Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Condannato don Joseph Maurizio per abusi su 3 bimbi, turismo sessuale, possesso di materiale pedopornografico

    Condannato don Joseph Maurizio per abusi su 3 bimbi, turismo sessuale, possesso di materiale pedopornografico

    Un prete cattolico, Joseph Maurizio, condannato per pedofilia è stato messo in stato di arresto in Pennsylvania e dovrà rispondere di diversi capi di imputazione, tra cui quello di abusi sessuali, detenzione di materiale pedopornografico e turismo sessuale. Il reverendo Joseph Maurizio, oggi 70 anni, è stato condannato dal tribunale  per numerosi reati, in particolare di molestie sessuali ai danni di tre bambini in stato di disagio, reati che sarebbero stati consumati nel corso dei suoi numerosi viaggi in Honduras,  qui don Joseph Maurizio era assiduo frequentatore di un orfanotrofio. Le violenze carnali sui bambini risalirebbero al periodo tra gli anni 2004 e 2009.

    Il sacerdote – che è stato sospeso dalla sua diocesi – dovrà rispondere anche di possesso di materiale pedopornografico, rinvenuto in sede di perquisizione ambientale dalla polizia e di aver illegalmente trasferito denaro a una organizzazione di beneficenza per finanziare i suoi numerosi viaggi. Il sacerdote, che è stato sospeso da “Nostra Signora Regina degli Angeli” parrocchia nella contea di Somerset, non ha mostrato alcuna reazione quando la sentenza di colpevolezza è stata letta in aula. È il suo legale a parlare coi media, affermando che il suo assistito si proclama innocente e presentando istanza in supposizione del fatto che, gli psicologi intervistatori dei bambini che sarebbero stati abusati, avrebbero involontariamente suggerito falsi ricordi, tesi che però contrasta col ritrovamento effettivo di materiale pornografico con protagonisti bambini.

    Don Joseph Maurizio Durante l’udienza, un testimone chiave ritrattò la testimonianza affermando di non essere stato violentato all’età di 14 anni, ma il pubblico ministero ha sostenuto che un altro ragazzino aveva assistito agli abusi dei coetanei. Altri due ragazzini hanno testimoniato che don Joseph Maurizio ha abusato sessualmente di loro, il prete gli avrebbe convinti con regalini e caramelle, coccole che si sarebberto trasformate in carezze nelle parti intime, fotografie sotto la doccia. L’avvocato difensore, Steven Passarello,  ha inoltre riferito che il suo cliente è “molto deluso” per il decreto di colpevolezza  deciso dalla giuria e che ricorrerà in appello se necessario. Elizabeth Williams, presidente di ProNino Stati Uniti d’America, la struttura orfanotrofio no-profit, ha detto che il verdetto è stato una validazione delle accuse degli ex orfani abusati.

    Dopo il verdetto di colpevolezza, emesso recentemente dalla giuria, bisognerà attendere febbraio per quantificare la condanna. Marco Dimitri

  • PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    PEDOFILIA/ L’agghiacciante storia di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino. E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza.

    Diego l’ha ritrovata a 35 anni, diciotto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori.

    È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.«La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla curia consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima, qualche tempo prima, ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe in persona.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Insieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva telematica. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto due pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.


    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    http://www.francescalagatta.it/pedofilia-lagghiacciante-storia-di-diego-esposito-una-delle-vittime-di-don-silverio-mura/

  • Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

    Nel film “Spotlight” di Tom McCarthy, presentato alla 72esima Mostra del cinema di Venezia, il racconto della grande inchiesta realizzata dal quotidiano “Boston Globe” che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law, tutt’ora arciprete emerito di Santa Maria Maggiore e mai finito sotto inchiesta.

    di Federico Tulli

    La stampa specializzata e non solo ha definito “Spotlight” uno dei film più attesi della 72esima Mostra del cinema di Venezia, sebbene narri una storia vera e piuttosto recente nonché presente per lungo tempo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La pellicola diretta da Tom McCarthy, con un cast in cui spiccano Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, ricostruisce tutti i passaggi della grande inchiesta realizzata dal quotidiano Boston Globe che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita a costoro dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law.

    Spotlight era il nome del pool di coraggiosi giornalisti che, incuranti delle pressioni e delle oggettive difficoltà, in oltre 600 articoli portarono alla luce un sistema radicato di abusi, omertà, complicità e mancanza di trasparenza. Tutto ruotava intorno alla figura del potente arcivescovo il cui obiettivo principale era mettere a tacere qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla “sua” Chiesa. All’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno più di Law aveva la possibilità di diventare, alla morte di papa Wojtyla, il primo pontefice americano della storia. Ecco spiegata la sua “necessità” di trasferire da una parrocchia all’altra ma sempre all’interno della diocesi di Boston i preti più a rischio. Compreso John Gheogan, che nel 2002 finì in galera per aver commesso 130 stupri in 30 anni di vita sacerdotale.

    È dal caso di questo psicopatico e di chi lo ha volutamente protetto che prende le mosse, nel 2010, il primo dei miei due libri sulla storia secolare e le radici ideologiche e culturali della pedofilia clericale. In fase di stesura avevo deciso senza alcuna incertezza di iniziare la mia opera di approfondimento dagli elementi portati in luce otto anni prima dai giornalisti di Spotlight. Grazie alla loro caparbietà, dopo decenni di abusi subiti in silenzio oppure senza che mai nessun vescovo desse seguito alle loro denunce, centinaia di vittime di stupratori in abito talare avevano trovato la forza di portare le loro istanze di fronte a delle istituzioni laiche. Il terremoto con epicentro nella più “europea” delle città americane in breve si propagò. Cominciarono a cadere una dopo l’altra le coperture fino ad allora garantite a pedofili seriali dai loro superiori, tramite l’efficace sistema di trasferire a una parrocchia diversa i casi che non era più possibile gestire senza rischiare lo scandalo pubblico.

    Nel decennio successivo una dozzina di diocesi statunitensi hanno dichiarato bancarotta e si stima che siano stati pagati almeno tre miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime. Gran parte del denaro è stato liquidato in via stragiudiziale per evitare processi sanguinosi per l’immagine della Chiesa. Nel 2004, uno studio commissionato al John Jay college of Criminal Justice di New York dalla Conferenza episcopale americana ha calcolato che nei 50 anni precedenti quasi il 5% degli appartenenti al clero Usa aveva commesso almeno un abuso su un minore. Una percentuale superiore anche centinaia di volte rispetto al più pessimistico report sulla diffusione della pedofilia in ambiti professionali “laici”.

    In Vaticano tutto taceva. Nel 2001, quando era ormai chiaro che sarebbe stato impossibile evitare la crisi “pedofilia” (i primi inquietanti report arrivavano anche dall’Europa, dall’Africa e dall’Australia), Giovanni Paolo II aveva deciso di affrontare la questione delegando al capo della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il compito di ribadire, nel documento De delictis gravioribus, l’esistenza di un vincolo di segretezza cui dovevano attenersi tutti i vescovi del mondo riguardo casi di pedofilia clericale. Wojtyla e Ratzinger rinnovarono in questo modo il messaggio contenuto nel Crimen sollicitationis del 1962, un documento rimasto segreto fino al 2001 quando venne scoperto dall’avvocato di alcune vittime statunitensi, minacciando la scomunica per chiunque avesse violato il segreto dando ad esempio informazioni alle istituzioni “laiche” su presunti abusi compiuti da chierici. É oramai assodato che essendo la pedofilia un crimine seriale, la segretezza, la scarsa trasparenza e il divieto di collaborare con le autorità di polizia sono tutti elementi che hanno drammaticamente contribuito all’espansione del fenomeno all’interno della Chiesa cattolica nel secondo dopoguerra.

    In Europa, nel 2010, mentre finivo di scrivere “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” eravamo nel pieno della crisi che stava travolgendo tutte le Chiese dei più grandi Paesi del continente, Italia esclusa. Fu semplice individuare nella vicenda di Boston e di mons. Law che riconobbe di aver protetto dei pedofili, la chiave per spiegare come mai improvvisamente l’opinione pubblica e i media, anche italiani, avevano smesso di voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere i casi di pedofilia clericale. Come era accaduto negli Usa, le bugie della Chiesa e le complicità dei suoi gerarchi erano diventate palesi. Anche la credibilità del successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger era ridotta ai minimi termini. L’inspiegabile fiducia nei confronti Vaticano e dei suoi rappresentanti più illustri, dal papa in giù, si era improvvisamente incrinata anche all’interno della comunità dei fedeli europei. Non era più possibile negare l’identità e i diritti dei bambini violentati e che la diffusione della pedofilia nel clero cattolico fosse un problema di portata storica e mondiale oltre che consapevolmente nascosto e mai affrontato. E finalmente le vittime sopravvissute del Vecchio Continente sono uscite dal buio, vincendo l’annullamento cui erano state “sottoposte” per decenni.

