Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Nuovi scandali in Vaticano? Ecco le contromisure del Papa

    Nuovi scandali in Vaticano? Ecco le contromisure del Papa

    In Vaticano tirerebbe aria di scandali. In arrivo, infatti, ci sarebbe un’inchiesta su un uomo molto vicino al pontefice. Ecco le contromisure di Bergoglio

    In Vaticano starebbero per emergere nuovi scandali. Sembra esserne sicuro Luigi Bisignani, che in una lettera indirizzata al quotidiano Il Tempo, si è detto certo anche dell’imminenza di un’ennesima svolta targata Papa Bergoglio.

    L’urgenza del provvedimento che il pontefice starebbe per mettere in campo, poi, sarebbe in qualche modo collegato al dossier sulle frequentazioni hard di sacerdoti, frati e seminaristi campani, che è stato consegnato alla Curia partenopea in questi giorni.

    L’autore della documentazione, dicono i ben informati, è un “escort-gay”. Anche la vicenda riguardante monsignor Pietro Amenta, condannato a 14 mesi per possesso di materiale pedopornografico, avrebbe avuto il suo peso. Il monsignore in questione, del resto, era un giudice del Tribunale della Rota Romana. Non operava, insomma, troppo lontano dalla Capitale e dalla Santa Sede. E la soluzione prospettata da Papa Francesco per porre un freno a tutte queste vicende consisterebbe, per Luigi Bisignani, nell’istituzione di una nuova figura: un “moderator curiae” alla quale sarebbe ascritto il compito di “schedare” tutti gli uomini di Chiesa prima di nominarle in posti chiave. Un investigatore con la licenza di fare prevenzione sugli scandali, insomma.

    “Il moderator curiae era una idea del Segretario di Stato Parolin, per rendere ancora più operativa la Gendarmeria, essendo questa molto ben collegata all’Interpol – ha scritto Bisignani nella missiva – Non è detto che questa delicata nuova funzione venga già comunicata, assieme alla nomina di tre nuovi Nunzi, domani nel corso del C9 ,il gruppo di Cardinali che sta studiano la riforma della Curia e la nuova Costituzione Apostolica. I tre nuovi Nunzi a Singapore in Armenia e Corea, dovrebbero essere tre pezzi da novanta in Vaticano rispettivamente Antoine Camilleri, Jose Bettencourt e Alfred Xuereb”, ha sottolineato l’uomo che è stato soprannominato, tra i tanti appellattivi, il “manager del potere nascosto”. Questa settimana, insomma, potrebbe essere quella buon per l’annuncio. E ancora: “Non a caso nella relazione per l’apertura dell’anno giudiziario, il promotore di giustizia Gian Piero Milano ha effettivamente parlato di due inchieste, riguardanti prelati omosessuali e supposti pedofili, in corso di istruzione «rigo- rosa e segreta» che riguarderebbero, tra l’altro, una personalità molto vicina al Papa e molto apprezzata e conosciuta nel mondo dei media e della cultura, frequentatore, secondo alcune indiscrezioni non confermate, di un appartamento «attenzionato» nei pressi di via della Scrofa a Roma”. Molto clamore, insomma, starebbe per sollevare un’inchiesta riguardante una persona molto vicina al pontefice argentino. Il Papa si sarebbe così deciso ad adottare delle contromisure nei tempi più stretti possibili.

    Quattro, nello specifico, le “storture” che avrebbero quindi “spinto” Francesco a prendere questo provvedimento: il già citato dossier sulle diocesi campane, il caso di don Morini, che è stato ridenominato “don Euro” per il presunto utilizzo “disinvolto” dei fondi curiali della diocesi di Massa, il caso di Monsignor Amenta e quello, per ora solo sussurrato, che coinvolgerebbe un membro stretto della cerchia bergogliana in Vaticano. Uno scenario complessivo per cui il Papa sarebbe stato “costretto” ad istituire un “moderator curiae”: una sorta di supermoralizzatore dei costumi curiali.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/nuovi-scandali-vaticano-ecco-contromisure-papa-1498330.html

  • In Vaticano due rinvii a giudizio per autoriciclaggio

    In Vaticano due rinvii a giudizio per autoriciclaggio

    Il promotore di giustizia apre l’Anno giudiziario e risponde a Moneyval. Di imminente pubblicazione la sentenza sulla «mala gestio» dello Ior. Due le indagini per pedofilia

    Una richiesta di rinvio a giudizio per il reato di autoriciclaggio è stata depositata al Tribunale vaticano «pochi giorni or sono» e una seconda sarà depositata «in tempi brevi». Due (solo uno, relativo a un diplomatico (Carlo Capella) in servizio presso la Nunziatura negli Usa, era noto) i casi di pedofilia sotto inchiesta. Lo ha rivelato il promotore di giustizia vaticano, l’avvocato Gian Piero Milano, all’odierna inaugurazione dell’Anno giudiziario dello Stato pontificio, con una relazione nella quale ha risposto alle recenti obiezioni di Moneyval circa «l’avvio di concrete iniziative giudiziarie» in materia di contrasto ai reati finanziari. È di «imminente pubblicazione» la sentenza relativa alla «mala gestio» di cui sono accusati due «dirigenti apicali» dello Ior. Il procuratore generale vaticano ha anche fatto il punto su due processi di ampia risonanza mediatica: quello sul processo sui documenti riservati filtrati alla stampa (Vatileaks), registrando che le condanne di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui non sono state appellate e sottolineando che il tema del diritto dell’informazione e della libertà di coscienza, in forza dei quali il tribunale ha constatato la carenza di giurisdizione nei confronti dei giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, è «meritevole di riflessioni e forsanche di una opportuna contestualizzazione»; e quello nei confronti dell’ex presidente dell’ospedale Bambino Gesù Giuseppe Profiti, la cui sentenza di condanna di primo grado, ha detto, è stata depositata «pochi giorni addietro». Nella relazione anche le cifre dell’attività della Gendarmeria per contrasto a furti, truffe e, in due casi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

    Riforma economica, Moneyval, autoriciclaggio

    «Posso comunicare», ha detto il Promotore di giustizia, «che gli sviluppi realizzati in talune fattispecie, anche sulla base di conferme provenienti da attività di cooperazione internazionale recentemente portate a termine, hanno consentito di depositare, proprio pochi giorni or sono, una richiesta – la prima – di rinvio a giudizio per autoriciclaggio; un caso assai complesso e delicato, originato da un esposto di una Istituzione vaticana ed un successivo Rapporto dell’AIF, posso altresì anticipare che a questa prima iniziativa farà seguito, in tempi brevi, una seconda richiesta di rinvio a giudizio, sempre per auto riciclaggio». L’ufficio del Promotore «avverte con responsabilità la delicatezza» di questa fase di messa in pratica della riforma avviata da Benedetto XVI e rafforzata da Francesco in materia di contrasto ai reati finanziari, «e l’esigenza di dare risposte concrete e convincenti alle aspettative interne ed esterne», ha detto Milano, rivendicando «l’effettività della lotta al riciclaggio da parte della giurisdizione vaticana».

