Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario

    Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario

    Il seminario della vergogna “Noi, violentati e umiliati”

    «Da cinquant´anni mi porto dietro gli incubi. Quel “prefetto” che di notte sollevava le coperte e ci ispezionava fra le gambe, e poi il chierico che mi costrinse, anzi no, perché era molto più subdolo, mi convinse a masturbarmi davanti a lui. Oggi mi sono liberato da questo peso e spero che tanti miei compagni dell´epoca trovino lo stesso coraggio».

    Il sole caldo di fine aprile batte sulla terrazza di una bella villetta con giardino nei dintorni di La Spezia, però i racconti del padrone di casa mettono freddo.

    Antonio, è un nome di fantasia, oggi è un 64enne in pensione dopo una vita piena e felice dal punto di vista affettivo ed economico. A tormentarlo c´erano solo i ricordi di quei due anni, a cavallo del 1960, trascorsi nel seminario di Sarzana.

    «Pensi che, a parte la mia seconda moglie, di queste cose non ho parlato neppure con i miei figli. Me ne vergognavo. Però negli ultimi mesi, il moltiplicarsi delle notizie sui casi di pedofilia nella chiesa mi ha sconvolto e allo steso tempo dato la forza per provare a chiudere quel capitolo».
    Antonio così ha scritto una lettera al vescovo di La Spezia e un paio di mesi fa l´ha consegnata direttamente nelle mani del vicario, don Pier Carlo Medinelli. Due pagine per un salto nel tempo di 50 anni.

    «Oggi queste sono zone ricche ma all´epoca si faceva la fame. Io avevo un padre balordo e mia madre, credendo che sarei andato a star meglio, nel 1959 mi fece entrare in seminario. Ero uno dei piccoli, quelli delle medie, poi c´erano i liceali e gli studenti di teologia. Il primo anno trascorse senza approcci diretti. C´era però un prefetto, don F., che di notte girava nelle camerate, ci sollevava le coperte e guardava o toccava fra le gambe. Ricordo con ansia alcune volte che mi capitò ed ero sveglio. Stavamo tutti in silenzio per la paura». L´anno successivo il trauma.

    «Ero in infermeria per un influenza e fu lì che conobbi il chierico, don M., oggi lo chiamo il “mostro”, che poi era un chierico mai diventato sacerdote. Sapeva scegliere i bimbi più belli e sensibili, dai ribelli si teneva alla larga. Iniziò con carezze e discorsi sulla sessualità».
    Don Mostro si guadagnò la fiducia delle famiglie.
    «Veniva a prendermi a casa e mia madre era contenta. Aveva una Fiat Topolino e mi portava a Livorno, al mercatino americano. Nella pineta di Viareggio provò ad avere dei rapporti completi ma io rifiutai. Mi costrinse invece a masturbarmi alcune volte. Ma ad altri ragazzi del seminario andò molto peggio. Lo incontrai anche dopo che io uscii dal seminario. Ero andato in visita da mio fratello più piccolo al collegio dei Cerri, una frazione di Arcola, e me lo ritrovai davanti come sorvegliante».

    Una vita dopo, gli abusi e le molestie appaiono ancora più gravi perché legati ad un´aggravante sociale. «C´è una cosa che oggi mi fa ancora più male e che da bambino non potevo capire. Lì dentro eravamo tutti poveri. Eravamo figli di famiglie che sopravvivevano a fatica e allora approfittare di questa condizione di inferiorità è ancora più da vigliacchi».
    Antonio lasciò il seminario alla fine della terza media. «Mi ero rotto una gamba durante una gita in montagna sull´Appennino. Non mi portarono neppure in ospedale e ricordo che zoppicai a lungo. Un altro prefetto, don C., mi prendeva in giro di fronte ad altri compagni che erano i suoi “cocchi”. Un atteggiamento al limite del sadismo che subii un´altra volta. Eravamo in estate nelle Langhe. Durante la cena parlai con un tono ritenuto troppo alto e dovetti trascorrere tutta la notte all´aperto, in ginocchio».

    L´incontro si conclude con una passeggiata a Sarzana. Attraversiamo piazza don Dino Ricchetti, un sacerdote molto noto a Sarzana anche per via della deportazione nei campi di lavoro nazisti. Ma don Ricchetti fu anche rettore del seminario dal 1955 al 1965: «Non voglio accusare chi non può più difendersi – dice Antonio – ma mi pare strano che lui non avesse almeno dei sospetti». Antonio spiega di essere sempre rimasto un credente, e di aver compiuto questo passo per «smettere di vergognarmi di episodi di cui io ero la vittima».

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2010/05/04/news/il_seminario_della_vergogna_noi_violentati_e_umiliati-3804008/

  • PEDOFILIA: CHIESA CATTOLICA COINVOLTA IN ALTRI CASI IN SCANDINAVIA

    PEDOFILIA: CHIESA CATTOLICA COINVOLTA IN ALTRI CASI IN SCANDINAVIA

    28-04-10
    (ASCA-AFP) – Oslo, 28 apr – Lo scandalo dei preti pedofili si allarga anche in Scandinavia.

    In Norvegia sono venuti alla luce altri nove casi di abusi. Li ha rivelati la presidente del consiglio etico della Chiesa norvegese, Roennaug Aaberg Andresen, in un’intervista al quotidiano Adresseavisen, aggiungendo che ”spetta alle vittime e ai loro famigliari decidere se denunciare i fatti alla polizia. Alcune di loro hanno detto di volerlo fare”.

    I nuovi casi arrivano a tre settimane dalle rivelazioni su un ex vescovo di Trondheim, il tedesco Georg Mueller, che abuso’ di un ragazzo del coro nei primi anni novanta e che secondo le accuse sarebbe stato coperto dal Vaticano fino allo scorso anno.

    I media norvegesi hanno riportato anche il caso di un pastore protestante della Chiesa Evangelica Luterana, accusato di aver inviato messaggi di natura sessuale a tre dei suoi quattro figli. Nel paese sono in tutto 18 i casi finora segnalati. Nella vicina Svezia, gli episodi denunciati sono saliti a cinque, dopo il racconto fatto da una donna quarantenne che al quotidiano Dagen ha detto di essere stata ripetutamente violentata da un prete quando aveva quattro anni ed era ospite di un orfanatrofio cattolico.

    red-uda/sam/s

  • Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?

    Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?

    di Dario Ferri
    Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?
    pubblicato il 27 aprile 2010 alle 10:06 dallo stesso autore – torna alla home

    La storia del Cardinale Groer viene spesso portata ad esempio del comportamento cristallino di Joseph Ratzinger riguardo gli abusi del clero. Ma, svela il New York Times, basta guardare da vicino la storia per accorgersi che di incongruenze ce ne sono molte.

    Anche stavolta è il New York Times a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il caso: i difensori di Papa Benedetto XVI hanno sempre portato ad esempio dell’attenzione con cui Joseph Ratzinger ha combattuto la pedofilia la questione del cardinale austriaco Hans Hermann Groer, dimessosi dai suoi ruoli a sei mesi dall’apparizione sui media delle accuse di molestia nei confronti di alcuni ragazzi nel 1995.

