Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Per il Giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci «la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino». Queste una parte delle motivazioni che hanno indotto Colucci ad archiviare la posizione dell’ex parroco di Portocannone Marino Genova, accusato di abusi di atti sessuali nei confronti della minorenne. In particolare è stata archiviata la posizione riguardante gli anni che vanno dai 14 in poi. A nulla son valse le perizie di parte portate in aula lo scorso 2 febbraio. «E’ un errore giudiziario, oltre che un torto morale, di proporzioni enormi», è il commento dell’avvocato della vittima, Arturo Messere.

    di Alessandro Corroppoli

    Portocannone. «Don Marino Genova non era uno psicologo, non poteva conoscere la psicologia della Vitale e quindi non abilitato nel somministrare il Minnesota». Con questa motivazione, il giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci, ha archiviato ilfilone processuale che ha visto protagonista l’ex parroco di Portocannone nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compiuto i 14 anni. Archiviazione che ha dato ragione, quindi, alla pubblica accusa che ne aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. Contrariato l’avvocato difensore della Vitale, Arturo Messere. «Questo è un clamoroso errore giudiziario oltre che un torto alla mia assistita».

    I processi che vedevano imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, erano due: uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Entrambi con la stessa accusa: atti sessuali con minore. Lo scorso 26 gennaio, presso il Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio. Processo che continuerà il prossimo 19 luglio, sempre a Larino.

    Dieci giorni fa invece, dopo l’udienza del 2 febbraio, è arrivata l’archiviazione da parte del giudice Daniele Colucci per il secondo filone processuale. Quello riguardante quando la Vitale aveva già compiuto 14 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Il 2 febbraio del 2016 in aula era stata portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuali con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo», dichiara il consigliere regionale, ed ex tutore pubblico dei minori,Nunzia Lattanzio, da sempre vicina a Giada Vitale.

    «E’ un errore perchè non è stata capita la continuità dell’abuso sessuale ricevuto e la completa soggiogazione della mia assista nei confronti del prete», commenta Messere. Così, nonostante le perizie portate in aula abbiano confermato tutte le difficoltà e la non maturità sufficiente della Vitale a comprendere cosa stesse facendo, per il Giudice di Larino «la mia assistita era in grado di poter scegliere, e quindi partecipare in maniera consapevole all’atto sessuale – conclude Messere-. Questo, ripeto, è un errore giudiziario e ripartirò da qui il prossimo 19 luglio quando in aula dibatteremo del periodo nel quale la mia assistita aveva meno di 14 anni».

    La storia di Giada Vitale e di don Marino Genova è finita anche su media nazionali.Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=22261
  • La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    Le vittime degli abusi sessuali perpetrati dal sacerdote libanese maronita di Beirut Mansour Labaki attendono da anni dignità e giustizia e una riabilitazione sociale che, in Libano, può venire solo se la Chiesa maronita riconosce il prete colpevole. Ciò non sta accadendo, malgrado egli sia stato condannato da un tribunale ecclesiastico per pedofilia su ragazze minorenni e la Congregazione per la Dottrina della Fede (CdF) lo abbia già sanzionato (19 giugno 2013). Ma Labaki gode di autorevoli protettori (si è esposto per lui perfino il patriarca della Chiesa maronita, card. Béchara Boutros Raï, e non è chiaro cosa lo abbia spinto, v. Adista Notizie n. 13/16), tanto che in Libano sono le vittime ad essere sotto accusa, a rischio della loro stessa vita, e denunciate. Abbiamo chiesto a una di loro, Marilene Ghanem, di spiegare quali difficoltà incontrano nel Paese mediorientale e soprattutto perché. Potrà aiutarle il motu proprio di papa Francesco “Come una madre amorevole” (v. Adista Notizie n. 22/16) che prevede la rimozione dei vescovi “negligenti” che nulla hanno fatto per proteggere dagli abusi i piccoli e gli indifesi? Non ci crede molto Marilene, che accusa di “negligenza” anche la Chiesa di Roma.


    Ad oggi, il Libano è forse l’unico Paese in cui la pedofilia perpetrata dai preti non viene riconosciuta come crimine dalla Chiesa locale. Anzi, quest’ultima, non contenta di seguire una stretta politica di protezione del prete pedofilo, attacca le vittime sulle reti televisive e attraverso la stampa, addirittura impegnando il suo capo e guida spirituale, il patriarca di Antiochia Béchara Boutros Raï.

    Le vere motivazioni che spingono le autorità ecclesiali autoctone a reagire in questo modo sono molteplici, ma possono riassumersi in un’unica ragione: evitare lo scandalo. Mentre le ragioni che esse adducono sono ben altre, ovviamente celate dietro riflessioni di alto livello teologico oppure ammantate da scuse demagogiche tipo la salvaguardia della situazione precaria dei cristiani del Medioriente.

