Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • George Pell, ministro delle finanze del Vaticano accusato di abusi su un bimbo di 12 anni

    George Pell, ministro delle finanze del Vaticano accusato di abusi su un bimbo di 12 anni

    Il prossimo 29 febbraio il cardinale testimonierà via video da Roma davanti a una commissione australiana su distinte accuse di insabbiamento. «Oltraggiosa» fuga di notizie false.

    Il cardinale George Pell, arcivescovo emerito di Sidney e prefetto della Segreteria dell’Economia, respinge risolutamente le accuse di abusi sessuali su minori accreditate da un giornale australiano, Herald Sun, e, a una settimana dall’audizione in video-collegamento da Roma con una commissione governativa sugli abusi dove gli viene contestata da alcune vittime non già di aver compiuto abusi ma di avere insabbiato le accuse rivolte nei decenni scorsi contro alcuni sacerdoti sotto la sua responsabilità, critica la sospetta tempistica di questa fuga di notizie.

    «Il cardinale Pell deve testimoniare davanti alla commissione reale tra una settimana. La tempistica di queste fughe di notizie è chiaramente finalizzata a fare il massimo danno al cardinale e alla Chiesa cattolica e a minare il lavoro della commissione reale», si legge in una dichiarazione diramata dai suoi uffici. «Queste accuse sono senza fondamento e assolutamente false».

    Il Herald Sun ha scritto che il cardinale Pell è sotto inchiesta da parte dalla taskforce Sano della polizia dello stato australiano di Victoria per aver compiuto diversi abusi su minori sia stabilmente che occasionalmente all’epoca in cui era semplice prete a Ballarat e vescovo a Melbourne.

    «E’ oltraggioso che queste accuse siano state portate all’attenzione del cardinale tramite una fuga di notizia sulla stampa», si legge nella nota. «Il cardinale ha sollecitato un’inchiesta pubblica sulla fuga di notizia di queste accuse false dall’interno della polizia di Victoria chiaramente tesa a screditare il cardinale in un caso nel quale i fallimenti della polizia di Victoria sono stati evidenti».

    Nella sua nota il card. Pell fa riferimento all’inchiesta Southwell, una indagine indipendente della Chiesa in merito all’accusa di abusi che il porporato avrebbe commesso a danno di un chierichetto nel corso di un campo estivo a Phillip Island nel 1962. L’indagine, che fu condotta dal giudice in pensione della corte suprema Alec Southwell si concluse con l’assoluzione del porporato. «Le accuse relative a Phillip Island sono pubbliche da 15 anni e il rapporto Southwell che scagiona il cardinale Pell è di pubblico dominio dal 2002», si legge nella nota di oggi. «La polizia di Victoria non ha mai preso l’iniziativa in tutto questo periodo per perseguire le false accuse che allora vennero fatte, tuttavia il cardinale certamente non ha obiezioni all’ipotesi che essi rivedano il materiale che ha portato il giudice Southwell a scagionarlo. Il cardinale è certo che la polizia raggiungerà velocemente la conclusione che le accuse erano false». Ad ogni modo, «la polizia di Victoria non ha mai cercato di interrogarlo in relazione ad alcuna accusa si abusi sessuali su minori e a parte la falsa accusa indagata dal giudice Southwell il cardinale non è a conoscenza di nessuna accusa o incidente che lo riguarda.

    Pell «respinge ogni accusa di aver compiuto errori. Se la polizia vuole interrogarlo, egli coopererà, come ha sempre fatto con ogni indagine pubblica». Poiché c’è la chiara indicazione che diversi mass media hanno ricevuto «informazioni confidenziale filtrate da qualcuno all’interno della polizia di Victoria», il cardinale chiede «al premier e alla polizia ministeriale di indagare immediatamente la fuga di notizie di queste accuse senza fondamento».

    Il cardinale Pell testimonierà in video davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) il prossimo 29 febbraio. Con una raccolta fondi di «crowdfunding», 15 vittime si apprestano a viaggiare a Roma per assistere all’audizione del cardinale. «Come arcivescovo per circa venti anni egli ha avuto un ruolo di guida nel porre fine agli insabbiamenti, nel proteggere le persone vulnerabili e nel tentare di portare giustizia alle vittime», si legge in una distinta nota diramata nei giorni scorsi dagli uffici del porporato 74enne, che ha ottenuto di non recarsi in Australia per l’audizione per gravi motivi di salute. «Come il cardinale Pell ha fatto dopo le prime audizioni, è pronto a incontrare ed ascoltare le vittime ed esprime il suo continuo sostegno».

    http://www.lastampa.it/2016/02/19/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pell-respinge-accuse-di-abusi-e-denuncia-la-tempistica-sospetta-ivZmNClqmL2VNMVIeeeqwK/pagina.html

  • Sbatti il reverendo in prima pagina

    Sbatti il reverendo in prima pagina

    Ha scosso il mondo cattolico l’inchiesta sui preti pedofili iniziata negli Usa alcuni anni fa che è ora un film Spotlight (sei nomination agli Oscar) di Tom McCarthy, visto a Venezia e da giovedì scorso in sala anche in Italia. Perfetto film di genere, ambientato nel mondo del giornalismo americano, diretto alla perfezione dal regista Tom McCarthy.

    Siamo al Boston Globe, deve arrivare un nuovo direttore e già dalle prime battute entriamo nel linguaggio scabro fatto di partite di poker, risposte fulminanti e poche chiacchiere. I capi redattori coordinano (Michael Keaton), i cronisti scalpitano, poi c’è anche una donna (Rachel McAdams) per par condicio e l’outsider (Mark Ruffalo), che non molla mai la presa. Ora ha per le mani il caso di un prete che ha molestato bambini, ma può un giornale i cui lettori sono più della metà cattolici fare causa alla chiesa? Anche il nuovo direttore è un personaggio che fa scalpore, dritto allo scopo nel rendere indispensabile il quotidiano, in un’epoca (siamo nel 2001) in cui internet azzera le vendite. Di poche parole, ha una strategia in mente e indirizza le ricerche verso una strada di non ritorno, come succederà, facendo infine scoppiare un caso di cui ancora si parla.