    Quanto a Law, il film di McCarthy va oltre l’inchiesta del Globe catapultando lo spettatore nella Chiesa di Jorge Mario Bergoglio. Messo in un angolo dalle pressioni degli stessi fedeli che fino a poco prima lo osannavano come futuro papa, nell’estate del 2002 l’arcivescovo di Boston consegnò le dimissioni a Giovanni Paolo II. Pochi mesi dopo fu richiamato a Roma e nominato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Law fu quindi in qualche modo demansionato ma la punizione non è stata di certo esemplare. Basti dire che è stato lui a celebrare nel 2005 una delle messe in suffragio di Wojtyla davanti a cardinali di tutto il mondo nella settimana successiva al decesso del pontefice polacco. E che pochi giorni dopo, senza alcun imbarazzo, ha coronato il suo “sogno” americano di partecipare al conclave (che si è concluso con l’elezione di Joseph Ratzinger).

    Il resto è cronaca recente. Nel film McCarthy informa il grande pubblico che Bernard Law è oggi arciprete emerito di Santa Maria Maggiore. E questa è una notizia che dovrebbe far storcere la bocca a chi è convinto che Bergoglio stia rivoluzionando la Chiesa.

    Nel 2013 molti giornali italiani hanno dato risalto all’irritazione provata da papa Francesco quando l’ex vescovo di Boston si è presentato tra i maggiorenti che lo volevano salutare in occasione della sua visita alla basilica romana. Secondo diverse fonti, conoscendo il passato di Law il successore di Ratzinger dette subito disposizione di organizzare un suo trasferimento in un convento isolato. Non è chiaro se per espiare le sue colpe o per tenerlo lontano da giornalisti troppo curiosi. Fatto sta che Law scomparve dai radar della stampa. Fino alla notizia che giganteggia sul grande schermo di “Spotlight”: Law non si è mai spostato da Roma. Quindi non solo non è stato trasferito, ma non risulta nemmeno che l’intransigente Bergoglio – al pari dei suoi predecessori – abbia mai disposto un’inchiesta canonica o penale nei suoi confronti, tanto meno l’avvio di una procedura di dimissione dallo stato clericale.

    Minor fortuna dell’arciprete emerito, come ha raccontato McCarthy alla conferenza stampa di Venezia, ha avuto il giornale che ha scombinato i suoi “sogni” di gloria. Il Boston Globe è da anni in crisi e il Pulitzer ricevuto nel 2003 dal pool di Spotlight non è riuscito a evitare dolorosi tagli alla redazione della prestigiosa testata.

    E così il potere temporale si è preso la rivincita sul quarto potere.

    (7 settembre 2015)

  • Mark Ruffalo e i preti pedofili di “Spotlight”: “Spero che la Chiesa ripari le ferite”

    Mark Ruffalo e i preti pedofili di “Spotlight”: “Spero che la Chiesa ripari le ferite”

    Il film di Thomas McCarthy racconta l’inchiesta premio Pulitzer su un arcivescovo di Boston accusato di aver coperto casi di abusi. Nel cast anche Stanley Tucci, Michael Keaton, Rahcel McAdams.

    VENEZIA – Spotlight è un solido film di impianto classico che racconta una storia vera, l’inchiesta del gruppo investigativo del Boston Globe sull’insabbiamento, da parte delle gerarchie della Chiesa cattolica, di molti casi di preti pedofili. DopoEverest, che ha aperto Venezia 72 con la sua carica di divi, anche il film del poliedrico Tom McCarthy (regista de L’ospite inatteso ma anche sceneggiatore del cartoon Up e interprete di commedie come Vi presento i nostri) assicura a Venezia 72 un film corale ricco di personaggi forti, ma al Lido arrivano soltanto Mark Ruffalo e Stanley Tucci del cast formato anche da Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber e John Slattery.

    Fuori concorso il film di Tom McCarthy destinato a far scalpore perché affronta il tema della pedofilia nella Chiesa. Un team di giornalisti del Boston Globe conduce un’inchiesta che porta a una scioccante verità: la complicità della Chiesa in una vasta gamma di casi di abusi su minori. Basato su fatti realmente accaduti. Nel cast Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci.

    “Spero che il Papa e tutti i cardinali vedano questo film ma nonostante abbia grandi speranze in Papa Francesco rimango pessimista  –  ha detto il regista –  io sono stato educato dalla mia famiglia nella religione cattolica e ho molto rispetto e ammirazione per quel che fanno certi sacerdoti, questo film non è un attacco alla Chiesa cattolica ma è una storia che andava raccontata. Soltanto il tempo ci darà se quello che è stato fatto è sufficiente”.

    Parla il regista di “Spotlight”, il film che racconta il lavoro del gruppo investigativo del Boston Globe che  rivelarono trent’anni di insabbiamenti da parte della Chiesa cattolica di abusi di preti sui ragazzini. Al Lido con il regista gli interpreti Mark Ruffalo (“Hulk”) e Stanley Tucci (“Il diavolo veste Prada”). Video di Alberto Mascia

    Più ottimista Stanley Tucci (che nel film interpreta un avvocato delle vittime): “Se qualcuno riuscirà a fermare gli abusi sarà lui, Papa Francesco. È straordinario e ha fatto per questo problema quello che nessun altro ha fatto in tutti i secoli precedenti”. Più diretto Ruffalo: “Non voglio abbattere il sistema ma vorrei soltanto dire la verità. Spero che il Papa e il Vaticano utilizzino questo film, questa storia sobria e semplice, come opportunità per cominciare a curare le ferite che la Chiesa ha provocato. Non solo per le vittime ma anche per tutti quelli che, dopo aver scoperto questa vicenda, si sentono confusi”.

    Protagonisti assoluti del film sono i giornalisti del gruppo premio Pulitzer che sotto il nome di Spotlight portava avanti inchieste all’interno del Globe e che grazie a questo lavoro nel 2002 rivelò a tutta la città di Boston quello che per trent’anni era accaduto nell’omertà generale riuscendo a raccogliere prove contro 70 preti e dimostrando che esisteva una pratica diffusa per cui quando il Vescovo Law veniva a sapere di denunce fatte dalle famiglie dei ragazzini abusati (il cui profilo era sempre lo stesso: famiglie povere, padri assenti, disagio), patteggiava con i familiari un rimborso, spostava di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo poco tempo dopo al suo posto.

    Il film verso il finale ha un tono nostalgico e le immagini delle rotative che stampano l’edizione memorabile del Globe sembrano essere il ritratto di un mondo che non esiste più. “Il giornalismo negli Stati Uniti ma anche altrove è stato decimato  –  ha detto McCarthy – Fortunatamente il gruppo Spotlight del Globe esiste ancora, forse ora è troppo tardi per poter in qualche modo correre ai ripari, ma io spero che questo film riesca a far capire l’importanza del giornalismo investigativo a livello locale, nazionale e internazionale”. Gli fa eco Ruffalo: “I media hanno perso molta credibilità dopo la guerra in Iraq ma ci sono giornali che ancora continuano a fare il lavoro. Sia i giornali che le tv di news 24 ore stanno perdendo lettori e abbonati perché hanno perso credibilità ma ci sono ancora bravi giornalisti investigativi e speriamo che questa tradizione non venga perduta”. “Non so se il pubblico si renda conto quanto la libertà individuale sia condizionata dalla libertà della stampa – conclude il regista – forse questo film può aiutare a prenderne consapevolezza”.

    http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/edizione2015/2015/09/03/news/ruffalo_spero_che_il_papa_usi_questo_film_per_curare_le_ferite_che_la_chiesa_ha_causato_-122141040/

  • “Vergogna e dolore”  della Chiesa di Scozia per la pedofilia

    “Vergogna e dolore” della Chiesa di Scozia per la pedofilia

    Nelle 500 parrocchie cattoliche del Paese sono stati distribuiti 100mila opuscoli ai fedeli durante le messe domenicali con gli impegni presi dalla Chiesa per rispondere dei crimini commessi ed un testo dell’arcivescovo Philip Tartaglia, presidente della Conferenza episcopale scozzese, in cui a nome dei vescovi chiede scusa alla popolazione
    Maria Chiara Biagioni

