Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

    Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

    Teste Mario Delpini

    DOMANDA: conosce don Mauro Galli ?

    RISPOSTA: si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda.

    IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli ”.

    Questo è quanto dichiarato sotto giuramento il  24 ottobre 2014 dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini interrogato presso gli uffici della Questura di Milano, una dichiarazione piuttosto discordante con le gravi inesattezze riportate ieri sul sito della Chiesa di Milano e poi riprese Avvenire.

    Gli articoli precisano che il termine “Abuso” a quell’epoca era ben lontano da essere ipotizzato, “non si è mai usata tale parola fino al 2014 quando viene data una versione diversa…”

    Delpini ancora una volta ci viene in soccorso offrendo la verità autentica che lo riguarda chiarendoci ogni dubbio interpretativo e riferisce sempre alla polizia: ”…Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro…”

    Dunque una persona AUTOREVOLE come il PARROCO parla subito nel 2011 a Delpini e il Vescovo immediatamente va a Rozzano, nel 2011 non nel 2014 come erroneamente riportato sul sito della Chiesa di Milano e su Avvenire.

    Delpini precisa cosa gli riferisce direttamente don Mauro (l’imputato): “…lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari perché non voleva dormire quella notte a casa dei genitori…” “Ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…” che è bene ricordare che all’epoca dei fatti aveva 15 anni.

    L’articolo precisa giustamente che don Galli aveva chiesto preventivamente il consenso dei genitori, omettendo tuttavia che agli stessi non era stato specificato che sarebbe stato l’unico ragazzo a dormire in parrocchia tra tutti gli adolescenti che avevano le confessioni quella sera. Il consenso è stato accordato ben due giorni prima. Come poteva dunque il Galli immaginare che proprio due giorni dopo il ragazzo avrebbe manifestato l’intenzione di non tornare a casa a dormire? Inoltre, come mai don Mauro non si è preoccupato di predisporre la sistemazione nella stanza degli ospiti, presente nel suo appartamento, ma ha portato il ragazzo nel proprio letto matrimoniale?

    Ancora una volta Delpini afferma sotto giuramento: “…Ho deciso quindi di trasferire Don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano…”
    La polizia gli pone questa precisa domanda: “Monsignore, Lei era consapevole che Don Mauro GALLI nella parrocchia di Legnano si occupava di Pastorale Giovanile?” 

    Risposta: “si certo, ne ero a conoscenza…” 

    Milano, 25 marzo 2017.
    Papa Francesco visita la diocesi di Milano.
    Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola

    Quindi il parroco parla a Delpini che decide il trasferimento senza avviare nessuna indagine canonica come viceversa descritto dalle linee guida della CEI per questi specifici casi.

    Il motivo per cui la denuncia all’autorità civile sia stata fatta solamente il 29 luglio 2014 è riconducibile al fatto che la presunta vittima e i familiari, nel 2011, da buoni cattolici si sono rivolti con fiducia alla diocesi anziché alla polizia, diocesi che dopo aver promesso rigore, li ha di fatto presi in giro spostando ben due volte il sacerdote, prima a Legnano, poi al Niguarda e successivamente a Roma, o almeno, questo è quanto la diocesi ha fatto credere alla presunta vittima, perché nei fatti, in quel periodo don Mauro Galli si scoprì non essere a Roma, ma bensì sempre a Milano dove la notte del 25 luglio 2014 salvò un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale San Giuseppe (dove don Mauro esercitava al momento) salendo all’onore della cronaca .

    Solo a questo punto, tre giorni dopo l’ennesima presa in giro, la presunta vittima e familiari data la poca serietà dimostrata fino a questo punto dalla diocesi, hanno deciso di affidarsi alla giustizia civile e così il 29 luglio 2014 sporgono formale querela.

    Certo, a questo punto sarebbe utile anche motivare il perché prima dell’inizio del procedimento penale a carico di don Mauro Galli, come emerso nell’udienza del 12 c.m. qualcuno abbia proposto – al fine di far ritirare alla presunta vittima e ai familiari la costituzione di parte civile che chiedeva si ravvisassero anche le responsabilità della diocesi e della parrocchia di Rozzano – un indennizzo alla presunta vittima.

    Forse un gesto caritatevole? Personalmente ho dei dubbi.

    Resta a questo punto superfluo commentare quanto è agli atti del processo anche se sorge una domanda: chi sta mentendo?

    Forse l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, (che se così fosse avrebbe dichiarato il falso anche sotto giuramento), oppure le inesattezze vanno accreditate ad una disonestà intellettuale che ha come unico fine quello di giustificare il comportamento “da manuale e sistematico” che la chiesa vuol far credere di aver abbandonato?