    BLOCCATO DAL VATICANO? – Nell’occasione, secondo i suoi difensori, Ratzinger si spese per una piena indagine interna, ma venne bloccato dai suoi superiori. Eppure un teologo bavarese dice che basta guardare con maggiore attenzione a quanto accaduto per rendersi conto che le cose andarono in maniera molto diversa. Ad esempio, si ricorda che la nomina di Groer fu apertamente sponsorizzata da Ratzinger nel 1986, quando l’allora cardinale fu pronto a consigliare Giovanni Paolo II sulla questione. E’ vero che oggi papa Benedetto ha incontrato le vittime della pedofilia, Ma mentre spesso, da cardinale, ha usato la sua influenza per far rispettare la dottrina e il clero emarginare i membri le cui opinioni erano divergenti dalla propria, sembrava meno disposto a quel tempo a perseguire aggressivamente i sexual offenders.

    IL CASO GROER – Groer è un caso particolare: aveva molti appoggi ed amicizie nella Curia Romana e condivideva con Giovanni Paolo II la devozione per la Vergine Maria. Quattro vescovi austriaci, tra cui il suo successore a Vienna, hanno considerato “moralmente certa” la responsabilità del cardinale nei casi di abuso. Alcune delle sue giovani vittime, il cui numero varia da 12 a 30, hanno raccontato che il cardinale chiedeva loro di seguirlo nel confessionale, faceva togliere i vestiti e quindi abusava di loro. Groer però non ha mai confessato nulla. E’ scomparso dalla vita pubblica, si è ritirato in un convento da lui fondato e lì ha vissuto fino alla sua morte nel 2003. Padre Kreen, il favorito alla promozione nel ruolo superato da Groer, era anche lui sospettato di non saper reprimere i suoi gusti sessuali – era stato beccato con materiale pedopornografico – ma venne bocciato perché non aveva una laurea in teologia, ma solo quella in filosofia, come fece notare l’allora cardinale Ratzinger.

    I PICCOLI ANGELI – Il problema è che i sospetti su Groer erano ben precedenti al periodo della sua nomina. Il reverendo Udo Fischer, un prete che ha partecipato al seminario maschile Hollabrunn nell’Austria orientale nel 1960 e primi anni 1970, dove il cardinale Groër aveva vissuto e insegnato per decenni, ha detto che nel 1985 ha personalmente messo in guardia l’abate del loro monastero benedettino locale su comportamento inadeguato del Cardinale con i ragazzi, che egli spesso definiva “piccoli angeli”. Fischer stesso era stato oggetto di attenzioni particolari da parte di Groer, e per questo quando seppe della sua nomina a cardinale si lamentò con l’Abate Clemens Lashofer di Göttweig per l’accaduto, ed egli gli rispose che non aveva ricevuto domande sul tema da parte del Nunzio vaticano, aggiungendo che “forse significa che non volevano sapere“.

    LA CALUNNIA E’ UN VENTICELLO – Le voci che circondavano il cardinale Groër andavan però oltre la cerchia di coloro che hanno subito le mani. Josef Votzi, il giornalista che ha rotto lo scandalo nel 1995 nella rivista Profil, è un alunno di Hollabrunn e ha detto che anche tra i membri del personale dell’Arcidiocesi di Vienna che lui ha intervistato la storia era “un segreto di Pulcinella”. Nel 1995 la vittima si fece avanti, dicendo che l’arcivescovo , allora il suo insegnante di religione e confessore, aveva abusato sessualmente di lui per quattro anni, due decenni prima a Hollabrunn. A Roma, qualche settimana dopo, secondo il Cardinale Schönborn, il cardinale Ratzinger in una conversazione a porte chiuse gli rivelò che voleva istituire una commissione d’inchiesta, ma venne fermato. “Questo per me è una delle migliori indicazioni che so per esperienza personale che il Papa di oggi ha avuto un molto deciso, chiaro di gestire casi di abuso“, ha detto. “E ‘diventato ben presto chiaro che la corrente che regnava a Roma non era quella che esigeva chiarezza qui. Il Cardinale Ratzinger mi ha detto che dall’altra parte, il lato diplomatico, aveva prevalso“. Il “lato diplomatico“, dicono gli austriaci, era guidato dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Angelo Sodano, e dall’arcivescovo Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II.

    RETICENZE E OMISSIONI – Schonborn però non riesce a spiegare come mai Ratzinger avesse influenza sulla scelta dei cardinali, ma non sull’apertura di indagini su di loro: “Io non posso spiegare tutto, so solo che è andata così“. Nelle lettere che l’attuale papa ha inviato ai membri del clero austriaco dopo lo scandalo, non fece menzione degli abusi sessuali dell’arcivescovo, avvisando invece i vescovi di non cedere terreno sulle proposte riformiste dei movimenti cattolici di base. Nel 1996, il cardinale Groër è stato nominato capo di un convento in Germania, sotto la supervisione di Göttweig, e appariva ancora alle funzioni ufficiali della Chiesa. Questo ha scatenato una ribellione alla fine del 1997 tra alcuni dei suoi ex allievi e le vittime, che hanno chiesto le sue dimissioni. Di fronte a tali sconvolgimenti, i funzionari della chiesa rimossero il cardinale Groër dal convento e lo rimandarono a gennaio al convento dove aveva vissuto dopo che era stato costretto all’addio nel 1995. Poco tempo dopo, Giovanni Paolo II ha approvato una indagine del Vaticano.

    DARE IL SILENZIO COME SPIEGAZIONE – Ma nessun risultato dell’indagine è stato mai reso pubblico, e il Cardinale Groër non è mai comparso di fronte ad un giudice chiesa né è stato destinatario un rimprovero pubblico di Roma, per non parlare di un processo secolare. Molti nel clero austriaco hanno criticato quello che hanno visto come un tentativo da parte di Roma di proteggere un cardinale, ignorando le vittime che chiedono giustizia. Gottfried Schatz, il numero due del Göttweig che aveva contribuito a guidare la protesta contro il cardinale Groër, ha lasciato nel settembre 1998 e ha chiesto la rimozione dal sacerdozio, cosa che gli è stata concessa insolitamente presto, entro un anno. “Hanno fatto tanto quando avevano davanti l’indignazione pubblica, e non di più“, secondo Padre Schermann.

    http://www.giornalettismo.com/archives/61008/preti-pedofili-benedetto-xvi/

  • Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Battaglia sulla parte informatica Per la difesa ci sono prove dell’uso del computer mentre il sacerdote celebrava messa

    Brescia. Don Marco Baresi torna in aula, davanti ai giudici della corte d’appello di Brescia dopo la condanna in primo grado, nel maggio scorso, a sette anni e mezzo per violenza sessuale, per aver abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media del seminario diocesano, e divulgazione di materiale pedopornografico, per aver scaricato da eMule centina e centinaia di files dal contenuto inequivocabile archiviati su una memoria esterna e cancellati in maniera maldestra pochi giorni prima dell’arresto.

