Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Milano

  • Eva ora riposa in pace

    Eva ora riposa in pace

    Confermata in Cassazione la pena di tre anni e mezzo alla ex suora Maria Angela Farè

    È calato il silenzio tombale su Eva Sacconago e suor Maria Angela Farè: la cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi per la religiosa accusata di violenza sessuale.

    La sentenza è definitiva, le parole, le congetture, le ricostruzioni non servono più.

    L’imputata – che è difesa dagli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio – potrebbe presto finire in carcere perché il reato di cui rispondeva è ricompreso in quelli ostativi, quindi anche se la pena è inferiore a quattro anni non sono previste scappatoie.

    Le conclusioni a cui erano giunti i giudici della corte d’appello di Milano – che a loro volta avevano recepito la decisione del tribunale di Busto Arsizio – hanno trovato quindi conferme non più scalfibili. «L’imputata, totalmente priva di alcun senso morale allorquando ha mischiato e piegato il tema religioso a quello amoroso per coinvolgere in un’insana relazione una giovane con carenze affettive, ha certamente esercitato un fascino malevolo e perverso su Eva, al quale lei si è sottratta solo quando ha potuto trovare appoggio e conforto in un’altra figura di riferimento. Indice questo non certo di disturbo della personalità, ma di fragilità emotiva della ragazza».

    Eva si suicidò impiccandosi il 22 giugno del 2011 ma «ogni tentativo di ricondurre il gesto estremo della ragazza ai reati commessi dalla religiosa è stato vanificato dalla mancanza di contestazione in tal senso», osservò la corte di secondo grado.

    A dicembre del 2015 il collegio giudicante presieduto da Renata Peragallo riconobbe un unico capo di imputazione, quello di violenza sessuale aggravata dall’uso delle manette.

    La ex responsabile del centro Primavera di Sant’Edoardo venne assolta dalle accuse di abusi sessuali, violenza privata e stalking.

    Alle motivazioni della sentenza arrivata da Roma, che verranno depositate entro i termini di legge, si potrà aggiungere la parola «fine».

    Sarah Crespi

    https://www.prealpina.it/pages/eva-ora-riposa-in-pace-212185.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  • Abusi sessuali, ex suora condannata a 3 anni e mezzo: andrà in carcere. Violentò una ragazza conosciuta in oratorio che si suicidò nel 2011

    Abusi sessuali, ex suora condannata a 3 anni e mezzo: andrà in carcere. Violentò una ragazza conosciuta in oratorio che si suicidò nel 2011

    Maria Angela Farè andrà in carcere. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha condannato in via definitiva l’ex suora a 3 anni e mezzo per violenza sessuale: secondo i giudici abusò una ragazza di Busto Arsizio, Eva Sacconago, che aveva conosciuto in un oratorio e che si suicidò nel 2011 a 26 anni. Farè deve andare in carcere, perché il reato è “ostativo” alla sospensione della pena per la concessione di una misura alternativa alla detenzione. Per questo genere di reati i benefici possono essere concessi solo a seguito di un periodo di osservazione scientifica della personalità per almeno un anno. La famiglia Sacconago era parte civile,

    Stando agli atti del processo, la ragazza aveva subito le “attenzioni” dell’imputata, che apparteneva alle Figlie di Maria Ausiliatrice, già quando aveva 15 anni, per poi instaurare con lei una relazione, fino al 2011, quando si era suicidata. La giovane era stata violentata dalla suora – di 24 anni più grande – proprio poche settimane prima di morire. Dopo la morte della giovane, Farè era stata accusata di violenza sessuale, stalking e violenza privata e poi la Corte d’Appello di Milano, nel marzo di quest’anno, aveva confermato la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale, ritenendo l’ex religiosa civilmente responsabile anche per stalking (deve risarcire i genitori della ragazza, assistiti dall’avvocato Tiberio Massironi, con 50mila euro).

    L’ex suora, hanno scritto i giudici, ha tenuto “condotte persecutorie” nei confronti di Eva, che si sono manifestate con messaggi “deliranti e ossessivi” che hanno provocato nella ragazza “uno stato di ansia e di timore per il proprio futuro” e che erano espressione della “totale perdita di controllo della suora e di una gelosia ingravescente, sconnessa e pericolosa“. La sentenza di secondo grado parla anche di “ininterrotti tentativi di chiamarla anche di notte” e poi delle “violenze sessuali vere e proprie del 2010-2011”. Comportamenti “che avrebbero minato la stabilità psichica di chiunque”.

