Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La Chiesa deve difendere nostro figlio

    La Chiesa deve difendere nostro figlio

    “Mio figlio ha tentato quattro volte il suicidio dopo essere stato abusato da un prete a 15 anni: il Vescovo, pur essendo venuto a conoscenza dei fatti, non ha preso provvedimenti adeguati. Oggi chiedo le sue dimissioni“.

    Cristina Balestrini 53 anni, infermiera caposala in comunità psichiatriche e riabilitative, è mamma di due ragazzi avuti con il marito Ettore Battaglia; il minore dei loro figli, Alessandro, oggi 23 anni, nel 2011 ha subito una violenza dal suo padre spirituale, don mauro Galli, oggi 40 anni. La vita di Alessandro da allora è stata completamente sconvolta e così quella dei suoi familiari, che con forza, hanno cercato di non arrendersi né alla rabbia né al dolore. Nel 2018 don Galli è stato condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere per violenza sessuale nei confronti di Alessandro, e oggi i suoi genitori chiedono le dimissioni dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, sostenendo che, pur essendo a conoscenza del grave fatto, si limitò a spostare il prete in un’altra comunità, tra l’altro affidandogli un incarico sempre con dei minori.

    Proprio in questi giorni la Balestrini ha descritto il suo difficile percorso interiore e i tormenti che prova nei confronti della chiesa in un libro che è stato pubblicato da Amazon “Chiesa: perché mi fai male?”: un messaggio di denuncia ma anche di speranza, il cui ricavato è destinato a Rete L’Abuso, www.retelabuso.org.

    Vi proponiamo l’intervista con lei con l’avvertenza che don Galli è stato condannato soltanto in primo grado, e quindi per lui vale ancora la presunzione d’innocenza che tocca a chiunque sia sotto processo.

    Cristina, per quale motivo chiedete le dimissioni di Delpini?

    “Come gesto di concreta coerenza nella direzione della “tolleranza zero” di cui parla sempre il Papa. Monsignor Delpini, all’epoca vescovo ausiliario di Milano, era stato avvisato subito dell’abuso, lo ha dichiarato anche lui alla polizia, ma ha scelto di non avviare alcuna indagine, ha spostato il prete e lo ha destinato a un incarico sempre con i minori. La Chiesa non può continuare a rimanere indifferente a simili comportamenti, sta perdendo questa battaglia contro la pedofilia, e risulta sempre meno credibile nei suoi proclami”.

    Cosa è accaduto a vostro figlio Alessandro, all’epoca quindicenne?

    “Qualche giorno prima di Natale 2011, don Mauro Galli, suo padre spirituale, chiese a me e mio marito il permesso di lasciar dormire nostro figlio in parrocchia a Rozzano la sera successiva per le attività di preghiera in preparazione al Natale. Ci lasciò intendere che tutto il gruppo di ragazzi avrebbe passato la notte in oratorio, ma così non è stato. La mattina successiva, Alessandro è stato accompagnato a scuola direttamente da don Mauro, ma poco dopo sono stata chiamata dagli insegnanti perché mio figlio aveva un forte malessere, invitandomi ad andare a prenderlo il prima possibile. L’ho trovato in uno stato di shock che non riuscivo a spiegarmi, finché gli ho chiesto cosa fosse accaduto quella notte e lui mi ha subito fatto capire che era successo qualcosa di molto grave, tanto da non lasciare dubbi. Abbiamo messo a conoscenza della cosa il nostro Parroco”.

    Come è cambiato Alessandro dopo questa violenza?

    “Prima era sempre allegro, solare, aveva tanti amici, frequentava l’oratorio e gli scout, aveva la ragazzina, suonava la chitarra e il pianoforte, giocava a calcio con gli amici. Dal giorno successivo all’abuso tutto è cambiato, era impossibile avere contatti fisici con lui, spesso piangeva o si chiudeva in bagno al buio facendo docce interminabili e singhiozzando. Negli anni è stato un progressivo peggioramento fino ad arrivare a fare quattro tentativi di suicidio. Fin da subito è stato seguito da una neuropsichiatra infantile e poi da psichiatri una volta diventato maggiorenne. Solo nel 2017 abbiamo trovato un centro specializzato per la cura del disturbo post-traumatico, Alessandro è tuttora seguito dallo specialista”.

    Avete perso fede?

    “Chi ha violentato mio figlio è stato un uomo, ministro di Dio, ma un uomo. Avere Fede è qualcosa di più profondo, non posso fermarmi alla dimensione umana. Per me è fondamentale la preghiera, il rapporto con Dio e il suo sostegno è quello che mi ha permesso di andare avanti. Sono stati tantissimi i momenti di sconforto in questi anni, ma non ho mai ceduto alla disperazione. Personalmente ho la necessità quotidiana di iniziare la giornata con la preghiera, la mia sveglia suona alle 4.30 proprio per permettermi di avere un lungo momento in cui stare con Dio. Alessandro invece, non riesce più a credere nella Chiesa”.