    Alla politica della tolleranza zero contro gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa aderisce con fermezza anche la Chiesa cattolica di Scozia. Il 22 e il 23 agosto nelle 500 parrocchie cattoliche del Paese sono stati distribuiti 100mila opuscoli ai fedeli durante le messe domenicali con gli impegni presi dalla Chiesa per rispondere dei crimini commessi ed un testo dell’arcivescovo Philip Tartaglia, presidente della Conferenza episcopale scozzese, in cui a nome dei vescovi chiede scusa alla popolazione. L’iniziativa è stata presa in seguito alla pubblicazione la scorsa settimana di un Rapporto redatto da una Commissione presieduta da Andrew McLellan e istituita dagli stessi presuli cattolici scozzesi nel novembre 2013. Il Rapporto – dal titolo “Review of Safeguarding Protocols and Procedures” – contiene una minuziosa rassegna del lavoro condotto in questi anni a fianco delle vittime degli abusi, ed una serie di raccomandazioni per migliorare la risposta, fino ad oggi purtroppo ancora inadeguata, della Chiesa a tutti i livelli, a cominciare dal vescovo.

    Le cifre. Dai dati diffusi dalla Conferenza episcopale della Scozia emerge che sono state 46 le denunce di abusi presentate tra il 2006 e il 2012. Più della metà sono per abusi sessuali. Nel 2013 sono state presentate altre 15 denunce, sei delle quali relative ad eventi accaduti prima del 1990. Come risultato, tre individui sono stati rimossi dal ministero, e altri due casi sono, al momento della stesura del Rapporto, ancora al vaglio del Procuratore. Nella relazione, la Commissione sottolinea quanto sia difficile per le persone che hanno subito abusi, denunciare il fatto. Provano vergogna; si sentono sleali e disobbedienti se parlano; molto spesso si reputano addirittura loro stessi i colpevoli. Per questi motivi, l’abuso è tenuto segreto anche ai familiari più stretti e possono passare quindi molti anni prima che le vittime siano in grado di parlare della violenza subita e denunciarla. Le cose, per fortuna, almeno da questo punto di vista, sono un po’ cambiate. E ciò accade grazie alla testimonianza data da persone che hanno confessato la stessa esperienza; al lavoro di denuncia e investigazione svolto dai media; e infine grazie alla svolta di politica intrapresa dalla Chiesa cattolica in tutto il mondo che ha riconosciuto il male commesso al suo interno promettendo di dare priorità alle vittime.

    Shock e il dolore quasi “insopportabili”. Il racconto della violenza subita è sempre una esperienza dura sia per chi la racconta come vittima, sia per chi la ascolta. Lo shock e il dolore – si legge nel Rapporto – sono quasi “insopportabili”. La crudeltà e la spietatezza narrate “vanno oltre l’esperienza vissuta dalla maggior parte delle persone”. Il Rapporto cita stralci di quei racconti. “Quando avevo otto anni, ero regolarmente chiuso in una stanza buia dalla suora che era la mia assistente. Mi diceva che ero stato punito perché nessuno mi amava. La stessa suora mi ha anche abusato sessualmente. Ho parlato con un prete in confessione. Quel sacerdote ne ha parlato con la suora e insieme mi hanno violentato. Avevo solo otto anni”. L’infamia più grande di cui si è macchiata la Chiesa – si legge nel Rapporto – è quella di aver coperto i colpevoli per proteggere la reputazione della Chiesa ed evitare “lo scandalo”. A questo riguardo, vengono ricordate le parole di Papa san Gregorio I: “è meglio consentire la nascita di uno scandalo, piuttosto che abbandonare la verità”. La testimonianza più eclatante dei sopravvissuti è l’esperienza quasi universale di essere lasciati soli. Una vittime racconta: “Non ho mai sentito alcuna compassione”. Il Rapporto scozzese dedica un paragrafo al caso del cardinale Keith O’Brien, finito nel 2013 al centro di una inchiesta per abusi ai danni di sacerdoti. Una accusa gravissima che gli impedì di partecipare al conclave e che lo ha oggi relegato, per volontà di papa Francesco, a vita privata. Nel Rapporto si recrimina il fatto che anche in questo caso, la Chiesa non ha dato resoconto “aperto e trasparente” di quello che era successo. Alcuni sacerdoti della diocesi dove il cardinale O’Brien era arcivescovo, hanno detto alla Commissione di essere stati “lasciati al buio”. Ma nel caso del cardinale O’Brien era intervenuto il Vaticano e pertanto i vescovi locali non erano in possesso di tutte le informazione richieste ed erano comunque tenuti alla riservatezza.

    Il Rapporto riserva una sezione alle “buone pratiche”, indicando cosa si deve fare e cosa non fare con i minori e in caso di una “confessione” o di un sospetto come ci si deve comportare. La raccomandazione è quella di “mantenere la calma”, “non cedere allo shock”, rassicurare il bambino o il giovane di aver fatto la cosa giusta a parlarne, non investigare ma raccogliere tutti i dati utili per riferire a chi di competenza. “Gli abusi sui minori sono un crimine orribile”, scrive l’arcivescovo Tartaglia nel volantino distribuito nelle parrocchie. “E lo è ancora di più se perpetrato all’interno della Chiesa, e da sacerdoti e religiosi. Tali azioni sono imperdonabili e intollerabili. Il danno causato è prima di tutto alle vittime, ma si estende anche alle loro famiglie e agli amici, così come alla Chiesa e alla società intera. Vorrei assicurare le vittime degli abusi che i vescovi cattolici della Scozia provano vergogna e dolore per quello che hanno sofferto. Siamo addolorati e chiediamo perdono”.

     

  • Trieste, sesso gay davanti ai bambini: 51 denunciati, tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    Trieste, sesso gay davanti ai bambini: 51 denunciati, tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    Una mamma fa scattare le indagini: si esibivano nell’area lavandini dei bagni. Hanno tra i 20 e i 74 anni. Tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    di Piero Rauber

    TRIESTE La verità sfuggente dentro il Giardino pubblico, tanto insospettabile quanto agghiacciante, come in un film di Dario Argento, era sotto gli occhi di tutti. Delle forze dell’ordine, che hanno un presidio al piano di sopra, e soprattutto delle mamme e dei bambini che frequentano abitualmente il vicino parco giochi, specie d’estate che le scuole sono chiuse. Ed è stata proprio una mamma, un mese e mezzo fa, a vederci bene per prima. «Facevano cose disgustose lì dentro», ha raccontato ai vigili urbani del Terzo distretto cittadino che ha sede giusto al piano di sopra. Al che è scattata una serie di indagini, a cura del Nucleo di polizia giudiziaria della stessa municipale, che ha scoperchiato un vaso di pandora, facendo venire a galla un fenomeno che, per lo meno nelle dimensioni, non poteva essere neanche minimamente immaginato.

    La verità ora non più sfuggente, in effetti, è che cinquantuno uomini dai 20 a 74 anni tra cui alcuni dipendenti pubblici e un sacerdote – ieri pomeriggio se n’è aggiunto l’ultimo che è stato beccato prima che la notizia diventasse di dominio pubblico – sono stati denunciati per atti osceni aggravati in luogo pubblico dopo essere stati sorpresi, e inchiodati con prove inequivocabili per immagini, a fare sesso a coppie o a esibirsi individualmente nei bagni al piano terra della palazzina di servizio del Giardino pubblico “De Tommasini” di via Giulia.

    Non chiusi a chiave dietro le porte dei wc, bensì nei paraggi dei lavandini esterni, in una zona aperta a tutti, dove l’accesso e il transito sono assolutamente liberi. Là dove un qualsiasi cittadino – e il pensiero va innanzitutto ai tanti bimbi, ragazzini e adolescenti che frequentano il giardino e il parco giochi al suo interno – può passare e deve avere il diritto di poterlo fare senza imbattersi suo malgrado in scene a sfondo esplicitamente sessuale.

    Una mezza estate insomma di “approfondimenti” mirati, delegati dalla Procura della Repubblica di Trieste diretta da Carlo Mastelloni al Nucleo “speciale” di investigatori degli stessi vigili urbani, ha detto purtroppo che i bagni del Giardino pubblico di via Giulia non erano teatro di fugaci e isolate performance di qualche vecchietto “bavoso”, come volevano le leggende della zona (e se qualcuno, per inciso, da ieri ironizza sui social che tanto era una cosa che si sapeva e che solo la Polizia locale non se n’era accorta, meglio allora avrebbe fatto a denunciarlo prima anziché sentenziare ora).

