Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il panel delle Nazioni Unite analizza il ruolo dell’Italia negli scandali di pedofilia della Chiesa

    Il panel delle Nazioni Unite analizza il ruolo dell’Italia negli scandali di pedofilia della Chiesa

    Un membro del comitato delle Nazioni Unite per la protezione dei minori mette in discussione il governo italiano riguardo agli abusi sessuali nel paese il 22 gennaio. (Credit: Rete L’Abuso).

    ROMA – La scorsa settimana un comitato delle Nazioni Unite per la tutela dei minori ha interrogato il governo italiano sugli abusi sessuali del clero nel paese, esprimendo preoccupazione per le leggi che proteggono i preti predatori dalle accuse penali.

    “Siamo rattristati dalla mancanza di informazioni sugli abusi sessuali sui minori da parte del clero cattolico, e siamo preoccupati per le informazioni che abbiamo ricevuto in merito a numerose vittime di abusi clericali”, ha affermato il professor Jorge Cardona, membro del Comitato delle Nazioni Unite i diritti dell’infanzia, durante l’udienza del 22-23 gennaio.

    I rappresentanti del governo italiano sono stati invitati a rispondere alle domande davanti alla commissione all’Alto Commissario delle Nazioni Unite a Ginevra sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia. Le raccomandazioni dell’udienza saranno emesse dall’ONU il 7 febbraio.

    Non è stata la prima volta che il gruppo delle Nazioni Unite si è interessato alla documentazione della Chiesa cattolica sugli abusi sessuali su minori.

    Nel febbraio 2014, il Comitato per i diritti dell’infanzia ha emesso un blasonato rapporto che accusava il Vaticano di promuovere un “codice di silenzio” che “sistematicamente” colloca la reputazione della Chiesa e offende i sacerdoti per la protezione delle vittime minorenni. Il gruppo ha anche chiesto cambiamenti nell’insegnamento cattolico su questioni come l’aborto, la contraccezione e il matrimonio gay.

    In questo caso, la commissione è sembrata interessata a come l’Italia possa essere complice degli scandali della Chiesa.

    Cardona parlava dell ‘”impunità” dei chierici colpevoli di abusi contro minori in Italia che, dai dati acquisiti, venivano spesso lasciati liberi dallo stato senza conseguenze penali.

    Ha espresso preoccupazione per “condanne penali molto indulgenti nei confronti di membri del clero che sono stati giudicati colpevoli” e non sono soggetti agli arresti domiciliari o alla detenzione in carcere la situazione richiesta.

    Ha anche chiesto al governo italiano di aderire alla Convenzione sulla protezione dei bambini contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi sessuali firmata dal Consiglio d’Europa a Lanzarote, in Spagna, nel 2007. Il documento è il primo trattato internazionale contro gli abusi sessuali in famiglia e applica una regolamentazione per monitorare i trasgressori e coloro che lavorano a stretto contatto con i bambini.

    In un’udienza privata con papa Francesco il 17 gennaio, il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, ha chiesto al pontefice di firmare il documento multilaterale di Lanzarote.

    L’abuso sessuale, ha detto Jargland ai media locali dopo il suo incontro con il papa, “si può trovare ovunque dove gli adulti sono con i bambini: la Chiesa conosce questo problema dall’interno”.

    Mentre il Vaticano si prepara a ospitare un vertice per i capi delle conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo dal 21 al 24 febbraio, il diplomatico dell’UE ha suggerito che la firma del trattato potrebbe fornire un segnale significativo che la Chiesa cattolica è a bordo nella lotta contro i sessi abuso.

    “Se il Vaticano e il Consiglio d’Europa mandassero un messaggio inequivocabile al mondo, affermando che l’abuso sessuale contro i minori non solo è inaccettabile ma anche illegale, questo messaggio sarebbe davvero molto, molto forte!”, Ha aggiunto.

    Ma recuperare la legislazione europea sugli abusi non era l’unica questione che preoccupava i funzionari delle Nazioni Unite. Cardona ha anche affrontato il quarto articolo del Trattato Lateranense del 1929 tra lo Stato italiano e il Vaticano, che consente ai chierici di non dover denunciare abusi clericali alle autorità italiane.

    “È vero che non c’è obbligo per il clero che ha conoscenza dell’abuso all’interno della Chiesa o dell’organizzazione religiosa di denunciare”, ha detto Concetta Potito, del ramo legislativo del Ministero della Giustizia italiano, mentre rappresenta l’Italia all’ONU.

    “Ma è anche vero che il clero non è un funzionario pubblico e in Italia l’obbligo di sporgere denuncia si applica solo ai funzionari pubblici”, ha aggiunto.

    Potito ha anche sottolineato che la legislazione italiana prevede che le pene per l’abuso di minori siano aggravate di due terzi se l’abuso è avvenuto in un contesto religioso, il che considerando la dura condanna della penisola sugli abusi è una questione seria.

    L’Italia ha creato una rete pubblica di assistenza per le vittime di abusi sessuali nel 2002, ma la commissione delle Nazioni Unite ha chiesto se il governo avesse adottato misure per assicurarne l’efficacia e il servizio sul territorio.

    La CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, ha recentemente creato una propria rete di abusi sessuali clericali, finalizzata a fornire informazioni e supporto non solo alle vittime di abusi sessuali ma anche ai vescovi che tentano di fornire la migliore risposta.

    La creazione della rete ha seguito l’appello di papa Francesco ai vescovi di tutto il mondo per creare linee guida e migliori pratiche in risposta alla crisi degli abusi sessuali del clero prima del vertice di febbraio.

    Dopo lo scoppio della crisi nel 2001, la Chiesa italiana ha faticato a fornire trasparenza, in particolare per quanto riguarda la portata della questione.

    “Non sono in grado di dare alcun numero”, ha detto padre Russo Russo, Segretario generale della CEI, durante un evento stampa del 16 gennaio, aggiungendo che ciò è dovuto al fatto che “eventuali canoni canonici vengono inviati alla Congregazione per la Dottrina della Fede” “.

    Rete L’Abuso, l’unica organizzazione di advocacy esistente per le vittime di abusi clericali in Italia, registra almeno 800 casi nel Paese, ma la situazione potrebbe essere molto peggiore. Mark Vincent Healy, sopravvissuto e sostenitore dell’abuso clericale, ha stimato che potrebbero esserci migliaia di vittime di abusi in Italia.

    In un documento, Healy ha usato la percentuale di sacerdoti abusanti forniti da esperti come Richard Sipe e padre Andrew Greeley per stimare che potrebbe esserci “qualsiasi cosa tra 17.500 e 87.700 sopravvissuti denunciati di abusi sessuali da parte del clero”.

    “Ciò che è chiaramente dimostrato da queste cifre per gli abusi sessuali su minori cattolici è che l’Italia come paese ha il potenziale per superare il numero riportato di vittime di abusi sessuali di bambini clericali a quello di altri paesi del mondo”, ha scritto.

