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  • Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    di Diego La Matina – La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino accusato di violenza sessuale e maltrattamenti, rappresenta uno dei tanti drammatici capitoli della crisi degli abusi all’interno della Chiesa cattolica italiana. Una storia che ha inizio a Napoli, dove il giovane sacerdote polacco operava celebrando messe secondo il rito antico in latino nella basilica di San Paolo Maggiore nel centro storico della città. È qui che incontra Mirco, nome di fantasia di un ragazzo che cerca rifugio spirituale in un momento di profonda fragilità.

    L’incontro fatale: quando la vulnerabilità incontra il potere

    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde nella vita di molti giovani. Per Mirco, all’epoca ventenne, l’isolamento forzato si è sommato agli studi interrotti e alla difficoltà di accettare la propria omosessualità in un contesto familiare poco accogliente. In quel periodo buio, il ragazzo arriva a considerare il proprio orientamento sessuale come una malattia da cui guarire. È in questo stato di estrema vulnerabilità che si aggrappa alla Chiesa.

    Deluso dalla modernità della liturgia contemporanea, Mirco inizia a frequentare le messe in rito antico celebrate da padre Aleksander Iwaszczonek nella basilica napoletana. È novembre 2022. Dietro l’altare c’è questo sacerdote polacco dei Teatini, ordinato da uno degli arcivescovi più vicini a Benedetto XVI, del quale è profondo ammiratore. Un dettaglio significativo: padre Aleksander avrebbe ricevuto in dono lo zucchetto dello stesso Ratzinger, un privilegio considerato unico.

    L’avvicinamento è graduale, quasi studiato. Prima l’invito a partecipare con maggiore assiduità alle celebrazioni, poi le cene con la comunità, infine la proposta che cambierà tutto: restare “a tempo indeterminato” nel convento teatino di Napoli, giorno e notte. Mirco accetta. È fragile, dilaniato dal senso di colpa, terrorizzato dal giudizio altrui. I Teatini diventano la sua nuova famiglia.

    Gli otto mesi dell’orrore: abusi tra le mura sacre

    Quello che doveva essere un luogo di protezione e crescita spirituale si trasforma in una prigione psicologica. Per otto mesi, Mirco vive all’interno del monastero napoletano il suo periodo di iniziazione alla vita religiosa. Padre Aleksander è il suo riferimento principale, la guida per tutti i giovani novizi. Ma dietro la facciata dell’autorità spirituale si nasconde una dinamica di manipolazione e sopraffazione.

    Il rapporto tra i due si fonda su un’alternanza devastante tra rassicurazioni e umiliazioni. Padre Aleksander sembra pienamente consapevole del potere che esercita sul ragazzo, della sua capacità di plagiarlo attraverso una figura quasi idealizzata. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – fatica a distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, cosa sia consenso autentico da cosa sia sottomissione.

    Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, gli abusi sessuali avverrebbero nella camera del sacerdote. Mirco sostiene che il suo consenso veniva spesso estorto, che dipendeva dalla condizione di totale sottomissione in cui si trovava. La manipolazione psicologica si intreccia con quella fisica, creando una spirale da cui il giovane non riesce a liberarsi.

    Dopo diversi mesi di questo inferno, Mirco entra in una crisi profonda. Arriva a pensare al suicidio. Solo dopo aver lasciato la comunità, nel novembre 2023, e dopo aver iniziato un percorso con uno psicologo, trova il coraggio di denunciare. La sua denuncia dà il via a un’indagine della Procura di Napoli che porta al rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale tramite abuso della debolezza della vittima e maltrattamenti psicologici.

    Il processo a Napoli: la giustizia in azione

    Il 17 settembre 2025 si è tenuta un’udienza cruciale del processo davanti al Tribunale di Napoli. L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco costituitosi parte civile, conferma: “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”. Il processo è in fase dibattimentale, iniziato nell’autunno del 2024.

    La difesa di padre Aleksander – che insieme al suo avvocato ha preferito non rilasciare dichiarazioni trattandosi di un processo in corso – presumibilmente continuerà a sostenere la tesi del consenso da parte della vittima. Una linea difensiva che ignora completamente la dinamica di potere, la condizione di fragilità psicologica del giovane e il ruolo di autorità spirituale del sacerdote.

    Nel frattempo, l’ordine dei Teatini, per bocca del suo provinciale, il padre Adam Marek Kowalczykowski, ha rilasciato una dichiarazione che suona come una difesa d’ufficio: “Nella comunità teatina padre Aleksander è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale”.

    L’uso dell’espressione “sedicente vittima” è già di per sé significativo e rappresenta un pattern ricorrente nelle risposte ecclesiastiche di fronte alle denunce di abuso.

    La promozione paradossale: premiato mentre è sotto processo

    Quello che rende questa vicenda ancora più sconcertante è quanto accaduto durante le indagini e dopo il rinvio a giudizio. Invece di sospendere padre Aleksander da ogni incarico, i vertici dell’ordine dei Teatini hanno deciso di trasferirlo in una sede del Nord Italia. Qui ha continuato tranquillamente a celebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”.

    Un obbligo che suona beffardo: un sacerdote accusato di abusi sessuali su un giovane viene semplicemente invitato ad essere “prudente” con i potenziali nuovi giovani che incontra. Nella nuova sede gli è stato persino concesso di continuare gli studi religiosi e tenere lezioni online con i novizi della sua famiglia religiosa.

    Ma il culmine dell’incredulità arriva a luglio 2025. In pieno processo penale, il governo provinciale dell’ordine dei Chierici Regolari Teatini d’Italia elegge padre Aleksander Iwaszczonek tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. Una sorta di promozione che lascia attoniti: un sacerdote sotto processo per violenza sessuale viene elevato ai vertici del suo ordine.

