Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    La richiesta d’appello presentata dal cardinale George Pell è stata accolta. Si allungano così i tempi processuali. Il Vaticano ha fiducia nella giustizia australiana

    Il cardinale George Pell sarà giudicato in appello. Questa è, in sintesi, la conseguenza della decisione che arriva dall’Australia, dove la vicenda processuale del porporato continua a tenere banco.

    L’uomo che Papa Francesco aveva individuato per la guida della Segreteria per l’Economia è stato condannato in primo grado a sei anni per abusi sessuali. Quelli che il porporato avrebbe commesso anni fa, quando era ancora incaricato nella sua nazione d’origine, ai danni di due minorenni. Nello specifico, le molestie sarebbero state inflitte a due giovanissimi membri di un coro. Parliamo di episodi che avrebbero avuto luogo negli anni 90′. Trattasi, qualunque sia la verità, dell’ecclesiastico più alto in grado mai coinvolto in una vicenda giudiziaria di questa tipologia. E anche per questo motivo il caso di George Pell è seguito da anni da buona parte dei media internazionali.

    Per quanto valga però la pena rimarcare come l’accusato, sin dall’inizio di queste vicessitudini, abbia sempre rivendicato la sua assoluta innocenza. Un dettaglio non di poco conto, che è stato anche sottolineato pure dalla Santa Sede nel momento in cui la Sala Stampa ha voluto commentare la notizia sul via libera alla richiesta d’appello da parte dell’Alta Corte australiana. I tempi previsti non sono proprio brevi: si pensa che la prima udienza possa svolgersi entro l’inizio della prossima primavera. La chiarezza giudiziaria, insomma, non sembra essere dietro l’angolo. Ma ci sarà un’altra pronuncia. Quella che dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se Pell è colpevole o no.

    Nel frattempo, il cardinale, che è anche considerato un convinto conservatore, dovrà con ogni probabilità rimanere all’interno del carcere di Melbourne, da dove, di recente, ha persino tuonato contro alcune scelte fatte, da un punto di vista dottrinale, durante le fasi che hanno preceduto il Sinodo panamazzonico. Il Vaticano, dal canto suo, ha subito rilasciato delle dichiarazioni sulla novità emersa attorno all’appello: “La Santa Sede, nel confermare la propria fiducia nella giustizia australiana, prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal cardinale George Pell, consapevole che il cardinale ha sempre affermato la propria innocenza”, ha fatto sapere il Direttore della Sala Stampa Matteo Bruni.

    Attraverso i medesimi virgolettati, la Santa Sede ha in ogni caso ribadito “la propria vicinanza a quanti hanno sofferto a causa degli abusi da parte dei membri del clero”. A riportare questi commenti, tra gli altri, è stata l’Adnkronos. La questione degli abusi in Australia è molto sentita. La nazione oceanica, come il Cile e gli Stati Uniti, è stata colpita da quello che Joseph Ratzinger ha chiamato “collasso morale”. Il governo australiano e gli enti intermedi stanno anche cercando di mettere in campo una serie d’iniziative legislative che garantiscano le vittime, prescindendo per esempio dal segreto confessionale.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/abusi-accolto-ricorso-presentato-cardinale-george-pell-1783790.html
  • Scandalo pedofilia, don Mottola vigilato speciale in cella

    Scandalo pedofilia, don Mottola vigilato speciale in cella

    «Se c’è stata una fuga di fedeli da questa parrocchia? Chi è intelligente comprende che in chiesa si viene per ascoltare la parola del Signore, non per il parroco. Sulle vicende del mio predecessore dico solo che la giustizia sta facendo il suo corso, noi andiamo avanti. Non si chiude una chiesa perché è stato arrestato il suo parroco». Infondono speranza le parole del nuovo sacerdote nominato dal vescovo Angelo Spinillo alla guida della parrocchia di San Giorgio Martire, a Trentola Ducenta. Giovane, animatore di feste improntate alla legalità, trascinatore di anime con fantasia e forza, don Giuseppe Marino, don «Peppe», come lo chiamano tutti, è la persona giusta al momento giusto. Originario di Carinaro, con servizio prestato a Roma e a Firenze, ora è in paese per dare impulso alle attività previste nell’anno pastorale. Alle sue spalle c’è un macigno. A trasportalo, don Michele Mottola, giunto in paese nel 2017, arrestato due giorni fa con l’accusa di essere un pedofilo. Ora è guardato a vista, in carcere. La sua vittima è – per la Procura – una bambina di 11 anni che ha avuto la lucidità di registrare gli incontri.

    L’OMELIA
    «Non farò accenno ai fatti accaduti, nell’omelia di questa domenica – continua don Peppe, raggiunto al telefono – guardiamo avanti, lasciamo lavorare la magistratura. Questa comunità ha bisogno di tranquillità. Celebrerò quattro messe e spiegherò la parola di Dio». Il nuovo parroco intende voltare pagina, anche se la ferita per tutti i fedeli è ancora aperta. Il protagonista della brutta pagina di violenza su minorenne, don Michele, ieri ha trascorso la notte in carcere, in un reparto della casa circondariale di Secondigliano prevista proprio per i detenuti accusati di reati su minorenni. Domani, alle nove e trenta, il giudice che ha firmato l’arresto si recherà in carcere per interrogarlo, alla presenza del suo avvocato, Antimo D’Alterio. L’ex parroco originario di Qualiano, sospeso dal vescovo Angelo Spinillo già a maggio, potrebbe però scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere.

    LE ACCUSE
    In contemporanea, si sta cercando di capire se quei comportamenti ambigui con bambine piccole, don Michele li avesse già avuti altrove, a Caivano, per esempio. Dopo l’allontanamento da Trentola Ducenta, don Michele ha trascorso tre mesi di clausura, nel convento dei frati francescani di Giugliano in Campania, per riflettere, pregare, ritrovarsi, pentirsi. Tre mesi di isolamento imposto dal vescovo Angelo Spinillo, un procedimento necessario come l’allontanamento dalla parrocchia di San Giorgio che, di fatto, ha anche disattivato il pericolo di reiterazione del reato, che ha messo il presunto prete pedofilo in condizioni di non poter nuocere ancora. E infatti, don Michele Mottola era tornato a Qualiano, sua città d’origine, solo da qualche settimana. Il tempo per farsi trovare dalle Iene, farsi mortificare per strada, negare all’inviata dello show Mediaset quelle accuse che, invece, davanti al vescovo Spinillo ha parzialmente confermato. Dalla fine di maggio, quando la Diocesi diede notizia dell’allontanamento fornendo ai media anche le generalità del prete, fino all’arresto di due giorni fa, sono passati cinque mesi. Troppi, secondo alcuni.