    “Un’inchiesta governativa è essenziale in Italia per arrivare alla verità fornendo percorsi di giustizia e sostegno per affrontare lo scandalo degli abusi sessuali di bambini clericali”.

    https://cruxnow.com/church-in-europe/2019/01/31/un-panel-probes-italys-role-in-churchs-child-abuse-scandals/

  • Preti pedofili, don Martino: «Il Vescovo non è tenuto a denunciare il sacerdote all’autorità civile»

    Preti pedofili, don Martino: «Il Vescovo non è tenuto a denunciare il sacerdote all’autorità civile»

    Il parroco di Belmonte è stato relatore di un convegno organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Molise

    AGNONE – Pedofilia nella Chiesa: sacerdoti vittime o carnefici? Rapporti, limiti e collaborazioni tra diritto statuale italiano e diritto canonico nei casi di pedofilia. Il processo mediatico che, prima della giustizia, condanna i sacerdoti a prescindere, perché i preti pedofili fanno notizia. Sono alcuni dei temi trattati da don Francesco Martino, sacerdote e giornalista, chiamato a relazionare nel corso deontologico organizzato nei giorni scorsi, ad Agnone, dall’Ordine dei giornalisti del Molise. Una materia delicata e spinosa perché i casi di pedofilia all’interno della Chiesa sono sempre più frequenti e finiscono sempre di più sui giornali di tutto il mondo.

    «Facciamo il caso di un sacerdote accusato di pedofilia. Il vescovo, appena riceve la denuncia, deve procedere ad un primo accertamento dei fatti, sentendo le parti in causa, ma deve agire con prudenza, verificando la fondatezza o probabilità dell’accusa che escluda la calunnia gratuita o la diffamazione del soggetto implicato. L’atto immediato che può, cautelativamente, porre in essere è l’allontanamento dall’ufficio e la destinazione in una comunità religiosa appropriata, dove il soggetto, invitato a preghiera e penitenza, possa confrontarsi anche con specialisti psicologi, psichiatri ed esperti in modo da fare luce sulla vicenda. Se il Vescovo accerta un qualche fondamento nelle accuse, procede ad una sospensione cautelare a divinis del sacerdote implicato, ed avvia il procedimento canonico relativo inviando gli atti e le indagini diocesane al tribunale ecclesiastico di competenza presso la Santa Sede istituito presso la Congregazione della Dottrina della Fede. La procedura canonica prevede il segreto sull’intero procedimento fino all’emissione della sentenza, per tutelare comunque sia i testimoni, sia l’imputato, sia la loro dignità, sia evitare la spettacolarizzazione mediatica degli eventi, evitando di esporre anzitempo alla gogna mediatica.

    In ogni caso, il Vescovo non è tenuto a denunciare il prete davanti all’autorità civile, in ragione anche di questa indicazione presente nella Scrittura nella Prima lettera ai Corinzi, cap. 6 versetti 1-11, in cui chiaramente si dice che liti tra i cristiani non devono essere affidate ai tribunali civili, ma risolte all’interno della comunità. Il Vescovo, se richiesto dal magistrato, trasmette il processo canonico e tutti gli incartamenti
    all’autorità civile solo dopo la sentenza definitiva di condanna, che diventa pubblica, non prima del giudizio definitivo. Un’ultima riflessione riguarda la deontologia professionale dei giornalisti: oggi esiste comunque un problema, che è quello dei social media. Molti blogger, tutti coloro che usano facebook, possono divulgare senza controllo notizie sugli abusi, a volte vere e proprie bufale, danneggiando irrimediabilmente l’onorabilità delle persone e dei sacerdoti coinvolti, perché l’opinione comune è ritenere gli uomini di Chiesa gente comunque losca, depravata e immorale. Purtroppo oggi l’opinione pubblica legge solo i titoli e reagisce scomposta solo a questi, basta vedere i commenti sui social. Un uomo di Chiesa oggi è senza difesa rispetto agli altri ad attacchi del genere: solo l’uscita della notizia non solo determina il processo mediatico, ma la condanna definitiva ed inappellabile pubblica, per cui la sua dignità è distrutta per sempre.

    Un sacerdote semplicemente sospettato o accusato di pedofilia come sacerdote è morto per sempre. Effettivamente la Chiesa paga le azioni dei suoi figli indegni, che danno scandalo, per i quali, come dice il Vangelo, è meglio mettere loro una macina al collo e gettali nel mare».

    Preti pedofili, don Martino: «Il Vescovo non è tenuto a denunciare il sacerdote all’autorità civile»

  • La realtà inconfessabile! “ABUSI SESSUALI SUI MINORI” 21-24 Febbraio 2019 INCONTRO MONDIALE DEI VERTICI DELLA CHIESA

    La realtà inconfessabile! “ABUSI SESSUALI SUI MINORI” 21-24 Febbraio 2019 INCONTRO MONDIALE DEI VERTICI DELLA CHIESA

    Rete L’ABUSO presenta una campagna di consapevolezza in previsione dell’incontro di febbraio 2019 che si terrà in Vaticano con il Santo Padre e con tutti i Vescovi e Cardinali presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo, sul tema degli abusi sessuali nel clero

    I GRANDI: PONTIFICANO E DECIDONO STRATEGIE
    I PICCOLI, LE VITTIME: SEMPLICEMENTE INDESIDERATE

    UN PERCORSO CRITICO COSTRUTTIVO PER AFFRONTARE LA REALTA’ – PER GUARDARE GLI AVVENIMENTI ANCHE CON GLI OCCHI DI CHI HA VISSUTO GLI ABUSI SUBENDOLI – PER NON ACCONTENTARSI DI QUELLO CHE VOGLIONO FAR CREDERE CON I PROCLAMI – PER DARE VOCE ANCHE AGLI INDESIDERATI – PER FAR SAPERE AL MONDO, E ANCHE AI VESCOVI, I QUALI FANNO FINTA DI VOLER INCONTRARE LE VITTIME (NONOSTANTE L’ESORTAZIONE DI PAPA FRANCESCO PROPRIO PER LA PREPARAZIONE DELL’EVENTO) MA CHE, NELLA REALTA’ DEI FATTI, NON HANNO NESSUNA REALE INTENZIONE DI RICEVERLE.

    TUTTO CIO’ CHE VORREBBERO NON FAR SAPERE E TUTTO CIO’ CHE I MEDIA “NON POSSONO SVELARE”.

    Papa Francesco ha convocato a Roma i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, dal 21 al 24 febbraio 2019, per affrontare il dramma della pedofilia clericale. A questo incontro non è prevista la partecipazione delle Associazioni che, nel mondo, assistono le vittime dei preti pedofili.

    Il Comitato organizzatore di questo evento ha chiesto ai Vescovi di incontrare le vittime prima di febbraio, e ha distribuito un questionario da compilare, il contenuto di quest’ultimo finora non è stato divulgato.

    Il Comitato di Vittime & Famiglie dell’Associazione Rete L’ABUSO ha scritto al card. Bassetti, Presidente della CEI, offrendo la propria disponibilità ad essere incontrati, come piccola delegazione, in rappresentanza delle numerose vittime seguite dall’Associazione.

    Non avendo ricevuto alcun riscontro all’offerta di poter fornire il proprio contributo, né come associazione o delegazione, né come singole vittime che, più volte, hanno scritto anche personalmente chiedendo di incontrare il Santo Padre o i Cardinali e Vescovi organizzatori, in attesa dell’evento di febbraio Rete L’ABUSO ha preparato una campagna di consapevolezza che verrà proposta, in puntate settimanali, con filmati e spunti di riflessione.