    I bagni, stando alle indagini, erano diventati una vera centrale d’incontri “per” e “tra” soli uomini a caccia a tutti i costi di un mix di trasgressioni tali da poterne scatenare l’eccitazione. Dall’idea che la si combinava in barba a chi lavorava tre metri sopra, al piano superiore, ovvero agli agenti della stessa Polizia locale, fino a quella di esibirsi evidentemente alla faccia di mamme e bambini. Emozioni forti. E soprattutto deviate, figlie «della stessa passione malata», come recitava ieri il comunicato stampa diffuso dal Comune (quello della municipale è d’altronde il corpo di polizia del Comune), un comunicato stampa fattosi pubblico soltanto dopo il nulla osta del procuratore capo Mastelloni e senza poi molti particolari, tutti per ora coperti dal massimo riserbo investigativo, comprese ovviamente le identità dei denunciati nonché quella del sostituto procuratore titolare del fascicolo d’indagine, ad oggi ignoto. Si sa solo che non si tratta del pm Matteo Tripani, il magistrato di turno in questi giorni, poiché l’indagine parte più da lontano, più o meno dai primi di luglio.
    Tra i dettagli resi noti per intanto è che, come si diceva, i denunciati sono tutti ed esclusivamente uomini, di ogni generazione fra quelle giuridicamente maggiorenni e per questo pienamente “comparibili” davanti alla legge, tra i 20 e i 74 anni, per un’età media attorno ai 52.

    Lo spettro generazionale è ampio, meno lo è quello etnico: i 51 esibizionisti sono infatti per lo più triestini o come minimo residenti qui da molti anni e pertanto considerabili di buon grado triestini acquisiti. Due di loro hanno precedenti per lo stesso reato, uno è una “vecchia conoscenza” delle nostre cronache cittadine (quel Fabio Buosi unico condannato per il misterioso omicidio del tassista Bruno Giraldi del 2003).
    Gran parte sono pensionati. Vi compare pure qualche dipendente pubblico. Alcuni poi sono sposati. Tra loro, infine, c’è anche un religioso.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/08/14/news/trieste-sesso-gay-davanti-ai-bambini-51-denunciati-1.11933685

  • Preti pedofili, la diocesi di Milwaukee risarcisce le vittime con 21 milioni di dollari

    Preti pedofili, la diocesi di Milwaukee risarcisce le vittime con 21 milioni di dollari

    La decisione dell’arcivescovo eviterà la bancarotta dell’arcidiocesi.

    21 milioni di dollari per risarcire 330 vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti o laici che lavoravano per la Chiesa cattolica. E’ quanto ha offerto l’arcidiocesi statunitense di Milwaukee agli avvocati dei suoi accusatori nelle scorse ore: nel caso l’accordo sia accettato, sarà evitata la bancarotta per l’istituzione ecclesiastica. “Questo accordo – ha spiegato l’arcivescovo Jerome Listecki – rappresenta per noi una nuova Pentecoste, un giorno di rinascita che rinnova la nostra attenzione alla parola, all’adorazione ed al servizio.” Ciascuna delle 330 presunte vittime riceverà una cifra media di 44mila dollari, determinata caso per caso da un amministratore esterno e sarà costituito un fondo di mezzo milione di dollari per coprire i costi di terapie psicologiche per chi ne avesse ancora bisogno. A questi costi verranno aggiunti quelli delle spese legali per pagare lo studio di avvocati che ha seguito la maggior parte dei richiedenti il risarcimento. L’arcidiocesi finanzierà l’accordo con 11 milioni di dollari pagato da una compagnia assicurativa, mentre 16 milioni verranno prelevati dal fondo di gestione dei cimiteri cattolici della zona.

    “Chiudere questo accordo è il modo migliore per riconoscere il male fatto in passato e cercare riconciliazione per il futuro. – ha proseguito l’arcivescovo – Sono contento che l’accordo sia stato chiuso e che sia le vittime di abuso che noi possiamo girare pagina e chiudere questo terribile capitolo della nostra storia. E’ importante che non dimentichiamo il dolore dei sopravvissuti agli  abusi.” Quella di Milwaukee è una delle dodici diocesi statunitensi che hanno dovuto dichiarare bancarotta in seguito alle richieste economiche da parte di persone che hanno denunciato molestie e abusi sessuali. Fino ad oggi la Curia ha già speso 20 milioni di dollari in avvocati e spese legali per difendersi dalle accuse.

    David Clohessy, direttore del “Survivors Network of those Abused by Priests” (Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti) ha comunque criticato l’accordo definendolo “il più grande tradimento di massa delle vittime di abusi sessuali da parte di una diocesi” in quanto, in genere una vittima di abusi riceve circa 300mila euro in casi simili.

    http://www.fanpage.it/preti-pedofili-la-diocesi-di-milwaukee-risarcisce-le-vittime-con-21-milioni-di-dollari/

  • La Diocesi, dopo 8 anni, sta per intervenire sul caso del prete condannato per pedofilia

    La Diocesi, dopo 8 anni, sta per intervenire sul caso del prete condannato per pedofilia

    Dopo 8 anni dall’arresto, avvenuto nel dicembre del 2007 in flagranza di reato dopo un inseguimento dei carabinieri, la chiesa sembra si sia decisa ad intervenire fattivamente sul caso di don Marco Cerullo, prete di Casal di Principe condannato per un episodio d pedofilia. La condanna a 6 anni e 8 mesi è diventata definitiva nel 2010 dopo la conferma della Cassazione. Il prete fu arrestato in una zona di campagna tra Villa Literno e Casal di Principe, era con un 12enne suo alunno, (insegnava nella scuola media di Villa Literno).

    La notizia di un concreto intervento dell’attuale vescovo di Aversa Angelo Spinillo per ridurre il sacerdote allo stato laicale è stata diffusa dall’avvocato Sergio Cavaliere, law firm di San Cipriano d’Aversa noto per la sua attività nella difesa nelle vittime di atti pedofoli commessi da religiosi.

    L’arresto

    Il sacerdote fu arrestato dopo che i militari notarono un’auto ferma in una stradina isolata, si avvicinarono, e secondo le accuse, contestate dal Pm Antonio Ricci, notarono che il parroco avrebbe costretto il ragazzino a subire inequivocabili atti sessuali. Cerullo, secondo fonti legali, vistosi scoperto avrebbe tentato di scappare: mise in moto l’auto costringendo i carabinieri ad un inseguimento, lo raggiunsero quando la sua macchina rimase bloccata in un punto in cui la strada campestre era impercorribile.

    Le motivazioni di primo grado

    Il giudice Chiaromonte nelle motivazioni della sentenza di primo grado scrisse che Cerullo una volta fermato dai carabinieri “ammetteva spontaneamente quanto accaduto, aggiungendo anche ulteriori particolari”, poi in sede di convalida dell’arresto “ridimensionava se non addirittura escludeva le sue responsabilità”. Lo aveva portato con se per andare ad acquistare colori che dovevano servire ad addobbare il presepe. Dallo stesso atto si è appreso anche che il ragazzino ha rivelato agli inquirenti che don Cerullo, gli avrebbe chiesto di avere rapporti sessuali anche in precedenti occasioni. Il Consulente della procura nella sua perizia aveva sostenuto che gli abusi sarebbero avvenuti più di una volta, e il giudice nelle motivazioni scrisse che il prete avrebbe mandato al 12enne: “messaggi amorosi e persino paventandogli la possibilità di morire qualora non avesse accondisceso ai suoi approcci sessuali”. Abusi che sarebbero avvenuti non solo in auto ma anche nell’abitazione di don Cerullo, in merito a questo il difensore nel tentativo di farlo scagionare, ha ricordato che in casa potevano esserci anche i suoi parenti, inoltre lo ha descritto come un promettente teologo. Dall’inchiesta è emerso che Don Marco Cerullo, aveva contatti con il 12enne non solo perché era il suo insegnante di religione in un scuola media (secondaria di primo grado) di Villa Literno, ma era considerato dalla famiglia dell’adolescente una figura di riferimento.

    http://www.corrierediaversaegiugliano.it/component/content/article/1-notizie/24258-la-diocesi-dopo-8-anni-sta-per-intervenire-sul-caso-del-prete-condannato-per-pedofilia

  • Gli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    Gli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    In risposta alle tante sollecitazioni dei frequentatori del sito della UAAR, è stata preparata questa prima scheda informativa sul problema degli abusi sessuali sui minori commessi da esponenti della Chiesa cattolica. Ne seguiranno altre, che analizzeranno i vari aspetti del fenomeno ed in particolare la realtà italiana.