    https://www.ilmattino.it/caserta/preti_pedofili_don_mottola_vigilato_speciale_in_cella-4852726.html

  • RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE»

    RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE»

    A saperlo erano in parecchi. Per molti fedeli però è stata una sorpresa. Ieri mattina la messa della domenica delle 10, nella basilica di Santa Maria, è stata officiata da don Enzo Calà, ritornato nella sua Randazzo a celebrare messa dopo 5 anni di assenza, ovvero da quel 5 luglio del 2014, quando fu condannato a 4 anni di carcere perché ritenuto colpevole di aver tentato di usare violenza sessuale dei confronti di un giovane che allora aveva 17 anni. Ed oggi che la Cassazione ha accolto il suo ricorso, anche se solo per prescrizione, ma soprattutto dopo che il processo canonico lo ha giudicato non colpevole «Perché non consta che egli abbia compiuto il delitto», padre Enzo, randazzese di 53 anni, è tornato nella sua Basilica a celebrare messa, accolto dalla comunità e dalla sua famiglia e dal sindaco, Francesco Sgroi in veste ufficiale. Gremita la basilica, con l’attuale parroco, padre Domenico Massimino, che ha introdotto la celebrazione. Tanti gli attestati di stima a padre Enzo. «Rivederla celebrare – hanno affermato i giovani – in questa chiesa ci riempie di gioia. In questi anni siamo stati vicini con la preghiera e con la speranza, credendo sempre nella sua rettitudine e nella sua onestà». Poi la messa con padre Enzo che nell’omelia ha spiegato il vangelo di Luca sul fariseo ed il pubblicano. Solo alla fine, senza mai fare accenno alla vicenda giudiziaria, ha ringraziato tutti, descrivendo la tristezza della sua lontananza: «Solo fisica – ha affermato –mai questa lontananza è stata spirituale. Oggi non posso trattenere la gioia di essere qui con voi in questo tempio. Per questo non voglio ricordare gli ultimi 5 anni, ne gli eventi che mi hanno segnato. Oggi, con voi, voglio vivere un nuovo giorno radioso e splendido».

    «Le sentenze – ci ha detto il sindaco Francesco Sgroi alla fine – siano esse laiche o canoniche, vanno rispettate. La Cassazione ha accolto il ricorso di padre Enzo anche se per prescrizione, ed il Tribunale ecclesiastico, a mio avviso ben più severo e meticoloso, lo ha assolto. Com’è giusto che le condanne abbiano risalto sui media, è giusto che si sappia che padre Enzo è stato dichiarato dal processo canonico totalmente innocente». GAETANO GUIDOTTO Fonte “La Sicilia” del 28-10-2019

  • Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Guidolin, dopo il nostro articolo, ha inviato tramite il difensore una lettera in redazione.

    CATANIA – È stato condannato in appello a 12 anni di reclusione, Padre Pio Guidolin, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata. Una sentenza arrivata dopo una precisa confessione da parte dell’ex parroco del Villaggio Sant’Agata che “ha ammesso i fatti dicendo di aver fatto molto male alle vittime”. L’avvocato Vittorio Lo Presti attende le motivazioni per preparare il ricorso per Cassazione. Al difensore Guidolin ha affidato una lettera che è stata inviata in redazione, a seguito dell’articolo pubblicato il giorno dopo il verdetto della Corte d’Appello di Catania.

    “Alla luce di ciò che hanno scritto i media in relazione alla vicenda che mi riguarda, dichiaro di essere rimasto molto deluso – scrive Guidolin – per il fatto che una dichiarazione che doveva rimanere nell’ambito processuale sia stata divulgata facendomi finire nel tritacarne mediatico”. Il sacerdote, inoltre, dice “di aver dichiarato il pentimento per evitare altre sofferenze e lacerazioni. Ho capito che questa è la mia Croce e quindi devo portarla con forza”.

    Guidolin parla della sua esperienza da detenuto. “In carcere ho visto troppa sofferenza che porta le persone ad essere prigioniere nel cuore e nello spirito per colpa di tante forme di ingiustizia come è la mia esperienza che sto vivendo. Lo Stato dovrebbe riabilitare e reinserire la persona nella Società. La Giustizia dovrebbe, nella trasparenza e chiarezza dei fatti, dare luce ad una nuova vita e libertà; infine la Chiesa dovrebbe abbracciare e sostenere coloro che soffrono e coloro che restano soli”.

    E aggiunge ancora: “Non ho paura di una lettera che non doveva essere pubblicata ma ho solamente paura di chi fa del male distruggendo non solo la persona ma anche la stessa Chiesa che amo. Finisco con una frase di Nelson Mandela, anche lui provato e pentito e che alla fine diventò Presidente della stessa Nazione e disse così: “Io non ho paura, non ho paura del male che ho ricevuto ma degli amici e fratelli che non mi hanno sostenuto capito e soprattutto amato per quello che sono”.

    Guidolin continua la lettera. “Io che vengo da un paese lontano e offro la mia vita e la mia esperienza amara del carcere per gridare al mondo ed alla storia: mai più queste cattiverie e mai più queste infamità per fare delle persone non degli orchi ma uomini di speranza e di amore che amano la libertà. Auguro a tutti di trovare la forza di combattere fino alla fine dove io padre Pio “quello vivo”, con la lettera che ho scritto non sono andato nella bocca del leone ma mi sono messo in croce come quel Cristo che mi ha fatto nascere, crescere, educare e consacrare. Statemi vicini con la preghiera e con tutta l’umanità che Cristo ci ha insegnato con la sua stessa vita”.

    E conclude: “Spero che tutto questo possa essere da sprone a tante altre persone che qui in carcere trattengono le lacrime per tutte le amarezze della vita dove si perde famiglia, amici e dignità. Ringrazio la direttrice e tutto il personale carcerario, i miei fratelli carcerati per l’affetto e la stima che mi dimostrano, la forza che mi danno facendo di me un testimone della Croce. Grazie a tutti”.

    Il commento di Fernando Massimo Adonia.
    https://catania.livesicilia.it/2019/10/24/il-prete-dopo-la-condanna-io-come-il-cristo-in-croce_510934/

  • Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    di Franca Giansoldati e Giuseppe Scarpa

    CITTÀ DEL VATICANO Persino nella sacrestia della basilica di San Pietro. Persino lì, in quel luogo sacro e inviolabile, sarebbero avvenuti degli abusi sessuali tra due ragazzi quasi coetanei, entrambi ex studenti al pio collegio Opera di Don Folci, il pre-seminario vaticano, situato a due passi da Santa Marta, finito al centro di due differenti inchieste, una vaticana e l’altra avviata dalla Procura di Roma. Dagli elementi in mano ai magistrati italiani si fa riferimento a reati continuati relativi a violenze che si sarebbero sviluppate in un tempo ampio, attraverso imposizioni, abuso d’autorità, costrizioni, sudditanza psicologica tali da rendere la vittima – L.G. – impossibilitata a reagire con forza e autonomia.