    I filmati proposti, della durata di circa 10 minuti, saranno di volta in volta pubblicati ed indirizzati anche, per conoscenza, alla Santa Sede, con l’auspicio che la stessa voglia fornire una sua riflessione, ma saremo ben lieti di ricevere commenti da parte di chiunque voglia fornire il suo contributo costruttivo.

    Per comprendere meglio e concretamente i diversi risvolti del fenomeno, e soprattutto la modalità sistematica nella gestione degli abusi, verrà analizzato un caso concreto attuale italiano ben documentato, come esempio ed emblema di tantissime altre vicende. L’osservatorio privilegiato e puntuale dell’associazione che raccoglie centinaia di testimonianze, consente di affermare, purtroppo con estrema cognizione di causa, che l’esempio proposto, di fatto, costituisce nella sostanza la prassi consolidata.

    Riteniamo che sia importante ed essenziale, per poter adottare misure di prevenzione efficaci e contrastare veramente il dilagarsi del fenomeno, conoscere a fondo la dura realtà, la criminale prassi diffusa in tutto il mondo, scelta, adottata, consolidata e insabbiata a tutti i livelli della gerarchia.

    • Il fatto stesso che si tenda a minimizzare e non voler affrontare seriamente la questione prendendo consapevolezza della cruda realtà, senza veli, senza ipocrisie…
    • Il fatto stesso che i proclami non corrispondano in alcun modo, neanche lontanamente, a ciò che poi si attua…
    • Il fatto stesso che i vescovi responsabili di insabbiamenti e coperture palesi, e pubblicamente dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio (come nel caso di esempio analizzato in questa campagna di consapevolezza), non solo non vengano in alcun modo rimossi ma bensì promossi o, addirittura, in altri casi incaricati di individuare le soluzioni adeguate per contrastare tali crimini…
    • Il fatto stesso che ancora oggi assistiamo a situazioni spregiudicate ed incredibili, oltre che estremamente opposte alla tanto proclamata “tolleranza zero”: pur di non affrontare la realtà alcuni Cardinali persino invocando l’immunità diplomatica, si sottraggono al giudizio dei tribunali civili, come il caso recentissimo della Santa Sede che ha richiesto per il Cardinale Ladaria. Il paradosso sfacciatamente ostentato è addirittura costituito dal fatto che il Cardinale Ladaria è l’attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, potentissimo organo ecclesiale che, teoricamente, è preposto per giudicare i Vescovi che commettono proprio questo tipo di reati… o ancora il Cardinale Barbarin rinviato a giudizio presso il Tribunale civile francese proprio nel medesimo procedimento, il quale ha invocato la prescrizione dei reati a lui contestati, rivendicando la corresponsabilità del Cardinale Ladaria, a cui si era rivolto per avere disposizioni circa la decisione di denunciare o insabbiare diversi casi di abusi, Cardinale per il quale appunto il Santo Padre ha invocato l’immunità diplomatica in virtù dei diversi concordati tra Stato e Chiesa.
    • Il fatto stesso che delle centinaia di vittime italiane seguite dall’Associazione, nessuna sia stata contattata per incontrare il Presidente della CEI, RITENIAMO SIA UN PESSIMO PRELUDIO ALLA SERIETA’ DELL’INIZIATIVA CHE, VICEVERSA, E’ STATA TANTO ELOGIATA DAI MEDIA.

    Come si declina quindi la tanto proclamata “TOLLERANZA ZERO” di Papa Francesco?

    Tolleranza Zero è “immunità diplomatica”?

    Tolleranza Zero è “prescrizione dei reati”?

    Tolleranza Zero è farla franca costi quel che costi?

    Cosa dovrebbe cambiare dopo febbraio rispetto alle decisioni prese fino a pochi giorni fa dagli stessi promotori dell’evento?

    Tolleranza Zero fino ad ora non è altro che una gigantesca ipocrisia!

    Le vittime si aspettano fatti non tante ipocrite parole con tanto di speculazione mediatica sulla loro sofferenza.

    Il filo conduttore di questa Campagna di consapevolezza sarà una LETTERA APERTA A PAPA FRANCESCO scritta dai familiari della vittima e pubblicata on-line sul Fatto Quotidiano in data 19.10.2018, lettera che finora ad ora, come tutte le innumerevoli precedenti non ha sortito alcuna risposta o commento da parte della Santa Sede.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/19/alessandro-battaglia-la-prova-e-in-una-lettera-papa-francesco-sapeva-degli-abusi-ora-rimuova-mons-delpini-che-lo-copri/4705606/

    Le cinque tappe della riflessione proposta, che in qualche modo cercano di stimolare e raggiungere i vescovi che parteciperanno all’evento affrontano i seguenti temi:
    PEDOFILIA NEL CLERO: ULTIMO APPELLO PER PAPA FRANCESCO

  • Il caso Zanchetta: un colpo fatale alla reputazione del Papa come riformatore – The Zanchetta case: a fatal blow to the Pope’s reputation as a reformer

    Il caso Zanchetta: un colpo fatale alla reputazione del Papa come riformatore – The Zanchetta case: a fatal blow to the Pope’s reputation as a reformer

    Di Phil Lawler

    La scorsa settimana il Vaticano ha riconosciuto che un vescovo argentino che lavora in Vaticano si trova ad affrontare accuse di abuso sessuale . La storia ha attirato poca attenzione dai media americani, e comprensibilmente: solo uno in una lunga serie di denunce contro i chierici, in questo caso che coinvolgono un vescovo il cui nome (Gustavo Oscar Zanchetta) non era familiare ai lettori negli Stati Uniti. Ma i giornalisti che guardano la storia un po’ più attentamente lo riconoscono come un successone: un colpo potenzialmente fatale alla reputazione di Papa Francesco come riformatore.

    I fatti, in breve: Zanchetta è stato nominato vescovo di Oran da Papa Francesco nel luglio 2013. Aveva servito il futuro pontefice nello staff della conferenza episcopale argentina ed è stato uno delle prime nomine episcopali del nuovo papa. Improvvisamente si dimise, tuttavia, solo quattro anni dopo, lasciando la città senza preavviso, all’età di soli 53 anni. Al momento il vescovo Zanchetta citò motivi di salute per la sua partenza. Oggi i funzionari vaticani dicono che si è dimesso a causa di problemi amministrativi; aveva sviluppato una relazione problematica con i sacerdoti della sua diocesi. Dopo alcuni mesi senza incarico (durante i quali non mostrava segni di cattiva salute), papa Francesco gli assegnò un incarico importante in Vaticano, presso l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), l’agenzia che gestisce gli investimenti vaticani e le sue enormi proprietà immobiliari.

    Verso la fine di dicembre, infatti, il giorno di Natale, il quotidiano argentino El Tribuno ha rivelato che il vescovo Zanchetta era stato accusato dai seminaristi di abusi sessuali. Il Vaticano insiste che queste accuse sono state presentate solo di recente, e non ha avuto nulla a che fare con le sue dimissioni dalla diocesi di Oran. El Tribuno non è d’accordo, affermando che le accuse risalgono al 2015 e sono state la ragione della sua rimozione. I lettori possono decidere da soli quale affermazione sembra più credibile.

    Ora, perché la storia di questo vescovo è così importante?