    Secondo i giudici, “già nel 2008 Eva, riferendo gli attacchi verbali della Farè per avere temuto che lei avesse un ragazzo” diceva di avere “stomaco attorcigliato, nodo alla gola, desiderio di sparire, addirittura timore che se fossero state l’una in presenza dell’altra la suora ‘mi avrebbe ammazzata‘”. La terza sezione della Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputata e respinto anche quello presentato dalla parte civile e dalla Procura generale che chiedevano la condanna anche per altri fatti.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/20/abusi-sessuali-ex-suora-condannata-a-3-anni-e-mezzo-andra-in-carcere-abuso-di-una-ragazza-conosciuta-in-oratorio-che-si-suicido-nel-2011/5631157/?-7AOvmhZ-5XlsUPsQg

  • Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    di SANDRO DE RICCARDIS

    “Più di un anno fa abbiamo ricevuto una lettera della Nunziatura apostolica che ci informava che il Papa era stato informato della nostra vicenda, e che a tempo debito saremmo stati informati sull’esito dell’inchiesta in Vaticano. Ma da allora non abbiamo saputo più niente. A questo punto, cadendo il segreto pontificio, intendiamo sicuramente chiedere notizie sull’inchiesta”. Cristina Balestrini è la madre di Alessandro Battaglia, il ragazzo, oggi ventitreenne, che nel 2011 da adolescente venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato a sei anni e quattro mesi nel settembre di un anno fa. Con la richiesta in Vaticano la famiglia di Alessandro intende capire a che punto è il processo canonico, e puntano il dito sull’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che da vicario episcopale, dopo essere stato informato dal parroco di Rozzano sugli abusi di don Galli, non denunciò il sacerdote ma lo trasferì in un altro oratorio, a Legnano.

    Signora Balestrini, cosa si sa del processo canonico sugli abusi subiti da suo figlio?
    “Sappiamo per certo che è stato aperto un procedimento nei confronti di don Mauro Galli, perché siamo stati chiamati anche noi a testimoniare, nel gennaio 2016, e in quella sede avevamo chiesto di essere informati sugli ulteriori sviluppi”.

    Quando c’è stata la vostra prima denuncia?
    “La prima, rivolta al Vaticano, l’abbiamo fatta nel dicembre 2011. L’indagine è stata aperta con un ritardo incredibile, nel 2015, e il processo si è aperto un anno dopo. Non rispettando, con questa tempistica, nemmeno le norme di diritto canonico in vigore allora. Noi abbiamo chiesto più volte, per iscritto, come mai monsignor Delpini, il primo ad essere venuto a conoscenza, già nel 2011, di quello che era successo ad Alessandro, non aveva avviato le procedure canoniche nei confronti di don Galli. Aveva invece deciso di trasferire il prete, lasciandolo ancora a contatto con minori. Le lettere erano indirizzate alla Congregazione per la dottrina della fede e al Papa, e indicavamo monsignor Delpini come la persona che aveva omesso di occuparsi della vicenda. Comunque l’aveva sottovalutata in modo evidente”.

    Cosa avete ottenuto in seguito alle vostre denunce?
    “Abbiamo ricevuto una lettera del Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig che ci informava che avevano preso in considerazione le nostre rimostranze e che, a tempo debito, avrebbero agito. Da allora non ne abbiamo saputo più niente. Per questo ora faremo istanza per avere accesso agli atti del procedimento canonico. La indirizzeremo anche a Papa Francesco”.

    Come giudica questa svolta del Pontefice?
    “Sicuramente è una cosa positiva, ma parziale. Finché non ci sarà l’obbligo di denuncia da parte dei religiosi che vengono a sapere di abusi, praticamente non cambia nulla. Abolire il segreto pontificio è una cosa molto rilevante, perché era uno scoglio enorme. E’ una vittoria parziale, ma che può anche essere inutile, perché nell’atto del Papa non viene specificato cosa succede se dopo le richieste delle vittime, non si ha effettivamente l’accesso agli atti”.

