Il Tribunale ecclesiastico incaricato dal Dicastero per la Dottrina della Fede per la definizione del giudizio di appello per la causa canonica concernente il sacerdote ambrosiano don Mauro Galli, accusato del delitto di abuso su minore, ha recentemente comunicato all’imputato di essere giunto a sentenza.
Il disposto, in risposta al quesito posto dal Promotore di Giustizia del Dicastero, relativamente alla decisione se riformare o meno la sentenza di primo grado, è nei termini seguenti: «Rispondiamo negativamente in quanto la sentenza di primo grado non è da ritenersi giuridicamente infondata, e quindi che non consta della colpevolezza dell’imputato Rev. Mauro Galli per il delitto di cui è accusato», ritenendo altresì «proporzionato confermare le disposizioni a carattere cautelare (sebbene in parte già giunte a scadenza a motivo del tempo nel frattempo trascorso) stabilite nell’appellata sentenza di primo grado».
Pertanto «passa in giudicato e non è ulteriormente impugnabile con mezzi ordinari» la sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, del 24 giugno 2019 che, pur stabilendo che non consta della colpevolezza dell’imputato relativamente al delitto di cui è accusato, giudica il sacerdote «responsabile di comportamento non idoneo e gravemente inopportuno nei confronti del minore, atteggiamento che ha creato turbamento al minore stesso, alla sua famiglia e alla Chiesa di Milano» e chiede dunque l’adozione di alcune cautele, di carattere non penale.
Nell’ambito del giudizio dei fatti in sede statale, come riportato più ampiamente in un precedente articolo, il 26 settembre 2023, la sentenza definitiva della Corte d’Appello di Milano, Sezione Seconda Penale, ha accolto il concordato della difesa e del procuratore generale per una riqualificazione del reato attribuito a don Mauro Galli, in quanto «non potendosi ritenere credibile il racconto della persona offesa sul tentativo di penetrazione» il rimando all’art. 609 bis è inteso con riferimento all’ultimo comma dello stesso, concernente i «casi di minore gravità». La pena è stata pertanto ridotta rispetto a quanto previsto dal precedente giudizio d’Appello (annullato dalla Cassazione) a tre anni di reclusione, con detenzione domiciliare e possibilità di svolgere un’attività professionale.
L’Ordinario diocesano, a seguito di quanto disposto in sede statale e in adempimento di quanto stabilito dal Tribunale operante su incarico del Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre prende atto che in forza del diritto sono venute meno le misure cautelari sinora vigenti a carico di don Mauro Galli (sospeso dall’esercizio pubblico del ministero dal 7 maggio 2015), ha disposto il prosieguo della limitazione all’esercizio del ministero e delle facoltà di celebrare in pubblico per i prossimi tre anni: il sacerdote pertanto continuerà in questo periodo di tempo a svolgere la sua attività professionale non ecclesiastica e a vivere di essa.
«Si conclude una lunga vicenda umana e giudiziaria che ha segnato pesantemente la vita e le relazioni di persone, di famiglie e di comunità ecclesiali – dichiara il Vicario generale della Diocesi, monsignor Franco Agnesi -. Non si conclude tuttavia il cammino di queste persone, famiglie e comunità. Il male compiuto e sofferto può essere consolato se si apre a riconoscere la sofferenza dell’altra persona e conduce tutti a prendersi cura del bene degli altri e del bene di tutti. E ci conduce tutti ad essere più umili e puri di cuore».
In alcuni casi avevano adescato i minorenni facendogli credere di parlare con una loro coetanea, o con un loro coetaneo, inducendoli a inviare materiale pornografico autoprodotto. In altri erano riusciti anche a incontrare nel mondo reale le giovani vittime, con le quali, approfittando della loro ingenuità e riuscendo a guadagnare la loro fiducia, hanno consumato rapporti sessuali. Due le persone arrestate, almeno 10 le vittime tra le province di Monza Brianza, Milano e Treviso.
La Polizia postale di Milano e i Carabinieri di San Donato Milanese hanno smantellato un vero e proprio sistema criminale finalizzato all’adescamento di minori – volto sia alla produzione di materiale pedopornografico sia a costringere (o convincere) i minori ad atti sessuali con i due adulti – dopo una complessa e articolata attività di polizia giudiziaria durata quasi un anno e conclusasi a fine settembre con l’applicazione della custodia cautelare in carcere per due giovani uomini, uno italiano e uno di origini ecuadoregne – rispettivamente residenti in provincia di Cremona e Monza Brianza.
L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano, è partita dalla denuncia ai Carabinieri di Peschiera Borromeo da due genitori preoccupati per gli improvvisi cambiamenti nelle abitudini e nei comportamenti del proprio figlio, adolescente. I militari, intuendo che il ragazzo poteva essere vittima di un adescamento su internet, ne davano subito notizia all’Autorità giudiziaria di Milano.
Nonostante gli accorgimenti tecnici adottati dagli adescatori per occultarsi nel web, le indagini hanno permesso prima di arrestare il ventisettenne dell’Equador R.L.L.F., rider e animatore presso un oratorio monzese (persona già gravata da pregiudizi di polizia per reati della stessa natura) e, in un secondo momento, il trentanovenne B.M., incensurato, impiegato presso una ditta di autotrasporti milanese. Entrambi i soggetti sono stati colti in possesso di un’ingente quantità di materiale pedopornografico, che in parte si scambiavano e cedevano a terzi.
I successivi sviluppi investigativi hanno inoltre consentito di scoprire una vera e propria rete di abusi in danno di numerosi minorenni di età compresa tra gli otto e i diciassette anni. In svariati episodi gli arrestati avevano adescato i minorenni facendogli credere di parlare con una loro coetanea, o con un loro coetaneo quando intuivano che dall’altra parte vi era un minore con tendenze omosessuali, così inducendoli a inviare materiale pornografico autoprodotto.
Tale era il livello di perfezionamento delle tecniche adottate che gli arrestati sono riusciti anche a incontrare nel mondo reale tre delle giovani vittime, con le quali, approfittando della loro ingenuità e riuscendo a guadagnare la loro fiducia, hanno consumato rapporti sessuali.
«Dovevamo lasciare l’aula per frequentare alcune lezioni di religione e andare nel seminterrato in una stanza chiamata “Sala dei Laboratori”. Venivano tirate grandi tende nere. Era qundi buio pesto quando accendeva il macchinario che proiettava le immagini su un grande schermo. Ricordo le vite degli apostoli, di Cristo e della Vergine Maria, in paesaggi magnifici. Era magico. Sento ancora il rumore che faceva ogni volta che inviava una nuova immagine. Potevo vedere ogni suo gesto, ma non diceva molto. Per tutto il tempo mi accarezzava. Come la maggior parte degli scolari, portavo i pantaloni corti».