    E I SUOI SOSTENITORI, il gruppo «FreeDON», non lo lasciano solo nemmeno stavolta e fanno capannello all’esterno dell’ingresso del palazzo di giustizia: ragazzi e ragazze e suore tutti uniti a sostenere il loro don, il sacerdote che per questi giovani è stato condannato ingiustamente.
    In aula, davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo, le parti si sono date subito battaglia sulla «parte informatica» della vicenda. I difensori, gli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, hanno chiesto il rinnovamento del dibattimento per quanto riguarda proprio la parte informatica.
    GRAZIE a una consulenza la difesa avrebbe le prove che il computer del sacerdote è stato usato per scaricare files inequivocabili anche mentre don Baresi era altrove: ci sarebbero prenotazioni di files pedopornografici mentre don Marco stava celebrando messa e non poteva essere intento a navigare via Internet per fare ordinazioni a luci rosse. La consulenza confermerebbe quanto dichiarato anche nel processo di primo grado dal sacerdote, che ha sempre sostenuto di non essere l’unica persona (ma non ha fatto altri nomi) che aveva accesso al suo computer.
    Sulla richiesta presentata dalla difesa la camera di consiglio è durata a lungo ed è terminata con un’ordinanza che ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale. Prima di decidere sulla richiesta di rinnovamento del dibattimento, infatti, i giudici vogliono avere alcune risposte tecniche preliminari.

    NELLA PROSSIMA udienza, quindi, al perito verrà conferito un incarico per ottenere risposte e permettere ai giudici di capire se il processo d’appello comprenderà anche una nuova parte dibattimentale.
    In aula anche don Marco Baresi: clergyman grigio, aria serena, il sacerdote ha atteso con i legali l’esito della prima udienza. Il sacerdote era finito nei guai nel novembre del 2007 dopo le accuse di un ragazzino che aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva ancora 14 anni e frequentava la scuola media del Seminario. Dalla scuola il ragazzo, che nel processo è parte civile, era stato allontanato per alcuni problemi, ma non aveva rivelato nulla ai genitori. Le sue rivelazioni sono state successive. Seguito da una psicologa per altri problemi, il ragazzino (diventato maggiorenne nel corso del primo processo) aveva raccontato l’intera vicenda. La psicologa a quel punto aveva avvisato i genitori che avevano formalizzato la denuncia alla polizia.

    Wilma Petenzi

    Don Baresi: è cominciato l’Appello
    martedì 27 aprile 2010

    E’ iniziato davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo della corte d’appello di Brescia il processo di secondo grado a carico di don Marco Baresi, l’ex vice direttore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano, condannato in primo grado a sette anni e mezzo (leggi qui) perché riconosciuto colpevole di violenza e abusi sessuali compiuti nel 2004 ai danni di un ragazzo (14enne all’epoca di fatti) che frequentava la scuola media del seminario, nonché di divulgazione di materiale pedopornografico per aver scaricato dalla rete con il proprio computer centinaia di video porno.
    La difesa, rappresentata dagli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, ha chiesto un nuovo dibattimento sull’aspetto informatico della vicenda, intendendo dimostrare che il computer del religioso sarebbe stato sicuramente usato da qualcun altro in sua assenza.
    Come don Baresi ha sempre sostenuto e come dimostrerebbe l’analisi dei files fatta da un consulente di parte il quale avrebbe scoperto operazioni effettuate mentre il prelato stava celebrando la messa.
    Prima di concedere un nuovo dibattimento, la corte ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale.
    Come si ricorderà, le accuse al sacerdote di Chiari (che è ai domiciliari e lunedì era presente in aula) risalgono all’estate 2007, quando il 14enne che aveva subito le violenze, dopo un lungo periodo di terapia psicologica aveva trovato la forza di parlare denunciando l’accaduto e le pesanti attenzioni sessuali subite. In novembre il religioso era pure stato incarcerato (leggi la notizia).
    Anche all’appello sono presenti fuori dal tribunale i suoi sostenitori del gruppo «FreeDon», che lo considerano perseguitato dalle false accuse di pedofilia.
    Si tratta di famiglie, ragazzi e ragazze, suore che animano un sito internet innocentista pro don Baresi dove si raccolgono adesioni e si firmano appelli in suo favore (vai al sito).

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/18093/218/

  • Cattolici americani. Pedofilia: “Se il bambino è consenziente non è abuso”

    Cattolici americani. Pedofilia: “Se il bambino è consenziente non è abuso”

    di Pietro Salvato
    Per la Lega cattolica americana non tutta la pedofilia è abuso
    pubblicato il 26 aprile 2010 alle 12:46 dallo stesso autore – torna alla home

    L’associazione cristiana e fedele a Roma d’oltreoceano reagisce alle accuse della stampa sugli abusi sessuali nella Chiesa, sostenendo che “se la vittima è consenziente, non c’è abuso”

    Bill Donohue, figura importante della “Catholic League”, la potente lobby cattolica americana dopo aver sostenuto. trovando peraltro sponde e consenso persino nelle stesse gerarchie vaticane, che la pedofilia nella Chiesa è fenomeno dovuto solo alla “crisi omosessuale“, è tornato nuovamente alla carica contro i “nemici della Chiesa” criticando i media americani, a cominciare dal New York Times, per le loro accuse “ingenerose ed ignobili” al Papa sulla vicenda degli abusi sessuali. Non solo, Donohue per rafforzare le sue tesi ha dichiarato alla CNN che “Gli abusi non sono pedofilia, poiché le vittime sono quasi sempre post pubescenti e consenzienti“.

    NEI SECOLI DEI SECOLI – Donohue ha poi scritto direttamente sul sito della stessa associazione cattolica un duro articolo per attaccare nuovamente il NYT, intitolato “Non tutto il sesso gay è male“, citando il caso, riportato dal prestigioso giornale newyorkese, di un uomo vittima di un abuso che ha incontrato il suo aggressore, un prete di origine cilena. Secondo Donohue, questo incontro dimostrerebbe che non c’è stato alcun “abuso sessuale” da parte del sacerdote, poiché entrambi, la vittima ed il suo molestatore, erano consenzienti. In particolare, scrive l’esponente di “Catholic League“: “Se un ragazzo di 17 anni fa sesso con un uomo di età superiore per vent’anni, e continua ad avere rapporti sessuali con lui, all’età di 38 – mentre si è sposato ed ha avuto figli – c’è qualcuno che crederebbe alla sua affermazione che era vittima di abusi sessuali? La risposta è sì: l’ha fatto il New York Times. Questo – scrive Donohue – è esattamente ciò che è accaduto nel caso descritto nel giornale che vede coinvolto in una relazione omosessuale il sacerdote cileno, don Fernando Karadima, che oggi ha 79 anni, e il Dr. James Hamilton, che invece oggi ne ha 44. E ancora, scrive nel suo articolo Bill Donohue “Secondo il Times, tutto è iniziato con un bacio. Vorrei essere molto chiaro su questo: se un tizio avesse cercato di baciarmi quando avevo 17 anni, l’avrei avrei preso a pugni. Io di certo non tornerei dall’autore di questi cosiddetti abusi, a meno che, naturalmente, non mi fosse piaciuto. Infatti, a Hamilton è piaciuto così tanto che è tornato, più volte, in questi 20 e passa anni. Anche dopo che si è sposato, non ha potuto resistere“.