    Avete perdonato don Galli?

    “Mantenere rabbia o risentimento nel mio cuore non avrebbe cambiato la realtà o alleviato la sofferenza di mio figlio. Senza rabbia si è più forti, si può sperimentare una serenità interiore che non esclude il desiderio di giustizia. E poi, alla fine anche don Galli è una vittima della Chiesa: nessuno lo ha aiutato a prender coscienza del reato che ha commesso, del male che ha trasmesso, delle conseguenze profonde di aver rovinato la vita di un ragazzino, di averlo spinto a desiderare di farla finita”.

    Ora Alessandro come sta?

    “Si è diplomato con due anni di ritardo proprio a causa del trauma riportato. Gli attacchi di panico sono ancora frequentissimi, così come i periodi di sconforto. Sta lavorando come grafico e sogna di sposarsi, avere una famiglia, dei bambini. Talvolta però, lo sconforto ha il sopravvento e dice che il pensiero del suicidio è ancora in agguato, ma voglio aggrapparmi alla speranza che anche per lui ci sia qualcosa di bello nella vita e non solo sofferenza”.

    Come mai avete deciso di collaborare con la Rete L’abuso?

    “Scoprire di non essere gli unici, condividere, sapere di poter contare su qualcuno è stato fondamentale per noi. Attraverso la conoscenza di altre vittime e la partecipazione a momenti di raduno internazionale, Alessandro è stato aiutato a fare il passaggio fondamentale da “vittima” a “sopravvissuto”.”

    Avete scritto anche una lettera a Papa Francesco chiedendogli di potervi incontrare, ma questo incontro non è ancora avvenuto…

    “Non so nemmeno se abbia più un senso. Troppi silenzi e troppi proclami inutili. Per combattere davvero la pedofilia nella chiesa bisognerebbe rendere obbligatoria la denuncia alla magistratura da parte di tutti quelli che vengono a conoscenza di abusi, aprire gli archivi segreti con i dati sui preti pedofili, e risarcire le vittime, ma nulla di tutto ciò è stato fatto”.

    Vi siete costituiti parte civile al processo: avrete un risarcimento?

    “Abbiamo già ricevuto un’offerta che non è possibile chiamare risarcimento in quanto non si avvicina neanche lontanamente a quanto previsto come risarcimento del danno subìto stabilito dalla perizia medico-legale. Lo consideriamo una sorta di “rimborso spese” che abbiamo accettato perché non saremmo riusciti a sostenere le spese processuali e di cura”.

    Quando è previsto l’inizio del processo di appello?

    “Ancora non si sa. La nostra unica speranza è che la condanna venga confermata”.

    (trascrizione da Visto Tv del 25 settembre 2019)

  • ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    Marco Tosatti

    Cari amici e nemici di Stilum Curiae, nei giorni scorsi si è molto parlato sui giornali del fatto che la Procura Vaticana aveva rinviato a giudizio un sacerdote e il rettore del pre-seminario dove vivono a due passi da Santa Marta i “chierichetti del papa”. I provvedimenti datano dal 16 e 17 settembre. Notizia interessante, perché conferma, ancora una volta, l’ennesima, che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò racconta cose vere. Infatti qualche mese fa l’’ex Nunzio negli Stati Uniti concedeva un’intervista al Washington Post, e in riferimento al Summit sugli abusi svoltosi in Vaticano a febbraio, e alla real volontà del vertice di combatterli, si diceva molto scettico, dando due esempi; il primo riguardava l’attuale Sostituto alla Segreteria di Stato, Pena Parra. Il secondo era questo, che però il Washington Post ha deciso di non pubblicare (come peraltro il precedente). Diceva Viganò:

    §§§

    Si dice che il primo sia accaduto all’interno delle stesse mura del Vaticano, al Pius X pre-seminario, che si trova a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove vive papa Francesco. Quel seminario forma i minori che servono come chierichetti nella Basilica di San Pietro e nelle cerimonie papali.

    Uno dei seminaristi, Kamil Jarzembowski, un compagno di stanza di una delle vittime, afferma di aver assistito a dozzine di episodi di aggressione sessuale. Insieme ad altri due seminaristi, ha denunciato l’aggressore, prima di persona ai suoi superiori pre-seminario, poi per iscritto ai cardinali, e infine nel 2014, sempre per iscritto, a papa Francesco stesso. Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni. Il presunto aggressore era un seminarista di 21 anni, Gabriele Martinelli.

    Quel pre-seminario è sotto la responsabilità della diocesi di Como ed è gestito dall’Associazione Don Folci. Un’indagine preliminare fu affidata al vicario giudiziario di Como, don Andrea Stabellini, che trovò elementi di prova che giustificavano ulteriori indagini. Ho ricevuto informazioni di prima mano che indicavano che i suoi superiori hanno proibito che continuasse le indagini. Egli stesso può testimoniare per se stesso, e esorto ad andare a intervistarlo. Prego che troverà il coraggio di condividere con voi ciò che ha così coraggiosamente condiviso con me.