I fatti risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso a Bramois, un villaggio vicino a Sion, nel Vallese, Svizzera francese. A parlare è Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, quello che gli era successo da bambino. «I vescovi minimizzavano – ricorda – mi dicevano che ero l’unico ad aver subito abusi in Svizzera». Il parroco è Simon Fournier, un uomo conosciuto e rispettato in tutto il circondario, mentre la famiglia Falcioni subisce una sottile discriminazione a causa delle origini italiane. Il prete lo sa e non a caso sceglie Gérard e la sorella minore come vittime: «puntava i più vulnerabili: i poveri, gli orfani, gli immigrati o quelli che erano già oggetto di qualche chiacchiera di paese – ricorda Falcioni – così, nel caso avessero raccontato quello che faceva, avrebbe potuto facilmente screditarli». È il solito modus operandi del predatore pedofilo: avvicinare chi è indifeso e poi esercitare sulla vittima (e spesso sulla sua famiglia) il suo potere, sicuro che nessuno oserà mettere in discussione la sacralità della figura sacerdotale. Don Fournier, però, sarà denunciato da un gruppo di genitori (tra cui quelli di Gérard) e infine condannato nel 1973 a diciotto mesi da un tribunale civile, che lo riterrà colpevole di «attentato al pudore dei bambini e oltraggio pubblico». La chiesa, imperterrita, continuerà a fare finta di nulla. Il prete, a cui era stato vietato di occuparsi dei bambini, sarà poi spostato in un’altra parrocchia e tutto verrà insabbiato. «Nessuno parlava del processo, la stampa taceva e tutti hanno continuato a pensare che mentissimo – ricorda Falcioni – mio padre, che aveva una piccola azienda, non ha più trovato lavoro in paese».
Dopo la pubblicazione nel 2002 del suo primo libro, L’etabli de la vie. J’ai été abusé à l’âge de cinq ans (Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni, edizioni Mon Village 2002) in cui racconta la violenza subita da Fournier, Falcioni comincia a ricevere «una pioggia di testimonianze di altre vittime». Storie terribili, di ragazzini stuprati senza pietà e poi abbandonati al proprio destino, famiglie che non si danno pace per quello che è successo ai figli mentre vedono i responsabili fare carriera, sostenuti dal rispetto della comunità. Vite che spesso, nell’impossibilità di superare il trauma e di avere giustizia, hanno un esito tragico. «Erano almeno sessanta le vittime nel Vallese che si sono rivolte a me – racconta Falcioni a Domani – io ho riportato tutto al vescovo di Sion (Norbert Brunner, ndr) ma lui non solo ci riduceva al silenzio, ma ci disprezzava. Una vittima che parlava, lui la disprezzava». Molti, nell’impotenza e nell’abbandono, muoiono tragicamente. «In effetti, è spaventoso il numero di testimonianze che ho ricevuto in cui ci sono dei morti – scrive Falcioni in una lettera a un amico – Un terzo dei bambini abusati all’epoca è morto. Un altro terzo è scomparso, insieme alle famiglie».
Vent’anni dopo, finalmente, qualcosa è cambiato. La Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne, Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi». Molti di questi archivi, in realtà, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco.
Lo studio-pilota, sulla cui base verrà condotta un’analisi più approfondita nei prossimi due anni, è stato presentato il 12 settembre scorso e ha identificato 1002 casi di violenza dal 1950 ad oggi, 520 abusatori e 921 vittime, in maggioranza maschi (56 per cento) e in gran parte minorenni (74 per cento). Un numero certamente parziale ma già indicativo della pervasività del fenomeno a tutti i livelli, non soltanto nelle parrocchie ma in ogni contesto ecclesiale. Gli abusi riscontrati si concentrano infatti soprattutto nell’ambito della pastorale (in particolare durante i colloqui in confessionale o l’accompagnamento spirituale), ma anche in quello liturgico (soprattutto fra i chierichetti) e pedagogico (scuole religiose, campi estivi e in generale attività per l’infanzia e la gioventù). «Nel periodo considerato, abbiamo potuto appurare che in molti casi i vescovi hanno contibuito a insabbiare o a minimizzare gli abusi, evitando talvolta anche i necessari processi ecclesiastici e le misure prese erano spesso il trasferimento dei responsabili in altre diocesi o all’estero», sintetizza Vanessa Bignasca, ricercatrice del team di Zurigo.
Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, si è detto sconvolto dal report di Zurigo e ha comunicato di voler creare un tribunale ecclesiale penale e disciplinare per la chiesa in Svizzera. Il nuovo tribunale ecclesiastico non prevarrà su quello dello Stato ma si occuperà delle sanzioni da adottare contro i membri del clero in caso di violazione di una legge ecclesiastica. Monsignor Gmür ha assicurato che incontrerà a breve le autorità vaticane, non solo per discutere della proposta ma anche per chiedere che gli archivi dei Dicasteri vengano messi a disposizione del team di Zurigo nel proseguimento dell’indagine.
Intanto, sette parrocchie della diocesi di Lucerna hanno smesso di pagare le tasse ecclesiastiche e hanno deciso di versare su un conto bloccato la quota dell’1% che normalmente andava al vescovado di Basilea, per protesta sulla gestione degli abusi che, sostengono, «sono noti da decenni». «Basta chiarimenti fra colleghi, vogliamo chiarezza», si legge in un comunicato dei consigli ecclesiastici dell’area pastorale della regione di Willisau, a una trentina di chilometri da Lucerna. Esigono indagini indipendenti e un servizio di accoglienza delle vittime esterno alla chiesa, la fine della pratica di distruzione dei documenti riservati e l’apertura degli archivi del nunzio Martin Krebs. Non solo: d’accordo con il vescovo Gmür, chiedono «un impegno inequivocabile, chiaro e duraturo per avviare un cambiamento culturale e ristrutturare radicalmente il sistema». Il che significa, specificano, abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti e includere le donne «in tutti gli uffici e gli ordini» della chiesa.
Una cosa è certa: nulla sarebbe successo senza l’insistenza e il coraggio dei sopravvissuti. Nel 2010 Gérard Falcioni, insieme a Jacques Nuoffer e a Marie-Jo Aeby, ha fondato Sapec, Gruppo di sostegno alle persone abusate da personalità religiose, associazione che si batte affinché la chiesa riconosca le proprie responsabilità e si preoccupi di rendere giustizia alle vittime dei preti pedofili. Sapec in questi anni ha dato una spinta importante al processo di svelamento della realtà degli abusi in Svizzera: prima con la costituzione della Cecar nel 2016, una commissione di ascolto di vittime di abuso clericale costituita da vescovi e sopravvissuti con il sostegno di alcuni parlamentari, e poi con la collaborazione all’inchiesta dell’università di Zurigo insieme all’omologa IG-MikU, attiva nella Svizzera tedesca.