    John Allen of Crux ha fatto il primo passo nello spiegare il significato del caso Zanchetta, sottolineando che è imbarazzante per papa Francesco per due ragioni. Innanzitutto, proprio mentre il Vaticano si sta preparando per un incontro di febbraio sugli abusi sessuali, ecco un altro caso in cui il Pontefice stesso ha apparentemente protetto – anzi promosso – un prelato con un passato discutibile. In secondo luogo, il particolare lavoro che Zanchetta ha svolto a Roma, con l’APSA, ha messo il vescovo argentino in un ufficio che è al centro delle dispute sulla responsabilità finanziaria. Quanto serio potrebbe essere il Papa sulle riforme finanziarie, se avesse organizzato una soluzione indolore per un vescovo in difficoltà come il secondo ufficiale di un’agenzia che è stato criticato per aver fatto affari interessati, organizzato contratti senza offerta, aver sottovalutato le risorse e non essersi sottoposto a controlli indipendenti?

    Sandro Magister, il veterano vaticanista per L’Espresso , ha compiuto qualche passo in più sull’analisi . Se Zanchetta era stato convinto a dimettersi a causa delle sue carenze amministrative, ha chiesto, perché gli è stato dato un lavoro amministrativo presso l’APSA? E perché è stato messo in un’agenzia per la gestione degli affari finanziari, quando i resoconti della diocesi di Oran erano stati dichiarati un macello? Cosa stava facendo all’Apsa, con un incarico (“assessore”) che non era esistito prima della sua nomina?

    Magister ha anche indagato sulle accuse di abuso dei seminaristi, chiedendo se papa Francesco fosse stato a conoscenza di quelle denunce nel 2017, quando il vescovo si è dimesso, e avesse scelto di ignorarle – proprio come, alcuni anni prima, aveva respinto le accuse contro il vescovo cileno Juan Barros; così come, secondo l’arcivescovo Vigano, ha ignorato le lamentele sull’allora cardinale Theodore McCarrick.

    Anche senza la testimonianza di Vigano, tuttavia, e anche senza il precedente del vescovo Barros, è innegabilmente vero che in questo caso, Papa Francesco ha nominato un vescovo con un passato problematico in una posizione molto delicata. Questo fatto sarebbe abbastanza scioccante, se fosse una mossa senza precedenti da parte del Papa. Ma non è così.

    Insieme all’APSA, l’istituzione vaticana più centrale per qualsiasi proposta di riforma finanziaria vi è l’Istituto per le opere religiose (IOR), comunemente noto come banca del Vaticano. Nel 2013, Papa Francesco ha nominato mons. Battista Ricca come prelato dello IOR. Anni prima mons. Ricca, secondo quanto riferito, avrebbe portato un fidanzato insieme a lui in un incarico come diplomatico vaticano. Interrogato sul passato del prelato, Papa Francesco ha offerto la sua famosa domanda retorica: “Chi sono io per giudicare?”. Ricca rimane al suo posto allo IOR.

    Sia il vescovo Zanchetta che mons. Ricca sono stati accusati di aver abusato dei loro uffici e di cattiva condotta sessuale. Eppure papa Francesco ha trovato lavoro per loro in Vaticano – e non solo posti di lavoro, ma lavori in cui sono responsabili di individuare comportamenti scorretti da parte di altri funzionari della Chiesa.

    Lasciatemelo dire chiaramente: entrambi erano ovvi potenziali bersagli per il ricatto. E sono stati messi in posizioni in cui potrebbero avere ampie opportunità di ricattare gli altri.

    Il caso Zanchetta dimostra che papa Francesco continua a proteggere i suoi amici e alleati, a prescindere dal suo professato impegno per la responsabilità. Questo caso illustra come, essendo stato eletto Francesco, il Vaticano si sia effettivamente arretrato su due fronti cruciali: la lotta contro gli abusi sessuali e la ricerca di trasparenza finanziaria. In questo pontificato, la causa della riforma è morta, a meno che la riforma non inizi con il Pontefice stesso.

    https://www.catholicculture.org/commentary/otn.cfm?id=1320

  • Francesco da innocente a colpevole. Cattive notizie dalla sua Argentina

    Francesco da innocente a colpevole. Cattive notizie dalla sua Argentina

    Tempi difficili per la nuova squadra degli addetti stampa del papa. La prima dichiarazione pubblica che Alessandro Gisotti, neodirettore della sala stampa della Santa Sede, ha diramato dopo la sua entrata in ruolo ha riguardato il caso di un vescovo argentino (nella foto) che rischia di mandare in frantumi la strategia adottata da Francesco per affrontare la questione degli abusi sessuali commessi da sacri ministri.

    È la strategia che ispira la lettera inviata a Capodanno dal papa ai vescovi degli Stati Uniti riuniti per gli esercizi spirituali, in vista del summit che dal 21 al 24 febbraio riunirà a Roma i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo.

    Anche in questa lettera, infatti, come già aveva fatto in precedenza con i vescovi del Cile, Francesco si colloca dalla parte dei senza potere e delle vittime del potere, cioè dell’innocente “popolo di Dio”, contro la casta clericale che abusa sì del sesso, ma a suo giudizio abusa più di tutto e prima di tutto proprio del “potere”.

    Non importa che nel caso del Cile Francesco avesse lui stesso, fino all’ultimo e contro ogni evidenza, difeso l’innocenza di vescovi di cui ha dovuto infine riconoscere la colpevolezza. Né importa che nel caso degli Stati Uniti pesi su di lui l’accusa di aver dato copertura e onori a un cardinale, Theodore McCarrick, di cui pur conosceva le riprovevoli pratiche omosessuali. Nell’uno e nell’altro caso, Francesco si è autoassolto o incolpando chi l’aveva mal consigliato o rifiutando di rispondere a chi – come l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò – l’ha chiamato in causa personalmente. E anche nel summit di fine febbraio egli si apprestava a riprodurre tale dinamica tipicamente populista, con lui nella veste di purificatore di una casta clericale ebbra di potere.

    Ma ora che è esploso il caso del vescovo argentino Gustavo Óscar Zanchetta, per il papa tutto ciò diventa più difficile.

    A sollevare il caso, il giorno di Natale, è stato il quotidiano argentino “El Tribuno”, dando notizia che tre sacerdoti della diocesi di Orán avevano denunciato al nunzio apostolico il loro vescovo Zanchetta per abusi sessuali su una decina di seminaristi, e che anche per questo, il 1 agosto 2017, il papa aveva rimosso il vescovo dalla diocesi.

    Nel replicare il 4 gennaio a queste notizie e alle conseguenti domande dei giornalisti, il direttore della sala stampa vaticana Gisotti ha affermato che Zanchetta “non è stato rimosso” ma “fu lui a dimettersi”; che le accuse di abuso sessuale “risalgono a questo autunno” e non prima; che le indagini in corso in Argentina “devono ancora arrivare alla congregazione per i vescovi”; e che comunque “durante l’investigazione previa mons. Zanchetta si asterrà dal lavoro” che gli compete attualmente in Vaticano, come assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

    Intanto, già questa sospensione dal lavoro imposta a Zanchetta fa pensare che in Vaticano le accuse di abusi sessuali siano ritenute serie. Ma anche a prescindere dalla data in cui tali accuse sarebbero state inoltrate alle autorità ecclesiastiche competenti – nell’autunno del 2018 secondo la sala stampa vaticana, nel 2015 secondo quanto riconfermato da “El Tribuno” – è l’intera vicenda di questo vescovo a mettere in cattiva luce il comportamento di papa Francesco.