    Nel quinquennio 2013-2017, ha detto, «è stato disposto il sequestro complessivo di: euro 21.847.983,23, dollari 4.762.850,25, sterline 1.471,949,59, dollari australiani 805.174,45, franchi svizzeri 650.275,81».

    Rispetto alla originaria valutazione di Moneyval del 2013, «sono stati compiuti significativi passi in avanti con risultati che possono dirsi ampiamente soddisfacenti, soprattutto per quanto riguarda il rafforzamento attuato sul piano giuridico e nel sistema di vigilanza e sanzionatorio», ha rivendicato il Pg vaticano, rilevando altresì che «se può dunque dirsi colmato il gap iniziale rispetto agli standard internazionali per ciò che riguarda le azioni di prevenzione e monitoraggio, vanno per contro registrate forti sollecitazioni per l’avvio di concrete iniziative giudiziarie (prosecutions)» perché Strasburgo ha «evidenziato il permanere di criticità riguardanti l’attività degli organi giudiziari inquirenti, in particolare la mancanza di rinvii a giudizio per ipotesi di riciclaggio».

    Prima ancora di comunicare la richiesta di rinvio a giudizio per i due casi di autoriciclaggio, l’avvocato Milano ha rilevato, al proposito che gli accertamenti che competono all’autorità giudiziaria «presentano modalità e tempi di svolgimento assai diversi da quelli, ad esempio, effettuati dalle autorità amministrative interne competenti in materia di riciclaggio», quali l’AIF vaticana; che un «altro fattore che imbriglia l’attività inquirente è collegato alla stessa fisionomia del sistema penale, soprattutto dopo l’espresso recepimento del principio di non colpevolezza», dal quale risulta che «se la prova è sin dall’inizio incerta, e non supportata da evidenze acquisite in sede di attività di intelligence od investigativa di Polizia Giudiziaria, si impone, per esigenze di giustizia, oltre che di economia processuale, che il procedimento si arresti sulla soglia del dibattimento»; che, ancora, quanto allo specifico reato del «riciclaggio», lo Stato vaticano è «inidoneo, direi refrattario, alle insidie delle attività di riciclaggio» e «il processo di selezione “riduttiva” della clientela avviato dall’Ior (che ci si ostina erroneamente a definire come banca, ma tale non è, né come tale agisce) ha certamente ridotto enormemente eventuali spazi di coltura delle pratiche di riciclaggio»; e che, infine, questo tipo di reato richiede spesso il ricorso alla cooperazione giudiziaria internazionale che «costituisce uno dei fattori di rallentamento e di ulteriore incertezza della fase istruttoria».

    Il Tribunale vaticano, ha reso noto Milano, «ha portato a conclusione due giudizi originati da segnalazioni dell’AIF: un caso è stato, ab origine, derubricato rispetto alla prospettata ipotesi di riciclaggio, e si è comunque concluso con l’assoluzione dell’imputato; nell’altro caso si è avuta sentenza di condanna per violazione della normativa sul trasporto transfrontaliero di denaro».

    Restano a oggi aperti otto fascicoli, «per i quali occorrerà compiere ulteriori approfondimenti istruttori rispetto alle valutazioni sintomatiche compiute in ambito di intelligence ed investigativo».

    Il Pg vaticano ha rimarcato che, nel quadro della riforma economico-finanziaria, vi sono ormai «stabili forme di cooperazione, di scambio di informazioni a fini investigativi tra l’Autorità di Informazione Finanziaria, l’Ufficio del Promotore di Giustizia ed il Corpo della Gendarmeria».

    Anche quanto alla cooperazione (per esempio, rogatorie) con la magistratura di altri Stati, in particolare con l’Italia, «si consolida – ed è un dato che si può registrare con compiacimento – un’aperta, sollecita cooperazione con la Magistratura italiana, che ha dato significativi risultati». Nel corso del 2017 il Tribunale vaticano ha ricevuto sei richieste di rogatoria, quattro delle quali provenienti dall’Italia, è stata data esecuzione a quattro richieste, per altre due sono in corso approfondimenti, mentre la magistratura vaticana, da parte sua, ha inoltrato due richieste di cooperazione, che hanno ottenuto «sollecita esecuzione».

    Tra le informazioni fornite dal Procuratore generale nella sua relazione, anche quelle relative alla ristrutturazione dell’ufficio della pubblica accusa, con Roberto Zanotti a capo della unità funzionale dei reati in materia economico-finanziaria, la nomina di due nuovi magistrati Eugenio Selvaggi e Carlo Bonzano, l’incremento della pianta organica del personale amministrativo, il trasferimento dell’ufficio del Promotore di Giustizia – sinora nella sede della magistratura giudicante – in nuovi locali del Governatorato, oltre alla assegnazione alla Gendarmeria di due unità specializzate provenienti dall’Arma dei Carabinieri e dal corpo della Guardia di Finanza.

    Ior  

    Il Promotore di giustizia ha inoltre reso noto «una vicenda giudiziale avviata in sede civile nei confronti di dirigenti apicali dell’Istituto per le opere di religione, citati per mala gestio e conseguenti danni da investimenti finanziari altamente onerosi per l’Istituto; i convenuti hanno contestato la fondatezza degli addebiti ed agito in riconvenzionale. Una questione molto complessa e dibattuta, che ha richiesto numerose udienze istruttorie anche con ricorso a perizie di carattere finanziario». Un probabile riferimento alla vicenda relativa all’ex presidente Ior Massimo Caloia. L’ufficio del Promotore «è intervenuto nei termini previsti dal codice “per far valere diritti nell’interesse pubblico”. Si è in attesa della sentenza, di imminente pubblicazione».