«La Cecar è davvero un risultato unico al mondo, perché è una commissione neutrale, creata con il consenso dei preti e delle vittime. Da un lato, le autorità ecclesiastiche che hanno firmato l’accordo sono coinvolte nel suo funzionamento, dall’altro le vittime beneficiano del fondo di risarcimento», spiega Jacques Nuoffer, psicologo e presidente Sapec, anche lui sopravvissuto all’abuso di un abate quando era ragazzo. Sempre nel 2016, la Conferenza dei vescovi e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno infatti istituito una commissione di indennizzo per chi ha subito violenza in un contesto ecclesiale: la somma è alquanto simbolica – fino a ventimila franchi – ma perlomeno è un segno che la chiesa comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Secondo Nuoffer, una cinquantina di persone ha già usufruito del risarcimento. Anche se, sottolinea Gérard Falcioni, «c’è una disparità di trattamento fra chi parla e chi no: sappiamo che la diocesi di Friburgo ha versato fino a centomila franchi alle vittime che hanno promesso di tacere, mentre quelle che denunciano ne ricevono solo ventimila. La verità costa cara». Fra i promotori della Cecar c’è il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, lo stesso che nella sua diocesi ha istituito un gruppo di riflessione sull’eventuale rimozione dei mosaici di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su diverse donne, come abbiamo scritto su Domani (https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8).
Il nome di Morerod compare anche fra i sei vescovi denunciati dall’ex vicario generale di Losanna Nicolas Betticher, oggi parroco a Berna, al nunzio apostolico in Svizzera Martin Krebs. Secondo quanto scrive a maggio 2023 don Betticher nella sua lettera all’ambasciatore del papa, il vescovo Morerod sarebbe venuto a conoscenza di un caso di abuso nel 2011 e non avrebbe fatto nulla; anzi, avrebbe provveduto a promuovere il sacerdote colpevole, salvo poi sospenderlo nel 2020 quando la faccenda era ormai diventata di dominio pubblico. Per molti, la lettera di accusa di Betticher, resa nota dal giornale svizzero SonntagsBlick lo scorso 10 settembre, non è che una vendetta personale per non essere stato eletto vescovo al posto di Morerod. «Io e altre tre o quattro vittime abbiamo denunciato il fatto che Betticher ci ha maltrattato», sottolinea Nuoffer, e anche Falcioni conferma che gli appelli delle vittime a Betticher quando era vicario restavano lettera morta.
Una questione non chiara, che ha portato il Dicastero dei vescovi ad affidare al vescovo di Coira Joseph Bonnemain un’indagine previa canonica sulle presunte coperture di abusi, che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Le direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri infatti sono precise e – a differenza di quanto succede in Italia – impongono ai responsabili della Chiesa di denunciare al pubblico ministero i sospetti di reati sessuali contro i minori. Inoltre, una legge ecclesiastica del 2019 «obbliga a segnalare immediatamente qualunque sospetto di occultamento al vescovo competente, il quale ha a sua volta l’obbligo di informarne subito l’autorità vaticana competente. Inoltre, questa legge stabilisce che impedire o influenzare le indagini o i procedimenti giudiziari sia ecclesiastici che statali è un crimine che deve essere denunciato e – a seconda del risultato del procedimento penale ecclesiastico – anche sanzionato». Su questo punto è netto il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano: «il nostro dovere, come vescovi, è innanzitutto di accogliere e ascoltare le vittime che vogliono parlarci e di prevenire altri abusi. Appena veniamo a conoscenza di un reato dobbiamo sempre denunciare alla giustizia civile, anche se la vittima non è d’accordo, per prevenire altri possibili abusi. Noi possiamo poi prendere le misure interne alla Chiesa, che riguardano le conseguenze per la vita del sacerdote in quanto sacerdote, ma non siamo titolati per fare un’indagine penale, che spetta alla magistratura. La legge civile vale per tutti, non ci sostituiamo mai allo Stato».
Monsignor de Raemy giudica con favore lo studio-pilota di Zurigo: «questo report l’abbiamo voluto, commissionato e finanziato proprio per mettere le persone vittime al centro e per capire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per correggerci, perché ogni abuso, di qualsiasi tipo, è in totale contraddizione con il Vangelo». La situazione della diocesi di cui monsignor De Raemy è amministratore è la più controversa: infatti è proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”. Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. «Una dichiarazione – spiega Vanessa Bignasca – che rende impossibile capire che cosa ci fosse davvero in quei cassetti». Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna» (art 489.2). Una norma che certo non agevola la trasparenza. «Di questi documenti si dovrebbe comunque conservare un breve sommario con il testo della sentenza definitiva, disposizione che nella diocesi di Lugano non è stata osservata», sottolinea Bignasca.
Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report – verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenza piuttosto una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».
La posizione geografia e la storia recente del Ticino (fino al 1884 le parrocchie dipendevano dalle diocesi di Milano e Como) lo rendono per molti versi più vicino alla consuetudine omertosa dell’Italia che ai tentativi di chiarezza portati avanti negli altri cantoni. La frontiera fra i due paesi poi, è blindata per i migranti ma è quanto mai porosa quando si tratta di sacerdoti con un passato poco presentabile, come testimonia la storia di don Italo Casiraghi. Ex parroco di Gordola, vicino a Locarno, viene arrestato dalla polizia nel 2004 con l’accusa di «atti sessuali con fanciulli e molestie sessuali» e condannato l’anno seguente a sei mesi con la condizionale, ma nel 2012 viene ritrovato dal presidente della Rete l’Abuso Francesco Zanardi mentre dice messa a Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il trasferimento da una parrocchia all’altra dei preti pedofili, pratica usata abitualmente dai vescovi per far sparire temporaneamente i sacerdoti con denunce (ma anche con condanne penali) non ha evidentemente confini.
Molto resta ancora da capire per avere un quadro completo della realtà, come sottolineano gli stessi redattori del report. Restano per esempio da indagare l’associazionismo cattolico, i gruppi giovanili, a partire dagli scout, e da approfondire la gestione delle numerose scuole e collegi cattolici. «L’orrore della chiesa è che gli abusatori vengono coperti dai loro superiori. Non c’è mai stato un preside che abbia protetto un insegnante responsabile di reati di questo tipo, mentre nel caso della chiesa cattolica è stata l’istituzione stessa a insabbiare», conclude Falcioni. «I vescovi svizzeri hanno avuto coraggio a chiedere un’indagine indipendente, ma all’interno della chiesa è più che mai necessario un cambiamento radicale».
Francesco Zanardi – Il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni dell’Italia in materia di minori, all’esamina dell’UE
lo scorso venerdì, la Commissione per le Petizioni ha ritenuto ricevibile la denuncia dall’Associazione del 19 aprile scorso, nella quale si lamentano le gravi inadempienze del Governo italiano in materia di prevenzione e tutela di minori e persone vulnerabili.
Nella sintesi della petizione (0354/2023) pubblicata sul portale UE si rilevano i punti ritenuti di maggiore interesse:
“Il firmatario denuncia la presunta incorretta applicazione della Convenzione di Lanzarote in Italia, in materia di reati sessuali, ratificata con la legge n. 172/2012.
Il firmatario sottolinea che in Italia sono esenti dall’obbligo di esibizione del certificato antipedofilia le associazioni di volontariato, tra le quali figurano le cooperative di servizi e le confessioni religiose. In particolare, egli sostiene che queste ultime godrebbero al loro interno di una maggiore tutela in riferimento ad eventuali reati sessuali e, sommando questo elemento all’esenzione dal certificato e all’assenza di un obbligo di trasmissione delle denunce alle autorità nazionali, l’insieme rappresenterebbe un incentivo per gli abusivi, con la conseguenza di impunità e di vittime di cui nessuno si fa carico.
