il telefonino raccogliendo elementi rilevanti che hanno portato all’arresto dell’uomo. La protagonista di questa storia ha solo 11 anni e ha fatto tutto da sola. L’uomo si chiama don Michele Mottola, ha 60 anni ed è stato parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, quando cioè è stato sospeso dalla diocesi di Aversa (Caserta) e sottoposto a un processo canonico tuttora in corso.

    «È solo un gioco, non facciamo niente di male» si sente dire al sacerdote nelle registrazioni consegnate sei mesi fa dai genitori della bimba ai poliziotti del Commissariato di Aversa che ha avviato le indagini e informato la diocesi locale e la Procura di Napoli Nord. Pochi giorni fa si è tenuto l’incidente probatorio che ha messo la bimba e il prete uno di fronte all’altro e lei ha confermato che le violenze andavano avanti da tempo. Mentre don Mottola ha replicato dicendo che la minore stava farneticando. Questa linea difensiva che sembra ricalcare la visione dei bambini freudiana (seduttori, bugiardi e perversi per natura) non gli è bastata per evitare l’arresto – del resto sono anni che quella pseudo teoria è stata definitivamente confutata dalla scienza psichiatrica – e ora l’ex parroco è in carcere a Secondigliano, guardato a vista.

    A molti dei nostri lettori probabilmente questa storia non risulterà ignota avendo ottenuto un ampio risalto anche sui media generalisti. E questa attenzione mediatica è davvero inusuale specie quando il presunto violentatore è un prete. Quanti sanno ad esempio che all’inizio di giugno don Vincenzo Calà Impirotta è tornato libero dopo che la Cassazione ha annullato per sopraggiunta prescrizione (soli 9 giorni…) la sentenza di condanna in appello a tre anni di reclusione che confermava quella di primo grado? E quanti sono a conoscenza del fatto che il processo canonico nei suoi confronti si è concluso a ottobre con l’assoluzione in quanto giudicato non colpevole dal tribunale ecclesiastico? Cosa significa tutto ciò è facile immaginarlo.

    Don Calà Impirotta tornerà a officiare in parrocchia di fronte a persone che sono all’oscuro delle sue vicende giudiziarie e di quello che ha fatto. E ancora, vale la pena di ricordare che poco meno di due settimane fa in Germania il settimanale Bild ha pubblicato un’inchiesta puntando il dito contro Benedetto XVI e sostenendo di avere documenti e mail che provano un insabbiamento del caso di un alto prelato accusato di molestie sessuali proseguite per anni su altri sacerdoti in Vaticano. Il prete – che guidava un reparto nella segreteria di Stato di Joseph Ratzinger, al tempo guidata dal card. Bertone – dopo le accuse fu «trasferito all’estero come diplomatico papale» e in seguito presso il «vescovado di origine». Stiamo parlando del papa emerito, secondo voi questa notizia non richiederebbe il massimo del risalto possibile anche in Italia?

    Pare di no, appunto, nonostante sia acclarato che l’attenzione mediatica su crimini pedofili è senza dubbio tra i più importanti alleati delle potenziali vittime, se non il più importante. Perché in primis contribuisce a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo un argomento che il più delle volte – inspiegabilmente – provoca nelle persone una reazione di “indifferenza”. Far finta di nulla nella convinzione (errata) che queste siano cose che accadono ad altri o solo in ambienti degradati, è uno dei “favori” che si fanno ai cacciatori di bambini, i quali così possono agire indisturbati soprattutto nei “luoghi” più insospettabili: in ambito familiare, sportivo e/o parrocchiale. In estrema sintesi, l’attenzione e la copertura mediatica oltre a dare ai cittadini una reale percezione del fenomeno criminale, sono anche strumenti di inestimabile valore per chi deve fare prevenzione.

    Già, la prevenzione. Non a caso è al primo posto delle raccomandazioni che il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza hanno fatto a febbraio 2019 allo Stato italiano chiamato a rispondere del mancato rispetto dell’omonima Convenzione che il 20 novembre compie 30 anni. Per intenderci, mancato rispetto di questa Convenzione significa che l’Italia non ha messo in moto tutti i meccanismi necessari a tutelare il «diritto del bambino alla libertà» e a difenderlo da «tutte le forme di violenza nei suoi confronti». I commissari Onu, per meglio chiarire cosa occorre fare, hanno messo nero su bianco le linee guida da seguire: 1) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo; 2) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica; 3) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte; 4) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite; 5) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale; 6) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti; 7) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano. Volete sapere cosa ha risposto in febbraio il governo Conte “uno” – quello dei decreti sicurezza – a questi rilievi delle Nazioni Unite?