    Solo dopo che la vicenda è stata portata all’attenzione dei media, il 18 settembre 2025, il nuovo preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski è stato costretto a emettere un comunicato ufficiale sospendendo padre Aleksander da qualsiasi incarico. Nel comunicato si legge una giustificazione che appare contraddittoria: da un lato si rivendica il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, dall’altro si ammette che la diffusione della notizia alla stampa rende necessaria la sospensione per tutelare “la dignità di tutti i soggetti coinvolti” e “la incolumità personale” dello stesso padre Aleksander.

    In sostanza, l’ordine ammette implicitamente che la sospensione è dovuta più alla pressione mediatica che a una reale presa di coscienza della gravità delle accuse.

    Un sistema malato: i numeri dell’orrore

    Il caso di padre Aleksander non è affatto isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, dal 2000 ad oggi in Italia si contano 1.236 casi documentati di abuso e ben 840 situazioni insabbiate. E questi numeri, sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, non sono affatto esaustivi. In Italia non esiste un monitoraggio ufficiale del fenomeno.

    In regioni come la Lombardia, e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia a fronte di oltre 100 episodi insabbiati. La sproporzione è evidente e drammatica.

    “In altri paesi europei i numeri ufficiali sono molti meno. Non perché il fenomeno sia meno diffuso, ma perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”, denuncia Zanardi. La mancanza di volontà politica è evidente: “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”.

    Storie parallele: Giorgio e la fuga dalla Polonia

    La testimonianza di Giorgio Babicz, raccolta da MilanoToday, mostra come il meccanismo degli abusi segua pattern tristemente ricorrenti. Anche lui, come Mirco, proveniva da una famiglia disfunzionale – madre anaffettiva, padre alcolista e violento – quando a 13 anni un sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia.

    Giorgio accetta e va a vivere nella casa canonica di un piccolo paese. “Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni rifiuto veniva seguito da minacce di rimandarlo in Polonia.

    “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, confessa Giorgio, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento. Nessuna vera conseguenza.

    I fratelli Lucchina e il sistema dei trasferimenti

    A Milano è nota la vicenda dei fratelli Lucchina, entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato tre anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, con l’interruzione di qualunque attività con minorenni.

    Eppure, nonostante il provvedimento, don Alberto è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solo alcuni mesi dopo, dove è rimasto a contatto con dei minori. Il fratello invece ha beneficiato dell’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo e i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    Il problema dei tempi: quando la giustizia arriva troppo tardi

    “È un problema ricorrente”, spiega Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare, ormai è troppo tardi” per i termini di prescrizione.

    Questo meccanismo protegge di fatto gli abusatori, che beneficiano del silenzio imposto dal trauma alle loro vittime. È un circolo vizioso che perpetua l’impunità.

    Due giustizie, due velocità

    Bisogna distinguere tra il procedimento davanti alla magistratura italiana e il processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure che i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è considerata verso Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, denuncia Zanardi.

    Questa differenza è fondamentale per comprendere perché così tanti casi vengono insabbiati. Il processo canonico, gestito internamente dalla Chiesa, spesso non porta a condanne significative. I sacerdoti accusati vengono trasferiti, come se cambiare parrocchia potesse risolvere il problema, invece di essere effettivamente allontanati dal ministero.

    Il confronto europeo: l’Italia fanalino di coda

    Il confronto con altri paesi europei è impietoso. In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta.

    In Francia, Germania, Belgio e altri paesi si sono costituite commissioni indipendenti che hanno prodotto rapporti dettagliati sul fenomeno, portando alla luce migliaia di casi e forzando la Chiesa locale a confrontarsi con la realtà degli abusi. In Italia, invece, regna il silenzio istituzionale.

    L’ordine dei Teatini: tra ideali e realtà

    L’ordine dei Chierici Regolari Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la Riforma protestante, con l’intento di riformare la Chiesa dall’interno. Tra i valori fondanti ci sono il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    L’ironia è amara: un ordine nato per purificare la Chiesa si trova oggi a dover rispondere di come ha gestito – o meglio, non ha gestito – le accuse di abuso contro uno dei suoi membri, arrivando persino a promuoverlo mentre era sotto processo.

    Il nuovo preposito provinciale, padre Adam Marek Kowalczykowski, ha dichiarato di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, ha affermato. Una dichiarazione vaga che non fornisce risposte concrete.

    Le conseguenze sulla vittima

    Mentre padre Aleksander continuava il suo ministero e veniva promosso, Mirco affrontava le conseguenze devastanti di quanto subito. Il percorso terapeutico, la difficoltà di elaborare il trauma, il coraggio necessario per denunciare sapendo che avrebbe dovuto affrontare l’incredulità, il giudizio, l’esposizione mediatica.

    Denunciare un prete non è come denunciare un qualsiasi altro cittadino. C’è il peso della comunità religiosa, spesso solidale con l’accusato. C’è la difficoltà di far comprendere le dinamiche di manipolazione psicologica e di abuso di potere. C’è il rischio di essere considerato la “sedicente vittima”, come recita il comunicato dei Teatini.

    Cosa aspettarsi dal processo

    Il processo a Napoli proseguirà nei prossimi mesi. Mirco, costituitosi parte civile, dovrà ripercorrere davanti al tribunale i momenti più dolorosi della sua vita. La difesa di padre Aleksander continuerà probabilmente a sostenere la tesi del consenso, ignorando la giurisprudenza consolidata sull’impossibilità di un consenso libero e consapevole in situazioni di asimmetria di potere così marcate.

