Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Violenza sessuale, fissato l’appello

    Violenza sessuale, fissato l’appello

    Nuovo processo per don Gino Temporin, assolto due anni fa dalle accuse di un seminarista.

    PIOVE DI SACCO. «Finalmente la fine di un incubo… Ora prego per quel ragazzo. È una liberazione, mi sembra di poter iniziare una nuova vita dopo due anni e mezzo di sofferenze» aveva confidato don Gino Temporin, 69 anni, neoparroco del Duomo di San Martino a Piove di Sacco, all’indomani della sentenza che lo aveva assolto dall’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di ragazzino. Un ragazzino veneziano oggi 24enne che, all’epoca dei fatti, frequentava la scuola media nel seminario di Rubano. Ora l’incubo ritorna con il secondo grado di giudizio e il processo fissato per il prossimo 21 aprile davanti alla terza sezione penale della Corte d’appello di Venezia, presieduta dal giudice Gioacchino Termini, su ricorso del pm padovano Maria D’Arpa e della procura generale. Pm che aveva chiesto la condanna a 7 anni di carcere per il sacerdote. Diversa la valutazione del tribunale di Padova (presidente il giudice Claudio Marassi) che, il 18 dicembre 2013, aveva pronunciato la sentenza di assoluzione con la formula più ampia (il fatto non sussiste) al termine di un processo delicato e difficile, senza prove, con elementi solo indiziari, dove la parola dell’uno si scontrava con la parola dell’altro. E sul banco degli imputati, quel prete: 43 anni di sacerdozio e mai una macchia, mai un’ombra tanto che l’allora vescovo Antonio Mattiazzo lo ha poi nominato parroco del Duomo di Piove, dimostrandogli fiducia totale.
    Anche le indagini (svolte con intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni, l’interrogatorio di ben 29 persone) non avevano portato grandi risultati. O, almeno, risultati incontrovertibili come dev’essere per poter ottenere una pronuncia di responsabilità penale. Del resto i periti nominati dal tribunale di primo grado (il medico legale Claudio Rago, la psicologa Magda Tura e il neuropsichiatra Marziano Cerisoli) avevano concluso per un’alta improbabilità circa la certezza storica dell’accaduto, pur riconoscendo capacità di testimoniare nel giovane, affetto da un disturbo psicotico, da un disturbo di personalità e di identità di genere. L’indagine era stata aperta dopo la denuncia del 24enne che, solo nel 2009, molti anni dopo la permanenza nel seminario di Rubano, si era confidato con una psicologa

    della clinica “Le Betulle” di Como dov’era ricoverato per problemi psichiatrici e un tentativo di suicidio. E aveva raccontato le “violenze” subite. In aula alcuni ex allievi avevano spiegato che lo studente era stato coinvolto da altri seminaristi in pratiche sessuali.
    Cristina Genesin

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/12/08/news/violenza-sessuale-fissato-l-appello-1.12585340

  • Cosenza, violenza sessuale: incidente probatorio per prete indagato

    Cosenza, violenza sessuale: incidente probatorio per prete indagato

    La procura di Cosenza ha chiesto l’incidente probatorio per il caso della presunta violenza sessuale subita da un ragazzo di 11 anni da parte di un sacerdote cosentino. Il religioso, che insegna in una scuola media, avrebbe infatti molestato un suo allievo. La cosa era stata denunciata, nelle scorse settimane, dai genitori del ragazzo. La squadra mobile aveva poi perquisito l’abitazione del sacerdote, sequestrando, tra l’altro, anche un computer. Adesso la richiesta di ascoltare le dichiarazioni del ragazzo, in maniera protetta, ma alla presenza del sacerdote.

    http://www.corrierequotidiano.it/30953-cronaca/calabria-cosenza-news/cosenza-violenza-sessuale-incidente-probatorio-prete-indagato

  • STATI UNITI. La Rete americana dei sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti (SNAP) interviene sul caso degli anziani di una congregazione geovista, citati a giudizio per l’omessa segnalazione di un crimine sessuale in danno di minore

    STATI UNITI. La Rete americana dei sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti (SNAP) interviene sul caso degli anziani di una congregazione geovista, citati a giudizio per l’omessa segnalazione di un crimine sessuale in danno di minore

    Al via la causa civile contro gli anziani di una congregazione geovista per la mancata segnalazione di un caso di relazione sessuale illegale con un minore.

    DICHIARAZIONE DI DAVID CLOHESSY  direttore della SNAP-Survivors Network of those abused by Priests-

    9 novembre 2015

    ” Ci auguriamo che il Procuratore generale di Delaware, riesca a ottenere una condanna contro i funzionari dei Testimoni di Geova che non segnalarono il caso di un presunto crimine sessuale su minore alle autorità laiche.