    Quando Jorge Mario Bergoglio fu eletto a successore di Pietro, Zanchetta era un semplice sacerdote. Che però era da lui ben conosciuto, in quanto da anni sottosegretario esecutivo della conferenza episcopale argentina presieduta dallo stesso Bergoglio. Conosciuto e anche apprezzato, al punto che Zanchetta fu uno dei primissimi argentini che il nuovo papa promosse vescovo, di sua iniziativa, saltando ogni trafila canonica, il 23 luglio 2013, alla testa della diocesi di Orán, nel nord del paese.

    Ma come vescovo di Orán Zanchetta durò poco. A motivo dei “rapporti molto tesi con i sacerdoti della diocesi”, che gli procurarono “accuse di autoritarismo” e resero manifesta  la sua “incapacità di governare”, riconosce oggi la Santa Sede, stando a quanto dichiarato da Gisotti.

    Sta di fatto che il 29 luglio 2017 all’improvviso Zanchetta sparì. Senza alcuna messa d’addio e senza alcun saluto ai suoi sacerdoti e fedeli. Fece solo sapere, da località imprecisata, che aveva problemi di salute da curare urgentemente altrove e che era appena tornato da Roma, dove aveva rimesso il suo mandato nelle mani di papa Francesco. Il quale prontissimamente, il 1 agosto, accettò le sue dimissioni.

    Zanchetta fu ospite per breve tempo del vescovo della diocesi di Corrientes, 900 chilometri più a sud, Andrés Stanovnik, lo stesso che l’aveva ordinato. Per poi ricomparire in Spagna, a Madrid, in apparente buona salute.

    Curiosamente, la capitale della Spagna è la meta a cui Francesco aveva indirizzato due anni prima, nel 2015, il vescovo cileno Juan de la Cruz Barros Madrid – prima di promuoverlo a vescovo di Osorno contro il parere dei vertici della Chiesa cilena e della nunziatura – per un mese di esercizi spirituali predicati dal celebre gesuita spagnolo Germán Arana, tra i consiglieri più ascoltati dal papa in tante nomine episcopali e in questo caso difensore accanito dell’innocenza di Barros, già colpito da accuse pesantissime di abusi sessuali.

    Sta di fatto che anche a Zanchetta la trasferta madrilena fece da preludio a una sua nuova promozione da parte di Bergoglio, che il 19 dicembre 2017 lo chiamò in Vaticano nientemeno che a gestire l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in sigla APSA, nel ruolo nuovo e creato apposta per lui di “assessore”.

    L’APSA è il vero asse portante dell’amministrazione vaticana. Oltre a possedere cospicui beni mobili e immobili, svolge un ruolo paragonabile a quello di una banca centrale, tant’è vero che il riordino finanziario della Santa Sede che Francesco affidò all’inizio del pontificato al cardinale australiano George Pell aveva proprio l’APSA nel cuore della riforma. Ma poi Pell fu costretto ad abbandonare l’impresa, la sua riforma non andò in porto e l’APSA è divenuta l’approdo di personaggi privi di competenza amministrativa, falliti nei loro precedenti ruoli, ma che Bergoglio vuole tenere vicini a sé, suoi amici e protetti. Ultimo caso quello dell’arcivescovo Nunzio Galantino, già discusso segretario generale della conferenza episcopale italiana, lì imposto dal papa, e ora presidente dell’APSA.

    Quando Zanchetta lasciò Orán, i media argentini descrissero il disordine finanziario in cui aveva lasciato la diocesi. Ma ciò non disturbò minimamente la sua promozione all’APSA “in considerazione della sua capacità gestionale amministrativa”, come ha tenuto a dire il portavoce pontificio Gisotti nella sua dichiarazione del 4 gennaio scorso, prima di asserire che comunque “nessuna accusa di abuso sessuale era emersa al momento della [sua] nomina ad assessore”.

    Vero o no che le accuse risalissero invece al 2015, come ribadito dalla stampa argentina che riporta le parole degli autori della denuncia, resta il fatto che il trattamento di riguardo riservato da papa Francesco a Zanchetta lascia attoniti, per l’incredibile assenza di “discernimento” nel valutare la persona, ripetutamente promossa a cariche di rilievo nonostante la sua palese inadeguatezza e inaffidabilità.

    Caso non isolato. Ma che basta da solo a contraddire il postulato dell’estraneità e dell’innocenza di papa Francesco di fronte agli abusi di potere – prima che di sesso, come lui ama dire – della casta clericale.

    Il rischio è che il summit convocato in Vaticano dal 21 al 24 febbraio – per come si riverbererà sulla pubblica opinione – trovi Bergoglio non nel ruolo di giudice senza macchia, ma anche lui sul banco dei colpevoli di aver tollerato e coperto gli abusi.

  • Pedofilia, il cardinale Barbarin: “Ho fatto come mi ha detto Roma”

    Pedofilia, il cardinale Barbarin: “Ho fatto come mi ha detto Roma”

    Si è aperto questo lunedì mattina a Lione il processo contro l’arcivescovo della città, il cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver coperto, lasciandolo al suo posto per parecchio tempo, padre Bernard Preynat reo confesso di abusi sessuali su oltre 70 minori durante il periodo in cui era responsabile del gruppo scout, tra il 1970 e il 1980.

    Questo processo è importante, speriamo che sia utile anche per altri casi, e che la gente cambi percezione del problema della pedofilia, dentro e fuori dalla chiesa

    PIERRE-EMMANUEL GERMAIN-THILLvittima di pedofilia

    VALERIE GAURIAT, corrispondente di EURONEWS:“La sala alle mie spalle è colma. Il cardinale Barbarin è una delle figure principali della Chiesa cattolica francese ed è stato, tra l’altro citato come uno dei possibili candidati al soglio papale. Per le presunte vittime, più che un processo ai singoli è un processo all’intero sistema. Quello della Chiesa cattolica e della sua tradizione di omertà”.

    Il processo al cardinale di Lione durerà fino mercoledi. Euronews ha chiesto un’opinione a una delle vittime, PIERRE-EMMANUEL GERMAIN-THILL: “Il processo è un modo per far rispondere di fronte alla giustizia le persone incriminate per fatti come questi. E’ molto importante e speriamo che sia utile anche per altri casi, e che la gente cambi percezione del problema della pedofilia, dentro e fuori dalla chiesa”.

    Il vescovo è stato chiamato a comparire in un giudizio diretto per volere di dieci delle vittime che non si sono arrese di fronte all’archiviazione del caso da parte della procura che nel 2016 ha giudicato prescritto il reato di mancata denuncia.

    Nel febbraio del 2016 il cardinale Barbarin aveva fatto pubblicamente mea culpa chiedendo perdono per non aver preso l’iniziativa di indagini approfondite e per non aver sanzionato il sacerdote immediatamente dopo aver ricevuto la prima testimonianza di abusi, atti che lui stesso definisce indegni del ministero ecclesiale.