    Insieme a quanto sopra, ho appreso come le autorità della Santa Sede si sono occupate di questo caso. Dopo che le prove furono raccolte da don Stabellini, il caso fu immediatamente nascosto dall’allora vescovo di Como, Diego Coletti, insieme al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di papa Francesco per la Città del Vaticano. Inoltre, il cardinale Coccopalmerio, allora presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, che è stato consultato da don Stabellini, lo ha fortemente ammonito di interrompere le indagini.

    Potreste chiedervi come è stato chiuso questo caso orribile. Il vescovo di Como rimosse don Stabellini dalla carica di vicario giudiziario; l’informatore, il seminarista Kamil Jarzembowski, fu espulso dal seminario; i due compagni seminaristi che si erano uniti a lui nella denuncia lasciarono il seminario; e il presunto violentatore, Gabriele Martinelli, è stato ordinato sacerdote nel luglio 2017. Tutto questo è accaduto all’interno delle mura vaticane, e non ne è uscita una parola durante il summit”.

    §§§

    Ma, comunque, il Vaticano è arrivato buon terzo, dopo la denuncia di Viganò e la giustizia civile, come ormai sembra prassi. Infatti Il Messaggero dell’8 agosto scriveva:

    “Violenza sessuale con l’aggravante dell’abuso di autorità. La procura di Roma è pronta a chiudere le indagini nei confronti di Don Gabriele Martinelli. Le accuse mosse dagli investigatori, nei confronti del sacerdote 26enne riguardano presunti episodi di abusi avvenuti dentro la Città del Vaticano. La vittima è un seminarista del Preseminario San Pio X che ospita i chierichetti che prestano il servizio liturgico nella Basilica di San Pietro con il Papa. «Il Preseminario – come è scritto nel sito internet- accoglie ragazzi della scuola media».

    Ebbene lo stesso Don Martinelli, adesso è un sacerdote, era un seminarista. Tuttavia rispetto alla vittima, all’epoca delle presunte violenze, rivestiva un ruolo superiore. Una sorta di capo classe. Martinelli avrebbe sfruttato questa sua posizione per imporsi nei confronti dell’altro seminarista. Da qui l’ipotesi dell’aggravante dell’abuso di autorità. Un’inchiesta delicata portata avanti dai carabinieri e dal pubblico ministero Stefano Pizza. Gli inquirenti hanno potuto lavorare a questo caso, su episodi che riguardano uno stato straniero, anche in virtù di una serie di accordi che derivano dai Patti Lateranensi.

    Gli episodi indicati nella denuncia, sporta dal seminarista, riguardano casi di violenze che si sarebbero consumati intorno al 2012. Tuttavia la vittima ha accusato Don Martinelli di averlo molestato anche in anni precedenti. Quando entrambi erano minorenni, tanto che anche la procura dei minori ha aperto una fascicolo (a carico di ignoti) per fare piena luce sul caso. Oltre alla giustizia italiana si sarebbe interessata del caso anche quella Vaticana. Intanto Gabriele Martinelli, il 10 giugno del 2017, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Como”.

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    E comunque chi si occupa di abusi, come la Rete, https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/07/28/don-martinelli-mai-sospeso-la-finta-tolleranza-zero-di-papa-francesco/, ha i suoi motivi per condividere lo scetticismo di Viganò. Anche perché, come scriveva sempre Il Messaggero, i parametri utilizzati non sembrano gli stessi per tutti:

    Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza…

    Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio (che ora ha una ventina d’anni).

    L’ultimo passaggio è risultato terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato e riguarda una frase di Bassetti – durante una conferenza stampa – ha pronunciato, affermando di non conoscere affatto quel caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare).

    Di fatto il caso Delpini è chiaro per tutti che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

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    Vi alleghiamo alcuni link agli articoli che troverete di sicuro interessanti. Buona lettura.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_pre_seminario_chierichetti_papa_abusi_molestie_comastri_lettere_anonime-3383213.html

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    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molesta_seminarista_sacerdote_don_gabriele_martinelli_violenza_sessuale-4664502.html#

    §§§

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

  • Chiesa, il dramma abusi in un libro

    Chiesa, il dramma abusi in un libro

    La denuncia della madre di un ragazzino violato: una storia milanese divenuta processo con sentenza di condanna. La giustizia laica c’è stata, non ancora quella ecclesiastica

    di Giorgio Gandola

    “Chiesa: perché mi fai male?”. La domanda è urticante, contraddittoria, e anticipa dolore. È quella di una mamma che un giorno scopre l’abuso del figlio da parte di un prete; è quella di una cattolica praticante che si rende conto di come la Chiesa tenda a coprire, dissimulare, fuorviare riguardo a questa violenza; è quella di una donna perseverante e tenace nella fede, che ottiene per il suo ragazzo la giustizia laica ma non ancora quella ecclesiastica. Così, quell’interrogativo che diventa un grido davanti al crocifisso, si trasforma in un volume-denuncia in questi giorni sugli scaffali delle librerie e su Amazon.