    Siamo innanzitutto grati siano state presentate queste denunce. Troppo spesso le autorità di contrasto, nei casi di abuso sessuale infantile perseguono solo ” la frutta che cresce sui rami più bassi”: unicamente l’autore di reato.

    Molto raramente le procure perseguono funzionari di chiesa che erano a conoscenza oppure sospettavano i crimini ma sono rimasti in silenzio o li hanno nascosti.

    Gli anziani Joel Mulchansingh e William Perkins della Sala del Regno di Seaford (Contea di Sussex), sono accusati di omessa segnalazione dell’abuso sessuale commesso da Katheryn Harris Carmean White, un membro della congregazione e insegnante di sostegno alla scuola media di Seaford, dal momento che la madre della vittima riferì loro dei crimini.

    Rivolgiamo preghiera ai fedeli di tutte le confessioni: di contattare, quando si vede, si sospetta o si è vittima di abuso sessuale infantile, professionisti, indipendenti e imparziali in applicazione della legge. Non allertate funzionari della chiesa nel segnalare l’abuso.

    Chiediamo a polizie e procure di dedicare maggior tempo ed energie prevenendo la pedofilia e gli insabbiamenti e imputando coloro che occultano crimini sessuali sui bambini.

    Infine preghiamo chiunque sia legato alla scuola media o alla Sala del Regno di Seaford  di ricercare con decisione altri che potrebbero essere stati danneggiati da K. H.C. White.

    Se Perkins e Mulchansignh saranno giudicati colpevoli, auspichiamo ricevano la più rigorosa condanna possibile. Questo è il modo migliore per costringere altri anziani all’obbedienza della legge, alla protezione dei minori e alla segnalazione dei crimini.

    FONTE: SNAP

    STATI UNITI. La Rete americana dei sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti (SNAP) interviene sul caso degli anziani di una congregazione geovista, citati a giudizio per l’omessa segnalazione di un crimine sessuale in danno di minore

  • Bergoglio è triste, è amareggiato, ma perché non reagisce?

    Bergoglio è triste, è amareggiato, ma perché non reagisce?

    Da quando Bergoglio è diventato Papa la stampa ha voluto esaltare ogni sua dichiarazione senza prestare la minima attenzione se poi queste fossero seguite da fatti. Abbiamo vissuto la nascita di un Papa eccezionale aperto a tutto e a tutti, che sa dire buongiorno, buona sera e persino buon appetito. Un vero talento della banalità.

    Possiamo dire senza dubbi che questa non obiettiva esaltazione dei media che hanno gonfiato un enorme castello di carte che così tanto è piaciuto ai cattolici, ma che nei fatti ha dimostrato la sua infondatezza, si è rivelato la sua stessa rovina.

    E adesso?

    Ora di fronte ai fatti più recenti e noti come quello dell’attico di Bertone ristrutturato con i soldi destinati ai bambini, persino il più bigotto dei bigotti si domanda perché Bergoglio non interviene. D’altra parte Bertone è uno dei suoi sottoposti e quell’attico è all’interno della Città del Vaticano, dove Bergoglio che li è il padrone di casa, potrebbe davvero intervenire. D’altronde proprio Bergoglio ha istituito un apposito tribunale per perseguire i reati commessi dagli alti prelati, sarebbe un’ottima occasione per cominciare a usarlo.

    E invece vediamo un pontefice che non sa fare altro che dirsi triste, un pontefice che ancora una volta di fronte all’ennesimo scandalo, anziché pensare e provvedere a risanare almeno la sua chiesa, propaganda banali dichiarazioni come quelle rivolte ieri all’Inps “ Non manchino diritti a lavoro, riposo e pensione”. Per contribuire concretamente potrebbe ad esempio rinunciare ai 6 miliardi che lo stato italiano elargisce ogni anno alla chiesa, così i cittadini potrebbero avere il reddito di cittadinanza. Di certo la chiesa non fallirebbe.

    Anche Rai News dà il suo contributo, ieri ha rilanciato con uno scoop incredibile e di fondamentale importanza per la collettività “Papa Francesco cade in Piazza San Pietro, ma si rialza subito”. Quasi come se quello fosse il problema che oggi sta vivendo la chiesa.

    Sono invece sfuggite alla più grande parte dei media le dichiarazioni di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, quello che nel 2013 chiedeva il testamento agli anziani il quale ritiene che “Fittipaldi e Nuzzi quasi quasi vanno impiccati“, un concetto davvero molto cristiano e indicativo di quanto sia gradita tra il clero pulizia e trasparenza.