    LA STRUTTURA EDUCATIVA
    Ad aggravare il quadro di tormento ci sarebbe stata anche la condizione di libertà limitata della vittima, visto che la struttura educativa è una specie di convitto in cui tante famiglie (soprattutto del Nord Italia) mandano i propri figli in modo che possano frequentare gratuitamente il San Pio X, uno dei licei privati più prestigiosi di Roma. Ogni mattina i ragazzi escono per le lezioni e rientrano di pomeriggio varcando il confine di Stato – per studiare, partecipare alle funzioni liturgiche del Papa e coltivare la eventuale futura vocazione sacerdotale. È in questa cornice, evidentemente sotto uno scarso controllo, che sono andate a svilupparsi amicizie morbose, legami malati e quasi patologici sfuggiti di mano agli educatori che non sono riusciti a riportare alla normalità. L’allora rettore del pre seminario, monsignor Enrico Radice, viene ritenuto responsabile di omissioni proprio per non aver fermato quelle violenze. Si parla anche di rapporti completi tra adolescenti.

    Quattro giorni fa il tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio di due preti, don Gabriele Martinelli, il presunto abusatore, all’epoca dei fatti era ancora studente, oggi sacerdote ammesso ai sacri ordini e consacrato dalle autorità ecclesiali; e don Radice. Entrambi erano stati ascoltati nei giorni scorsi. La settimana prima, invece, con una contemporaneità che forse potrebbe spiegare l’annuncio del Vaticano, la magistratura italiana ha effettuato una perquisizione nella casa di don Martinelli, in un paesino del comasco, per prelevare messaggi e conversazioni utili al caso, file audio, video, e documenti cartacei. Non solo. La Procura di Roma ha anche inoltrato la domanda di rogatoria internazionale in Vaticano ai fini di un processo in Italia. I reati contestati sono pesanti. Violenza continuata e abuso di autorità contestati nel periodo in cui Martinelli è maggiorenne, mentre gli altri episodi relativi a quando era minorenne sono stati stralciati e inviati alla Procura dei minori.

    Si è trattato «di un disegno criminoso» che portava Martinelli, all’epoca minore ad esigere dalla vittima, suo coetaneo di sei mesi più giovane, «prestazioni sessuali, in più occasioni, con una media di due volte la settimana, iniziando le condotte fin dal primo settembre 2006; fatti per i quali procede la Procura». Gli episodi sarebbero avvenuti all’interno del pre seminario e nelle aree limitrofe «in particolare nelle camerate, nella camera singola di Martinelli, nonché in altri luoghi dentro la Città del Vaticano, tra cui la sacrestia della basilica di San Pietro». Il quadro complessivo che sembra affiorare dalle carte e da diverse testimonianze, a proposito dell’ambiente circostante al convitto dei chierichetti, mostra di avere una dinamica non sempre lineare, come del resto provano anche alcune lettere anonime e ricattatorie che arrivarono in Segreteria di Stato già nel 2012 per descrivere comportamenti immorali e una sorta di giro gay parallelo che gravitava su San Pietro, e che difficilmente si concilia con un ambiente sacro. Per i magistrati italiani si tratta ora di ricostruire quelle relazioni e non sarà facile. L’omertà sembra contrassegnare la vita interna, così come la scarsa trasparenza.

    UN ALTRO ALLIEVO
    I vertici dell’istituto Don Folci, tuttavia, hanno sempre smentito con forza che vi siano stati abusi sessuali di qualsiasi natura all’interno, minimizzando e sconfessando anche le dichiarazioni di un altro allievo coinvolto, Kamil Jarembowki. Questo ragazzo entrato nel preseminario nel 2009 all’età di 13 anni venne allontanato per comportamenti immorali nel 2013. Fuggì dal preseminario per raggiungere un amico in Veneto, un altro ex alunno, per poi essere riammesso nella scuola previo impegno a mantenere fede alla vita comunitaria. È lui ad avere parlato con Gianluigi Nuzzi, il primo ad avere raccolto la testimonianza di Kamil che ha dato il via a tutto il filone di inchiesta. Due anni fa in Vaticano ci fu una riunione piuttosto burrascosa in cui si decise se procedere o meno per diffamazione contro Nuzzi per la pubblicazione del libro. Ma memori dei problemi che avevano dato i due processi precedenti di Vatileaks 1 e Vatileaks 2 si decise di lasciare correre. Adesso però i nodi sembrano essere arrivati al pettine.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vaticano_inchiesta_abusi_sessuali_sacrestia_papa_francesco-4747641.html

  • Decine di suore abusate per anni da preti. Erano violentate a turno

    Decine di suore abusate per anni da preti. Erano violentate a turno

    È l’Associated Press che ha raccolto per prima le denunce delle vittime: “Era ubriaco. Non sapevo come dirgli di no”. Un’inchiesta che per gravità e dimensioni corre il rischio di coinvolgere l’intero mondo cattolico indiano. Alcune suore hanno fatto riferimento ad “amicizie” e concessioni di favori sessuali che non riuscivano a negare, altre riferiscono di vere e proprie violenze e stupri sistematicamente tenuti sotto silenzio dalle gerarchie ecclesiastiche locali.

    Secondo l’Associated Press “il Vaticano, pur non essendo mai intervenuto, era tuttavia da tempo a conoscenza di abusi sessuali ai danni di suore da parte di preti e vescovi in Asia, Europa, Sud America e Africa”. In tutto l’agenzia giornalistica ha raccolto le testimonianze di due dozzine di persone – tra suore, ex monache e preti con conoscenza diretta degli abusi. (Continua dopo la foto)

    Josephine Villoonnickal, di 44 anni, è stata la prima a rompere il muro di omertà, rendendo tutto di dominio pubblico indispettita dalla inattività dei vertici ecclesiastici locali ai quali aveva ripetutamente denunciato la situazione. La suora ha denunciato alla polizia del Kerala il suo vescovo con l’accusa di averla stuprata 13 volte in due anni. Denuncia a sua volta sostenuta da altre consorelle tutte unanimi nel richiedere l’arresto del vescovo Franco Mulakkal.