    Se il titolo è chiaro, il sottotitolo è illuminante: “Storia di un abuso e ruolo della Chiesa documentato”. L’autrice è Cristina Balestrini, la madre di Alessandro Battaglia, che nel dicembre 2011 (aveva 15 anni) fu invitato da don Mauro Galli, suo educatore e confessore, a trascorrere una notte nel suo appartamento, anzi, “nel lettone”. Il contesto era una parrocchia di Rozzano, periferia di Milano, pochi giorni prima del Natale. La conseguenza fu un abuso sessuale che si trasformò in un incubo e in un’odissea per la famiglia, fra richieste di giustizia all’arcidiocesi, tentativi di insabbiamento, destabilizzazione psicologica del giovane (giunto sull’orlo del suicidio), fino alla denuncia ai carabinieri. La vicenda, contrappuntata da lettere con risposte evasive ai vescovi e al Vaticano, è finita in tribunale a Milano ed è diventata un processo con una sentenza: condanna in primo grado del prete a sei anni e quattro mesi.

    Il libro racconta meticolosamente tutto questo e molto di più. Approfondisce il ruolo della diocesi, sottolinea come l’allora vicario di zona (poi vicario episcopale) decise spontaneamente di non aprire un’indagine previa, di non denunciare quel sacerdote secondo l’iter previsto dal diritto Canonico. Ma semplicemente lo trasferì a Legnano, sempre a contatto con adolescenti, quindi potenzialmente pericoloso. E quel vicario al non era che Mario Delpini, nominato arcivescovo di Milano da papa Francesco quando già la vicenda era stata portata all’attenzione dei suoi uffici Oltretevere.

    La narrazione della cronaca, diluita in alcuni anni di articoli, processo compreso, è già di per sé scioccante, dura. Ma la lettura del documentatissimo testo lo è ancora di più e mostra il volto impietoso, quando non addirittura cinico, di un’istituzione che mentre tende mediaticamente a prendere le distanze dai preti pedofili, in realtà ha come obiettivo primario la difesa di sé stessa. Nel libro non mancano le accuse di depistaggio ad alcune firme di prim’ordine, per esempio ad Andrea Tornielli, oggi responsabile della comunicazione vaticana.

    La dedica in calce al volume è una toccante Spoon River. “Ad ogni singola vittima di abuso sessuale, ad ogni familiare, a chi non c’è più perché non è riuscito a sopravvivere, a chi dedica la propria vita alle vittime, a chi sceglie di girarsi dall’altra parte, a tanti preti che non si rendono conto del disastro che provocano con il loro silenzio colpevole. Perché il grido silenzioso di chi vive questo dramma possa raggiungere il cuore di tutti”. Un viaggio nel dolore e nella speranza che a uno scrittore professionista sarebbe riuscito monco. Per renderlo completo servivano l’amore e la disperazione di una mamma.

    (trascrizione da La Verità del 14 settembre 2019)
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  • Come la chiesa di Francesco, sulla pedofilia, ha sapientemente manipolato l’immaginario collettivo

    Come la chiesa di Francesco, sulla pedofilia, ha sapientemente manipolato l’immaginario collettivo

    La tanto acclamata “Tolleranza zero”, il Motu proprio “Come una madre amorevole”, e l’ultimo emesso, il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, documenti che nell’applicazione concreta, disattendono le aspettative di tutti.

    Ma è davvero così o, forse, siamo noi che sbagliamo la chiave di lettura?

    Di Francesco Zanardi

    Per falsare una chiave di lettura, bisogna creare un “pregiudizio” in chi legge condizionando così il punto di vista, in modo da fargli credere di leggere un testo che, in realtà, ai suoi occhi assume significato opposto a quello reale. L’astuzia più sublime poi, sta nel riuscire a fare in modo che questo “pregiudizio” si sviluppi autonomamente nei ragionamenti del lettore.

    Vedremo ora come, negli ultimi anni, la chiesa abbia sapientemente instaurato nella mente di tutti noi, dei “pregiudizi” di base che ci porteranno a falsare la chiave di lettura che, quotidianamente, diamo alle iniziative che il Vaticano dice di voler portare avanti (oramai da 20 anni) per contrastare la pedofilia.

    Partiamo dall’etichetta che gli viene sapientemente data – “tutela dei minori e adulti vulnerabili” – ed immediatamente pensiamo a qualcosa di positivo in loro favore, qualcosa che li proteggerà e, dall’altra parte della medaglia, punirà chi fa loro del male.