    Comunicato congiunto con i nostri assistiti.

    Francesco Zanardi

    Presidente – Rete L’ABUSO

  • Vaticano e pedofilia: spunta il nome dell’arcivescovo Delpini, sapeva degli abusi del prete

    Vaticano e pedofilia: spunta il nome dell’arcivescovo Delpini, sapeva degli abusi del prete

    Spuntano i nomi dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini e Pierantonio Tremolada, arcivescovo di Brescia nella storiaccia di abusi sessuali avvenuta a Rozzano, nel milanese nel 2011. Nel corso del processo, riporta il Giornale,al prete accusato di violenza sessuale, è emerso che entrambi sapevano e hanno taciuto permettendo così al sacerdote pedofilo di continuare ad avere a che fare con i bambini  prima a Legnano, poi come cappellano di un ospedale milanese. In evidente violazione delle direttive del Vaticano contro i reati sessuali nelle parrocchie. Eppure è stato proprio Bergoglio a designarlo pochi mesi fa.

    I fatti – Le violenze sessuali sono avvenute nell’abitazione privata del giovane prete che chiede e ottiene dalla famiglia il permesso di ospitarlo dopo una giornata di studi e preghiera. Il sacerdote se lo porta a letto, lo abbraccia, lo tocca. Il ragazzino è sotto choc. A scuola gli insegnanti allarmati avvertono i genitori e lui racconta tutto. Loro vanno dal prete prima che dai carabinieri. I fatti sono del 22 dicembre. Due giorni dopo nella parrocchia di Rozzano si precipita Delpini, allora arcivescovo vicario di Milano, il vice del cardinale Angelo Scola. E’ lui a raccogliere le prime ammissioni del prete, che conferma di avere invitato il ragazzino a dormire nel suo stesso letto, e di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse.

    Le registrazioni – Il prete viene spostato d’urgenza e i genitori vengono rassicurati sul fatto che sarà curato e isolato in modo che non faccia altre vittime. Nei mesi successivi però la famiglia scopre che il pedofilo è stato solo spostato in un’altra parrocchia, come responsabile della pastorale giovanile. Quindi si rivolgono a Scola che prima dà la colpa a Dionigi Tettamanzi, poi li manda da Tremolada e Delpini. Registrano entrambi gli incontri. Ora sono agli atti del processo. Tremolada difende il prete: “io non posso dire che don Mauro è un pedofilo lo dovremmo aiutare, sicuramente, ma da qui a dire che sicuramente così e che dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità”. Delpini ammette di essere stato lui a mandare don Mauro nella parrocchia di Legnano ma dice di essere stato male informato. In ogni caso non lo denuncia per pedofilia né in Vaticano né alla magistratura italiana. Ora la famiglia ha ritirato la costituzione di parte civile dietro il versamento di centomila euro. Non si sa chi li abbia versati.

  • Nelle intercettazioni sul prete pedofilo spunta il nome di Delpini

    Nelle intercettazioni sul prete pedofilo spunta il nome di Delpini

    È una brutta storia di abusi sessuali, una delle tante che purtroppo hanno per protagonista un prete: questa avviene a Rozzano, alle porte di Milano, nel 2011, e viene alla luce molto tempo dopo.

    Ma nel processo in corso al sacerdote accusato di violenza sessuale, fa irruzione una novità che getta una luce ancora più pesante sull’intera vicenda. Nelle carte acquisite dal tribunale nel corso dell’ultima udienza compaiono i nomi di due uomini che siedono a livelli altissimi nella Chiesa: sono Mario Del Pini e Pierantonio Tremolada, arcivescovi di Milano e di Brescia.

    Entrambi sapevano, entrambi hanno taciuto, entrambi hanno permesso che il prete pedofilo restasse a contatto con i bambini: prima a Legnano, poi come cappellano di un ospedale milanese. Una violazione palese delle direttive emanate dal Vaticano per fronteggiare l’emergenza dei reati sessuali nelle parrocchie. Eppure proprio papa Bergoglio ha designato Del Pini alla nuova carica, pochi mesi fa.

    La violenza avviene nella abitazione privata del giovane sacerdote, che chiede e ottiene alla famiglia di un ragazzino di ospitarlo al termine di una giornata di studio e di preghiera. E il prete se lo porta a letto. Lo tocca, lo abbraccia. L’indomani, a scuola, è cos’ scioccato che gli insegnanti chiamano la famiglia. I genitori raccolgono le sconvolgenti ammissioni del figlio: sono bravi cattolici, invece che dai carabinieri vanno dal parroco. E qui inizia il loro lungo scontro con il muro di gomma della Curia milanese.