    L’indagine durerà parecchi mesi a partire dai tredici casi di preti conosciuti ai novanta che emergono via via, alle interviste senza mezzi termini a base di: «la gente vuole sapere i particolari», dove è successo? quando è successo? Il gruppo dei cronisti è lanciato sulle piste dell’avvocato (Stanley Tucci) che difende le vittime di violenze, dell’avvocato che patteggia direttamente con la chiesa ottenendo altissimi risarcimenti. E per convincere i pezzi grossi più reticenti basterà chiedere: «Ma tu non vuoi stare dalla parte giusta?». Fino ad arrivare al cardinale Law dell’Arcidiocesi (Giovanni Paolo lo trasferì a Roma, a Santa Maria Maggiore) che «sa qualcosa» e che regala al direttore del Globe un voluminoso catechismo dicendogli: «la prenda come una guida di Boston». La Chiesa infatti, viene sottolineato, è la grande benefattrice di Boston, intorno a lei girano gli affari.

    Non si dimentica neanche l’importanza che ha l’archivio in un giornale: lì infatti come punto di partenza si ritrovano i ritagli degli articoli su diversi casi che presi separatamente non significavano molto, ma che quando la rete inizia a comporsi saranno la base su cui costruire. Il grosso ostacolo contro cui combatte il team di cronisti, il gruppo Spotlight da cui prende il titolo il film, è appunto il silenzio, l’autoassoluzione dei preti, l’omertà della società, il senso di vergogna delle vittime che costituisce la leva dei preti pedofili per ottenere il silenzio.

    Sono vittime scelte non a caso tra bambini poveri, quasi sempre senza padre che vedono nella benevolenza del loro prete quasi un incontro con Dio, ma che spesso poi ricorrevano al suicidio o alla droga. Quelli ancora vivi cominciano a raccontare. La quantità di casi che emerge sgomenta: si deve trattare di un grande numero di preti, altrimenti non avrebbero potuto farla franca così a lungo. Finiscono con lo scoprire che si tratta di una percentuale vicina al 6% del clero e l’elenco dei nomi completerà la ricerca, messi in riposo o in case di cura per malattie mentali una volte scoperti, ma senza per questo abbandonare il sacerdozio.

    Una cultura della clandestinità che confligge pesantemente in ogni caso con l’etica protestante dominante nel paese. Portare alla luce, far parlare, fuori i nomi e le cifre. Nel frattempo ricordiamo che il cardinal Ratzinger dall’Italia interveniva contro i media americani che gettavano discredito e si dovrà aspettare papa Francesco per la condanna definitiva portando in giudizio per abuso di ufficio i vescovi che non abbiano dato seguito alle denunce degli abusi sui minori. Nel film l’attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico. Il caso in tutta la sua analisi particolareggiata (si parla di 7000 preti coinvolti negli Usa) viene pubblicato nel 2002 e diventa materia esplosiva prima nel paese e poi nel mondo intero. Nel 2003 l’inchiesta valse il Pulitzer come miglior servizio pubblico.

  • Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Il film di Tom McCarthy, “Il caso Spotlight”, arriva in Italia in uno dei periodi più controversi della lotta alla pedofilia clericale annunciata dalla Chiesa di Bergoglio.

    di Federico Tulli

    Massima trasparenza e tolleranza zero. Da tre anni sono le parole d’ordine di papa Bergoglio quando c’è di mezzo la storica e drammaticamente attuale questione della pedofilia nel clero cattolico. Ma queste parole corrispondono a fatti concreti? L’occasione per capire a che punto è l’opera di rinnovamento della Chiesa guidata dal pontefice gesuita è venuta in questi giorni da due vicende scollegate tra loro, almeno in apparenza.

    Della prima è stato protagonista nella totale indifferenza dei media italiani un alto esponente della Compagnia di Gesù, monsignor Tony Anatrella. «I vescovi non sono obbligati a denunciare gli abusi sui minori compiuti da preti» ha tuonato il prelato francese dal pulpito del Pontificio Consiglio per la Famiglia di cui è consulente in qualità di psicoterapeuta. Di fatto negando uno dei capisaldi della Lettera circolare pubblicata il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede con l’obiettivo di suggerire la traccia da seguire da parte di tutte le diocesi del mondo nelle rispettive Linee guida antipedofilia. «L’abuso sessuale di minori – si legge al punto 1e) della Lettera della Cdf – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile.

    Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    L’esternazione di mons. Anatrella è stata rilanciata dalla stampa in (quasi) tutto il mondo occidentale – dal Guardian al Washington post – proprio nelle ore in cui si consumava una clamorosa rottura all’interno della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori creata da papa Francesco nel 2014. Dopo diversi mesi da separato in casa, uno dei membri laici, il britannico Peter Saunders, è stato messo in “aspettativa” per “meditare” sul contributo che può portare alla Commissione. Qual è il compito specifico di questo organismo lo ha spiegato lo stesso Francesco all’atto della fondazione: «…. sarà quello di propormi le iniziative più opportune per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, sì da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa».