    QUANDO LA VITTIMA DIVENTA CARNEFICE – Il perché di quei ritorni, tuttavia, manco sfiorano la mente di Donuhue. Se il dr. Hamilton è tornato, secondo la nostra la mente d’oltreoceano, il suo fine può essere stato solo uno. Ricadere in tentazione e nel peccato. Dal racconto pubblicato su catholicleague.org non si capisce affatto chi è la vittima e chi è il carnefice. E proprio questo sembra sia l’intento di Donuhue. Hamilton era consenziente, magari – sembra di capire dall’articolo – è stato proprio lui che ha tentato il sacerdote. Ne più, ne meno dello stesso cliché in voga in passato per descrivere la “demoniaca” tentazione della carne – allora femminile – in cui cadevano vittime di tanto in tanto persino molti uomini della chiesa (anche, secondo certi racconti, quelli più potenti). In realtà, le vittime di abusi spesso tendono a tornare dai loro aggressori per molteplici ragioni, fra cui la paura, il senso di colpa, la vergogna o per scarsa autostima. Molte vittime di abusi sessuali hanno sviluppato una particolare forma della cosiddetta “Sindrome di Stoccolma“, ossia quella condizione psichica in cui una vittima – di solito un ostaggio, durante un rapimento – comincia ad identificarsi e a mostrare una certa condivisione e persino sintonia con il suo rapitore – in questo caso molestatore – al fine di ridurre al minimo lo shock o lo stesso pericolo in cui è incorso. Diversi psicologi hanno spiegato come proprio questo comportamento sia dovuto ad un serio conflitto emotivo che, molte volte, determina nella vittima la rinuncia a far perseguire il proprio aguzzino. Ironia della sorte, nel suo sforzo teso a minimizzare lo scandalo legato agli abusi e a criticare la campagna di stampa del New York Times, Dononhue ha, tuttavia, fatto quella che per lui deve essere stata una grande concessione. Infatti, ha sostenuto che “Non tutto il sesso gay è male”. Aspettiamo le reazioni delle gerarchie di Oltre Tevere…

    http://www.giornalettismo.com/archives/60837/lega-cattolica-americana-tutta/

  • Udine. 5 chiese con scritte anti preti pedofili

    Udine. 5 chiese con scritte anti preti pedofili

    (ANSA) – UDINE, 20 APR – Scritte con ingiurie contro la Chiesa cattolica e i sacerdoti, con chiari riferimenti alla pedofilia, sono state tracciate da persone sconosciute la scorsa notte sulle pareti esterne della chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo a Turrida di Sedegliano (Udine). E’ la quinta chiesa imbrattata in modo analogo negli ultimi giorni in Friuli (due nella citta’ di Udine). Le scritte sono state scoperte da alcuni parrocchiani che hanno subito chiesto l’intervento dell’amministratore parrocchiale, mons. Nicolino Borgo, e dei Carabinieri. (ANSA).

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi

    Predefinito Rif: Pedofilia uguale omosessualità. La Chiesa esce dall’angolo rispolverando un preg
    La diffusione del pregiudizio omofobo da parte del clero si sta diffondendo anche tra chi condanna la chiesa cattolica.
    Ne sono la riprova queste scritte comparse pochi giorni fa su una chiesa a Udine

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi – Udine20.it

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi

    E’ stato il muro della chiesa dei Rizzi in via delle Scuole ad essere imbrattato con una scritta ingiuriosa contro i preti e contro la pedofilia. Nei giorni scorsi un altro gesto simile, persone non ancora identificate hanno imbrattato con del letame i muri della chiesa di Barazzetto di Coseano.

    Monsignor Gherbezza vicario generale della Curia “Un gesto di grave inciviltà che arriva in un momento particolare in cui la chiesa è sotto attacco e sta subendo una campagna denigratoria. Le chiese udinesi invece stanno subendo l’attacco dei vandali.”

    Furio Honsell sindaco di Udine “A nome della città condanno l’aggressione ed esprimo la mia solidarietà nei confronti dei parroci e dell’arcivescovo. Una città civile come Udine deve assolutamente condannare atti di aggressione alla Chiesa. Ero a Vissandone la mattina di Pasqua per celebrare la messa e ho visto molte persone sconvolte per quello che è accaduto. Tutti questi atti sacrileghi denotano una mancanza assoluta di rispetto non solo per un luogo sacro e per Dio, ma anche per tutte le persone che si ritrovano in chiesa e credono. Sono gesti che hanno superato il limite”

    Giuseppe Faccin parroco dei Rizzi La nostra comunità è unita ma poco tutelata dai flussi che periodicamente invadono questa zona soprattutto in occasione delle partite di calcio. Era già comparsa una scritta dei tifosi, adesso questa. Purtroppo in certi frangenti ognuno si sente libero di fare quello che vuole e probabilmente, sull’onda della campagna contro la chiesa e il Papa portata avanti da alcuni media, qualcuno ha pensato bene di esprimere il proprio disagio interiore così. Io sono prete e non sono né gay, né pedofilo, con tutto il rispetto per i gay e nessuno per i pedofili per cui sono sereno. E invito anche la nostra comunità a rimanere serena e a non preoccuparsi. Questo muro imbrattato – continua – è un’altra prova di fede. Dobbiamo distinguere le eccezioni, che purtroppo ci sono state, dalla sostanza che vede la chiesa impegnata a fare del bene. Anche per questo non sono per niente preoccupato. La scritta sarà presto cancellata.

  • Pedofilia. Il Vaticano ha taroccato le linee guida?, Nessun obbligo di denuncia

    Pedofilia. Il Vaticano ha taroccato le linee guida?, Nessun obbligo di denuncia

    di Paolo Flores d’Arcais, “Il Fatto Quotidiano”, 20 aprile 2010

    Quattro domande al responsabile della Sala Stampa vaticana
    Il Vaticano ha taroccato il documento sulla pedofilia?

    Le quattro domande cruciali
    1) Le “linee guida” sono un testo che risale interamente al 2003, “attribuibile all’allora cardinal Ratzinger”, o sono state introdotte modificazioni e/o interpolazioni nei giorni precedenti la pubblicazione on line?
    2) Se l’ordine del Vaticano era di rispettare le leggi civili di ciascun paese, come mai nessun vescovo ha denunciato un prete pedofilo anche nei paesi dove tale denuncia è obbligatoria? Una rivolta di quei vescovi contro il volere del Papa?
    3) Perché Karol Wojtyla ha approvato la lettera con cui il cardinal Castrillon Hoyos si felicitava e solidarizzava con il vescovo di Bayeux-Lisieux mons. Pierre Pican che non avendo denunciato un prete pedofilo era stato condannato dalla giustizia francese a tre mesi con la condizionale? Il Papa contro il Papa? O addirittura il cardinal Ratzinger contro Giovanni Paolo II?
    4) Perché non vengono aperti gli archivi della Congregazione della dottrina della fede sui casi di pedofilia, e consegnati alle autorità giudiziarie, in modo che anche la giustizia terrena possa fare il suo corso, secondo le leggi vigenti in ciascun paese?

