Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    GARLASCO (PAVIA). Un solo assassino o più complici sulla scena del crimine? La difesa di Andrea Sempio, l’unico indagato nel nuovo fronte di inchiesta sul delitto di Garlasco, non ha dubbi: «Chiara è stata uccisa da una sola persona». Massimo Lovati, che difende l’indagato insieme alla collega Angela Taccia, lo aveva già dichiarato ma ieri durante la trasmissione Mattino 5 ha voluto essere più preciso: «Non c’entrano né Sempio, né le gemelle, né i vari nomi che stiamo sentendo in questi giorni: è solo fumo negli occhi. Chiara Poggi è stata uccisa da un solo killer, un omicida che fa riferimento a una massoneria internazionale, un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani e alla pedofilia». Poi l’affondo agli inquirenti: «Questa indagine è partita malissimo».

    L’ipotesi di più complici

    La pista di un coinvolgimento di più persone nel delitto non è invece esclusa dalla Procura, che infatti contesta a Sempio (che comunque resta unico indagato fino a questo momento) il concorso con altri soggetti rimasti ignoti o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima già condannato per questo delitto a 16 anni di carcere (condanna che sta finendo di scontare in regime di semilibertà). I carabinieri del nucleo investigativo di Milano indagano a 360 gradi su delega dei pm Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Per questo hanno anche acquisito gli atti dell’inchiesta sul santuario mariano della Bozzola, tra il 2012 e il 2014 al centro di uno scandalo per ricatti gay ai religiosi da parte di due giovani romeni, condannati per estorsione e oggi latitanti.

    Le tracce in casa

    Nella villa di via Pascoli sono state repertate una sessantina di impronte digitali che non è stato possibile attribuire, nonostante i confronti fatti all’epoca. Alcune sono ritenute, dai carabinieri di Milano, più rilevanti di altre. C’è di sicuro la traccia catalogata come 33, trovata sulla parete destra della scala che porta alla cantina dove fu trovato, la mattina del 13 agosto 2007, il corpo senza vita di Chiara Poggi. L’impronta di un palmo destro è attribuita a Sempio: secondo una consulenza disposta dalla Procura coincide per 15 punti di contatto. La traccia dovrebbe essere riesaminata anche sul fronte genetico, ma negli archivi dei Ris non si trova.

    L’impronta sulla porta

    Proprio la presenza di così tante impronte non consente agli inquirenti di escludere altre persone sulla scena del crimine. È ancora da attribuire (e non è di Sempio, né di Stasi e nemmeno di altre persone che frequentavano la casa) l’impronta catalogata come numero 10 e ritrovata sull’anta interna della porta di ingresso. L’impronta digitale è lasciata da una mano sporca, ma di questa traccia non fu mai eseguito un accertamento per stabilire la natura della sostanza presente. L’analisi sarà eseguita a distanza di 18 anni, nell’incidente probatorio che sarà avviato il 17 giugno su diversi reperti, comprese le fascette para-adesive delle impronte digitali.

    Il memoriale del detenuto

    garlasco

    Un paio di pagine scritte a mano nel carcere di Torre del Gallo, dove si trova con l’accusa di omicidio volontario. Il memoriale di Cleo Stefanescu, 25 anni, raccoglie le confidenze che gli fece lo zio, Flavius Savu, sui festini a luci rosse al santuario mariano della Bozzola. Stefanescu, in cella per avere ucciso alcune settimane fa con 40 coltellate Luca Leone in corso Novara a Vigevano, ha chiamato alcuni giorni fa la sua avvocata, Guya Portaluppi, per consegnarle le sue dichiarazioni.

    «Voleva raccontarmi alcuni fatti su Garlasco – dice la sua legale –. Lo sento quindi in cella e mi conferma quanto aveva già detto lo zio a proposito dell’inchiesta sulla Bozzola. Non ha dichiarato nulla sull’omicidio di Chiara Poggi, si è limitato a fare qualche sua ipotesi». Nessuna informazione, quindi, sull’omicidio della giovane o su un presunto collegamento con l’inchiesta del santuario. Nel memoriale Stefanescu racconta che lo zio gli parlò dell’ex rettore, don Gregorio Vitali, e della reverenza che nutriva nei confronti di un alto prelato «a cui baciava i piedi». Racconta anche che c’erano tanti giovani che partecipavano ai festini a luci rosse con alcuni religiosi e che «ricevevano per questo anche cifre fino a 3mila euro a testa». Stefanescu spiega di avere voluto mettere per iscritto i suoi ricordi dopo che ha sentito ancora parlare dell’inchiesta sullo scandalo al santuario, che nel 2014 portò alla condanna dello zio, oggi latitante, per estorsione. «Non ha fornito riscontri a un collegamento con il delitto di Chiara Poggi – precisa la sua avvocata –, però siamo pronti a consegnare il manoscritto all’autorità giudiziaria qualora gli inquirenti ritengano di interesse quanto ha voluto dichiarare il mio assistito». —

    Le telefonate attribuite a Stasi

    Le quattro chiamate anonime sul cellulare di Chiara Poggi il 13 agosto furono attribuite, con un calcolo di probabilità, al telefono fisso di Alberto Stasi nella sentenza del gup Stefano Vitelli. Resta ancora il mistero sulla telefonata che la cugina di Chiara, Stefania Cappa, dice di averle fatto il 12 agosto, di cui non c’è traccia agli atti.

    I genitori Poggi: «Ormai più testimoni che garlaschesi»

    «A Garlasco ormai vengono fuori più testimoni del delitto che abitanti»: a dirlo, visibilmente contrariato, è Giuseppe Poggi, il padre di Chiara, intervistato ieri con la moglie Rita Preda da un giornalista del Tg5. I genitori smentiscono che la borsa di Chiara sia stata rubata dopo il delitto, come scritto da alcuni giornali nei giorni scorsi. «È vero – dice la mamma – che avevamo subito un furto, ma la borsetta di Chiara è sempre stata con noi». E mentre lo dicono, i coniugi mostrano la borsa nera al giornalista. Poi la coppia replica a chi dice che lo scandalo della Bozzola, scoperto anni dopo il delitto, possa essere in qualche modo legato all’omicidio. «Mia figlia – dice mamma Rita – alla Bozzola non andava».