    Come riporta Repubblica, la decisione di allontanare Saunders, che in patria svolge la professione di avvocato di vittime di sacerdoti pedofili, è legata alle sue critiche nei confronti del cardinale George Pell. Dalla scorsa primavera il super ministro vaticano dell’Economia è accusato da Saunders di sottrarsi con dei certificati medici agli interrogatori della Commissione governativa australiana che deve far luce sugli abusi nel suo Paese d’origine, riguardo alla gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di pedofilia nella diocesi di Melbourne, quando Pell ne era l’arcivescovo. Tuttavia l’avvocato inglese non è stato il solo a puntare il dito contro la scarsa propensione di Pell a fare chiarezza sugli scandali pedofili di cui si è macchiata la Chiesa cattolica australiana. Emiliano Fittipaldi nel suo libro inchiesta “Avarizia” (Feltrinelli) racconta di diversi mal di pancia scoppiati nell’entourage di papa Francesco quando il pontefice argentino ha chiamato Pell a ripulire l’immagine internazionale della Chiesa sporcata da decenni di gestione opaca (in alcuni casi criminale) delle finanze vaticane. Data la fama che si porta appresso dall’emisfero australe, per alcuni confidenti di Bergoglio Pell non sembra la persona più indicata a riflettere nel mondo l’immagine di pulizia e trasparenza che richiede un ruolo del genere.

    Tutti elementi inducono a pensare che, sebbene la commissione antipedofilia sia stata presentata urbi et orbi come un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai pontificati precedenti, la Santa Sede ha ancora delle notevoli contraddizioni interne da risolvere.

    A cominciare proprio dalla svolta rispetto al passato, come si evince da un’affermazione di Saunders: «Nulla è cambiato in questi anni in termini di trasparenza quando in Vaticano si devono affrontare casi di abusi su minori» ha detto l’avvocato durante la conferenza stampa di “commiato” dalla Commissione che si è svolta a Roma il 6 febbraio.

    Con questo scenario sullo sfondo va sottolineata la tempistica con cui la Bim distribuzione porta nelle sale italiane “Il caso Spotlight”. Candidato a sei Oscar e tre Golden globe, il film di Tom Mc Carthy esce giovedì 18 febbraio. Spotlight era il nome della squadra di giornalisti del Boston Globe che nel 2001 indagarono su alcuni casi di pedofilia segnalati in precedenza anche al giornale e mai finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria. Per mesi i coraggiosi giornalisti, guidati da un direttore per nulla intimorito dalle pressioni più o meno velate di illustri abitanti della città più europea e cattolica degli Stati Uniti, intervistarono le vittime, passando in rassegna migliaia di pagine di documenti fino a scoprire anni di insabbiamenti da parte delle gerarchie cattoliche guidate dal potente arcivescovo Bernard Law. Il 6 gennaio 2002 la svolta. Dopo aver sistemato tutti i tasselli, il Globe apre con il primo articolo dall’eloquente titolo a nove colonne: “Church allowed abuse by priest for years”. Alla fine del 2002 si conteranno altri 600 articoli, in cui furono ricostruiti circa 1000 casi di abusi psicofisici nei confronti di altrettanti bambini da parte di 70 preti della diocesi di Boston. Su tutti spicca padre Geoghan, ucciso in prigione nel 2003 dove si trovava per una condanna a dieci anni, al quale sono attribuiti ufficialmente 130 stupri.

    Lo scoop, che nel 2003 fruttò il Pulitzer al Boston Globe, fu per la Chiesa cattolica americana l’equivalente del Watergate. Non solo costò il posto a mons. Law che ammise di aver nascosto per anni gli abusi dei suoi sacerdoti, ma dette la forza a migliaia di vittime rimaste in silenzio e isolate dalla Chiesa di cui si fidavano ciecamente (questo genere di abusi avviene quasi sempre all’interno di ambienti profondamente religiosi) di denunciare quanto subito alle autorità civili. Emerse così che l’insabbiamento delle segnalazioni e il trasferimento dei sacerdoti sospettati di pedofilia erano la norma negli Usa. Ben presto, grazie alla lezione universale di giornalismo realizzata dall’inchiesta Spotlight e magistralmente ricostruita da Mc Carthy, si scoprirà che lo stesso accadeva da decenni anche in Europa, Australia, Sud America e Africa.

    Una lezione ignorata a tutti i livelli in Italia se pensiamo che la Conferenza episcopale in piena sintonia con mons. Anatrella e ignorando il suggerimento della Cdf di cui si è parlato all’inizio, nelle proprie Linee guida antipedofilia stabilisce che i vescovi italiani non sono obbligati a denunciare i sacerdoti pedofili alla magistratura. Perché? «Per tutelare la privacy delle vittime» ha spiegato senza imbarazzo il capo della Cei, card. Bagnasco, il 30 marzo 2014. Una presa di posizione che finalmente la Pontificia commissione antipedofilia si è decisa a criticare, con inspiegabile ritardo, proprio in queste ore. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società” si legge in una nota diramata il 15 febbraio dall’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley.

    A tal proposito, tra i tanti meriti de “Il caso Spotlight”, nel cui cast troviamo Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Stanley Tucci, c’è quello di aver reso con estrema precisione l’idea di quanto sia importante la trasparenza nella gestione dei casi di abusi clericali e al tempo stesso quanto sia distruttiva per la salute psico fisica delle vittime qualsiasi strategia “istituzionale” che non vada in questa direzione. In questo contesto, occorre ribadirlo, la pellicola di Tom Mc Carthy dimostra quanto sia decisivo il ruolo di un’informazione libera e indipendente. Ma non solo.