    Secondo Josephine Villoonnickal la prima violenza risalirebbe al 5 maggio 2014 e l’ultima il 23 settembre 2016. Il vescovo si è però difeso negando ogni addebito, accusando a sua volta le sorelle di aver inventato tutto. Questo, però, non gli ha evitato la detenzione per tre settimane. Attualmente si trova a piede libero dopo esser stato rilasciato su cauzione. Tuttavia la Conferenza episcopale indiana al momento non avrebbe preso alcuna posizione invitando, anzi, i media locali a attendere la pronuncia degli organi giudiziari preposti. (Continua dopo la foto)

    Alcune testimonianza raccolte dall’AP risalgono anche a decine di anni fa. Una suora rivela di aver respinto una violenza quando aveva vent’anni, nel corso di un ritiro spirituale prima del rinnovo dei voti, agli inizi degli anni ’90. A tentare di abusare di lei un sacerdote che aveva circa 60 anni. Il prete era uscito per partecipare ad una festa locale e quando è tornato, di sera, ha bussato alla porta nella novizia dicendole che voleva “parlarle”.

    La suora aveva capito che era ubriaco ma l’uomo forzò la porta e provò a baciarla, tentato di toccarla dove poteva. La religiosa alla fine è riuscita a sfuggire alla morsa e a richiudere la porta. La madre superiora evitò altri incontri con il prete che fu poi trasferito, forse a seguito di una sua lettera anonima dove denunciava l’accaduto. Il prete però ha continuato a vestire la tonaca. (Continua dopo la foto)

    L’Associated Press tuttavia non demorde e incalza il Vaticano sul tema generale, sostenendo che si tratti di pratiche diffuse e accusando le gerarchie ecclesiastiche di inattività nonostante le numerose denunce. Molte suore, secodo l’AP, rinuncerebbero a denunciare episodi simili per paura di essere isolate e cacciate dalla propria congregazione. Per non parlar del fatto che nei Paesi più poveri, dove sono maggiormente presenti questi fenomeni, il ricatto economico è paralizzante in considerazione del fatto che molte congregazioni di suore sono finanziariamente sostenute dalle parrocchie e dalla curia.

  • GLI ITALIANI SONO I PRIMI AL MONDO PER TURISMO SESSUALE MINORILE. PARLIAMO DI QUESTO.

    GLI ITALIANI SONO I PRIMI AL MONDO PER TURISMO SESSUALE MINORILE. PARLIAMO DI QUESTO.

    “Scimmiette da castigare” e “prede da catturare”. Vengono apprezzate per la loro docilità, anche se qualcuno si lamenta che sono troppo “consumate” o brutte. Nessun problema: ci sono le “pretty”, o “perle”, ragazze giovani, dalla pelle più chiara e dai tratti più occidentali. Qualcuno avanza l’ipotesi: “Le prede siamo noi, che ai loro occhi siamo degli scemi con scritto ATM in testa”, qualcun altro si lamenta dei viaggiatori “del terzo mondo”, che hanno rovinato la qualità delle ragazze: non è più come dieci, vent’anni fa. Qualcuno consiglia di “infilzarle alla brutta da dietro”, anche mentre dormono: non si lamenteranno. Nessuno fa notare che quello non è sesso, nemmeno a pagamento, ma stupro.

    Esaminare lo scambio di informazioni su un forum di turismo sessuale metterebbe alla prova anche la persona più cinica e disincantata. Non che ci si possa aspettare chissà quali ossequi da siti che raccolgono dettagliate recensioni su escort, night club e servizi sessuali, ma l’impressione è che gli utenti siano mossi soltanto dalla peggior misoginia. Non si contano le lamentele nei confronti delle connazionali, che non “la danno”, anche dopo aver preteso cene pagate e regali: è per disperazione che questi gentiluomini spendono le loro vacanze in Paesi in via di sviluppo per consumare rapporti a 10 euro l’ora con delle adolescenti. Anche le stesse sex worker vengono insultate, perché sono arroganti, o perché sembrano poco coinvolte, o perché pretendono di essere pagate la cifra pattuita anche in caso di un rapporto non soddisfacente. Molti insulti sono anche di stampo razzista, specialmente nelle aree del sito dedicate ai viaggi in Africa: le donne vengono chiamate “gazzelle” con “la faccia da babbuini”. Sono cattive e bugiarde “come tutte le africane”.

    Siti come questo sono solo la punta dell’iceberg di tutto il traffico online generato dal turismo sessuale: sono centinaia i forum, i canali YouTube, i siti porno dedicati a questa pratica che si mantengono sul filo della legalità. Se in alcuni Paesi la prostituzione è legale, in molti altri casi gli utenti si scambiano consigli su come sfuggire alla polizia. Di frequente però i reati sono più gravi del mero sfruttamento della prostituzione. Quasi nessuno fa esplicito riferimento al fatto che molte di queste ragazze (e ragazzi) siano spesso bambine (e bambini): adolescenti o pronte per le elementari, nei casi peggiori per l’asilo. Secondo l’Ecpat – End Child Prostitution in Asian Tourism, ogni anno tre milioni di persone viaggiano per turismo sessuale. Circa 250mila sono in cerca di vittime minorenni il cui sfruttamento genera un mercato da 20 miliardi di dollari – e il fenomeno è sottostimato. Il triste primato, con 80mila partenze l’anno, va agli italiani.

    Si tratta di una piaga così diffusa che le schede di molti Paesi sul sito della Farnesina Viaggiare Sicuri si preoccupano di mettere bene in evidenza le pene previste per chi sfrutta la prostituzione minorile. “In alcune strade dell’Africa non è difficile trovare sulla strada cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano”, denuncia Giorgia Butera, presidente di Mete Onlus. L’associazione, in collaborazione con l’Ecpat, lo scorso anno aveva presentato in Senato il progetto Stop Sexual Tourism, campagna che nel 2016 aveva fatto affiggere in 57 aeroporti italiani un manifesto informativo per scoraggiare le partenze. Tra le mete principali c’è l’Asia con Paesi come la Cina, il Giappone, la Corea e la Thailandia, che hanno visto crescere significativamente anche il turismo per lavoro, spesso strettamente e tristemente collegato allo sfruttamento della prostituzione minorile: il dossier parla dell’usanza sempre più diffusa di intrattenere clienti e manager in visita dall’estero con escort, alcool e droghe per saldare relazioni di lavoro. Zone di confine come il Myanmar, il Vietnam e la Cambogia (dove il mercato delle vergini è particolarmente sviluppato), vengono invece scelte perché più economiche. Poi ci sono i Paesi latino-americani, che soffrono anche situazioni di grande povertà infantile, associata a droga e corruzione. L’Africa sub-sahariana è la meta emergente, con Ghana, Kenya, Sudfrica e Zambia ai primi posti.