    Infatti, coloro che credono alla colpevolezza di Labaki incitano sordidamente i mass media a dissimulare perché, dicono, siamo in una società che convive con l’Islam, per cui non possiamo stendere il bucato sporco dei prelati alla luce del sole. L’invito è a tacere e sopportare per non indebolire la presenza cristiana: meglio, secondo loro, tenere sotto chiave il marcio sordido presente nella Chiesa che esporre la malattia di alcuni di fronte a tutti.

    Coloro che non credono alla colpevolezza di Labaki non riescono ad accettare la contraddizione tra l’immagine e la sostanza, ovvero le opere di bene che questo sacerdote ha compiuto e le gravi colpe, addirittura crimini, che gli sono stati irrevocabilmente imputati dal Vaticano. Eccoli ricorrere allora alla teoria del complotto, motivata secondo loro dall’invidia delle autorità ecclesiastiche altolocate (anche vaticane) nei confronti del successo del sacerdote (autore di libri, cantautore stimato, fondatore di due case per orfani, ecc.) e “dimostrata” dalla corrispondenza per mail intercorsa tra le vittime e le suddette autorità, ottenuta per sottrazione fraudolenta e in seguito abilmente maneggiata e consegnata, dal patriarca stesso, a papa Francesco a prova dell’innocenza del pedofilo Labaki. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe di volta in volta la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Essi non credono alla colpevolezza di Labaki perché incapaci di vedere e accettare l’altra faccia della medaglia, quella oscura. Non era stato così anche per Marcial Macial Degollado, per citarne solo uno a titolo d’esempio? Quest’ultimo era persino amico di Giovanni Paolo II, tanto che il suo caso non è affiorato che dopo il decesso del papa.

    Per screditare le vittime e salvare il “lupo”, la Chiesa maronita, tramite alcuni predicatori su Telelumière e NourSat, mantiene l’ambiguità circa la condanna definitiva di Labaki. Come? Sovrapponendo il tribunale civile a quello ecclesiastico. Il noto sacerdote libanese p. Marwan Khoury sostiene, contro l’evidenza del Diritto canonico e della prassi della Chiesa d’Occidente, che la CdF allontana qualsiasi prete dalle sue funzioni sacre appena lo si accusa di pedofilia, ma si riserva di pronunciarsi definitivamente solo alla fine dell’indagine e di fronte alla condanna da parte dei tribunali civili. Non è vero. Una domanda sorge spontanea: se la Chiesa libanese non chiarisce questo equivoco, perché Roma persiste a tenere sotto silenzio la sentenza definitiva contro Labaki pronunciata nel 2013? Eppure io ho incontrato nel 2013 il numero due della CdF, mons. Ladaria, per metterlo in guardia contro le possibili e future mosse del mostro che, purtroppo, continuano ad avverarsi a danno delle vittime libanesi. Il silenzio vaticano non fa che accrescere il dubbio sulla sincerità delle vittime e la colpevolezza del carnefice.

    E non finisce qui. In Libano, è in atto un processo contro le vittime che sono accusate di falsa testimonianza, diffusione di materiale privato e associazione a delinquere. Questa è la seconda denuncia con questa accusa, giacché quella pronunciata nel 2014 è stata ricusata dal giudice per dichiarazione di incompetenza.

    Questo è il Libano, un Paese dove aleggia una democrazia fantasmagorica ma dove in pratica vige una legge ferrea, quella del confessionalismo religioso. È la mancanza di laicità che ci impedisce di trattare persino le tematiche più gravi da un punto di vita antropologico e ci obbliga a ricorrere sempre alla religione per giustificare l’operato, anche il più becero, degli uomini di dio (sia chiaro, con la lettera minuscola).

    La mia esperienza mi porta a concludere che i discorsi del papa, come il sostegno alle vittime e la sua conclamata affermazione della tolleranza zero, persino l’ultimo suo motu proprio sulla negligenza dei vescovi, lasciano il tempo che trovano e le vittime nella loro disperazione. Ne sono prova le molteplici associazioni pro-vittime che spopolano su internet e accusano l’indifferenza e la negligenza delle alte sfere ecclesiastiche. Io stessa non ho ricevuto nessuna risposta, né dal papa né dal card. Parolin, alle mie lettere in cui espongo dettagliatamente la situazione critica delle vittime libanesi. Ne va della nostra vita, e non sto esagerando. Mansour Labaki a suo carico ne ha una settantina, quelle che hanno avuto il coraggio di sporgere denuncia. Sono sicura che ce ne sono altrettanto nascoste, fagocitate dalla paura e dalla vergogna di denunciare.

    La logica che la Chiesa persegue? Per ora è solo punitiva nei confronti dei sacerdoti pedofili, nell’intento di espellere il male dal suo interno, noncurante della formazione oscurantista dei seminari di cui questi preti sono il frutto; di certo non è riparativa nei confronti delle vittime di abuso: il telefono del Comitato dei 9 che il papa ha istituito per le vittime squilla sempre a vuoto.