    La chiave per capire come i giornalisti di Spotlight siano riusciti a sbaragliare il potentissimo avversario sta nel fatto che si sono posti con un approccio laico, affettivo, nei confronti dei loro interlocutori sopravvissuti alle violenze. Vale a dire senza innalzare la barriera del giudizio morale che scatta con il pensiero religioso fondato sulla convinzione violentissima che sia il bambino (cioè il diavolo che sarebbe la sessualità umana) a indurre in tentazione l’uomo di fede. Una idea perversa che annulla la realtà del bambino (che non ha sessualità, la dimensione psicofisica che si realizza nella consapevolezza di sé con la pubertà), e che da un lato ha sempre alimentato il senso di colpa e di oppressione delle vittime riducendole al silenzio e dall’altro ha fornito alla Chiesa cattolica la giustificazione ideologica su cui poggia la garanzia di impunità ai pedofili in tonaca e crocifisso al collo.

  • «Preti pedofili, il mio film in cerca di verità»

    «Preti pedofili, il mio film in cerca di verità»

    Thomas McCarthy, regista de “Il caso Spotlight”, il film candidato a sei Oscar descrive il lungo processo di preparazione che lo ha portato a scrivere la sceneggiatura insieme a John Singer

    DI  MARCO CONSOLI
    «Per documentarmi ho letto talmente tante storie di abusi che in alcuni momenti ho provato una rabbia indescrivibile. Credo che le vittime non vogliano altro che trasparenza da parte della Chiesa e non qualche alto prelato che insabbi tutto». Thomas McCarthy, regista de “Il caso Spotlight”, candidato a sei Oscar, in uscita il 18 febbraio, descrive così il lungo processo di preparazione che lo ha portato a scrivere la sceneggiatura insieme a John Singer: il film racconta l’indagine da Pulitzer di un gruppo di reporter investigativi del “Boston Globe” (il team “spotlight”), che nel 2002 ha smascherato oltre settanta preti colpevoli di crimini sessuali su minori, coperti per anni dall’arcidiocesi della città. «Ho sentito la responsabilità quando ho iniziato a parlare con i giornalisti (interpretati da Liev Schreiber, Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams) e con alcune delle vittime», prosegue McCarthy: «Ho capito che bisognava accendere i riflettori su questa vicenda».
    Com’è arrivata sulla sua scrivania?
    «Me l’hanno offerta i produttori, che avevano acquistato i diritti. Il film è prodotto da Participant Media, società che finanzia storie su temi seri e per cui avevo già diretto “L’ospite inatteso”, sul tema dell’immigrazione clandestina. La loro idea è che il cinema debba far riflettere gli spettatori, in questo caso su una ferita ancora aperta, ovvero la pedofilia nella Chiesa».Crede che l’avvento di Papa Francesco possa cambiare le cose?
    «Sono entusiasta della via del progresso intrapresa da questo Papa e ci sono moltissimi bravi preti, ma la Chiesa resta per molti versi un’istituzione medievale, arroccata su posizioni di retroguardia. Papa Francesco ha già scatenato la reazione negativa di molti cardinali e vescovi americani. Sono loro il vero problema e se mi chiede se cambierà qualcosa, penso che non sarà così».
    Il film è anche un elogio del lavoro dei reporter…
    «Il buon giornalismo sta morendo, e noi volevamo sottolinearlo. C’è qualcosa di malinconico nel lavoro di chi fa inchieste e se ne sta solo fino a notte fonda a fare ricerche lunghe e difficili. Può essere eccitante, ma anche molto duro. E conoscendogli autori di quell’inchiesta abbiamo capito che il giornalismo investigativo è un servizio reso alla collettività».
    http://espresso.repubblica.it/visioni/2016/02/17/news/preti-pedofili-il-mio-film-in-cerca-di-verita-1.250653
  • Coprì decine di abusi pedofili: interrogato a Roma davanti alle vittime il cardinale Pell

    Coprì decine di abusi pedofili: interrogato a Roma davanti alle vittime il cardinale Pell

    Già arcivescovo di Melbourne e Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano, il prelato è atteso dalla comissione d’inchiesta.

    Redazione Tiscali

    Ha superato ogni aspettativa in Australia la raccolta fondi per finanziare il viaggio a Roma di vittime di abusi del clero, perché possano assistere di persona alla testimonianza del cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto degli Affari economici del Vaticano, davanti alla Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali a minori.

    L’obiettivo quadruplicato – Il presidente della Commissione, il giudice Peter McClelland, dopo aver esaminato il certificato medico, secondo cui le condizioni cardiache sconsigliano al 74/enne prelato il viaggio in aereo, ha accettato che deponga da Roma in videolink. E’ presto scattata una campagna di sottoscrizione per finanziare il viaggio delle vittime, con un target di 55 mila dollari (36 mila euro) subito superato, con un totale che ha già raggiunto quota 200 mila. Una campagna a cui ha dato ancora più visibilità una canzone satirica, ‘Come home (torna a casa) cardinal Pell’, che ha subito spopolato sui social media.

    Trovare il luogo giusto – I fondi raccolti consentiranno al gruppo di vittime e sostenitori di essere accompagnati da medici e psicologi. La Commissione d’inchiesta non ha ancora assicurato un luogo appropriato da cui Pell possa testimoniare, e perché le vittime possano assistere è necessario che sia aperto al pubblico e che Pell sia d’accordo con il luogo scelto. Luogo preferito sarebbe l’ambasciata australiana a Roma.