    Pedofilia 

    Il procuratore generale vaticano ha poi affrontato il tema della pedofilia e della pedopornografia, rendendo noto che sono due, non uno, i casi sotto indagine in Vaticano. Era noto il caso di un sacerdote membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. «Sono recentemente giunti all’attenzione dell’Ufficio del Promotore di Giustizia due casi di differente configurazione e rilevanza rientranti nell’ambito dei delitti contro la persona, in particolare contro i minori», ha reso noto Milano. «Gli accertamenti avviati sono alla fase preliminare e si svolgono, doverosamente, nel riserbo più assoluto, per rispetto di tutti i soggetti coinvolti; così come ferma è la determinazione a scandagliare in tutti i risvolti fattuali, giuridici ed umani la fondatezza e i contenuti delle ipotesi di reato (tali sono allo stato), alla ricerca della verità. È opera difficoltosa, sia sul piano tecnico-giuridico (a partire dalla individuazione di elementi di fatto riguardanti i soggetti passivi, rilevanti ai fini dell’inquadramento della fattispecie) sia, soprattutto, per i profili di impatto psicologico di quanti sono coinvolti in questi reati e per l’allarme che, in qualunque ambito, destano a livello sociale siffatte vicende. Con questa consapevolezza è intendimento dell’Ufficio svolgere gli accertamenti con estrema attenzione, senza nulla trascurare o sottacere, in tutte le direzioni».

    Vatileaks  

    In merito al processo dell’anno scorso sui Vatileaks, «la sentenza ha statuito la condanna dei principali imputati e non è stata appellata, significativamente», ha rilevato Milano, mentre «per gli altri coimputati a titolo di concorso, è stata rilevata la carenza di giurisdizione». La «corposa motivazione» ha riconosciuto «il diritto di informazione» e «per tal via la sentenza è giunta ad individuarne il fondamento nella libertà di coscienza, risalente nei suoi principi ispiratori ultimi al diritto divino. È affermazione di particolare interesse, meritevole – secondo il promotore di giustizia – di riflessioni e forsanche di una opportuna contestualizzazione».

    Bambino Gesù 

    Nel corso del 2017, ha poi ricordato l’avvocato Milano, il Tribunale vaticano «si è occupato di due casi di diversa gravità e contenuti, giungendo in un caso ad una sentenza di condanna per appropriazione indebita (così derubricata rispetto all’originaria accusa di peculato) a carico di uno dei due coimputati, e all’assoluzione dell’altro», l’ex presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Giuseppe Profiti, e il suo collaboratore, Massimo Spina.

    Una affermazione che Giuseppe Profiti rettifica, in una dichiarazione a Vatican Insider, ricordando che la sentenza di condanna di primo grado «ha avuto come oggetto il reato di abuso di ufficio e non quello di appropriazione indebita o di altro reato corruttivo». Il procuratore generale vaticano ha poi sottolineato che «la sentenza è stata depositata pochi giorni addietro».

    Nel corso dell’anno passato, ha detto ancora Milano, vi è stato anche un secondo caso di cui si è occupato il tribunale vaticano, che «riguardava un tentativo di corruzione, dal quale l’imputato è stato assolto».

    Droga, truffe e furti 

    Il promotore di giustizia ha infine reso noti alcuni dati relativi alle indagini del Corpo della Gendarmeria guidato dal comandante Domenico Giani che «ha compiuto operazioni di particolare impegno riguardanti: contrasto del fenomeno della detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti con due casi scoperti; contrasto dei reati di truffa e falsificazione di timbri e sigilli; contrasto di reati predatori all’interno della Basilica vaticana, dei Musei, della farmacia ed Economato, con significativi risultati operativi». Il risultato di queste indagini hanno portato a quattro persone arrestate, 61 fermate, 18 diffidate, 186 hanno ricevuto una contravvenzione. Settanta le denunce di furto, 27 di tentativi di truffa, 68 i sinistri stradali in Vaticano.

    Era presente tra gli altri alla inaugurazione dell’Anno giudiziario dello Stato Pontificio il ministro della Giustizia italiano, Andrea Orlando.

  • Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Le vittime… e non parlo di quelle italiane, parlo di tutte, perché in tutto il mondo le vittime del clero reclamano le stesse cose, vittime che, al viaggio di turno, vengono utilizzate quasi come un’attrazione, poi il dolore del papa, le scuse, qualche volta anche le lacrime, ma poi… quale è il seguito? Nessuno: è una ruota che gira, alla prossima visita di turno, nel paese di turno, con le vittime di turno, si ripete all’infinito, dando la “speranza” alle vittime che, forse, è la volta buona.

    Ma dietro la speranza ci si accorge che manca il coraggio di cambiare, se ne accorge chi non sta dalla parte del pubblico, ma chi è protagonista e conosce quella che è stata la sua storia, l’ha confrontata con quelle di chi, come lui, è vittima e può affermare che le lacrime sono di coccodrillo, le scuse sono d’ufficio, mentre le vittime invece sono reali.

    Di Francesco Zanardi

    In questi giorni, dopo i fatti del Cile dove Bergoglio ha chiesto alle vittime “le prove” che monsignor Barros fosse un insabbiatore coinvolto nelle coperture di padre Karadima – anzi, che in alcune occasioni fosse addirittura presente alle violenze – molti hanno pensato, detto, di fatto sostenuto, che il papa abbia voluto essere “garantista” nei confronti del monsignore. A mio avviso il garantismo ci sta tutto anzi, è doveroso, certo, come qualche vittima ha fatto notare, non si può pretendere che si mostrino come prova i selfie delle violenze.

    Certo ci si aspetta un garantismo onesto, equilibrato, democratico: deve essere super partes, vale per il vescovo, ma anche per chi lo accusa. Se ne deduce che, (anzi l’onestà intellettuale, dopo il buonsenso impongono), mentre – in virtù del garantismo – si  effettuano le verifiche sull’attendibilità delle accuse, anche l’accusato sia momentaneamente posto in una situazione di “stallo”, almeno fino a che i fatti non sono stati pienamente chiariti, non ci si aspetta di certo che questo venga promosso.

    Questo è quello che le vittime cilene contestavano, la speranza di alcuni (nemmeno molta, visti i precedenti) era che, in quella visita, Bergoglio portasse giustizia: non tradotta in indennizzo economico, no, solo la giusta punizione.  Le vittime si aspettavano un atto non solo concreto, ma preventivo, perche il costante desiderio, il primo di tutte le vittime è che quello che è successo a loro, non accada ad altri e, nel rispetto di quello che quelle vittime hanno subito, era doveroso chiarire la fondatezza di quelle accuse. Invece sono state chieste le prove.