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2025/06/03/news/delitto_garlasco_legali_sempio_pedofilia_morte_chiara_poggi-15174749/

  • Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    O

    re 9.00 – Intervento dell’On. Angela Napoli, Madrina del Premio, già Vice-Presidente
    Commissione Parlamentare Antimafia e di Marisa Garofalo

    • “Io sono Lea” – MONOLOGO di Paolo De Chiara
    • Consegna del Premio ai “Testimoni” del nostro tempo e consegna delle Menzioni Speciali

    Modera:

    • Mara Ferraro, socia associazione Dioghenes APS

    A Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus, per l’impegno civile e umano nel contrasto alle violenze maschili contro le donne e alla tratta sessuale. Fondatrice e guida di un’Associazione che da anni opera con coraggio accanto a chi subisce soprusi e sfruttamento, Michelangela Barba ha trasformato la denuncia in azione, la parola in accoglienza, la solidarietà in prassi quotidiana. Ha dato voce e sostegno a tantissime donne, restituendo loro la possibilità di ricominciare. La sua è una testimonianza viva, coerente, che ha saputo coniugare attivismo, sensibilizzazione e informazione, diventando punto di riferimento anche per WordNews.it.

    Per la forza della sua testimonianza, per la costanza del suo impegno e per la sua azione quotidiana a difesa della dignità femminile, Michelangela Barba incarna lo spirito più autentico del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi non si arrende mai alla violenza e alla paura.

     


    A Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro, per la sua instancabile battaglia civile contro il caporalato, le agromafie e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sociale. Ricercatore e docente, autore di studi fondamentali sul fenomeno del bracciantato migrante e sulla comunità sikh dell’Agro Pontino, Omizzolo ha unito il rigore scientifico alla militanza civile, pagando sulla propria pelle il prezzo della verità. Formatore e autore di saggi, articoli e libri come La Quinta Mafia, ha contribuito a far emergere la fitta rete di connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e sfruttamento del lavoro agricolo.

    Per la sua testimonianza limpida e per il suo costante lavoro di denuncia, Marco Omizzolo rappresenta lo spirito del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi, con la forza della verità e della conoscenza, continua a sfidare l’indifferenza e la paura.


    A Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria, per il suo impegno nel coniugare educazione, memoria e legalità in una visione pedagogica che restituisce alla scuola il suo ruolo più alto. Fondatore e coordinatore del progetto scientifico-didattico di Pedagogia dell’Antimafia, Costabile ha portato l’antimafia fuori dai tribunali e dentro le aule. Nel marzo 2019 ha promosso, insieme a Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani e coautore di Lettera a una professoressa, il seminario permanente “Barbiana 2040”, un laboratorio di scrittura collettiva e di riflessione pedagogica che riprende e rinnova l’eredità milaniana per la scuola del XXI secolo.

    Per aver fatto dell’educazione un atto politico nel senso più alto e nobile del termine, per aver restituito alla scuola la sua funzione emancipatrice e per aver tracciato, con coerenza e coraggio, una pedagogia dell’impegno e della libertà, Giancarlo Costabile è riconosciuto come Testimone del nostro tempo.


    A Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, per l’esemplare impegno, la dedizione e la competenza con cui, in territori ad altissima densità criminale, ha incarnato i valori più alti del servizio allo Stato e della lotta per la legalità. Con una straordinaria operazione investigativa, condotta tra il 2020 e il 2024 alla guida della Stazione Carabinieri di San Martino di Taurianova, ha smantellato una vasta rete di narcotraffico internazionale, documentando un giro d’affari illecito di oltre un milione di euro. Un risultato investigativo di eccezionale rilievo che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dell’Arma con un encomio semplice conferito dal Comandante della Legione Carabinieri Calabria.

    Per aver difeso con onore la divisa e servito con dedizione la giustizia, per aver restituito alla comunità fiducia nello Stato e nella forza del bene comune, il Maresciallo Capo Corrada Pomillo riceve il titolo di Testimone del nostro tempo.


    A Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3), per aver dedicato la propria vita professionale alla ricerca della verità e alla difesa del diritto di cronaca, cardine irrinunciabile di ogni democrazia. Con rigore, coraggio e lucidità, Mottola ha indagato le zone d’ombra del potere, svelando intrecci di corruzione, affari opachi e abusi istituzionali che minano la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. Le sue inchieste hanno contribuito a restituire senso e dignità al giornalismo d’impegno civile, in un tempo in cui informare è diventato un atto di resistenza.

    Per la coerenza, la professionalità e il rischio personale con cui continua a onorare il mestiere di cronista, Giorgio Mottola rappresenta la voce scomoda e necessaria di un’Italia che non si rassegna al silenzio e continua a credere nella verità, nella giustizia e nella libertà.


    A Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, della Costituzione e della dignità del lavoro come fondamento della Repubblica. La sua voce, ferma e appassionata, ha saputo rappresentare non solo le istanze del mondo sindacale, ma anche quelle di un Paese che chiede giustizia sociale, sicurezza, parità e rispetto. In anni segnati da precarietà, disuguaglianze e smarrimento civile, ha mantenuto viva la tradizione del sindacalismo più autentico, quello che non si piega al potere ma lo interroga, lo sfida, lo richiama alla responsabilità verso i più deboli.

    Per la coerenza morale, la visione solidale e la tenacia con cui ha difeso il lavoro come valore umano e politico, Maurizio Landini è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di una resistenza civile che continua a credere nel potere collettivo della solidarietà e nella forza etica della giustizia sociale.


    A Mauro Esposito, testimone di giustizia, per il coraggio e la forza morale con cui ha scelto di denunciare la ’ndrangheta, rompendo il muro dell’omertà e schierandosi, senza esitazioni, dalla parte dello Stato e della verità. La sua storia è quella di un uomo comune che, di fronte alla violenza e al sopruso, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una scelta radicale e di giustizia. Con la sua denuncia, Mauro Esposito ha contribuito a smascherare un sistema criminale che affonda le radici nel potere e nella paura, dimostrando che la legalità non è un concetto astratto, ma un atto di responsabilità personale e collettiva.

    Per l’esempio di coerenza e dignità civile e per aver incarnato l’essenza stessa dell’antimafia dei cittadini, Mauro Esposito è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di quella Italia onesta che non si arrende e continua a credere nella giustizia, nella verità e nella libertà.