    Abusi coperti per decenni – In passate udienze Pell è stato nominato più volte da vittime di pedofilia, secondo cui avrebbe ignorato e anche coperto per decenni abusi commessi da sacerdoti, permettendone il trasferimento da una parrocchia all’altra. Asserzioni che Pell ha più volte respinto. L’ufficio di Pell ha rilasciato un comunicato in cui dichiara che “il cardinale continuerà a cooperare con qualsiasi disposizione che la commissione d’inchiesta determinerà. Come ha fatto in udienze precedenti, è disposto a incontrare e ad ascoltare le vittime e a esprimere il suo continuato sostegno”. Il gruppo di vittime ha accolto con soddisfazione la notizia che il cardinale li potrà incontrare a Roma, ma sottolinea che la loro priorità è di vederlo deporre sotto giuramento, non di avere un ‘incontro privato con lui. “Questo sarà un viaggio estenuante, doloroso per tutti noi. Lo affrontiamo per poter essere nella stessa aula con lui e vederlo essere parte dei procedimenti della commissione, come abbiamo fatto noi”, ha detto uno di loro, David Ridsdale, che subì abusi dallo zio sacerdote e ha accusato Pell non solo di averlo ignorato, ma anche di aver tentato di comprare il suo silenzio.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/Copri-decine-di-abusi-pedofili-interrogato-a-Roma-davanti-alle-vittime-il-cardinale-Pell/

  • Inizia a sgretolarsi in Polonia il muro di omertà e connivenza coi preti pedofili

    Inizia a sgretolarsi in Polonia il muro di omertà e connivenza coi preti pedofili

    Da Google traduttore

    Pene più severe per il sacerdote Kalinówki, andrà in prigione per molestie su minori

    Contro la pena sospesa per il parroco protestò l’anno scorso, i membri dell’organizzazione SNAP, che riunisce le vittime di preti pedofili, così come la fondazione, “Non abbiate paura”, che lottano per i diritti delle vittime da parte del clero
    fot. archive

    Tre anni trascorrono in carcere Stanislaw G., ex parroco a Kalinówka nel distretto di Zamosc. Ha lavorato anche come catechista in una scuola di Sulmicach.

    Due anni fa, l’ufficio del procuratore ha riferito la madre di 10-year-old girl, che Padre G. insegnato religione e si stava preparando per la comunione. Ha detto che il suo bambino è stato abusato da un prete. Quando i pubblici ministeri hanno iniziato in discussione altri genitori hanno scoperto che c’è ancora altri quattro bambini svantaggiati.

    Una delle ragazze ha avuto il prete mise le mani sotto le mutandine e toccare le natiche. Un’altra tocca il seno. Le molestie si è verificato sia a scuola e in chiesa. La credibilità dei bambini ha confermato parlando con loro, esperti psicologi.

    – John G. ha confessato a tre delle cinque accuse, ma ha rifiutato di fornire spiegazioni – ha detto ai giornalisti indagando sulla questione Bartosz Wojcik, capo della Procura della Repubblica di Zamosc.

    dettagli scioccanti di questo caso sono stati tenuti segreti per il bene degli studenti svantaggiati. Per lo stesso motivo il processo stava rotolando a porte chiuse.

    Nel mese di ottobre dello scorso anno, la Corte distrettuale di Zamosc prete condannato a due anni di reclusione, sospesi per cinque anni di libertà vigilata, 3000. bene zł e bandito a vita dal lavorare con i bambini.

    – Questo giudizio è uno scandalo – ha commentato legali svantaggiati ragazze e le loro famiglie Marek Lisinski la fondazione “Non abbiate paura”. – Questo uomo non soffre praticamente senza conseguenze delle loro azioni. Per parlare di qualsiasi decenza deve essere immediatamente espulso dal sacerdozio, passare molti anni in prigione ed essere trattati con le loro tendenze malsane.

    Curia di Zamosc-Lubaczowska ancora in fase deciso la rimozione di una religione sacerdote incaricato di insegnare, il ministero sacerdotale in parrocchia e lui si mosse come un residente della parrocchia di S. Nicholas Hrubieszow. Al piano terra della casa in cui vivere, ogni giorno le classi erano studenti della scuola media e studenti delle scuole superiori provenienti da una scuola vicina.

    Per questo motivo, e in segno di protesta contro il scandalosamente bassa giudizio nel novembre dello scorso anno, prima che la nuova residenza del sacerdote hanno protestato membri SNAP dell’organizzazione, che riunisce le vittime di preti pedofili, così come la fondazione, “Non abbiate paura,” lotta per i diritti delle vittime da parte del clero.

    Allo stesso tempo, un ricorso presentato sospeso avvocato che rappresenta i genitori dei minori vittime e l’accusa, che ha chiesto il religioso carcere tre anni spietata. Il Tribunale distrettuale di Zamosc ha confermato proprio una tale punizione. Anche proibì Padre. Stanislaw G. sette anni a contatto con minori vittime e portandoli a meno di 50 metri.

    La sentenza è definitiva. Padre Stanislaw G. presto ottenere una citazione a comparire in carcere. Il suo caso sia ora vaticana Congregazione per la dottrina della fede, che può espellere prete pedofilo dallo stato clericale.

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    www.dziennikwschodni.pl/lublin/n,10…-wiezienia.html

    Surowsza kara dla księdza z Kalinówki, trafi do więzienia za molestowanie dzieci

    Przeciwko karze w zawieszeniu dla proboszcza protestowali w ubiegłym roku członkowie organizacji SNAP, skupiającego ofiary księży-pedofilów, a także fundacji „Nie lękajcie się” walczącej o prawa pokrzywdzonych przez duchownych
    fot. archiwum

    Trzy lata spędzi w więzieniu Stanisław G., były proboszcz parafii w Kalinówce w powiecie zamojskim. Pracował także jako katecheta w szkole w Sulmicach.

    Dwa lata temu do prokuratury zgłosiła się matka 10-letniej dziewczynki, którą ksiądz G. uczył religii i przygotowywał do komunii. Powiedziała, że jej dziecko było przez kapłana molestowane. Kiedy prokuratorzy zaczęli przesłuchiwać innych rodziców okazało się, że jest jeszcze czworo innych poszkodowanych dzieci.