    Papa Francesco vuole le prove, io le prove gliele do, ma intervenga senza scuse: diversamente si dimostrerà inattendibile.

    … caso Delpini… Sempre quello, ma non perché abbia personalmente qualcosa contro Delpini, neppure lo conosco… solo che è un caso che l’associazione segue e conosce bene, risale solo al luglio scorso e ha due caratteristiche di valutazione importanti: la prima è che il processo del presunto abusante, don Mauro Galli, è tutt’ora in corso, la seconda, quella a mio avviso più degna di nota, è che il prete è presunto, quanto è presunta la vittima. Non vi è da ambo le parti certezza, dunque come si spiega che prima dell’inizio del procedimento penale – che solo al termine stabilirà i fatti – la vittima è già stata indennizzata? Io non indennizzo chi mi querela prima di un giudizio, soprattutto se sono innocente.

    A chiarire ulteriormente i fatti, non ci sono le accuse della vittima, no, concordano con la deposizione fatta in questura dallo stesso arcivescovo Mario Delpini, nulla da contestare… quindi, riassumendo, entrambe le dichiarazioni (presunta vittima – arcivescovo) concordano: nei giorni immediatamente successivi al presunto abuso, i vertici della diocesi di Milano erano informati del fatto. Poco dopo trasferirono il prete in un’altra parrocchia, ancora con minori, e questo primo trasferimento Delpini lo giustificherà dichiarando, poi, di non aver capito la gravità dei fatti: problema suo, mica della presunta vittima che i fatti li ha denunciati.

    Tuttavia, con un po’ di ritardo, la gravità dei fatti l’ha compresa, dice, ma allora perché ha trasferito una seconda volta don Mauro Galli, ancora una volta a contatto con potenziali vittime, in un ospedale?

    Che dire, povero Delpini, sugli abusi ha decisamente poco intuito: se non fosse a capo di una diocesi direi è un rischio ma pazienza, che fare?… ma se gestisce a questo modo gli attuali e i futuri casi di quella diocesi… preoccupante.

    Tornando alle prove, sul prete aspettiamo la giustizia civile, per la quale, anche se Delpini non avesse denunciato il sacerdote, poco cambierebbe: grazie a un vuoto legislativo, per la legge italiana non essendo un pubblico ufficiale, non era tenuto a farlo, non ha commesso alcun reato.

    Per la legge della chiesa invece si, ne ha fatto una campagna mediatica di rigorosità lo stesso papa Francesco: punirò i vescovi insabbiatori!

    Ma allora perché, da garantista, in attesa di un esito processuale, anziché sospenderlo, lo ha promosso arcivescovo della diocesi più grande al mondo, quella di Milano?

    In attesa di un cordiale, nonché doveroso riscontro, porgo cordiali saluti.

    Zanardi

  • Isernia, parla Giorgio, abusato da don M.: “La canonica per me era come un inferno”

    Isernia, parla Giorgio, abusato da don M.: “La canonica per me era come un inferno”

    Giorgio ha trovato il coraggio di raccontare gli abusi sessuali subiti da Don M., un sacerdote polacco che fino a lunedì continuava ad esercitare il suo ministero in una parrocchia della provincia di Isernia. Molestie durate anni e finite solo quando Giorgio è diventato maggiorenne: “Per lui ormai ero maturo e aveva perso interesse per me”. Jan Mazurkiewicz

     

    Giorgio nasce a Liblino, nella Polonia orientale, trentaquattro anni fa. La sua è una famiglia problematica, il padre è alcolizzato, spesso assente, violento. E’ solo un bambino quando, in una chiesa della sua città, conosce Don M. Il sacerdote, poco dopo, viene trasferito in una parrocchia di Isernia e comincia a portarlo con sé, prima per brevi soggiorni durante l’estate fino a quando non ne ottiene l’affidamento. Gli abusi sessuali, cominciati in Polonia, continuano nel nostro Paese. Quando Giorgio trova la forza per parlare delle molestie con altri parroci vicini al suo aguzzino, non viene creduto e gli viene detto da un esorcista che le sue sono visioni del demonio. Un altro prete addirittura cerca di approfittarsi di lui proponendogli sesso a pagamento. Già maggiorenne, Giorgio decide di lasciare la canonica in Molise e di trasferirsi a Milano. Passano gli anni e capisce che deve togliersi il peso che si porta dentro e decide di denunciare gli abusi subiti da Don M. Con l’aiuto dell’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura, presenta una denuncia in cui si ipotizza il traffico di minore a scopi sessuali, di cui si sta occupando la Procura di Isernia. Il 2 maggio dell’anno scorso, il suo legale spedisce anche una raccomandata alle diocesi di Lublino e Isernia per informare le autorità ecclesiastiche degli abusi andati avanti dal 1993 al 2001. Di fronte al silenzio delle Curie, Giorgio decide di rendere pubbliche le molestie subite da bambino. Quando hai conosciuto Don M.?

    L’ho conosciuto in una delle chiese di Lublino. Ha subito conquistato la fiducia dei miei genitori. Si fidavano così tanto che mi hanno affidato a lui perché credevano che studiando in Italia avrei avuto un futuro migliore.

    Quanti anni avevi quando sei arrivato in Italia? Avevo 13 anni e vivevo nella canonica di Don M. in un piccolo paese in provincia di Isernia. Come sono cominciati gli abusi? La sera, quando si chiudevano le porte della casa canonica, per me cominciava l’inferno. Don M. si metteva a letto con me oppure mi faceva dormire con i cani e lui, nel letto a fianco, si masturbava. Per quanto tempo sono andati avanti le molestie? Sono durate anni. Quasi ogni sera. Me lo ritrovavo che cercava di toccarmi le parti intime o voleva essere baciato. Mi metteva le mani nelle mutande e mi faceva contare fino a dieci. Solo così poi mi lasciava andare. Non ha mai cercato di spingersi oltre? No, ma devo dire che ho un carattere un po’ duro e non ero troppo accondiscendente. Hai trovato il coraggio di parlare degli abusi ad altri sacerdoti vicini a Don M. Qual è stata la loro reazione? Non ho trovato nessuno disposto ad aiutarmi. Ho parlato di quello che mi stava succedendo con tre parroci: Don G., un esorcista, mi ha detto che le mie erano visioni del demonio; Don R. mi ha offerto del denaro per fare sesso con lui. L’ultimo, infine, non mi ha creduto. Ero così frustrato che ho pensato ʽForse sto sbagliando qualcosa io’. Mi vergognavo a dire questa cosa fuori dall’ambito ecclesiastico perché, nonostante tutto, mi fidavo di loro. Quando ha smesso Don M. di molestarti? E’ finito tutto a 17/18 anni. Per lui ormai ero maturo e aveva perso interesse per me. Quando hai deciso di lasciare la canonica di Don M.? Avevo 22-23 e l’ambiente in Molise era diventato troppo pensante. Non è stato facile ricostruirmi una vita. Il ricordo dell’inferno dal quale ero scappato mi ha portato in una strada sbagliata, fatta di alcol e droghe. Però sono riuscito a ricostruirmi una vita. Cos’è scattato in te per indurti a raccontare gli abusi? Era una cosa che mi ha dato sempre fastidio. Sono passati molti anni però ho capito che dovevo togliermi questo peso. Alla fine mi sono detto: non può rimanere solo dentro di me. Adesso ho una bambina di due anni e mezzo e sono diventato protettivo. Penso: ʽE se una cosa del genere accadesse a mia figlia?’ Il vescovo di Isernia ha scritto una lettera chiedendoti perdono e Don M. è stato rispedito in Polonia. “Il vescovo avrebbe dovuto magari chiamarmi già da tempo per dirmi ʽCiao come stai?’, invece ha solo paura che io posso rivelare i nomi. Di fronte a questi fatti non bisogna aver paura, non bisogna stare zitti. Loro non hanno avuto nessuno scrupolo nei miei confronti.