    Ecco creato un primo “pregiudizio”.

    Se poi parliamo di “tribunali e processi canonici”, di “condanne ai sacerdoti molestatori e ai vescovi inadempienti”, il nostro precedente “pregiudizio” si consolida ulteriormente. L’analogia dei nomi delle Istituzioni vaticane, identici a quelli delle istituzioni civili, crea in noi un’aspettativa di giustizia per colui che ha subito il torto. L’aspettativa che abbiamo nelle istituzioni civili.

    Bene, questa chiave di lettura è TOTALMENTE FALSA, vediamo il perché.

    Intanto va detto che, a differenza dei tribunali civili, per i quali chi subisce l’abuso è vittima di un crimine contro la persona, per i tribunali canonici l’abuso sessuale è un delitto riconducibile al sesto comandamento, (non commettere atti impuri), un delitto dove la vittima di quello che per la chiesa è un grave affronto morale, è Dio, non colui che ha subito fisicamente la violenza.

    Per questo motivo ancora oggi la chiesa non ritiene di dover risarcire neppure la reale vittima, lo fa solo quando costretta dai tribunali. La vittima, nella sostanza, è colei che insieme al sacerdote ha commesso l’atto impuro. Nei vari Motu propri compreso l’ultimo, malgrado l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” con la quale vengono presentati, in realtà non vi è alcuna iniziativa in sostegno della vittima, tranne l’accoglienza, l’ascolto e l’assistenza spirituale. Per quella psicologica, si viene rimandati al Servizio Sanitario nazionale.

    Come possiamo vedere, alla luce di questa piccola consapevolezza, la chiave di lettura iniziale è variata già di molto.

    Pochi giorni fa, leggendo un commento di una collega che si domandava perché, malgrado il Motu proprio “Come una madre amorevole” e l’ultimo emesso il “VOS ESTIS LUX MUNDI”, che di fatto ha ridefinito tutte le precedenti leggi vaticane in materia di abuso sessuale da parte di membri del clero, per esempio nel caso di monsignor Mario Delpini, malgrado le sue comprovate omissioni, il papa abbia tuttavia proceduto alla sua promozione ad arcivescovo di Milano, anziché dimetterlo, “come ci si aspettava” dopo aver letto i due documenti.

    Non ho virgolettato a caso “come ci si aspettava”. Qui siamo in presenza di un altro macroscopico errore nella chiave di lettura.

    La collega identificava come “omissioni” il fatto che l’arcivescovo Delpini, non solo non avesse mai denunciato il sacerdote alla polizia, ma anche lo avesse spostato ben due volte.

    Contestava nel suo scritto: “tra le «cause gravi» che il Diritto Canonico già prevede per la rimozione di un vescovo si annovera anche la negligenza rispetto ai casi di pedofilia”. “Qualcuno sa spiegare come mai – tecnicamente – non è stato applicato nei confronti del vescovo di Milano Mario Delpini?…”

    Anche in questo caso, la chiave di lettura è totalmente errata grazie ai vari “pregiudizi” visti in precedenza, che si uniscono, questa volta, ad un errato punto di vista dal quale abbiamo dedotto le nostre aspettative. Aspettative che, adesso, risultano deludenti rispetto alla nostra errata interpretazione del Motu proprio.

    Proviamo ora a fare lo stesso ragionamento, togliendo l’etichetta “tutela dei minori e adulti vulnerabili” e riportando semplicemente al nome originale i tribunali e processi della Santa Inquisizione.

    Ora proviamo a leggere i testi dall’angolazione dello Stato del Vaticano, gli stessi documenti ai quali in precedenza, grazie al “pregiudizio”, avevamo dato un certo significato.

    Precedentemente, pensando alla giustizia che si ottiene nei tribunali civili, avevamo dato per scontato che anche per quelli canonici la finalità fosse la stessa. Così, in molti non hanno neppure controllato. Se fossimo andati a leggere il Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, già all’articolo 1 viene stabilito “l’ambito di applicazione”: paragrafo a) “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo”.

    Ci saremmo subito accorti, come ho detto in precedenza, che gli indirizzi su chi sia la reale vittima, sono diametralmente opposti e incompatibili con qualunque ordinamento civile. Inoltre non sono nemmeno equiparabili, la massima pena prevista dal Codice canonico in questi casi, non è il carcere, ma la sola riduzione dallo stato clericale. In parole povere fa si che un pedofilo che prima faceva di mestiere il sacerdote, resti un pedofilo libero, che  però non fa più il il sacerdote, quindi la chiesa, sperando non riemerga il passato, da qui in poi non si riterrà più responsabile.

    Ci si sarebbe persino spiegati perché l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, anziché essere punito “come ci si aspettava”, è stato invece promosso. In questo caso, a creare il pregiudizio è stata l’angolazione dalla quale il Motu proprio è stato letto. Infatti qui stando al ragionamento fatto in chiave di lettura errata, viene contestata la negligenza dell’arcivescovo.