    Jednej z dziewczynek ksiądz miał wkładać ręce pod majtki i dotykać pośladków. Innej dotykał piersi. Do molestowania dochodziło zarówno w szkole, jak i w kościele. Wiarygodność dzieci potwierdzili rozmawiający z nimi biegli psychologowie.

    – Stanisław G. przyznał się do trzech z pięciu zarzutów, ale odmówił składania wyjaśnień – mówił pytającym o sprawę dziennikarzom Bartosz Wójcik, szef Prokuratury Rejonowej w Zamościu.

    Wstrząsające szczegóły tej sprawy zostały utajnione ze względu na dobro pokrzywdzonych uczennic. Z tego samego powodu proces toczył się przy drzwiach zamkniętych.

    W październiku ubiegłego roku Sąd Rejonowy w Zamościu skazał kapłana na dwa lata więzienia w zawieszeniu na pięć lat, dozór kuratora, 3 tys. zł grzywny oraz dożywotni zakaz pracy z dziećmi.

    – Ten wyrok to skandal – komentował pełnomocnik pokrzywdzonych dziewczynek i ich rodzin Marek Lisiński z fundacji „Nie lękajcie się”. – Ten człowiek nie poniesie praktycznie żadnych konsekwencji swoich czynów. Żeby mówić o jakiejkolwiek przyzwoitości powinien zostać natychmiast wydalony ze stanu kapłańskiego, spędzić w więzieniu wiele lat i być leczony ze swoich niezdrowych skłonności.

    Kuria zamojsko-lubaczowska jeszcze w trakcie procesu zdecydowała o odsunięciu księdza od nauczania religii, posługi kapłańskiej w parafii i przeniosła go jako rezydenta do parafii św. Mikołaja w Hrubieszowie. Na parterze domu, w którym zamieszkał, każdego dnia zajęcia mieli gimnazjaliści i licealiści z pobliskiej szkoły.

    Z tego właśnie powodu oraz w proteście przed skandalicznie niskim wyrokiem w listopadzie ubiegłego roku przed nowym miejscem zamieszkania księdza protestowali członkowie organizacji SNAP, skupiającego ofiary księży-pedofilów, a także fundacji „Nie lękajcie się” walczącej o prawa pokrzywdzonych przez duchownych.

    W tym samym czasie apelację od wyroku w zawieszeniu złożył prawnik reprezentujący rodziców pokrzywdzonych dzieci oraz prokuratura, która domagała się dla duchownego trzech lat bezwzględnego więzienia. Sąd Okręgowy w Zamościu przychylił się właśnie do takiego wymiaru kary. Zakazał też ks. Stanisławowi G. przez siedem lat kontaktowania się z pokrzywdzonymi dziećmi i zbliżania się do nich na mniej niż 50 metrów.

    Wyrok jest prawomocny. Ksiądz Stanisław G. wkrótce dostanie wezwanie do stawienia się w zakładzie karnym. Jego sprawą zajmie się teraz watykańska Kongregacji do spraw Nauki i Wiary, która może wydalić księdza-pedofila ze stanu kapłańskiego.

  • Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    18 dicembre 2015, sacerdote arrestato in un paesino della Piana di Gioia Tauro per abusi a carico di minori. 28 gennaio 2016, prete arrestato a Brindisi e condannato a tre anni e otto mesi di reclusioneper atti sessuali su minori. 11 febbraio 2016, un sacerdote tra gli undici arrestati con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e andando a ritroso la media è di un caso al mese, quantomeno per quelli che diventano di dominio pubblico.

    Gli abusi sono talmente tanti che a raccontarli non si rende l’idea della vastità del problema, motivo per cui la onlus Rete l’Abuso ha stilato una mappa che indica caso per caso gli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, raggruppando tutti quelli noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    È in questo contesto che arriva in sala un film potente e necessario, che dimostra ancora una volta che la settima arte, così come il giornalismo, sono un bene imprescindibile per la società civile. Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale, Il Caso Spotlight racconta la storia del team di giornalisti investigativi delBoston Globe soprannominato appunto Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto il capoluogo della contea di Suffolk con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, lasciando ai posteri una lezione del miglior giornalismo possibile, a cui oggi, specialmente in Italia, non siamo più abituati.

    L’avvio dell’indagine giornalistica e, nel film, della narrazione parte dall’arrivo nell’estate del 2011 di Marty Baron, a cui presta il voltoLiev Schreiber, atterrato da Miami per prendere le redini delGlobe. Senza indugiare un giorno il neodirettore incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi a cui si espongono mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, interpretato da un immenso Michael Keaton, i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) iniziano ad andare a fondo con le indagini sul caso.

    Non appena i giornalisti del team di Robinson iniziarono a parlare con l’avvocato delle vittime,Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, a intervistare gli adulti molestati da piccoli e a cercare di accedere agli atti giudiziari secretati, iniziò a emergere con sempre maggiore chiarezza che l’insabbiamento dei casi di abuso era ben più ampio e sistematico di quanto si potesse immaginare e che il fenomeno era molto più grave ed esteso.

    I più alti funzionari del clero, tra cui il Cardinale Law, arcivescovo di Boston, tentarono in tutti i modi di ostacolare il loro lavoro con svariate intimidazioni. Un disperato tentativo per non far pubblicare il dossier che, nonostante tutto, venne reso pubblico dal Globe nel 2002 e che scoperchiò letteralmente un vaso di Pandora, aprendo finalmente la strada a tante analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

    Presentato fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film diretto da Tom McCarthy è arrivato fino alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che l’ha visionato in una proiezione privata. La Commissione è quella istituita da Papa Francesco nel 2014, la stessa attorno cui i giorni scorsi si erano scatenate le polemiche per l’allontanamento di uno dei suoi componenti, Peter Saunders, a fronte delle durissime critiche al cardinale George Pell e perfino al Papa stesso, sulle politiche messe in campo per contrastare i reati di pedofilia. Ovviamente il Vaticano non ha rilasciato alcun commento ufficiale sul film, un motivo in più per andarlo a vedere, dal 18 febbraio al cinema.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/15/spotilight/2464642/

  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html

  • Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Sopravvissuta agli abusi di un sacerdote, la donna irlandese commenta su Ncr la vicenda dell’uscita del suo collega, anch’egli vittima, dall’organismo pontificio per la prevenzione della pedofilia: mi dispiace ma la commissione per la tutela dei minori è il bersaglio sbagliato.