    Nulla. E il Conte “due”, nel segno della discontinuità col precedente, ha fatto qualcosa? Come il Conte “uno”: silenzio totale, non una replica degna di questo nome. Non è stato realizzato alcun adeguamento delle norme e dell’azione di governo alle “esigenze” di sicurezza dei minori, men che meno è stato messo in discussione il Concordato che, tra le altre cose, impone da un lato alla magistratura italiana di informare dell’avvio delle indagini la diocesi di appartenenza del sacerdote inquisito e dall’altro stabilisce che il vescovo a capo di una diocesi non è tenuto a rivelare alle autorità civili eventuali notizie di reato che riguardano i “suoi” sacerdoti. Pedofili compresi. E allora forse non è un caso che una bimba di 11 anni per sottrarsi alle violenze di un sessantenne in tonaca e crocifisso al collo, ha dovuto fare tutto da sola.

    15 novembre 2019 LEFT

  • Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

    Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

    Preti & scandali sessuali: il fenomeno della pedofilia clericale, oltretutto, ancora non è stato del tutto analizzato con strumenti psicanalitici, capaci di penetrare negli oscuri meandri del mondo clericale sconosciuto ai più.

    di ANDREA FILLORAMO

    Da alcuni dati ufficiali della “Congregazione per la dottrina della Fede” sui preti pedofili risulta che solo nel 2017 si contavano 410 denunce ritenute “verosimili” e che dal 2013 a oggi in media è stato segnalato come presunto pedofilo, ogni giorno, un prete.

    Non vogliamo discutere su questi dati né su altri presunti, che coprono, a mio giudizio, solo in minima parte la grande galassia di un fenomeno che tende, per sua stessa natura, a rimanere in parte o in buona parte occulto.

    Il fenomeno della pedofilia clericale, oltretutto, ancora non è stato del tutto analizzato con strumenti psicanalitici, capaci di penetrare negli oscuri meandri del mondo clericale sconosciuto ai più.

    Non sono state analizzate, quindi, fino in fondo le nefaste conseguenze di una formazione data nei seminari che ha potuto spersonalizzare generazioni di preti ancor oggi attivi nelle varie diocesi, divenuti nel tempo anche monsignori e vescovi, rendendoli forzosamente “eunuchi per il regno dei cieli”- attraverso un processo educativo di neutralizzazione e di sublimazione delle pulsioni sessuali infantili, con  il quale si è fatto pensare che sarebbe stata disponibile l’energia per attività non istintuali.

    Se questo è vero, tali preti, apparentemente casti, talvolta sono stati colpiti da varie patologie fisiche e psichiche dovute alle frustrazioni sessuali, che avrebbero condotto alcuni di loro (fortunatamente non tutti) alla pedofilia, dato il facile accesso nel rapporto che è possibile avere con i bambini.

    Solo conoscendo, perciò, quello che si manifesta dell’esperienza esterna e/o dell’esperienza interna del prete che ha caratteri specifici e individuabili si ha la possibilità di conoscere i processi che hanno condotto alcuni o molti di loro ad infrangere alcune regole non date soltanto dal proprio status ma anche dalla morale comune o, addirittura sancite dal Codice penale.

    Non desta, oggi, pertanto, meraviglia la notizia presente in tutti i telegiornali del mandato di cattura internazionale della magistratura argentina nei confronti del vescovo di Orán, monsignor Gustavo Zanchetta, accusato di abusi sessuali continuati, con l’aggravante di essere un religioso, nei confronti di due seminaristi. Lo hanno reso noto fonti della Procura di Salta. Zanchetta è considerato vicino a Papa Francesco, che nel 2017 lo aveva nominato consigliere di Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica.

    Non occorre, quindi, dinnanzi a questi casi “stracciarsi le vesti”, che è stato sempre un atteggiamento tipico del mondo cattolico di fronte agli scandali sessuali che hanno come protagonisti degli uomini di Chiesa, un modo ipocrita per distanziarsi dai loro confratelli e non da un sistema educativo al quale si vuole rimanere debitori. Applicabile a loro è il pensiero del gesuita, scrittore e filosofo spagnolo Baltasar Gracián y Morales 1601 – 1658)  che scrive: ”Ci sono individui composti unicamente di facciata, come case non finite per mancanza di quattrini. Hanno l’ingresso degno d’un gran palazzo, ma le stanze interne paragonabili a squallide capanne.”