    In questi anni siete entrati in contatti con altre famiglie che hanno vissuto la vostra stessa esperienza?
    “Abbiamo conosciuto l’associazione “Rete l’abuso” e come madre di vittima ho dato la disponibilità a formare un gruppo e siamo in contatto su una chat di Whatsapp in cui ci supportiamo e ci aiutiamo tra mamme. E come famiglia abbiamo partecipato al summit di febbraio a Roma, insieme a tutte le associazioni mondiali di vittime, dove ho avuto modo di conoscere tante storie”.

    Tutte lamentano la mancanza di un’interlocuzione con il Vaticano?
    “Tutti lamentano la mancanza di giustizia, anche se le situazioni sono diverse nei vari stati, perché è importante ricordare che oltre il diritto canonico, c’è quello civile penale, che presenta delle differenze infinite. A noi è andata bene, in primo grado dopo sette anni, per l’Appello non c’è ancora una data. Il sacerdote è ancora un libero cittadino. E’ stato riconosciuto la colpevolezza di don Galli e data credibilità a nostro figlio, ma la verità processuale è ancora fragile”.

    Sapete se il religioso esercita ancora?
    “Noi abbiamo una lettera dell’allora il cardinale Scola che ci ha scritto per comunicarci che era stato sospeso cautelarmente, anche se con sette anni di ritardo. Però non ne abbiamo la certezza, né sappiamo dove sia”.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/12/20/news/pedofilia_chiesa_rozzano_don_mauro_galli_cristina_balestrini-243918946/amp/?fbclid=IwAR2PErzWG4ymYY1F9SQ-WgGxFwW_Frm_Few1b6ZVZHHQMcZib0cWXwGsQW4

  • Abusi su minore, Cassazione annulla condanna a prete bresciano

    Abusi su minore, Cassazione annulla condanna a prete bresciano

    Ai domiciliari, il sacerdote deve rispondere di violenza sessuale su un giovane di 14 anni

    Abusi su minore, Cassazione annulla condanna a prete bresciano

    La Cassazione ha annullato la condanna a carico di don Angelo Blanchetti, sacerdote bresciano della Vallecamonica, che avrebbe dovuto scontare una pena a cinque anni per violenza sessuale su un giovane di 14 anni. Sospeso dalla Diocesi dopo l’arresto, il religioso è ai domiciliari. Nelle prossime settimane si capirà se gli atti dovranno tornare a giudizio alla Corte d’appello di Brescia o al primo grado per un nuovo processo.

    http://www.affaritaliani.it/milano/abusi-su-minore-cassazione-annulla-condanna-a-prete-bresciano-643899.html

  • Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    di Giorgio Gandola

    Manca l’ultimo metro. Ma non è un dettaglio, è l’essenza di tutto, il colpo di reni per vincere le Olimpiadi o il pezzo di fibra che serve a far funzionare un wifi. Con l’abolizione del segreto pontificio sui dossier, la rivoluzione di papa Francesco per contrastare la pedofilia in tonaca è finalmente concreta, va ben oltre l’omelia vuota del motu proprio Vos estis lux mundi. Il Pontefice passa dal puro marketing all’azione energica, ma per compiere il definitivo salto di qualità serve ancora il metro che fa la differenza: l’obbligo di denuncia.

    È un gesto semplice, quasi banale: chiedere ai vescovi o ai sacerdoti che vengono a conoscenza di casi di pedofilia di denunciare i reati alla magistratura. Un piccolo passo per lui, ma ci sono duemila anni di consuetudini a impedirlo. Ci si avvicina, si appoggia la mano alla maniglia ma quella porta rimane chiusa. Con l’abolizione del segreto pontificio è crollato un muro, da domani gli atti delle indagini previe (obbligatorie per il diritto canonica a carico di preti accusati di violenza sessuale) non saranno più coperti da sigilli di ceralacca e le famiglie delle vittime sapranno almeno quali sono stati i provvedimenti presi a carico dei responsabili. Una decisione storica che va incontro alle richieste delle associazioni mondiali delle vittime degli abusi del clero. Il problema è che, se nessun carabiniere o nessun pm viene a conoscenza di quelle inchieste, le preziose carte non servono a nulla. Di conseguenza, il metro mancante riguarda anche il Parlamento italiano che dovrà far sua la materia (fin qui lasciata completamente alla Chiesa) e legiferare, adeguandosi all’ordinamento di numerosi Paesi europei. Cioè studiare una legge che obblighi a sua volta il sacerdote, come cittadino italiano, a denunciare il colpevole strappando il sipario dell’omertà scambiata per carità cristiana. Basterebbe copiare Svizzera e Francia, ma l’iter potrebbe essere lungo e accidentato. E presupporre perfino una revisione del Concordato. Campa cavallo.