    Caro Padre Lombardi, nell’aprile del 2001, quando ricopriva la carica di direttore della Radio Vaticana, lei ebbe la bontà di collaborare alla rivista MicroMega, accettando un dialogo su un tema spinoso e affrontandolo con chiarezza. Sono certo che con il passare degli anni tanto la sua bontà che la sua chiarezza si siano solo accresciute, parallelamente all’accrescersi delle sue funzioni, che lo hanno portato ad essere oggi responsabile della Sala Stampa vaticana, cioè di tutta la comunicazione che riguarda il Sommo Pontefice e le Congregazioni della Chiesa. Per questo le chiedo oggi di avere la bontà di rispondere con chiarezza a una serie di aggrovigliati interrogativi che non riesco a sbrogliare e che riguardano la conferenza stampa nella quale ha dato conto delle cosiddette “linee guida” a cui vescovi e sacerdoti devono attenersi in tutto il mondo nelle circostanze, purtroppo non infrequenti, di casi di pedofilia ecclesiastica.

    Quasi tutti i giornali e i siti internet hanno riportato questo incipit-sintesi della sua conferenza stampa: “Obbligo di denuncia dei preti pedofili all’autorità civile e, nei casi più gravi, un intervento diretto del Papa per ridurre i colpevoli allo stato laicale, senza processo e senza possibilità di revoca”. Perchè il giorno dopo, quando è tornato sull’argomento, non ha smentito quell’incipit-sintesi, dovuto all’agenzia Ansa, accreditandola invece con il suo silenzio? Nessun “obbligo di denuncia” è infatti mai stato imposto dal Vaticano. Al contrario. E con ciò arriviamo alla seconda domanda. Chi è l’autore delle “linee guida” che sono improvvisamente comparse on line sul sito del Vaticano il10 aprile? “Si tratta di linee guida risalenti al 2003, e che quindi – spiega sempre il Vaticano – sono attribuibili all’allora capo della Congregazione, Joseph Ratzinger”. Questa affermazione è un infortunio di agenzia, o davvero è stato lei a pronunciarla?

    “Linee guida” senza data e senza firma
    In tal caso infatti il groviglio si infittisce, poiché le “linee guida” sono un testo in inglese senza data, senza firma, senza protocollo, tutti elementi che non mancano mai nei documenti vaticani, tra i più formali che le cancellerie del mondo conoscano. La lingua ufficiale del Vaticano è il latino, usato perfino nella corrispondenza tra prelati, vedi la famosa lettera del card. Ratzinger al vescovo di Oakland, che il New York Times ha scoperto e pubblicato come prova di un atteggiamento omissivo.

    Che cosa significa, dunque, che le “linee guida” risalgono al 2003 e sono attribuibili al card. Ratzinger? In buon italiano vuol dire che il testo – esattamente quel testo – è stato redatto sette anni fa, e che l’estensore materiale è il card. Ratzinger o almeno il suo staff sotto il suo controllo. Può confermarmi con chiarezza inequivocabile che le cose sono andate così? Perché da altre sue parole non sembrerebbe. Tutti i giornali hanno infatti riportato, con la solita unanimità verbatim, che “sempre la Sala Stampa ha riferito che, nel 2003, la Congregazione per la Dottrina della Fede si era data una sorta di regolamento interno mai finora pubblicato e che ora, nella sua sintesi divulgativa, è stato reso noto per la prima volta sul sito della Santa Sede”. Qui gli enigmi sono due. Nel 2003 la Congregazione si è data un “regolamento interno”, cioè una interpretazione operativa della sua istruzione del 2001 intorno ai Delicta graviora, oppure no? “Una sorta di” è espressione davvero incongrua, soprattutto nel mondo di certosina precisione delle procedure canoniche. Si intendono disposizioni date oralmente dal cardinal Prefetto? O di diverse interpretazioni date per iscritto caso per caso? O di una interpretazione in progress, che attraverso disposizioni orali o scritte è andata evolvendo?

    Sono state fatte interpolazioni?
    Secondo enigma. Le “linee guida” sono una “sintesi divulgativa”, e passi. Ma è stata scritta allora, nel 2003, o è stata scritta oggi? O in parte allora, ma con qualche interpolazione di oggi? Differenze non di poco conto. Perchè il modo in cui lei ha presentato le “linee guida” – “attribuibili all’allora cardinal Ratzinger” – inducono il lettore a immaginare che questa “sintesi divulgativa” sia stata scritta allora, sia perciò un documento storico. Ma se andiamo a guardare con attenzione alla sintassi, viene il dubbio che, in modo alquanto contorto, la Sala Stampa, cioè lei, ci lasci aperta la porta per l’interpretazione opposta. “Mai finora pubblicato” si riferirebbe insomma solo alla “sorta di regolamento interno”, che ora verrebbe “reso noto per la prima volta” non già in quanto tale (perché informale, e dunque non esistente nella forma di un testo scritto) ma “nella sua sintesi divulgativa”, dove l’azione divulgativa è quella della stessa Sala Stampa. Può su questo, caro Padre Lombardi, avere la bontà di darmi una risposta cristallina, ispirata a quell’evangelico “il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal demonio” (Matteo 5,37) che anche un ateo come me sommamente apprezza? Le perentorie dichiarazioni del cardinal Castrillon Hoyos, secondo cui Papa Wojtyla aveva approvato la lettera inviata a Mons. Pican, vescovo di Bayeux-Lisieux, di felicitazone e piena solidarietà per il suo rifiuto di denunciare alla giustizia francese un prete pedofilo (omessa denuncia che gli era costata tre mesi con la condizionale) rendono una sua riposta cristallina assolutamente necessaria e urgente. Se davvero la linea della Chiesa era già allora di uniformarsi ai codici penali nazionali, il Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato il primo a violarla! Il che suona una “contradictio in adiecto”.

    E dunque (mai come in questo caso repetita iuvant): non le chiedo di sapere se la sostanza del documento (in inglese, anonimo e senza data, pubblicato sul sito del Vaticano come “Guide to Understanding Basic CDF Procedures concerning Sexual Abuse Allegations”) coincide con la presunta “sorta di regolamento interno”. Le chiedo se il testo messo on line nei giorni scorsi esisteva già – parola per parola e virgola per virgola – o è stato scritto/modificato/interpolato nei giorni scorsi. La necessità di una risposta “sì sì, no no” riguarda soprattutto la frase chiave: “Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte”, che a una sommaria analisi filologica suona eterogenea rispetto al resto del testo, tutto riferito alle procedure del diritto canonico.

    La frase chiave sembra estranea
    Se il testo è del 2003, non si capisce perché non sia stato datato, e soprattutto in che cosa sarebbe diverso dalla “sorta di regolamento interno”. Il fatto che invece la Sala Stampa, cioè lei, ne abbia parlato come di due realtà diverse, l’una sintesi dell’altra, fa propendere verso l’ipotesi di una rielaborazione attuale. Ma se così fosse, non averlo detto chiaramente, anche dopo che tutti i media mostravano di aver inteso il carattere storico-autentico delle “linee guida”, rasenterebbe la disinformacija. Sospetto a cui non voglio indulgere neppure per un attimo, e per dissolvere il quale le scrivo questa lettera. Ricordandola sempre con affetto,

    suo Paolo Flores d’Arcais

    (20 aprile 2010)

  • Prete pedofilo incarcerato

    Prete pedofilo incarcerato

    Un PRETE che più di vent’anni fa ha abusato sessualmente “sistematicamente” di una serie di ragazzi mentre insegnava in una scuola cattolica di alto livello a Manchester, è stato incarcerato per sei anni.