    L’esito del processo sarà importante non solo per Mirco, ma per tutte le vittime di abusi ecclesiastici in Italia. Una condanna potrebbe rappresentare un precedente significativo. Un’assoluzione rischierebbe di scoraggiare altre potenziali denunce.

    Le responsabilità sistemiche

    Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è che il problema non è mai solo individuale. Non si tratta solo di “mele marce” da eliminare. Il sistema stesso è complice quando: trasferisce i sacerdoti accusati invece di sospenderli; li promuove mentre sono sotto processo; minimizza la gravità delle accuse; utilizza espressioni come “sedicente vittima”; agisce solo quando c’è pressione mediatica; e rivilegia la tutela della reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione delle vittime.

    L’ordine dei Teatini ha ammesso nel suo comunicato di non avere “alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna”. Se è così, è gravissimo. Significa che ordini religiosi che hanno la responsabilità di giovani in formazione non hanno gli strumenti per proteggerli.

    La strada da percorrere

    La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare in Italia. Serve una commissione d’inchiesta indipendente, come è avvenuto in altri paesi europei. Serve un registro nazionale degli abusi e delle condanne. Serve formazione specifica per chi lavora a contatto con giovani e persone vulnerabili.

    Serve soprattutto un cambio di cultura: smettere di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, ascoltare chi denuncia invece di etichettarlo come “sedicente vittima”, riconoscere che gli abusi sono facilitati da dinamiche di potere che vanno smantellate.

    Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, continueranno ad esserci nuovi Mirco, nuovi Giorgio, nuove vittime che pagheranno il prezzo del silenzio istituzionale. E continueranno ad esserci sacerdoti abusanti che, invece di essere allontanati, verranno trasferiti e persino promossi, perpetuando un sistema malato che tradisce proprio quei valori di carità e misericordia che dovrebbe incarnare.

    Il processo di Napoli è in corso. La giustizia farà il suo corso. Ma la vera domanda è: quando la Chiesa cattolica italiana deciderà di fare davvero i conti con questa piaga invece di limitarsi a gestirne le conseguenze mediatiche?

    Fonti:

    https://www.agensir.it/quotidiano/2025/7/12/religiosi-teatini-ditalia-eletto-il-nuovo-governo-provinciale-guida-affidata-a-p-kowalczykowski/

    https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    https://teatinos.org/it/comunicado-provincia-teatina-de-italia-bambin-gesu/

  • Don Samuele Marelli, accusato di violenze sessuali su 4 ragazzi: “Ho esagerato sul tema nudità, ma nego gli abusi”

    Don Samuele Marelli, accusato di violenze sessuali su 4 ragazzi: “Ho esagerato sul tema nudità, ma nego gli abusi”

    La pubblico ministero di Monza, Francesca Gentilini, ha chiesto il rinvio a giudizio per don Samuele Marelli. Il 49enne, ormai ex responsabile dei centri parrocchiali di Seregno (Monza e Brianza), è accusato di violenza sessuale e atti sessuali con minori. Le vittime sarebbero quattro ragazzi. Il sacerdote – che è stato anche direttore della Fondazione oratori milanesi – , durante l’interrogatorio che si è svolto a maggio dinanzi ai carabinieri, ha negato le accuse, ma ammesso di essere stato eccessivo con “questo fatto nudità”. E il riferimento sarebbe all’abitudine del prete e dei ragazzi di mostrarsi, durante ritiri o altri momenti, nudi. Negli scorsi mesi però più che a “abitudine a mostrarsi nudi”, era emerso che il prete avrebbe fotografato i giovani sotto la doccia.

    Il processo ecclesiastico
    L’udienza preliminare si svolgerà a febbraio 2026. Il tribunale ecclesiastico, che aveva avviato il processo dopo alcune segnalazioni arrivate all’Ordinario Diocesano a dicembre 2023, si è già espresso su di lui ad aprile scorso. I giudici lo hanno ritenuto colpevole relativamente ad alcuni “atti impropri da parte di un chierico” che avrebbero avuto come vittime un minore e un maggiorenne. Atti che, come contestato dalla Procura di Monza, sarebbero avvenuti con “abusi di autorità”. Nel caso del tribunale ecclesiastico, la condanna ha avuto come conseguenza quella di non celebrare funzioni pubblicamente per cinque anni, non confessare per dieci, il divieto di dimora nella diocesi di Milano, il divieto di contattare persone di Seregno e di frequentare ambienti con minori. Questo può avvenire solo in presenza di altre persone.

    L’inchiesta in procura a Monza
    Nell’inchiesta condotta dalla procura di Monza, le vittime sono quattro: tutte hanno fatto riferimento a palpeggiamenti e strusciamenti. Uno dei ragazzi ha raccontato che il sacerdote, in circa tre occasioni, lo avrebbe toccato nelle parti intime e si sarebbe masturbato davanti al giovane. Anche un altro sarebbe stato palpeggiato, dopo che il prete lo avrebbe invitato a togliersi i vestiti. A un’altra vittima, approfittando della sua presenza nella sua abitazione, l’avrebbe sollecitata a rimanere senza abiti per “sconfiggere la propria vergogna rimanendo a sua volta senza vestiti, lo abbracciava ripetutamente ponendo a contatto i loro corpi”. Anche in questo caso la vittima, in altre occasioni, sarebbe stata palpeggiata. Così come la quarta vittima. In questi ultimi due casi, il sacerdote avrebbe fatto la doccia insieme ai minori e li avrebbe palpeggiati, toccati e insaponati nelle parti intime.