    A Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali, in servizio presso la Stazione Carabinieri Forestali Parco di Ottaviano, per lo spiccato impegno, la dedizione e l’eccezionale professionalità dimostrati nel contrasto agli illeciti ambientali in un territorio notoriamente segnato da un alto indice di criminalità organizzata. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025, ha condotto personalmente numerose indagini che hanno portato a risultati operativi di straordinario rilievo: 190 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, 83 sequestri eseguiti e 415 controlli sul territorio – molti dei quali effettuati all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Per l’elevato senso del dovere e l’integrità morale con cui ha servito lo Stato e difeso il bene comune, il Brigadiere Pellegrino Passariello riceve il titolo di Testimone del nostro tempo, come simbolo di una divisa che protegge, indaga e difende la vita, la terra e la legalità.


    MENZIONI SPECIALI

    A Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per l’impegno silenzioso ma tenace con cui, da oltre cinquant’anni, custodisce e difende la memoria di una verità negata: quella di un uomo innocente, morto il 15 dicembre 1969 nella Questura di Milano, in una notte che cambiò per sempre la storia repubblicana. Silvia ha scelto la via della dignità e della perseveranza, opponendo alla menzogna di Stato la forza della memoria e del pensiero critico. Il suo impegno civile e culturale, svolto lontano dai riflettori, ha contribuito a tramandare alle nuove generazioni il senso autentico della giustizia, della libertà e della resistenza morale.

    Per aver trasformato il dolore in testimonianza e la memoria in impegno, Silvia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di coerenza civile e di amore incrollabile per la verità e per la democrazia.


    A Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per la determinazione con cui ha continuato a chiedere verità e giustizia per una delle pagine più oscure della storia italiana: la morte del padre, simbolo della strategia della tensione e delle sue vittime innocenti. Claudia ha saputo coniugare la memoria familiare con un impegno pubblico lucido e coraggioso, mantenendo viva la lezione di libertà, solidarietà e umanità che Pino Pinelli ha incarnato fino all’ultimo istante. La sua voce, ferma e limpida, è oggi quella di chi non dimentica, di chi pretende verità non per vendetta ma per riconciliare il Paese con la propria coscienza civile.

    Per aver reso la memoria un atto politico e morale, e per aver difeso il nome del padre con la forza mite della verità, Claudia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resistenza civile e di amore per la giustizia.


    A Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS, per il suo instancabile impegno nella diffusione della cultura della legalità e nella valorizzazione della memoria storica di uno dei più grandi simboli della lotta alle mafie: Joe Petrosino. Con passione e rigore, Chirichella ha trasformato un’eredità storica in un progetto culturale e civile di respiro internazionale, capace di unire le due sponde dell’Atlantico nel nome della giustizia, della verità e del coraggio. Sotto la sua guida, l’Associazione Petrosino è diventata un punto di riferimento per scuole, istituzioni e cittadini.

    Per la costanza del suo impegno, per la dedizione nel difendere i valori della legalità e per aver saputo trasformare la figura di Joe Petrosino in un simbolo contemporaneo di etica pubblica e responsabilità civile, Pasquale Chirichella riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    A Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito, per la lucidità e la determinazione con cui ha scelto di contrastare la ‘ndrangheta al Nord, raccontandone l’espansione in Emilia-Romagna. Con inchieste, documentari, conferenze e percorsi formativi nelle scuole e nelle università, Minari ha costruito un modello di antimafia civile e culturale, capace di unire conoscenza, etica e partecipazione. Il suo impegno testimonia che la mafia non è un problema del Sud, ma una questione nazionale.

    Per aver dato voce a una nuova generazione di cittadini consapevoli, per aver dimostrato che la verità non teme il potere e che la legalità è un atto di libertà, Elia Minari riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico. Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, nel nome della verità e della dignità.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani, per l’impegno costante con cui, da molti anni, si dedica alle missioni umanitarie internazionali e alla difesa dei diritti dei popoli oppressi. Durante la guerra nei Balcani, nel 1999, ha operato come volontario nel campo profughi di Valona, in Albania, offrendo aiuto e sostegno ai rifugiati. Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Ha denunciato le gravi condizioni di vita dei rifugiati. A Palmi, la sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Nel 2013 ha fondato un coordinamento dedicato alla memoria di Rossella Casini, uccisa dalla ’ndrangheta nel 1981.

    Per la sua dedizione alla causa dei diritti umani e per l’impegno nel promuovere la legalità come forma di resistenza morale, Enzo Infantino riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di cittadinanza attiva, coraggio civile e memoria viva.


    Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana. Combattente nella Resistenza, Mario Coppetti ha rappresentato una generazione che ha riscattato l’Italia dal buio della dittatura e dell’oppressione, restituendo al Paese la speranza di una democrazia fondata sul coraggio, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Dopo la guerra, ha continuato a testimoniare con la parola e con l’esempio i valori antifascisti e costituzionali, trasmettendo ai giovani l’eredità più preziosa: la consapevolezza che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno. La sua memoria rimane viva come simbolo di coerenza, umanità e impegno civile, esempio luminoso di quella Italia migliore che ha saputo scegliere da che parte stare.

    Per aver incarnato con la propria vita il significato più alto della Resistenza e per aver lasciato un segno profondo nella storia civile del nostro Paese, Mario Coppetti riceve il Premio Nazionale Lea Garofalo, come testimone eterno della libertà e della dignità repubblicana.


    A Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, per il coraggio, la dignità e la forza con cui ha custodito e tramandato la memoria di Lea, simbolo eterno di libertà e di ribellione contro la ’ndrangheta. Con il suo impegno Marisa ha difeso la verità e l’onore di una donna che scelse di spezzare le catene dell’omertà, affrontando la solitudine e il dolore con la forza della giustizia. La sua voce, ferma e autentica, ha continuato a testimoniare la storia di Lea, restituendole umanità, verità e giustizia, contro ogni tentativo di oblio o strumentalizzazione.

    Per aver reso la memoria familiare un atto pubblico di resistenza, per aver difeso con amore e fermezza il nome di Lea e per averne proseguito la battaglia civile.


    A Angela Napoli, già Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia e madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, per il coraggio, la coerenza e l’integrità con cui, in decenni di vita pubblica, ha difeso i valori della legalità, della giustizia e della libertà. Parlamentare di raro rigore morale, Angela Napoli ha combattuto con determinazione le infiltrazioni mafiose, denunciando con nome e cognome complicità, silenzi e connivenze che hanno avvelenato la democrazia. La sua voce, libera e intransigente, ha rappresentato un presidio di verità nel cuore delle istituzioni, anche quando la solitudine e le minacce avrebbero potuto spegnerla. Da sempre accanto ai testimoni di giustizia, alle donne che resistono e ai cittadini che non si arrendono, ha reso la politica un atto di servizio e non di potere.