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  • Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    di Francesco Zanardi

    In questi giorni, in occasione della visita del Papa in Cile, si sono scatenate polemiche rispetto alla gestione, da parte della Santa Sede, della gravissima piaga della pedofilia. Moltissimi giornali hanno riportato le notizie delle scuse del Papa e della vergogna che lui proverebbe per i sacerdoti pedofili. Ma viene anche riportata la notizia che il Papa avrebbe detto “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros allora parlerò. Ma finora non c’è nemmeno l’ombra di una prova. È tutta calunnia. È chiaro?”.

    Quindi, da una parte la richiesta di scuse e dall’altra il fatto di non credere alle vittime, da una parte l’incontro con due vittime non identificate e dall’altra l’esclusione da tale incontro delle vittime che lo avevano espressamente richiesto.

    Dunque il Papa dichiara che senza prove il Vescovo Barros rimane al suo posto, mentre una delle vittime riporta : «Il Papa chiede prove, ma cosa avrei dovuto fare mentre venivo abusato e Barros era lì, fare una foto col telefonino?». 

    Un brutta storia, che esaspera ulteriormente il clima già notevolmente teso.

    Ci si potrebbe altresì domandare: “Quali prove avrebbe il Papa per dire che si tratta di calunnia?”

    Anche il Card. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (che ha terminato il suo primo mandato il 17 dicembre 2017 e non risulta essere ancora stata rinominata da Bergoglio), prende le distanze dalle affermazioni del Papa attraverso un comunicato ufficiale: “E’ comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco rilasciate giovedì a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del Papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” e in sostanza danno l’idea di un “abbandono di coloro che hanno subito violenze riprovevoli della loro dignità umana”, “relegando i sopravvissuti nel discredito”.

    Bergoglio dichiara di non aver avuto le “prove”, che ora chiama “evidenze”, ma senza cambiare il senso del suo discorso.

    E quando invece le prove le aveva?

    Ricordiamo il caso di Don Gianni Trotta: prete ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Il arcivescovo Luis Ladaria Ferrer ordinò, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio “per non dare scandalo ai fedeli”. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e dei vertici della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato indisturbato una decina di bambini vicino Foggia.

    Quindi: il card. Luis Ladaria Ferrer sapeva e ordinò il silenzio.

    Che provvedimenti prese Papa Francesco con lui?

    A Luglio 2017 lo nominò Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (al posto del Card. Muller), ovvero dell’organo che, tra l’altro, ha la competenza di giudicare i preti pedofili: una bella promozione.

    Il Papa qui aveva le “prove”.

    Ricordiamo il caso di Don Mauro Galli: il processo penale è in corso, accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore. Il parroco della chiesa in cui sarebbero avvenuti gli abusi ha avvisato da subito (dicembre 2011) i suoi superiori: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Nessuno dei due ha avviato alcuna indagine canonica e tantomeno una denuncia alle autorità, ma il prete è stato spostato in un’altra parrocchia con l’incarico della pastorale giovanile (ancora con i minori). All’epoca era ordinario del luogo il Card. Angelo Scola che non ha contrastato la decisione del trasferimento ancora con i minori assunta del suo vicario Mons. Delpini, nemmeno in via cautelare in attesa dell’accertamento dei fatti.

    Solo in seguito alla denuncia/querela da parte della vittima (luglio 2014) è stata avviata l’Indagine Canonica (gennaio 2015) e sospeso cautelativamente il sacerdote (primavera 2015).

    Il Card. Scola ha ricevuto i familiari della presunta vittima, su loro insistenza, solo nel marzo 2015: grande tempismo per accertare i fatti o almeno per “sentire anche l’altra campana”.

    Dunque: Mons. Delpini ha dichiarato alla Polizia, sotto giuramento, di essere venuto a conoscenza del presunto abuso sessuale da subito (dicembre 2011) e di aver comunque predisposto il trasferimento del don Galli ancora con i minori. In questo caso specifico, oltre alle intercettazioni telefoniche, le registrazioni acquisite agli atti processuali (e anche in possesso della CdF), oltre alle testimonianze dei suoi collaboratori, c’è dunque la prova del suo tentativo di insabbiamento per sua stessa ammissione di responsabilità e depositata agli atti del processo penale a carico di Don Mauro Galli.

    Anche il Vaticano era a conoscenza del caso: nel marzo 2016 ha inviato una lettera ai familiari della presunta vittima, attraverso la Nunziatura Apostolica, in risposta alle numerose lettere inviate dai familiari anche alla Congregazione della Dottrina della Fede.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco?

    Mons. Mario Delpini: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Arcivescovo di Milano

    Mons. Pierantonio Tremolada: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Vescovo di Brescia

    Ricordiamo il caso di Don Paolo Turturro: la Cassazione ha confermato la condanna: 3 anni in carcere per abusi su minore. La richiesta di affidamento ai servizi sociali non è stata accolta, e ha dunque scontato la pena in carcere. Prima dell’arresto era stato solo allontanato da Palermo, nessun provvedimento ecclesiastico durante il processo che è durato 13 anni.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco? Nonostante la condanna penale, non è mai stato ridotto allo stato laicale continua a celebrare Messa.