    Gli abusi sarebbero avvenuti sia durante alcuni momenti di ritiro spirituale che di vacanze comunitarie. Dopo che la notizia era stata diffusa, in tutte le chiese della diocesi di Seregno era stata letta una nota diffusa dalla comunità pastorale lungo la quale era specificato che il sacerdote aveva lasciato la comunità a gennaio 2024 ed era stato sollevato da ogni incarico: “Tutte le energie dei sacerdoti, laici e laiche della comunità di Seregno sono da mesi indirizzate ai ragazzi, ai giovani e alle loro famiglie, che stanno affrontando un momento di accompagnamento e di analisi dell’accaduto insieme a qualificati professionisti e professioniste che li sostengono e li affiancano anche sul piano legale”.

    https://www.fanpage.it/milano/don-samuele-marelli-accusato-di-violenze-sessuali-su-4-ragazzi-ho-esagerato-sul-tema-nudita-ma-nego-gli-abusi/

  • Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Milano, 2 ottobre 2025 – C’è il nome di don Emanuele Tempesta, ex parroco vicario di Busto Garolfo che dopo la condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi di reclusione punta a “patteggiare“ in appello una pena di 4 anni e a evitare il carcere con lavori socialmente utili, per la gravissima accusa di abusi sessuali su bambini che all’epoca avevano tra 7 e 11 anni. Poi il sacerdote di Rozzano Mauro Galli – anche lui ha evitato il carcere concordando in appello una pena di 3 anni per pedofilia contro un ragazzo di 15 anni – e altri nomi che si perdono nel passato. Violenze sessuali in ambiente ecclesiastico su bambini o adolescenti finite davanti al Tribunale, casi rimasti nel silenzio ed emersi dopo anni, il dramma vissuto dalle vittime e dai loro familiari.

    I numeri dell’orrore  

    Solo in Lombardia, secondo gli ultimi dati raccolti dall’associazione Rete L’Abuso, dal 2000 si contano 174 sacerdoti coinvolti in abusi sessuali, per un totale di 562 vittime: 519 di sesso maschile, e 43 donne. È il numero più alto in Italia, dove l’associazione ha censito incrociando diverse fonti 1.102 casi, una sessantina in più rispetto ai 1.049 dichiarati invece dalla Conferenza Episcopale Italiana, e 4.619 “sopravvissuti”. Gravitavano o gravitano nel Milanese 48 preti pedofili, territorio seguito da Bergamo (23) e Varese (17). 

    Risarcimenti col contagocce 

    “Risulta che su 4.619 sopravvissuti da noi censiti – spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – solo due abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani”. Il report, di cui ieri è stata pubblicata un’anticipazione, punta a denunciare il fenomeno di fronte “a un dato fornito dalla Cei incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto”. 

    Casi sommersi 

    Analizzando il focus sulla Lombardia realizzato dall’associazione, emerge che fra i “sopravvissuti agli abusi” ci sono anche 148 sacerdoti, 14 catechisti, 13 adulti vulnerabili, una suora, uno scout e due disabili. Il report cerca anche di fornire uno spaccato degli esiti sul fronte giudiziario: si sono registrate, sempre in Lombardia, solo 28 condanne definitive di sacerdoti o persone dell’ambiente parrocchiale accusate di abusi. Nove casi sono stati dichiarati prescritti, in tre hanno patteggiato, altrettanti sono stati archiviati. Ben 101 casi, secondo l’associazione, sono stati “sommersi dalla Chiesa”, e in tutti questi anni è arrivata una sola condanna canonica.

    Denunciare sempre”  

    Altri episodi sono al centro di segnalazioni arrivate all’associazione che lancia un appello, perché “la tempestività della denuncia è fondamentale” per evitare il rischio di prescrizione. “Per poter fare un paragone tra il dato della Rete L’Abuso e quello della Cei, la Conferenza episcopale italiana, che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro – sottolinea Zanardi – abbiamo utilizzato, a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione.

    Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute: diciamo “sole“ perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati”. In particolare bambini e adolescenti, divenuti adulti con la vita rovinata dalle violenze sessuali subite.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/preti-pedofili-rete-l-abuso-milano-lombardia-jtnqybj1

  • Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    PALERMO – “Sono stata vittima di una manipolazione per ottenere ciò che voleva”, ripete con fermezza una delle presunte vittime di abusi sessuali. “Rapporto consenziente”, replica la difesa. Sotto processo c’è frate Bernardino, 66 anni, della fraternità dei minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo. È imputato per violenza sessuale nei confronti di cinque vittime, di cui solo una maggiorenne. Aleksander Iwaszczonek

    Il racconto della vittima

    Ed è quest’ultima a salire sul banco dei testimoni. All’epoca dei fatti contestati la giovane aveva 24 anni. Racconta ogni passaggio con lucidità. Nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti c’è fra’ Bernardino. Mentre ascolta si porta le mani alla testa, la muove in segno di dissenso per ciò che ascolta.

    “Abusi sessuali in hotel”

    La giovane racconta che all’inizio era “un confidente, un punto di riferimento”. Presto il rapporto fra i due sarebbe sfociato in qualcosa di intimo. Le prima avvisaglie si sarebbero registrate “a Ischia, durante un viaggio, una settimana in un hotel di lusso”. In vacanza andarono il frate e due ragazze di cui una minorenne. Era un viaggio “di piacere, per rilassarci” così disse alle ragazze e alle loro famiglie. Ai superiori del suo ordine, invece, frate Bernardino mai riferì della presenza femminile. Ufficialmente erano viaggi di “raccoglimento e preghiera”.