    Per la limpidezza del suo impegno, per la forza con cui ha scelto la parte più difficile e per la costanza con cui continua a educare alla legalità e alla memoria.

     

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

  • Abusi su un’allieva 16enne e materiale pedopornografico: condannato il professore di religione

    Abusi su un’allieva 16enne e materiale pedopornografico: condannato il professore di religione

    Il Tribunale di Brescia ha condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione un professore di religione 40enne, che esercita anche la professione di avvocato penalista, accusato di atti sessuali con una sua allieva 16enne e di produzione e detenzione di materiale pedopornografico. La sentenza è stata emessa oggi, martedì 25 novembre, al termine del processo abbreviato, rito che prevede uno sconto di pena in caso di condanna.

    Le indagini
    L’inchiesta era iniziata nell’anno scolastico 2023/2024, quando la psicologa della ragazza, dopo alcuni colloqui con la sedicenne, aveva deciso di rivolgersi direttamente alla Procura, preoccupata per quanto emerso durante le sedute. Da quella segnalazione era partita l’indagine della Squadra Mobile di Brescia, che aveva rapidamente portato a una serie di approfondimenti.

    Nel corso delle perquisizioni, gli agenti avevano sequestrato i telefoni cellulari e il computer del professore, trovando messaggi scambiati con l’alunna e diversi file multimediali che ritraevano la minorenne. L’analisi forense del materiale informatico aveva, inoltre, portato alla scoperta di decine di migliaia di contenuti sessualmente espliciti, riconducibili a persone di età differenti, tra cui anche soggetti minorenni.

    Riguardo ai file pedopornografici trovati nei suoi dispositivi, il professore aveva rilasciato una dichiarazione spontanea in aula, affermando che quel materiale sarebbe finito nelle chat Telegram a sua insaputa, spiegando di essere iscritto a gruppi “genericamente hard” senza conoscerne davvero i contenuti. Infatti, durante il procedimento il docente ha respinto ogni accusa, dichiarando di non aver mai indotto l’alunna a compiere atti sessuali e ribadendo la propria totale estraneità alla produzione di materiale illecito.

    Nonostante ciò, secondo quanto emerso dalle indagini, i magistrati hanno ritenuto fondati gli elementi raccolti dagli investigatori e il Tribunale di Brescia ha condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione il professore di religione.

    https://www.fanpage.it/milano/abusi-su-unallieva-16enne-e-materiale-pedopornografico-professore-di-religione-condannato-a-brescia/

  • “Lea ha dovuto morire per essere credibile”: la lezione di coraggio di Lea Garofalo apre la 4a edizione del Premio Nazionale a lei intitolato. La presentazione al Manin

    “Lea ha dovuto morire per essere credibile”: la lezione di coraggio di Lea Garofalo apre la 4a edizione del Premio Nazionale a lei intitolato. La presentazione al Manin

    Tre giornate dedicate al Premio Nazionale Lea Garofalo, la giovane donna di origine calabrese che si è ribellata alla ‘ndrangheta, diventando testimone di giustizia e pagando con la vita la sua scelta di libertà e legalità. Quest’anno sarà Cremona la location scelta per celebrare questi tre giorni che tra cerimonie e momenti di riflessione, porteranno la memoria di Lea come esempio ancora vivo e vitale di legalità e di libertà, ma anche come momento di riflessione anche sul tema della violenza contro le donne, proprio in occasione della giornata contro la violenza sulle donne che si celebra domani.

    Organizzata dall’associazione Dioghenes A.p.s, l’iniziativa è stata presentata stamattina presso la Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” del Liceo Ginnasio Statale “Daniele Manin” in una conferenza stampa per illustrare il programma delle tre giornate. “Un paese senza memoria è un paese senza storia, per citare proprio Pasolini -ha esordito Paolo de Chiara, presidente di Dioghenes- Questa quarta edizione è qui a Cremona, a un’ora da Milano, da quel viale Montello, strappato alla mafia e dedicato a lei“.

    presente per l’occasione anche Marisa Garofalo, sorella di Lea, che ha presentato la sua commossa e toccante testimonianza diretta: “Lea è sempre stata una donna coraggiosa, fin da bambina. La sua è una storia di coraggio e di denuncia, ma anche una storia di amore per la figlia. Lea ha denunciato, ma ha dovuto morire per essere creduta. Sono felice oggi di essere qui –ha commentato Marisa, ripercorrendo i momenti drammatici vissuti da quel 24 novembre 2009– ho capito sin sa subito dopo la scomparsa di Lea che le era accaduto qualcosa di tragico. Il processo ha portato a 4 ergastoli, ma in realtà non c’è stata giustizia: manca la certezza della pena, quegli uomini tra permessi premio e altro hanno potuto tornare anche a casa. Ma non mi meraviglio di ciò, perchè Lea non è stata tutelata nemmno quando era ancora in vita” parole amare e taglienti come lame, che raccontano ancora una volta il dramma di una vita spezzata per mano malavitosa e di una giustizia che non sempre tutela le vittime.

    “Emozione e commozione” sono state le parole della Dirigente scolastica del “Manin” Maria Grazia Nolli “Un’iniziativa che incoraggia noi scuole a promuovere la legalità ed a sensibilizzare gli studenti verso una cittadinanza attiva, consapevole e monitorante. Lea, donna e madre coraggiosa, ha gettato un seme di speranza, che i giovani colgono con entusiasmo e passione nel promuovere la cultura della legalità e della giustizia”.

    Presente anche il sindaco Andrea Virgilio, che ha ringraziato la scuola per la sensibilità nel cogliere ed accogliere questa iniziativa : “E’ importante e faticoso trasmettere una storia come questa. C’è differenza tra storia e memoria: la memoria è ancora calda e scottante, mentre la storia ci permette di razionalizzare il racconto. Siamo davanti anche ad una sfida di carattere culturale, per sgretolare una società patriarcale. Anche in ambito politico, dobbiamo dare il giusto valore al tema della sicurezza, andando a scardinare quelle infiltrazioni malavitose di cui non si parla quasi mai, lasciando spazio a notizie “minori”, quando invece si dovrebbe aprire un dibattito politico allargato anche su queste tematiche”.