    Presa di coscienza del problema negli Stati Uniti
    Il problema degli abusi sessuali su minori era noto negli Stati Uniti, anche se non nelle sue reali dimensioni, fin dagli anni Cinquanta del Novecento, anche se  solo nel 1967 se ne era tenuta una pubblica discussione presso il campus della Notre Dame University. Il clero cattolico statunitense tuttavia, almeno fino agli anni Ottanta, se ne è interessato solo occasionalmente.
    Nel settembre 1983 il “National Catholic Reporter” aveva portato il problema alla ribalta nazionale; ma solo nel 2002, dopo la pubblicazione di alcuni articoli accusatori sul “Boston Globe”, il tema ha polarizzato i media e suscitato un vasto allarme sociale, giacché è sembrato subito evidente che (a) gli abusi sessuali costituivano una realtà documentata, (b) il loro numero era notevole, (c) vi era stata una politica di segretezza e di copertura degli abusi da parte della Chiesa locale, (d) la Chiesa non aveva preso adeguati provvedimenti nei confronti dei colpevoli, limitandosi per lo più ad allontanarli dalla loro sede ma senza limitarne il contatto con altre possibili vittime, (e) il fenomeno non era limitato agli Stati Uniti.
    Ciò ha portato: (a) ad una maggiore attenzione al fenomeno negli Stati Uniti, (b) ad un serio allarme in altre nazioni, (c) alla denuncia di un numero rilevante di abusi in altre nazioni (in particolare Canada, Australia, Nuova Zelando e poi in vari stati europei).
    A seguito degli scandali e dei procedimenti penali, molti sacerdoti vengono sono stati indotti dalle autorità cattoliche a dimettersi, senza peraltro subire alcun processo disciplinare ecclesiastico. Molte parrocchie e diocesi sono costrette a vendere proprietà ed a chiudere attività per pagare lauti risarcimenti.

    Dimensione del fenomeno negli Stati Uniti
    Il maggior numero di accuse di abusi sessuali riguarda, sin dagli ultimi due decenni del Novecento, gli Stati Uniti, Australia, Canada, Irlanda; ma nessun paese ne è immune. Si calcola comunque che l’80% circa dei casi sia stato finora denunciato negli Stati Uniti, in particolare nella diocesi di Boston.
    Le reali dimensioni del fenomeno sono tuttavia ancora poco note. Secondo uno studio commissionato nel 2002 dalla Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, nel periodo compreso fra il 1950 ed il 2002 il 4% dei sacerdoti in attività negli Stati Uniti era stato accusato di reati a sfondo sessuale.

    I primi casi  esemplari negli Stati Uniti
    Il primo caso importante giunge alla cronaca nel 1981, allorché padre Donald Roemer, dell’Arcidiocesi di Los Angeles viene accusato, con ampia eco sui media, di abuso sessuale nei confronti di un minore.
    Nel 1983 Thomas Laughlin, un sacerdote di 57 anni, in servizio dal 1972 nella diocesi di Portland, viene accusato di abuso sessuale nei confronti di un minore. Secondo un articolo apparso in una rivista diocesana, l’arcivescovo Cornelius M. Power era venuto a  conoscenza di ciò solo nel 1981 (in occasione di un colloquio con il giovane e con i suoi genitori). Secondo la magistratura, invece, Laughlin era responsabile di abusi, anche su altri minori, avvenuti in un lasso di tempo di 15-20 anni, e tali abusi dovevano certamente essere noti ai responsabili dell’arcidiocesi, che non avevano preso tuttavia alcun provvedimento contro il sacerdote, né avevano riferito alcunché alle autorità statali. La condotta reticente dell’arcivescovo forse non violava le norme di legge, ma senza dubbio l’arcidiocesi non si era fatta carico dei problemi pastorali e legali connessi. Prima di incorrere in un procedimento penale (che fu evitato), Laughlin fu trasferito e sottoposto ad un programma rieducativo; quindi fu assegnato ad una nuova parrocchia. La diocesi pagò un risarcimento alle famiglie ed avviò una campagna informativa fra i sacerdoti, illustrando loro l’obbligo di denuncia degli abusi sui minori di cui fossero venuti a conoscenza al di fuori della confessione.
    Nel 1985 padre Gilbert Gauthe, della Louisiana, viene accusato di molestie sessuali nei confronti di 11 minori.

    Le principali accuse alla Chiesa cattolica degli Stati Uniti
    Scoppiato lo scandalo, la Chiesa Cattolica statunitense è stata accusata a vario titolo, sia per quanto riguarda le responsabilità dei singoli, sia per la gestione complessiva del problema.

    Occultamento deliberato degli abusi. Molti vescovi, informati dei fatti, hanno preferito, di fronte ai casi più gravi, risarcire direttamente le vittime in cambio del loro silenzio con le autorità e con l’opinione pubblica.

    Mancata collaborazione con le autorità civili. Fino all’esplodere dello scandalo, nel 2002, la Chiesa Cattolica Statunitense non si è mai preoccupata di denunciare i casi di abuso alle autorità civili, giacché ciò non rientrava nelle sue norme interne.

    Mancata presa in carico del problema. Prima degli scandali degli Stati Uniti, non si aveva una chiara presa di coscienza pubblica del problema: né per quanto attiene a: (a) il numero dei soggetti (abusanti ed abusati) coinvolti, (b) la tipologia degli abusanti, (c) le specifiche modalità degli abusi, (d) le conseguenze sulla vita delle comunità coinvolte. Lo stesso clero ha preso atto solo recentemente di un problema che in passato era stato minimizzato o non ben compreso.

    Omissione di adeguati provvedimenti disciplinari nei singoli casi. Secondo gli organi di stampa statunitensi, prima dell’emergere dello scandalo, nella maggior parte dei casi avvenuti negli Stati Uniti le autorità religiose, conosciute le accuse, le avevano coperte, limitandosi in buona parte dei casi a sottoporre gli accusati (nel 40% dei casi, secondo il “John Jay report”) ad un trattamento psicologico, secondo la prassi medica dell’epoca, reintegrandoli poi nelle loro funzioni, ed eventualmente assegnandoli ad un’altra parrocchia, o addirittura assegnando loro un incarico in una diversa nazione.
    Di ciò esistono svariate e gravi prove. Secondo un resoconto della Associated Press, pubblicato il 14 aprile 2010, trenta sacerdoti pedofili furono semplicemente trasferiti (anche all’estero); ma continuarono ad occuparsi di minori, ed alcun reiterarono i loro abusi.
    Secondo gli accusatori delle Chiesa, provvedimenti adeguati sarebbero stati la rimozione dai loro incarichi pubblici dei sacerdoti colpevoli, la loro eventuale riduzione allo stato laicale e la denuncia alle autorità civili. Le autorità ecclesiastiche si erano invece generalmente comportate nel modo proprio della Chiesa, ovvero intendendo l’abuso come un problema spirituale che va risolto con un approccio spirituale e non medico o giuridico.

    Scarso interesse nei confronti degli abusati. In base alle cronache giornalistiche, uno degli aspetti più gravi del problema abusi è stato sempre l’assenza di iniziative di assistenza e protezione dei soggetti abusati (come una informazione alle famiglie o la denuncia alle autorità competenti).