    Padre William Green, 67 anni, si era dichiarato colpevole di 27 aggressioni a sei – ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 15 anni presso la St Bede’s School di Alexandra Park mentre erano a capo dell’educazione religiosa, e un vice prefetto lì, e aggressione a un bambino di otto anni in una scuola diversa in cui aveva precedentemente insegnato.

    È stato condannato in totale a 30 anni, ma sconterà solo sei anni dietro le sbarre poiché i termini scadranno contemporaneamente.

    Green, che ha assunto la sua nomina nel 1973 dopo aver studiato per il sacerdozio a Roma, ha avuto anche una particolare responsabilità per il convitto degli alunni al St Bede’s e ha operato una politica delle porte aperte, incoraggiando l’amicizia con gli alunni che lo vedevano come una “figura paterna”.

    Emettendo la sentenza, il giudice Clement Goldstone gli ha detto: “Hai abusato sistematicamente e sessualmente di questi ragazzi, che erano vulnerabili e impressionabili, e sono stati curati da te ai fini della tua gratificazione sessuale.

    “Hai abusato di loro a scuola, durante le gite scolastiche e durante le attività legate alla chiesa, e ti sei procurato la fiducia e il rispetto delle famiglie di molte delle tue vittime. Hai violato la loro fiducia e amicizia con rimorso e ripetutamente.

    “Sapevi che a causa della tua posizione non avrebbero o non avrebbero potuto dire di no, e se hanno resistito hai spento il fascino e la gentilezza e sei diventato severo, distante e li hai ostracizzati.

    “Questi erano ragazzi che ritenevi bisognosi del tuo aiuto – in effetti lo avevano. Ma non avevano bisogno né apprezzavano né avevano bisogno delle tue attenzioni ingiustificate o del tuo comportamento depravato. Hai lasciato sulla tua scia devastazione e rovina per quanto riguardava le vite delle tue vittime, gli effetti doveva durare molti anni, e in alcuni casi rimanere”.

    Gli disse: “Il mio dovere principale è punirti e dissuadere gli altri in posizioni di fiducia e responsabilità dal comportarsi in modo simile. Non hai mostrato pietà per le tue vittime mentre le abusavi”.

    Alaric Bassano, procuratore presso il Manchester Crown Court, ha affermato che gli alunni del collegio di Bede erano particolarmente vulnerabili, poiché erano separati dalle loro famiglie.

    Ha detto che c’era stato un modello distinto di toelettatura da parte di Green, che sembrava amichevole, disponibile e rilassato in contrasto con la relativa severità degli altri membri del personale della scuola.

    Gli alunni spesso trascorrevano del tempo nei suoi alloggi dove venivano trattati cibo, dolci, tè, televisione e, in alcuni casi, sigarette e alcol.

    Molte vittime hanno descritto l’attrazione di trascorrere del tempo con il sacerdote, il cui comportamento nei loro confronti sembrava “attenuare l’austerità delle regole scolastiche e la solitudine lontano da casa”.

    Alla corte è stato detto che l’abuso sessuale ha seguito uno schema simile in tutti i casi: giochi di wrestling che sono passati ad atti di rapporti sessuali simulati che spesso hanno coinvolto Green che ha aggredito sessualmente le sue vittime.

    Il signor Bassano ha affermato che in quattro dei casi gli abusi sono stati sistematici, con reati commessi in numerose occasioni per un certo numero di anni contro ciascuna vittima.

    C’era anche una significativa violazione della fiducia, in quanto non solo era il maestro, prefetto e sacerdote dei ragazzi, ma in alcuni casi era un amico di famiglia, godeva dell’amicizia con i genitori dei ragazzi.

    Una delle vittime aveva appena otto anni quando è stata aggredita indecentemente da Green che insegnava in una scuola media prima della formazione per il sacerdozio.

    Green in seguito ha continuato ad aggredirlo quando ha frequentato il St Bede’s come allievo diurno.

    Alla corte è stato detto che si era sentito incapace di resistere alle avances del suo insegnante o di dire a qualcuno cosa stava succedendo.

    Più tardi nella vita ha lottato per venire a patti con quello che era successo, soffrendo di ansia e depressione e assumendo overdose di compresse in due occasioni a causa della sua angoscia.

    Un’altra vittima che era una pensionante a Bede’s, ha cercato aiuto da Green quando è stato vittima di bullismo da parte di altri ragazzi.

    Ha fatto amicizia con il prete, il bullismo è cessato, ma è stato ripetutamente abusato sessualmente – circa 100 volte.

    La vittima, che ha detto di essere stato spesso rifornito di bevande e sigarette, ha descritto il “terribile fardello” che portava, dicendo: “Penso che influisca su tutto ciò che faccio….l’infanzia e l’innocenza rubate”.

    Un’altra delle vittime ha detto che l’abuso ha predato la sua mente per anni, ha visto il sesso come sporco e ha lottato nelle sue relazioni personali.

    Ha anche provato il senso di colpa per non essersi fatto avanti prima.

    Peter Turner, difendendosi, ha detto alla corte che lo stesso Green era stato vittima di abusi fisici per mano del suo patrigno da bambino.

    Ha detto che Green provava una profonda vergogna per le sue azioni e che a un certo punto aveva creduto che quello che aveva fatto fosse così terribile che Dio non lo avrebbe perdonato.

    Aveva ammesso di contemplare già il suicidio ed era “un uomo molto distrutto e malato”.

    Il sig. Turner ha sottolineato che da quando aveva lasciato St Bede’s nel 1990, il sacerdote aveva servito con lode presso la Holy Family Roman Catholic Church a Wigan, dove era considerato un uomo devoto e altruista, il cui ministero non era secondo a nessuno.

    https://www.manchestereveningnews.co.uk/news/greater-manchester-news/pervert-priest-jailed-968872

  • Attacchi inqualificabili contro il Papa

    Attacchi inqualificabili contro il Papa

    CITTÀ DEL VATICANO – La torta di mele che piace tanto anche al fratello don Georg, alcuni libri molto apprezzati, telefonate e messaggi di auguri. Il Papa ha festeggiato ieri i suoi 83 anni con una mezza giornata riservata alle udienze, mentre l’ altra metà è stata dedicata a preparare i discorsi per il viaggio di oggi a Malta. Benedetto XVI era sereno anche se il suo compleanno è capitato nel vortice delle polemiche sui casi di pedofilia nella Chiesa. E al ritorno da La Valletta, Joseph Ratzinger festeggerà i cinque anni di pontificato con un grande pranzo offerto lunedì sera dai porporati nella sala ducale del Palazzo apostolico.

    Cogliendo la sua preoccupazione per il momento difficile che sta vivendo la Chiesa, il governo italiano ha inviato a Benedetto un messaggio in cui si è schierato incondizionatamente dalla sua parte. «Solidarietà» è stata espressa al pontefice per «la inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa». Molti gli auguri da tutto il mondo politico. Dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai vertici di Camera e Senato, al sindaco di Roma («devotae profonda solidarietà – ha scritto Gianni Alemanno – in un momento in cui alcuni organi di stampa hanno abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo»).