    Dopo le riflessioni di apertura, la parola è passata a Giusi Rosato, docente del Manin e responsabile nazionale Scuole e Università Dioghenes APS, che ha spiegato nel dettaglio i dati relativi al concorso, partendo dal numero cospicuo di lavori svolti, ben 88, giunti da tutta Italia, molti dalla Lombardia e molti anche da regioni come Calabria, Puglia e Campania, terre in cui le associazioni malavitose sono particolarmente infiltrate. “La mafia teme più la scuola che la giustizia”, una citazione del magistrato Antonino Caponnetto e ripresa per sottolineare come la vera differenza si faccia proprio partendo dai ragazzi e dalla cultura. Rosato ha quindi elencato i nomi delle scuole e delle classi premiate.

    SCUOLA DELL’INFANZIA

    1° classificato: Scuola dell’infanzia “Sant’Angelo” – Cremona – Titolo del lavoro: “AL.LEA.TI: Lea, piccola storia, grande cuore”

    SCUOLA PRIMARIA

    1° classificato: Istituto Comprensivo Rocca Bovio Palumbo D’Annunzio plesso Primaria “Papa Giovanni XXIII” – Trani (BA) – Titolo del lavoro: “Rosario Livatino, testimone di legalità”

    2° classificato: Istituto Comprensivo Ugo Foscolo di Vescovato, Scuola Primaria G. Lonati di Ca’ de Mari – Gadesco Pieve Delmona (CR) – Titolo del lavoro: “Parole idelebili”

    3° classificato: Istituto Comprensivo Rocca Bovio Palumbo D’Annunzio plesso Primaria “Papa Giovanni XXIII” – Trani (BA) – Titolo del lavoro: “Testimoni della legalità”

    SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO

    1° classificato: Istituto Comprensivo G. Diotti- Casalmaggiore (CR) – Titolo del lavoro: “Nel silenzio il suono dei tamburi”

    2° classificato: Istituto Comprensivo Denza – Castellammare di Stabia (NA) – Titolo del lavoro: “Uno scrigno foriero di parole salvifiche”

    3° classificato: Istituto Comprensivo Cremona 2 – Scuola secondaria di I grado “Virgilio” – Cremona – Titolo del lavoro: “La voce di Lea”

    SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO

    1° classificato: Liceo Ginnasio Statale D. Manin – Cremona – Titolo del lavoro: “La chiamata”

    2° classificato: IIS G. Falcone – Palazzolo sull’Oglio (BS) – Titolo del lavoro: “La sedia vuota”

    3° classificato: IIS J. Torriani – Cremona – Titolo del lavoro: “Lea! Una donna, una testimone!”

    MENZIONI SPECIALI 

    – Istituto Comprensivo Ugo Foscolo di Vescovat, scuola secondario di I grado “Don gaetano Portioli, Ostiano (CR), gruppo interclasse (classi 2A e 2B): Lea Garofalo, un nome che non tace. Affinchè la memoria diventi futuro

    – IIS G. Romani – Casalmaggiore, Gruppo di studenti della classe 5A Classico: Diario, la storia di Emanuela Loi

    – Liceo Ginnasio Statale D. Manin – Cremona: La parola come atto di resistenza

    – IIS G. Falcone – Palazzolo sull’Oglio (BS): La sedia vuota

    – IIS J. Torriani – Cremona: Lea! Una donna, una testimone!

    – IC Dedalo 2000 –  Scuoal secondari di I grado “A. Roncalli” –  Gussola: Intervista a un mafioso.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati anche i nomi dei “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni:

    • Michelangela Barba
    • Marco Rizzollo
    • Giancarlo Costabile
    • Corrada Pomilio
    • Giorgio Mogola
    • Maurizio Landini
    • Mauro Esposito
    • Pellegrino Passariello
    • Silvia e Claudia Pinelli
    • Pasquale Chirichella
    • Elia Milani
    • Francesco Zanardi
    • Vincenzo Infantino
    • Mario Coppetti

    Il programma si articola in tre giornate, da oggi a mercoledì, in diverse location della città, dal liceo Manin al Teatro Monteverdi, dalla premiazione nell’Aula Magna del Campus Santa Monica a Palazzo Comunale fino all’ex chiesa di San Vitale.

    Michela Garatti
    https://cremonasera.it/cronaca/-lea-ha-dovuto-morire-per-essere-credibile-la-lezione-di-coraggio-di-lea-garofalo-apre-la-4a-edizione-del-premio-nazionale-a-lei-intitolato-la-presentazione-al-main
  • Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Tre giorni densi, tre giorni di volti, parole e storie che non si spezzano. La 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, dal 24 al 26 novembre 2025, torna a parlare: guardate, ricordate, agite.
    Un programma che è un intreccio vivo di memoria, legalità, istituzioni, studenti, testimoni, magistrati, esperti e familiari. Tutti uniti nel nome di una donna che ha detto no alla ’ndrangheta senza arretrare di un centimetro.

    La prima giornata si apre nella Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” del Liceo “D. Manin”. A introdurre gli interventi ci sono figure che danno peso al racconto: Maria Grazia Nolli, dirigente scolastica; Paolo De Chiara, presidente Dioghenes APS e direttore WordNews.it; Giusy Rosato, responsabile nazionale Scuole e Università Dioghenes APS; Andrea Virgilio, sindaco di Cremona; e naturalmente Marisa Garofalo.

    Poi il momento centrale: “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”.
    A dialogare ci sono voci che conoscono il volto delle mafie da dentro:
    On. Angela Napoli, madrina del Premio;
    Francesco Prete, Procuratore della Repubblica di Brescia;
    Alessandra Dolci, Procuratrice Antimafia e coordinatrice DDA di Milano;
    Antonio Giannelli, Prefetto di Cremona;
    Marisa Garofalo, sorella di Lea;
    e l’autore Paolo De Chiara.
    Modera Giusy Rosato.
    Un dibattito che non è celebrazione ma resa dei conti civile.

    Al Teatro Monteverdi, alle 16:00, va in scena il docufilm “Pino, vita accidentale di un anarchico”.
    Lo introducono Paolo De Chiara, Silvia Pinelli e Claudia Pinelli, le figlie di Giuseppe “Pino”.
    In sala anche Fortunato Zinni, superstite della strage di Piazza Fontana.
    Modera Omar Bellicini, giornalista.
    È una memoria che non fa prigionieri: chi c’era, chi ha perso, chi ha visto, chi porta la verità addosso.

    La mattina il Campus “Santa Monica” dell’Università Cattolica accoglie la presentazione e premiazione degli elaborati selezionati dalla giuria.
    A portare i saluti:
    Imerio Chiappa, dirigente USP Cremona;
    Roberta Mozzi, assessore all’Istruzione;
    Luca Burgazzi, assessore alla Legalità;
    Simona Piperno, dirigente scolastica IIS “Torriani”;
    Alberto Ferrari, dirigente Liceo Scientifico “Aselli”;
    Leopoldo Di Filippo, consigliere Dioghenes APS.
    Introduce Angela Napoli, madrina del Premio.
    Modera Mara Ferraro.