    Ricordiamo il caso di Don Lucio Gatti: ha patteggiato in sede penale due anni di reclusione, per abusi sugli ospiti della Comunità che dirigeva. Il Processo Canonico, concluso nel 2012, ha ufficializzato la sospensione dal sacerdozio per 5 anni ma non riduzione allo stato laicale. Nel frattempo sono arrivare altre due querele: una in aprile 2016  e un’altra nel 2017 su minori che all’epoca avevano 12 e 13 anni e le indagini sono ancora in corso.

    Il Vescovo Gualtiero Bassetti non ha, per ora, preso alcun provvedimento nemmeno cautelativo, avrà avviato un nuovo Processo Canonico?

    Anche la Santa Sede non si è espressa nei confronti del Vescovo Gualtiero  Bassetti, e Don Lucio Gatti sarebbe in una comunità al Nord per un percorso spirituale “riabilitativo”.

    Ricordiamo il caso di Padre Carlos Buela: sacerdote argentino condannato dal Vaticano (attraverso un decreto del cardinale Gardin, della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) per abusi da lui compiuti nei confronti di una ventina di seminaristi, e trasferito a Genova, sotto la giurisdizione del Card. Bagnasco, senza subire il processo in Argentina. Nonostante la condanna di Papa Francesco, i provvedimenti non sono sufficienti e vengono prontamente disattesi.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco nei confronti del Cardinale Angelo Bagnasco, per non aver gestito nemmeno l’applicazione della “condanna”?

    NESSUN provvedimento.

    Inoltre il card. Bagnasco, in quanto Presidente della Cei, nel 2014 ha ribadito che i VESCOVI NON HANNO OBBLIGO DI DENUNCIA nei confronti dei sacerdoti che commettono abusi sessuali nei confronti dei minori, secondo le Linee Guida emanate dalla Conferenza Episcopale stessa.

    Tutto questo è in linea con del dichiarazioni della “tolleranza zero” del Pontefice?

    Ricordiamo infine il caso dell’Istituto Provolo: qui i sacerdoti coinvolti sono numerosi, nel 2015 in un incontro con le vittime, venne consegnata direttamente nelle mani di papa Francesco una missiva contenente i nomi di 14 sacerdoti accusati di abusi, tra qui quello di don Nicola Corradi. In questo caso fu proprio papa Francesco a non intervenire.

    Il sacerdote è stato arrestato nel novembre del 2016.

    Zanardi

  • Il Papa vola in Cile, lo aspettano la rabbia delle vittime dei pedofili e degli indios Mapuche

    Il Papa vola in Cile, lo aspettano la rabbia delle vittime dei pedofili e degli indios Mapuche

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Il Papa argentino torna per la sesta volta in America latina. Stavolta il viaggio interessa il Cile e il Perù, dove resterà da lunedì fino a domenica prossima. L’Argentina per ora resta ancora fuori dal radar papale sia per il basso grado di gradimento che il Presidente Macri registra a Santa Marta, sia per le immaginabili contestazioni o, all’opposto, i possibili fenomeni di esaltazione collettiva che susciterebbe l’arrivo di Francesco visto che ci sarebbero folle sterminate ad accoglierlo. I suoi collaboratori citano il precedente di Papa Montini che, una volta Papa, non mise più piede a Milano dove era stato arcivescovo.

    Il viaggio che ora attende Papa Bergoglio sarà lungo e problematico. Anche se si tratta di due Paesi a stragrande maggioranza cattolica (il 74 per cento in Cile, addirittura l’89,6 per cento in Perù, secondo le statistiche ufficiali), le tensioni politiche e sociali, unite alla grande questione mai risolta della pedofilia tra il clero, renderanno il soggiorno un concentrato di momenti delicatissimi. La visita sarà sicuramente meno tranquilla di quello che era stato preventivato da chi la aveva organizzata. In questi giorni in Cile ci sono state persino bombe incendiarie nelle chiese (un episodio anche oggi), da mesi le proteste riguardano i costi della visita particolarmente alti a carico del governo (circa 10 milioni di dollari) e la questione degli indios Mapuche. I manifestanti urlano che quei soldi era meglio destinarli ai disoccupati e ai poveri.

    Altri manifestanti, invece, gridano contro il comportamento del Vaticano troppo indulgente verso i vescovi che hanno dato copertura ai pedofili. A Santiago del Cile c’è un caso abnorme e osceno che si trascina da anni. Un prete – padre Karadima – considerato da tutti una specie di santo si è scoperto avere violentato per decenni dei ragazzini. Il Vaticano lo ha sospeso a divinis nel 2012 ma non lo ha ridotto allo stato laicale; una misura caritatevole vista l’età avanzata del prete, che le vittime non comprendono. Papa Francesco nel 2015 ha peggiorato la situazione perchè ha nominato vescovo un amico di Karadima. Le vittime protestano da anni e vengono continuamente snobbate. Le proteste che ci sono state in questi giorni hanno portato alla luce che nell’agenda del Papa ci sono udienze per gli indigeni Mapuche, perseguitati dal governo cileno, per le vittime del regime di Pinochet, ma ancora nulla per le vittime di Karadima. E’ probabile che il Papa le riceva senza fare troppa pubblicità in nunziatura ma di per sé è significativo che non figuri ancora nessun incontro programmato.

    In Cile, prima tappa del viaggio (15-18 gennaio), nella capitale Santiago, sono state messe alcune bombe rudimentali in alcune chiese. I danni sono stati minimi, alle porte, finestre e qualche suppellettile ammaccata. E’ stato trovato anche un volantino che recitava: «Libertà per tutti i prigionieri politici nel mondo, Wallmapu libero, autonomia e resistenza. Papa Francesco, le prossime bombe saranno sotto il tuo abito talare».