    Come sono sfuggiti alla stampa anche i due recenti casi di preti pedofili, quello di don Carlo Chiarenza e quello di don Vincenzo Calà che malgrado la sospensione sono stati “pizzicati” a celebrare messa, uno addirittura ha concelebrato l’ordinazione di un sacerdote.

    Ma non si era detto che ci sarebbe stata “tolleranza zero”?

    In questi anni la malafede è sempre stata la protagonista nella chiesa, da quando sono emersi i primi scandali sulla pedofilia, anni 2000, abbiamo sentito le scuse e le promesse di intervento di ben tre pontefici, San Wojtila, l’emerito Ratzinger e infine Bergoglio.

    Si è detto che il Papa non sapesse, si è detto fossero i suoi segretari a nascondergli i dati e denunce che le vittime negli anni hanno inviato al pontefice di turno.

    Ma allora perché Papa Francesco non risponde a vittime come la 19enne Giada Vitale, lei la lettera gliela data nelle mani di persona.

    Perche non è intervenuto quando la nostra collaboratrice Luisa Bonello gli ha consegnato i fascicoli della Rete L’ABUSO contenente dati e prove su vari casi di preti pedofili italiani, anche la Bonello li ha dati personalmente nelle mani del pontefice.

    Perché non sta intervenendo sul caso del missionario pedofilo don Francesco Zappella, già condannato nel 1991 prima di prendere i voti e oggi nuovamente indagato a Savona per analoghi motivi.

    Anche qui pare proprio che la malafede sia la vera linea di Papa Francesco o quanto meno la morale della chiesa perché la vicenda di don Zappella si svolge ad Albenga, nell’unica diocesi italiana commissariata proprio dal Papa, quella che dovrebbe essere esemplare. Ed invece non abbiamo assistito neppure ad una sospensione, almeno preventiva del sacerdote pregiudicato e oggi nuovamente sotto indagine, ma abbiamo assistito proprio nei giorni in cui i media locali davano la notizia di una nuova indagine, ad una promozione del prete indegno, oggi anche collaboratore della Caritas Diocesana.

    Ma il commissario Borghetti non era stato mandato dal Papa per fare pulizia?

    Queste sono tutte cose sulle quali se davvero volesse il Papa potrebbe intervenire in un batter d’occhio, non pretendiamo interventi rapidi in casi come quello dello IOR, decisamente ben più complesso e difficile da affrontare.

    Ma se il pontefice non è in grado di intervenire neppure sulle cose più banali e semplici come la sospensione di un sacerdote pedofilo, se non interverrà nemmeno a quelle che sono le richieste dei suoi sacerdoti e della sua stessa chiesa, quanta può essere la fiducia che si può riporre nelle sue continue e puntualmente inevase dichiarazioni?

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO .

  • Molto sodali, poco cristiani. Gli abusi all’interno di Sodalitium Christianae Vitae

    Molto sodali, poco cristiani. Gli abusi all’interno di Sodalitium Christianae Vitae

    38314 LIMA-ADISTA. A Lima si torna a parlare degli abusi sessuali che avrebbe perpetrato contro minorenni della sua stessa comunità il fondatore di Sodalitium Christianae Vitae (Scv), Luis Fernando Figari. L’occasione è stata la presentazione, durante la trasmissione “Cuarto Poder” dell’emittente AmericaTv, il 18 ottobre scorso, del libro Mitad monjes, mitad soldados (“Metà monaci, metà soldati”), scritto a quattro mani dal giornalista-scrittore ed ex-sodalite Pedro Salinas – autore nel 2002 diMateo Diez, in cui in forma romanzata racconta l’esperienza (la sua) vissuta da un giovane in una setta religiosa dove trova fanatismo, sesso e perversione – e dalla giornalista Paola Ugaz. I due hanno raccolto una trentina di testimonianze di vittime di stupri e di soprusi fisici e psicologici perpetrati dai “leader spirituali” della società di vita apostolica. “Leader” al plurale perché, già prima che si sapesse di Figari, erano stati scoperti gli abusi commessi dal numero due della Scv, l’ex vicario generale German Doig, morto il 13 febbraio 2001 e del quale era stato avviato a Roma il processo di beatificazione (poi bloccato). «Conduceva una doppia vita» e era dominato da «cattive condotte sessuali», avevano ammesso i membri di Sodalitium in un comunicato pubblicato a gennaio 2011, a conclusione dell’Assemblea generale del Scv per l’elezione del nuovo superiore generale. Contesto non secondario, perché la carica era vacante in seguito alle dimissioni presentate da Figari solo un mese prima, l’8 dicembre, probabilmente per cercare di evitare accuse di complicità e distrarre dalla sua persona. Anche perché, secondo quanto raccontò in quel periodo un altro giornalista, José Enrique Escardó, che da oltre un decennio andava denunciando abusi e maltrattamenti subiti da lui e da altri “sodali” all’interno della comunità, «non c’era nulla che Doig facesse di cui Figari non fosse al corrente, erano come una sola persona»; perciò «Figari non solo sapeva, ma oscurò gli atti commessi da Doig, e la sua rinuncia – evidenziava – ha a che fare con questo». D’altronde, lo stesso Figari già nel 2011 era stato denunciato al Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, retto dal card. Juan Luis Cipriani, membro dell’Opus Dei, e ai competenti organi del Vaticano da un ex affiliato della “famiglia sodalite” per «abusi sessuali gravi» e «maltrattamenti fisici, psicologici e spirituali». Ma sui risultati di tali denunce nulla si sa.