    Siamo a ridosso di Natale, l’episodio avviene il 22 dicembre. Due giorni dopo nella parrocchia di Rozzano si precipita Del Pini,allora arcivescovo vicario di Milano, il vice del cardinale Angelo Scola, inviato d’urgenza a gestire l’emergenza. E’ lui a raccogliere le prime ammissioni del prete, che conferma di avere invitato il ragazzino a dormire nel suo stesso letto, e di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse. Il prete viene spostato d’urgenza, e alla famiglia viene garantito che verrà avviato un percorso di recupero e di cura, lontano dai contatti con altre potenziali vittime. Ma nei mesi successivi la famiglia scopre che il pedofilo è stato solo spostato in un’altra parrocchia, addirittura come responsabile della pastorale giovanile: A quel punto, indignati, si rivolgono direttamente al cardinale Scola. Il quale prima cerca di dare la colpa di tutto al suo predecessore, Dionigi Tettamanzi; poi manda a incontrare la famiglia i suoi collaboratori più fidati: prima Tremolada, poi Del Pini. La famiglia registra entrambi gli incontri. E sono queste registrazioni che finiscono agli atti del processo.

    Emerge che Tremolada difende apertamente il prete, io non posso dire che don Mauro è un pedofilo lo dovremmo aiutare, sicuramente, ma da qui a dire che sicuramente così e che dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità. Il prelato, insomma, rivendica il buon diritto della Curia di lasciare il prete in condizioni di nuocere. La famiglia, ovviamente, è insoddisfatta, insiste. E tre mesi dopo, a settembre 2012, ottiene di incontrare anche Mario Del Pini. Anche questo incontro viene registrato. Si scopre che Del Pini rivendica a se stesso la decisione di mandare don Mauro nella parrocchia di Legnano. Davanti alle proteste dei familiari, dice di essere stato male informato. Ma anche dopo l’incontro non denuncia il pedofilo né alla Chiesa né alla magistratura italiana.

    Nei giorni scorsi, la famiglia della vittima ha ritirato la costituzione di parte civile dietro il versamento di centomila euro. Non si sa chi li abbia versati.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/nelle-intercettazioni-sul-prete-pedofilo-spunta-nome-delpini-1474335.html?mobile_detect=false

  • MILANO – PROCESSO DON MAURO GALLI

    MILANO – PROCESSO DON MAURO GALLI

    Si è svolta ieri, 12 dicembre 2017, a Milano l’udienza del Processo penale che vede imputato don Mauro Galli, accusato di aver abusato di un ragazzino che, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni e frequentava l’oratorio.

    Sono stati sentiti in aula i familiari della presunta vittima che, su richiesta del Giudice Ambrogio Moccia, hanno dichiarato di aver rinunciato alla costituzione di parte civile nei confronti di don Mauro, della Diocesi di Milano e della Parrocchia di Rozzano, perché hanno accolto la proposta di accordo a loro presentata ancora prima dell’inizio del dibattimento.

    Nonostante la Diocesi e la Parrocchia avessero dichiarato tramite una nota ufficiale anche da noi riportata in un precedente articolo, di non sentirsi responsabili in quanto sostenevano di aver agito con scrupolo e coscienza, di fatto apprendiamo nel processo che è stato proposto ed accettato un risarcimento.

    Nel corso dell’udienza è stata valutata positivamente, dal Collegio Giudicante, l’ammissione di prove audio e trascrizioni delle stesse, presentate dal PM Lucia Minutella, relative ad incontri tra i familiari della presunta vittima e membri della Diocesi di Milano: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Tale documentazione proverebbe in modo inconfutabile che entrambi, già dal 2012, erano a conoscenza del presunto abuso.

    All’epoca di tali incontri mons. Pierantonio Tremolada (recentemente promosso Vescovo di Brescia) era Collaboratore per la Formazione permanente del Clero e Responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI: si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione); mentre mons. Mario Delpini (recentemente promosso Arcivescovo di Milano) era vicario di zona della Parrocchia in cui si sarebbero svolti i fatti e successivamente promosso Vicario Generale della Diocesi di Milano.

    Si apprende che entrambi i monsignori erano stati informati subito, nel dicembre 2011, dal Parroco Don Carlo Mantegazza e dal coadiutore Don Alberto Rivolta e, nonostante questa informazione, non solo non ha preso avvio nessuna indagine canonica, come invece sarebbe previsto dal documento specifico emanato dalla Cei, ma addirittura il sacerdote era stato prontamente spostato in un’altra Parrocchia a occuparsi ancora di pastorale giovanile: Legnano.  Dalla documentazione acquisita si apprende che tale decisione era stata presa da Mons. Mario Delpini, come da lui stesso affermato.

    Mons. Tremolada aveva più volte affermato che la scelta della destinazione di don Mauro Galli ancora con i minori era stata ben ponderata e oculata (scrupolosa e coscienziosa ndr), basata sul fatto che don Mauro era stato ascoltato direttamente da Mons. Delpini pochi giorni dopo l’accaduto e al quale don Mauro aveva per altro confessato di aver portato nel suo letto il minore, avevano pertanto predisposto un “accompagnamento” del sacerdote su più fronti: un colloquio settimanale con il padre spirituale, alcuni incontri con uno psicologo, un affidamento al Decano di Legnano al quale sarebbe stata spiegata la problematica del sacerdote.

    Queste “garanzie” avrebbero dunque permesso all’attuale Arcivescovo di Milano Mario Delpini (allora vicario generale) di predisporre la nuova destinazione del sacerdote, dopo questo scrupoloso percorso di accompagnamento di ben 24 giorni dal presunto abuso, in meno di un mese ancora in una situazione di contatto con i minori, responsabile della pastorale giovanile però non più di due oratori ma di ben quattro oratori.

    Analizzeremo bene tutta la copiosa documentazione prodotta dalla procura acquisendo l’intero fascicolo e continueremo a seguire con attenzione le successive udienze, dando già da ora appuntamento al prossimo 8 Marzo 2018 presso la quinta sezione penale del tribunale di Milano dove verranno ascoltati altri testimoni.

    La redazione

  • Vaticano, “abusi sessuali ai chierichetti”: l’accusa nel libro inchiesta di Gianluigi Nuzzi

    Vaticano, “abusi sessuali ai chierichetti”: l’accusa nel libro inchiesta di Gianluigi Nuzzi

    Una testimonianza-denuncia di presunti abusi ai danni di chierichetti di San Pietro. E’ quanto contenuto nel nuovo libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi Peccato originale con la testimonianza di Kamil Jarzembowski, ex studente polacco del preseminario san Pio X, che ha sede a palazzo San Carlo in Vaticano, “lo stesso – ricorda Nuzzi – in cui vivono diversi importanti cardinali”.

    Nel libro-inchiesta (Chiarelettere, edizioni) il giornalista racconta che “il polacco Kamil, subito dopo essere stato testimone di fatti inquietanti e sorprendenti, già nel giugno del 2014 aveva inoltrato vari esposti a diverse autorità ecclesiali. I fatti narrati sono stati oggetto di plurimi esposti anche da parte di altri soggetti informati, a riprova della loro veridicità. Spetterà poi agli organi competenti valutare le eventuali responsabilità delle persone chiamate in causa e chiarire se si tratta di una pessima pagina nella storia della curia o di atti privi di rilevanza penale”.

    Nuzzi spiega che “i nomi della vittima e del carnefice, pur comparendo per esteso nelle denunce, sono qui sostituiti da altri di fantasia, a tutela di entrambi, finché i fatti non saranno chiariti”. Kamil, entrato a san Pio X a tredici anni, c’è rimasto fino a pochissimi anni fa. Denuncia in uno degli esposti riportati nel volume: “Sono stato testimone di atti sessuali che Antonio esigeva da Paolo (nomi di fantasia, ndr); atti sessuali che si compivano nonostante la miapresenza. Gli atti venivano svolti sempre di sera, intorno alle ventitré. Dopo che tutti gli alunni si erano coricati, Antonio accedeva nella stanza dormitorio condivisa da me e da Paolo. Qui avvenivano rapporti di sesso orale, mentre alcune volte i due si recavano insieme in un’altra stanza per proseguire il rapporto”.

    Kamil nell’esposto racconta ancora che “la crescente angoscia di fronte al ripetersi degli avvenimenti ricordati, unita alla paura di essere allontanato, mi indussero comunque a confidare le mie preoccupazioni e il mio sconcerto al mio direttore spirituale, che senza indicare il mio nome riferì gli avvenimenti in questione al vescovo responsabile e ai superiori gerarchici. Questa comunicazione non sortì nessun effetto e cadde nel vuoto”. Il polacco nell’esposto dice ancora che “di fronte al silenzio perdurante e all’indifferenza delle persone che ritenevo doveroso interpellare secondo una procedura legittima e naturale, decisi di rivolgermi direttamente alla Santa Sede, in particolare alla segreteria di Stato e alla Congregazione per la dottrina della fede. Ho ricevuto una missiva di quest’ultima del settembre 2014 in cui venivo informato che il caso sarebbe passato per competenza alla Congregazione per il clero. Fino ad oggi non ho ricevuto una smentita dei fatti da me denunciati da parte degli organi della Santa Sede”.

    Kamil dice che tutta la vicenda gli ha procurato un “evidente disagio psicologico, determinando una reazione depressiva profonda e continuativa. Ho avuto fiducia nelle procedure interne all’istituzione di cui facevo parte, interpellando le autorità competenti da cui mi aspettavo un intervento risolutivo”. Gianluigi Nuzzi, in un incontro con i media nella giornata dell’uscita del libro, ha spiegato di avere mandato la prima copia del volume al pm vaticano Giampiero Milano attraverso i suoi legali: “Ho allegato anche una breve lettera in cui spiego che sottopongo il libro alle sue valutazioni”.

  • Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Vaticano: Nuzzi, madre Teresa aveva un maxi-conto allo Ior

    Madre Teresa di Calcutta aveva un conto corrente allo Ior talmente grande che, si dice, se lo avesse chiuso l’istituto avrebbe rischiato il default. Gianluigi Nuzzi spiega cosi’, conversando con l’Agi prima della conferenza stampa ufficiale, uno dei temi principali del suo libro, ‘Peccato originale’ in uscita per Chiarelettere. “In Vaticano c’e’ un blocco di potere che ostacola l’azione riformatrice di Francesco cosi’ come ha fatto con Benedetto XVI – spiega il giornalista – esisteva con Marcinkus e la sua gestione parallela dello Ior ed esiste ancora oggi”. Cosa c’entra questo ‘blocco’ con la santa di Calcutta? “Il suo conto nella banca del Vaticano e’ la prova che questi signori erano e sono tuttora all’interno della curia e di loro ci si fida. Lo ha fatto anche madre Teresa che, si racconta, entrava allo Ior da una porta secondaria ed era accolta da monsignor De Bonis, il braccio destro di Marcinkus”. Nel libro, Nuzzi scrive che quando Paolo VI nomino’ il prelato americano presidente dell’istituto di credito vaticano nel 1970, questi volle al suo fianco monsignor De Bonis. “Da quel momento l’asse di potere si rafforzo’ giorno dopo giorno – si legge nel libro – De Bonis era un fine conoscitore di ogni meandro segreto della banca. E si muoveva con destrezza nei sacri palazzi, mostrando piu’ familiarita’ con il jet set del cinema che con le anime bisognose di conforto dei fedeli, piu’ affinita’ con gli uomini dei palazzi romani che con i poveri di madre Teresa”.

    Vaticano: Nuzzi,abusi sui chierichetti del Papa nei sacri palazzi

    “Credo che ci sia una storia di abusi in Vaticano su cui non e’ stata ancora fatta luce e sulla quale in troppi in questi hanno hanno taciuto”. Gianluigi Nuzzi e’ convinto che quella che forse e’ la rivelazione piu’ importante di ‘Peccato originale’, il suo ultimo lavoro in libreria da oggi per Chiarelettere, potrebbe dare il via a una clamorosa indagine all’interno del Vaticano. La storia raccontata da Nuzzi, grazie alla testimonianza di un ex ragazzino polacco che sognava di servire messa accanto al Papa e che oggi ha 19 anni, Kamil Tadeusz Jarzembowski, parla di abusi su adolescenti (in particolare su uno, il suo compagno di stanza Paolo, nel 2014 “almeno 140 volte”) da parte di un seminarista piu’ grande “pupillo del rettore”, oggi ordinato prete, nel preseminario San Pio X, che ha sede a palazzo San Carlo all’interno della citta’ del Vaticano (nell’altra ala c’e’ l’attico dell’ex segretario di Stato Bertone). Nuzzi parla anche di una serie lunghissima di denunce fatte dall’ex studente polacco, allontanato dal collegio dopo aver rivelato gli abusi, che non hanno avuto alcuna risposta da parte del clero. “Si tratta di una vicenda di abusi sessuali, clima di violenze e atti di prevaricazione nell’unica comunita’ di ragazzi all’interno delle mura leonine – racconta Nuzzi -. In questa struttura le diocesi mandano i bambini della scuola media e del liceo che hanno la vocazione: vivono nel collegio vaticano frequentando una scuola privata parificata nel centro di Roma e il loro sogno e’ di partecipare come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro alla messa del Papa”. In una lunga intervista, Kamil spiega di aver denunciato i fatti a alti prelati – nel libro fa il nome del vicario del Papa per il Vaticano – e di essersi rivolto anche alla segreteria di Stato e alla Congregazione per la dottrina della fede. “Unico risultato ottenuto da Kamil – racconta Nuzzi – e’ stato di essere allontanato al preseminario. Da tutti, invece, ha ricevuto lettere in cui veniva invitato a ritrovare la serenita’ e la pace senza che ci fosse una smentita dei fatti da lui denunciati da parte degli organi della Santa Sede”. Gianluigi Nuzzi, che racconta di avere anche altre testimonianze della situazione incresciosa che si vive(va) nel prseminario, annuncia che “una copia del libro sara’ consegnata questa mattina al promotore di giustizia vaticano, Gian Pietro Milano, dall’avvocato Caterina Malavenda, con allegata una mia breve lettera, perche’ faccia le sue valutazioni dei fatti”. Intanto, scrive ne libro, “Jarzembowski e’ stato sentito dai carabinieri di Trastevere a Roma, mentre Paolo, la presunta vittima, accompagnato dal proprio legale, ha avuto un incontro con gli avvocati della possibile controparte. A loro – scrive Nuzzi – avrebbe di fatto ribadito le accuse e il racconto dell’amico polacco. Se questa vicenda dovesse essere accertata – conclude – sarebbe clamorosa: per la prima volta, infatti, si scoprirebbero abusi sessuali compiuti all’interno dei sacri palazzi e, ancora piu’ grave, in un preseminario che protegge e accudisce giovani desiderosi di servire messa nella basilica di San Pietro e magari di avviarsi lungo la strada del sacerdozio”.

    Orlandi: Nuzzi, una trattativa riservata tra i pm e il Vaticano

    Cosa ci faceva il procuratore aggiunto della Repubblica, Giancarlo Capaldo, in Vaticano in un pomeriggio di febbraio 2012? In una scena del film di Roberto Faenza, “La verita’ sta in cielo” stava facendo un accordo per ottenere informazioni su Emanuela Orlandi in cambio di un aiuto per risolvere l’imbarazzante caso della sepoltura di Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana, a Sant’Apollinare. Gianluigi Nuzzi traspone la scena dalla finzione cinematografica al suo libro ‘Peccato originale’ in uscita oggi per Chiarelettere. “Secondo i testimoni che ho sentito, quell’incontro avvenne realmente – sostiene il giornalista – tra Capaldo e uno dei monsignori piu’ influenti della curia, che aveva la fiducia del segretario di Stato Tarcisio Bertone e dell’influente Georg Ganswein, assistente personale di papa Benedetto XVI. E’ la prova che avvenne una trattativa riservatissima tra Vaticano e Procura di Roma per chiudere definitivamente il caso Emanuela Orlandi”. La vicenda della cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia scomparsa il 22 giugno 1983 a 15 anni, racconta Nuzzi, “preoccupava anche Benedetto XVI tanto da spingere la Santa Sede ad aprire, negli ultimi due anni del suo pontificato, un dialogo segreto, una ‘trattativa’ con la procura di Roma. Un caso che ha visto l’interesse anche di papa Francesco, con la richiesta di approfondimenti affidata al suo primo collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin. Quest’ultimo – spiega – ha anche incontrato il fratello di Emanuela Orlandi”. Come scrive ancora il giornalista, quella trattativa era a buon punto quando arrivo’ come procuratore capo a Roma Gianluca Pignatone che avoco’ a se’ l’inchiesta e decise di aprire la tomba di De Pedis. “Non so dire cosa si sappia in Vaticano di questa vicenda – dice ancora Nuzzi – di certo molte intercettazioni lasciano numerosi interrogativi, come quella che pubblico sul libro del capo della Gendarmeria e un suo sottoposto chiamato a testimoniare nel ’93 sul caso Orlandi. Perche’ – si chiede Nuzzi – gli deve dire in tono perentorio: che cosa sappiamo noi della Orlandi? Niente, noi non sappiamo niente!”. (AGI) Cau 091333 NOV 17 NNNN

    http://www.affaritaliani.it/cronache/madre-teresa-conto-allo-iornel-libro-di-nuzzi-abusi-su-chierichetti-e-508989.html

  • Violenza sessuale su un giovane: assolto l’ex sacerdote amico di Silvio Berlusconi

    Violenza sessuale su un giovane: assolto l’ex sacerdote amico di Silvio Berlusconi

    Era stato condannato in primo grado a 3 anni e 4 mesi con rito abbreviato

    Milano, 19 ottobre 2017 – Assolto perché le condizioni aggravanti, ammesso che il reato sia avvenuto, non sono applicabili. Agli occhi della giustizia italiana Gabriele Corsani non ha commesso il reato di violenza sessuale a causa del quale era stato condannato a 3 anni e 4 mesi con rito abbreviato e, soprattutto, in quel momento non rivestiva la carica di pubblico ufficiale.

    Il caso era salito agli onori della cronaca nel 2013, quando Corsani era ancora don Gabriele Corsani, il sacerdote molto vicino alla famiglia di Silvio Berlusconi, tanto da aver celebrato il funerale di Maria Antonietta, sorella dell’ex premier ed essere stato chiamato al capezzale di Rosa Bossi, madre del Cavaliere. Come sacerdote era stimato anche da Ombretta Colli, che gli fece presiedere il rito funebre di Giorgio Gaber. Secondo la sentenza di primo grado, durante un fine settimana del 2007 a Rimini per festeggiare la fine di corso di aggiornamento professionale con una comitiva di studenti milanesi, il sacerdote aveva attirato in una stanza un suo ex allievo maggiorenne proponendogli di dormire insieme e lo aveva poi palpeggiato. Solo nel 2011 il giovane aveva trovato il coraggio per denunciare i fatti e la sentenza fu emessa nel luglio del 2013. Al termine di quel procedimento l’avvocato Monica Gnesi, legale del ragazzo, aveva invitato le altre presunte vittime del sacerdote a farsi avanti. In questi anni nessuno si è però fatto vivo e l’unico caso individuato dai carabinieri si è chiuso con il provvedimento di archiviazione da parte della procura di Pavia non essendoci gli estremi per poter procedere. Ieri la seconda sezione della Corte di Appello di Bologna ha annullato la sentenza di primo grado, accogliendo sia le tesi del difensore Girolamo De Rada, sia la sentenza della magistratura pavese. Appena ricevuta la notizia del rinvio a giudizio, il sacerdote aveva presentato le dimissioni dallo stato clericale alla Santa Sede, che un domani potrebbe riammetterlo alla vita sacerdotale. I legali del ragazzo faranno il ricorso in Cassazione.

    http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/violenza-minore-sacerdote-berlusconi-1.3473395

  • In Vaticano nessuna richiesta di estradizione per il diplomatico accusato di pedofilia

    In Vaticano nessuna richiesta di estradizione per il diplomatico accusato di pedofilia

    La Santa Sede smentisce le notizie secondo cui sarebbe stata opposta l’immunità per monsignor Capella dopo il mandato d’arresto emesso dal Canada

    La Santa Sede smentisce le «notizie false» diffuse oggi da un’agenzia italiana secondo la quale il Vaticano avrebbe opposto l’immunità diplomatica per il cinquantenne monsignor Carlo Alberto Capella, il funzionario della Nunziatura degli Stati Uniti accusato di «possesso e diffusione di materiale pedopornografico», negando così l’estradizione in Canada da dove, a fine settembre, era stato emesso un mandato d’arresto a suo carico. La stessa agenzia, che citava «fonti qualificate» tra le mura leonine, affermava che il processo si sarebbe tenuto in Vaticano.

    Già a La Stampa fonti da Oltretevere riferivano che non era mai pervenuta alla Santa Sede una domanda per estradare Capella da parte del Canada. E che, nell’eventualità, il Vaticano non ha accordi con il Canada per l’estradizione.

    Poi una nota diffusa in serata dal portavoce vaticano Greg Burke ha confermato: «In merito ad alcune notizie false uscite oggi riguardanti un membro del corpo diplomatico della Santa Sede richiamato dagli Stati Uniti, posso affermare che non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada né nessun processo fissato in Vaticano; l’indagine richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata».

    Intanto il diplomatico Carlo Alberto Capella, prima sacerdote per l’arcidiocesi di Milano, poi in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, infine numero tre nella Nunziatura Usa, continua a risiedere tra le mura leonine presso il Collegio dei Penitenzieri, non lontano dalla Casa Santa Marta.

    A inizio settembre era stato richiamato da Washington a seguito della notificazione, avvenuta il 21 agosto per via diplomatica, del Dipartimento di Stato americano della «possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche». Accuse subito trasmesse dalla Segreteria di Stato vaticana al Promotore di Giustizia, Giampiero Milano, il quale – evidenziava un comunicato della Sala Stampa vaticana – ha deciso di aprire un fascicolo, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi sulla vicenda.

    Era giunta qualche settimana dopo, invece, esattamente lo scorso 29 settembre, la notizia del mandato di arresto da parte delle autorità canadesi contro il diplomatico sulla base di un’inchiesta condotta sul web e sui siti internet coinvolti, a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Secondo l’indagine, di cui riferiva un comunicato della polizia di Windsor, il «sospetto» aveva scaricato e in seguito diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24 il 27 dicembre 2016.

    La diocesi di London, sempre in Ontario, confermava poi tramite il suo portavoce ulteriori dettagli, e cioè di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che Capella avesse violato le leggi sulla pornografia infantile utilizzando «un computer in una Chiesa locale».

    Inizialmente i media statunitensi precisavano che il prelato italiano fosse sospettato di possedere ma non di produrre o diffondere pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Il rapporto della polizia del Canada includeva invece anche il reato di «distribuzione» che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punibile con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila.

    http://www.lastampa.it/2017/10/12/esteri/in-vaticano-nessuna-richiesta-di-estradizione-per-il-diplomatico-accusato-di-pedofilia-mBsRouM2V7a8avOPLneJ8J/pagina.html

  • Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    La polizia di Windsor accusa monsignor Carlo Alberto Capella di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, scaricato durante un soggiorno nel paese tra il 24 e il 27 dicembre 2016

    «Possesso e distribuzione di materiale pedopornografico». Con queste accuse la polizia del Canada ha emesso un mandato di arresto per il diplomatico della Santa Sede, monsignor Carlo Alberto Capella, richiamato da Washington – della cui nunziatura era un «senior member» (membro di alto livello) – all’inizio di settembre, attualmente in Vaticano dove è indagato per pedopornografia.

    Un comunicato della polizia di Windsor informa che l’inchiesta a cui fa riferimento il mandato d’arresto è stata condotta sul web e sui siti internet coinvolti, dopo una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Dall’indagine è emerso che il «sospetto» avesse scaricato e poi diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24  il 27 dicembre 2016. La diocesi di London, sempre in Ontario, ha confermato tramite il suo portavoce di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che l’assistenza è stata fornita in relazione alle possibili violazioni della legge sulla pornografia infantile fatte da monsignor Capella, il quale avrebbe utilizzato «un computer in una Chiesa locale».

    Dal Vaticano informano che tra le mura leonine si è a conoscenza del mandato ma al momento non risulta pervenuta alcuna richiesta di arresto. Attualmente monsignor Capella risiede nel Collegio dei Penitenzieri, lo stesso appartamento a pochi passi dalla Casa Santa Marta occupato due anni fa dal polacco monsignor Jozef Wesolowski, nunzio nella Repubblica domenicana, morto per problemi cardiaci prima che iniziasse il suo processo per pedofilia.

    La vicenda di Carlo Alberto Capella, 50 anni, ordinato sacerdote nel ’93 nell’arcidiocesi di Milano, in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato prima di divenire il numero tre nella nunziatura Usa, era stata resa nota da un comunicato della Sala Stampa vaticana dello scorso 15 settembre in cui si informava che il Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano, Giampiero Milano, aveva deciso di aprire un fascicolo dopo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America aveva notificato, per via diplomatica, «la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington».

    Notificazione, questa, avvenuta il 21 agosto scorso ma resa pubblica dopo circa un mese. La Santa Sede aveva quindi richiamato il sacerdote la cui identità è stata presto rivelata dai media statunitensi. Inizialmente l’agenzia Associated Press spiegava che il prelato era sospettato di possedere, ma non di produrre o diffondere, pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Ma nel rapporto della polizia del Canada adesso è incluso anche il reato di «distribuzione». Reato che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punita con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila. Ancora l’AP riferiva che il Dipartimento di Stato americano, il 21 agosto, aveva chiesto al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica del funzionario affermando, però, in seguito che la richiesta era stata respinta tre giorni dopo.

    La Sala Stampa vaticana – chiedendo di mantenere il «massimo riserbo» sull’intera faccenda – sottolineava invece che, una volta ricevute le informazioni dal governo statunitense, la Segreteria di Stato non ha esitato a trasmetterle al Promotore di Giustizia il quale ha aperto un’indagine in merito, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi a questo caso che torna a scuotere i più alti piani della diplomazia pontificia.

    http://www.lastampa.it/2017/09/29/vaticaninsider/ita/vaticano/il-canada-emette-un-mandato-darresto-per-il-diplomatico-vaticano-indagato-per-pedofilia-Iok2A9sFTa5EK4dR3BgCSJ/pagina.html

  • Don Ruggero Conti, parla il tassista dell’evasione: “Aiutato nella fuga con tablet e soldi”

    Don Ruggero Conti, parla il tassista dell’evasione: “Aiutato nella fuga con tablet e soldi”

    Don Ruggero Conti è stato condannato a 14 anni di reclusione per violenza su minori, era il parroco della chiesa di Selva Candida a Roma dove avrebbe abusato sessualmente di almeno sette minori. Il 26 settembre è fuggito in taxi dalla clinica dei Castelli Romani in cui era ricoverato in regime di arresti domiciliari. Fanpage.it ha raggiunto Riccardo, il tassista che lo ha prelevato e condotto a Roma. L’ex-parroco è stato poi rintracciato qualche ora dopo a Milano, ma il tassita aggiunge un dettaglio inquietante: “è stato aiutato nella fuga da un ragazzotto che gli ha consegnato un tablet e dei soldi”.