    Durante i giorni in Cile Francesco incontrerà alcune vittime della lunga dittatura di Augusto Pinochet, un periodo oscuro e pieno di ambiguità, segnato da omissioni e i silenzi da parte della Chiesa cattolica. L’allora nunzio apostolico era il cardinale Angelo Sodano (poi divenuto segretario di Stato) aveva con Pinochet un ottimo rapporto. Fu lui a portare alla finestra di dove si stava affacciando Wojtyla per benedire la folla l’ex dittatore. Una fotografia immortala quel momento, nel 1987, nel palazzo presidenziale La Moneda dove era andato per la visita di protocollo. La foto è diventata il simbolo di tutte le collusioni della Chiesa cattolica con le dittature militari di destra.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_cile_mapuche_pedofili_karadima_pinochet_sodano_bergoglio-3483848.html
  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/

  • Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

    A seguito dell’udienza tenuta il 12 dicembre scorso presso il Tribunale di Milano che vede imputato un sacerdote milanese, don Mauro Galli,  che fino alla prima udienza coinvolgeva nella vicenda direttamente non solo la diocesi milanese e la parrocchia di Rozzano come responsabili civili, ma anche il neo eletto arcivescovo di Milano Mario Delpini – situazioni queste ultime rientrate a seguito di un risarcimento alla presunta vittima di 100.000€ avvenuto prima dell’inizio processo e che ha permesso alla diocesi e alla parrocchia di Rozzano di non essere più coinvolte come responsabili civili (non certo per quelle morali) – il portale ufficiale della CHIESADIMILANO.IT, in un articolo dal titolo “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” dava una sua versione non corrispondente al vero ed addirittura in totale contrasto con quella che fu la deposizione dello stesso arcivescovo di Milano Mario Delpini, rilasciata sotto giuramento alla Squadra Mobile di Milano il 24 ottobre del 2014.

    Il comunicato in oggetto – unito alla scarsa professionalità giornalistica di alcune testate locali e nazionali che malgrado una richiesta di diritto di replica (ex art. 8 l. 47/1948) ben documentata ed inviata ufficialmente dall’associazione che tutela la presunta vittima e che ad ora non hanno ancora provveduto ad espletare  – era stato ripreso con totale superficialità, senza neppure sentire la controparte e inevitabilmente ledendo ulteriormente la dignità e l’onore della presunta vittima.

    Per questi motivi, nella giornata di oggi l’avvocato Fulvio Gaballo, difensore della presunta vittima, ha provveduto a diffidare, “provvedendo entro un giorno dal ricevimento della presente, alla rimozione dell’articolo di cui in premessa, nonché di qualsivoglia altra pubblicazione o diffusione tramite mailing-list nei quali venga citata nei termini contestata la vicenda” il portale CHIESADIMILANO.IT nella persona del suo direttore responsabile Pino Nardi.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

  • Colpi di scena al processo dell’ex prete di Rozzano accusato di pedofilia

    Colpi di scena al processo dell’ex prete di Rozzano accusato di pedofilia

    La Diocesi accusata di “omessa vigilanza” e intanto nei giorni scorsi alla famiglia sono stati versati 100mila euro perché ritiri la costituzione di parte civile

    Non mancano i colpi di scena nel processo a carico di don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano e Legnano accusato di pedofilia per presunti abusi su un ragazzino, che si sta celebrando al Tribunale di Milano.  Sono due le novità che emergono dal dibattimento. La prima riguarda la famiglia della vittima che avrebbe ritirato la costituzione di parte civile. Il motivo? Le sarebbero stati accreditati centomila euro come risarcimento. Il problema è che non è ancora chiaro chi li abbia versati.

    Il silenzio

    La seconda novità riguarda la diocesi milanese. Dalle carte raccolte dagli investigatori e consegnate ai giudici, emergerebbe il coinvolgimento di Mario Del Pini e Pierantonio Tremolada, arcivescovi di Milano e di Brescia. Secondo l’accusa, entrambi sapevano quel che combinava Mauro Galli ma tutti e due prima hanno taciuto, poi hanno permesso che il prete pedofilo continuasse la sua attività a contatto con i bambini.

    Invito a…

    La vicenda ha inizio del 2011. Un quindicenne conosce don Mauro Galli e, qualche settimana dopo, il prete lo avrebbe convinto a dormire con lui nel letto matrimoniale di una casa di proprietà della chiesa di Sant’Ambrogio a Rozzano dove don Galli abitava. La violenza sarebbe avvenuta a conclusione di una giornata di studio e di preghiera. Già il giorno dopo, a scuola, gli insegnanti del ragazzo si accorgono che c’è qualcosa che non va e allertano la sua famiglia.

    Gestire l’emergenza

    I genitori indagano, il figlio sconvolto racconta. Il problema è che, invece che dai carabinieri a denunciare la violenza, vanno dal parroco. È l’antivigilia di Natale. A Rozzano arriva Del Pini, arcivescovo vicario di Milano, che deve gestire l’emergenza. Don Galli confessa all’alto prelato di avere invitato il ragazzino a dormire, che si erano coricati insieme, ma di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse dal suo letto.

    L’amara scoperta

    Il prete viene trasferito immediatamente con la promessa fatta ai genitori del ragazzo che sarebbe stato tenuto lontano da altre potenziali vittime. Il guaio è che qualche mese dopo, la stessa famiglia scopre che Don Galli è stato incaricato di presiedere un’altra parrocchia, a Legnano. Il suo ruolo? Responsabile della pastorale giovanile!!!! Padre e madre chiedono allora udienza al cardinale Scola che li rimbalza ai suoi più stretti collaboratori, Tremolada e Del Pini.

    La denuncia

    Scottata dai precedenti, i due registrano entrambi gli incontri. Dai quali emerge il gioco dello scaricabarile dell’uno e dell’altro prelato, assieme a tentativi maldestri di giustificare o difendere don Galli. Vista l’inerzia dei religiosi, parte la denuncia e, alla prima udienza del processo, i legali della presunta vittima tirano in ballo la Diocesi e l’accusano di “omessa vigilanza” depositando le registrazioni degli incontri con i due arcivescovi.

    Il comunicato

    In un comunicato, la Diocesi si discolpa e sottolinea di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza, provvedendo cautelativamente a sollevare don Mauro Galli dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi. Il trasferimento è avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale del giovane, intervenuta solo nel luglio 2014. Tutto questo in attesa che la giustizia faccia luce con il processo penale”. Intanto, prima che luce sia fatta, qualcuno avrebbe versato 100mila euro per far ritirare la costituzione di parte civile.

  • Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Di Francesco Zanardi

    Facendo qualche riflessione, con un pizzico di meritata ironia voglio commentare quanto pubblicato sul sito CHIESADIMILANO.IT , in un articolo titolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”, nel quale la diocesi milanese dà una sua versione della vicenda che vede imputato con l’accusa di abuso di minore don Mauro Galli, un giovane sacerdote della diocesi che nel 2011 avrebbe abusato di un parrocchiano all’epoca dei fatti minorenne.