    Non stracciarsi le vesti non significa, però, tacere.

    Bene ha fatto, per esempio, frère Alois, attuale priore della comunità cristiana monastica ecumenica internazionale di Taizé fondata nel 1940 da Roger Schutz, meglio conosciuto come frère Roger (fratello Roger) che ha denunciato 5 casi di abusi su minori e altre aggressioni verificatisi da parte di 3 fratelli, due dei quali morti più 15 anni fa, che facevano parte del gruppo. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno la sua denuncia, se si considera che la comunità di Taizé viene raggiunta ogni anno, sulle colline borgognesi, da centinaia di giovani che, in arrivo soprattutto dall’Europa e appartenenti alle varie chiese cristiane, intendono fare un percorso di formazione spirituale, con preghiere, meditazioni e condivisioni. Eppure, anche questo luogo, fondato ormai da quasi 80 anni da frère Roger, sarebbe stato in passato teatro di gravi fatti di pedofilia.

    “Quando sono stato informato di queste accuse – ha scritto frère Alois – il mio primo passo è stato quello di ascoltare, con altri fratelli, le vittime, nel rispetto assoluto della loro parola, della loro sofferenza e accompagnarle il meglio possibile. Oggi i nostri primi pensieri vanno verso di loro; ascoltando ciò che hanno vissuto e sofferto, proviamo vergogna e un dolore profondo. È possibile che questo nostro parlare porti altre eventuali vittime a farsi conoscere: le ascolteremo e le accompagneremo nei passi che vorranno compiere. Se parlo oggi, è perché lo dobbiamo alle vittime, ai loro cari e a coloro che cercano a Taizé uno spazio di fiducia, sicurezza e verità”.

    Preti & scandali sessuali. La pagina nera della Chiesa

  • ‘Chierichetti’ del Papa, altri tre presunti abusi

    ‘Chierichetti’ del Papa, altri tre presunti abusi

    Altri tre presunti abusi a chierichetti del papa nel pre-seminario San Pio X, unico posto all’interno delle mura Vaticane dove vivono dei bambini a 200 metri dalla basilica di San Pietro. Lo rivelano Le Iene nella puntata di ieri sera mentre la notizia rimbalza sui media internazionali dal britannico ‘The Guardian‘ all’americano ‘New York Times‘ che hanno visionato in anteprima l’inchiesta di Italia Uno. Con altre tre testimonianze inedite, salirebbero dunque a cinque i casi di presunti abusi e a tre quelli dei sacerdoti coinvolti, dagli anni 70 fino ai giorni nostri. Vatican Youth Seminary Scandal Grows With New Abuse Claims

    L’inchiesta del programma di Italia Uno, condotta da Gaetano Pecoraro e Riccardo Spagnoli, risale a due anni fa. La trasmissione aveva già raccontato la storia di uno degli ospiti del pre-seminario che, dopo aver servito per anni sia Joseph Ratzinger che papa Francesco, aveva rivelato di essere stato testimone oculare di abusi sessuali che il suo compagno di stanza avrebbe subìto da ragazzino nel pre-seminario. Dopo il primo servizio andato in onda, si era unito al coro degli accusatori anche un secondo ragazzo, che aveva puntato il dito sempre contro lo stesso seminarista, poi diventato sacerdote, che respingeva fermamente le accuse proprio come avevano fatto anche tutte le più alte cariche sopra di lui.

    Il 17 settembre di quest’anno, direttamente dalla sala stampa della Santa Sede, lo stato del Vaticano aveva chiesto il rinvio a giudizio di due sacerdoti con l’accusa di favoreggiamento. “Per la prima volta nella storia della Chiesa si indaga su quello che sarebbe accaduto, secondo i testimoni, tra le mura del Vaticano – commentano Le Iene – Il processo non si sarebbe mai potuto svolgere se non fosse stato per la diretta e personale volontà di Bergoglio che, sul caso specifico, ha modificato la procedura rimuovendo la causa di improcedibilità”.

    Nel servizio di ieri, partendo da una email contenente quelle che sono le nuove accuse, Gaetano Pecoraro ha incontrato altri tre presunti abusati e presunti abusatori. Le accuse sono sempre le stesse: alcuni seminaristi testimoniano di essere state vittime o di essere a conoscenza di abusi sessuali ai danni di ragazzini di soli 11 anni. Arrivano dunque a ben cinque i casi di pedofilia e a tre quelli dei sacerdoti coinvolti.