    La visita apostolica di due giorni a Malta, dove l’ isola si prepara ad accogliere in festa Benedetto XVI, non sarà però immune dai pensieri del caso pedofilia. Non è prevista per ora nessuna deroga al programma, ma le vittime maltesi di abusi vedono rafforzata la loro speranza di un incontro nelle prossime ore con il pontefice. Gli undici uomini hanno anche riferito della disponibilità data dal promotore di Giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Charles Scicluna, maltese, a vederli presto. Un incontro previsto probabilmente per giugno.

    Anche ieri i giornali cattolici hanno continuato a fare muro. L’ Osservatore Romano ha puntato il dito contro i media che si «irritano» perché il Papa non si cura di quel che scrivono di lui. A Benedetto XVI, invece, «interessa solo fare bene il Papa, cioè la guida spirituale dei cattolici. Ed è questo che disturba tanto il mondo e i potenti padroni dell’ informazionee della politica».

    Durissimo, poi, l’ intervento dello storico Massimo Introvigne, sotto il titolo “Goebbels e l’ operazione preti pedofili”, pubblicato da Avvenire, in cui si sottolinea la somiglianza tra il caso di oggi sulla pedofilia nella Chiesa e la campagna scatenata negli anni ‘ 30 dal ministro della propaganda del Terzo Reich per «screditare la Chiesa cattolica». Così, davanti a un’ altra torta guarnita di fragola e kiwi su cui campeggiava la scritta “Happy birthday Holy Father”, offerta dalla Papal Foundation, fondazione americana, il pontefice non ha evitato i riferimenti all’ attualità. «Il male- ha detto- non ha mai l’ ultima parola».

    MARCO ANSALDO

    https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/17/attacchi-inqualificabili-contro-il-papa.html

  • Il prete pedofilo confessa Il suo gesto era premeditato

    Il prete pedofilo confessa Il suo gesto era premeditato

    Il religioso si era presentato a casa della bimba con un regalo Le urla della sua vittima lo hanno spaventato e costretto alla fuga

    TERAMO Ha ammesso le sue colpe. Ha chiesto perdono. Poi ha detto di non ricordare i dettagli. Di non comprendere bene la lingua.

    Il prete indiano accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni, ai magistrati si è mostrato affranto. Quasi sconvolto di quanto accaduto. Il gip Marina Tommolini ha confermato la custodia cautelare per David T., il sacerdote accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni. Le accuse del pm Bruno Auriemma sono state quindi confermate. Il prete pedofilo resta nel carcere di Teramo. Un interrogatorio difficoltoso, si è resa necessaria la presenza di un interprete.

    Il religioso ha ammesso di essersi fatto toccare dalla bambina, ma ha messo a verbale: «Mi sono subito ritratto». Poi vuoti di memoria. I non ricordo, però, non hanno reso grave la posizione del religioso. Il suo gesto, infatti, è stato premeditato come dimostra il racconto della vittima. La bambina, residente nella piccola frazione di Magnanella, ha parlato con la consulente della Procura, la psicologa di Pescara, Angelozzi, riferendo con precisione quanto accaduto quella mattina.

    Ed è proprio il suo racconto che inchioda David T., e non rende credibile la sua versione del raptus improvviso. La bimba ha raccontato tutto ai genitori, poco ore dopo il fatto, avvenuto tra Natale e Capodanno dello scorso anno. Il sacerdote si presentò a casa della bambina con un pupazzo di Babbo Natale. Le aveva portato un dono. In casa non c’erano i genitori e la bambina non lo voleva fare entrare, ma il sacerdote è riuscito a convincerla. In casa c’era solo la sorellina più piccola, sei anni, che era nella sua stanzetta. L’orco si è subito mostrato per quello che era. Ha preso la manina della piccola e l’ha poggiata sui suoi genitali.

    La bambina, che ha descritto il gesto nei dettagli, ha urlato ed è fuggita in un’altra stanza. L’orco con la tonaca è andato in bagno dove «è rimasto alcuni minuti» racconta la bambina. L’urlo ha svegliato la sorellina che ricorda solo questo particolare. Il prete lascia la casa e la bambina, appena rientrano, racconterà tutto ai genitori. Senza indugi questi si recano dai carabinieri e quindi dal vicario diocesano del vescovo, don Davide Pagnotella, superiore gerarchico del prete indiano.

    La famiglia è molto religiosa e si dimostra subito fiduciosa sia nei carabinieri che nella gerarchia ecclesiastica. Il prete viene convocato e subito ammette. «Mi pento di quello che ho fatto». La diocesi lo sospende immediatamente dal ministero e il prete indiano, viceparroco ad interim della piccola frazione di Teramo, torna a Roma, al convitto internazionale di San Tommaso nel rione Monti. Vi resterà poco tempo. Nel frattempo, causa la grave malattia della mamma in India, padre David T. lascia l’Italia.

    Non sarà una fuga, ma la procura preferisce emettere un decreto di latitanza. L’altro ieri il prete tornato dall’India è stato convocato dalla Diocesi di Teramo e il vicario, don Davide Pagnotella, lo ha accompagnato in procura dove gli stato notificata la misura cautelare. Affranto, quasi pentito ha ammesso davanti al sostituto Auriemma l’episodio. Poi però si è chiuso. Confuso ha detto di non capire la lingua, di non ricordare con certezza cosa aveva fatto. Le stesse cose che ha ripetuto poi nell’interrogatorio di garanzia avvenuto, ieri davanti al gip. L’orco con la tonaca aveva scelto bene la sua vittima. La bambina infatti frequentava la chiesetta della frazione ed era assidua nella lettura dei testi durante la messa. Il piccolo borgo è abbastanza isolato e soprattutto di giorno gli adulti sono pressoché assenti perché si recano al lavoro lontano.

    Il prete venuto dall’India appartiene alla diocesi di Roma, è residente presso il convitto internazionale al Rione Monti e prestato alla diocesi di Teramo-Atri per supplire alla carenza di sacerdoti. Padre David svolgeva infatti il ruolo di parroco ad interim della frazione teramana. Un ministero sacerdotale che svolgeva nei fine settimana e nelle feste comandate. Così ha conosciuto la bambina. Ha acquistato il pupazzo e con questo «cavallo di Troia» ha cercato di approfittare della sua innocenza. Il prete si è fatto toccare. Davanti ai suoi superiori ha ammesso quella che ha chiamato «debolezza», «raptus». I genitori della bambina non hanno avuto dubbi e lo hanno denunciato: prima ai carabinieri e poi al vescovo. Fiduciosi sia nella giustiza degli uomini sia in quella della Chiesa. Il prete orco è in cella, sospeso dalle sue funzioni sacerdotali.

    dagli inviati TERAMO Poche case arroccate sui contrafforti dei Monti della Laga.
    Periferia lontana di Teramo.