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56384?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

  • INCHIESTA SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA CATTOLICA, È L’ORA DELLA VERITÀ

    INCHIESTA SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA CATTOLICA, È L’ORA DELLA VERITÀ

    Sulla scia di Walter Robinson, nuove indagini di WeReport smascherano in Francia le stesse tecniche di occultamento descritte nel film ‘Spotlight’.

    Dopo aver visto il film ‘Spotlight’, tratto dall’inchiesta del reporter premio PulitzerWalter Robinson, che ha smascherato la pedofilia della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti, i giornalisti Mathieu Martiniere e Mathieu Périsse, del collettivo WeReport, hanno deciso di avviare una nuova indagine. Questa volta sulla Chiesa francese. In collaborazione con molteassociazioni locali, alle quali si rivolgono le vittime di stupri e violenze sessuali, i due reporter hanno incontrato diversi ecclesiastici accusati ma mai denunciati. I casi di pedofilia scoperti da WeReport erano riportati soltanto su piccole testate locali. Al momento si aggirano intorno ai 100. Nessun accenno sulla stampa nazionale. Alcune denunce giacciono su giornali di Lione o di Toulouse dagli anni ’50-60.

    Alla domanda di Mediapart, che li ha intervistati in esclusiva, Périsse risponde: “Da secoli la Chiesa lavora sulla nozione di ‘scandalo’, quella verità da nascondere ai cittadini per non dare il cattivo esempio – e continua – non è ammesso nel clero parlare di violenze sessuali né di pedofilia”. Questa sarebbe la ragione per cui, come racconta il film tratto dall’inchiesta di Robinson del 2002 (500 bambini violentati), la Chiesa preferisce appellarsi alla giustizia interna, quella canonica, piuttosto che a quella civile, per evitare di indebolire il suo potere istituzionale.

    La tecnica dell’esfiltrazione

    Negli ultimi tempi Papa Francesco ha emanato una legge di sua iniziativa (Motu Proprio), che prevede l’espulsione di ecclesiastici “negligenti”, aggettivo scelto e diffuso sui media nazionali. Ma perché i titoli dei giornali italiani recavano l’aggettivo “negligenti” e non altri? La tecnica di occultamento della Chiesa è la stessa descritta nel film ‘Spotlight’. In tutti i paesi la strategia è “esfiltrare discretamente i preti chiamati in causa e inabissare l’affare”.

    Alla luce delle loro inchieste, Martiniere e Périsse dichiarano che il primo segnale parte sempre dalla vittima, poi, se non si riesce ad evitare, arriva ai media e, solo ala fine alla Chiesa che, come nel caso dell’ultima legge varata dal Papa, prende provvedimenti. Il cardinale Barbarin, intervistato da Daphiné Gastaldi di Mediapart, era a conoscenza già dal 2007 dei casi di pedofilia (68) denunciati grazie alle ricerche di WeReport: è stato accusato di “dissimulazione di atti di pedofilia” e invitato a dimettersi. Grazie al lavoro di WeReport, inoltre, alcuni ecclesiastici di Toulouse sono già stati interrogati e licenziati, ma anche in questo caso, la stampa nazionale non ne ha parlato. I giornalisti si domandano se lo stesso succeda anche in Italia. Nelle prossime inchieste potrebbero occuparsene.

    Le scoperte di Walter Robinson

    Dal 2002, Walter Robinson segue l’andamento delle inchieste di molti suoi colleghi, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia. Grazie a lui, è stata scoperta una villa nascosta nella periferia di Boston in cui si curavano segretamente ecclesiastici pedofili, un centro simile a quelli per gli alcolisti anonimi. Secondo Robinson, “per la Chiesa Cattolica di molti paesi è arrivato il momento della resa dei conti”.

    https://it.blastingnews.com/cronaca/2016/06/inchiesta-sulla-pedofilia-nella-chiesa-cattolica-e-l-ora-della-verita-00961661.html

  • Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    La denuncia dei media: spesi 2 milioni di dollari per mantenere la prescrizione sugli abusi

    La Conferenza Episcopale statunitense, guidata dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan, ha speso tra il 2007 ed il 2015 ben 2,1 milioni di dollari per affidare ad una società di lobbisti il compito di bloccare l’approvazione di una legge, «Child Victims Act» che avrebbe reso piu’ semplice alle vittime dei preti pedofili fare causa alla chiesa cattolica. Lo ha scritto il New York Daily News citando documenti statali. Uno dei punti più osteggiati è l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori e l’apertura di una «finestra» di un anno per le vittime che non possono più fare causa in base alla legge vigente.