    “Mi sono fidato delle sue parole”
    Si dichiara innocente il cardinale Barbarin. Ma i dettagli che sono venuti fuori dalla prima giornata sono inquientati. Il cardinale ha saputo delle molestie degli anni 80-90 nel 2010 e a quel punto ha incontrato il prete e si è fidato della sua parola che non c’era stato un seguito. Nel 2014 poi ha inoltrato al Vaticano la testimonianza di una vittima e di fronte alla richiesta di rimozione ha esitato per qualche mese “per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”, dice Barbarin

    “La questione è questa: il cardinale Barbarin ne sapeva abbastanza per poterlo andare a denunciare in procura – dice il suo avvocato – Ne sapeva abbastanza da poter chiamare il suo autista e farsi portare al palazzo di giustizia, questa è la domanda, non ce ne sono altre”.

    “Finora il dibattito è rimasto sul piano morale – dice François Devaux il confondatore dell’associazione delle vittime La Parole libérée – Finora era rimasto tutto sul piano dei media, dell’opinione pubblica. Ora ci rivolgiamo alla giustizia e vediamo se morale e giustizia stanno dalla stessa parte. Vediamo la giustizia da che parte sta”

    Quest’anno si apre anche il processo a Bernard Preynat, il prete che il cardinale avrebbe coperto.

    https://it.euronews.com/2019/01/07/pedofilia-al-via-a-lione-il-processo-contro-l-arcivescovo-barbarin

  • Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi del sacerdote Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    MADRID-ADISTA. Il Vaticano sapeva dei reati di pedofilia del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, dal 1943. Non si è proceduto contro di lui perché «coloro che lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». È quello che ha detto il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata (la Congregazione per i religiosi), il card. João Braz de Aviz in un servizio del settimanale cattolico spagnolo Vida nueva pubblicato nel numero del 15 novembre 2018. Se è riemerso dalle brume della disattenzione (anche di Adista, confessiamo) è per merito del quotidiano El País che ne riferisce il 2 gennaio, trovando eco su molti media in varie parti del mondo.

    Il prefetto si trovava a Madrid perché aveva assistito all’Assemblea generale della Confederazione dei religiosi spagnoli (13-15/11/18). Il settimanale riporta le risposte, tutte interessanti e su vari temi, del cardinal prefetto in un libero scambio con i religiosi, e certo la sua affermazione su Maciel, quella che abbiamo virgolettato all’inizio, è quella che, infine e a ragione, ha fatto maggior chiasso. Peraltro corredata da qualche breve considerazione: «Ho l’impressione – ha detto – che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Proprio «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male», «si mentiva». «A quelli della mia generazione – ha lamentato – nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione».

    È El País a ricostruire con maggiori dettagli il percorso tortuoso e inefficace (fu sotto indagine per ben due volte, nel 1956 e nel 1959) delle denunce contro Maciel, che il quotidiano descrive come «amico di vari papi e il maggiore predatore sessuale della storia recente della Chiesa», «presentato per anni da Giovanni Paolo II come apostolo della gioventù e coccolato da innumerevoli vescovi e cardinali, molti dei quali spagnoli», condannato nel 2006 sotto Benedetto XVI – «mesi dopo la morte del pontefice polacco» – a ritirarsi in Messico dedicando il resto della vita «alla penitenza e alla preghiera», e morto «senza chiedere perdono due anni più tardi, quando una commissione di indagine aveva già portato alla luce senza ombra di dubbio le sue attività delittuose e una vita di bagordi tollerata dal Vaticano» (ebbe anche vari figli da diverse donne). E tuttavia, pur togliendo a p. Maciel il diritto di esercitare il suo ministero di sacerdote, il dicastero vaticano comunicava (v. Adista Notizie n. 29/11) di aver deciso, dopo «attento studio», di «rinunciare ad un processo canonico», adducendo a motivi ufficiali l’età avanzata e la cagionevole salute di Maciel che all’epoca aveva 86 anni. Un ulteriore riguardo, insomma, dopo un annosissimo immobilismo criminale che ha permesso all’abusatore di continuare a delinquere.

    «Le denunce delle sue innumerevoli vittime [di pedofilia], alle quali si aggiunsero più tardi quelle delle donne con le quali il sacerdote Maciel aveva avuto figli», seguita El País, «gravarono sulla situazione fino a renderla insopportabile per il Vaticano», ma, «nessuno prese misure. “Non si processa un amico del papa”, argomentavano quelli che dovevano intervenire, in primo luogo il card. Joseph Ratzinger, oggi papa emerito. Maciel era anche amico suo, oltre che confessore del papa polacco in più occasioni».

    Ricorda il quotidiano che «appena una settimana prima che Ratzinger [ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede] notificasse l’apertura di un’indagine [a carico di Maciel], il celebre fondatore dei Legionari festeggiò i suoi 60 anni di sacerdozio con un atto al quale assistettero il papa [Giovanni Paolo II] e il suo segretario di Stato, cardinal Angelo Sodano». Il papa polacco, un santo. (eletta cucuzza)

    https://www.adista.it/articolo/60475?fbclid=IwAR3G-Tz-ipBbUR9v4Up5IVQHkfofgqNlvOGJbKgOKpFvM5sdqDCdhx2FHi8
     

  • Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Monsignor Gustavo Zanchetta si era improvvisamente dimesso dalla sua diocesi di Orán nel 2017 per «motivi di salute». Il Vaticano conferma l’inchiesta preliminare, durante la quale il presule «si asterrà» dal suo incarico in Curia

    È sotto indagine preliminare per abusi sessuali il 54enne vescovo argentino Gustavo Oscár Zanchetta, protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla sua diocesi di Orán nell’agosto 2017 «a causa di motivi di salute», per lungo tempo desaparecido e poi riapparso quattro mesi dopo a Roma nel ruolo inedito di “assessore” all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa).

    Si tratta di accuse emerse negli ultimi mesi, mai durante il suo ministero o al momento della nomina in Curia, mosse da alcuni sacerdoti e seminaristi che recriminano al vescovo anche una cattiva gestione economica e di potere nel seminario – da lui stesso creato intorno al 2014 – nella piccola diocesi di Orán, situata al nord dell’Argentina e caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche. Lì Papa Francesco lo aveva posto il 23 luglio 2013 con una delle sue prime nomine episcopali.

    A confermare l’avvio della indagine preliminare è Alessandro Gisotti, neo direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, che riferisce anche che in attesa dello svolgimento dell’inchiesta Zanchetta si asterrà dal lavoro in questo Dicastero chiave della Santa Sede, al quale è affidata l’amministrazione di oltre 5mila proprietà della Santa Sede. Al momento non è possibile chiarire se si tratti di abusi su minorenni poiché «ancora si sta investigando», spiega ancora Gisotti, che in una nota diffusa nel pomeriggio sottolinea che: «Sulla base di queste accuse e delle notizie emerse di recente sui media, il vescovo di Orán ha già raccolto alcune testimonianze che devono ancora arrivare alla Congregazione per i Vescovi. Qualora venissero confermati gli elementi per procedere, il caso sarà rimesso alla commissione speciale per i vescovi. Durante l’investigazione previa, monsignor Zanchetta, si asterrà dal lavoro» all’Apsa.

    Divenuto sacerdote nel ‘91 per la diocesi di Quilmes, alla periferia di Buenos Aires, Zanchetta è stato nominato vescovo di Orán – come detto – nel luglio 2013, ordinato il 19 agosto successivo. Il suo governo è durato, però, poco meno di quattro anni. Nel 2017, esattamente il 29 luglio, il vescovo si è allontanato improvvisamente dalla diocesi senza neppure salutare parrocchiani e sacerdoti. «Motivi di salute» è stata la motivazione resa pubblica qualche giorno dopo sulle reti sociali, difficili da curare in quei luoghi.