    Ed invece le giornate trascorrevano fra bagni in piscina e gite in barca. “Ha pagato lui”, racconta la testimone rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Maria Bambino e Mario Calabrese. In albergo, era il 2015, il frate avrebbe chiesto alle ragazze di “spogliarci e cambiarci davanti a lui. Ci disse che era un modo per esprimere la libertà del nostro corpo. Provavamo vergogna, ma l’abbiamo fatto velocemente per imbarazzo”.

    Gli espisodi contestati

    L’intimità sarebbe cresciuta nei mesi successivi. I viaggi si sono ripetuti con destinazione Roma, Venezia e Milano. La vittima, che frequentava il gruppo dei giovani della confraternita, racconta dei “baci in bocca in sacrestia prima della messa” e di quella volte in cui “provò a mettere le mani nelle mie parti intime” in albergo, mentre l’amica sedicenne dormiva.

    Un’altra volta “mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia, mi ha infilato la mano sotto i vestiti ed è sceso fino al pube”. Riferisce anche delle “foto delle parti intime” che ha inviato via WhatsApp al francescano che usava, di nascosto, un tablet: “Me le chiedeva lui oppure gliele inviavo io”. È la stessa ragazza a dire che era “consenziente, mi fidavo di lui”.

    Ad un certo punto accennò alcune cose a un sacerdote di un’altra chiesa nel corso di una confessione ed iniziò un percorso religioso: “Mi ha chiesto perdono e ho elaborato il perdono. Volevo ricostruire il rapporto religioso” tanto da chiedergli di celebrare il suo matrimonio. Le cose cambiarono quando ricevette le confidenze dell’amica sedicenne. Allora capì che “mi faceva credere che ero l’unica con cui faceva queste cose”.

    La difesa dell’imputato

    “Ero consenziente, non mi ha obbligato ma faceva parte di una manipolazione”, aggiunge rispondendo alle domande degli avvocati della difesa Pasquale Contorno e Claudia Corrao, i quali puntano a dimostrare che non ci alcuna costruzione, ma una relazione voluta da entrambe le parti. La vicende del processo però, a giudicare dalla testimonianza, nulla c’entrano con la fine del rapporto con l’imputato. La causa fu la mancata condivisione della scelta di frate Bernardo che avrebbe voluto spostare la ragazza in un altro gruppo di preghiera.

    All’imputato vengono contestati anche dei comportamenti illeciti nei confronti di alcuni minorenni. Si parla di abbracci sconfinati in toccamenti. La ragazza aggiunge in aula una nuova accusa. Racconta, senza riuscire a collocarlo temporalmente, che l’imputato una volta sollevò il vestitino di una bambina di appena un anno. L’avrebbe toccata pronunciando la frase: “Tanto quando sarà grande non se lo ricorderà”.

    Le parti offese, i genitori e le associazioni “Cotulevi” e “Insieme a Marianna” si sono costituire parte civile con l’assistenza degli avvocati Federica Prestidonato, Marcello Drago e Girolama Manzella. Parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati.

    In aula ha testimoniato un superiore della confraternita che ha ripercorso le frasi dell’istruttoria canonica avviata nei confronti del frate colombiano quando nel 2014 la vicenda venne a galla. L’accusa si abusi sessuali è gravissima, ma lo sono anche gli altri comportamenti tenuti dall’imputato. L’utilizzo dei cellulari è vietato, tranne in alcuni casi e dietro autorizzazione. Di sicuro il credo della povertà francescana vieta di possedere soldi e di spenderli in un albergo di lusso.

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html

  • Priorità assoluta: trasparenza

    Priorità assoluta: trasparenza

    La decisione della dirigenza diocesana di trasferire il sacerdote menzionato nella denuncia di abuso (caso 16) in Alta Pusteria è stata fortemente criticata. Il Forum Cattolico , il Movimento Cattolico Maschile e il Movimento Cattolico Femminile della Diocesi di Bolzano-Bressanone hanno pubblicato dichiarazioni in merito, così come Rete L’abuso .

    Il Movimento Maschile Cattolico sottolinea: “Nonostante tutte le diverse prospettive e valutazioni, il nostro primo pensiero è per le vittime di abusi sessuali. Devono essere considerate per prime quando si valuta come valutare procedure e soluzioni”. Chiarire le questioni di colpevolezza non è il loro compito, ma piuttosto affrontare responsabilmente i sospetti. “La trasparenza è fondamentale in questo contesto. Ciò che è stato fatto o non fatto nel caso di Don Carli dalla pubblicazione della denuncia di abuso fino all’annuncio del cambio di personale è rimasto sconosciuto al pubblico in Alto Adige. Questo non contribuisce a creare fiducia”.

    Secondo la dichiarazione di Hannes Rechenmacher a nome del presidente diocesano Edl Huber e del consiglio diocesano del Movimento Maschile Cattolico, si crea l’impressione che la dirigenza diocesana abbia imparato poco dal costoso rapporto, “poiché le misure probabilmente non sarebbero state sostenute da organismi indipendenti “. Viene criticata anche la mancanza di accettazione a livello locale. “La misericordia è un grande valore che affonda le sue radici in Gesù: dare una nuova possibilità a chi ha fallito può dimostrare la grandezza umana. Questo è, naturalmente, facile se non si è toccati personalmente. Allo stesso tempo, sorge il sospetto che la misericordia non sia del tutto altruistica: agli occhi di alcuni, è ancora più prezioso “avere” un sacerdote sul posto che apprezzare l’impegno dei tanti volontari in tutte le loro forme collaudate e nuove.” Non è chiaro cosa intendesse specificamente il vescovo Ivo Muser con la sua dichiarazione di assunzione di responsabilità: “Coprirebbe personalmente tutti i costi nel peggiore dei casi? Si dimetterebbe da vescovo? O la sua affermazione è meramente retorica, intesa a placare?”