    La pedofilia, intesa come condizione clinica, c’entra poco. Secondo l’Ecpat, solo il 5% degli sfruttatori di prostituzione minorile è pedofilo, mentre il 95% è in cerca di “un’esperienza trasgressiva”. Il 60% di chi parte lo fa in modo occasionale e il 35% in modo abituale e non manca chi, pur essendo in viaggio per svago, usufruisce di servizi sessuali qualora gliene si presenti l’occasione. Il fenomeno coinvolge persone mediamente giovani (l’età media è di 27 anni), e non soltanto uomini. In percentuale nettamente inferiore, anche le donne cercano prestazioni sessuali, anche se in questo caso l’età media delle vittime si alza, con una prevalenza di adolescenti nei Paesi caraibici e africani. In quest’ultimo caso, poi, alla pratica criminale si aggiunge anche un certo lassismo nel condannarla, a causa del radicato pregiudizio secondo cui le donne non sarebbero in grado di perpetrare abusi sessuali. Lo scorso maggio, ad esempio, una servizio de Le Iene raccontava in modo goliardico il viaggio di due donne italiane in Kenya “Alla ricerca del Big Bamboo”, parlando di “turismo romantico” con tono scherzoso e indugiando sulle allusioni razziste delle intervistate. Se la puntata avesse mostrato sessantenni in cerca di ragazzine in Thailandia, il mood sarebbe certamente cambiato.

    Il problema si è imposto all’opinione pubblica mondiale grazie alla firma, nel 1989, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che all’art. 34 prevede che “Gli Stati parti si impegnino a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e di violenza sessuale”. Il nostro ordinamento prevede la reclusione da uno a sei anni e multe fino a 6mila euro per chiunque recluta, induce, sfrutta o favorisce la prostituzione minorile, senza contare che il turista sessuale deve rispondere anche alle leggi del Paese in cui ha commesso il reato. 

    tta della prostituzione provenienti dall’est Europa e dall’Africa, molto spesso minorenni. Nella sola provincia di Roma, interessata dal famoso caso delle “baby squillo” (termine da tabloid che sminuisce la gravità del crimine commesso) tra il 2012 e il 2014 c’è stato un aumento del 516% dei processi per crimini relativi allo sfruttamento dei minori.

    L’aumento di questi abusi è accostato dall’Ecpat all’incremento del turismo (soprattutto se legato a grandi eventi, come hanno dimostrato le Olimpiadi a Rio, dove si è registrato un boom di prostituzione minorile) e alla diffusione di internet, che facilita lo scambio di informazioni e molto spesso permette allo sfruttatore di mettersi direttamente in contatto con la vittima, o con la sua famiglia. Nel 2013 la Ong Terres des Hommes aveva condotto un esperimento, documentato su YouTube, infiltrandosi in chat room pubbliche con l’identità fittizia di una bambina filippina di dieci anni. In dieci settimane, 20.172 persone avevano contattato il profilo chiedendo performance sessuali a pagamento tramite webcam. Secondo Najat M’jid Maalla, relatore delle Nazioni Unite sulla compravendita di bambini, prostituzione minorile e pedopornografia, almeno 75mila persone sono online in qualsiasi momento in cerca di cam show con soggetti minorenni, ma sono soltanto sei le condanne pronunciate per questo reato in tutto il mondo.

    Il turismo sessuale è una piaga che per essere debellata va considerata nell’ottica del colonialismo. All’estero, nei Paesi “esotici”, gli occidentali si sentono svincolati dalle norme sociali che rispetterebbero nei propri Paesi di origine: questo spiega perché i pedofili siano solo una minoranza e perché la maggior parte di chi parte lo faccia per provare “un’esperienza trasgressiva”. Chi va in cerca di soggetti fragili si sente impunito, se non addirittura legittimato, spesso agendo nella convinzione che questi Paesi permettano se non addirittura incoraggino questo sfruttamento. È un approccio di stampo colonialista, che si basa sull’idea che i Paesi del Sud del mondo siano culturalmente meno avanzati, estranei alle nostre salde consuetudini morali, quindi a disposizione del ricco uomo bianco che può acquistare tutto ciò che desidera in cambio di denaro: cibo, alcool, droghe e, ovviamente, corpi. Anche il linguaggio usato sui forum di turismo sessuale lo segnala: si parla con gergo militare, ci si riferisce a cacciatori e prede, bandiere da piantare, nome italiano da tenere alto. Non vi è alcun rispetto o empatia per le vittime, ma spesso solo disprezzo e ripugnanza accompagnati dalla pretesa che queste donne e bambine accolgano i propri clienti con sorrisi, affetto e moine.

    Negli anni del fascismo la pratica di avere schiave sessuali bambine nelle colonie africane si chiamava madamato, ed era una consuetudine talmente diffusa che ancora nel 1986 Indro Montanelli difendeva in tv il suo diritto ad aver avuto rapporti sessuali con una dodicenne, che definiva un “animalino docile”. Oggi le colonie non esistono più, ma il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con il suo passato coloniale e il madamato si è trasformato in turismo sessuale. Cambia il nome, ma la matrice è la stessa: esercitare il dominio, che sia economico, razziale o più semplicemente patriarcale, senza il minimo riguardo nei confronti delle persone sfruttate. Persone che in questi casi non ricorrono alla prostituzione per loro libera scelta, ma perché costrette dalle circostanze, dalla famiglia, dalla criminalità organizzata. A maggior ragione, se parliamo di minori e di bambini la scelta non è mai libera.

    Gli effetti sulle vittime della tratta sessuale sono devastanti, anche perché solo una piccola percentuale riesce a uscirne e, anche una volta sottrattasi, spesso non esiste alcun tipo di supporto psicologico, sociale ed economico. Se a chi abusa basterà rientrare in Italia, magari dai propri figli della stessa età delle vittime degli abusi commessi in Kenya o Tailandia, per tornare alla vita normale, alle vittime della prostituzione minorile non basterà una vita intera.

    http://thevision.com/attualita/turismo-sessuale-minorile/

  • Pedofilia, il cardinale Pell decide di ricorrere all’Alta Corte

    Pedofilia, il cardinale Pell decide di ricorrere all’Alta Corte

    Imboccherà l’ultima strada di appello presso l’Alta Corte d’Australia il cardinale George Pell, condannato per pedofilia ad un minimo di tre anni e otto mesi, sentenza confermata questo mese dalla Corte d’Appello di tre giudici dello stato di Victoria con un voto di due a uno.