    Al Teatro Monteverdi si alza un sipario doloroso e necessario.
    La performance “Vite negate”, curata dalla prof.ssa Gentilia Luisa Arli e dal Gruppo Teatro del Manin, apre la tavola rotonda.

    A seguire, un parterre che fotografa la battaglia quotidiana:
    Veronica Conti, responsabile Eventi Dioghenes APS;
    Cristina Pugnoli, consigliera provinciale di Parità;
    Angela Napoli, madrina del Premio;
    Maria Grazia Nicolò, commissario straordinario del Governo antiracket e antiusura;
    Silvio Bonfigli, Procuratore della Repubblica di Cremona;
    Giulia Cristina, dirigente Squadra Mobile;
    Col. Paolo Sambataro, comandante provinciale Carabinieri;
    Sonia Bernardi, vicecomandante Polizia Locale;
    Valeria Scafetta, giornalista e scrittrice.
    Presenti anche AIDA, Casa Famiglia Sant’Omobono, Collettive 365 CGIL, I care – We care, Soroptimist Cremona.
    Modera Giusy Rosato.

    È qui che la verità colpisce più forte: la mafia uccide il doppio quando incontra una donna.

    La mattina si apre con gli interventi dell’On. Angela Napoli e di Marisa Garofalo.
    Poi il monologo “Io sono Lea”, scritto e interpretato da Paolo De Chiara, porta in scena una voce che non vuole smettere di farsi sentire.

    A seguire:
    la consegna dei premi ai Testimoni del nostro tempo e delle Menzioni Speciali.
    Modera Giovanni Palisto, giornalista televisivo.
    Le letture e gli intermezzi musicali sono curati dal Liceo Musicale “Antonio Stradivari”.


    Mafie, economia, lavoro: il fronte del presente

    Nell’ex chiesa di San Vitale, si tiene l’ultima tavola rotonda. A introdurre i lavori: Leopoldo Di Filippo.

    Intervengono:
    Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes;
    Roberto Montà, presidente Avviso Pubblico;
    Stefano Prandini, autore di Mafie all’ombra del Torrazzo;
    Antonino Schilirò, responsabile Comunicazione Dioghenes APS;
    Lara Ghiglione, segretaria confederale CGIL;
    Alessio Festi, responsabile Politiche della Legalità e Sicurezza CGIL.
    Modera Paolo De Chiara.

    Qui la memoria cede il passo all’analisi viva: mafia, lavoro, diritti, economia. Le sfide vere.

    Lea Garofalo libretto 3 giornate_STAMPA (1)

  • Chiesa e abusi sessuali: 174 casi in Lombardia

    Chiesa e abusi sessuali: 174 casi in Lombardia

    “La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174, il cui sommerso è più della metà: 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da “Tolleranza zero?”, secondo “report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero“, a cura dell’osservatorio permanente della Rete L’abuso che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.

    Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.

    “Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.

    Tra le regioni più colpite anche la Sicilia con “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.

  • In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    di Francesco Bertolucci. Foto di Simone Padovani – “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito ingiustizie e violenze attraverso gli abusi, Maria ripete oggi: ‘Io sono vostra madre’. E nessuno può togliervi questo dono personale offerto a ciascuno di voi. E la Chiesa, alcuni dei cui membri vi hanno purtroppo ferito, oggi si inginocchia con voi davanti alla Madre”. Le parole del papa statunitense Leone XIV alle vittime di abusi all’interno della Chiesa, pronunciate il 15 settembre in Vaticano durante l’omelia della messa in occasione del Giubileo della Consolazione, sono suonate come un messaggio di apertura. O almeno questo è ciò che sperano migliaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero italiano.

    Sono 4.625 i casi di pedofilia contro ragazzi e ragazze all’interno della Chiesa cattolica italiana che sono stati segnalati e registrati dall’associazione Rete L’Abuso. “Stiamo parlando di casi segnalati negli ultimi 25 anni”, sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, un’associazione che riunisce le vittime e i familiari di coloro che hanno subito abusi da parte di sacerdoti e membri del clero della Chiesa cattolica italiana. “Di queste 4.625 vittime, 4.395 sono state abusate da sacerdoti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da laici e 54 da scout”, continua Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il trauma dell’abuso. “Il numero nascosto delle vittime potrebbe essere enorme. Se fossimo in grado di contare i casi verificatisi nei decenni passati, il numero delle vittime potrebbe variare da 50.000 a oltre 1 milione, che sarebbe il numero più alto mai registrato in tutto il mondo”.

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, altri rapporti ufficiali sono stati prodotti e pubblicati nel novembre 2022 e nel maggio 2025 dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. I rapporti affermano che nel biennio 2020-2021 ci sono state 89 vittime di 68 persone nell’ambito ecclesiastico in Italia, mentre nel biennio 2023-2024 ce ne sono state 115. Nel 2023, Rete L’Abuso ha presentato una petizione all’Unione Europea e una richiesta di procedura d’infrazione urgente all’ONU per chiedere cosa intendessero fare questi due organismi sovranazionali per “risolvere il problema italiano”, costringere l’Italia a “prevenire il fenomeno” e “proteggere i minori dagli abusi sessuali, soprattutto da parte del clero”, dato che “la Chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante in quanto è un’associazione strutturata che, grazie a lacune legislative, si è autoregolamentata internamente dietro un Motu proprio che mantiene tutte le pratiche omissive e criminali che sono alla radice del problema stesso, che in Italia sono “fiorentemente” favorite dallo Stato, che la sostiene con il silenzio e ne promuove la linea criminale”, come si legge nei documenti.

    Tuttavia, gli appelli non hanno ricevuto molta attenzione e il governo italiano non ha mai risposto alle domande dei giornalisti quando è stato chiesto di esaminare il rapporto dell’associazione o di istituire commissioni indipendenti per indagare sulla questione degli abusi. Nel frattempo, all’inizio di febbraio 2025, le famiglie delle vittime di abusi hanno deciso di riunirsi in un gruppo di coordinamento per darsi forza a vicenda e allo stesso tempo sostenere le vittime. Durante la presentazione del gruppo di coordinamento, che conta membri provenienti da tutta Italia, molti genitori hanno raccontato le loro storie.