    Negligenza che non c’è.

    Ricordiamoci bene che le nostre aspettative, e le relative delusioni, derivano dai testi in forma di Motu Proprio e dalla nostra errata interpretazione, perché nel caso della gestione dei casi di violenza sessuale, il vescovo – come in questi casi tutti i membri del clero – agisce applicando una procedura interna, vincolata dall’obbligo del segreto pontificio.

    La procedura stabilisce la gestione interna dei casi, non lasciando a chi li gestisce la facoltà di denunciare all’autorità civile. In questo caso sì: si violerebbe il segreto pontificio se si denunciasse all’autorità civile. La stessa procedura stabilisce che l’attendibilità delle accuse è a discrezione del vescovo che, eventualmente, ha la facoltà di procedere all’indagine e alla segnalazione.

    Ora, dove sarebbe la negligenza che Delpini avrebbe commesso?

    Secondo il Motu proprio non c’è. L’arcivescovo Mario Delpini ha seguito la procedura vaticana e lo ha ribadito – facendosi forte dei privilegi concessi dai Patti Lateranensi – persino quando è stato interrogato dalla polizia, ammettendo con tranquillità di essere stato informato dai suoi sottoposti e di aver deciso personalmente il trasferimento di don Mauro Galli, oggi condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. L’arcivescovo Delpini, ha obbedito in modo esemplare a quelle che erano le direttive del Vaticano (oggi riconfermate nel VOS ESTIS LUX MUNDI), la promozione – anche se a dirlo viene la pelle d’oca – è stata un encomio per il suo operato e per la fedeltà resa alla chiesa cattolica.

    Se poi la vittima non avesse denunciato all’autorità civile, il risultato sarebbe stato perfetto.

    Se tuttavia riflettiamo un attimo, come si poteva mai credere che un papa punisse un suo ministro perché ha rispettato una sua legge ?

    Non vi pare che sarebbe stata un’aberrazione giuridica ?

    Zanardi

  • Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Emanuela Provera  – Federico Tulli

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Chiarelettere, Milano, 2018, pagine 184, euro 16,00

    Il testo si apre avanzando dubbi sulla buona fede di papa Francesco quando afferma di voler realmente combattere il cronico fanomeno dei preti pedofili. Gli Autori, dopo un’accurata indagine, scoprono che in carcere vi sono preti detenuti non solo per pedofilia ma anche per altri gravi reati. Addirittura vi è un parroco omicida.

    Si riscontra nel clero cattolico una doppia morale che affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato: si presenta il caso del confessore don Inzoli, soprannominato “Don Mercedes” per essersi arricchito grazie alla sua presunta vocazione spirituale! Si denunciano le complicità statali che garantiscono al clero “evidenti privilegi per gli ecclesiastici che nessun altro cittadino può avere”.

    La Chiesa cattolica è uno “Stato nello Stato” pericoloso sia dal punto di vista morale (pedofilia e simili) sia economico con particolar riguardo ai traffici di capitali tramite lo IOR. La trasparenza in Vaticano è una pura finzione e i nunzi apostolici continuano a usare cifrari per evitare di far conoscere le loro segretissime relazioni.

    I vescovi sono specializzati nell’occultare gli abusi dei propri sacerdoti diocesani rendendosi così complici delle loro nefandezze. Il testo fa l’esempio della diocesi di Boston i cui scandali hanno ispirato film da Oscar.  Anche la descrizione della testimonianza della vittima di un prete pedofilo della diocesi di Napoli ci fa capire come in tali strutture tutto sia congegnato per cercare di favorire il sacerdote accusato.

    I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e, dopo che i preti sono stati espusi dalla Chiesa, nessuno in Vaticano si occupa di segnalare i loro nomi alle autorità civili: parziale secretazione e divieto di stampa degli atti processuali servono a soffocare gli scandali.

    Il testo segnala anche casi di tortura: il prete esorcista campano don Barone percuoteva i presunti indemoniati.

    Infine, nei centri di recupero dei preti, in crisi per i più svariati motivi, “periodicamente viene distrutta tutta la documentazione” con ciò ostacolando anche eventuali studi psicologici o sociologici sui misfatti clericali.

    Pierino Marazzani, settembre 2019

  • Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

    Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

    Si è avvalso della facoltà di non rispondere don Stefano Segalini, l’ex parroco di San Giuseppe Operaio arrestato lo scorso 31 luglio dalla squadra mobile della questura di Piacenza con l’accusa di violenza sessuale.