    IL CASO DON GALLI

    Un’obiezione legittima a questa sottolineatura ce la facciamo da soli: ma non è la famiglia della vittima a dover denunciare il prete pedofilo? Vero, però questo non accade spesso, soprattutto se quella famiglia è molto cattolica, crede profondamente negli insegnamenti della Chiesa e si affida alla gerarchia ecclesiastica per avere giustizia lontano dai procedimenti penali, che sempre costituiscono un trauma psicologico ulteriore per le vittime. Un esempio illuminante è quello di Alessandro Battaglia, giovane abusato da un sacerdote (don Mauro Galli) a Rozzano, in provincia di Milano. Il fatto accadde nel 2011, per anni la famiglia bussò all’arcidiocesi chiedendo giustizia ma si trovò di fronte al classico muro di gomma fatto di lettere consolatorie, di dilazioni con benedizione incorporata, di ipocrisie curiali.

    Solo nel 2014, in assenza di fatti concreti, i genitori si decisero a denunciare ai carabinieri lo scandalo e qualche mese fa don Galli è stato condannato a oltre sei anni di carcere in primo grado. La vicenda non ha impedito che Mario Delpini – allora vicario episcopale che invece di aprire l’indagine previa si limitò a spostare il chiacchierato sacerdote a Legnano, sempre in mezzo agli adolescenti – diventasse arcivescovo di Milano. Con queste nuove norme non solo non sarebbe successo, ma il monsignore sarebbe stato messo sotto inchiesta per omissione d’atti d’ufficio. A questo proposito, la famiglia della vittima è la prima a muoversi dopo la decisione del Papa e chiederà ufficialmente alla Congregazione per la dottrina della fede gli atti del processo canonico a carico di don Galli e il fascicolo riguardante la gestione di Delpini. Un modo concreto per sapere se alle linee di principio seguiranno i fatti.

    ANCHE GENOVA SI MUOVE

    Anche il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, vuole subito “approfittare dell’abolizione del segreto pontificio” per ottenere i dossier relativo a un parroco del quartiere Albaro accusato di abusi su minori e già indagato dalla diocesi nel 1998. L’obbligo di denuncia aiuterebbe inoltre nella realizzazione di un certificato antipedofilia per il sacerdote che viene trasferito in una parrocchia. Sarebbe equiparabile al casellario giudiziario, se ci sono pendenze è giusto saperlo. Ma se l’obbligo non esiste, il certificato risulterebbe forzatamente lacunoso o inattendibile. Senza contare che la Chiesa, per sua natura, si occupa con maggiore profondità dei peccati morali più che dei reati.

    Ecco perché manca l’ultimo metro, nella rivoluzione di Francesco. E manca anche qualcosa di molto cristiano: l’impegno a prendersi cura delle vittime concretamente. “Significa intervenire presto con indennizzi adeguati” spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso. “Parliamo di persone che vivono vite sfasciate a causa delle violenze subite, soffrono di gravi problemi psicosomatici, hanno la necessità di sottoporsi a lunghi percorsi di riabilitazione. E spesso non riescono a reinserirsi, avere un lavoro e relazioni normali, perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere”. L’ultimo metro significa tutto.