    Sodalitium, dopo i servizi televisivi e di altri media sul libro di Salinas-Ugaz, ha diffuso un comunicato (19 ottobre), in cui esprime innanzitutto «dolore e vicinanza a tutte quelle persone che hanno sofferto e soffrono per azioni o omissioni commesse da alcuni membri della nostra comunità». Poi precisa che, «sulle testimonianze che sarebbero state presentate al Tribunale Ecclesiastico di Lima o a Roma, non essendo stati informati dei loro contenuti né da coloro che le hanno presentate né dalle predette istanze, non possiamo che assicurare la nostra preghiera e la nostra disposizione ad accogliere ogni testimonianza con rispetto, responsabilità e discrezione».

    Si informa anche che dal 2010 (da subito dopo le dimissioni?) «Luis Fernando Figari vive a Roma in una comunità sodalite», lontano dalla vita pubblica e «da qualsiasi ingerenza con il governo della comunità». Chissà perché poi, visto che non si ha notizia di qualsivoglia punizione nei suoi confronti. Comunque, pare non si sia comportato bene neanche ultimamente. Aggiunge infatti il comunicato: «Nel corso del 2014, il superiore generale attuale, dopo aver ricevuto una serie di testimonianze di diversa indole (sic!), ha disposto che intensificasse questa vita di ritiro».

    Figari, laico consacrato, già consultore del Pontificio Consiglio dei Laici, su nomina nel 2002 diGiovanni Paolo II, membro del Sinodo sull’eucarestia nel 2005 per volere di Benedetto XVI, ha fondato Sodalitium Christianae Vitae l’8 dicembre 1971. Noto per le sue simpatie naziste e franchiste, prima di quella data aveva partecipato alla fondazione in Perù di Tradizione, Famiglia e Proprietà, l’associazione legata alle più feroci dittature latinoamericane.

    Ecco come, nel dicembre 2010, Salinas  descriveva la Scv: un «gruppo religioso» che «si regge sull’autoritarismo assoluto, dispotico e dittatoriale», cresciuto – aggiungeva contestualmente il quotidiano (Perù21, 26/12) – «sotto l’ala destra della Chiesa alimentata da conservatorismo, adesione ad idee vecchie, difesa di idee obsolete» (per ulteriori informazioni, v. Adista Notizie nn. 12 e 71/11).

    * Il simbolo di Sodalitium Christianae Vitae. Immagine di SajoR, tratta dal sito Wikimedia Commons, immagine originale e licenza. L’immagine è stata tagliata, le utilizzazioni in difformità della licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/55595

  • Prete shock: “Pedofili nella Chiesa? Se me lo confessano non denuncio”

    Prete shock: “Pedofili nella Chiesa? Se me lo confessano non denuncio”

    È polemica dopo le frasi di don Paolo Farinella sul tema scottante dei preti pedofili. “Se uno invoca il segreto della confessione, non posso denunciarlo”, ha spiegato Farinella, intervistato da “La Zanzara”

    I preti pedofili saranno il tre, quattro per cento del totale. Giovanni Paolo II li ha coperti tutti, almeno quelli che venivano fuori”. A dirlo durante la trasmissione “La Zanzara” su Radio 24 don Paolo Farinella, prete della diocesi di Genova e collaboratore della rivista Micromega, molto noto ai media per le sue posizioni all’interno della chiesa riforsmista.

    Don Farinella ha poi aggiunto: “Se una persona, un prete pedofilo o una vittima, viene da me a confessarsi e mi vincola al segreto io non vado dal giudice. Sono vincolato dal sacramento”.

    Non si tratta solo di questioni teoriche, ammette il religioso. “Mi è successo, certo – ha detto infatti don Farinella – e non sono andato a denunciare. Non posso farlo, me lo riconosce anche la legge. Anche se uno mi dice che ha ammazzato la madre io mantengo il segreto”.