    Fonti citate oggi dal Sydney Morning Herald confermano la decisione di Pell, dichiarato colpevole di aver abusato sessualmente di due coristi 13enni nella sacrestia della cattedrale di Melbourne nel 1996, quando vi era arcivescovo. Secondo le fonti, il cardinale ha ricevuto consiglio unanime dalla sua squadra legale, secondo cui l’opinione dissenziente di uno dei tre giudici della Corte d’Appello del Victoria, Mark Weinberg, fornisce ragionevoli motivi per revocare la condanna. Pell ha ora 21 giorni per presentare formalmente un ricorso all’Alta Corte, l’organo di giudizio finale, chiedendo di esaminare un appello.

    E’ probabile che l’udienza per determinare il ricorso sia breve e che si terrà entro l’anno. Se il ricorso sarà accettato, passeranno altri 4-6 mesi prima che l’appello sia udito. La decisione di maggioranza della Corte d’Appello emessa il 21 agosto dalla Giudice Capo Anne Ferguson e dal presidente della Corte d’Appello Chris Maxwell, ha confermato il verdetto raggiunto lo scorso dicembre dalla giuria di un tribunale di Melbourne, quando Pell è stato giudicato colpevole di cinque reati sessuali su minori. I due giudici hanno stabilito che la sola vittima sopravvissuta di Pell, è stato un testimone credibile e veritiero. I legali di Pell si affideranno ora in gran parte all’opinione dissenziente del terzo giudice, Mark Weinberg, ex capo della Pubblica Accusa federale, che invece ha messo in dubbio la credibilità e l’affidabilità della vittima.

    Ha concluso che “vi è un corpo significativo di prove cogenti, che gettano seri dubbi su quanto ha riferito il denunciante” e ha raccomandato il proscioglimento da ogni accusa. Se l’Alta Corte accetterà di udire l’appello, dovrà considerare fattori fra i quali: se udire l’appello è una questione di pubblica importanza, se riguarda una questione di legge e se è nell’interesse dell’amministrazione della giustizia. Pell, 78 anni, è tuttora rinchiuso in isolamento nel carcere di alta sicurezza di Melbourne per i detenuti da poco condannati e si prevede che sarà trasferito in un carcere di media sicurezza per condannati per pedofila, tra cui un certo numero di ex sacerdoti, separati per loro protezione dal resto della popolazione carceraria. ANSA

    https://gds.it/articoli/mondo/2019/08/26/pedofilia-il-cardinale-pell-decide-di-ricorrere-allalta-corte-e1a0029c-57f5-43b9-ba38-79792fa96e3b/

  • Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Opus Bono Sacerdotii, un ente no profit nello Stato del Michigan, dal 2002 ha offerto protezione, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. Lo ha scoperto un’inchiesta di Associated Press. Secondo uno dei fondatori della Ong: “Le vittime trascurate degli scandali sessuali sono i preti e la Chiesa”.

    Opus Bono Sacerdotii, una piccola organizzazione senza fini di lucro del Michigan, per quasi 20 anni ha offerto riparo, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. E’ quanto emerge da un’inchiesta di Associated Press (Ap), partita dopo le rivelazioni di Mary Rose Maher, la figlia 27enne del fondatore della Ong. “Una semplice indagine sull’associazione no profit Opus Bono Sacerdotii – è la denuncia scritta nel 2017 da Mary Rose al procuratore dello Stato del Michigan – metterà in luce la sottrazione di milioni di dollari, anni di frodi postali e il costante e sistematico abuso delle donazioni”. I fondi raccolti dall’ente, però, oltre a finire nelle tasche dei due fondatori, servivano anche per un altro scopo: aiutare i preti accusati di abusi sessuali su bambini.

    “Quando un [prete] pedofilo è finito in prigione per aver abusato decine di minori, Opus Bono era lì ad offrire conforto e denaro”, scrivono i tre giornalisti autori dell’inchiesta. E ancora: “Quando un prete ha confessato di avere aggredito sessualmente ragazzi di età inferiore ai 14 anni, Opus Bono ha raccolto fondi per la sua difesa”. E sebbene l’archidiocesi di Detroit abbia subito smentito qualsiasi relazione con la Ong, Associated Press è stata in grado di scoprire che in realtà i fondatori di Opus Bono Sacedotii hanno goduto per anni della protezione di importanti ecclesiastici.

    “Le vittime degli scandali sessuali sono i preti”
    “Negli scandali sessuali, le vittime trascurate sono i preti e la Chiesa stessa”. Con questa intenzione nasce nel 2002 Opus Bono Sacerdotii, un ente che fin dall’inizio vuole contrapporsi al Survivors Network of those Abused by Priests (Rete di sopravvissuti agli abusi dei preti) e gli altri gruppi che accusano la Chiesa di insabbiare le violenze sessuali del clero. A fondare l’organizzazione no profit sono due amici, Joe Maher e Peter Ferrara, entrambi parrocchiani de “L’Assunzione della Beata Vergine Maria” di Detroit, nel Michigan. Un ruolo importante nell’ente lo ricoprirà anche padre Eduard Perrone, per 25 anni sacerdote in questa grande chiesa di pietra conosciuta anche come “La Grotta dell’Assunzione”. “Già alcuni anni prima che aiutasse a fondare l’Opus Bono – si legge nel reportage di Ap – Perrone aveva accolto nella sua chiesa due sacerdoti accusati di abusi sessuali nelle diocesi di altri stati. Uno di loro in seguito ha ammesso di aver molestato ben 50 bambini negli anni ’80 e ’90”.

    Il primo caso di cui si occupa la Opus Bono risale proprio al 2002 quando la polizia di Detroit accusa Komlan Dem Houndjame, sacerdote africano del Togo, di aggressione sessuale nei confronti di un corista della “Grotta dell’Assunzione”. All’epoca sia Perrone che Maher fanno quadrato attorno a Houndjame. Maher addirittura lo porta a casa sua per proteggerlo dall’attenzione dei media. Al processo, il giudice stabilisce che non ci sono prove sufficienti e Houndjame viene assolto, nonostante altre due donne (mai sentite in tribunale) lo accusino di aver abusato di loro. Da quel momento il telefono di John Maher non smette di squillare: a chiamarlo sono altri sacerdoti che chiedono aiuto. Per i preti coinvolti in abusi, i fondatori di Opus Bono hanno pronti biglietti d’aereo, hotel e appartamenti. Alloggi che consentono ai presunti pedofili di sottrarsi allo scandalo provocato dalla loro condotta sessuale.

    Donazioni di milioni di dollari per i sacerdoti abusatori
    L’elenco dei sacerdoti aiutati da Opus Bono è riservato, ma dai suoi opuscoli promozionali si ricava che dal 2002 l’ente no profit ha assistito oltre 8mila preti. Il procuratore generale del Michigan, Bill Schuette, stima che la cifra più reale sia attorno ai mille. Quello che è certo è che alcuni dei religiosi soccorsi da Maher sono stati coinvolti in aggressioni sessuali. Come Jason Sigler, un sacerdote di Detroit condannato per aver molestato decine di bambini nel New Mexico e nel Michigan. Altri addirittura venivano assunti da Opus Bono come consulenti in diritto canonico: è il caso del reverendo Gregory Ingels, accusato di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni a San Francisco negli anni ‘70.