    Una lettera a firma del vescovo, diffusa nelle settimane successive, chiariva più nel dettaglio che la salute precaria impediva al presule di «svolgere pienamente il ministero pastorale», tenendo anche conto della vasta estensione del territorio diocesano e delle «enormi sfide» come Chiesa nel nord del Paese. Per questo il pastore annunciava di aver presentato le dimissioni al Papa seppure la sua età, all’epoca 53 anni, fosse ben lontana da quella canonica prevista per il pensionamento dei 75 anni. «Ho posto la decisione nelle mani del Santo Padre che credo sia la migliore, anzitutto pensando a voi prima che a me stesso» e «perché la cura che devo seguire non può essere intrapresa qui», scriveva.

    «Dal momento che devo partire prima possibile per iniziare il trattamento – si leggeva ancora nella missiva – mi congedo con questa lettera, anche se mi piacerebbe stringere la mano a tutti, specialmente ai più poveri, ai più deboli e ai più sofferenti». La stretta di mano non c’è mai stata, Zanchetta non ha più fatto ritorno a Orán. In un primo momento si pensava che risiedesse a Salta; invece, dopo la pubblicazione della lettera, il vicario generale Gabriel Acevedo, comunicava ufficialmente alla Conferenza episcopale argentina (Cea) che: «Il vescovo Gustavo ha lasciato la diocesi al mattino per recarsi nell’arcidiocesi di Corrientes, dove sarà ricevuto come ospite dall’arcivescovo Andrés Stanovnik», quindi a circa 900 chilometri dalla sua diocesi.

    Ed è lì che, il 1° agosto 2017, Zanchetta è stato raggiunto dalla notizia – comunicata con un bollettino vaticano – che il Papa aveva accettato la sua rinuncia, nominando come amministratore apostolico sede vacante proprio l’arcivescovo Stanovnik, dell’ordine dei cappuccini. «Monsignor Zanchetta non è stato rimosso dalla diocesi di Orán. Fu lui a dimettersi», precisa oggi la nota del neo direttore della Sala Stampa, aggiungendo che: «La ragione delle sue dimissioni è legata alla sua difficoltà nel gestire i rapporti con il clero diocesano e in rapporti molto tesi con i sacerdoti della diocesi. Al momento delle sue dimissioni vi erano state contro di lui accuse di autoritarismo, ma non vi era stata contro di lui alcuna accusa di abuso sessuale. Il problema emerso allora era legato alla incapacità di governare il clero».

    All’epoca, infatti, tra le mille polemiche e speculazioni intrecciatesi nel corso dei mesi, tra voci dal clero e ipotesi giornalistiche, si era parlato di «cattiva gestione finanziaria», di «crisi depressiva» o addirittura di «pressioni» da parte dei narcotrafficanti. In attesa di una conferma ufficiale, mentre l’amministratore Stanovnik cercava di tenere a bada i preti di Orán invitandoli ad «evitare la disintegrazione con letture e interpretazioni del passato», Zanchetta era ricomparso improvvisamente a Madrid, due mesi e mezzo dopo la sua rinuncia, alla cerimonia di apertura dell’Anno accademico dell’Università ecclesiastica di San Damaso. In quell’occasione sembra dimostrare un buono stato di salute. La Sala Stampa vaticana conferma che Zanchetta «ha trascorso un periodo di tempo in Spagna».

    Dopo questo, nel dicembre 2017, Papa Francesco lo ha nominato poi assessore dell’Apsa, incarico fino a quel momento inesistente del quale, ad oggi, non si conoscono le effettive funzioni. La scelta fu fatta – spiega il comunicato del portavoce vaticano – «in considerazione della sua capacità gestionale amministrativa»; tale ruolo, si precisa, «non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero». In ogni caso, anche al momento della nomina come assessore non era emersa alcuna accusa di abusi sessuali.

    È solo durante questo ultimo periodo di Natale che alcuni giornali argentini hanno cominciato a rioccuparsi del “caso Zanchetta” e in particolare El Tribunoha riportato la notizia che tre seminaristi hanno accusato il prelato davanti al nunzio a Buenos Aires, il congolese Kalenga Badikebele, di violenze sessuali, mentre altri dieci sacerdoti hanno parlato di abusi di potere e mala gestione finanziaria all’interno del seminario di Orán, creato dallo stesso Zanchetta poco dopo la sua nomina episcopale. Sempre la stampa argentina riferisce alcuni dettagli come i festini organizzati dal vescovo con i seminaristi e le minacce (ad esempio quelle di trasferimenti) per imporre il silenzio su questa cattiva condotta, oltre a rivelare che recentemente ci sono state telefonate intimidatorie da parte del prelato «furioso» per queste accuse.

  • Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Tra svolta e rottura, l’uscita di scena di Burke e Ovejero, travolti dai fatti del 2018, dai casi di pedofilia alle accuse di monsignor Viganò

    Svolta o rottura? Il fatto che il Portavoce del Papa Greg Burke e la sua vice Paloma García Ovejero abbiano lasciato in blocco non si può liquidare – come pure hanno fatto gli interessati su Twitter – con un “Nuovo Anno, nuove avventure”, o semplicemente come “una tappa” della vita.

    Al termine di un anno infernale per la Chiesa cattolica in tutto il mondo a causa della nuova crisi per gli abusi sessuali, le loro dimissioni segnano per il Papa la necessità di “rinforzare” gli ormeggi della comunicazione in vista di un 2019 che si prevede non facile, addirittura un anno della verità.

    La loro rinuncia non ha però nulla di subitaneo. Come ha voluto sottolineare lo stesso Burke in un tweet del tardo pomeriggio di ieri, la decisione dei due è arrivata al termine di “mesi” di preghiera.

    Anche se la loro scelta personale probabilmente è stata “anticipata”, mettendo così il Papa nella condizione di non poter annunciare in contemporanea il nuovo assetto definitivo della struttura, ma solo l’ interim di direttore della Sala Stampa ad Alessandro Gisotti, responsabile social media e giornalista della Radio Vaticana, per vent’ anni allievo di Padre Federico Lombardi, predecessore di Burke.

    D’ altra parte segni di difficoltà erano emersi già dopo il primo anno dalla nomina avvenuta nel luglio 2016, tanto che in loro difesa si era speso il vaticanista americano John Allen, direttore del sito Crux., dichiaratamente amico di Burke.

    Nonostante dal marzo del 2018 la struttura della comunicazione della Santa Sede abbia subito scosse e controscosse ( il ridimensionamento della Segreteria, divenuta semplice Dicastero, e del suo prefetto Dario Viganò che ha dovuto lasciare dopo l’episodio di una lettera di Benedetto XVI ” addomesticata”, la nomina di Paolo Ruffini, ed infine la nomina a direttore editoriale di Andrea Tornielli) sarebbe un errore ritenere le dimissioni dei Portavoce siano legate solo agli equilibri tra i vari comunicatori.

    La spiegazione va cercata nella gestione della crisi degli abusi in Australia, Cile e Stati Uniti, e del caso dell’attacco al Papa da parte dell’ex Nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò.