    “Essere genitori non è facile, ed esserlo di una vittima o di un sopravvissuto lo è ancora meno”, ammette Cristina Balestrini, presidente del gruppo. “Si attraversano momenti di disperazione, si ha voglia di piangere, si prova delusione. Si prova un dolore che gli altri non provano né comprendono. Ma non ci si può arrendere. Tuo figlio, tua figlia o il tuo familiare sono più importanti di te. Mio figlio ha tentato il suicidio quattro volte, poi ha incontrato altre persone che avevano vissuto la stessa tragedia. Molti di noi hanno perso la fede a causa della Chiesa stessa. Con rare eccezioni, molti sono passati dal considerare la parrocchia una seconda casa all’alienazione. Alcuni sono stati persino minacciati. Quindi, vittime due volte. Siamo stati additati da coloro che consideravamo la nostra famiglia”.

    “Eravamo una famiglia che faceva di tutto per la parrocchia”, spiega Yolanda, madre di un ragazzo che è stato violentato all’età di 12 anni in seminario. “Quando mio figlio ci ha detto di aver subito abusi sessuali, siamo stati isolati. Il processo civile è ancora in corso. Abbiamo vinto in Corte di Cassazione e il prete è stato condannato a sei anni e sei mesi, ma nel frattempo è stato mandato in Messico e nessuno ha fatto nulla. Non vogliamo distruggere la Chiesa, ma vogliamo che sia degna di ciò che predica“. ”Sembra che sentiamo sempre la stessa storia“, commentano due genitori che hanno preferito rimanere anonimi.

    ”Anche nostro figlio è stato molestato da un prete, un amico che faceva parte della nostra famiglia. Quando l’abbiamo scoperto, abbiamo pensato di poter risolvere la questione all’interno della Chiesa, ma quando abbiamo parlato con il vescovo, si è scatenato l’inferno. Persino il padre del prete ha iniziato a insultarci. Siamo diventati le pecore nere del paese”.

    Alcuni esperti sostengono che solo una vittima su dieci denunci il reato, lasciando spazio a un numero potenziale nascosto difficile da stimare. “E dobbiamo considerare che possono volerci anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito un abuso e lo denunci”, spiega l’avvocato Mario Caligiuri, che si occupa di reati di abuso sessuale. Il fatto che in Italia il reato di violenza sessuale possa cadere in prescrizione se non denunciato è una tragedia nella tragedia ed è un problema”.

    Nello specifico, il codice penale italiano prevede che nei casi di violenza sessuale su minori il reato si prescriva tra i 24 e i 30 anni dalla data in cui la vittima raggiunge la maggiore età. Per quanto riguarda i potenziali casi nascosti, commissioni indipendenti hanno riferito che in Germania 3.677 persone sono state abusate dal clero tra il 1946 e il 2014, in Portogallo almeno 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022, e in Francia il ‘Ciase’ ha scoperto che negli ultimi 70 anni il 3% del numero totale stimato di sacerdoti francesi – circa 3.000 – era pedofilo, con una media di 72 vittime per sacerdote, per un numero potenziale di vittime stimato in 216.000.

    “Non è cambiato nulla per quanto riguarda le commissioni indipendenti in Italia, e la posizione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) rimane immutata”, osserva Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, un’associazione che fa parte di ItalyChurchToo, un gruppo di coordinamento contro gli abusi nella Chiesa. «Dicono che la formazione è in corso, hanno introdotto servizi di protezione dei minori nelle diocesi e hanno prodotto due rapporti sugli ultimi 20 anni, ma le cifre che sono emerse sono insignificanti rispetto a ciò che le indagini indipendenti rivelerebbero effettivamente sul fenomeno.

    Basti pensare all’esempio della diocesi di Bolzano-Bressanone, dove una commissione indipendente ha aperto gli archivi e, tra il 1964 e il 2023, ha scoperto 67 possibili casi di violenza sessuale su minori. Moltiplicando questa cifra per le 226 diocesi italiane, avremmo circa 15.000 casi. Ma questa sarebbe solo la punta dell’iceberg, perché il fenomeno è molto più diffuso. Tuttavia, non credo che la CEI voglia seguire l’esempio di Bolzano”. Nella sua relazione annuale pubblicata il 15 ottobre 2025, la commissione vaticana ha affermato che in Italia esiste una “resistenza culturale ad affrontare il tema degli abusi”, dato che molte diocesi non hanno risposto al questionario del Vaticano, che incoraggiava un maggiore ascolto delle vittime, meccanismi di segnalazione nazionali e la collaborazione con le autorità civili.

    La CEI, che abbiamo cercato di contattare, ha sorvolato sulla possibilità di un’intervista sull’argomento, mentre il 16 ottobre il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha sottolineato l’impegno della Chiesa «a promuovere una cultura della protezione a vari livelli, anche sociale, e a combattere ogni forma di abuso, con la ferma consapevolezza che si tratta di un cammino inarrestabile». Anni fa, nel 2008, Pierangelo Bertagna, parroco di Farneta, frazione di Cortona in provincia di Arezzo, in Toscana, fece scalpore quando fu condannato a otto anni di carcere per aver abusato sessualmente di 16 minori. Nel 2005 era stato arrestato con l’accusa di aver abusato di un parrocchiano di 13 anni.

    Secondo quanto riportato all’epoca, egli reagì al suo arresto dicendo: “Finalmente qualcuno mi ha aiutato”. Questa dichiarazione liberatoria seguì l’autodenuncia di Bertagna negli anni ’80 all’interno della comunità dei “Ricostruttori di preghiera”, quando confidò la sua attrazione per i bambini. La cosiddetta “autodenuncia” di Bertoli, che è rimasta “inascoltata”, evidenzia anche il problema di coloro che sanno ma non denunciano. Sebbene non ci sia stata alcuna risposta alle richieste di commenti sulla relazione di Rete L’Abuso da parte della CEI, all’interno della Chiesa sono stati istituiti centri di assistenza diocesani per ascoltare le segnalazioni di possibili abusi. Lì una persona può anche denunciare di aver subito abusi. Tuttavia, ciò non comporta automaticamente una denuncia alle autorità.