    Un grappolo di abitazioni con giardino, i fiori. Silenziose. Su un piccolo sperone di roccia, la chiesa della frazione di Magnanella. Chiusa, apre solo la domenica e per le feste più importanti. Un sacerdote arriva da Teramo, ora c’è don Arturo, un anziano prete che a fatica conquista questo quasi eremo per celebrare messa. Di padre David quasi nessuno parla. «Ah sì, quel prete straniero…- quasi improvvisa una signora intenta a raccogliere il bucato incuriosita dalla presenza di estranei – Sono mesi che non si vede». Del resto il paese si anima solo a sera e la domenica. I cani passeggiano tranquilli per le strade deserte: talmente sicuri da sdraiarsi al centro della carreggiata, impigriti dalla solitudine. Su qualche cancello l’immagine della Madonna. Un camioncino che vende pesce rompe il silenzio con il suo altoparlante, ma nessuno raccoglie il suo appello. La piccola frazione sembra aver cancellato dalla memoria quanto è accaduto. Una società unita e religiosa che ha subito protetto i propri bambini. Diversa l’atmosfera in città, dove gli strilli delle locandine dei giornali fanno bella mostra lungo le strade principali. «Francamente si resta sempre senza parole dinanzi a queste vicende, ma penso che dovremo abituarci perché non sono le prime e non saranno le ultime – racconta Andrea Rossi mentre percorre corso Corso San Giorgio, la via principale della città – c’è bisogno di maggiori controlli e, qualora si ravvisano comportamenti sbagliati, devono essere puniti con fermezza».

    In molti ieri in città hanno apprezzato l’impegno della diocesi e del vescovo in particolare a voler collaborare, per evitare che l’episodio potesse ripetersi. «L’obiettivo che i cattolici devono perseguire anche in gravi casi come questi – racconta Massimo – è quello di non scindere Cristo dalla chiesa. In molti, dopo notizie come queste, viene spontaneo condannare la chiesa in toto, dicendo che una cosa è Cristo un’altra i preti. Ma non è così. Lo ha detto anche il Papa che è nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo. La colpa di uno non può diventare colpa di tutti, anche se la tentazione è quella di staccare Cristo dalla Chiesa perché troppo piena di sporcizia per poterlo portare. La tentazione protestante sempre è in agguato». Nella piazza principale di Teramo l’arresto del prete è argomento di tutti, molti guardano con curiosità le telecamere catapultate in città dai grandi network che riprendono la Cattedrale, il palazzo vescovile. I capannelli di pensionati che cercano qualche sprazzo di tiepido sole hanno un solo argomento.

    Ma sono i giovani quelli che cercano di dare risposte che scindono l’errore di un prete dalle accuse massificate. «Hanno fatto bene a fermarlo e, se verranno confermate le accuse, dovrà pagare – dice con convinzione Carla Oronzii – sono cose gravissime, ancora di più se fatte da un prete, ritengo sia giustissimo che la chiesa collabori nel fermare certi soggetti». E c’è chi addirittura ha affrontato l’argomento con i propri figli. «Ormai sui media non si parla d’altro, c’è tanta preoccupazione e si stenta a capire – ha sottolineato Cinzia Morrone – portavo mia figlia a scuola e, come tutte le mattine, si giocava. Abbiamo iniziato con delle associazioni di parole e, una volta detto prete, lei mi ha subito risposto pedofilo. Sono rimasta basita da questa associazione di idee, ma lei con il candore tipico dei bambini mi ha risposto che quella parola l’aveva ascoltata in televisione, parola che forse nemmeno comprendeva bene». Reazioni e sensazioni che comunque plaudono all’atteggiamento voluto dalla Curia in questi mesi, dalla denuncia all’ingresso del prete indiano nel carcere teramano di Castrogno. F.Cap. Mau.Pic.

    14/04/2010

    Il vescovo di Teramo, monsignor Michele Seccia: fiducia nei magistrati
    La Diocesi lo ha sospeso subito e consegnato alla giustizia
    dall’inviato TERAMO «Vivo questi momenti con grande sofferenza.

    Nel silenzio». Il vescovo della diocesi di Teramo-Atri, monsignor Michele Seccia mostra tutto il disagio suo e della diocesi per la vicenda del sacerdote arrestato con l’accusa di pedofilia. Come a voler esorcizzare il male, ieri il vescovo e i sacerdoti della sua diocesi erano in ritiro spirituale in quel di Giulianova. «Fin dall’inizio, con molta discrezione, ma allo stesso tempo con determinazione, abbiamo collaborato con la magistratura. Abbiamo piena fiducia nei giudici e vogliamo che l’inchiesta faccia il suo corso». La Diocesi ha collaborato con le indagini? «Abbiamo agito immediatamente appena i genitori della bambina hanno denunciato il fatto. È stato sentito l’interessato e il vicario diocesano, Davide Pagnottella, ha sentito anche la famiglia. Da quel momento, con molta discrezione per rispetto della vittima, ci siamo messi a disposizione dell’autorità giudiziaria». Il sacerdote «infedele» però aveva lasciato Teramo e l’Italia? «Mentre l’inchiesta giudiziaria faceva il suo corso, la Diocesi ha immediatamente sospeso dal ministero il sacerdote e rimandato a Roma. Dopo è partito per l’India per assistere la madre malata. Al suo ritorno è stato il mio vicario ad accompagnarlo in Procura a Teramo per facilitare l’azione giudiziaria». La Chiesa quindi non ha cercato di nascondere il fatto? «Tutt’altro. La sospensione dall’esercizio ministeriale come previsto dal Codice canonico è stata presa appena il vescovo è venuto a conoscenza del fatto. Ovvero a fine dicembre 2009. Una misura precauzionale. Nel momento in cui sarà emessa una sentenza, saranno presi altri procedimenti. La giustizia civile farà il suo corso, quella canonica è già intervenuta. Ho piena fiducia nel corso della giustizia. Dobbiamo però salvaguardare la dignità della vittima e del colpevole per fare verità». In qualche modo l’atteggiamento della Diocesi di Teramo ha anticipato le linee guide del Vaticano in materia di abusi. Denuncia alla magistratura e sospensione dei preti coinvolti… «Abbiamo semplicemente agito seguendo il senso di responsabilità, di giustizia e di verità». Monsignore ha incontrato i genitori della bambina? «Non ancora. Con loro ha parlato il mio ausiliario. Ho preferito rinviare l’incontro finché la magistratura non avesse accertato tutti i fatti. Non volevo che la mia richiesta fosse interpretata come un modo per mettere a tacere tutto. Non è questa la nostra intenzione. Del resto abbiamo dimostrato di non voler nascondere nulla mettendoci a disposizione dei magistrati». La Chiesa propugna il perdono. Come si fa a perdonare chi ha compiuto atti così efferati? «Il perdono è un percorso. Una scelta consapevole. C’è chi arriva, chi non arriva. Come si fa a perdonare? Questo entra nelle ottiche dell’impossibilità. Ma ci viene incontro Gesù: “Perdona loro che non sanno quello che fanno”. Con questo non voglio sminuire questo o altri che hanno commesso simili abusi. Bisogna comunque cercare di capire cosa deforma la mente». Come affronterà questa vicenda con i suoi fedeli? «C’è tanto clamore da tempo su questa problematica. Ne ho parlato nell’omelia della messa crismale del giovedì santo. Ho detto che non esiste solo questo problema. Esso è grave. Abbiamo responsabilità e ce ne facciamo carico. Lo condanniamo. Provo enorme sofferenza e umiliazione per questo episodio avvenuto nella nostra Diocesi. Ma la Chiesa è altro. È Cristo e la sua Passione». Mau.Pic.

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    14/04/2010