    Alza la voce

    Anche il Movimento Femminile Cattolico si unisce alle critiche. Sottolinea che la prospettiva delle vittime e la trasparenza erano state promesse come priorità assolute. “Le raccomandazioni del rapporto sugli abusi sono state prese in considerazione in questo trasferimento dal decanato di Vipiteno all’unità pastorale dell’Alta Pusteria, quando tali trasferimenti si sono chiaramente rivelati una procedura inappropriata? E: come si può creare un clima di fiducia nelle circostanze date e rendere possibile il lavoro pastorale, anche se quest’ultimo sembra essere garantito dalle misure previste?”. La decisione dà anche l’impressione che la presenza di un sacerdote sia più importante dell’impegno diversificato dei laici. “Non è compito del consiglio diocesano del Movimento Femminile Cattolico accertare la colpevolezza e l’innocenza. Tuttavia, alziamo la voce quando le procedure – come in questo caso – non ci convincono”, scrive la presidente diocesana Irene Vieider .

    Sconcerto e incomprensione

    Anche il consiglio direttivo del Forum Cattolico ha espresso sorpresa per il trasferimento del sacerdote all’unità pastorale dell’Alta Pusteria. “Non spetta a noi commentare personalmente Don Giorgio Carli, né tantomeno esprimere un giudizio. Ciò è stato confermato dal procedimento giudiziario del 2009 e dalla documentazione contenuta nel rapporto indipendente sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone”, si legge nella lettera, “ma per noi è incomprensibile che la richiesta di Don Carli di trasferimento in un’altra parrocchia sia stata semplicemente accolta”.  

    Sebbene il vescovo Ivo Muser si sia assunto la responsabilità della decisione di trasferimento e abbia sottolineato le misure di accompagnamento, come il supporto psicologico e il monitoraggio continuo, è comunque incomprensibile il motivo per cui il vescovo non abbia ordinato un trasferimento in un’area “lontana da qualsiasi responsabilità pastorale”.  “Dal punto di vista delle persone colpite, questo sarebbe stato il passo ovvio e logico in seguito alle conclusioni del rapporto sugli abusi. Rimangono sconcerto e incomprensione, e un’occasione persa per dimostrare credibilità nel doloroso processo di cambiamenti urgenti e necessari nel modo in cui la questione degli abusi viene affrontata nella Chiesa cattolica”. 

    Monitoraggio 24 ore su 24

    Anche Francesco Zanardi dell’associazione Rete L’abuso segnala casi simili in Italia: “Misure simili a quelle imposte a Don Carli sono state imposte a Don Samuele Marelli della Diocesi di Milano nell’aprile di quest’anno. Il sacerdote deve lasciare l’Arcidiocesi di Milano per cinque anni. Rischia il divieto di esercitare il ministero sacerdotale per cinque anni, il divieto a vita di avere contatti con minori e persone del comune in cui ha esercitato il ministero sacerdotale e il divieto di confessare e di prestare assistenza pastorale per dieci anni”. Ma anche lui esprime dubbi: “Sarei curioso di sapere in che modo queste misure intendono garantire che gli abusi non si ripetano. Non è che i sacerdoti in questione siano sotto sorveglianza 24 ore su 24”.

    Le dichiarazioni lo chiariscono: non si tratta di proteggere singoli sacerdoti, ma della credibilità della Chiesa e della protezione delle persone colpite. Trasparenza, coerenza e attuazione delle raccomandazioni del rapporto sono necessarie per riconquistare la fiducia e prevenire ulteriori casi di abuso. 

    https://salto.bz/de/article/05092025/transparenz-als-oberste-prioritaeten

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Padre Carlo Alberto Capella, in queste settimane, ha finito di scontare i cinque anni di galera in Vaticano perché colpevole di possesso e traffico di materiale pedopornografico. Senza più il titolo di monsignore, è tornato a lavorare presso la Seconda Sessione della Segreteria di Stato dove anni fa aveva cominciato la sua carriera ecclesiastica nell’ambito dell’apparato internazionale della Sede Apostolica. In realtà, Capella quando era agli arresti in una stanza della caserma della Gendarmeria vaticana lavorava già presso gli Uffici dell’Elemosiniere del Santo Padre.

    Ora, pagato il debito con la giustizia, il presbitero nato a Carpi nel 1967, ordinato a Milano nel 1993 da dove per consiglio del card. Carlo Maria Martini sbarcò nella Segreteria di Stato, è stato reintegrato tra i dipendenti della Sede Apostolica con l’obbligo di rispettare severamente alcune restrizioni legate alla natura dei suoi delitti.

    La condanna

    Capella, accusato “di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”, fu rinviato a giudizio il 9 giugno 2018. La prima udienza si tenne presso il Tribunale Vaticano il 22 giugno. Il giorno dopo, Capella venne condannato a 5 anni di carcere più 5mila euro di multa. (Comunicato vaticano)

    Allora, dopo la sentenza, Vatican News riferiva: “Prima della sentenza è intervenuto  anche mons. Capella. Come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto “atti compulsivi di consultazione impropria di internet”. Gli errori commessi – ha affermato – sono evidenti. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto questo periodo di debolezza abbia inciso nella vita della diocesi, della Chiesa e della Santa Sede. Sono pentito e rammaricato e sono addolorato – ha poi detto mons. Capella – per la mia famiglia. Spero che questa situazione – ha proseguito – possa essere considerata un incidente di percorso nella mia vita sacerdotale, che amo ancora di più. Voglio proseguire – ha concluso – nel cammino riabilitativo.”