    La risposta della Chiesa alle affermazioni dei media statunitensi
    Al di là dei singoli casi giunti alla ribalta della cronaca, secondo i media statunitensi la pedofilia è un problema specifico del sacerdozio; mentre la Chiesa obietta che quello della pedofilia è invece un problema personale dei singoli sacerdoti.
    Secondo la gerarchia romana, il problema della pedofilia e degli abusi commessi da sacerdoti cattolici è ampiamente sovrastimato dai giornalisti e dall’opinione pubblica. Per esempio, il 5 gennaio 2008, l’ “Osservatore Romano” ha pubblicato una intervista al card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, secondo il quale solo una minima parte del clero é coinvolta in situazioni gravi, mentre neppure l’uno per cento ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale. Poco più di un anno dopo, lo stesso cardinale ha tuttavia dichiarato, nel corso di una intervista ad un settimanale spagnolo che in alcune diocesi la percentuale dei preti pedofili non arriva nemmeno al 4% mentre la percentuale dei sacerdoti che non rispettano il celibato sarebbe molto più alta (dunque, a quanto pare, nella maggior parte delle diocesi, la percentuale dei preti pedofili è superiore al 4%; e la percentuale dei preti sessualmente attivi è ancora maggiore, con buona pace del celibato ecclesiastico!).
    Nella maggior parte dei casi si tratterebbe di efebofilia piuttosto che di pedofilia, ovvero di preti con orientamento omosessuale o eterosessuale attratti non da ragazzi prepuberi ma da adolescenti; e comunque la maggior parte dei preti sessualmente attivi (eterosessuali, omosessuali o bisessuali) non molesterebbe né abuserebbe sessualmente di minori.
    Resta il fatto che, anche secondo molti sacerdoti, in linea di massima i vescovi hanno impedito di approfondire il fenomeno ed il Vaticano non si è per nulla interessato agli studi scientifici sul celibato e la sessualità dei preti, anche se, ad esempio, molti istituti ecclesiastici statunitensi hanno assistito centinaia di sacerdoti responsabili di abuso sessuale e dunque possiedono una notevole quantità di dati utili a comprendere le motivazioni del fenomeno.

    Si tratta di accuse strumentali. Al di là delle colpe e delle responsabilità dei singoli, lo scandalo dei preti pedofili, nei suoi vari aspetti, ha messo sotto pesante accusa la Chiesa Cattolica come istituzione e come ente morale. Le accuse sono aumentate a dismisura durante il pontificato di Benedetto XVI, già oggetto di forte contestazione per svariati altri motivi.
    Ciò ha portato la Chiesa a ritenere (e, opportunamente, a far credere ai propri fedeli) che, dietro lo scandalo dei preti pedofili e dietro le accuse di copertura da parte della gerarchia, vi sia una preciso piano di screditamento del papa e di destabilizzazione della Chiesa Cattolica stessa. In pratica, l’attacco alla Chiesa cattolica avrebbe avuto più risalto rispetto all’interesse per le vittime.
    Secondo i cattolici, le ragioni di ciò andrebbero ricercate anche nella opposizione alla linea di restaurazione messa in atto da Benedetto XVI.
    Nonostante il fenomeno pedofilia si sia dimostrato, con l’andar del tempo, comune alla maggior parte dei paesi cattolici, secondo il Vaticano lo scandalo sarebbe stato particolarmente virulento negli Stati Uniti per alcuni particolari motivi: (a) una specifica caratteristica della cultura statunitense, che amplifica istericamente tutto ciò che ha rapporto con il sesso, (b) una scarsa comprensione dell’organizzazione della Chiesa Cattolica, che non affronta problemi come quello della pedofilia con la velocità che vorrebbe la maggioranza degli statunitensi, (c) una particolare forma locale di anticattolicesimo, (d) l’attivismo degli avvocati statunitensi a caccia di facili risarcimenti.
    Su questa linea, il 19 giugno 2009. L’Osservatore Romano” ha pubblicato una intervista a mons. Mauro Piacenza, vice prefetto della Congregazione per il clero, secondo il quale esiste  un preciso disegno che va ben oltre il diritto di cronaca da parte dei media che raccontano i casi di pedofilia nella Chiesa.

    I preti cattolici non sono in maggioranza pedofili che molestano i bambini. Secondo la Chiesa la maggior parte dei preti colpevole di abusi è costituita non da pedofili ma da ebefilici o efebofili, cioè da preti che hanno compiuto atti sessuali con soggetti in età postpuberale (dai 13 ai 17 anni).

    La gran parte dei preti non è pedofila. Secondo uno studio prodotto dalla Conferenza dei vescovi cattolici statunitensi, solo il 4% dei sacerdoti è stato accusato (dal 1950 ad oggi) di abusi sessuali su minori; ma la stragrande maggioranza dei sacerdoti è celibe, sposata o ha una relazione sessuale con altri adulti.In ogni caso, è abbastanza difficile conoscere la reale entità del fenomeno, per vari motivi, ed in particolare: (a) perché molte vittime scelgono il silenzio, (b) perché molti adulti accusatori hanno falsi ricordi di violenze, (c) perché molti adulti avanzano false accuse per ottenere indebiti risarcimenti.

    Lo scandalo del 2002-2003 dipende da un cumulo di accuse e non di crimini. L’enorme numero di casi di abuso sessuale su minori denunciati o riportati dalla stampa non riflette la reale entità del fenomeno. Si tratta infatti in molti casi di fatti riferiti ad un periodo di oltre cinquanta anni, la maggior parte dei quali accaduti negli anni Settanta ed Ottanta. I casi attuali, in realtà, sarebbero di gran lunga meno numerosi; ma la percezione del comune lettore, a causa del modo di parlarne, è che attualmente la quantità di abusi ed il numero dei molestatori sia notevolmente maggiore del reale ed in aumento. A conferma di ciò, il numero di denunce di casi recenti è piuttosto ridotta.

    La percentuale dei preti pedofili non è maggiore di quella presente nella popolazione generale.Secondo la Chiesa Cattolica, fra i sacerdoti, la percentuale di quelli colpevoli di abusi non è maggiore di quanto avvenga nella popolazione generale. Tanto più se viene fatto un confronto con la sola popolazione di maschi adulti.

    La percentuale dei preti pedofili non è più alta, fra i cattolici, rispetto ai religiosi di altre confessioni cristiane e dei non cristiani. Su questo punto non esistono dati attendibili. Certamente il fenomeno è presente anche nel clero non cattolico. Tuttavia, secondo le autorità cattoliche, la stampa non da dato pari rilievo a queste storie di abuso sessuale su minori commessi da rappresentanti di altre religioni. In tal senso l’accanimento dei media sarebbe una delle espressioni della retorica anti-cattolica.

    Il contrattacco della Chiesa Cattolica
    L’abuso sessuale non è riferibile solo alla Chiesa cattolica.
    Sin dall’emergere dello scandalo USA, la Chiesa (sia nelle sue componenti locali, che a Roma) ha sempre criticato i media per l’eccessiva enfasi data al fenomeno degli abusi sessuali, che in fondo riguarderebbero le istituzioni in genere. Ad esempio, una indagine commissionata (sotto la presidenza Bush, nel 2002)  dal Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti ha rilevato che nella scuole pubbliche americane insegnanti ed impiegati abuserebbero di una percentuale di studenti compresa fra il 6 ed il 10 per cento (cento volte più degli abusati dai sacerdoti); anche se va precisato che in molti casi è evidente un certo consenso delle vittime.
    Nel 1984 il Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti ha eseguito una meta-analisi su alcuni studi apparsi negli ultimi anni riguardo al comportamento degli operatori scolastici, trovando che una percentuale variabile fra il 3.5% ed il 50.3% degli studenti erano stati oggetto di molestie o abuso sessuale in ambiente scolastico I responsabili erano generalmente insegnanti, allenatori e supplenti.
    Di fronte a questi dati, la percentuale degli abusi commessi dai sacerdoti cattolici sarebbe ben poca cosa, ma sui media essi hanno una maggiore esposizione.

    Analisi del fenomeno
    Quanti sono i casi di abuso di minori nella popolazione generale?
    Orientativamente si presume che una percentuale del 2% circa di adulti commetta abusi sessuali nei confronti di minori o di altri adulti, ma non esistono precise statistiche, soprattutto perché tale problema, così come quello dell’interesse morboso degli adulti verso la sessualità dei minori (che talora sfocia in atti di abuso), è stato sempre minimizzato, occultato o rimosso dalla società.

    Quanti sono i preti cattolici che abusano di minori? Secondo Philip Jenkins, docente di storia delle religioni alla Penn State University, il 2% dei preti abusa sessualmente di bambini e ragazzi. Secondo lo psicoterapeuta ed ex-sacerdote Richard Sipe (che in 25 anni ne ha intervistati alcune centinaia), la percentuale dei sacerdoti autori di abuso sessuale dovrebbe aggirarsi intorno al 6%; ed in particolare, il 4% per cento avrebbe abusato di adolescenti, il 2% di minori prepuberi.
    Secondo l’avvocato texano Sylvia M. Demarest, almeno 1500 preti statunitensi (su circa 60.000 in attività negli stessi anni) sono stati accusati di abuso sessuale a partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento; dunque una percentuale del 2.5 %. Ma questa percentuale è scarsamente indicativa perché, se da un lato solo un parte di queste accuse è stata sottoposta a procedimento legale (e dunque è difficile conoscere se fossero fondate), dall’altra è probabile che meno del 40% dei colpevoli sia stata in effetti accusata.
    Fra le stime al ribasso, c’è quella della giornalista Ann Coulter, che senza citare alcuna fonte ha scritto che solo 55 su 45.000 sacerdoti statunitensi sono stati indicati quali autori di abusi sessuali (dunque una percentuale dello 0.12%).