    Ex vittima di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins rompe il silenzio sullauscita di un suo collega, anch’egli sopravvissuto alla pedofilia del clero, Peter Saunders, dalla pontificia commissione per la tutela dei minori (ovvero per la prevenzione della pedofilia), sabato scorso, e, in una nota scritta a titolo personale per il National Catholic Reporter, nel nome della trasparenza per la quale combatte da anni nella Chiesa, dice di essere «triste» per l’epilogo della vicenda; spiega che la questione è nata attorno alla «differenza di comprensione della missione e dei poteri» della commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley; rivela di essere il commissario che si è astenuto dal voto che ha portato ad un congelamento della partecipazione di Saunders – non un «voto di sfiducia» –, ma di comprendere al contempo il motivo per il quale i suoi colleghi hanno votato in favore di questa decisione; precisa che il voto non era previsto all’inizio della riunione e che solo dopo i commissari hanno appreso della presenza a Roma di un’altra vittime di preti pedofili, il cileno Juan Carlos Cruz, e del suo desiderio di incontrare la commissione; e ribadisce la propria «fiducia» nei confronti della commissione e dei suoi membri: «Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito all’interno del Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica la nostra proposte approvate dal Papa».

    «La discussione sabato è nata a causa di una differenza nella comprensione della missione e dei poteri della pontificia commissione per la protezione dei minori. Se un membro non può impegnarsi a lavorare per lo sviluppo dei suoi programmi – che indubbiamente è laborioso, noioso e lento – mentre altri membri sono profondamente impegnati in esso, si raggiunge un impasse. Ogni aspettativa che la commissione possa attaccare o chiedere cose al Papa o inserirsi in casi particolari ignora il mandato effettivo al quale il lavoro del gruppo è sottoposto. Comprendo la frustrazione, l’emozione e la rabbia su ciò che sta ancora accadendo e non dovrebbe! Ma non può essere affrontato dalla commissione».

    Collins fa poi riferimento alla vicenda di Juan Carlos Cruz. Si tratta, come emerso nei giorni scorsi, di un uomo vittima di abusi sessuali di un sacerdote quando era bambino, che si è recato a Roma per trasmettere, per mezzo dello stesso Saunders, una petizione al Papa rivolta da un gruppo di fedeli della diocesi di Osorno, in Cile, per chiedergli di destituire il vescovo Juan Barros, contestato da anni con l’accusa di aver insabbiato le accuse indirizzate al sacerdote pedofilo Fernando Karadima. Un’agenzia di stampa, scrive Collins, «ha riferito dopo una conferenza stampa sabato che Juan Carlos Cruz, un coraggioso sopravvissuto cileno che combatte per la giustizia, ha affermato che “la commissione è una disgrazia, pensano che violentare un bambino è qualcosa che è già alle nostre spalle”. Questo non è vero. E’ proprio perché NON è alle nostre spalle che i membri della commissione stanno lavorando duramente per cambiare le cose».

    La commissione, peraltro, è guidata dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, cappuccino, che ha ereditato la diocesi statunitense dopo che nel 2002 l’allora arcivescovo, Bernard Francis Law, si dimise in seguito alle inchieste sulla pedofilia del Boston Globe al centro del film Il Caso Spotlight ora sugli schermi. Marie Collins, irlandese, una vita di impegno a favore delle vittime dei preti pedofili, ha raccontato la sua vicenda ad un convegno sul contrasto alla pedofilia ospitato nel 2012 dalla Pontificia università Gregoriana.

    «Il voto – spiega Collins – non era stato programmato prima, non aveva nulla a che fare con qualche dipartimento vaticano. La questione è stata portata all’incontro da uno dei membri laici. Il voto è emerso dopo una discussione durata quasi due ore. Ovviamente non posso citare direttamente cosa è stato detto senza rompere la riservatezza dei membri ma le questioni trattate comprendevano: la difficoltà a condividere apertamente opinioni sincere negli incontri se quello che viene detto compare poi sui media o viene condiviso con altre persone fuori dalla commissione; la difficoltà a lavorare per il Papa mentre in pubblico lo si attacca; la preoccupazione di membri che lavorano su programmi – sensibili e bisognosi di sviluppo – che essi vengano resi pubblici o condivisi prematuramente con persone fuori dalla commissione. Questo è il contesto nel quale si è parlato del fatto che non sempre si è in grado di dire alla stampa esattamente quel che si desidera. Non perché quel che si dice sia contro la Chiesa ma perché potrebbe infrangere la fiducia di altri commissari nel loro lavoro. La questione principale è stata se c’era la volontà di essere coinvolti nel lavoro programmatico della commissione o no. Quando Peter ha spiegato di non potersi impegnare o di non poter dare una indicazione di quanto tempo avrebbe bisogno per riflettere, allora un membro laico della commissione ha proposto un voto. La proposta, per quanto chiaramente io possa ricordare, è stata che prendesse un periodo di assenza per decidere come poter contribuire alla commissione. Non è stato un voto di sfiducia. Tutti i presenti tranne me hanno votato la proposta. Mi sono astenuta ma ho capito perché i miei colleghi hanno votato in quel modo. Sono stata molto triste come molti altri che la situazione sia arrivata a questo punto. I membri hanno deciso di diramare un comunicato stampa sul periodo di assenza come atto di trasparenza. Se non lo avessimo fatto, si sarebbe potuto dire che stavamo coprendo la questione. Non so con che mezzi è stato trasmesso alla stampa ma è stato scritto dalla commissione, non da qualsiasi altra entità vaticana».