    In sostanza nell’offensiva di un ampio fronte tradizionalista, ben radicato negli Usa, che ha giocato la sua partita sui media, senza adeguata risposta o almeno un abbozzo di risposta da parte della Sala Stampa. Tanto che sul caso Viganò sono stati richiamati “in servizio” padre Lombardi e Tom Rosica per testimoniare sull’incontro di Francesco con la controversa impiegata Kim Davis e una difesa articolata sul caso del nunzio Viganò è contenuta in un libro di cui è stato coautore proprio Tornielli (“Il giorno del giudizio”).

    Certamente poi Burke ha seguito il destino della caduta del cardinale George Pell (rientrato in Australia a fine giugno 2017, sottoposto a processo per abusi sessuali, per cui è stato condannato – ed è il più alto in grado nella gerarchia cattolica – in prima istanza all’inizio dello scorso dicembre, mentre pende un secondo processo in questo inizio d’anno). Pell infatti è stato il vero sponsor di Burke, al termine del secondo processo Vatileaks. Secondo il sito d’ informazione para Vaticano “Il Sismografo” , “Greg” inoltre non sarebbe riuscito a costruire nessun tipo di rapporto con il cardinale Pietro Parolin, cioè il segretario di Stato, a lungo contraltare di Pell, fino alla sua caduta in disgrazia .

    Esponente numerario, cioè consacrato dell’Opus Dei, Burke era entrato in Vaticano come ha ricordato ieri lui stesso, durante la crisi del primo Vatileaks come consulente della segreteria di Stato, con l’Assessore americano Peter Wells, e una borsa della potente organizzazione tradizionalista americana dei Cavalieri di Colombo, che coprivano le spese del suo incarico. Ha così gestito la transizione dal Pontificato di Ratzinger a quello di Francesco, uscito da un Conclave in cui sono stati determinanti i voti dei porporati americani. Mentre ora il rapporto di Francesco con la Chiesa americana e’ altamente conflittuale.

    L’addio di Burke e Ovejero è stato salutato come quello degli unici onesti nel mondo della comunicazione vaticana che sarebbe ormai ridotta a pura propaganda secondo una parte dei commentatori della destra americana. Rod Dreher su Twitter ha scritto: “Lasciatemi indovinare. Erano troppo onesti per appoggiare la linea ufficiale più a lungo, specialmente se si pensa che l’incontro di febbraio ( sulla pedofilia, ndr) probabilmente sarà una finzione”. L’incontro cui fa riferimento è quello di tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo, ritenuto di importanza quasi pari a un Conclave. Dreher è l’autore del bestseller tra i tradizionalisti “L’opzione Benedetto” e il destinatario dell’ultima lettera dell’ex Nunzio Viganò , quella recapitata a fine settembre 2018.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/01/01/sara-un-2019-durissimo-il-vaticano-rinforza-gli-ormeggi-della-comunicazione_a_23631314/

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

    Pietro Orlandi: “Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso; dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”

    La sua richiesta di verità non si fermerà, come non si è mai fermata da 35 anni a questa parte. “Purtroppo, il muro di gomma con Papa Francesco si è alzato più di prima – ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, intervenendo a La Storia Oscura su Radio Cusano Campus -. Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso, che deve restare chiuso. Perché la verità è un peso così grande per la Chiesa e l’immagine della Chiesa che preferiscono subire tutti questi dubbi da parte dell’opinione pubblica e dei media, piuttosto che fare qualcosa per dirci come andarono le cose. E per tutto questo, dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”.“

    Nelle sue parole si percepiscono dolore e anche comprensibile rabbia: “Il problema – dice Pietro Orlandi – è che non ci danno risposte e questa è la cosa più assurda, cioè è difficile anche riuscire a fissare un appuntamento tra il nostro avvocato e il Procuratore di giustizia vaticano. Non dico che si fanno negare, ma quasi. Un muro di gomma, una situazione veramente assurda. Papa Francesco, almeno a Natale, dica una parola su Emanuela. Ma non la dirà mai. Mi disse solo ‘Emanuela è in cielo’, quindi sa che è morta? Purtroppo dopo quella volta non sono più riuscito a parlarci nonostante le mie tante richieste per incontrarlo, per spiegargli tante cose, per capire il perché di quella sua frase”.

    “Se mia sorella è morta, credo che dopo 35 anni sia ora di fare qualcosa per ritrovarla, per ritrovare almeno il suo corpo e dare relativamente pace a me e alla mia famiglia. E poi cercare di capire come è morta, chi l’ha rapita e uccisa, perché due cose sono certe: Emanuela non è scappata di casa e non si è suicidata. In occasione di questo Natale, il 35° senza Emanuela, rilancio il mio appello al Papa e al Vaticano, anche se lo faccio in continuazione e da sempre: pubblicamente e in maniera riservata” conclude Pietro Orlandi.

    Emanuela Orlandi, un mistero lungo 35 anni

    Nel 2015, a 32 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, giovane cittadina vaticana, avvenuta il 22 giugno del 1983, la procura di Roma chiese l’archiviazione delle indagini. Il procedimento dei magistrati capitolini riguardò anche Mirella Gregori, la ragazzina 15enne di cui si erano perse le tracce in circostanze molto simili il 7 maggio 1983, ovvero 45 giorni prima della Orlandi.

    In tutti questi anni la famiglia di Emanuela, soprattutto il fratello Pietro, ha rivolto numerosi appelli alle autorità ecclesiastiche per arrivare alla verità sulla fine della ragazza. Le avvocatesse Anna Maria Bernardini De Pace e Laura Sgrò hanno presentato numerose istanze dopo aver ricevuto alcune segnalazioni, sempre senza riscontri, che indicavano “la tomba di Emanuela all’interno delle Mura”. La famiglia non si è mai arresa: “E’ un sacrosanto diritto avere verità e giustizia, non ci rinunceremo mai”, aveva detto, in occasione dell’ultimo anniversario della scomparsa, il fratello Pietro.

    Il giorno della scomparsa

    Emanuela Orlandi oggi avrebbe cinquant’anni: erano le 19 del 22 giugno 1983 quando la ragazzina, dopo essere uscita da una scuola di musica, svanì letteralmente nel nulla. La ragazza è la figlia quindicenne di un messo della prefettura della Casa pontificia ed è cittadina del Vaticano. A maggio era già scomparsa un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela e figlia dei titolari di un bar di via Volturno: i due casi vengono quasi subito collegati. Come di “una stessa cosa” ne parlò Ali Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II, ma non sono mai emersi elementi concreti: le ragazze non si conoscevano né sono mai stati trovati elementi che facessero anche solo ipotizzare un collegamento tra di loro.

    Una prima infruttuosa inchiesta terminò nel luglio 1997. Poi grande attenzione mediatica attirò il coinvolgimento nel caso della banda della Magliana, che spesso era stata tirata in ballo. Era il 2008: Sabrina Minardi, ex compagna di Enrico De Pedis, uno dei capi della banda, sostenne che Emanuela sarebbe stata uccisa dopo essere stata prigioniera nei sotterranei di un palazzo vicino all’Ospedale San Camillo: nessun riscontro fu trovato nemmeno dopo le analisi sulle ossa rinvenute nella cripta di Sant’Apollinare, a Roma, nella quale era stato seppellito De Pedis.

    http://www.today.it/cronaca/pietro-orlandi-papa-francesco.html