A sostegno delle proprie tesi cita i dati del report sugli abusi sessuali all’interno del clero, rilasciato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel quale la stessa CEI indica che, dai dati dal 2020 al 2021, da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi, i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 su un totale di 68 segnalati, corrispondenti al 33,8 %.
Egli sostiene inoltre che, nonostante la Chiesa abbia istituito gli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili, questi risulterebbero inadeguati, rappresentando ulteriori strumenti di violenza contro le vittime.
Fa presente che gli esiti di questi processi sono spesso condanne mendaci, con diversi tentativi di accordi tra le parti.
Ricorda infine che il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite ha sottolineato la propria preoccupazione per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte del personale religioso della Chiesa cattolica in Italia e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana, dichiarando la necessità di un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini basato sull’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale, su indagini trasparenti ed efficaci, sull’obbligo della segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza e infine sulla modifica della legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da includere il volontariato.
Il firmatario richiede pertanto l’intervento delle istituzioni europee per chiarire le iniziative europee, al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori in Italia ed eventuali iniziative normative per estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini ed esigere il certificato antipedofilia alle categorie oggi esenti.”
La stessa Petizione (0354/2023) è stata ritenuta “sostenibile” dai cittadini che lo vorranno, direttamente dal Portale delle Petizioni.
Un fascicolo simile nei contenuti, era stato parallelamente inviato anche al Comitato per la tutela dell’infanzia dell’ONU, dove pochi giorni fa è stato integrato con il report sulle omissioni al Motu proprio della CEI.
REPERTORIO +
A questo proposito, se pur omessa dagli organi di informazione nazionali, il 15 lug 2022 – (Agenzia Nova) rendeva noto che – La Commissione europea ha deciso di avviare procedimenti di infrazione contro Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo, in merito al rispetto della direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile.
La Commissione ha inviato una lettera di costituzione in mora all’Irlanda, e lettere di costituzione in mora complementari all’Italia, Portogallo e Spagna, per la mancata attuazione delle disposizioni della direttiva, che impone agli Stati membri di stabilire norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in materia di abuso e sfruttamento sessuale dei minori, pornografia minorile e adescamento di minori per scopi sessuali.
Essa introduce inoltre disposizioni intese a rafforzare la prevenzione di tali reati e la protezione delle vittime. La Commissione ritiene che i quattro stati membri non abbiano recepito correttamente alcune disposizioni relative alla definizione di determinati reati, alla prevenzione e all’assistenza alle vittime.
Gli Stati sottoposti a procedimento, dispongono ora di due mesi per rispondere ai rilievi espressi dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.” (Agenzia Nova)
Mentre tutte le nazioni citate si sono attivate in materia, l’Italia non ha ancora proferito parola.
Federica Tourn – Emerge un altro caso di pedofilia durante il processo a don Giuseppe Rugolo
Più che le presenze, hanno pesato le assenze nell’aula del tribunale di Enna dove si sta celebrando il processo di primo grado con rito abbreviato per violenza sessuale aggravata a danni di minori. Presente l’imputato Giuseppe Rugolo, il prete 40enne che è stato denunciato da un archeologo oggi 28enne ma minorenne all’epoca dei fatti. Assente, invece, il teste chiave dell’udienza chiamato dalla difesa. Anche in questo caso si tratta di un sacerdote, l’ex rettore del seminario diocesano Vincenzo Cultraro, che è anche parroco della chiesa madre di Gela (in provincia di Caltanissetta). La stessa parrocchia dove un catechista di 33 anni a luglio è stato rinviato a giudizio con l’accusa di atti sessuali su un minorenne.
Due storie distinte e separate che si incrociano quando iniziano le indagini proprio sull’animatore parrocchiale di Gela. A denunciare il catechista è stato un ragazzo che ha raccontato di avere subito violenze ed essere stato indotto a compiere atti sessuali dall’uomo – che è proprietario di un negozio – già da quando aveva 12 anni, abuso continuato nei successivi sei anni. Episodi che sarebbero avvenuti all’interno della parrocchia. Una situazione di cui sarebbero stati a conoscenza il parroco Cultraro, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana e anche Giuseppe Rugolo. Nessun provvedimento sarebbe stato adottato nei confronti del catechista che, negli anni, è sempre rimasto attivo nella comunità parrocchiale. Stando a quanto riferito dagli avvocati di Rugolo, che lo avevano chiamato sul banco dei testimoni, Vincenzo Cultraro al momento sarebbe «irrintracciabile».
Per arrivare alla sentenza del processo a Rugolo, arrestato nell’aprile 2021 a Ferrara, si dovrà aspettare il 10 gennaio 2024. Nel corso delle udienze, sono emerse diverse chat erotiche del prete e testimonianze di atteggiamenti intimi con altri giovanissimi che frequentavano il gruppo parrocchiale. Sorprendente una conversazione telefonica intercettata fra Rugolo e Gisana, in cui il vescovo lo rassicura dicendogli «Caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare Santo». All’inizio della vicenda, i genitori della vittima avevano denunciato di avere ricevuto dalla diocesi un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio.
Fonte MeridioNews
Alessio Di Florio – Un vescovo minimizza la pedofilia clericale, in passato alcuni preti hanno accusato i bambini vittime
“I media vorrebbero farci credere che [l’abuso sessuale] esiste solo nella Chiesa cattolica”, e “abbiamo dei media che vogliono fare sensazionalismo e non sanno come riferire”. Sono alcune delle frasi pronunciate da vescovo Steve Lowe delle diocesi cattoliche di Auckland e Hamilton che ha cercato di minimizzare gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. In Nuova Zelanda almeno il 14% di tutti gli abusi sono stati commessi da membri della Chiesa cattolica, probabilmente sono molti di più. Dati che smentiscono Lowe che ha ripetuto quanto già affermato da altri vescovi. Non può essere una coincidenza che i vescovi cattolici di tutto il mondo abbiano seguito lo stesso “playbook” rivelato nel Pennsylvania Grand Jury Report del 2018, che identificava una serie di pratiche “che apparivano regolarmente, in varie configurazioni”, negli archivi diocesani ha sottolineato The Post. Minimizzare, spostare l’attenzione altrove, le linee guida dei vescovi. Nel 2015, intervistato su La7, un prete della diocesi di Trento affermò che “ci sono bimbi che cercano affetto perché non lo hanno in casa e quindi alcuni preti possono anche cedere” rispondendo “In buona parte sì” al giornalista che chiese “sono quindi i bambini a provocare la pedofilia?”. “Ci sono minori che sono consenzienti, che desiderano avere rapporti sessuali e che se non stai attento ti provocano persino” affermò nel 2007 in un’intervista al quotidiano “La Opinion” il vescovo di Tenerife. Entrambi i prelati paragonarono la pedofilia all’omosessualità che condannavano mentre sono apparsi più indulgenti nei confronti di preti pedofili.
Fonti: The Post, Il Giornale, Quotidiano Nazionale
Pierelisa Rizzo – Terzo processo per abusi sessuali all’Istituto Provolo – COMUNICATO STAMPA DI XUMEK LAWYERS
“Non solo è stato un processo molto lungo (395 udienze in 2 anni, 5 mesi e 15 giorni), ma è stato anche complesso e difficile per le vittime e per quelli di noi che hanno accompagnato la loro richiesta di giustizia”. Lo scrive in un comunicato stampa la Xumek Lawyers, l’Associazione per la promozione e protezione dei diritti umani in argentina , a fianco delle vittime nel terzo processo per gli abusi sessuali avvenuti nell’istituto Provolo, a Lujan de Cuyo.
Secondo la XUMEK le vittime si sarebbero confrontate con un team di diversi avvocati assunti dalla Chiesa cattolica che hanno attaccato costantemente i giovani del Provolo, denunciando le persone che li aiutavano ad affrontare il dolore degli abusi subiti. Hanno denunciato gli interpreti ufficiali del primo processo, hanno denunciato gli esperti medico legali, gli psicologi e gli assistenti sociali che hanno accompagnato le vittime, e hanno anche denunciato alcuni genitori e la maggior parte degli avvocati di Xumek.
“Il loro obiettivo non è quello di ottenere una risposta giudiziaria – scrivono i rappresentanti dell’associazione nel comunicato – ma di intimidire le vittime e molestarle per aver osato testimoniare e portare alla luce i costanti abusi sessuali e torture subite all’interno dell’istituzione religiosa ed educativa di Lujan de Cuyo”.
Un processo sicuramente particolare per il polo giudiziario di Mendoza anche per i continui problemi che ci sono stati con i giudici, con alcuni magistrati ricusati per la loro condotta non etica.
A questo si è aggiunto il fatto che le vittime hanno dovuto testimoniare di nuovo, nonostante lo avessero già fatto davanti alle telecamere durante l’indagine penale preparatoria, e che le loro dichiarazioni fossero state filmate e tutti i difensori avessero potuto interrogarle.
Intanto la principale accusata, la suora giapponese Kumiko Kosaka, è stata rimessa in libertà a causa della scadenza dei termini massimi per i quali una persona può essere imprigionata senza condanna
Ma, nonostante tutto, le vittime sono state sempre a disposizione del Tribunale affinchè si arrivi alla verità.
Lo scorso 18 ottobre 2023, alle ore 8:30, nell’aula 15 del nuovo Polo Giudiziario Penale di Mendoza gli imputati hanno avuto la possibilità di pronunciare le loro ultime parole, davanti agli occhi di tutte le vittime, presenti in aula.
D’altro canto in questo processo non viene messa in discussione la veridicità dei fatti denunciati, perché questi sono già stati confermati nel primo e nel secondo processo che si sono svolti nel 2019. Gli abusi sessuali sono stati già confermati anche dalla Corte Suprema di Giustizia di Mendoza e dalla Corte Suprema di Giustizia della Nazione. La sentenza si limiterà a stabilire se gli imputati erano a conoscenza degli abusi e, avrebbero potuto evitarli, ma in nessun modo entrerà nel merito dell’effettiva esistenza degli abusi e dello status di vittime.
Fonte Xumek Lawyers
Federico Tulli – Lo vuole Gesù
La pedofilia di matrice ecclesiastica ha diverse peculiarità che la distinguono dalle violenze agite sui bambini in altri ambiti. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendola alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza. C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare ‘padre’ da parte degli ‘educatori’. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità calcolata che apre la strada alla violenza. E non è un caso se numerose vittime siano bambini con tragiche storie familiari alle spalle.
A tal proposito vale la pena ricordare le considerazioni di uno dei massimi esperti investigativi in Italia, l’ex procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno.
«Il discorso viene spesso liquidato “solo” come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a una violenza incestuosa che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale». Queste riflessioni rilasciate in una famosa intervista al Giornale nel 2010 sono sicuramente preziose ancora oggi per chi è ha a cuore la tutela e l’incolumità psicofisica dei bambini eppure per queste parole Forno fu sottoposto a un’ispezione ministeriale per accertare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Una vicenda surreale che si concluse con un nulla di fatto ma che rende l’idea di cosa significhi indagare nel nostro Paese quando sotto la lente della magistratura finisce un sacerdote.
di Federico Tullli – La pedofilia di matrice ecclesiastica ha diverse peculiarità che la distinguono dalle violenze agite sui bambini in altri ambiti. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendola alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza. C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare ‘padre’ da parte degli ‘educatori’. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità calcolata che apre la strada alla violenza. E non è un caso se numerose vittime siano bambini con tragiche storie familiari alle spalle.
A tal proposito vale la pena ricordare le considerazioni di uno dei massimi esperti investigativi in Italia, l’ex procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno.
«Il discorso viene spesso liquidato “solo” come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a una violenza incestuosa che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale». Queste riflessioni rilasciate in una famosa intervista al Giornale nel 2010 sono sicuramente preziose ancora oggi per chi è ha a cuore la tutela e l’incolumità psicofisica dei bambini eppure per queste parole Forno fu sottoposto a un’ispezione ministeriale per accertare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Una vicenda surreale che si concluse con un nulla di fatto ma che rende l’idea di cosa significhi indagare nel nostro Paese quando sotto la lente della magistratura finisce un sacerdote.
È stato un allontanamento progressivo e micidiale, tipico di una società che si sta trasformando nel profondo sotto l’effetto della secolarizzazione. Anche la cattolicissima Italia che un tempo era nota per essere patria di santi e missionari si sta avviando ad assomigliare sempre di più alla Francia o alla Germania, dove la religione è ormai un elemento quasi marginale nella vita delle persone.
A fotografare impietosamente il fenomeno dell’abbandono è una ricerca nazionale che la rivista cattolica Il Regno – fondata dai Dehoniani – ha affidato al professor Paolo Segatti dell’Università di Milano con il compito di scandagliare a fondo gli italiani. Il risultato finale è stato presentato a Camaldoli, ad un convegno al quale partecipa anche il cardinale Pietro Parolin.
FIDUCIA
Probabilmente l’immagine della società che fuoriesce non è di certo quella sperata dalla Chiesa.
In poco più di dieci anni chi non crede in Dio è passato dal 26% al 36%. Mentre chi, al contrario, afferma di credere (non importa se graniticamente o con dubbi a seguito) è solo il 57% della popolazione, contro il 72% del 2009. Grosso modo un italiano su due. In quattordici anni la frequenza alle messe è ormai in picchiata ovunque. Chi va in parrocchia ogni domenica, per esempio, è solo il 18%. Tuttavia resta molto forte nella gente il riferimento culturale di base.
Alla domanda a quale religione si appartiene, il 72,7% risponde senza esitazione: «A quella cattolica». Nel frattempo però la scristianizzazione affiora in un altro dato. Gli atei dichiarati sono raddoppiati e dal 6,2% sono saliti al 15,9%. Resta però ancora una certa fiducia di fondo nell’istituzione ecclesiale che dal 68% passa al 58%. Anche su questo fronte si tratta di un dato in calo probabilmente per effetto degli scandali legati agli abusi sessuali che in questo decennio hanno squassato la Chiesa.
Una dinamica di sfiducia già sperimentata in altri Paesi europei che stanno cercando di recuperare la fiducia collettiva con l’avvio di seri programmi di tutela per le vittime di abusi. «C’è un declino della partecipazione e dell’adesione alla vita religiosa, con un aumento in questi ultimi 15 anni di percentuali significative. Un calo costante, inarrestato e su settori crescenti», spiegano gli organizzatori. Il professor Segatti rileva poi che il Covid, in questo quadro incerto, ha finito per allontanare ancora di più gli anziani che si recavano regolarmente in chiesa prima della pandemia.
I nonni ormai si sono abituati ad assistere alle liturgie in tv dopo che la pratica era stata sdoganata direttamente da Papa Francesco durante il periodo del lockdown. Ma con la fine della pandemia la situazione non era tornata ai livelli precedenti, anzi, nella ricerca è ulteriormente peggiorata, sono contenute novità anche sul versante del comportamento politico visto che la propensione al voto dei cattolici si posiziona nell’area di centro, sia di coloro che guardano a centro-destra, sia di coloro che guardano a centro-sinistra. Inoltre i cattolici praticanti sono più propensi alla partecipazione politica e sono meno esposti alle sirene sovraniste.
FUTURO
Il tema della scristianizzazione da tempo è al centro delle riflessioni di Papa Francesco che, proprio per questo, ha convocato in Vaticano oltre 400 delegati da tutto il mondo per prendere parte al Sinodo sulla Sinodalità, vale a dire una maxi riflessione con l’obiettivo di individuare cammini condivisi per avvicinare la Chiesa alla gente e renderla maggiormente attrattiva. Tra i temi che si affacciano anche quelli relativi alla morale sessuale, all’omosessualità, alle donne e a come applicare metodi più democratici nella gestione delle diocesi. Inutile dire che l’assemblea è spaccata in due nonostante gli appelli all’unità da parte del Pontefice.
Franceso Zanardi – Report delle vittime sulle omissioni al Motu proprio della Conferenza Episcopale Italiana
“Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”
Matteo Zuppi
… Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.
Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, 332 casi italiani, quelli documentati direttamente attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.
Le interrogazioni che ci siamo posti nell’indagine;
Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?
Ebbene non i risultati, ma nello scrutinio delle schede, questi i dati che emergono sistematici, quindi scontati.
Il report sarà reso pubblico nei prossimi giorni a Roma, durante il sinodo e la annessa manifestazione di 3 giorni (dal 27 al 30) organizzata da Eca Global di cui Rte l’Abuso è fondatrice e che raggruppa le associazioni dei sopravvissuti in tutto il mondo.
A questo proposito la Redazione del TG NEWS annuncia fuori dalla sola edizione del sabato, contributi speciali sugli eventi che avranno luogo a Roma.
Alessio Di Florio – Un prete-preside videopedofilo su cui è calato il totale silenzio
La settimana scorsa abbiamo raccontato una vicenda partita dalla Sicilia e giunta in Vaticano di un prete che ha molestato ed umiliato per anni un ragazzo. «Mi convinse a fare delle video chat erotiche con un prete di Chieti» ha dichiarato la vittima a Repubblica ormai quasi un anno fa. Il prete «da un lato lo umilia dicendogli che è “un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente”, dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: “il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione”» si legge nell’inchiesta di Federica Tourn sul quotidiano Domani.
Sono passati oltre nove mesi dalla pubblicazione dell’inchiesta di Federica Tourn e ancora di più dalla pubblicazione di Repubblica. Sin dal novembre 2022 su WordNews.it abbiamo cercato di spezzare il totale silenzio che in provincia di Chieti è calato sulla vicenda. Nonostante se ne sono occupati organi di stampa nazionale nessun turbamento e nulla di nulla. Così come nessun intervento da parte della Diocesi e del vescovo Bruno Forte, grande protagonista del Sinodo per le Famiglie, dopo che nei primi mesi di quest’anno a Chieti è scattata un’inchiesta per prostituzione e pornografia minorile e atti sessuali con un minorenne, chat sulle principali piattaforme social e di messaggistica istantanea in cui si sono diffusi foto e si coordinavano gli accusati nulla di nulla
Il vescovo che ha trovato il tempo di polemizzare con un sindaco per le «strade», che in occasione dell’Abruzzo Pride ha inviato un comunicato contro (rimasto per giorni e giorni in alto e in grande evidenza sul sito della Diocesi) mentre nulla sulle violenze omofobe e neofasciste contro alcuni partecipanti, che ripetutamente ha preso posizione contro incontri pubblici (appoggiando di fatto posizioni di Forza Nuova, senza nulla dire quando Roberto Fiore – la cui storia è ampiamente pubblicata sul web – è venuto in città), che ama la famiglia e i più piccoli, nulla di nulla ha mai avuto da dire su questi fatti, sulla denuncia di un «preside» e sull’inchiesta dell’inizio di quest’anno. Sono passati ormai oltre dieci mesi e nessuno è stato turbato. E come su WordNews.it abbiamo sottolineato più volte resta un pesante interrogativo su tutti: se nulla si sa, se nulla si vuol dire, se nessuna posizione si prende il personaggio accusato dalla vittima di Siracusa continua a frequentare scuole e quindi anche minorenni? Una circostanza che turberebbe chiunque ma non, a quanto pare, nella provincia teatina chi dovrebbe …
Fonte: Repubblica, Domani, WordNews.it
Ludovica Eugenio – Francia: il cardinale Ricard condannato dal Vaticano per abuso sessuale
Il card. Jean-Pierre Ricard, 78 anni, arcivescovo emerito di Bordeaux, figura di spicco della Chiesa francese, è stato interdetto dal Dicastero per la Dottrina della Fede dall’esercizio pubblico del suo ministero presbiterale, tranne che nella diocesi dove risiede, quella di Digne, nell’Alta Provenza, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (27/9). L’accusa era di violenza sessuale aggravata su una donna minore all’epoca dei fatti, ed era stato archiviato per prescrizione dalla procura di Marsiglia il 25 febbraio scorso. La giustizia ecclesiastica nel frattempo è andata avanti, con un processo canonico; il dossier, nelle mani dell’arcivescovo di Marsiglia card. Jean-Marc Aveline, è stato così trasmesso a Roma, al Dicastero per la Dottrina della Fede.
L’interdizione a dire messa in pubblico e ad amministrare i sacramenti è valida però solo fuori dai confini della diocesi in cui Ricard risiede, Digne, nell’alta Provenza, grazie a un accordo con il vescovo locale, mons. Emmanuel Gobilliard, che tuttavia appare piuttosto critico: «Non sono d’accordo – si legge su La Croix – che il cardinale Ricard celebri per il momento nella diocesi di Digne, gliel’ho detto, spero che la sanzione venga applicata anche qui». Quanto a Ricard, ha detto di non voler “generare né alimentare alcuna controversia” .
Presidente della Conferenza episcopale di Francia dal 2001 al 2007, Ricard si era autoaccusato lo scorso novembre, durante l’assemblea d’autunno dei vescovi, in una lettera ai suoi confratelli: «Mi sono comportato in modo riprovevole, 35 anni fa, quando ero parroco, con una ragazza di 14 anni. Il mio comportamento ha necessariamente causato conseguenze gravi e durature in questa persona», aveva detto. Emerse poi che il caso era già noto da diversi mesi al presidente dei vescovi mons. Eric de Moulins-Beaufort, allertato da suor Veronique Margron, presidente dei religiosi francesi, alla quale la vittima si era rivolta, indignata per il ruolo di delegato pontificio attribuito a Ricard nella gestione degli abusi di una nuova comunità carismatica.
Fonte : La Croix
Federica Tourn – Un tribunale ecclesiastico penale per la Chiesa cattolica in Svizzera
La Conferenza episcopale svizzera vuole istituire un tribunale ecclesiastico penale e disciplinare per la Chiesa cattolica in Svizzera. Questa decisione fa seguito all’ampiezza dei casi di abusi sessuali rivelati da uno studio recente condotto dall’Università di Zurigo.
In un comunicato diffuso sabato scorso, i vescovi si dicono “sconvolti” dai risultati della ricerca, che ha messo in luce l’esistenza di un gran numero di casi di abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi 70 anni. Auspicano quindi l’istituzione di un tribunale nazionale: i vescovi stanno lavorando per organizzare un incontro con i responsabili vaticani nelle prossime settimane.
Le leggi svizzere continuerebbero ad avere la precedenza e le autorità penali sarebbero obbligatoriamente coinvolte in tutti i casi di abusi o altri reati commessi in ambito religioso. Il tribunale ecclesiastico si occuperebbe anche delle sanzioni necessarie in caso di violazione della legge ecclesiastica.
Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, ha riconosciuto che sono stati commessi degli errori nell’indagine sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. “La prospettiva delle vittime non è stata presa sufficientemente in considerazione. Sono molto dispiaciuto per questo”, ha detto monsignor Gmür.
Il vescovo di Basilea ammette che all’inizio del suo mandato episcopale dava maggiore importanza alla gestione giuridicamente corretta dei casi di abuso, ma che con il tempo ha cambiato prospettiva.
Il vescovo Gmür si è detto favorevole a un sostegno esterno per le indagini della Chiesa sui casi di abusi sessuali, come richiesto dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera. Il vescovo di Coira, Joseph Bonnemain, che è responsabile di un’indagine sull’insabbiamento di casi di abusi all’interno della Chiesa, “ha detto che sarebbe felice di ricevere tale sostegno. E penso che sia un’ottima cosa”.
Per il vescovo di Basilea, il potere all’interno della Chiesa deve essere distribuito meglio. “Lavorerò a Roma per garantire che la Chiesa sia decentrata. È necessaria una nuova morale sessuale e la possibilità di prendere accordi a livello regionale”, ha sottolineato.
Fonte: RSI e RTSInfo
Federico Tulli – Le radici del silenzio, dell’omertà, della complicità, dell’impunità
«Quando emergono nuovi casi di pedofilia, ascoltando attentamente le dichiarazioni della Chiesa cattolica ci si rende conto che le frasi del portavoce di turno allontanano velocemente l’attenzione dal passato, portandola sul presente e sul futuro. In questo modo il Vaticano vuole farci credere che gli abusi non si ripeteranno nel futuro. In realtà non vuole assolutamente ripulire o risolvere i danni procurati nel passato. I casi di violenza sui bambini nella Chiesa non sono incidentali, ma sono strutturali in tutto il mondo, in tutte le scuole cattoliche, negli oratori, negli istituti: l’abuso non è un difetto nel sistema, l’abuso era ed è “il” sistema della Chiesa cattolica».
A parlare è Ton Leerschool. Vittima a 13 anni di un sacerdote pedofilo, Leerschool è nato e vive in Olanda ed è membro di una fondazione non-profit che si occupa delle vittime di abusi sessuali. Nel 2011 fondò, insieme con Sue Cox, Survivors voice Europe, un’associazione internazionale per la tutela dei diritti di persone violentate in età prepubere da preti. In quello stesso anno la “Commissione Deetman” si avvalse anche della “consulenza” di Leerschool per indagare sui crimini compiuti nella Chiesa olandese tra il secondo Novecento e i primi anni Duemila. Grazie al suo contributo gli investigatori sono riusciti a ricostruire le responsabilità di circa 850 sacerdoti, stimando un numero di vittime compreso tra 10mila e 20mila.
«Non aspettiamoci che la Chiesa ripulisca spontaneamente il danno fatto, non lo farà mai» ci ha detto ancora Leerschool. «Solo incalzando il Vaticano con crescenti e continue pressioni da tutti i fronti, politico, opinione pubblica, cattolici praticanti e così via, potremo vedere un giorno i responsabili in ginocchio». Proprio tutto ciò che manca oggi in Italia.
Federico Tulli
Pierelisa Rizzo – Don Mauro Galli condannato in via definitiva a tre anni
Il 26 settembre scorso si è conclusa una vicenda durata 12 anni. Al Tribunale di Milano, Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello, si è svolta l’ultima udienza dell’Appello Bis con la sentenza di condanna definitiva a tre anni di reclusione per don Mauro Galli. La condanna verrà scontata ai domiciliari.
Erano presenti i familiari della vittima che si sono dichiarati sufficientemente soddisfatti dell’esito finale del processo: “era la migliore conclusione possibile per evitare il rischio della prescrizione che, di fatto, avrebbe vanificato tutto l’iter processuale.”
Tecnicamente si tratta di un «concordato in Appello», una sorta di patteggiamento proposto dalla difesa e accettato dalla Procura Generale. La riduzione della pena a tre anni era l’unica possibilità per evitare il carcere e quindi l’unica richiesta da parte della difesa per chiudere definitivamente questo processo. Don Mauro Galli, ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano, era accusato di violenza sessuale su un ragazzo di a15 anni. In appello era stato condannato a 6 anni.
Rimane ora aperta e da ridefinire la parte ecclesiastica: un prete che ha commesso un reato, per il quale è stato condannato, viene posto ai domiciliari ma non vi è traccia di un percorso di cura affinché comprenda la portata di ciò che ha fatto. L’ammissione di colpa, sancita dal patteggiamento e dal risarcimento in via extra-giudiziale, non ha finora dato seguito a nessuna richiesta di perdono alla vittima, alla sua famiglia e alla stessa Parrocchia in cui operava all’epoca dei fatti.
Ora i fedeli si chiedono se chi non ha avviato nessuna Indagine Previa, appena venuto a conoscenza dei fatti, e ha invece deciso di spostare subito il prete mettendolo ancora a contatto con i minori, può continuare a fare il Vescovo.
Queste domande dovranno trovare una risposta esaustiva.
Intanto oggi, con questa sentenza, è terminato un lungo e doloroso processo.
di Giorgio Gandola – Dodici anni per restituire un orizzonte di pace e una famiglia distrutta. Tanto è durata la vicenda di abusi che si è conclusa ieri in corte d’Appello bis a Milano (al quarto procedimento), con alla sbarra don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano già condannato in passato a cinque anni e sei mesi. Il risultato processuale è il patteggiamento dell’imputato a tre anni, deadline che gli consente di non andare in carcere ma di scontare la pena con “detenzione domiciliare” in un istituto ecclesiastico lombardo.