    A sorprendere è inoltre la quantità di soldi raccolti dall’ente con le donazioni: secondo l’inchiesta dell’Associated Press, dal 2002 al 2016, le entrate di Opus Bono Sacerdotii sono state pari a 8 milioni di dollari. A subire un vertiginoso aumento sono anche gli stipendi di Maher e Ferrara. Insomma, l’attività dei due fondatori vanno a gonfie vele. Almeno fino all’intervento della giustizia.

    Lettere ai fedeli per pagare le spese legali ad un prete accusato di pedofilia
    Nel 2018, Opus Bono invia una serie di lettere ai fedeli del Michigan per chiedere un aiuto in denaro. I soldi raccolti serviranno per pagare le spese legali a due sacerdoti: Robert DeLand, accusato di avere mantenuto relazioni sessuali con tre giovani e, Jonathan Wehrle, un prete incriminato per essersi appropriato di svariate migliaia di dollari della sua diocesi. E’ in quel momento che l’ente no profit finisce nel mirino del procuratore generale del Michigan, Bill Schuette. Dopo le indagini, il magistrato stabilisce che Maher e Ferrara stanno utilizzando la Ong per il loro arricchimento personale. I due, comunque, arrivano ad un accordo e se la cavano con poco: 10mila dollari per coprire i costi delle indagini giudiziarie e il divieto di ricoprire cariche in organizzazioni no profit nello Stato del Michigan. Opus Bono Sacerdotii ha fatto sapere Ferrara è stato licenziato e Maher non ha più alcun ruolo dal 31 marzo scorso.

    Joe Maher, però, sembra aver violato i patti con il procuratore perché è il presidente di The Men of Melchisedec, una nuova organizzazione il cui indirizzo risulta a Indian River, nel Michigan. Il compito di questo nuovo gruppo, come si legge nella loro pagina web, “è di aiutare i preti che incontrano difficoltà nella loro vita personale e nel loro ministero sacerdotale […], compresi quelli che soffrono per l’orrore di un’accusa di abuso sessuale”. E, come nel caso di Opus Bono Sacerdotii, anche qui ai fedeli preoccupati per la sorte dei religiosi coinvolti in scandali sessuali è data la possibilità di contribuire con donazioni.

    https://www.fanpage.it/esteri/che-cose-lopus-bono-sacerdotii-lente-no-profit-che-per-anni-ha-finanziato-i-preti-pedofili/

  • ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    Marco Tosatti

    Era di questo periodo, un anno fa, quando mi è arrivata la telefonata di mons. Carlo Maria Viganò, in cui diceva che avrebbe avuto piacere a incontrarmi per un’intervista sul caso McCarrick. Sapete che cosa è accaduto dopo: l’intervista si è trasformata in un memoriale, scritto dall’arcivescovo, apparsa il 26 agosto. Adesso, a un anno di distanza, posso vedere quanto fosse giusta la sua previsione. Quando gli chiesi, dopo che avessimo finito di leggere e fare un po’ di editing al suo memoriale, quale si aspettava sarebbe stata la reazione del Vaticano e del Pontefice, mi rispose più o meno così. Non faranno nulla, mi faranno attaccare personalmente, non risponderanno nel merito e aspetteranno che su tutta la questione cali il silenzio.

    Il che è esattamente ciò che è accaduto. Dopo la prima risposta del Pontefice sull’aereo da Dublino – non dirò una parola -, papa Bergoglio ha lasciato passare molti mesi prima di rispondere a Valentina Alazaraki  di Televisa che non si ricordava se Viganò gli avesse parlato di McCarrick il 23 giugno 2013. Una giustificazione così zoppa, ed evidentemente incredibile (era stato il papa, a chiedere di Viganò; e la risposta era stata di una gravità inaudita) da far tacciare il Pontefice di mentitore da molte persone.

    Nel frattempo McCarrick è stato condannato con un procedimento amministrativo; molto comodo per tutti i suoi complici di ieri e di oggi (Viganò ne ha nominati diversi, nella sua testimonianza; e nessuno di essi ha fiatato, e tanto meno ha detto: lei mente! Come farebbe qualunque persona innocente accusata di omissioni, complicità e silenzi scandalosi).

    Così come è stata insabbiata sul nascere la richiesta, americana, di un’inchiesta apostolica sul caso Viganò, probabilmente per evitare che venissero scoperchiate pietre pericolose.

    È stato promesso, molti mesi fa, una decina, che tutti i documenti del caso Viganò conservati in Vaticano sarebbero stati esaminati, e eventualmente resi pubblici. Ne avete saputo più nulla? Eppure non dovrebbe essere difficile rintracciarli, quei documenti, se, come aveva denunciato l’ex Nunzio, alla Congregazione per i Vescovi c’era un voluminoso dossier su McCarrick…Notte e nebbia. Certo un esempio di trasparenza l’abbiamo avuto dal cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, che è stato appena riconfermato – anche se ha compiuto 75 anni – alla guida della Congregazione. Nella sua filippica contro Viganò, ha ammesso finalmente che in effetti Benedetto XVI aveva imposto restrizioni o sanzioni al cardinale americano. Ma perché non ha detto che esisteva una lettera, scritta dal suo predecessore cardinale Giovanni Battista Re, in questo senso – quindi non solo un richiamo verbale – che di sicuro sarà sia a Roma che a Washington? Curioso, no?

    Nel frattempo ogni singolo documento emerso in relazione al caso McCarrick, incluso il memoriale di mons. Anthony Figuereido, segretario di McCarrick e suo uomo di fiducia a Roma, ha confermato che l’ex Nunzio ha detto al verità, una verità che nessuno nel Vaticano del rinnovamento e della trasparenza vuole vedere. Così come vogliono evitare di vederla i giornalisti che si occupano di Vaticano. Il che è comprensibile: fare domande scomode, indiscrete e che stonino con gli usuali alleluja della stampa, nazionale e internazionale per il Pontefice così innovatore vuol dire guadagnarsi occhiate maligne da parte del Gran Capo e dei suoi giannizzeri…

    McCarrick è roba vecchia, direte voi. Ma di recente mons. Viganò ha lanciato accuse gravi contro il nuovo Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Pena Parra. Il Washington Post, che le aveva ricevute, ha preferito non pubblicarle, dicendo di non essere in grado di aver conferme. E lo stesso ha fatto il Catholic Herald, nella sua nuova vita filo-vaticana. Scusateci, ma questo ci sembra incredibile.