    La notizia ci riporta in pieno nella realtà magistralmente descritta nel film premio Oscar 2016 di Tom McCarthy «Il caso Spotlight» che ripercorre la storia vera trame vere di un’inchiesta realizzata tra il 2001 e il 2002 da un team di giornalisti del Boston Globe, che fece conoscere prima alla città (con la metà degli abitanti di religione cattolica) poi al mondo intero gli abusi sessuali su minori commessi da circa 90 sacerdoti cattolici e mai denunciati dalle autorità ecclesiastiche bostoniane. L’inchiesta del film si allarga fino a toccare molti altri e sempre più importanti esponenti della Chiesa cattolica di Boston, che furono poi accusati di aver coperto quegli abusi, temendone le ripercussioni mediatiche.

    Le inchieste del team Spotlight portarono in seguito alle dimissioni di Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984. Law si dimise – dopo molte pressioni – perché accusato di non aver denunciato pubblicamente i casi di pedofilia raccontati dal Boston Globe. Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams, nel film) ha detto che la storia del film si conclude nel momento giusto, altrimenti «avrebbe dovuto raccontare le dimissioni di Law e la quasi bancarotta dell’arcidiocesi di Boston».

    Michael Rezedes (Mark Ruffalo, nel film) ha detto, sempre parlando del momento in cui finisce Il caso Spotlight: «A quel punto la diga era esplosa. C’erano tutte queste vittime che pensavano di essere sole e soffrivano in silenzio. All’improvviso si sono rese conto di non essere sole. All’improvviso molte di loro volevano parlarne».

    Dal momento in cui finisce il film a oggi ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Dal luglio 2003 l’arcivescovo di Boston è lo statunitense Sean O’Malley, che si era già occupato di casi di pedofilia in altre diocesi. Nel settembre 2003 l’arcidiocesi di Boston pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di molte delle vittime di abusi e nell’agosto 2011 l’arcidiocesi di Boston ha pubblicato una lista con i nomi di 159 preti accusati di pedofilia. BBC scrive che il lavoro del team Spotlight fece partire «un effetto domino globale che ha portato a successive inchieste» in altre parti del mondo.

    Ora la notizia apparsa sul New York Daily News riaccende i riflettori sul vergognoso cerchio di omertà sulla pedofilia della Chiesa cattolica in Usa. Ancora non si è spenta negli States la richiesta ai vescovi Usa di di papa Francesco che ha visitato il paese nel settembre 2015: « Mai più crimini di pedofilia» Nel suo discorso ai vescovi incontrati nella cattedrale di San Matteo a Washington, il Pontefice ha ribadito che ci sono «alcune questioni che non è lecito mettere a tacere» come la pedofilia, la «ferita aperta» nel fianco della Chiesa. «Non si ripetano mai più i crimini» ha detto Bergoglio « ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti».

    P. Ser.

    http://www.iltempo.it/esteri/2016/06/01/vescovi-usa-contro-la-legge-anti-pedofili-1.1545508

  • Il Papa ha ricevuto il cardinale francese Barbarin per 45 minuti

    Il Papa ha ricevuto il cardinale francese Barbarin per 45 minuti

    Accusato di avere insabbiato le accuse ad alcuni preti pedofili, nell’intervista alla Croix Francesco ha escluso le dimissioni: «Si vedrà dopo la conclusione del processo»

    IACOPO SCARAMUZZI
    Papa Francesco ha ricevuto stamane il cardinale francese Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione accusato di avere insabbiato le accuse ad alcuni preti pedofili, per un’udienza di 45 minuti.

    Proprio oggi, peraltro, la procura di Lione ha chiesto la non prescrizione degli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat avrebbe compiuto su alcuni boyscout tra il 1986 e il 1991, il principale caso che scuote la diocesi da alcuni mesi. La camera di consiglio della corte d’appello deciderà il prossimo 10 giugno. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha precisato che il Porporato «viene anche a parlare con il Papa dei preparativi del pellegrinaggio delle persone di strada per il Giubileo della misericordia», riporta l’agenzia di stampa francese I.Media, «e di un pellegrinaggio di trecento rappresentanti istituzionali della regione Rhone-Alpes».

    In una intervista comparsa a inizio settimana sul settimanale cattolico francese La Croix, il Papa ha detto che Barbarin «ora non deve dimettersi». «È vero – ha detto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. Con questi abusi, un sacerdote che ha la vocazione di condurre un bambino verso Dio lo distrugge. Semina il male, il risentimento, il dolore. Come ha detto Benedetto XVI, la tolleranza deve essere zero. Dagli elementi di cui dispongo – proseguiva il Papa – credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile». Quindi non deve dimettersi? «No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza».