    Alla domanda se non sia un dovere del sacerdote, comunque, denunciare un crimine grave come la pedofilia don Farinella ha risposto: “No, no. Prima bisogna consultarsi con la famiglia. Non ho la patria potestà. Non vado dalla magistratura senza la famiglia, posso solo consigliarli“

    http://www.today.it/cronaca/preti-pedofili-confessione-denuncia.html

  • Papa Francesco, polemiche in Cile: “Il papa ha coperto nomina di un pedofilo”

    Papa Francesco, polemiche in Cile: “Il papa ha coperto nomina di un pedofilo”

    Papa Francesco è sotto l’occhio del ciclone in Cile, dopo la diffusione del video in cui difende la nomina di Juan Barros Madrid, il sacerdote che insabbiò le accuse di pedofilia contro l’amico prelato Fernando Karadima

    Polemiche a non finire in Cile, dopo la diffusione da parte della testata Ahora Noticias di un filmato su Papa Francesco, durante il quale il Pontefice difende strenuamente la nomina di Juan Barros Madrid a vescovo di Osorno, in Cile appunto, eletto il 21 marzo scorso. Tutto normale, se non fosse che Juan Barros Madrid è uno dei personaggi più discussi, tra i fedeli cileni e non.

    Il motivo? Il prelato è accusato dai maggiori media cileni di aver insabbiato le accuse di pedofilia contro il sacerdote 84enne Fernando Karadima, di cui era molto amico tra le altre cose. E quelle su Karadima non erano solo voci, visto che il sacerdote è stato condannato per il reato di pedofilia nel 2011, al termine di un processo sostenuto dalla Congregazione per la Dottrina della fede. La condanna? Il ritiro in una vita di preghiera e penitenza, che ha comportato anche l’abbandono forzato di ogni tipo di attività relativa al suo ministero.

    Ed è per questo che la nomina di Barros a vescovo di Osorno aveva creato polemiche non solo verbali: le proteste sfociarono anche in un vero e proprio scontro fisico davanti alla diocesi di Osorno. La sua nomina fu però appoggiata dalla conferenza episcopale del Cile, ma a mesi di distanza è vivissima la polemica, con un sacerdote di Osorno che, appoggiato da 20 parlamentari, ha chiesto al Papa di sospendere la nomina di Barros.

    Ma, a quanto pare, il Papa non sembra voler sentire ragioni, come dimostra nel ‘video della discordia’: “La Chiesa ha perso la libertà, lasciandosi riempire la testa dai politici e accusando un vescovo senza avere nessuna prova, dopo vent’anni di servizio. Quindi, pensate con la testa e non vi lasciate prendere per il naso da tutti i sinistrorsi che hanno messo in piedi questa cosa. L’unica accusa contro questo vescovo è stata screditata dalla Corte di Giustizia. Quindi, per favore non perdete la serenità. Voi soffrite sì, ma perché siete sciocche, perché non aprite il vostro cuore a quello che dice Dio e vi lasciate trasportare da questi spropositi che dice tutta questa gente. Non lasciatevi prendere per il naso“.

    http://news.fidelityhouse.eu/cronaca/papa-francesco-polemiche-in-cile-ha-coperto-nomina-di-un-pedofilo-162612.html

  • Rivolta in chiesa contro don Pinetto catechista

    Rivolta in chiesa contro don Pinetto catechista

    I genitori non vogliono il prete che fu indagato per pedofilia: «Porteremo via i nostri figli»