    (trascrizione da La Verità del 19 dicembre 2019)

  • Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c’è obbligo di denuncia

    Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c’è obbligo di denuncia

    CITTÀ DEL VATICANO Trasparenza e collaborazione: sono le due chiavi per capire il nucleo della decisione storica del Papa. Si tratta di una mossa che va a modificare l’ordinamento canonico sul segreto pontificio per rendere più efficace la lotta alla pedofilia e alla violenza. Il che significa che se la legge civile di uno Stato prevede l’obbligo di denuncia da parte del vescovo, nessuno potrà trincerarsi più dietro il segreto pontificio e non potrà più insabbiare i casi negando a chi la chiede la lettura di documenti contenuti negli archivi necessari a fare luce sul caso di molestie.

    PROSPETTIVA
    È come se il Papa avesse predisposto una sorta di cinghia di trasmissione tra le autorità civili e quelle ecclesiastiche per abbattere i muri di gomma del passato, facendo salvo solo il segreto della confessione, che resta inalterato. I canonisti spiegano che il Papa ha voluto sostituire l’atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali con un atteggiamento nuovo, di sana collaborazione. Ma riguardo a queste inchieste cosa accade oggi in Italia? Se in tanti Paesi esiste l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi degli abusi commessi da ecclesiastici, in Italia i vescovi sono solo moralmente impegnati a collaborare.
    Ancora nel 2012 la Cei in un vecchio documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» affermava di essere esonerata dall’obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e di non avere l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto di vista strettamente giuridico si basa sul quarto comma dell’articolo 4 del Concordato del 1984, e sugli articoli 200, 25 e 331 del Codice di Procedura Penale italiano: di fatto ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero. Sul tema della pedofilia, a parte rari interventi da parte del mondo politico, nessun partito si è mai fatto seriamente carico di cambiare le disposizioni in materia e avviare un percorso in grado di portare ad una revisione pattizia dell’articolo 4. In Italia, due anni fa, il deputato grillino Matteo Mantero aveva presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali fossero gli elementi statistici «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto».

    PATTI LATERANENSI
    Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo dell’epoca «nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». La Cei, che tra tutte le conferenze episcopali italiane in materia di lotta agli abusi è sempre stata il fanalino di coda dell’Europa, non ha mai pubblicato nessuna statistica e, ancora oggi, alle conferenze stampa, ai giornalisti risponde infastidita che i numeri sono bassi, i più bassi d’Europa. Quanto siano bassi, però, non è dato sapere, così come è impossibile conoscere che fine abbiano fatto i preti pedofili processati dai tribunali ecclesiastici. A questo si aggiunge che ci sono diocesi come Milano, Napoli, Genova, Lecce, Savona sulle quali pendono pesanti sospetti di insabbiamenti e gestioni poco trasparenti di casi di abusi.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_papa_francesco_preti_pedofili_segreto_processi_abolito_vaticano_news-4933088.html

  • Preti pedofili, le voci di chi ha subito abusi: «Tanti vescovi contro il Papa»

    Preti pedofili, le voci di chi ha subito abusi: «Tanti vescovi contro il Papa»

    di Gian Guido Vecchi – «Come vittima e sopravvissuto, ringrazio il Papa per il suo coraggio. Io so che nella Curia e in tutto il mondo ci sono cardinali e vescovi contro di lui, gente che finora si è nascosta dietro il segreto pontificio — leggi l’approfondimento su che cos’è — per coprire il terrore e insabbiare. È caduta una muraglia oscura». Al telefono con il Corriere, la voce di Juan Carlos Cruz, 56 anni, suona sollevata prima che felice, come si fosse tolto un peso. Era ancora un adolescente quando subì abusi dal sacerdote pedofilo seriale Fernando Karadima, spretato da Francesco l’anno scorso. Potente e temuto fin dagli anni di Pinochet, nella parrocchia di El Bosque a Santiago, Karadima è all’origine degli scandali che hanno devastato la Chiesa cilena, una delle prove più difficili del pontificato. Con altre due vittime di Karadima, un anno e mezzo fa, Cruz era stato ricevuto da Francesco a Santa Marta, «voglio che nessuna vittima si senta più sola». Le denunce erano rimaste inascoltate per anni, vescovi e cardinali cileni gli davano del calunniatore. «Ne avevamo parlato al Papa, certo. Ma come noi, tante vittime non hanno smesso di chiedere l’abolizione del segreto pontificio. Così si fa giustizia e trasparenza».