    Il giorno dopo, il sindaco di Lione, Gerard Collomb, socialista, ha difeso il Cardinale, vittima a suo parere di un «falso processo». Oggi La parole liberée, associazione di vittime del prete pedofilo lionese, ironizza su Twitter: «Un anno fa, una vittima ha scritto al Papa per implorare il suo aiuto. E oggi il cardinale Barbarin lo incontra…». Domani, annuncia Le Figaro, il quotidiano pubblicherà un’intervista di Barbarin sull’incontro di oggi con il Papa.

    http://www.lastampa.it/2016/05/20/vaticaninsider/ita/nel-mondo/il-papa-ha-ricevuto-il-cardinale-francese-barbarin-per-minuti-42cw9FbYsXn61B7t9wILbN/pagina.html

  • Prete pedofilo arrestato in Kosovo: estradato in Gran Bretagna

    Prete pedofilo arrestato in Kosovo: estradato in Gran Bretagna

    Preti che abusano di minori. Storie nauseanti che gettano fango sulla Chiesa. Molti sacerdoti si sono scusati con le vittime  e i loro parenti, altri no, altri… Beh, resta il fatto che davanti a tali abomini non si può rimanere inerti. Gli orchi, anche se indossano l’abito talare, devono pagare il loro conto con la giustizia. Un prete pedofilo è stato arrestato nelle ultime ore in Kosovo. Si tratta di Lawrence Spencer, ricercato dalla Polizia britannica dal 2012 in quanto avrebbe commesso numerosi abusi sessuali su minori: nei suoi confronti era stato emesso un mandato d’arresto europeo. La notizia è stata confermata da alcune autorità locali. Niente tolleranza nei confronti dei preti pedofili. In fondo, lo ha detto più volte anche Papa Francesco, che è il simbolo della misericordia. Dinanzi a reati del genere, che ledono gravemente i piccoli, non si può essere tolleranti. Nel periodo compreso tra il 1991 e il 2001, Spencer, che  era sacerdote della chiesa cattolica di Londra, violentò moltissimi bimbi profittando della sua carica e del suo prestigio. Nessuno avrebbe mai immaginato che un pastore sarebbe stato in grado di commettere azioni del genere. Sotto quella tonaca, però, c’era uno spietato pedofilo. Una vera vergogna che la dice lunga sulla gravità della piaga della pedofilia nella Chiesa.

    Lawrence Spencer, che ha più di 70 anni, è stato messo in manette giovedì scorso a Pec. Lo hanno rivelato anche le autorità di Pristina. L’iter di estradizione è iniziato e presto il religioso arriverà in Gran Bretagna per essere sottoposto a un processo che porterà sicuramente a una pesante condanna. Non si ancora quante sono le vittime del prete britannico, ma certamente non sono poche. E’ veramente un grosso problema quello degli abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa cattolica come Lawrence Spencer. Il fenomeno è diffuso un po’ ovunque anche se, secondo recenti indagini, dagli ultimi due decenni del ‘900 ad oggi il maggior numero di casi di pedofilia registrati nel mondo riguarda Canada, Stati Uniti, Irlanda e Australia. Nessuno Stato, però, è privo di casi di abusi commessi da sacerdoti. E’ stato scoperto che circa l’80% dei casi di violenze commesse da preti sia stato denunciato negli Usa, precisamente nella diocesi di Boston. Da un’indagine condotta 14 anni fa su invito della Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, tra il 1950 e il 2002 il 4% dei preti operanti negli Usa era stato accusato di reati di natura sessuale. Tutto ciò fa semplicemente rabbrividire. E la Chiesa cattolica come si comporta davanti a questo obbrobrio? Beh, sin dall’emersione dei primi scandali, la Chiesa ha cercato di ‘gettare acqua sul fuoco’ demonizzando i media per il risalto che hanno sempre dato ai casi di abusi commessi da sacerdoti, sottolineando che si tratta di un fenomeno concernente tutte leistituzioni, non solo la Chiesa. Sarà, ma tali scandali fanno perdere credibilità alla Chiesa, anche perché ha spesso cercato di difendere i sacerdoti, occultando prove ed altro, e non si è mai, o poche volte, adoperata per dare un sostegno morale alle piccole vittime. Ciò è indubbiamente vergognoso. Negli ultimi anni, anche sulla scorta delle innumerevoli polemiche, ha deciso di adottare una politica di ‘tolleranza zero’ nei confronti di preti pedofili. Tutto ciò, però, non è bastato a far riacquistare credibilità alla  Chiesa, ritenuta colpevole di aver coperto molti casi di pedofilia. Ricordiamo, ad esempio, che 12 anni fa un avvocato statunitense, William McMurry, ha intentato un’azione legale contro il Vaticano in quanto avrebbe coperto una vicenda di abusi su tre minorenni. Benedetto XVI, predecessore di Papa Francesco, venne accusato di aver coperto una vicenda di violenze sessuali commesse da un prete in Texas. Il Pontefice, però, si appellò all’immunità diplomatica per evitare problemi.