    Mons. Viganò nella sua intervista cita un collega venezuelano, Gastòn Guisandes Lopez, attualmente direttore di “Que Pasa”, a Maracaibo. Molti anni fa Lopez scrisse due articoli, in cui parlava di una lobby gay di preti di Maracaibo, comprendente sedici sacerdoti, fra cui Pena Parra. Guisandes Lopez cercò di farsi ricevere due volte dal nunzio in Venezuela, mons. Dupuy, senza riuscirci. Guisandes Lopez però gli scrisse una lettera, denunciando tutti i fatti contenuti negli articoli. Secondo Viganò questo documento, e i risultati di un’inchiesta fatta in loco sono in Segreteria di Stato: li vide con i suoi occhi.

    Guisandes Lopez è vivo e vegeto. Stilum Curiae e Infovaticana, che non hanno certamente i mezzi delle grandi agenzie internazionali, o dei giornali, sono entrati in contatto con lui. Guisandes Lopez ha confermato personalmente a Gabriel Ariza tutti i fatti raccontati da Viganò, articoli e denuncia al Nunzio compresi. Non vi sembra strano che nessuno abbia avuto – nei grandi mezzi di comunicazione – la curiosità di verificare se quelle notizie scandalose che riguardano una delle più potenti persone del Vaticano, adesso, non trent’anni fa, fossero vere?

    A me sì. E mi chiedo se sarebbe accaduto lo stesso se si fosse trattato di un ministro di Trump, o di Putin, o – perché no – di Salvini. Che pena.

    E intanto, un anno dopo, tutte le domande poste da Viganò attendono ancora una risposta. E non sono questioni minuscole: riguardano la buona fede e l’affidabilità delle massime autorità morali, i vertici della Chiesa cattolica. Ma sembrano non interessare i giornalisti. Che si guardano bene dal porre domande fastidiose ai potenti. Le critiche e i dubbi li riservano per Viganò…

    It was in this season, a year ago, when I received the phone call from Msgr. Carlo Maria Viganò, in which he said he would like to meet me for an interview on the McCarrick case. You know what happened after that: the interview turned into a witness, written by the archbishop, which was published on August 26th.

    Now, a year later, I can see how right his prediction was. When I asked him, after we had finished reading and doing some editing at his text, what he expected the reaction of the Vatican and the Pope to be, he answered me more or less like this. They will do nothing, they will attack me personally, they will not answer on the issues and they will wait, hoping that time and silence will fall on the whole question.

    Which is exactly what happened. After the Pope’s first response to the plane from Dublin – I will not say a word – Pope Bergoglio let many months pass before responding to Valentina Alazaraki of Televisa. He said he did not remember whether Viganò had told him about McCarrick on June 23rd, 2013.  Such a lame, and obviously unbelievable justification (it was the Pope, who asked for Viganò; and the answer had been of an unheard-of gravity) succeeded in having the Pontiff described as a liar by many people.

    Meanwhile McCarrick was sentenced in an administrative proceeding; very convenient for all his accomplices of yesterday and today (Viganò has named several of them in his testimony; and none of them has answered nothing; nor any of them said: she lies! How would any innocent person accused of omissions, complicity and scandalous silences behave like that?

    Just as the American request for an apostolic inquiry into the Viganò case was shelved in the bud, probably to prevent dangerous stones from being uncovered.

    It was promised, many months ago, a dozen more or less, by the Vatican, that all the documents of the Viganò case preserved in the Vatican would be examined, and eventually made public. Have you heard more about it? I did not. Yet it should not be difficult to trace them, those documents, if, as the former Nuncio had denounced, the Congregation for Bishops had a voluminous file on McCarrick … Night and fog.

    Certainly a peculiar example of transparency we have had from Cardinal Marc Ouellet, Prefect of the Congregation for Bishops, who has just been reappointed- even though he is more than 75 years old – at the head of the Congregation. In his tirade against Viganò, he finally admitted that in fact Benedict XVI had imposed restrictions or sanctions on the American cardinal. But why did he not say that there was a letter, written by his predecessor cardinal Giovanni Battista Re, in this sense – so not only a verbal reminder – that will surely be both in Rome’s and Washington’s archives ? Curious, isn’t it?

    Meanwhile, every single document emerged during these twelve months in relation to the McCarrick case, including the memorial of Msgr. Anthony Figuereido, McCarrick’s secretary and his trusted man in Rome, confirmed that the former Nuncio told the truth, a truth that nobody in the Vatican of the renewal and transparency wants to see.

    Just as journalists who deal with the Vatican want to avoid seeing it. This is understandable: asking uncomfortable, indiscreet questions that disregard an are out of tune with  the usual national and international alleluja for the Pontiff means earning evil looks from the Grand Chief and his Janissaries …

    McCarrick is old stuff, you say. But recently Msgr. Viganò has launched serious accusations against the new Substitute at the Secretariat of State, Msgr. Pena Parra. The Washington Post, which had received them, preferred not to publish them, saying it was unable to confirm. And the Catholic Herald did the same, in his new pro-Vatican life. Excuse us, but this seems scarcely credible.

    Mgr. Viganò in his interview quotes a Venezuelan colleague, Gastòn Guisandes Lopez, currently director of “Que Pasa”, in Maracaibo. Many years ago Lopez wrote two articles, in which he spoke of a gay lobby of Maracaibo priests, – sixteen priests,  – including Pena Parra. Guisandes Lopez tried to be received twice by the nuncio in Venezuela, Msgr. Dupuy, without success. However, Guisandes Lopez wrote him a letter, denouncing all the facts contained in the articles. According to Viganò this document, and the results of a survey carried out on the spot are in the Secretariat of State: he saw them with his own eyes.

    Guisandes Lopez is alive and well. Stilum Curiae and Infovaticana, who certainly do not have the means of large international agencies, or newspapers, have come into contact with him. Guisandes Lopez personally confirmed to Gabriel Ariza all the facts recounted by Viganò, articles and denunciation to the Nuncio included. Does it not seem strange to you that no one has had – in the major media – the curiosity to check whether those scandalous news concerning one of the most powerful people in the Vatican, now, not thirty years ago, were true?

    To me, yes. And I wonder if the same would have happened if it had been a minister of Trump, or Putin, or – why not – by Salvini. What a pity!

    And meanwhile, a year later, all the questions asked by Viganò still await an answer. And they are not minuscule topics: they concern the good faith and the reliability of the highest moral authorities, the leaders of the Catholic Church.

    But journalists don’t seem to care. Journalists who are careful not to ask annoying questions to the powerful people. They reserve their critics and doubts for Viganò …