    Considerazioni che si ripetono, in chi ha patito violenze e incredulità. Alessandro Battaglia, 22 anni, vorrebbe non pensarci più. «Si figuri che neanche lo sapevo. Però sono contento, chiaro. Lo chiedevamo da anni. Certo i vescovi non hanno più scuse, ora: non potranno insabbiare con la scusa che rischiano la scomunica». Alessandro era un ragazzino legato alla sua parrocchia, a Rozzano, diocesi di Milano. «Andavo in oratorio ogni giorno, ero uno scout, cantavo nel coro, i miei amici erano lì: a quindici anni, per me, l’oratorio era tutta la vita», raccontava nei giorni dell’incontro in Vaticano per la protezione dei minori. Lo ha ripetuto fin da quella notte: «Sono stato abusato alla fine del 2011 da don Mauro Galli». Don Galli è stato condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi. Ma intanto sono passati anni di inerzia, coperture. «La Chiesa è così, una macchina lentissima, però bisogna apprezzare le cose positive, e questa decisione lo è». Una decisione che ha fatto il giro del mondo.
    La signora Marie Collins, irlandese di Dublino, aveva tredici anni quando fu abusata da un sacerdote negli anni Sessanta. Nel 2014 fu nominata da Francesco nella prima Commissione antipedofilia, tre anni più tardi si dimise contro le resistenze vaticane. Ora commenta, asciutta: «Una notizia eccellente. Lo avevamo raccomandato durante il primo mandato della commissione, è bello vedere che è stato applicato. Finalmente un cambiamento reale e positivo».
    Anche Miguel Hurtado, 36 anni, ha l’aria sollevata: «Una buona notizia, una richiesta storica delle organizzazioni di vittime dei preti pedofili». La sua storia riguarda il monastero di Montserrat, in Catalogna. «Avevo sedici anni, fui abusato da un monaco benedettino, Andreu Soler, che guidava il nostro gruppo scout». Anche qui denunce ignorate, silenzi.
    Ora sospira: «Mai più casi trattati in segreto. I vescovi devono collaborare con la giustizia e consegnare i documenti interni». Si vedrà. Francesco Zanardi, fondatore di «Rete l’Abuso», osserva: «La Procura di Roma ha mandato una rogatoria per acquisire gli atti del fascicolo di don Gabriele Martinelli sugli abusi nel preseminario San Pio X, il collegio dei chierichetti del Papa. Ora vedremo l’efficienza della norma». Zanardi ha 48 anni, ne aveva undici quando a Spotorno fu violentato dal viceparroco, «si chiamava don Nello Giraudo, andò avanti tre anni». Resta la faccenda dell’obbligo di denuncia alle autorità civili, che in Italia non c’è per i preti: «Ma questa è una vergogna italiana: è il nostro Stato a doverlo disporre, almeno per i vescovi».
    https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_17/preti-pedofili-voci-chi-ha-subito-abusi-tanti-vescovi-contro-papa-425eb360-210c-11ea-ad99-8e4d121df86f.shtml
  • Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    Arese, ragazzino violentato dall’animatore dell’oratorio: condannato a tre anni

    I fatti risalgono al 2015 quando il 32enne violentò un ragazzino di 15 anni

    E’ stato condannato a tre anni di reclusione l’educatore 32enne dell’oratorio di Arese accusato di aver abusato sessualmente di un 15enne nel 2015. L’uomo ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con il giovane ma ha sempre contestato la violenza ma la Suprema corte, nelle carte processuali, ha scritto che “Il reato di violenza sessuale si è effettivamente consumato tanto sotto il profilo dell’induzione, quanto sotto quello della costrizione. Il rapporto avviene in un contesto di fragilità e di crisi di identità sessuale del minore”.

    L’educatore dovrà scontare un anno di reclusione e successivamente potrà chiedere l’ammissione ai servizi sociali, ma solo dopo aver dimostrato di aver seguito le cure del caso.

    Ragazzino violentato: i fatti

    Tutto era accaduto nel 2015 quando il giovane frequentava assiduamente l’oratorio dei Salesiani. La violenza si consumò in primavera: il giovane, in un momento di confusione personale, si rivolse all’educatore per avere un consiglio su alcuni temi legati sessualità. Una mattina l’animatore approfittò del fatto che il ragazzino fosse rimasto a casa da scuola per una indisposizione e andò a trovarlo a casa sua in assenza dei genitori.