     

  • “Maometto era un ladro e uno stupratore”, bufera su un sacerdote

    “Maometto era un ladro e uno stupratore”, bufera su un sacerdote

    Un prete fiammingo di Kortemark, nelle Fiandre Occidentali, il 77enne padre Germain Dochy, da giorni è al centro delle polemiche per quanto affermato davanti a dei bambini. Mercoledì scorso, nel corso di una solenne preparazione alla comunione, ha fatto infatti delle affermazioni, che sono state bollate come “islamofobiche” da parte dei genitori di alcuni dei bambini: “Maometto era un ladro, un assassino e uno stupratore. Aveva 45 donne, la più giovane aveva 9 anni. E in realtà, l’Islam non è una religione”, sarebbero state le parole del sacerdote.

    Padre Germain Dochy, intervistato dai media fiamminghi, di fatto non ha smentito quelle parole: “Ho detto ai bambini che Maometto non era un profeta. Per l’Islam, forse, ma non per noi. Dopo tutto, egli è stato un uomo che ha condotto una vita molto dissoluta e ha causato molte guerre”. La polemica in Belgio imperversa e la diocesi di Bruges è intervenuta, chiedendo al prete di scusarsi, mentre non sono escluse delle sanzioni nei suoi confronti.

    Qualche anno fa, era stata l’onorevole Daniela Santanché, durante una trasmissione televisiva, ad affermare: “Maometto era poligamo! E l’ultima delle sue mogli aveva solo nove anni!”. La parlamentare si era scontrata con un imam, che l’aveva tacciata di “dire schifezze”, ma lei aveva proseguito: “In Arabia Saudita danno le bambine agli sceicchi… Chi sposa una bambina di 9 anni nella mia cultura è un pedofilo e Maometto è un pe-do-fi-lo!”.

    GM

    http://www.direttanews.it/2016/05/02/maometto-ladro-stupratore-bufera-un-sacerdote/

  • STOP ALL’INCHIESTA SUI PRETI ARGENTINI RIFUGIATI IN PARAGUAY. Presidente Cartes, nunzio vaticano e arcivescovo proteggono Bergoglio dallo scandalo

    STOP ALL’INCHIESTA SUI PRETI ARGENTINI RIFUGIATI IN PARAGUAY. Presidente Cartes, nunzio vaticano e arcivescovo proteggono Bergoglio dallo scandalo

    L’inchiesta sui sacerdoti argentini inseguiti da accuse di pedofilia e rifugiati in Paraguay si ferma. Almeno per ora, perché sarà difficile archiviare a lungo la parte di materiale già raccolto dalla squadra di “La Nación Investiga” e che avrebbe dovuto comparire a puntate sul quotidiano La Nación recentemente acquisito dalla famiglia del Presidente della repubblica Horacio Cartes. “Ci hanno informati che per decisione esclusivamente imprenditoriale dei proprietari le pubblicazioni non ci saranno” ha dichiarato un giornalista del quotidiano. Il riferimento è alle cinque puntate annunciate in prima pagina nell’edizione di domenica 24 aprile su altrettanti preti argentini denunciati per abuso sessuale nel loro paese “che sono stati nascosti in territorio paraguayano, protetti dalla Chiesa di questo paese”. Una complicità, quest’ultima, respinta a viva voce tanto dall’arcivescovo di Asunción Edmundo Valenzuela come dal nunzio pontificio Eliseo Ariotti.

    La decisione di sospendere le pubblicazioni l’ha comunicata la sorella del presidente del Paraguay, Sarah Cartes, che si occupa in prima persona delle sorti della nuova acquisizione mediatica, una testata dalla diffusione in realtà modesta che si colloca dietro le due principali testate del Paraguay, ABC e Última Hora, ma che è parte di una holding con vari media, tra cui una radio e due pubblicazioni sensazionaliste, Cronica e Popular oltre al quotidiano on-line Hoy Digital. Dall’interno del giornale c’è però chi parla apertamente di censura chiamando in causa il Nunzio vaticano Eliseo Ariotti. Sdegnato, il rappresentante pontificio ha concesso una lunga intervista a Canal 13 RPC, Red Paraguaya de Comunicación, la radio più seguita nel Paese.

    Nell’audio della registrazione messa on line il nunzio respinge con fermezza l’accusa di aver reclamato la sospensione dell’inchiesta: “Ho detto [a Sarah Cartes] che non mi sembra opportuno pubblicare cose che al momento non sono sicure finché non ci sia un processo” per poi informare che contro Carlos Richard Ibáñez Morino si avvierà un processo canonico. Il nunzio ha aggiunto che nel caso dell’ex-sacerdote argentino, il solo di cui la pubblicazione abbia parlato sino a questo momento, la sicurezza c’è “perché abbiamo visto la documentazione”. Un altro punto smentito dal rappresentante papale è di essere stato a conoscenza del caso da un anno. Monsignor Ariotti ha chiarito che “gli furono presentati documenti fotocopiati solo poco prima di Natale” e che le verifiche che doverosamente deve condurre la nunziatura hanno i loro tempi. Ha poi riferito che nella conversazione avuta con Sarah Cartes la proprietaria de La Nación “ha riconosciuto che avevano scritto una frase impropria e mi chiedevano scusa per questa frase”. Alla fine del programma radiofonico, incalzato dal giornalista di Canal 13 RPC che gli chiedeva se Papa Francesco gli avesse telefonato, il nunzio ha risposto: “Il Papa è informato di tutto”.