    “Un superiore ecclesiastico che è a conoscenza di un reato commesso da un sacerdote, ma anche da un normale cittadino, è obbligato a denunciarlo o no? La risposta è no“, spiega Pietro Forno, ex magistrato e sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, noto come ”il procuratore dei bambini“ e ideatore della specializzazione in reati sessuali in Italia, ”per il semplice motivo che il sacerdote, o il vescovo, se volete, non è un pubblico ufficiale. Questo è il problema in termini tecnici e giuridici. Non essendo un pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denunciarlo. Solo i pubblici ufficiali sono obbligati a denunciare i reati contro le persone di cui vengono a conoscenza. Come stabilito dall’articolo 364 del codice penale per i casi di omessa denuncia, i cittadini sono obbligati a denunciare i reati contro lo Stato.

    “Se, per esempio, vedo il mio vicino con un certo numero di armi, munizioni ed esplosivi che mi fanno pensare che stia pianificando un attentato”, osserva Forno, “devo denunciarlo; non posso semplicemente dire: ‘Chi se ne frega?’. Quindi, dato che il reato di omessa denuncia esiste già, non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. La soluzione legislativa sarebbe quella di stabilire che, quando si tratta di determinati reati, come la violenza sessuale sui minori o la pornografia infantile, qualsiasi cittadino, e sottolineo qualsiasi cittadino, che ne venga a conoscenza è tenuto a denunciarli. È semplice. Talmente semplice che viene da pensare che se ciò non avviene è perché, mi dispiace dirlo, esiste una volontà politica contraria. Altrimenti non c’è alcuna spiegazione”.

    https://www.gp.se/nyheter/varlden/offer-for-sexuella-overgrepp-av-praster-kraver-upprattelse.4efa8e61-fed6-46b6-8fe1-deed8eb92f47

  • Messaggi osceni a un minore, oblazione e reato estinto per ex sacerdote

    Messaggi osceni a un minore, oblazione e reato estinto per ex sacerdote

    Il pagamento di 258 euro e un risarcimento alla parte offesa. Come riporta il Corriere della Sera, si è chiusa così la vicenda giudiziaria che ha avuto come protagonista Gabriele Corsani, ex sacerdote, accusato di molestie sui minori e

    Il fatto

    L’ex sacerdote – già finito sotto processo una decina di anni fa per reati di natura sessuale contro dei ragazzi di un istituto nel Milanese – era stato portato in giudizio per dei fatti accaduti nel 2024. All’epoca, due ragazzi di 15 e 16 anni che erano stati sospesi dalla loro scuola in provincia di Milano, erano stati assegnati a un programma di volontariato in una Rsa nella vicina Sesto San Giovanni, dove era presente Corsani.

    Stando a quanto accusato dai due, l’ex sacerdote li avrebbe invitati a “dormire tutti insieme nel lettone” e altri messaggi, con Corsani che davanti al giudice avrebbe bollato il tutto come “goliardia”.

    La decisione del giudice

    Il giudice ha accolto la richiesta di oblazione mossa dai legali dell’ex sacerdote. Ovvero il rito alternativo al giudizio penale mediante il quale, con il pagamento allo stato di una somma di denaro prestabilita, si estingue un reato contravvenzionale.

    Il reato quindi è da considerarsi estinto. L’altro accusato, ovvero Davide Cannone, ha scelto di andare a giudizio ritenendosi totalmente estraneo ai fatti contestati.

    Don Corsani, il ‘parroco di Berlusconi’

    Don Corsani era stato il primo sacerdote ad accorrere a casa di Rosa Bossi Berlusconi, madre di Silvio Berlusconi, alla notizia della sua morte nel febbraio 2008 a Milano. Un anno più tardi il religioso aveva concelebrato ad Arcore la messa funebre di Maria Antonietta Berlusconi, sorella dell’ex premier.

    L’ex sacerdote aveva conosciuto Silvio Berlusconi nel 2002: dai Salesiani l’ex presidente del Consiglio ha studiato e da allora è sempre rimasto legato all’ordine religioso.

    https://www.monzatoday.it/attualita/ex-sacerdote-corsani-molestie-sessuali-processo.html

  • Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    “La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da ‘Tolleranza zero?’, secondo ‘report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto’ a cura dell’osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.

    Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.

    “Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.

    Tra le regioni più colpite anche la Sicilia che indica “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.

    Ottantotto i casi in Veneto “di cui 5 nella provincia di Belluno, 16 in quella di Padova, 7 in quella di Rovigo, 11 in quella di Treviso, 9 per quella di Venezia, 32 per Verona e 8 per Vicenza”. Ottantuno i casi in Toscana di cui “6 nella provincia di Arezzo, 19 in quella di Firenze, 6 in quella di Grosseto, 6 in quella di Livorno, 9 per quella di Lucca, 6 per Massa, 9 per Pisa, 8 per Pistoia, 8 per Prato e 4 per Siena”.

    In Trentino Alto Adige il report registra “un totale di 80 casi di cui 71 nella provincia di Bolzano e 9 in quella di Trento”. Stesso dato per il Lazio “di cui 9 nella provincia di Frosinone, 13 in quella di Latina, 8 in quella di Rieti, 38 in quella di Roma e 12 per quella di Viterbo”.

  • Torture al Beccaria, tra gli indagati don Rigoldi e don Burgio

    Torture al Beccaria, tra gli indagati don Rigoldi e don Burgio

    Il cappellano e l’ex cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, l’istituto penale al centro di uno scandalo per presunte violenze e torture e luogo di ripetuti recenti disordini, risultano tra gli indagati dell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Milano.

        Don Gino Rigoldi, per mezzo secolo cappellano dell’istituto per minorenni e il successore, don Claudio Burgio, secondo quanto riporta oggi La Repubblica sono nell’elenco dei 51 indagati della maxi inchiesta: il reato ipotizzato è omessa denuncia.

        I due sarebbero stati “consapevoli delle violenze, si legge nell’informativa di 900 pagine della Squadra mobile agli atti del fascicolo delle pm Rosaria Stagnaro e Cecilia Vassena.

    Al centro delle indagini, tortura e botte sui detenuti: sono 33 i ragazzi che la procura vuole sentire davanti a un giudice, per cristallizzare i loro racconti. Tra gli indagati ci sono gli agenti accusati dei pestaggi ma anche ex direttrici del Beccaria, l’ex comandante, medici e infermieri che avrebbero visto, taciuto o coperto gli abusi. Nell’elenco anche i nomi omissati dei due sacerdoti, così come nascoste sono dieci pagine dell’informativa, segno che gli approfondimenti sono in corso”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/10/23/torture-al-beccaria-tra-indagati-don-rigoldi-e-don-burgio_f85e2949-852d-4dde-83a1-db9cbe37c82c.html