    Il giovane e il conforto del prete

    Il 15enne abusato raccontò il fatto al prete che tuttavia cercò di persuadere il giovane della “normalità” di quanto fosse accaduto e lo invitò a partecipare ad altri incontri a sfondo sessuale. Il sacerdote, imputato per adescamento di minore e pornografia minorile (reato derubricato a possesso di materiale pedopornografico) aveva già patteggiato una pena a un anno e cinque mesi.

    http://www.milanotoday.it/cronaca/arese-stupro-animatore-oratorio.html

  • Enna – Progetto 360, si apre la stagione delle responsabilità

    Enna – Progetto 360, si apre la stagione delle responsabilità

    Nuovo direttivo e nuovi impegni per gli oltre duecento ragazzi di Enna che fanno parte dell’associazione giovanile Progetto 360. 

    Dopo l’annunciato ritiro del fondatore e guida spirituale del gruppo, don Giuseppe Rugolo, allontanatosi dalla città per motivi di salute, i giovani hanno deciso di continuare a portare avanti le tante attività formative e sociali che li vedono coinvolti da quasi quattro anni, assumendosi un grande carico di responsabilità.

    “Faccio un grosso in bocca al lupo ai ragazzi – ha detto don Rugolo prima di andare via – per loro si apre la stagione della responsabilità e ho la profonda certezza che questi giovani faranno più e meglio di quanto io ho fatto per loro in passato”.

    Ancora ricolmi del messaggio di saluto del loro padre spirituale, i giovani nei giorni scorsi hanno rinnovato le cariche direttive e hanno subito assicurato di voler portare avanti le attività così come in passato, rendendo protagonisti gli associati – tutti adolescenti – di iniziative culturali e sociali, senza trascurare la formazione umana e spirituale. “Lavoriamo per migliorarci ancora di più e per smuovere le coscienze della nostra città”, hanno dichiarato all’unisono.

    Tra i grandi eventi già in programma, la festa di San Giovanni Bosco del 31 gennaio (compleanno del Progetto 360) e il Grest 2020.

    È Marco Greco il presidente eletto del Senato, formato da Alessia Li Muti, Marco Barbagallo e Salvatore Matraxia. Nel Consiglio direttivo ci sono Jacopo Matraxia, Emanuele Minissale, Fabriano Caruso, Federica Ingrà ed Emanuela Castaldo, coadiuvati dalla segretaria Laura Alvano. Tanti i ragazzi referenti dei diversi ambiti dell’associazione: Angelo Milazzotto per Politica e città, Daniele Vetri per Sport e tempo libero, Stefano Milano per Formazione cristiana, Roberta Caramanna per la Solidarietà, Andrea Prestifilippo è il referente per il gruppo 2.0 (giovani a partire dagli 11 anni), Luigi Varisano è il referente dell’associazione e Salvatore Cacciato è il referente per la parrocchia San Cataldo all’interno della quale rimarrà la sede del Progetto 360.

    I giovani saranno sostenuti nel loro percorso dalla parrocchia di San Cataldo, le suore clarisse francescane missionarie del Santissimo Sacramento e gli esperti laici che da sempre li affiancano nelle loro attività: Elisa Di Dio, Luca Manuli, Silvia Vicari e Mariangela Vacanti.

  • Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Il regista francese racconta a Il Sole 24 Ore il film «Grazie a Dio», Orso d’argento a Berlino, ispirato a una storia vera, sugli abusi di un sacerdote di Lione sui ragazzi della sua parrocchia

    di Cristina Battocletti

    Grazie a Dio è l’ultimo film di François Ozon, che ha vinto l’Orso d’argento alla scorsa edizione del festival del cinema di Berlino, nei cinema da giovedì, distribuito da Academy Two. La pellicola, che ha fatto un milione di spettatori in Francia, è tratta da una storia vera , accaduta nella diocesi di Lione, in cui decine di bambini, ormai diventati adulti, fanno i conti con l’abuso sessuale subito dal parroco Bernard Preynat (nel film interpretato dal Bernard Verley). Nonostante i molti anni passati, gli ex ragazzi, vittime di pedofilia, nell’accorgersi che il parroco è ancora a contatto con i bambini, decidono di interpellare il responsabile della diocesi, il Cardinale Barbarin (François Marthouret) perché lo scempio non si ripeta.