    Quello fatto letteralmente deflagrare dal pool di “La Nación Investiga”, il primo di cinque casi annunciati, riguarda il sacerdote argentino Carlos Richard Ibáñez Morino su cui gravano 10 denunce di abuso sessuale accumulate attorno agli anni ’90. Ibáñez Morino in Paraguay ha continuato ad esercitare il ministero sacerdotale nonostante la sospensione a divinis inflittagli dal vescovo della diocesi di Villa María, in provincia di Córdoba, monsignor Alfredo Guillermo Disan il 24 giugno del 1992. Il quotidiano ha comprovato nel corso dell’inchiesta la sua attività sacerdotale nell’impartire sacramenti – messe, matrimoni, battesimi – in una zona del Paraguay tra le città di Villa Elisa, Asunción e San Lorenzo, dove avrebbe celebrato nella stessa cattedrale. Ibáñez Morino – assicura il quotidiano La Nación – “è stato nell’area riservata ai sacerdoti nell’altare eretto a Ñu Guasu, nel luglio del 2015, durante la messa del Papa Francisco in Paraguay”.

    Un caso che nell’intervista lo stesso nunzio pontificio ha qualificato a più riprese “estremo” ma che senza il lavoro della squadra di “Nación Investiga” non sarebbe venuto alla luce.

    http://www.terredamerica.com/2016/04/27/stop-allinchiesta-sui-preti-argentini-rifugiati-paraguay-preannunciati-articoli-su-5-casi-ma-dopo-il-primo-la-proprieta-ferma-gli-altri/

  • ABUSI: Chiederanno in appello gli arresti domiciliari in‬ Calchaquí per il prete Monzón

    ABUSI: Chiederanno in appello gli arresti domiciliari in‬ Calchaquí per il prete Monzón

    Il titolare del Ministero Pubblico dell’Accusa, Dr. Julio de Olazabal è andato a Reconquista ed ha concesso una conferenza stampa.  Sul caso del prete Néstor Monzón, il Pubblico Ministero Regionale Eladio García ha annunciato che appellerá la decisione del Giudice Berzano di mantenere la detenzione preventiva nella Casa Parrocchiale di Calchaquí, a causa della vicinanza alla cittá di Reconquista. Sul secondo minore del quale ci sono indizi che anch’egli ha sofferto abusi insieme alla sua cuginetta, entrambi di 3 anni, il pubblico ministero Rubén Martínez ha chiarito che anche se il prete non ha insistito sull’azione penale, ma ha ripetuto che, al non farlo, lo fará il Pubblico Ministero dell’ Accusa perchè è a conoscenza dei fatti.

    Il Pubblico Ministero De Olazabal arriva al nord santafesino

    Il capo di tutti i pubblici ministeri della provincia arriva alla cittá di Reconquista per seguire da vicino i casi che hanno messo la cittá sulla prima pagina nazionale.

    Tre casi di abusi sessuali seguiti hanno posto la cittá di Reconquista al centro dell’attenzione di tutto il paese, principalmente per il caso del sacerdote Néstor Monzón.

    Il capo dei pubblici ministeri arriverá a Reconquista nella mattinata e poi, a mezzogiorno si terrá una conferenza stampa dove risponderà ai dubbi dei giornalisti sulle indagini.

    Vale la pena menzionare che nelle ultime ore vari funzionari ed istituzioni sono state convocate dal Ministro del Governo Pablo Farías per essere messo al corrente di tutti i fatti denunciati ma, principalmente, per cercare alternative di lavoro che aiutino ad abbassare le cifre che, secondo alcune istituzioni, sono al di sopra della media nazionale.

    Fonte: Reconquista .com.ar

  • Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Un vero e proprio effetto domino quello che si è creato in Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO avviate nel settembre scorso. Al centro dello scandalo sopratutto la diocesi di Melo nella quale anche il sacerdote don Francesco Zappella, già condannato in Italia nel 1992 per abusi su due minori,  ha prestato per anni servizio nelle vesti di “missionario”.

    che nella prima puntata ringrazia pubblicamente la Rete L’ABUSO per l’ottimo lavoro di indagine, da mercoledì 13 aprile ha dedicato uno spazio settimanale di approfondimento della durata di 2 ore nel programma “SANTO Y SEÑA”, partendo proprio dal caso di don Zappella (che proponiamo a fine articolo) che nella cittadina di Trenta y Tre ha suscitato non poco clamore e che non pochi problemi sta creando anche alla diocesi di Melo e alla Conferenza Episcopale uruguagia.