    «Ho lavorato nella commissione dal suo primo inizio a maggio del 2014. Non è stata sempre una navigazione piana. Ho preoccupazioni su quello che sta accadendo nella curia vaticana relativamente al nostro lavoro. Come ho già detto ho completa fiducia nella commissione e nei suoi membri. Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito nel Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica le nostre proposte quando sono approvate dal Papa. Sento fortemente che chi critica la commissione sta scegliendo il bersaglio sbagliato. Ci sono molte persone di buona volontà nella Curia ma sfortunatamente ci sono ancora coloro che, a livello di vertice, sono più preoccupati per il proprio feudo e per la minaccia rappresentata per loro dai cambiamenti che per il lavoro che la commissione sta cercando di fare per proteggere i bambini. Se la commissione è danneggiata dal suo interno, queste forze ne saranno beneficiate – non i sopravvissuti o i bambini del futuro».

  • Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Mentre otto vittime chiedono un incontro con il Papa, la Chiesa australiana finisce in tribunale.

    CITTÀ DEL MESSICO / SYDNEY – Il mondo ecclesiastico è scosso dagli scandali dovuti ai numerosi casi di pedofilia che stanno emergendo tra i rappresentanti della chiesa cattolica. Casi che spuntano da tutte le parti del mondo.

    Un gruppo di otto vittime di abusi da parte di sacerdoti, per fare un esempio, ha chiesto di poter avere un incontro con il Papa, che fra qualche giorno sarà in visita in Messico. A chiedere formalmente l’incontro è stato Joaquin Aguilar Mendez, dirigente della “Rete di sopravvissuti agli abusi di sacerdoti” (Snap).

    Tra le otto vittime (provenienti da Oaxaca, San Luis Potosí e dalla capitale) c’è lo stesso Aguilar, che ha subito abusi da bambino da parte del sacerdote Nicolas Aguilar Rivera, dello stato di Puebla, protagonista – ricordano i media – di quello che è considerato come il caso documentato di pedofilia più grave nel paese.

    Un’altra vittima di abusi che vorrebbe avere un incontro con il Papa, aggiunge la stampa, è Jesús Romero Colín. I nomi delle altre vittime non sono stati diffusi, ha precisato il dirigente di Snap, sottolineando che l’intenzione del gruppo è quella di incontrare il Papa “come vittime” più che come rappresentanti Snap: “La nostra “rete” si è dedicata non solo a criticare ma anche ad essere propositivi. Continueremo a bussare le porte” per avere il colloquio, ha d’altro lato concluso Aguilar Mendez.

    Casi in Australia – Il cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano, deporrà invece sui fatti di pedofilia dei quali è stata accusata la Chiesa australiana. La deposizione è attesa a partire dal 29 febbraio e il cardinale potrà testimoniare per videoconferenza da Roma davanti alla Commissione d’inchiesta, perché troppo malato per recarsi in Australia e testimoniare di persona.

    Si tratta di un momento molto atteso, considerato il ruolo di primo piano di Pell in Vaticano. In passate udienze il prelato è stato nominato più volte da vittime di pedofilia, secondo cui avrebbe ignorato e anche coperto per decenni abusi commessi da sacerdoti, permettendone il trasferimento da una parrocchia all’altra. Asserzioni che Pell ha più volte respinto.

    Ma la questione pedofilia scuote anche la Commissione pontificia istituita ad hoc. Oggi in un lungo rapporto sintetizza il lavoro fatto e annuncia le possibili proposte da sottoporre al Papa, dalla richiesta di ricordare a tutte le autorità della Chiesa l’importanza di “una risposta diretta alle vittime” all’istituzione di una Giornata Universale di Preghiera, fino al sito web per “condividere le “buone norme” per la tutela dei minori nel mondo”.

    Resta però di sfondo la polemica sull’uscita del membro laico Peter Saunders, da ragazzo vittima di abusi. “Non è suo compito – ha ribadito oggi parlando della Commissione il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi – discutere e approfondire i casi singoli”. Ma parlando con il giornale “The Irish Times”, Saunders è stato molto critico con la Santa Sede e nega di aver lasciato il suo ruolo.

    “L’unica persona che può cacciarmi via è il Papa”, dice, ma poi critica lo stesso Bergoglio: “Avevo grandi speranze in Papa Francesco ma fino a questo momento non vedo grandi cambiamenti”. E lo stesso Saunders, insieme a Juan Carlos Cruz, un cileno ex vittima di abusi, in questi giorni ha diffuso una lettera di cattolici cileni a Papa Francesco nella quale si chiede di rimuovere il vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, colpevole, secondo le loro accuse, di aver coperto per anni i preti pedofili.

    Dall’Italia invece tuonano le parole di don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter: è “uno scandalo” – ha detto oggi a Radio Vaticana – il silenzio sulla pedofilia online da parte di stampa e istituzioni. Intanto il giudice per le indagini di Palermo Roberto Riggio ha concesso gli arresti domiciliari, presso la struttura romana in cui si stava sottoponendo a una cura, a don Roberto Elice, il sacerdote palermitano accusato di avere molestato tre minorenni quando era parroco nel capoluogo siciliano.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1069769/Pedofilia-la-Chiesa-trema-dal-Messico-all-Australia/