    Scritto dallo stesso regista francese, il film ha inizio dalla storia di Alexandre Guérin (Melvil Poudad), un uomo che, nonstante abbia una bella e numerosa famiglia, non riesce a dimenticare ancora le ferite di quelle”attenzioni”. Quando si imbatte in un muro di gomma da parte della Chiesa che tenta di insabbiare la vicenda, decide di denunciare padre Preynat, supportato da altre due vittime, François Debord (Denis Ménochet) ed Emmanuel Thomassin (Swann Arlaud).

    Il Sole 24 Ore lo ha incontrato a Milano, Fraçois Ozon.

    È vero che avete girato il film in segreto per paura delle interferenze della Chiesa cattolica?

    Sì, abbiamo utilizzato un titolo diverso durante le riprese, perché se avessi usato quello con cui ora il film esce nelle sale, Grazie a Dio, avrebbero tutti collegato la trama al cardinale Barbarin, che pronunciò quella frase, riferita alla prescrizione della pena, facendo un enorme scalpore in Francia. Il titolo utilizzato era Alexandre e fingevamo fosse la storia di tre amici sulla quarantina che si ritrovavano. Questo ci ha permesso di girare in luoghi che altrimenti non sarebbero stati autorizzati.

    Poi però quando è stato pubblicato il trailer e si è capito quale fosse effettivamente il soggetto del film, immediatamente gli avvocati delle gerarchie ecclesiastiche si sono mossi cercando di impedirne l’uscita, in particolare quelli del sacerdote, di Preynat, chiedendo che venisse rimandata dopo il processo. Il problema è che il processo a tutt’oggi non è stato fatto e chissà mai se mai si farà. Il tentativo evidente era quello di impedire che il film uscisse. I giudici hanno dovuto mettere sul piatto della bilancia la libertà creativa e di espressione di un artista, e dall’altra la presunzione di innocenza dell’imputato. Hanno deliberato a favore della libertà creativa, determinando appunto che il film fosse di pubblica utilità, anche perché Preynat non ha mai negato di aver effettivamente abusato di questi bambini. Tutto questo ci ha procurato molta pubblicità e il film ha fatto un milione di spettatori in Francia.

    Io forse sono stato un po’naif perché la mia scelta è stata quella di mantenere i veri nomi dei rappresentanti della Chiesa esattamente come sono ed è per questo che sono stato attaccato; ma del resto non c’è alcuna rivelazione, alcuno scoop rispetto alle azioni che ha fatto la diocesi di Lione e la Chiesa tutta in merito a questa vicenda. Tutto quello che viene detto nel film da parte loro era già uscito e pubblicato sugli organi di stampa. Gli elementi nuovi che introduce il film riguardano le vittime stesse, il loro privato, i loro rapporti familiari e personalmente mi sarebbe sembrato ipocrita cambiare i nomi del cardinale, del sacerdote. Questo dimostra quanto il cinema faccia paura.

    Che reazioni ha avuto dalla gente comune che si considera cattolica?

    Penso che il successo del film sia dovuto ai cattolici che sono venuti a vedere il film in massa a Lione. È evidente che nessun cattolico può dichiararsi a favore della pedofilia. Alcuni cattolici hanno fatto delle dichiarazioni a favore di Barbarin, dicendo che ha agito bene, nelle sue facoltà. Ovviamente tutti i cattolici sono contro Preynat, ma ce ne sono alcuni a favore del cardinale.

    La gerarchia ecclesiastica era molto inquieta e preoccupata per il film. Una volta che l’ha visto si è rilassata perché ha trovato che fosse un film molto equilibrato e ha avuto la conferma che non è contro il dogma della religione cattolica, ma contro quella parte di istituzione cattolica teatro di queste vicende. Ora la Chiesa cattolica utilizza il mio film per la formazione dei giovani sacerdoti.

    https://www.ilsole24ore.com/art/ozon-la-chiesa-voleva-fermare-mio-film-pedofilia-ACathBs