    L’Uruguay era uno dei pochi paesi usciti indenni dai precedenti scandali mondiali, oggi però costretto ad aprire gli occhi su una triste realtà, quella dei preti pedofili.

    Dopo le denunce della Rete L’ABUSO che oltre all’italiano Zappella hanno coinvolto altri sacerdoti, uno di questi inizialmente sospeso dalla chiesa e arrestato dalla polizia locale pochi giorni fa, la Conferenza Episcopale dell’Uruguay è stata costretta a prendere immediati provvedimenti che però hanno provocato pesanti critiche e a quanto pare anche l’indignazione della comunità cattolica uruguagia.

    Nelle linee guida della C.E.U. “il protocollo sulle denunce contro clerici per abuso sessuale su minori approvato nel 2003 dai vescovi chiarisce che è compito del vescovo incaricato di indagare su un caso segnalato, anche se si tratta di una diceria o di un pettegolezzo consistente”. Cosa che la diocesi non avrebbe fatto malgrado le ripetute segnalazioni. Una “Dimenticanza” che non è sfuggita ai cattolici e alla stampa.

    Nel caso specifico del missionario ligure don Francesco Zappella , la magistratura uruguagia ha aperto un’indagine e lo scorso 30 marzo ha iniziato le udienze convocando le prime presunte vittime, vorrebbero anche sentire la versione del sacerdote italiano.

    Da quanto apprendiamo dal nostro legale in Uruguay, il nostro assistito Luis Mario Acuna, che nello scorso settembre eravamo riusciti grazie alle molte donazioni dei sostenitori a portare in Italia per essere sentito dal Sostituto Procuratore di Savona Giovanni Battista Ferro, al momento non è necessaria per lui alcuna tutela legale malgrado gli siano stati sequestrati i documenti.

    La magistratura uruguagia infatti contesta al nostro assistito il possesso di documenti di identità uruguagi falsi. Presumono siano stati fatti fare dal missionario italiano che all’epoca era tutore legale di Luis Mario. Nel racconto del nostro assistito emerge infatti che all’età di 17 anni tentò il suicidio e che don Zappella, per timore che il giovane crollasse psicologicamente e raccontasse tutto, lo fece venire in Italia .

    L’anomalia di quei documenti è che il giovane risulterebbe avere un’età maggiore di quella che il nostro assistito effettivamente ha, le autorità ipotizzano che questa variazione sia stata fatta per permettere al giovane, all’epoca minorenne, di affrontare un viaggio aereo oltre oceano, viaggio che in caso contrario avrebbe potuto affrontare solo se accompagnato. Di questa ipotesi si trova ampio riscontro anche nelle dichiarazioni fatte nel settembre scorso al SECOLO XIX proprio dal missionario Francesco Zappella, il quale non solo calunniava il nostro assistito accusandolo di aver abusato di una minorenne, dichiarando di avere ben 600 testimoni a sostegno della sua accusa, che però non ha mai trovato riscontro , ma in quella occasione dichiarò anche che il giovane aveva “due identità”.

    Si dissociano dal sacerdote italiano anche le autorità uruguagie che in precedenza avevano conferito al missionario la cittadinanza onoraria, oggi revocata da Dardo Sanchez il quale amareggiato si giustifica spiegando che “lo abbiamo nominato cittadino illustre perchè non sapevamo e pensavamo che stesse per morire, per cui abbiamo pensato di ringraziarlo con quella onorificenza”.

    Grazie al coraggio di Luis Mario che in una notevole situazione di difficoltà ha avuto il senso civico e la determinazione di non arrendersi e ai media locali che stanno dedicando da giorni un ampio spazio su questa grave piaga sociale, la redazione di Montecarlo TV e lo stesso Luis Mario ci comunicano che stanno arrivando decine di denunce da presunte vittime in tutto il paese, denunce che hanno costretto la C.E.U. ad istituire un numero al quale le vittime possono rivolgersi.

    Da quanto si apprende dai giornalisti con i quali siamo in contatto risulta che alcuni sacerdoti con “problemi” sono stati addirittura trasferiti all’estero, i più in Argentina.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO Onlus ringrazia per la buona riuscita dell’operazione l’Ambasciata Italiana a Montevideo e quella dell’Uruguay a Milano che ci hanno aiutato nella gestione dei rapporti diplomatici. Ringraziamo la nostra interprete Roberta Pietra che in questi mesi si è occupata dei rapporti con le varie istituzioni e con la stampa. Si ringrazia la giornalista Karina Caputi che da 6 mesi circa sta collaborando con noi. Ringraziamo Montecarlo TV e la redazione di  “SANTO Y SEÑA”, in particolare modo nella persona di Alejandro Amaral, che pazientemente ci ha seguiti verificando quanto avevamo a livello informativo. Ringraziamo tutti coloro che in vario modo hanno contribuito alla riuscita di questa civile iniziativa.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO Onlus.

    La puntata riguardante il sacerdote savonese andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 20 aprile 2016