    La notizia sette anni fa.

    Il 7 aprile 2018 la Sala stampa vaticana pubblicò a sorpresa questo comunicato che causò gran rumore mediatico: “Questa mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia. Il Giudice Istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013”.

    Il nome di Capella nell’Annuario pontificio 2025

    Le redazioni di pubblicazioni cattoliche, in queste settimane, hanno pubblicato alcuni articoli che sostanzialmente, seppure con linguaggio morbido, contestano il fatto che mons. Capella – che ha subìto anche un processo canonico – sia stato riammesso negli uffici della Segreteria di Stato. Queste analisi riportano numerose frasi di critica, perplessità e rifiuto, ma sempre attribuite a fonti anonime identificate al massimo con le diciture “persone vicine al dossier o fonti vicine alla Segreteria di Stato”. The Pillar che si è occupato della vicenda scrive: “Una fonte a conoscenza diretta della situazione ha ricordato che Capella fu portato nell’ufficio della Segreteria di Stato dall’arcivescovo Paul Gallagher, capo della seconda sezione e ministro degli esteri del Vaticano”. Il ritorno in Segreteria “è stato chiaramente presentato come un atto di misericordia”, ha detto il funzionario. “L’intenzione era che quest’uomo, che non era stato ridotto allo stato laicale ma che chiaramente non poteva tornare nella sua diocesi o prestare servizio in una parrocchia, potesse collaborare all’ufficio e rimanere in Vaticano, dove è di fatto isolato, ma senza un ufficio formale”.

    Le due fonti di The Pillar affermano “che l’intesa iniziale prevedeva che Capella avrebbe lavorato come speechwriter e avrebbe contribuito alla stesura di relazioni senza una designazione ufficiale, un incarico o un grado. Ma qualcosa sembra essere cambiato di recente, con l’edizione del 2025 dell’Annuario Pontificio che elenca formalmente il sacerdote tra i funzionari della sezione diplomatica. Capella è classificato tra i minutanti ovvero gli impiegati senior, e il suo nome compare accanto a quello di diversi capi sezione del dipartimento.”

    Sempre The Pillar, con riferimento alla comparsa del nome di Capella nell’Annuario Pontificio 2025, conclude: “Tutti quelli che conoscono la vicenda credono che questo sia oltre il limite, nessuno capisce come sia stata presa questa decisione”, ha detto il funzionario. “Questo è l’opposto di quello che avrebbe dovuto essere lo scopo, ovvero che potesse rendere un servizio utile pur vivendo una vita appartata, senza dare scandalo”.

    Ontario. Natale 2016

    Le allora presunte attività illegale di Carlo Alberto Capella sono state individuate nel 2016 dalla rete di collaborazione tra la Polizia statunitense e quella canadese specializzata nella lotta contro la pedopornografia digitale. Da subito il caso richiamò l’attenzione prioritaria sia negli Usa sia in Canada. In particolare i sospetti più pesanti contro le attività dell’allora Monsignore Capella in rete sorsero a Windsor (Ontario, Canada) durante il periodo natalizio del 2016. A partire da quel momento il pedinamento digitale e il monitoraggio del dipendente vaticano della Nunziatura a Washington divenne costante e le Polizie statunitense e canadese strinsero un coordinamento ferreo, da subito in contatto con la Santa Sede, con il Nunzio Christophe Pierre (in carica dall’aprile 2016).

    Accordi con il Vaticano

    La situazione si era molto complicata. Il Canada voleva e chiedeva l’arresto e l’estradizione di Capella che ormai era rientrato a Washington. Gli Stati Uniti volevano arrestarlo ma senza crear frizioni con la Santa Sede. L’arresto o l’estradizione complicavano moltissimo i rapporti tra Vaticano, il Canada e la Casa Bianca, dove il 16 gennaio si insediava il Presidente Trump.

    Mons. Capella era un diplomatico vaticano, cosa non trascurabile perché godeva dell’l’immunità, ma era imputato con numerosissime prove di reati gravissimi in qualsiasi codice penale, accuse anche pesanti moralmente per un sacerdote della Chiesa Cattolica impegnata dal Papa stesso nella lotta contro la pedofilia tra i membri del clero.

    In questo contesto è nata la possibilità di spedire mons. Capella in Vaticano, discretamente, in virtù di accordi politici e diplomatici, sorpassando le leggi locali, e quindi lasciando al Papa in persona ulteriori decisioni.

    Il processo fu una formalità necessaria. In realtà da subito era tutto chiaro e così Capella fu portato in Vaticano con la condanna scritta in tasca. Era l’accordo con il Vaticano.

    Da ricordare che allora, gennaio 2017, la Casa Bianca aveva da poche settimane un nuovo inquilino: Donald Trump.

    Nota. Capella era stato assegnato alla nunziatura pontificia in India nel 2003 e alla nunziatura a Hong Kong nel 2007. Nel 2008 venne creato Cappellano di Sua Santità, decisione che gli ha conferito quindi il titolo di monsignore. Nel 2011 è stato trasferito in Vaticano per prestare servizio presso la Segreteria di Stato. Poi, nel 2016 è stato assegnato alla nunziatura pontificia negli Stati Uniti. Non molto tempo dopo, nel 2017, Capella fu richiamato in Vaticano senza apparente causa e senza che venissero precisati eventuali nuovi compiti. Nel frattempo, con estremo riserbo gli Stati Uniti, avevano informato la Santa Sede che mons. Capella era sotto inchiesta per possesso e condivisione di materiale pedopornografico. Il Canada emise addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, sostenendo che durante una visita in Canada nel dicembre 2016 aveva posseduto e condiviso materiale pedopornografico.