    Il sacerdote, che si trova agli arresti domiciliari in una struttura religiosa fuori regione ed è assistito dall’avvocato Mario Zanchetti del foro di Milano, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, avvenuto per rogatoria, non ha risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari. Pesanti le accuse nei suoi confronti: si sospetta che possa aver somministrato alcol o sostanze chimiche alle sue vittime, alcuni giovani tutti maggiorenni, per stordirle e renderle incapaci di opporsi. Una decina, da quanto si è appreso, sarebbero gli episodi contestati. Le indagini sono state condotte dalla squadra mobile sotto il coordinamento del pubblico ministero Emilio Pisante.

    Nel maggio scorso don Stefano Segalini aveva lasciato, in accordo con il vescovo Ambrosio, l’incarico di parroco di San Giuseppe Operaio, una delle parrocchie cittadine più popolose dove era arrivato nel 2014; una decisione che lo stesso vescovo aveva spiegato ai fedeli parlando di “presunti e deprecabili comportamenti”. Dopo la notizia dell’arresto la Diocesi era intervenuta per voce del vicario generale Monsignor Luigi Chiesa, dicendosi profondamente addolorata: “Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità. Assicuriamo preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio”.

    Interrogatorio di garanzia per don Segalini, il sacerdote in silenzio davanti al gip

  • Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Un file audio nel quale sarebbero stati raccontati abusi subiti da due persone adulte in circostanze differenti da parte di Don Stefano Segalini ha fatto scattare le indagini della squadra mobile. Accertamenti delicati e complessi che hanno concorso a costruire un quadro indiziario che ha poi portato all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex parroco di San Giuseppe operaio che ora si trova agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità (articolo 613 del codice penale). Gli inquirenti, guidati da Serena Pieri e coordinati dal sostituto procuratore Emilio Pisante, avrebbero acquisito il “vocal” grazie ad un padre preoccupato: la figlia, inserita in un gruppo Whatsapp dopo aver ascoltato il file si sarebbe rivolta al papà molto scossa. A quel punto il genitore aveva chiesto aiuto alla polizia. Ne sarebbe emerso un racconto crudo, dettagliato e credibile che descriveva come i due uomini, storditi da qualche sostanza, sarebbero stati abusati, senza poter reagire né opporre resistenza.

    A quel punto, giorno dopo giorno, ascoltate di persona le due vittime, sarebbero emersi almeno altri otto episodi: forse capendo di poter essere capiti e protetti, i ragazzi hanno cominciato a parlare, con loro altri giovani che gravitavano nell’ambiente parrocchiale. Era aprile 2019, e a maggio il don è stato destituito dal suo incarico: autonomamente e parallelamente stava indagando anche la Diocesi che voleva vederci chiaro circa alcuni esposti ricevuti che descrivevano comportamenti deprecabili e non idonei al ruolo tenuti dal don. A dare l’annuncio ai fedeli della parrocchia di via Martiri della Resistenza era stato il vescovo Gianni Ambrosio. Don Segalini era stato allontanato e collocato in una “casa di cura spirituale” in Lombardia. Il 31 luglio l’arresto, disposto dal gip Luca Milani basato su una misura cautelare nel corso di un’indagine, quella della polizia, che non è ancora terminata, tanti i tasselli che mancano per ricostruire quello che sarebbe accaduto: la procura ha però valutato, sulla base dei primi riscontri, che possano sussistere una o più delle cosiddette esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, o di reiterazione del reato). Nei prossimi giorni il sacerdote piacentino verrà ascoltato per l’interrogatorio di garanzia, è difeso dall’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano).

    «La notizia dell’arresto di don Stefano Segalini –  interviene a nome della Diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Luigi Chiesa, vicario generale – e del provvedimento cautelare deciso dalla magistratura ci addolora profondamente. Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità». «Assicuriamo  – prosegue – preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio. Per la delicatezza della situazione e il rispetto dell’operato della magistratura nelle indagini in corso, riteniamo doveroso non rilasciare ulteriori commenti. E se queste notizie ci riempiono di dolore, proprio per questo come cristiani siamo chiamati tutti ancor più urgentemente a dare testimonianza responsabile ed evangelica perché, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, anche attraverso queste ferite ci sia una rinascita».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/abusi-sessuali-don-stefano-segalini-arresto.html

  • Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Nel marzo scorso il Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano lo aveva assolto in primo grado dall’accusa di aver commesso abusi su un minorenne a Napoli nel 1989. Ora, scaduto il termine per presentare appello, quella sentenza di primo grado è passata in giudicato: la Curia di Napoli pertanto fa sapere che per don Silverio Mura è stata revocata la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo del capoluogo campano. Nella nota della Curia si evidenzia che la Congregazione per la Dottrina della Fede, titolata a ricorrere contro la sentenza di primo grado, non ha avanzato alcuna richiesta in merito.