    IL SACERDOTE TRASFERITO DA CELLE A SAN FRANCESCO E SANLORENZO. IERI INCONTRO FAMIGLIE-PARROCO

    SAVONA. Le voci corrono. Ma l’arrivo di don Pietro Pinetto, dalla parrocchia di San Michele di Celle a Savona, era passato inosservato. Sino a ieri. Quando le mamme dei bimbi delle due chiese cittadine, in cui il sacerdote svolgerà attività accanto al parroco don Daniele Grillo, San Francesco inpiazza Bologna e San Lorenzo alla Rusca, si sono rivoltate contro la decisione della curia. La causa è da rintracciarsi nelle vicende giudiziarie, che hanno coinvolto il sacerdote, e che si sono concluse ormai due anni fa. Nel 2013, don Pinetto è stato iscritto nel registro degli indagati per abusi sessuali su almeno quattro dodicenni (uno solo di fronte al pm e agli agenti della squadra mobile ha negato), ed il fascicolo è ancora nelle mani del pm Giovanni Battista Ferro in attesa della richiesta dal gip di archiviazione per prescrizione. Don Pinetto, successivamente, era stato accusato di aver ingiustamente denunciato per diffamazione a mezzo stampa Sandro P., una delle vittime,«pur sapendolo innocente, visto che, dalle indagini compiute,sono risultate fondate le accusa di abusi sessuali su minore, perpetrate agli inizi degli anni settanta, in seminario». Un profilo, quello del sacerdote proveniente da Celle, che non è passato inosservato ad alcune delle madri dei duecento bambini, che frequentano le parrocchie savonesi, tra attività di catechismo e scout. Tanto che, ieri sera, prima della consueta riunione di inizio anno per la dottrina dei figli, hanno manifestato con chiarezza l’intenzione di ritirare i figli se sarà don Pinetto a occuparsi delle attività riguardanti i minorenni, come riportato anche da una comunicazione della Rete l’Abuso. «Ci siamo confrontate da alcuni giorni, appena abbiamo preso coscienza della situazione che si sarebbe creata in parrocchia – spiega Francesca, portavoce del gruppo delle mamme savonesi-. Questa sera, nella consueta riunione con il parroco,esprimeremo la nostra assoluta opposizione all’affidamento dei nostri figli al sacerdote, su cui pesano accuse estremamente gravi. Non vogliamo né fare polemiche né attirare l’attenzione dei media: semplicemente, non intendiamo che i nostri figli si possano trovare in situazioni che possano mettere a repentaglio la serenità della loro infanzia. La decisione, che coinvolge un folto gruppo di noi, è chiara: se il sacerdote non verrà sollevato dalle attività, che coinvolgono i nostri bambini e ragazzi, li porteremo altrove». Parole dure, che rischiano di aprire una ferita, nella chiesa savonese, che sembrava ormai chiusa. Costringendo la curia a rivedere i ruoli dei suoi sacerdoti e, soprattutto,a ricreare un filo diretto con i fedeli.

    S.C. Il Secolo XIX Savona

  • Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Trento, Congregazione di Gesù sacerdote, è qui che le diocesi portano i religiosi a “curarsi”: “Così li aiutiamo a riflettere”

    di JENNER MELETTI E ANDREA SELVA

    TRENTO – Sono ormai maturi, i cachi e i kiwi. Nell’orto, gli ultimi pomodori. Sembra di essere fuori dal mondo, in questa casa madre dei padri Venturini. “Congregazione di Gesù sacerdote”, annuncia la targa in marmo. Doveva arrivare qui, don Mario Bonfante, l’ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato “licenziato” perché gay. «Esiste un convento in Nord Italia – ha detto ieri a
    Repubblica – dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci». Prima pioggia e tuoni, poi sole e arcobaleno. Il tempo giusto per raccontare questo convento dove il Male e il Bene sembrano impegnati in una lunga battaglia. «Io posso dire soltanto – dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini – che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi».

    Una statua di Cristo a braccia aperte, pronto ad accogliere tutti. «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e avrete tutto il resto in sovrappiù». La citazione da Matteo è accanto al cancello, aperto a tutti. Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. «Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. ‘Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato’. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto ». Poi la tradizione di accoglienza vince, almeno per qualche minuto. «Venite in refettorio, prendiamo un caffè». Un vassoio di pizze già pronto per la cena frugale della domenica, una cinquantina di posti in tavolate a ferro di cavallo. Un quadro con il fondatore della congregazione, padre Mario Venturini, che aprì questo convento nel 1928.

    «Le spiego perché non vogliamo parlare. Un convento per preti pedofili, preti gay… si è scritto di tutto, con titoli assurdi. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere ‘marchiati’. Questo perché oggi, con Google, rischi l’ergastolo a vita. Faccio un esempio: arriva un nuovo sacerdote in una parrocchia e c’è chi subito va in rete a cercare il suo passato. Magari risulta che è stato nostro ospite e allora tutti pensano chissà che cosa. Ci sono uomini che diventano preti già adulti e magari hanno avuto un passato di droga o altro. Hanno svolto un grande e pesante lavoro di redenzione, ma se il loro nome è stato scritto su un giornale o su un sito si trovano inchiodati al loro passato».

    Quasi nessuno, a Trento conosce bene il lavoro dei Venturini. Un titolo forte il 24 febbraio 1983, quando un sacerdote del convento, don Armando Bison, 71 anni, fu ucciso con un punteruolo a forma di crocefisso, conficcato in testa, da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i “Ludwig” che volevano “moralizzare il mondo” e finirono in manicomio criminale. Chi frequenta il convento conferma che i problemi più presenti, fra chi viene accolto qui, è proprio la depressione. «È alto anche il numero di alcolisti, fra preti soprattutto anziani che hanno smarrito la strada. E poi ci sono i problemi legati al sesso».