    Luis Badilla. Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

  • Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    (OSV News) — Mons. Carlo Alberto Capella , ex diplomatico vaticano condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, è stato reintegrato in Vaticano, secondo quanto riportato da un articolo spagnolo. L’”Annuario Pontificio” conferma che il sacerdote caduto in disgrazia lavora per la Segreteria di Stato. 

    OSV News ha contattato la sala stampa vaticana il 14 luglio per un commento sulla prosecuzione del rapporto di lavoro del monsignore italiano e ha anche chiesto un commento alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. OSV News è in attesa di una risposta, poiché nessuna delle due ha rilasciato dichiarazioni. 

    La notizia del mantenimento in curia di mons. Capella, condannato a cinque anni di carcere nel 2018, è stata riportata per la prima volta dal sito di informazione conservatore spagnolo InfoVaticana il 12 luglio.

    Secondo l’Annuario Pontificio 2025, mons. Capella è elencato come “minutante”, ovvero impiegato o assistente senior, presso la Sezione vaticana per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. 

    Il difensore delle vittime di abusi: “Decisione irresponsabile e arrogante”

    “La decisione del segretariato di riassumere un sacerdote condannato per la distribuzione e il possesso di immagini di abusi sessuali su minori è stata irresponsabile e arrogante”, ha dichiarato in un’e-mail del 17 luglio a OSV News Anne Barret Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica.

    Nel 2021, il Washington Post riportò che, durante la sua pena detentiva, a mons. Capella era stato permesso di lavorare di giorno nell’ufficio che vende i certificati di benedizione papale; tuttavia, gli era stato impedito di lasciare la Città del Vaticano. Presumibilmente sarebbe stato rilasciato nel 2023.

    Barrett Doyle ha affermato che il continuo impiego di mons. Capella negli uffici diplomatici del Vaticano dimostra che la Curia romana “continua a ridurre al minimo i crimini sessuali contro i bambini”.

    “Assumerlo non è un atto di misericordia, è un atto di incoscienza e implica disprezzo per l’appello dei sopravvissuti e dei cattolici affinché la Chiesa mostri tolleranza zero nei confronti dei molestatori sessuali”, ha affermato.

    Processo di alto profilo in Vaticano

    Nato a Carpi, città del nord Italia, Mons. Capella è stato ordinato sacerdote nel 1993 per l’arcidiocesi di Milano. Dopo aver studiato all’Accademia diplomatica vaticana di Roma, è entrato nel servizio diplomatico vaticano nel 2004. Ha lavorato presso la nunziatura vaticana a Washington dall’estate del 2016.

    Nell’agosto 2017, il Dipartimento di Stato americano ha notificato alla Santa Sede la possibile violazione da parte di mons. Capella delle leggi relative alle immagini pedopornografiche, e successivamente è stato richiamato in Vaticano.

    Nel settembre dello stesso anno, la polizia canadese emise un mandato di arresto a livello nazionale nei confronti di mons. Capella, con l’accusa di accesso, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico.

    «La Santa Sede, seguendo la prassi degli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, che si trova attualmente nella Città del Vaticano», aveva affermato all’epoca il Vaticano.

    A seguito di un’indagine della Procura vaticana, nel 2018 si tenne un processo. Durante il processo, Gianluca Gauzzi, l’esperto informatico della Gendarmeria Vaticana che analizzò il telefono e i computer del sacerdote italiano, testimoniò di aver trovato disegni, foto e video che mostravano “rapporti sessuali di ogni tipo tra adulti e bambini prepuberi”, tra i 13 e i 17 anni.

    Tra i video, ha detto, ce n’è anche uno di “un bambino molto piccolo impegnato in atti espliciti”.

    Mons. Capella si è rivolto alla corte, affermando che “gli errori che ho commesso sono evidenti, così come questo periodo di debolezza. Mi dispiace che la mia debolezza abbia danneggiato la Chiesa, la Santa Sede e la mia diocesi. Ho ferito anche la mia famiglia e sono pentito”.

    Definendo il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico “un ostacolo sulla mia strada di sacerdote”, l’ex diplomatico vaticano ha affermato di voler continuare a ricevere “sostegno psicologico”.

    Appello a “rimuovere immediatamente” Mons. Capella

    Roberto Borgogno, avvocato di mons. Capella, ha chiesto al tribunale di ridurre la pena per il monsignore, definendo i crimini del suo cliente “un problema” che richiedeva una terapia intensa e non una pena pesante.

    Ciononostante, il giudice Giuseppe Della Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha condannato mons. Capella a cinque anni di carcere e a una multa di 5.833 dollari.

    Dopo la condanna, l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che sconterà la pena in una cella vaticana situata nell’edificio del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, come è formalmente nota la forza di polizia vaticana.

    Barrett Doyle ha dichiarato a OSV News che, sebbene potrebbero esserci valide ragioni per tenere il sacerdote italiano in Vaticano anziché ridurlo allo stato laicale e renderlo pubblico, la Curia romana “dovrebbe pagare affinché Capella venga attentamente monitorato per il resto della sua vita”.

    Ciononostante, ha espresso la speranza che Papa Leone XIV renda “la tolleranza zero una realtà, e potrebbe iniziare con il caso di Mons. Capella”.

    “Esortiamo Papa Leone a ordinare immediatamente a Capella di rimuovere Capella dal suo incarico. Dovrebbe anche punire i funzionari della segreteria che hanno approvato l’assunzione di Capella”, ha dichiarato a OSV News.

    Junno Arocho Esteves scrive per OSV News da Malmö, Svezia.

    Priest convicted of distributing, possessing child pornography said to still work at Vatican