    La stessa Congregazione aveva promosso il processo ecclesiastico penale, dopo i ripetuti appelli pubblici promossi da Diego E., una delle presunte vittime degli abusi, che aveva chiesto l’intervento del Papa. Le accuse erano prescritte anche sul piano canonico, ma nella vicenda c’è stata una deroga che ha portato a celebrare ugualmente il processo penale concluso con l’assoluzione di don Mura. «Premesso che l’umana sofferenza va sempre rispettata e compresa, ovunque si possa rinvenire, e che la vicenda giudiziaria in oggetto è stata per tanti motivo di dolore, l’Arcidiocesi di Napoli comunica che il percorso della giustizia ecclesiastica è giunto alla sua conclusione, che accogliamo in spirito di fede e di obbedienza», si legge nella nota della Curia partenopea.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/assolto_dalle_accuse_per_abusi_don_mura_torna_a_fare_il_prete-4608521.html

  • Emanuela Orlandi, le tombe aperte al cimitero Teutonico sono vuote

    Emanuela Orlandi, le tombe aperte al cimitero Teutonico sono vuote

    Le tombe aperte al cimitero Teutonico sono vuote. I due sepolcri aperti stamattina nell’ambito della nuova inchiesta sulla scomparsa della 15enne cittadina vaticana non contengono le ossa di Emanuela Orlandi. Lo rende noto l’avvocato di Pietro Orlandi. Solo poco prima aveva detto ai giornalisti, fiducioso: “È la prima volta che il Vaticano collabora”.

    Vuote le tombe al cimitero Teutonico Vaticano. I due sepolcri aperti stamattina alla presenza dei tecnici al cimitero  Vaticano non contengono le ossa di Emanuela Orlandi. Lo rende noto l’avvocato di Pietro Orlandi. Le operazioni di apertura dei due sepolcri sono iniziate stamattina sotto gli occhi dello stesso Pietro, che ai giornalisti aveva detto, fiducioso: “È la prima volta che il Vaticano collabora con noi”.

    Le operazioni hanno riguardato la “Tomba dell’Angelo” della Principessa Sophie von Hohenlohe e la tomba attigua della Principessa Carlotta Federica di Mecklemburgo.  “Per ragioni processuali e in ossequio al segreto istruttorio, non è stata resa nota l’identità dei familiari delle due principesse sepolte; ovviamente si tratta di discendenti che sono stati informati delle operazioni e che, per amore della verita’, hanno garantito la loro completa disponibilià e collaborazione con la Santa Sede e in particolare con l’Ufficio del Promotore di Giustizia”, ha detto il portavoce Vaticano Alessandro Gisotti.

    Al Cimitero Teutonico è interevuto il personale della Fabbrica di San Pietro per l’apertura e chiusura dei sepolcri, mentre all’acquisizione dei reperti provvede il professor Giovanni Arcudi, che si era già occupato del mistero delle ossa rinvenute alla Nunziatura. Presente anche un perito di fiducia nominato dal legale della famiglia Orlandi. Sono intervenuti anche anche il Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, Gian Piero Milano, e il suo Aggiunto Alessandro Diddi, e il Comandante del Corpo della Gendarmeria Vaticana, Domenico Giani.

    Emanuela Orlandi è scomparsa all’età di quindici anni da Roma, 36 anni fa. Nei primissimi giorni il caso fu trattato come un rapimento ‘a scopo di libidine’ ma presto la pista fu archiviata in favore di quella del sequestro politico, anche in conseguenze di alcune misteriose telefonate anonime attribuite a un personaggio ambiguo, che fu chiamato l’americano.

    https://www.fanpage.it/attualita/emanuela-orlandi-le-tombe-aperte-al-cimitero-teutonico-sono-vuote/

  • Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori

    MILANO – Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale. Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori. E dimesso dallo stato clericale dal Tribunale ecclesiastico collegiale. Dopo che il 73enne è accusato di aver abusato di giovani scout che gli erano stati affidati alla periferia di Lione. Secondo quanto ha riferito Vatican News, in attesa di un processo civile la cui data non è ancora fissata, un tribunale ecclesiastico si è riunito per emettere il proprio verdetto. Il caso ha suscitato grande clamore nella diocesi di Lione e in tutta la Chiesa di Francia. Questo caso ha provocato il ritiro del cardinale Barbarin. Che non era a capo della diocesi di Lione al momento dei fatti, ma aveva lasciato Preynat in carica in parrocchia fino al 2015.

    Padre Preynat “è riconosciuto colpevole di aver commesso atti delittuosi di carattere sessuale su minori di età inferiore ai 16 anni”. Questa è la formula usata dal Tribunale ecclesiastico collegiale incaricato del suo processo penale, in un comunicato diffuso dalla Conferenza dei vescovi di Francia. “Il Tribunale ha deciso di applicare la pena massima prevista dal diritto della Chiesa in questo caso, cioè le dimissioni dello stato clericale”, ha proseguito. Padre Preynat può ancora fare appello al Tribunale della congregazione per la dottrina della fede entro un mese, sottolinea Vatican News, periodo intercorso il quale la condanna diventerà esecutiva.

    (LaPresse)