    Quali sono le caratteristiche del prete pedofilo? Fra i sacerdoti che abusano sessualmente di minori vengono per lo più identificati due sottogruppi: (a) pedofili eterosessuali attratti da bambine o da bambini in età prepubere, oppure da entrambi, e che di solito hanno particolare preferenza per una particolare età (ad esempio 7-8 anni), (b) efebofili omosessuali, che sono attratti da maschi adolescenti di età compresa fra i 14-17 anni, e anche da adulti (ed hanno con loro rapporti omosessuali). Secondo molti osservatori, almeno il 90% dei preti abusanti rientrerebbe nella categoria degli efebofili omosessuali, che scelgono ragazzi di 13-17 anni. Il loro comportamento di molti di loro rientrerebbe, in un certo senso, entro i limiti di una preferenza sessuale per partner giovanissimi piuttosto che in una vera e propria pedofilia.

    Quante sono le vittime di ciascun prete pedofilo? Una buona parte dei preti pedofili ha ricevuto accuse da parte di una singola vittima. È però impensabile che il prete pedofilo, proprio a ragione della sua devianza, non abbia reiterato tale comportamento. D’altra parte, ragioni oggettive ne facilitano la condotta criminosa. Egli infatti, a ragione del suo status e dell’ambito della sua attività, ha facili ed abbondanti contatti con minorenni dei quali gode di assoluta fiducia.
    Il numero degli abusati da parte di un solo sacerdote è inoltre spesso elevato, perché (per effetto della sua posizione sociale) egli ha più di altri la possibilità di operare a lungo prima di essere accusato da una delle sue vittime. Secondo alcuni studi, è verosimile che ciascun prete pedofilo sia responsabile di una media di almeno sei altri casi di abuso per ognuno di quelli giunti alla pubblica attenzione

    La Chiesa di fronte allo scandalo pedofilia
    La più importante conseguenza degli scandali degli abusi, è la perdita di credibilità della Chiesa cattolica su quanto attiene alle norme morali, giacché non solo si è di fronte a degli abusi, ma perfino al loro occultamento da parte della gerarchia, che oltretutto in molti casi ha fatto poco o nulla per proteggere le vittime. Per superare questo rischio ad un certo punto la Chiesa ha dovuto affrontare con serietà il problema.

    Analisi del problema. Nel giugno del 2002 la conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti, riunita a Dallas, ha approvato un documento intitolato «Charter for the Protection of Children and Young People», in base al quale sono stati programmati due separati studi sul fenomeno degli abusi: uno per indagarne il contesto, ed un secondo per studiarne la natura. Oltre a ciò la Conferenza ha proposto di attuare subito un più efficace screening dei candidati al sacerdozio, in particolare per quanto attiene la loro effettiva disponibilità al celibato ed alla castità (sebbene questi fattori non siano ritenuti una diretta causa degli abusi).
    In seguito a ciò sono stati prodotti due documenti: «A Report on the Crisis in the Catholic Church in the United States.», e “The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Priests and Deacons in the United States 1950-2002 (a cura di Karen Terry et al., del John Jay College of Criminal Justice di Washington DC).
    Il ”John Jay Report” (2004). Secondo i dati al momento disponibili, 10.667 statunitensi avevano denunciato o riferito di avere subito, nel periodo compreso fra il 1950 ed il 2002, un abuso sessuale in età minorile da parte di un rappresentante del clero cattolico. Le diocesi avevano verificato la veridicità di questi abusi in 6.000 casi riguardanti 4.392 sacerdoti (circa il 4% dei 109.694 in attività in quel periodo), con una percentuale del 4.3% nel clero secolare e del 2.5% negli ordini religiosi. Fra gli abusati, 81% erano maschi, a conferma delle tendenze omosessuali degli abusanti (anche se non  poteva essere esclusa come concausa l’atmosfera prettamente maschile dei seminari). In quanto all’età, il 6% delle vittime di abuso avevano meno di 7 anni, il 16% fra 8 e 10 anni, il 51% fra 11 e 14 anni, il 15% fra 16 e 17 anni. In gran parte dei casi si dovrebbe dunque parlare, più correttamente, di ‘efebofilia’  piuttosto che di ‘pedofilia’.
    L’80% dei casi denunciati risalivano al periodo 1960-1990, con un picco negli anni Settanta; il fenomeno sembrava invece in decrescita negli anni Ottanta e Novanta. Un terzo delle accuse erano state formulate negli anni 1993-2001 ed un terzo nel 2002-2003.
    Nel corso dell’inchiesta le  diocesi non avevano comunque fornito alcuna  informazione sul nome degli abusanti e delle loro vittime, e sulle diocesi interessate; in un secondo tempo avevano invece fornito dati non nominativi sui provvedimenti adottati nei confronti di 1.021 sacerdoti (3.300 di questi non subirono alcuna indagine, essendo deceduti prima delle accuse).
    Complessivamente, solo il 6% degli accusati era stato perseguiti legalmente e solo il 2% era stato imprigionato.
    A commento di questi dati, il Report metteva in assoluta evidenza l’atteggiamento gravemente immorale del clero, ed il fatto che le gerarchie, con assoluta miopia, non avevano mai preso in seria considerazione le conseguenze del fenomeno, coltivando dunque una cultura della segretezza: non parlare alle vittime, non discuterne con i propri pari. Il report accusava inoltre esplicitamente il Vaticano di avere risposto con eccessiva lentezza e malavoglia alle molte richieste di intervento, giunte dal clero statunitense sin dagli anni ’90, e di avere fatto qualcosa solo dopo l’esplosione dello scandalo statunitense.
    Forniva infine alcune raccomandazioni per contrastare il fenomeno: ammettere onestamente le colpe e la vergogna; analizzarlo a fondo; migliorare la selezione dei candidati al sacerdozio; valutare con grande attenzione ogni denuncia e segnalazione di abuso; porre attenzione alle norme legali; collaborare con le autorità civili nella repressone e denuncia degli abusi; maggiore trasparenza.

    L’abuso è un problema legato alle caratteristiche dell’istruzione religiosa? Per molti, e secondo gli stessi sacerdoti, il percorso educativo dei seminaristi non aiuta per nulla gli studenti ad affrontare i problemi legati alla propria sessualità, soprattutto i più giovani. Solo recentemente la Chiesa è stata investita del problema, ma quasi esclusivamente per quanto attiene ai criteri di accoglimento dei seminaristi, secondo la convinzione che sia l’omosessualità a condurre alla pedofilia.

    È un problema legato al contesto sociale? Secondo alcuni commentatori, alla base della pedofilia c’è una cultura del dissenso, interna alla Chiesa cattolica stessa, legata alla secolarizzazione ed al rifiuto della tradizione. Molti sacerdoti ritengono che la Chiesa sbagli nel proporre i suoi modelli di sessualità e di celibato, così come sbaglia in molti altri campi.  Questo dissenso interno sarebbe parte di una più generale crisi dei valori morali precipitata sul finire del Novecento.
    La Chiesa sarebbe stata ampiamente investita da questo fenomeno specialmente dopo il Concilio VaticanoII. Ma certamente il problema esisteva comunque anche prima di esso, e forse esso è solo emerso con evidenza a causa del crescente interesse pubblico, della polizia e della magistratura.

    Quali soluzioni secondo la Chiesa Cattolica? Per quanto abbia tentato a lungo di ricondurre gli abusi sessuali e la pedofilia a problemi di natura personale (ad esempio una personale predisposizione alla omosessualità), la Chiesa ha dovuto necessariamente riconoscere che il problema è di ben altra portata e richiede una attenta analisi ed adeguate risposte. La prima di queste dovrebbe essere una accurata selezione dei candidati, unita ad un miglioramento dell’ambiente educativo.