    Formazione, accompagnamento, riflessione… Non parla mai di cura, il padre superiore. Ma nella presentazione del sito c’è scritto che «i larghi spazi di accoglienza – una casa grande e tanta campagna intorno – uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà». Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri. Con quale percorso e quale metodo? «Noi non parliamo – dice il superiore – di questo nostro lavoro. Che però è conosciuto dai vescovi di tante diocesi. Loro sanno cosa possiamo offrire. Io dico soltanto che qui nessuno viene perché obbligato. Entrare da noi è una libera scelta». Che però, come nel caso di don Mario Bonfante, è una libera scelta molto condizionata. Un vescovo invita un prete ad entrare nel convento comunità, questi rifiuta e si trova ridotto allo stato laicale.

    In un’intervista a Repubblica. it di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli, nel luglio 2013 padre Gianluigi Pastò era stato più ricco di notizie. «La vita comunitaria allontana il prete dalla sua solitudine. Il primo passo della terapia è l’accoglienza. Noi solitamente vogliamo conoscere la persona poi vediamo se siamo in grado di aiutarla». Padre Franco Fornari è lo psicologo responsabile all’interno del centro. Sedute con cadenza giornaliera e terapia di gruppo coordinata da una psicologa laica. Se necessario, è previsto l’intervento di uno psichiatra laico per le terapie farmacologiche di supporto. I tempi non sono mai brevi. Si resta in convento per uno, due o anche quattro anni. È il vescovo a decidere dove impegnare il sacerdote dopo il lungo periodo di “redenzione”. Chi è stato accusato di molestie ai minori, ad esempio, verrà inviato in un santuario o in un altro convento, senza contatti con i ragazzi e senza attività pastorale aperta.

    Sarebbero sei o sette, in media, gli ospiti del convento comunità. La casa di accoglienza è molto grande, perché un tempo ospitava il seminario della congregazione e tanti sono i preti tornati alla casa madre perché ormai anziani. C’è anche chi se ne va prima di avere terminato il percorso. Non sono in carcere, tutte le porte sono aperte. «Su di noi – dice il superiore generale – sono state raccontate troppe cose sbagliate. È giusto che la nostra opera sia senza pubblicità, anche per rispettare chi viene da noi in cerca di aiuto».

    «Non preoccuparti né del cibo né dei vestiti », è scritto, citando sempre Matteo, cap. VI, nella lapide all’ingresso. Chi entra qui ha purtroppo in testa preoccupazioni più pesanti. Superando la soglia, la lotta fra il Bene e il Male è solo all’inizio. Ma c’è la speranza di “diventare santi”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2015/10/05/news/nel_convento_dove_il_vaticano_manda_i_preti_gay_voi_li_marchiate_noi_li_assistiamo_-124368753/

  • Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Storia di Diego: tradito da Chiesa e Stato per aver denunciato il suo carnefice

    Diego Esposito non ha più paura di affrontare i fantasmi del suo passato. Che poi non sono affatto fantasmi, ma abusi reali, subiti quando era poco più di un bambino. Ne parla come se quello strazio avesse squarciato l’anima di qualcuno altro. In verità, spiega lui, dai danni causati dagli abusi sessuali non si guarisce mai, ma far parte di un’associazione che tutela le vittime di violenza lenisce un po’ le ferite, ti toglie di dosso quella terribile convinzione di essere complice del tuo aguzzino.

    E, cosa più importante, ti fa capire che ricominciare a vivere è non solo un diritto ma un dovere verso se stessi. Anche quando manca la forza. Diego l’ha ritrovata a 25 anni, otto anni dopo la fine di quell’incubo, quando il suo corpo, per fortuna, s’è ribellato al posto suo. Il giorno in cui il giovane napoletano, oggi 40enne, rivelò quel terribile segreto, fu dopo l’ennesimo ricovero in ospedale.

    Era diventato ormai un vizio, accusava ormai da anni dolori allo stomaco lancinanti e sveniva, sveniva di continuo. I medici lo avevano sottoposto ad ogni sorta di controllo: gastroscopie, tac, lastre, raggi, risonanze, ma niente. Diego non presentava alcuna patologia. Fu allora che di fronte all’opera incessante dello psicologo fu costretto a tirare fuori quel dolore che lo stava consumando.