    Secondo “la verità dei fatti” esposti dalla Chiesa di Milano che, va detto, in questi mesi non ha mai replicato a un solo comunicato ufficiale della Rete L’ABUSO, si propone di fare chiarezza sull’articolo pubblicato da un quotidiano che non cita, probabilmente IL GIORNALE uscito per primo sul caso Galli e che a differenza di altri si è preoccupato di recarsi al processo e interpellare anche la presunta vittima.

    Secondo CHIESADIMILANO.IT “L’articolo in questione omette dei fatti fondamentali per comprendere correttamente la vicenda. Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda.  E infatti solo nel luglio 2014 il legale della presunta vittima ha presentato la denuncia querela.”

    Di qui ne deducono che: “Quindi né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato.”

    Va detto che dopo tre anni di incontri e di denunce ben documentate dai nostri assistiti ma inascoltate dalla diocesi alla quale la presunta vittima e la famiglia da bravi cattolici si erano affidati, delusi, si rivolgono all’Autorità Giudiziaria ed è proprio da quei verbali che monsignor Mario Delpini in persona smentisce quanto scritto da CHIESADIMILANO.IT.

    Nella deposizione, alla domanda: “conosce don Mauro Galli ?” monsignor Delpini risponde: “si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda. IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro ”.

    Ma la “verità dei fatti” secondo CHIESADIMILANO.IT continua perché poco più avanti, nel medesimo articolo nel quale sembrerebbe che nessuno avesse neppure immaginato lontanamente l’ipotesi di un abuso, si legge non solo che “nell’immediatezza dei fatti il sacerdote viene anzitutto affidato a uno psicologo affinché inizi (come è poi accaduto e in via cautelativa) un percorso che lo aiuti a ricostruire e comprendere la natura e la verità del gesto gravemente imprudente accaduto” ma che lo stesso “Con il trasferimento a Legnano don Mauro viene affidato in modo particolare a due sacerdoti per un accompagnamento personale”, ma dimenticano di dire che, naturalmente ai fini cautelativi, viene assegnato alla pastorale giovanile (sic).

    Vien quasi da dire povero don Mauro, solo per aver dormito in un letto matrimoniale con un ragazzo è finito dallo psicologo… Chissà se in via cautelativa a Legnano gli hanno dato un letto singolo…

    Ma non è finita, continuando a leggere “Non a caso la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché.”

    Ma come? Poco sopra, nell’esposizione scrivono che “Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012, firmato dall’allora Vicario Generale della Diocesi monsignor Carlo Redaelli” e adesso invece parlano del 2013 ?

    …Passando alle altre testate, pressappoco simile a quello di CHIESADIMILANO.IT quanto riporta il giornale dei vescovi, Avvenire.

    Pope Francis speaks with Italian journalist Andrea Tornielli aboard his flight from Rome to Havana in this Sept. 19, 2015, file photo. Tornielli conducted an interview with the pope on the topic of mercy. The interview is contained in a new book titled, “The Name of God Is Mercy.” (CNS photo/Paul Haring) See POPE-MERCY-INTERVIEW Jan. 11, 2016.

    Più interessante invece la ricostruzione di Andrea Tornielli, per Vatican Insider, nel corpo ripresa con tutte le inesattezze di CHIESADIMILANO.IT ma alla quale si aggiunge un passaggio davvero originale che viene attribuito all’udienza dello scorso 12 dicembre.

    Secondo il giornalista che non era presente, “Al processo è emerso che erano rimasti abbracciati. Ma sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso e cioè che il prete avesse tentato un approccio sessuale molestando il ragazzo”.

    Ero personalmente presente in aula lo scorso martedì e quello che è emerso è ben diverso, l’accusato, dopo aver abbracciato e palpeggiato il minore nelle parti intime, avrebbe tentato di penetrarlo senza però riuscirvi.

    Durante l’udienza è stato più volte ribadito dai vari testi che fin da subito (dicembre 2011, gennaio 2012) il ragazzino era riuscito a dire che don Mauro lo abbracciava “da dietro”, sentiva il suo respiro sul collo, sentiva i suoi piedi che lo toccavano e che lui era paralizzato e non riusciva a muoversi. È stato ribadito che la mattina successiva ai fatti il ragazzo era in stato di shock e la scuola dovette chiamare sul posto di lavoro la madre perché andasse a prenderlo. È stato detto che nei giorni successivi a quella notte il ragazzino stava malissimo, si chiudeva spesso in bagno al buio, urlava, non era possibile avvicinarlo fisicamente, nemmeno la ragazzina che aveva allora poteva più abbracciarlo o avvicinarsi a lui. Difficile dire che “sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso”. Concordavano cosa?

    Sarebbe interessante sapere chi ha fornito quella dichiarazione a Vatican Insider, soprattutto il perché.

    Sempre nella ricostruzione di Andrea Tornielli: “Dopo ulteriore riflessione l’autorità diocesana decide successivi spostamenti, attribuibili  a monsignor Mario Delpini ..… il 31 ottobre 2012, don Mauro Galli viene prima destinato alla cura pastorale della Cappella ospedaliera in Niguarda – deliberatamente lontano dal contatto con i minori”

    Cosa si può intendere per “ulteriore riflessione”? Durante l’udienza è emerso che vi sono stati due incontri tra i familiari del ragazzino, un sacerdote della Parrocchia di Rozzano, e i vertici della Diocesi (il primo con mons. Pierantonio Tremolada e il secondo con mons. Mario Delpini: AGOSTO E SETTEMBRE 2012) al termine del quale mons. Delpini avrebbe dichiarato (ma è agli atti la documentazione) che non aveva fino ad allora compreso la gravità della situazione, nonostante la smentita del sacerdote della Parrocchia. Dunque nel 2012 sposta il don Galli a Niguarda, lontano dai minori, ma NON AVVIA ANCORA L’INDAGINE PREVIA come previsto dalle Linee Guida della Cei, anche in presenza di un presunto abuso.

    Altro particolare che emerge da entrambe gli articoli e che potrebbe aver persino violato l’accordo della riservatezza al quale ambo le parti sono vincolate, è la notizia che sarebbe stato don Mauro Galli a indennizzare la vittima e i suoi familiari escludendo la diocesi e la parrocchia, un particolare che in aula non è emerso in quanto la Corte, con prudenza, si è limitata a chiedere se ci fosse stato un accordo e la sola cifra, senza andare oltre.

    Certo suona un po strano, nei verbali don Mauro si dichiara nullatenente, dove avrà mai preso quei soldi?

    Forse è anche questa una delle tante imprecisioni di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”.

    Zanardi


    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli