Gli abusi di Ratisbona interpellano la gerarchia ecclesiastica italiana. La Baviera non è una lontana landa esotica. Basterebbe ricordare per l’Italia le denunce di tanti allievi sordomuti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, che hanno reclamato giustizia per le sevizie subite, e la successiva scoperta che una catena di violenze sessuali era stata perpetrata anche in una “filiale” dell’Istituto Provolo a Lujan in Argentina.
Dunque le nostre autorità ecclesiastiche non hanno nessun motivo di arroccarsi in quella posizione di tenace passività, che fu scelta a suo tempo dalla Conferenza episcopale italiana, quando emanando le Linee-guida sulla materia non solo scelse di non impegnare categoricamente i vescovi a denunciare i crimini di cui fossero venuti a conoscenza, ma decise anche di non mettere in piedi strutture, che facilitassero l’emergere di crimini e monitorassero il fenomeno a livello centrale. C’è anche un altro modo, ampiamente praticato, di lasciare che le cose non cambino.
E’ quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. Dichiarare che “bisogna andare avanti nel fare pulizia”, rimanendo poi fermi. La lezione di Ratisbona è di una chiarezza esemplare. Si rende giustizia alle vittime quando – avvertito di uno scandalo – il vescovo locale cerca attivamente la verità. Il cardinale Mueller prima di essere prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (appena licenziato da papa Francesco) è stato vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012. Diffusesi le denunce sugli abusi nel coro dei ragazzi della cattedrale, se l’era cavata con la formazione di una commissione di esperti e una lettera pastorale in cui sollecitava le vittime a farsi avanti. I risultati non si erano visti.
La svolta è avvenuta con il nuovo vescovo Rudolf Voderholzer, che ha incaricato una personalità indipendente, l’avvocato Ulrich Weber, a fare un’indagine approfondita. Nell’arco di due anni, ricercando e ascoltando molti testimoni, Weber ha compilato un dossier documentatissimo con il risultato di provare (dal 1945 ai primi anni ’90) oltre cinquecento casi di maltrattamenti punitivi nel convitto aggregato al coro e 67 casi di violenze sessuali. Sono state individuati 49 responsabili.
Lezione nr.1: si trova la verità sugli abusi solo se l’autorità ecclesiastica si impegna a cercarla attivamente, non stando seduta ad aspettare che le vittime trovino la forza di superare il proprio trauma.
Lezione nr.2: l’indagine va affidata a una personalità indipendente, dal momento che decenni e secoli di omertà hanno segnato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a questi crimini.
Lezione nr. 3: le vittime vanno risarcite dalla diocesi, che non ha esercitato la giusta e necessaria vigilanza sul clero e sugli addetti laici, non trincerandosi (come fanno i vescovi italiani) dietro al fatto che la responsabilità penale è personale.
Lezione nr.4: l’operazione verità deve essere compiuta a prescindere dall’eventuale prescrizione dettata dalle leggi dello Stato e, se qualcuno dei responsabili ecclesiastici è ancora vivo (non sembra essere il caso di Ratisbona), va processato secondo la legge canonica e privato del sacerdozio.
Perché il punto fondamentale – come chiarì papa Ratzinger nel 2010 nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda – è che la preoccupazione centrale delle gerarchie ecclesiastiche deve essere rivolta alle vittime e non alla tutela del prestigio della Chiesa in nome del quale per secoli sono stati occultati crimini. Occuparsi delle vittime significa in concreto rendere loro giustizia, portando alla luce pubblicamente le responsabilità dei preti criminali e punendoli. Questo è il punto.
Recentemente è stato documentato che in Sicilia il prete Paolo Turturro, punito con il carcere per atti pedofili e salvatosi invece da un’altra condanna per una violenza provata, ma prescritta, continua tranquillamente a seguire, celebrando messa, una sua comunità frequentata da adulti e da minori.
La questione Ratisbona interpella dunque la Conferenza episcopale italiana perché se le tante vittime ancora nell’ombra hanno un sacrosanto diritto alla giustizia, allora è il momento che la nuova dirigenza della Cei – rafforzata dalle nuove nomine di vescovi che da Palermo a Bologna a Milano vengono citate per la loro sensibilità di parroci – prenda in mano la situazione con spirito nuovo. Non c’è bisogno di inventare nulla. Le Conferenze episcopali più concrete in Nord- Europa e nel Nord-America hanno già fissato una serie di prassi efficaci.
1. Creazione nelle diocesi di équipe di sacerdoti e psicologi a cui una vittima può rivolgersi.
2. Istituzione di un vescovo che a livello nazionale segua le diocesi per verificare che le linee-guida in tema di contrasto agli abusi siano applicate.
3. Messa in campo di un sistema di risarcimenti.
4. Pubblicazione di un rapporto annuale sulle azioni intraprese per tutelare e rendere giustizia alle vittime di violenze sessuali.
5. Apertura di indagini affidate a personalità indipendenti nel caso di denunce su catene di violenze in particolari comunità o istituzioni.
Non c’è nulla da inventare, solo da mettersi al lavoro. A suo modo è un’occasione storica per la Cei.
MILANO – Secondo Papa Francesco Mario Delpini è l’uomo giusto al posto giusto, “il prete che si occuperà delle periferie”. Ma siamo sicuri che Bergoglio, nel nominare monignor Delpini nuovo arcivescovo di Milano, sia stato ben consigliato? Qualche dubbio, in proposito, è lecito.
Il ragazzino molestato
Siamo nel 2011, quando scoppia lo scandalo di don Mauro Galli, un sacerdote di Rozzano, periferia milanese, accusato di molestie sessuali su un ragazzino dell’oratorio. Don Carlo Mantegazza, il parroco, rende agli inquirenti una dichiarazione choc: dice di essere venuto a conoscenza dei fatti il giorno 21 dicembre 2011 (ovvero il giorno dopo gli abusi) e di aver informato immediatamente i suoi diretti superiori, in primis il vicario episcopale monsignor Mario Delpini, nonché il responsabile della formazione permanente del Clero – colui che seguiva i sacerdoti appena ordinati – monsignorPietrantonio Tremolada(oggi vescovo). Delpini, dunque, sa del gravissimo fatto.
Il trasferimento
E cosa fa l’allora vicario di zona? Dispone il trasferimento di don Mauro Galli ad altro incarico, cosa che avviene nel gennaio 2012, quando il sacerdote accusato di molestie viene allontanato da Rozzano. Ma ciò che lascia esterrefatti è la nuova destinazione scelta dalla Curia, che lo nomina vicario parrocchiale a Legnano (parrocchia di San Pietro) e lo incarica di seguire la pastorale giovanile delle Parrocchie di Santa Teresa del Bambino Gesù, dei Santi Magi e del Santo Redentore. In altre parole, un prete su cui pende il sospetto di pedofilia viene mandato a occuparsi di minorenni.
Nessun provvedimento
Nel 2014 lo scandalo scoppia ufficialmente e diventa un caso di cronaca giudiziaria. Fino a quel momento monsignor Delpini non ha assunto alcun provvedimento disciplinare nei confronti del sacerdote accusato di pedofilia né ha avviato alcuna indagine canonica. Lo spostamento di don Mauro Galli a Legnano avviene in forma ufficiale il primo giorno di marzo 2012, quando la notizia del presunto abuso è nota in Curia da almeno 3 mesi. Eppure Delpini ne dispone il “trasferimento a gestire gli oratori estivi di Legnano”, con una comunicazione quasi burocratica. Perché il nuovo arcivescovo di Milano si sia comportato in questo modo, resta un mistero.
Il prete nelle chat gay
Il secondo episodio dubbio è del novembre 2013. In una fredda domenica di autunno, ad Arconate – piccolo paese di 6.500 abitanti dell’hinterland milanese – giunge un alto prelato della curia e sale sul pulpito per parlare alla comunità cristiana. Deve leggere una comunicazione importante rivolta ai fedeli: il parroco, don Cesare Corbetta (con un passato a Parabiago, nella frazione di Villastanza, e a Magenta), sarà allontanatodal paese: pochi giorni prima è stato scoperto da alcuni giornalisti di un settimanale locale mentre cercava sesso gay nelle chat su internet, con il nickname ‘Birillo64′. Oggi, a distanza di 3 anni e mezzo, quell’alto prelato diventa l’uomo più potente della chiesa lombarda. E’ Mario Delpini, classe 1951, che papa Francesco ha nominato nuovo arcivescovo di Milano. Un sacerdote umile e per bene, dicono di lui. Ben voluto e amato da tutti. Sicuramente sarà così, ma quello che in molti non sanno è che fu proprio lui, monsignor Delpini, a stabilire la linea di condotta della Curia di fronte al clamore mediatico di un sacerdote che dal pulpito predicava i valori della famiglia e in privato, nel suo studio, cercava avventure erotiche su internet. Una linea fatta di silenzi e di fughe, di omertà e depistaggi.
Il silenzio e la fuga
Torniamo allora a quel novembre del 2013, quando lo scandalo di don Cesare Corbetta, che dietro al nickname ‘Birillo 64’ nascondeva il peso insostenibile della sua omosessualità e la contraddizione tra il suo ruolo e la su natura, travolge la piccola comunità di Arconate. Per questo arriva Delpini. E decide le sorti del sacerdote omosessuale, del quale è stato professore di latino al seminario di Venegono Inferiore, nel Varesotto. Nel più totale silenzio della Curia, che si rifiuta di rilasciare dichiarazioni alla stampa, don Cesare viene allontanato e mandato a Cantù, sua città natale. Anche qui, niente da fare. Il sacerdote ci ricasca. Ma la Curia milanese, di togliergli l’abito talare e magari liberarlo da un peso diventato insostenibile, nemmeno ci pensa. Altro giro, altra corsa: questa volta l’ex parroco viene mandato ‘in esilio’ a San Bartolomeo in Val Cavargna, piccolo paesino sperduto in provincia di Como, ai confini con la Svizzera. Una sorta di ‘refugium pecatorum’, ci diranno poi gli abitanti del posto, dove la Chiesa ha l’abitudine di confinare i preti che creano imbarazzo. Dietro la scelta della Curia c’è sempre la mano di Delpini, che ‘blinda’ il sacerdote e gli impone un periodo di riflessione e preghiera, lontano dal caos mediatico.
La promozione
Perché il neo arcivescovo si sia speso così tanto per mettere il caso sotto silenzio e per non far spretare don Cesare, nessuno è riuscito ancora a capirlo. Un’ombra, dunque, sul curriculum del successore del cardinale Angelo Scola, che diventa ancora più pesante nel febbraio 2016 quando Delpini, all’epoca Vicario Generale della Curia meneghina, lo nomina segretario del Comitato diocesano per il Giubileo straordinario della Misericordia, che richiamerà a Roma milioni di pellegrini da tutto il mondo. Un incarico importante, che suona come una riabilitazione in piena regola. Il paradosso si compie a ottobre 2016, ultima tappa di questa triste storia: don Cesare viene trasferito a Seveso, città di 23.000 abitanti in provincia di Monza e Brianza, nella parrocchia di San Pietro da Verona. Tra pochi mesi farà il suo ingresso ufficiale nella comunità (per ora vive nell’ex seminario della città, accanto a un santuario) e si occuperà, ironia della sorte, di ‘pastorale familiare’, ovvero di politiche per la famiglia. Una decisione quantomeno discutibile, dietro alla quale c’è sempre lui, il nuovo arcivescovo di Milano. Non sappiamo se Delpini sarà o meno un buon arcivescovo prima di averlo visto all’opera, ma il biglietto da visita con cui si presenta ai fedeli – tra silenzi e protezioni di sacerdoti imbarazzanti – non è certo dei migliori.
Sta ormai circolando da diversi giorni, tra gli addetti ai lavori, che molto probabilmente il neo nominato Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, sarà presto sentito nella Sezione Quinta Penale del Tribunale di Milano, come persona informata sui fatti che vedono imputato don Mauro Galli per il reato di abuso sessuale ai danni di un ragazzino nella parrocchia di Rozzano, fatti risalenti al 2011 quando Mons. Delpini era il vicario del suo predecessore Cardinale Angelo scola, vicario episcopale appunto della zona dove è avvenuto il fatto.
Il caso di don Mauro Galli sta infatti travolgendo con impeto l’appena nominato Arcivescovo della Diocesi più grande al mondo, Mons. Mario Delpini, poiché si apprende da alcune fonti che proprio il nuovo Arcivescovo, già Vicario Generale, avrebbe personalmente raccolto la confessione di don Mauro Galli pochi giorni dopo il fatto (dicembre 2011), il quale ammetteva niente di meno di aver portato nel suo letto matrimoniale il ragazzino(atteggiamento che già di per sé costituisce un abuso).
Mons. Delpini era stato avvisato della gravità della situazione tempestivamente dal Parroco della Parrocchia di Rozzano, Don Carlo Mantegazza(molto probabilmente verrà ascoltato in Tribunale anche il parroco per confermare tale circostanza), ed aveva quindi deciso di verificare personalmente l’attendibilità della segnalazione raccogliendo la confessione direttamente dall’imputato.
Le indiscrezioni raccontano che lo stesso Delpini sarebbe stato interrogato dalla Procura a seguito della denuncia da parte del ragazzo e che abbia dichiarato, sotto giuramento, di aver saputo direttamente da don Mauro, pochi giorni dopo l’accaduto, che quest’ultimo aveva trascorso la notte con il minore nel suo letto matrimoniale nel dicembre 2011.
Sempre Delpini, incalzato dagli investigatori, avrebbe riferito che lui stesso aveva deciso l’immediato trasferimento nella parrocchia di Legnano con l’incarico (scelto da Delpini stesso) di seguire la pastorale giovanile di ben 4 oratori frequentati dai bambini di tutto l’oltresempione. Trasferimento che è avvenuto a metà anno dopo che da soli pochi mesi don Mauro era stato ordinato sacerdote e incaricato a Rozzano.
La comunicazione ufficiale che avrebbero scelto per non dare scandalo ai fedeli sia delle parrocchie di Rozzano sia per quelle di Legnano, che prontamente hanno annunciato a tutte le Messe (come fece lo stesso parroco don Carlo Mantegazza) è a dir poco imbarazzante .
Come anche il successivo altrettanto imminente trasferimento da Legnano a Milano è quantomeno creativo, trasferimento voluto dal Cardinale Angelo Scola sentiti i suoi più stretti collaboratoriper valorizzare i precedenti studi di chimica farmaceutica di don Mauro… Per questo ha lasciato dopo pochi mesi e ancora una volta a metà anno i ragazzini degli oratori dell’oltresempione?!? che dire, un prete chimico è certamente prioritario, e sopratutto urgente dato che i nuovi studi universitari sarebbero incominciati a Roma ben nove/dieci mesi più tardi!!!
Imbarazzante è anche la casuale circostanza temporale: il 24 settembre 2017 il Vescovo Delpini farà il suo ingresso ufficiale nell’arcidiocesi di Milano iniziando il suo nuovo importantissimo incarico ai vertici della Chiesa, a seguito della nomina di Papa Francesco che lo ha voluto promuovere come guida pastorale della Metropoli e solo pochi giorni prima, tre per l’esattezza, il 21 settembre 2017 ci sarà la prossima udienza del processo penale dove probabilmente verranno interrogati i primi testimoni.
Pare che la stampa ed alcune televisioni vogliano seguire il caso con attenzione data l’importanza e la gravità di quanto verrà dibattuto, vedremo se il nuovo Arcivescovo Mario Delpini sarà interrogato in tale circostanza o in un’udienza successiva, ascolteremo dalla sua viva voce se confermerà di aver saputo dal parroco prima, e dall’imputato poi, della circostanza in cui il prete aveva portato nel suo letto nella casa parrocchiale di Rozzano il minore: capiremo se l’arcivescovo Delpini pur sapendo della grave circostanza ha deliberatamente scelto di non segnalare il caso, di non avviare un’indagine interna ma semplicemente di spostare il prete in un altra parrocchia ancora a contatto con i minori.
Milano, 25 marzo 2017. Papa Francesco visita la diocesi di Milano. Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola
Certo è che, se fosse confermato il quadro che si sta lentamente delineando, c’è da domandarsi se è moralmente accettabile per la Chiesa che un Vescovo possa insabbiare un così grave caso di abuso, per altro con estrema consapevolezza avendo egli stesso appurato la circostanza, (per ora limitandosi a considerare anche solo il fatto di aver portato a letto un minore), e contemporaneamente governare quindi una Diocesi così grande e complessa come quella di Milano; o ancor più c’è da domandarsi se è accettabile per il Santo Padre, che proclama di voler estirpare la piaga della pedofilia introducendo, o meglio precisando in forma di Motu Proprio, il reato di omissione da parte dei vescovi prevedendo la rimozione degli stessi, che davanti ad un fatto come quello che riguarda Mons. Delpini, possa effettivamente essere il pastore di così tante anime che vogliono e si aspettano una Chiesa credibile. QUALI SAREBBERO DIVERSAMENTE LE CIRCOSTANZE RICONDUCIBILI AD UN PROVVEDIMENTO SERIO ED URGENTE DI RIMOZIONE DI UN VESCOVO PREVISTE DALLA SANTA SEDE PER QUESTI SPECIFICI CASI? Va riconosciuto a Delpini che ha dichiarato in questi giorni di sentirsi inadeguato mentre il Cardinale Scola lo avrebbe definito maldestro come si legge in una sua lettera da noi pubblicata recentemente, ma un conto è essere inadeguato e maldestro, un altro conto è proteggere un presunto pedofilo (attenderemo l’esito del lavoro della magistratura per questo).
C’è da domandarsi poi se la Santa Sede era all’oscuro di tutto, se non è quindi mai stato avviato un procedimento canonico prima della nomina del nuovo Arcivescovo, e in quel caso perché e di chi è la responsabilità?
C’è da domandarsi quali provvedimenti prenderà la Santa Sede se venisse confermato il comportamento delittuoso di omissione del Vescovo che, va ricordato, non è imputato nel procedimento relativo all’abuso ma coinvolto in quanto persona informata sui fatti.
C’è infine da domandarsi se almeno in questo caso la Chiesa riuscirà ad essere credibile, a dar seguito ai proclami contro la pedofilia all’interno del clero e iniziare finalmente un’importante inversione di rotta liberandosi pubblicamente di personaggi ambigui ed insidiosi.
Va comunque ribadito: sempre se verranno confermate le circostanze della gravissima gestione da parte della Diocesi e della Parrocchia che, ricordiamo, fino ad ora si proclamano ufficialmente con una nota stampa riportata anche dal quotidiano Avvenire in data 7 giugno 2017 per questo specifico caso, assolutamente scrupolose e coscienziose.
Curioso anche il particolare dell’articolo di Avvenire che nel ricostruire sommariamente la vicenda rispetto al trasferimento da Rozzano a Legnano (trasferimento che vedremo in questo procedimento penale se effettivamente deciso da Mons. Delpini) omette probabilmente non a caso di scrivere che don Mauro viene incaricato della pastorale giovanile delle parrocchie di Legnano, l’avvenire si limita a scrivere:
“ …il sacerdote era stato inviato nella parrocchia di Sant’Ambrogio, a Rozzano con l’incarico di coadiutore. Era stato poi trasferito in altre sedi e ad altri incarichi, quindi gli era stato chiesto di iniziare a svolgere la sua missione pastorale, come cappellano, presso l’ospedale Niguarda di Milano in attesa di recarsi a Roma…” Sappiamo ormai bene quali siano questi “altri incarichi”!
Attendiamo quindi l’ingresso ufficiale in diocesi del nuovo Vescovo Mario Delpini il prossimo 24 settembre e, appena prima, la prossima udienza del procedimento penale prevista per il 21 settembre.
UNA MOTO PER SÉ, un’auto per l’amico e per la madre un intervento chirurgico. Poi viaggi e cene. Don Lucio Sinigaglia, parroco del padovano, è stato scoperto a dilapidare migliaia di euro prelevati dal lascito alla Caritas di un facoltoso farmacista.
Poco più a est, don Angelo Lazzarin è stato allontanato dalla sua parrocchia a Chioggia dopo che un marito geloso ha messo un investigatore dietro alla moglie e ha scoperto che se la spassava proprio con il prete.
Don Stefano Maria Cavalletti I ‘hanno invece beccato a Milano, mentre si faceva a un coca party.
A Napoli, don Mario d’Orlando non s’è più visto in circolazione dopo le accuse di aver partecipato a festini gay organizzati sulla chat “Reverendis”.
E poi c’è il lungo elenco di preti pedofili, come don Massimo Iuculano, ex direttore dell ‘Istituto salesiano Sacro cuore di Gesù di Vercelli condannato a cinque anni di carcere perchè invitava gli studenti in un’ aula, li depilava, li massaggiava con olio, prima di costringerli a palpeggiamenti e sesso orale. Dove ha trascorso don Iuculano gli arresti domiciliari in attesa che la giustizia arrivasse a sentenza?
E i sacerdoti che hanno fatto scandalo senza commettere reati, che fine hanno fatto una volta scomparsi da parrocchia e pagine di giornale?
Fq Millennium è in grado di aprire uno squarcio nel segretissimo mondo dei centri dove la Chiesa rinchiude i suoi peccatori. Per nasconderli agli occhi dei fedeli, cercando di curarli e di rieducarli. «Con pratiche discutibili», racconta una psicoterapeuta che per anni ha lavorato a contatto con una di queste strutture. Ed è «la sofferenza» il ricordo più vivido di un sacerdote costretto al percorso di recupero per preti gay, sotto il ricatto economico: “O ti adegui al volere dei superiori, o ti ritrovi da un giorno all’altro in mezzo alla strada senza stipendio». Ma raccogliamo anche la testimonianza del sacerdote cascato in un giro di droga che dopo gli anni di “confino” si è rialzato ed è stato riabilitato: «Nella casa di recupero ho imparato ad avere consapevolezza dei miei problemi e a volermi bene».
IL SILENZIO DELLA CHIESA
La Chiesa continua a tacere. Alle domande oppone solo un imbarazzato silenzio. «Preti in difficoltà», li definisce il verbo ufficiale. Pastori di anime caduti in disgrazia su cui intervenire senza fare rumore. Da un lato il percorso terapeutico che dovrebbe avere come fine la salute e il recupero del paziente. Dall’altro è prioritario ripararsi il più possibile dagli scandali. <Fuori non si deve sapere nulla di quanto accade dentro”, è una delle prime cose che racconta a Fq Millennium la criminologa e psicoterapeuta che in passato ha collaborato con i padri Venturini, una congregazione che gestisce due centri per preti in crisi, la Casa Madre di Trento e Villa iride a Verbania. Fino a pochi mesi fa ha avuto come pazienti alcuni sacerdoti accusati di pedofilia inviati dalla Curia di Milano. Convincerla a parlare è dura, teme ritorsioni, pretende l’anonimato. «Ai primi incontri ero obbligata a vederli alla presenza dei difensori. Una seduta di psicoterapia non dovrebbe funzionare cosÌ, ma i superiori del prete dovevano essere certi che di me ci si potesse fidare».
A un certo punto su uno dei casi rischiano di accendersi i riflettori dei media. La soluzione? Spedire il prete da un giorno all’altro in Umbria, a Città di Castello. Dove due sacerdoti della congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso gestiscono sotto il più stretto riserbo un’altra di queste case: Villa Sacro Cuore. «Avevo in cura quel paziente da anni e con lui avevo raggiunto ottimi risultati», ricorda la psicologa. «L’hanno mandato lì per più di un mese, senza che nessuno si facesse una chiacchierata introduttiva con me. Sono intervenuti a gamba tesa nel percorso terapeutico. Niente di più sbagliato, sia dal punto di vista clinico che deontologico».
Ed ecco le conseguenze: «Quando il sacerdote è tornato da me, era evidente dai suoi racconti che avevano tentato di forzarne la volontà, giocando sui sensi di colpa. Ma la psicoterapia ha come fine quello di rendere il paziente più consapevole di chi è veramente, non di manipolarne la volontà. Sono arrivati a mettergli in testa di essere omosessuale, quando è un pedofilo del tutto eterosessuale. Risultato, uno stato di confusione e la messa in discussione del lavoro fatto nel corso di un paio d’anni».
Chiedere conto di questo a padre Aurelio Del Prado, religioso spagnolo responsabile del programma formativo e terapeutico di Villa Sacro Cuore, non porta a nulla: «Non voglio esprimermi su quanto detto da un’altra persona. Siamo professionisti seri e responsabili, che usano le tecniche oggi vigenti e contenute nei protocolli internazionali. Per il resto preferiamo non dare notizie a nessuno», è il poco che gli si riesce a strappare.
Con lui collabora Pierluigi Imperatore, psicologo e psicoterapeuta esterno che, tra le altre cose, è esperto in programmazione neurolinguistica, una tecnica parascientifica utilizzata in diversi ambiti, tra cui il marketing. Tanto che a scorrere il passato di Imperatore, lo si ritrova tra i soci e consiglieri della Crs International Network, una società di multilevel marketing fallita nel 2003 che con il crollo della sua struttura di vendite a piramide ha lasciato a bocca asciutta molti cittadini che si erano fidati.
Dopo due telefonate chiuse in faccia e un sms, Imperatore liquida come «sgradevole e inelegante» il riferimento a «mie questioni personali superate». Sulle tecniche terapeutiche si limita a scrivere: «La mia dimensione professionale non mi consente, neanche se lo volessi, di interloquire su questioni naturalmente riservate e relative a terzi». Poi silenzio.
SVUOTARE LA MENTE
Giornate che iniziano presto, quelle a Villa Sacro Cuore. Sveglia all’alba, le preghiere prima di colazione. Poi l’inizio delle attività che al lavoro manuale e alle ore di studio alternano le sedute di psicoterapia, sia individuali sia di gruppo. Tra le tecniche utilizzate c’è la mindfulness, con la quale il paziente viene fatto rilassare e portato in una condizione di svuotamento mentale simile alla meditazione. <<È in quel momento che al mio ex paziente venivano inculcate idee piuttosto discutibili», prosegue la psicologa. «Se usata cosi, questa tecnica può portare a scompensi seri. So che venivano frammischiate parabole evangeliche con la meditazione, al solo fine di “riprogrammare” il cervello e i pensieri dei malcapitati, probabilmente nel tentativo di assicurarsi che non commettessero altri atti criminali. Ma senza consentire loro di arrivare a una presa di coscienza autentica». Villa Sacro Cuore «è una bolgia», arriva a dire sulla base dei racconti dell’ex paziente. «Un insieme di preti con patologie e disagi diversi, chiusi lì tutti insieme, in una situazione che rischia di accentuare i loro problemi».
Poco dopo la villa dei misteri, la strada si trasforma in polveroso sterrato. La recinzione a rete lascia il giardino libero alla vista: maglietta bianca e barba lunga ma ben curata, uno degli ospiti è chino su un tavolo a scrivere. Per il resto i contatti con l’esterno sono ridotti al minimo. A un certo punto, dopo un paio d’ore di passeggiata nei dintorni con una Canon al collo, a controllare chi scrive arrivano addirittura i carabinieri. Eppure gli interni cosi gelosamente custoditi fanno bella mostra in un video su YouTube: il refettorio con la tavolata a ferro di cavallo, la cappella scarna, il laboratorio dove gli ospiti dipingono, una sala con una fila di tappetini per terra. In sottofondo, musica religiosa. Forse un messaggio promozionale. Il video è stato postato da padre Quinto Tornassi, il sacerdote che ha in mano le questioni economiche e pratiche della casa. Provare a chiedergli una spiegazione è impossibile, visto che al citofono non hanno intenzione di passarlo: «Siamo una comunità di sacerdoti che vivono un’ esperienza spirituale e non vogliamo essere disturbati da nessuno. Non siamo interessati a che si sappiano le cose nostre».
Anche le gerarchie ecclesiastiche sono sempre state parche di dettagli. La villa, un edificio di quattro piani che risale alla seconda metà dell’Ottocento, è un vecchio seminario. Nel maggio 2011 l’annuncio del vescovo di Città di Castello, Domenico Cancian: «Villa Sacro Cuore sarà riservata ai preti malati o in difficoltà. L’attività è condivisa e sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana». Parole che dicono per non dire. E così quando in città si viene a sapere che li dentro finiscono pure i sacerdoti che hanno abusato di minori, inizia a girare un volantino anonimo. Un anno fa l’associazione delle vittime di preti pedofili Rete l’ABUSO riceve una lettera in cui si chiede di rendere pubblico che nella villa vivono «pedofili, omosessuali, alcolizzati e quant’altro ( … ). È cosa buona e giusta che questi individui si mettessero una macina al collo e si buttassero a mare». Sono parole riprese da Gesù, ma suonano dure se a scriverle è quel «gruppo di preti della diocesi di Città di Castello» che si intesta il messaggio.
La congregazione dei Figli dell’ Amore Misericordioso, a cui abbiamo detto appartenere il vescovo Domenico Cancian, non è l’unica a occuparsi di preti con problemi. La questione è esplosa in Vaticano da quando, una decina di anni fa, iniziarono a emergere pure in Italia diversi casi di pedofilia, dopo gli scandali venuti a galla negli Stati Uniti grazie agli scoop del The Boston Globe raccontati in Spotlight. Quale sia il coinvolgimento della Conferenza episcopale italiana non è dato saperlo. L’ufficio stampa risponde che la gestione delle case per sacerdoti in difficoltà non è riconducibile agli Uffici o ai Servizi pastorali della Cei. Se ne occupano alcune congregazioni religiose che hanno questo tipo di attività come elemento peculiare del proprio carisma». Tra queste ci sono i già citati padri Venturini, pionieri nell ‘accoglienza di sacerdoti da recuperare, ai quali mettono a disposizione le loro strutture di Trento e Verbania. Al confine tra Roma e Pomezia hanno invece sede l’Oasi di Elim e il Monte Tabor, due centri gestiti dall ‘associazione di fedeli laici.
Apostolato Accademico Salvatoriano insieme ai religiosi del santuario del Divino Amore che – secondo quanto si legge sul sito – hanno il supporto della Cei e della diocesi romana. Un anno fa papa Francesco ha visitato la comunità di Monte Tabor, incontrando gli otto ospiti nella cappella. Del loro colloquio è trapelato ben poco. La visita è stata resa pubblica, ma il velo di riservatezza è rimasto intatto.
Dall’annuncio del vescovo Cancian su Villa Sacro Cuore sono passati sei anni. Contattarlo, però, è inutile: «Sono cose private, non ho intenzione di parlarne con voi». Nel centro di solito vivono dieci-quindici preti, alcuni agli arresti domiciliari. Come don Giovanni Desio, parroco del ravennate venuto alla ribalta la prima volta nel febbraio del 2014 per essere finito con il suo Suv in un canale, completamente sbronzo. Poi sono emersi abusi su quattro ragazzini tra i 12 e i 15 anni. Prima della riduzione in stato laicale e della condanna definitiva in Cassazione che lo scorso novembre lo ha spedito dietro le sbarre, don Desio ha passato un po’ di tempo a Villa Sacro Cuore. Così come il citato salesiano don Iuculano. Mentre a Trento, alla Casa Madre dei Venturini, a inizio anno è stato nascosto don Andrea Contin, il parroco a luci rosse di San Lazzaro a Padova, che dopo la denuncia di una ex amante per sfruttamento della prostituzione e violenza privata ha confessato diversi incontri di sesso estremo avvenuti in canonica, tra orge e video hard con donne e uomini, compresi altri tre sacerdoti.
RIABILITATO IN DUE ANNI
Fq Millennium è riuscito a parlare con un prete “riabilitato” dopo più di due anni passati dai Venturini. Tutto era iniziato così: «Il superiore mi ha chiesto se non avessi nulla da riferirgli. Poi mi ha detto che il giorno dopo sarei dovuto partire». Allontanato dalla sua parrocchia all’improvviso, senza che ai fedeli venisse comunicato nulla, dietro garanzia di anonimato ripercorre la sua storia dal punto in cui le cronache hanno smesso di raccontarla. Lo chiameremo don Lorenzo, lungo la camminata che dalla canonica ci porta al bar della piazza principale per un caffè, e poi fino all’ufficio dove il sacerdote svolge parte delle sue nuove mansioni. «Dal mio superiore non ho sentito quell’amore e quella comprensione che predica il Vangelo. Avrei preferito affrontare il momento di difficoltà nella mia parrocchia. E assumermi lì le mie responsabilità, davanti alla comunità». Ma don Lorenzo viene allontanato » ancora prima che i giornali raccontino la vicenda di droga in cui è implicato, grazie a una comunicazione degli investigatori al vescovo.
L’accordo di Villa Madama del 1984, che ha sostituito il Concordato del ’29 tra Stato italiano e Santa Sede, prevede che la nostra autorità giudiziaria avvisi quella ecclesiastica qualora venga aperto un procedimento su un sacerdote. In ogni caso a don Lorenzo la giustizia non contesterà nulla: semplice consumatore. Ma a quel punto lui è già stato parcheggiato per qualche mese in una comunità isolata, per poi finire a Trento. Ma che cosa prevede il diritto canonico in casi come questi? I giudici, cioè i vescovi, godono di una certa discrezionalità: «Non è rigido come le nostre leggi secolari», spiega Alessandro Cesarani, ricercatore di Diritto ecclesiastico e canonico ali ‘Università degli studi di Milano. «Il fine ultimo del codice è la salvezza delle anime. E se il vescovo ritiene che per questo sia meglio non applicare una norma, può farIo».
«Ci ho messo un po’ a trovare una nuova diocesi», continua don Lorenzo. «Qui il vescovo mi ha accolto a tre condizioni: che entrassi in punta di piedi, che ottenessi il permesso dei miei superiori e soprattutto che una relazione garantisse l’ultimazione del mio percorso dai Venturini». Da loro dice di essersi trovato bene: «Sono arrivato a riconoscere le mie difficoltà e a riacquisire fiducia in me stesso. A volermi bene». Un incontro alla settimana con il padre spirituale, uno di psicoterapia individuale e uno di psicoterapia di gruppo. Per il resto giornate scandite da preghiera, studio, attività manuali, un’ ora di camminata a contatto con la natura. Dice di essere riuscito a ripartire, Don Lorenzo. Non sempre finisce così. «Un sacerdote dopo aver passato diverso tempo a Città di Castello è stato ridotto allo stato laicale. In mezzo alla strada, senza più lo stipendio>.
E siamo arrivati allo sterco del demonio. «Il primo strumento che la Chiesa usa per bloccarti o importi le sue scelte è di tagliarti lo stipendio. Casi se hai già una certa età, preferisci andare in questi posti che chiamano “di recupero”, ti subisci il tuo anno di terapia e te ne tomi buono buonino facendo quello che facevi prima. Magari stando solo attento a scopare’ di nascosto, senza lasciare tracce». Mario Bonfanti è un ex sacerdote che non ha voluto rinnegare la propria omosessualità. Era vice parroco nella diocesi sarda di Ales-Terralba, quando dodici anni fa l’allora vescovo Giovanni Dettori cercò di imporgli un periodo di “riflessione” alla Casa Madre di Trento: <Io non ho problemi con la mia omo-sessualità», gli ho risposto. «Se i problemi ce li ha lei, ci vada lei lassù». Dopo una serie di scontri, ha chiesto di essere cancellato dalla lista dei presbiteri per uscire dalla Chiesa. «Se non sei corazzato e non hai gli strumenti per far fronte a tutto questo, ti adegui alle loro decisioni, facendo una doppia vita o rischiando di cadere in depressione».
di Luigi Franco per Fq Millennium n. 3 del luglio 2017
Ancora uno scandalo scuote il Vaticano, è il turno del cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia) e uomo di fiducia di Bergoglio che lo ha voluto tra i suoi fedelissimi, oggi accusato dalle autorità civili non solo di aver insabbiato casi di pedofilia quando era in Australia, ma addirittura incriminato per aver commesso lui stesso abusi su minori.
Nello speciale di Federico Tulli che trovate su LEFT di sabato 7 luglio 2017
Anche se oggi, nell’intento di smorzare quelle che sono state le incoerenti e difficilmente giustificabili scelte di Bergoglio dal Vaticano si grida “al complotto”, va ricordato che le accuse di insabbiamenti nei confronti di Pell non sono una novità recente. Già nel febbraio del 2016 fu ascoltato proprio a riguardo dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse, oggi viene semplicemente formalizzata anche l’incriminazione per pedofilia.
Definire un papa che ha promesso ai quattro venti di fare pulizia e riforme concrete al grido della “tolleranza zero” contro i pedofili e contro coloro che hanno insabbiato casi, che consapevolmente si circonda di personaggi a dir poco chiacchierati sia vittima di un improbabile complotto è un’offesa all’intelligenza umana, altro che complotto al papa, questo è un complotto contro il diritto dei cittadini a una corretta informazione.
Vogliamo parlare in modo onesto di complotto?
Bene parliamo di quello fatto da Bergoglio ai suoi stessi danni allora, perche tra le figure a dir poco ambigue di cui la stampa parla poco stando ben attenta a separare i casi per non dare un quadro troppo completo della situazione, non c’è solo Pell e il nuovo prefetto della C.D.F. Francisco Ladaria Ferrer, altro fidatissimo scelto personalmente da Bergoglio e chissà, magari in futuro oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni dell’operato del pontefice.
Di Ladaria si è subito detto delle gravi accuse di aver insabbiato un caso, quello di don Gianni Trotta, motivo già più sufficiente se si volesse dare almeno una parvenza di coerenza e di serietà con la “tolleranza zero” tanto acclamata, per non metterlo a capo proprio di quell’organo (la Congregazione per la Dottrina della Fede) che ha il compito di giudicare i preti abusatori. Ma anche qui l’informazione è scarna e incompleta perchè il passato di Ladaria non è stato “valorizzato” quanto si dovrebbe.
Non si è detto per esempio che Ladaria non è nuovo alla C.D.F., in passato ne fu il segretario e non era la prima volta che aveva a che fare con casi di pedofilia e i relativi silenzi.
Un altro caso passato anche per le sue mani, è quello del sacerdote della diocesi di Savona, don Nello Giraudo, di cui Ladaria si occupò nel 2010. (vedi allegato a destra)
In quella occasione il vescovo inadempiente si chiamava Domenico
Calcagno, oggi promosso cardinale e meglio conosciuto negli ambienti vaticani come il cardinale Rambo, per via della sua passione per le armi.
Anche lui è un altro fedelissimo di Bergoglio tutt’ora alla presidenza dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
Chissà un domani, anche lui probabile oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni del povero Francesco.
E si, questo è un rischio concreto perché il cardinale non è coinvolto solo nelle inadempienze del caso savonese di don Giraudo, ma è anche indagato – sempre a Savona – per malversazione.
Tornando a don Nello Giraudo, la lista di nomi coinvolti in quella sola vicenda va ben oltre Ladaria e Calcagno, c’è anche il nome di colui che nel 2003 era il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger (allegato a destra), che non è un omonimo, è proprio lui, il papa emerito non nuovo a simili accuse che nel 2005 lo portarono ad essere citato in giudizio in Texas dove evitò il processo chiedendo l’immunità.
Come finì poi il caso di don Giraudo?
Tra parole, opere e omissioni finì che nel 2005, cioè ben 2 anni dopo il carteggio che vedete, don Giraudo abuserà sessualmente dell’ennesimo ragazzino.
Malgrado ciò, nel 2006, cioè un anno dopo quell’ultimo abuso di minore, Calcagno chiederà a Charles Scicluna – allora Prefetto – di “chiudere un occhio” e superare il giudizio espresso dalla C.D.F. ovvero la riduzione dallo stato clericale.
Questa volta però verrà denunciato anche all’autorità civile e nel 2012 patteggierà una condanna a un anno e sei mesi – con la condizionale – per quel solo abuso del 2005. Per tutti gli altri invece, anche grazie alle inadempienze di cui sopra, sono intervenuti i termini prescrittivi.
Ma altre recentissime scelte di Bergoglio stridono maledettamente con quella “tolleranza zero” tanto acclamata.
Milano, 25 marzo 2017. Papa Francesco visita la diocesi di Milano. Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola
Giusto pochi giorni fa (7-7-17) è stato nominato a Milano il successore del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini al quale anche a nome delle vittime della Rete L’ABUSO faccio le mie congratulazioni per la sua importante promozione.
Ma non sono solo scelte azzardate di Bergoglio e farina del sacco altrui.
Guarda l’approfondimento “Non abusare. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco” il docu-film sul caso argentino del prete italiano don Nicola Corradi
Francesco ha dato anche del suo, per esempio con il caso del prete pedofilo veronese don Nicola Corradi, denunciato dagli allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona già negli anni 80, nascosto dalla chiesa in Argentina dove nel novembre scorso è stato arrestato per aver reiterato su decine di bambini sordi gli stessi reati che aveva commesso a Verona. (vedi il docu-film argentino)
Ebbene, proprio questo caso, gli fu segnalato nel 2014 – quando era già papa – e sfatando il mito dei segretari che non consegnano le lettere al pontefice, questa lettera (a sinistra) contenente il nome di don Corradi e di altri 14 sacerdoti ancora operanti e in vita accusati di abusi, gli fu consegnata direttamente in mano, ci sono persino le foto! (a destra)
Purtroppo non intervenne ma oggi, solo dopo che la magistratura Argentina ha aperto un’inchiesta arrestando oltre a don Corradi altre 5 persone, Bergoglio manda i suoi ispettori i quali in virtù della “tolleranza zero” e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, pretenderebbero dagli inquirenti di accedere al fascicolo, rigettando però l’analoga richiesta della magistratura argentina che vorrebbe accedere a quelli nelle mani degli ispettori papali.
Ma nell’era della così detta “tolleranza zero” di Francesco quello argentino non è l’unico caso in cui il Vaticano nega alla magistratura la documentazione, per esempio, senza dover andare troppo a ritroso, c’è il caso di don Mauro Inzoli.
E’ stato detto che la decisione di Bergoglio ricalca quella presa nel 2012 da Ratzinger, ma non si dice che fu proprio papa Francesco a riabilitare don Mauro accettando nel 2014 il ricorso contro il decreto di riduzione dallo stato clericale emesso in precedenza da Ratzinger.(Comunicato diocesi integrale)
Leggendo le notizie di pochi giorni fa, provvidenzialmente divulgate poco prima che venisse annunciato che Pell era stato incriminato in Australia, si da quasi ad intendere che Bergoglio, in linea con le scelte del suo predecessore abbia cacciato con decisione e pugno duro don Mauro Inzoli.
Ma la “tolleranza zero” di papa Francesco stride anche rispetto a altre inadempienze. Per esempio quelle che furono nel 2014 le richieste della Commissione Onu per i diritti del bambino, la quale raccomandava non solo di prendersi cura delle vittime, ma di aprire alla magistratura gli archivi contenenti i nomi dei preti denunciati alla chiesa, in modo tale che la giustizia civile potesse fare il suo corso. Chiese anche di inserire uno strumento risolutivo oltre che di semplicissima realizzazione, l’obbligo della denuncia per i vescovi all’autorità civile e per far questo, basterebbe un Decreto che il papa può fare.
Concordi non solo riguardo all’inefficacia della commissione di Bergoglio ma anche ai progressi della chiesa in materia di contrasto alla pedofilia, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo e le associazioni che le tutelano, con le quali il Vaticano, malgrado i proclami, continua ancora oggi a rifiutare qualunque tipo di dialogo compreso rispondere alle loro lettere.
… continua dopo il video delle vittime al quale Bergoglio non ha mai risposto
Sono all’incirca 17 anni da quando dopo l’indagine dell’ormai famoso team del Boston Globe chiamato Spottlight, il mondo ha preso atto che tra i preti ci sono molti pedofili e quel che è peggio è che la chiesa, come conferma anche l’ONU, ha procedure interne che permettono sistematicamente di insabbiare i casi e di commettere altri abusi.
Dopo 17 anni siamo ancora qui, in una situazione forse peggiore non solo perché non c’è stato un minimo cambiamento concreto ma perché a quanto pare non esiste un altro team come Spotlight che abbia voglia di indagare a fondo e dare un’informazione reale raccontando tutto quello che in questi anni non è cambiato affatto.
Invece, soprattutto sulla stampa italiana, leggiamo continuamente di un papa onnipotente e rivoluzionario che malgrado le vittime di tutto il mondo lamentino la latitanza risolve, licenzia, punisce e processa i vescovi insabbiatori creando un rivoluzionario tribunale, che dopo due anni di propaganda si scopre che quel tribunale tanto osannato non è mai esistito, “era soltanto un progetto” – fa sapere il cardinale Gerhard L. Müller – tra le altre cose sottolinea – inutile – in quanto le norme per processare i vescovi esistono già nel Codice Canonico.
Un papa onnipotente che quando si trova però di fronte a dover concretizzare quanto osannato da tutti i mezzi di informazione possibili e non, improvvisamente si trasforma in un papa solo, con un’intera curia che lo boicotta impedendogli di concretizzare i suoi buoni propositi che fino al giorno prima la stampa vendeva per concreti e efficacissimi.
Un papa che non ha più il potere nemmeno di sfrattare dalla sua chiesa che lui stesso dice di volere umile e povera un cittadino Vaticano come il cardinale Tarcisio Bertone o che non è capace di bloccare un pedofilo come don Nicola Corradi o ancora, reintegrando preti condannati per pedofilia come ad esempio nel caso di don Turturro.
Insomma, dalle stelle alle stalle, un pontefice che da “Superman” diventa quasi incapace li leggere una lettera consegnata a mano o di trovare la finestra dalla quale dice abitualmente l’Angelus…
Una politica che in questi 17 anni e grazie ai complici di papa Francesco non solo ha agevolato l’immobilità della chiesa ad affrontare il problema, ma quel che è peggio è che ha reso sacrificabili altri bambini innocenti, si perché intanto che se ne parla, come si può vedere dalla nostra mappa che raccoglie gli ultimi 15 anni dei soli casi italiani, sembrerebbe che i pedofili continuino ad abusare producendo altre vittime.
Sentir dire oggi che papa Francesco è vittima di un complotto della curia romana, è francamente inaccettabile ma potrebbe essere già un buon inizio se qualcuno di quei giornalisti tanto cari a Bergoglio gli andasse a chiedere conto almeno di quanto abbiamo detto sopra.
Nella prima lettera che il Cardinale Scola ha inviato ai familiari della presunta vittima di don Mauro Galli (13 marzo 2015), allega una Nota, CHE FA SUA, scritta dai suoi collaboratori per chiarire i passi fino ad allora compiuti e quelli che dovranno compiere…
…. UNA NOTA CHE INSULTA L’INTELLIGENZA DI CHI LEGGE…
1. I collaboratori del Cardinale attribuiscono la decisione dello spostamento di Don Mauro da Rozzano a Legnano al fatto che “la notizia di quanto accaduto non è giunta inizialmente con adeguata computezza all’ALLORA VESCOVO“: TENTATIVO DI “SBOLOGNARE” LA RESPONSABILITA’ SUL CARDINALE TETTAMANZI? IN CHE SENSO “CON ADEGUATA COMPUTEZZA?”
Il parroco DON CARLO MANTEGAZZA, e il coadiutore DON ALBERTO RIVOLTA, non avevano spiegato bene a mons. Delpini e mons. Tremolada?
Non era sufficiente l’ammissione di don Mauro stesso di aver portato nel suo letto un ragazzino? Ammissione avvenuta nei due/tre giorni successivi al fatto, quando incalzato dal Parroco, e non solo, gli si chiedeva conto: ammissione avvenuta direttamente almeno in tre momenti diversi in quei giorni sia a don Carlo, sia a don Alberto che direttamente allo stesso Mons. DELPINI come dichiareranno loro stessi, in seguito, alla Procura.
Queste informazioni non erano sufficientemente adeguate per indurre mons. Delpini ad adottare almeno quel minimo di precauzione, di buon senso, nella scelta dello spostamento di don Mauro non a diretto contatto con i minori, con il medesimo incarico come se nulla fosse?
Perché dunque spostarlo immediatamente, a metà anno liturgico, per altro quando don Mauro aveva da poco iniziato il suo incarico a Rozzano?
A parte il buon senso, che evidentemente non è di tutti, sarebbe stato sufficiente seguire le imposizioni precise delle linee guida dalla CEI per i casi di sospetti abusi: per altro in questo caso non ci si trova semplicemente difronte ad un generico sospetto, l’imputato stesso confessa di aver portato a letto il minore. Mons. Delpini non conosce le linee guida della CEI? E’ questo il suo modo di agire scrupoloso e coscienzioso?
2. Sempre l’allora vescovo (quindi secondo la ricostruzione della nota: Tettamanzi) “…ritenendo che si trattasse di una difficoltà relativa al rapporto con la comunità di Rozzano..” (quindi se un giovane sacerdote, appena ordinato da qualche mese, svolge il proprio incarico ed ha delle difficoltà nel rapporto con la comunità viene prontamente spostato a metà anno… incredibile!). NE’ IL PARROCO DON CARLO, NE’ IL COADIUTORE DON ALBERTO HANNO MAI RIFERITO AI SUPERIORI (MONS. MARIO DELPINI E MONS. PIERANTONIO TREMOLADA) DI DIFFICOLTA’ AMIBIENTALI: HANNO DICHIARATO CHE DON MAURO GALLI AVEVA DORMITO NELLO STESSO LETTO CON UN MINORE, NELLA CASA DEL SACERDOTE!
… MA AD UN ATTENTO LETTORE NON SFUGGIRANNO LE MACROSCOPICHE FALSITA’ CONFEZIONATE “AD ARTE”.
3. “… ne venne disposto il trasferimento a una nuova realtà pastorale giovanile, a Legnano; quando, nel settembre 2011, è iniziato il ministero pastorale del Card. Scola a Milano, questa decisione era già stata assunta (risale infatti all’inizio del marzo 2011).”
MA CHI SI VUOLE PRENDERE IN GIRO?
Secondo questa Nota, scritta dai collaboratori del Cardinale Scola, ma che il Card. Scola FA SUA, il suo predecessore (Card. Tettamanzi) avrebbe trasferito don Mauro a Legnano, dopo Rozzano, ANCORA PRIMA CHE DON MAURO FOSSE ORDINATO SACERDOTE!
e ANCORA PRIMA DI DESTINARLO A ROZZANO!
Quindi: prima che don Mauro Galli fosse ordinato sacerdote(10 giugno 2011!), prima che don Mauro Galli fosse nominato vicario parrocchiale a Rozzano (11 giugno 2011!) prima di “immaginare” (per non dire INVENTARE?) che don Mauro Galli potesse avere generiche “difficoltà relative al rapporto con la comunità di Rozzano” (come sarebbe stato possibile se ancora a Rozzano non aveva messo piede???!!!) “qualcuno” avrebbe già deciso (marzo 2011) di trasferirlo da Rozzano a Legnano???!!!
PRIMA CHE DON MAURO FOSSE PRETE, PRIMA CHE FOSSE APPRODATO A ROZZANO, AVEVANO GIA’ DECISO IL SUO TRASFERIMENTO PER PROBLEMI RELAZIONALI CON LA COMUNITA’ DI ROZZANO!
COSI INTENDE GIUSTIFICARSI MONS. DELPINI?
Un altro “goffo” tentativo DEI COLLABORATORI DEL CARDINALE di “insabbiare” tutto? QUESTO SI E’ MALDESTRO!!!
Un altro “goffo” tentativo di non far risultare che tutto ciò era avvenuto quando il Cardinale di Milano era Angelo Scola?
Forse i suoi collaboratori non lo avevano informato a suo tempo (dicembre 2011) di essere venuti a conoscenza del presunto abuso, e con questa Nota mettevano in atto un “estremo tentativo” di non fare sapere al Cardinale come avevano gestito tutta la vicenda?
Forse non pensavano che il Cardinale scrivesse ai familiari del ragazzino ALLEGANDO la Nota così com’era?
Ma il Cardinale Scola, per fare SUA la Nota, l’avrà almeno letta prima di inviarla?
Gli andava bene così?
Si è fidato ciecamente dei suoi collaboratori?
è così che si esercita la vigilanza?
è questa la serietà e l’attenzione che la Curia da alle vicende legate agli abusi sessuali?
è questa la modalità che descrivono essere scrupolosa e coscienziosa?
La parrocchia di Rozzano sapeva della nuova destinazione di don Mauro a contatto con i minori?
Il parroco don Carlo ha vigilato?
ritenevano e ritengono tutti che fosse la scelta più scrupolosa?
Di fatto, la nota stampa della diocesi ha affermato proprio in questi giorni che è scrupoloso agire così, gestire quindi la vicenda dichiarando il falso, tentando di liquidare la vittima e i suoi familiari è coscienzioso: è la coscienza della Diocesi e della Parrocchia?
I collaboratori del Cardinale ci hanno impiegato più di tre anni (dal dicembre 2011 al marzo 2015) per fare questa “ricostruzione dettagliata al Cardinale”: dimostrazione di quanto seriamente sono interessati a sradicare questa piaga, a vigilare, a rimuovere i vescovi che insabbiano questi casi?Tre lunghi anni per non riuscire nemmeno a scrivere una ricostruzione, per quanto falsa, più credibile almeno con le date corrette?
Un Cardinale come Scola che per abusi, o presunti abusi sessuali, di questa gravissima importanza, si accontenta di quattro righe, per altro palesemente false, per liquidare la questione, dimostra inequivocabilmente quanto impegno la Diocesi mette in campo per eliminare questa terribile piaga.
…ma nel frattempo mons. Delpini è stato promosso Vicario Generale (29 giugno 2012, all’epoca era Vicario di zona), e don Tremolada è stato nominato Vescovo il 24 maggio 2014 (quindi ora Monsignore!)
Attendiamo CON PAZIENZA le decisioni del Santo Padre… è troppo aspettarsi una decisione almeno COERENTE con le sue dichiarazioni contro la pedofilia dei preti e contro i Vescovi che insabbiano? O sono solo belle parole?
L’ex sacerdote coinvolto in un’inchiesta di abusi. La comunicazione del vescovo di Crema in una lettera ai fedeli
Ridotto per sempre allo stato laicale. Dopo la condanna penale per pedofilia, arriva il provvedimento del papa per don Mauro Inzoli, sacerdote di Comunione e Liberazione, ex responsabile della Compagnia delle Opere di Cremona e Crema. Lo annuncia il vescovo di Crema, Daniele Gianotti, in una lettera ai fedeli.
“Nei giorni scorsi – scrive Gianotti – la congregazione per la dottrina della fede mi ha comunicato la decisione, presa da papa Francesco il 20 maggio scorso con sentenza definitiva, di dimettere don Mauro Inzoli dallo stato clericale”. Coinvolto in un’inchiesta penale, oltre che in quella all’interno della comunità religiosa, il prete è stato condannato a quattro anni e nove mesi per pedofilia e al divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori. Nelle motivazioni della sentenza, si precisava che gli abusi avvenivano anche durante le confessioni. Il sacerdote era già stato sospeso dalla congregazione per la dottrina della fede.
“Non possiamo pensare – scrive ancora il vescovo – che il papa sia giunto a una decisione così grave senza aver vagliato attentamente davanti a Dio tutti gli elementi in gioco, per arrivare a una scelta che fosse per il bene della chiesa e al tempo stesso per il bene di don Mauro: perché nessuna pena, nella chiesa, può essere inflitta se non in vista della salvezza delle anime, che può passare anche attraverso una pena così grave, la più grave che possa essere inflitta a un sacerdote”.
“Chiedo a me e a tutti voi – conclude il vescovo di Crema – di accompagnare questo momento in vero spirito di fede, portando nella nostra preghiera anzitutto i nostri fratelli che sono stati vittime dei comportamenti che hanno condotto il papa a questa decisione. A loro, e alle loro famiglie, va ancora una volta tutta la solidarietà mia e della nostra chiesa, che non può non provare un profondo dolore per il male compiuto da uno dei suoi preti”.
La condanna riguardava gli abusi subìti da cinque ragazzi, il più piccolo aveva, all’epoca, 12 anni, il più grande 16. Alle vittime, il sacerdote aveva risarcito il danno: 25mila euro a testa. Il procuratore Roberto Di Martino del tribunale di Cremona aveva chiesto una condanna a sei anni di reclusione. Nella richiesta, il procuratore aveva tenuto conto dello sconto di un terzo di pena previsto per il rito abbreviato e dell’attenuante relativa ai risarcimenti.
Comincia così la presentazione del suo sito nel quale racconta la sua vita, triste stentata e piena di fallimenti compreso il matrimonio.
John nasce a Varsavia (Polonia) nell’aprile 1943 ma la Seconda Guerra Mondiale costringe la sua famiglia a trasferirsi in Italia (1947) in provincia di Milano dove John frequenterà le scuole cattoliche.
Era un giovane felice racconta, ma tutto cambierà quando all’età di quindici anni verrà molestato sessualmente da un prete cattolico. Spiega che da quel momento “La mia personalità è stata distrutta sul nascere, catastroficamente e irreparabilmente. Il trauma è stato così estremo che ho represso il ricordo di quanto accaduto per 39 anni.”
Appena 18enne John e la sua famiglia emigrano nuovamente, questa volta negli Stati Uniti.
E’ solo all’età di 54 anni e a seguito di un grande scandalo sessuale in una parrocchia del Texas, che nella testa di John scatta qualcosa e inizia a ricordare come un fiume in piena quanto gli era accaduto e aveva rimosso per tutti questi anni.
Analizzando i fatti accaduti, col senno di poi si rende presto conto che la sua vita, l’unica vita che ha avuto, è stata rovinata proprio da quelle molestie subite quando era un 15enne e solo oggi riesce a ricollegarle ai fatti accaduti nella sua vita.
Il 4 agosto dello stesso anno, era il 1997, John decide di contattare la Chiesa cattolica locale con l’intenzione di ottenere giustizia.
Il 26 agosto 1997 scrive la sua prima lettera alla Chiesa cattolica, poco dopo gli risponderàun vescovo chiedendo maggiori dettagli. John risponde con una seconda lettera dando tutte le informazioni che ricordava.
Passa un mese. . . nessuna risposta. Scrive allora una terza lettera. . . Passano altri mesi. . . nessuna risposta.
John racconta che dopo aver superato la vergogna e il senso di colpa “non potevo rinunciare. La miseria di una vita di insicurezza, la sofferenza della mia famiglia, il potenziale sprecato di una vita rubata.
Non potevo rinunciare. Non ero pronto ad espormi in pubblico raccontando le molestie o abusi sessuali subiti e, a quel punto pensai che non era davvero necessario: ho fatto allora un grande cartello di quattro piedi di altezza con disegnato un punto interrogativo e una piccola didascalia e mi sono messo di fronte all’ambasciata del Vaticano.
Piuttosto prontamente il vescovo ha finalmente risposto. Mi ha detto che purtroppo il prete presumibilmente coinvolto era morto dieci anni prima, così non c’era nessun caso. Ma il buon vescovo disse anche che avrebbe pregato per me e che la Chiesa avrebbe pagato per la mia terapia.
Pregare per la mia perdita era l’indennizzo del vescovo per il potenziale sprecato e per una vita rovinata, o uno scherzo sacerdotale crudele? “
John allora pensa ad un’altra soluzione, quella di far giudicare all’opinione pubblica. Ed è così che nell’aprile del 1998, un solitario, timido, insicuro e balbuziente vecchio, è apparso di fronte all’ambasciata del Vaticano con un cartellone, mostrandosi a tutti coloro che passavano per quella strada molto trafficata.
Racconta che è in quel momento che ha deciso di tornare davanti agli uffici dell’ambasciatore pontificio ogni giorno e per tutto il tempo che ci sarebbe voluto per convincere la chiesa cattolica romana ad assumersi le proprie responsabilità verso tutti coloro che hanno sofferto per mano dei suoi preti o dei suoi vescovi, che hanno deciso di proteggere i propri sacerdoti e la reputazione della chiesa invece di tutelare i bambini più vulnerabili.
Da 18 anni Jon Wojnowski che oggi ne ha 74, tutti i giorni porta avanti con caparbietà la sua battaglia non violenta per denunciare l’omertà della chiesa.
Mi ha chiamato al telefono pochi giorni fa e mi ha raccontato e chiesto di raccontare la sua storia, eccola quà.
MILANO – Un’altra svolta nel caso del processo che vede imputato don Mauro Galli per presunto abuso sessuale ai danni di un minore nel dicembre 2011.
Non è più solo don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano ad aver denunciato alle autorità che il Vescovo Mario Delpini era a conoscenza dei fatti già dal Natale 2011, ovvero pochi giorni dopo il presunto abuso, ora anche il suo coadiutore don Alberto Rivolta, vicario della Comunità Pastorale di Rozzano pare abbia riferito a Mons. Mario Delfini e Mons. Pierantonio Tremolada la gravità della situazione nei giorni immediatamente successivi al presunto abuso di Don Mauro Galli nei confronti di un ragazzino che frequentava assiduamente l’oratorio di S.Ambrogio, sembra infatti che avesse avvisato direttamente e più volte MONS. MARIO DELPINI chiedendogli con insistenza e determinazione di provvedere affinchè il ragazzino non venisse più in contatto con il Don Galli.
Non solo quindi il parroco don Carlo Mantegazza, che probabilmente ora diventerà un eroe per essere stato il primo ad avere il coraggio di denunciare il proprio vescovo (mons Delpini), o meglio ad aver denunciato di aver informato tempestivamente e con precisione il suo superiore, ma sembra che fossero in diversi all’interno della curia a sapere, tra sacerdoti ed alti prelati.
E quali decisioni furono prese da MONS. DELPINI? Don Mauro Galli fu sì allontanato da Rozzano in tempi molto brevi, ma non fu preso nessun provvedimento (non iniziò nessuna Indagine Previa come previsto dal Diritto Canonico!) e la successiva destinazione verso Legnano prevedeva altresì l’incarico pastorale ANCORA CON MINORI: ben 4 oratori! tutto l’oltresempione.
Ora la patata bollente passa inevitabilmente a Roma, proprio in questi giorni il Santo Padre Papa Francesco annuncerà il successore del Cardinale Angelo Scola e, fino a qualche giorno fa, le indiscrezioni pubblicate su diverse testate giornalistiche davano Mons. Mario Delpini come il favorito, sarà curioso vedere quali decisioni prenderà la Santa Sede nei confronti del Vescovo.
Interessante la coincidenza che proprio alcuni giorni fa Papa Francesco ha fatto l’identikit del “buon prete”:
“Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi” e ancora: “La capacità di denunciare. Un apostolo non può essere un ingenuo”
Forse finalmente anche all’interno del clero il muro di gomma e di omertà inizia a vacillare grazie a semplici sacerdoti come quelli della periferia di Milano che non riescono più a far tacere la propria coscienza e mettendo in gioco il proprio futuro (saranno trasferiti anche loro?) hanno il coraggio di denunciare questi vescovi che continuano a coprire il comportamento orrendo e criminale di altri sacerdoti impuniti che abusano sessualmente di bambini indifesi, macchiandosi loro stessi del perpetrarsi di tali crimini.
Speriamo che anche in Italia, come a Boston, questi primi timidi segnali possano essere solo l’inizio di un processo di profondo e sincero rinnovamento, allontanando tutti quei personaggi odiosi dai vertici della chiesa stessa, che fanno male alla chiesa e sono di scandalo per i fedeli.
Ci si attende ora un’azione ferma e chiara dal Santo Padre, alla luce dei fatti sarebbe viceversa oltremodo scandaloso ed inaccettabile che venissero promossi personaggi come il Vicario generale di Milano Mario Delpini o ancora peggio, venire a scoprire che anche Roma sapeva e non ha preso provvedimenti.
Nell’attesa di conoscere i provvedimenti che il Santo Padre riserverà a mons. Mario Delpini, continuiamo a seguire il caso con estrema attenzione.
L’Ufficio di Presidenza
Dal repertorio dei passati appelli delle vittime italiane ;
La Diocesi sostiene in un comunicato ufficiale di aver gestito il caso con scrupolo e coscienza.
Ma il parroco DON CARLO MANTEGAZZA, della parrocchia di S. Ambrogio di Rozzano, luogo in cui sarebbero avvenuti i fatti, ha dichiarato in Questura di essere venuto a conoscenza dei fatti il giorno 21 dicembre 2011 (ovvero il giorno dopo!) e di aver informato immediatamente i suoi diretti superiori: il Vicario Episcopale di zona Mons. MARIO DELPINI (ora Vicario Generale e TRA I PROBABILI SUCCESSORI DEL CARDINALE ANGELO SCOLA), nonché il responsabile della formazione permanente del Clero che seguiva i sacerdoti appena ordinati, Mons. PIERANTONIO TREMOLADA (nominato successivamente Vescovo). Stiamo parlando dunque dei giorni precedenti il giorno di Natale 2011.
Don Carlo, dopo aver parlato con entrambi più volte, dichiara che è stato da loro deciso il trasferimento di Don Mauro ad altro incarico, perfezionatosi di fatto nel gennaio 2012, epoca in cui è stato allontanato da Rozzano.
Dunque la comunicazione in Diocesi è arrivata ben prima della querela del 2014. E quali provvedimenti sono stati presi?
Non è stata avviata nessuna indagine canonica (indagine previa, come prevista dal Diritto Canonico), e DON MAURO GALLI è stato spostato in un’altra parrocchia: nel marzo 2012 viene nominato Vicario Parrocchiale della Parrocchia di S. Pietro in Legnano e Incaricato della Pastorale Giovanile delle Parrocchie di S. Teresa del Bambino Gesù, dei Santi Magi in Legnano e di SS. Redentore in Legnanello: AD OCCUPARSI ANCORA DI MINORI!
Lo spostamento di don Mauro Galli a Legnano è avvenuto ufficialmente il 1 marzo 2012: MA LA NOTIZIA DEL PRESUNTO ABUSO ERA GIA’ ARRIVATA IN DIOCESI: ben due Vescovi, proprio Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada lo avevano saputo direttamente del parroco Don Carlo Mantegazza nel dicembre 2011.
Quale scrupolo e quale coscienza?
Per lui concepirono un provvedimento di blando “trasferimento a gestire gli oratori estivi di Legnano”, nonostante la comunicazione del Parroco!
In questi giorni il Papa nominerà il successore del Cardinale di Milano Angelo Scola: sarà mai possibile la nomina del Vescovo Delpini?! E’ così che gli alti vertici della Chiesa intendono estirpare la piaga della pedofilia come più volte annunciato da Papa Francesco?!
I fatti che risalirebbero al 2011 sarebbero avvenuti nell’abitazione del sacerdote dove il giovane si trovava per trascorrere la notte in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo e sarebbe proprio in quella occasione che don Mauro Galli avrebbe approfittato del giovane.
I fatti raccontano di un giovane sacerdote che, forse in una fase di preoccupante vacillanza, si sarebbe avvicinato con troppa tenerezza ad un adolescente, giungendo ad atteggiamenti equivoci e poco consoni, quali dormire insieme in un letto matrimoniale abbracciando il ragazzo “da dietro” negli alloggi di proprietà ecclesiale, adiacenti alla chiesa di Sant’Ambrogio a Rozzano, dove prima egli aveva sede.
Attendiamo la prossima udienza fissata per il giorno 21 settembre e continuiamo a seguire il caso che dunque vede coinvolta la Diocesi di Milano.