    Il suo viaggio a ritroso nel tempo lo riportò a quel giorno maledetto in cui per la prima volta Silverio Mura, sacerdote e insegnante di religione in un istituto scolastico di Pollena Trocchia (Na), interruppe tragicamente la sua adolescenza. «Era il mio insegnate. La mia famiglia ed io, devotissimi, vedevamo in lui quella figura divina e misericordiosa che è Dio. Non ci vedemmo nulla di strano quando mi invitò, in un pomeriggio qualunque, ad andarlo a trovare a casa sua. Anzi mi sentii onorato». Diego aveva solo 13 anni e la sua innocenza gli impedì di capire cosa sarebbe successo di lì a poco quando mise piede in quella casa di celestiale pare avesse ben poco. «Appena arrivai nel soggiorno notai che don Silverio stava guardando “L’esorcista”. Io ebbi subito paura, ma mi costrinse a guardare quelle scene orribili. Solo dopo lo psicologo mi ha spiegato che quello fu il suo modo per intimorirmi e rendermi innocuo. Così, quando mi chiese di spostarci in camera da letto fui addirittura felice, lì non c’era la tv. Ma una volta in quella stanza, spostò un divano dietro la porta per impedire che sua madre e sua sorella entrassero. Si sdraiò sul letto e mi chiese di fare lo stesso. Cominciò ad accarezzarmi e poi mi baciò, diceva di volermi bene. Non so spiegare bene cosa provai, un misto di paura, vergogna e ribrezzo che mi impedì di reagire».

    Il racconto che segue dopo è osceno, devastante. Un bambino immobile e terrorizzato che viene abusato ripetutamente con il sottofondo delle urla agghiaccianti dei protagonisti di film horror. Quasi tutte le volte. Anche tre volte a settimana. Per cinque anni. Diego sin da subito comincia ad avvertire i primi malesseri, vomita spesso, e così un giorno minaccia di rivelare tutto. Ma il prete non si lascia intimorire e decide di fargli un regalo: gli compra una moto di piccola cilindrata. E per assicurarsi che il ragazzino mantenga il silenzio, va spesso a pranzo a casa sua guadagnandosi la fiducia dei genitori. È solo il tempo a mettere fine allo scempio, quando il giovane ha poco più di 17 anni e l’orco smette di manipolargli il cervello.

    «La mia mente era come rapita, la comandava da lui, anche a distanza, forse anche oggi che non lo vedo più da anni. Ha creato come una dipendenza, non sarei nemmeno capace di fargli del male. Forse lo temo ancora, ho ancora paura, questo è sicuro. Non so se lei riesce a capire cosa è successo».

    Diego cerca di dimenticare in fretta. Pochi mesi più tardi incontra la donna della sua vita, quella che sposerà soltanto due anni dopo proprio al cospetto di don Silverio, il quale battezzerà anche due dei suoi tre bimbi venuti al mondo. È il 2010 quando il suo medico lo costringe a denunciare.

    Alla Procura consegna, insieme a una dettagliata testimonianza, un video pubblicato anche dal sito del programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura) in cui la vittima ha registrato di nascosto la conversazione, piuttosto esplicita, tenuta con il parroco e informa anche il Cardinale Sepe.

    La sua battaglia, però, risulta sembra vana. Il pedofilo, denunciato nel frattempo anche da altri ragazzi, viene soltanto trasferito, questa volta a Nola (Na), dove gli viene tranquillamente concesso di insegnare in una scuola media, mentre il processo, per via delle assurde leggi vigenti che riguardano il reato di pedofilia, cade in prescrizione. Il suo avvocato, Sergio Cavaliere, però, non si arrende. Innsieme al suo assistito scrive un’accorata lettera a Papa Francesco, il quale risponde tempestivamente alla missiva ordinando il trasferimento di Silverio Mura presso una struttura adeguata, dove pare si trovi adesso, e chiede di aprire nuovamente il processo a suo carico.

    Ma è qui che comincia nuovamente il dramma della povera vittima. Quando si rivolge alla curia per avere informazioni sulle sorti del parroco e sull’eventuale inizio del processo, nessuno si rende disponibile. Così, nel luglio scorso il giovane, in preda alla disperazione, invia una mail in cui minaccia di spararsi un colpo alla testa in caso di mancata risposta. Dalla curia continuano a non rispondere, ma in compenso la leggono e la inoltrano alla Procura. Per Diego è la fine. Il suo lavoro necessita della licenza del porto d’armi, prontamente revocato dopo la missiva. Non solo Stato e Chiesa non lo tutelano, ora lo lasciano anche senza lavoro.

    A questo punto, per protesta, si reca sotto gli uffici della curia gridando di volere una Chiesa pulita e trasparente. Ma per poco. Arrivano sul posto dieci pattuglie di polizia e lo portano via. Decide di raccontare tutto alla stampa ma, secondo la sua versione, molti giornalisti si rifiutano di pubblicare la sua storia. Forse perché certi giornali hanno perso il coraggio di denunciare o più semplicemente perché non hanno mai smesso di aver paura di certi poteri.

    Diego, però, è testardo, lui invece non ha mai smesso di credere nella Giustizia e in Dio, nonostante tutto, e, forte delle sue dieci pillole giornaliere che provano a calmargli ansie e paure, rimane fermamente aggrappato alla sua ultima e flebile speranza: la lettera che il suo avvocato sta nuovamente inviando al Santo Padre.

    Francesca Lagatta