    Approccio medico-psicologico. Fino agli ultimi decenni del Novecento, la migliore risposta al problema della incontinenza sessuale in genere, sembrava, in ambito clericale, la preghiera, oggi tenuta in assai minore considerazione. Oggi la Chiesa preferisce un approccio psicologico, adottato sempre più a partire almeno dagli ultimi due decenni del Novecento, nella presunzione che il prete abusante può essere curato e reintegrato nelle sue attività, senza ulteriore pericolo per la collettività (al più andrebbe limitato il suo contatto con i minori). Ma neanche esso è risultato particolarmente efficace; ed in molti casi ha perfino radicato nei singoli il problema di fondo.

    Prevenzione degli abusi. Così come tradizionalmente manca nella Chiesa un chiaro interesse per la vita sessuale dei sacerdoti e per le sue deviazioni patologiche, altrettanto manca nel diritto canonico una trattazione del problema della omosessualità, della pedofilia e degli abusi sessuali. Solo negli ultimi anni, sulla spinta dello scandalo iniziato degli Stati Uniti, il problema ha cominciato ad impegnare le gerarchie.
    Nel 2002 la Chiesa cattolica statunitense ha dichiarato di avere adottato una politica di “tolleranza zero” degli abusi sessuali del clero, mobilitando ingenti risorse umane. Da allora e fino al 2008, ha infatti coinvolto nel progetto quasi 6.000.000 di ragazzi (invitati a riferire eventuali abusi), oltre 1.000.000 di volontari; oltre 150.000 educatori, 51.000 esponenti del clero, circa 5.000 seminaristi.

    Iniziative legali contro il clero
    Nella convinzione che il Vaticano abbia ed abbia avuto una parte attiva (se non anche di assoluto primo piano) nella copertura degli abusi sessuali, sono stati compiuti negli Stati Uniti vari tentativi di ottenere la citazione in giudizio di alti esponenti della Chiesa cattolica romana, ad esempio i cardinali Bertone, Sodano e Ratzinger (e quest’ultimo anche una volta divenuto papa).
    Nel giugno 2004 William McMurry, avvocato di Louisville (Kentucky) ha intrapreso una azione legale contro il Vaticano, accusato di avere coperto una storia di abusi sessuali su tre minori. Nel Novembre 2008 la Corte di Appello di Cincinnati ha rigettato l’istanza del Vaticano tendente a riconoscerne l’immunità come Stato Sovrano; ed il Vaticano non ha presentato ricorso contro la sentenza. Ma Benedetto XVI, personalmente accusato di avere coperto una storia di abusi nei confronti di tre minori, avvenuti in Texas, ha chiesto ed ottenuto l’immunità diplomatica, secondo alcuni grazie all’intervento del presidente George W. Bush.

    Francesco D’Alpa

    http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/abusi-sessuali-Chiesa-cattolica/

  • “Violentato da un prete a Capocotta”. Il memoriale di Paolini.

    “Violentato da un prete a Capocotta”. Il memoriale di Paolini.

    “Soldi per giocare a bocce e altri divertimenti ma senza violenza sessuale”. A raccontare gli amori impossibili di Gabriele Paolini, il disturbatore tv,  è stato Davide, da pochi mesi maggiorenne e amico del cuore di Daniel, il grande amore che ha portato il “folle catodico” in tribunale di induzione alla prostituzione minorile, produzione di materiale pedopornografico e tentata violenza sessuale.

    Nella prima udienza calda, il teste ha raccontatola sua versione dei fatti e risposto alle domane del piemme Terracina, mettendo in difficoltà l’accusa. Paolini in aula, ha seguito e preso appunti come uno scolaro. Alla madre Bice Bochicchio ha poi consegnato un memoriale che affaritaliani.it, pubblica in esclusiva.

    “Oggi per me è la giornata più importante della mia vita, infatti finalmente è arrivato il giorno dove le persone che mi vogliono bene la mia famiglia prima di tutto e anche quelle che non me ne vogliono possono avere chiarezza di quello che è avvenuto durante l’estate del 2013: un’estate magica che io non dimenticherò mai nella mia vita. Il mio intento è quello di raccontare questo al Giudice e di fronte al pubblico ministero Claudia Terracina.
    Oggi verrà ascoltato Davide diventato maggiorenne lo scorso luglio… Chi è Davide? Davide è un ragazzo importantissimo per me perché è il migliore amico di Daniel che verrà ascoltato il 13 luglio prossimo. Quello che vorrei far capire oggi ai giudici è che a me non interessa né quello che sarà la sentenza né la risultanza della stessa. Perché se io come ho detto il giorno in cui mi hanno arrestato ho sbagliato in qualcosa è giusto che paghi. Infatti non sono abituato rispetto ad altre persone che ho conosciuto in carcere  a fare la vittima; io sempre per vent’anni ho attaccato tutti ho attaccato la Chiesa, ho attaccato la politica ho attaccato la televisione… Tornando ai ragazzi, Davide mi ha presentato Daniel il 21 luglio del 2013 e quella è stata la giornata più bella della mia vita.   I cittadini non potranno mai in qualche modo giustificarmi perché un uomo di 41 anni non può innamorarsi di un ragazzo di 17 anni perché secondo la morale è una persona che sbaglia. Ma dall’altra parte c’è anche una persona che a 40 anni non era all’epoca capace di raccontare a se stesso che cosa poteva significare amare una persona. Io ho amato Daniel lo amo ancora. Tutta la tragedia che sto vivendo e solamente chi la vive può immaginare cosa significhi quando si esce di casa e si viene additati come quello, come hanno scritto i media, che va con i ragazzini . A me dispiace molto che le forze di polizia quando mi hanno arrestato attraverso le agenzie, hanno diffuso notizie che non erano assolutamente autentiche. Io ho avuto la responsabilità di frequentare Davide e Daniel, diciassettenni, che condividevano la mia amicizia, offrivo loro delle cene e li portavo a prendere il thè a casa mia, ho conosciuto le loro famiglie.
    Oggi Davide verrà ascoltato dal Pm Terracina io alla fine dell’interrogatorio se ne avrò la forza mostrerò delle fotografie che io stesso ho portato in tipografia in via Nomentana dove si vede il sottoscritto che mangia la carbonara, che va a giocare a bocce e a bwooling in tutti i parchi di Roma perché cosa mi è successo in quell’estate? Di vivere l’adolescenza che io non avevo mai vissuto. Una delle cose che non ho mai accettato della mia famiglia è che mio padre, generale,  ha sempre dato importanza alle istituzioni, infatti voleva che mi diplomassi e laureassi cosa che nonostante avessi frequentato due anni di liceo classico ho abbandonato tutto per fare un dispetto. Mio padre quando avevo tredici anni mi mandò al mare a Capocotta ad Ostia, affidandomi ad un prete Don Vittorio Damiani, dal quale ho subito una violenza sessuale, che poi è stato incarcerato e poi si è suicidato a Bergamo. La mia vita è stata distrutta proprio dall’incontro con questa persona e non è quindi una contraddizione che io abbia frequentato e amato diciassettenni.  Questa è una contraddizione su cui sto lavorando con la mia psichiatra.
    Tornando al processo posso dire che Daniel ha sempre fatto tutto volutamente con la piena consapevolezza. E con Davide ci sono stati momenti di amicizia sfociati in intimità nel momento in cui Davide mi raccontò di avere avuto un’esperienza con il suo medico di famiglia che gli dava lezioni di sesso, io gli ho raccontato della mia esperienza e così è nato un rapporto molto più stretto. Davide seppe che tra me e Daniel c’era una relazione d’amore e divenne così gelosissimo e iniziò a stimolarmi ad avere momenti di intimità con lui e questa è stata la mia fragilità perché io dovevo difendere me stesso e la nostra relazione, momenti di intimità limitati a massaggi alla schiena e alle gambe. Non ho mai sfiorato le parti intime. Non siamo mai andati oltre.
    Vorrei concludere con questo scritto di Daniel dopo la famosa sera in cui abbiamo giocato a bwooling  e in cui Davide me lo presentò “Dear “Gabriele” today we make History i pochi momenti passati con te mi hanno acceso in un certo senso, sarò per sempre grato di averti finalmente conosciuto. Abbiamo passato dei momenti assieme che non dimenticherò, momenti importanti. Love Daniel”.

    La prossima udienza è fissata per il 13 luglio. Quel giorno Daniel dovrà raccontare la sua versione dei fatti.

    http://www.affaritaliani.it/roma/violentato-da-un-prete-a-capocotta-il-memoriale-di-paolini-esclusivo-371206.html