Il reato è stato riqualificato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con “abuso della situazione di cura e affidamento”. Infatti il sacerdote aveva in consegna l’allora quindicenne parrocchiano e gli propose di “dormire nel lettone” con lui. La difesa, sostenuta dal legale dell’Arcidiocesi professor Mario Zanchetti, ha puntato sul risarcimento del danno (la vittima e la famiglia non si sono costituiti parte civile) e sul “tardivo disvelamento della presunta violenza”, avvenuto due anni dopo perché la famiglia – molto cattolica – ha chiesto invano, a più riprese, alla curia di prendere posizione e di assumersi responsabilità prima di denunciare in proprio i fatti ai carabinieri.
La realtà delle carte processuali sottolineano che la prima denuncia degli abusi alla diocesi di Milano era avvenuta due giorni dopo la vicenda (quindi subito); che la vittima non ha mai cambiato versione; che la famiglia ha chiesto il sostegno della Chiesa. In questo senso esistono ampi carteggi con il cardinale Angelo Scola e con il Vaticano.
Nella storia ha una parte non secondaria anche l’attuale arcivescovo Mario Delpini, che al tempo era vicario episcopale e invece di aprire un’indagine previa – arrivata solo quattro anni dopo i fatti – si limitò a spostare nell’immediato il sacerdote in un’altra parrocchia (a Legnano), sempre a contatto con adolescenti. Lui sapeva, era stato informato da don Carlo Mantegazza al quale la vittima aveva segnalato subito i presunti abusi; a questo proposito esiste un verbale di polizia firmato da monsignor Delpini e acquisito nel dibattimento. Un atteggiamento che secondo i canoni di papa Francesco, messi nero su bianco nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, oggi sarebbe da considerarsi omissivo, quindi da condannare.
Su questo punto la famiglia della vittima non intende arrendersi. Nel libro che ripercorre gli angosciosi anni, scritto dalla madre del ragazzo e dal titolo eloquente Chiesa, perché mi fai male?, c’è un passaggio che non ammette dubbi: “La famiglia, che continua a professarsi cattolica e praticante, vuole che il Pontefice mantenga le promesse rimuovendo l’arcivescovo e sottoponendolo a processo ecclesiastico”. La richiesta prende spunto dalla lettera apostolica del Santo Padre pubblicata nel 2019, comprensiva di 19 articoli, fra i quali spicca quello relativo all’omissione da parte di vescovi e cardinali, “per i quali su questi casi non c’è immunità”.
Se il processo in nome del popolo italiano si conclude definitivamente qui, il patteggiamento (tecnicamente un concordato) lascia inalterati forti dubbi sull’esito del processo canonico, che due anni fa aveva mandato assolto don Galli con formula dimissoria (non constat) per “mancanza di certezza morale sulla colpevolezza”, praticamente per insufficienza di prove. Tre anni; ora le responsabilità morali sono acclarate. Poiché non c’è prescrizione, in caso di riapertura del fascicolo il sacerdote rischierebbe la riduzione allo stato laicale.
A cura di Francesca Del Boca – Condannato a 3 anni di reclusione ai domiciliari: niente carcere. Così, dopo 12 anni, si conclude la vicenda giudiziaria di don Mauro Galli, ex parroco dell’oratorio di Rozzano (Milano) accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore, all’epoca 15enne.
Il patteggiamento è avvenuto dopo un appello bis, che seguiva le precedenti condanne a 6 anni e 5 mesi in primo grado e a 5 anni in secondo grado (con successivo annullamento della sentenza da parte della Cassazione). Il reato, nel frattempo, è stato riqualificato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con “abuso della situazione di cura e affidamento” e con il riconoscimento dell’attenuante della “minore gravità” dei fatti.
Gli abusi da parte di don Mauro Galli sarebbero iniziati tra il 19 e il 20 dicembre 2011, quando il sacerdote aveva invitato la vittima a trascorrere la notte a casa sua. “Un calvario“, aveva raccontato la vittima a Fanpage.it. “Sono cresciuto negli ambienti della Chiesa, frequentavo l’oratorio fin da piccolo. Non è stato facile affrontare tutti questi anni di dolore, ho denunciato quando avevo 18 anni. Non avevo la forza di andarmene. Mi sono chiesto un milione di volte se fosse colpa mia, se potevo dirgli no basta, lasciami“.
“Ho cercato di mettere un coperchio sul trauma e sul dolore, ma non è servito a niente. Ho cercato di togliermi la vita diverse volte, ma adesso voglio che la mia esperienza serva anche ad altri”, ancora le parole di Alessandro. “Serve a far capire che bisogna denunciare, bisogna parlare. Questa sentenza è il segno che qualcosa nella società sta cambiando, anche in Italia”.
E’ stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana per avere abusato di un ragazzino in una parrocchia nell’hinterland milanese ma il sacerdote in questione era stato misteriosamente assolto dalla giustizia ecclesiastica di un tribunale regionale. Per Papa Francesco il caso di don Mauro Galli rischia di diventare emblematico della scarsa trasparenza che esiste nella Chiesa italiana in materia di abusi poiché sembra mettere in evidenza come la giustizia della Chiesa sembra non funzionare poi tanto bene. Almeno in Italia.
Oggi a Milano si è chiuso in via definitiva a distanza di quasi 12 anni dai fatti contestati il processo all’ex parroco di Rozzano che era stato accusato di violenza sessuale per un episodio avvenuto nel dicembre del 2011, su un ragazzo che all’epoca aveva solo 15 anni. Oggi in un appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in «detenzione domiciliare». Il patteggiamento è stato riconosciuto dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello milanese con l’attenuante del risarcimento del danno (il giovane e i familiari non erano parti civili) e con le attenuanti generiche. E soprattutto con la riqualificazione del reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con «abuso della situazione di cura e affidamento», e con il riconoscimento anche dell’attenuante della «minore gravità» dei fatti. Una pena così concordata non porta in carcere il sacerdote anche se è stata sostituita, stando alla sentenza, con quella della detenzione domiciliare.
In primo grado don Galli era stato condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione, poi in appello la pena era stata ridotta a 5 anni e 6 mesi e, infine, la Cassazione aveva annullato, con rinvio ad un altro processo di secondo grado, la condanna.
Per la Chiesa il caso è particolarmente imbarazzante. Il parroco Galli, infatti, fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo condannò in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere, ma la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) aveva di fatto assolto il sacerdote condannato. La famiglia della vittima ha sempre lottato contro i silenzi della Chiesa e nemmeno era riuscita ad ottenere gli atti del processo canonico anche se Papa Francesco con un decreto alcuni hanno fa ha tolto il segreto pontificio sui casi relativi agli abusi sessuali.
Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli era stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, la vittima aveva fatto richiesta alla diocesi lombarda che, per tutta risposta, aveva spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. Ad oggi è impossibile conoscere i motivi che portarono i giudici del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo a formulare una sentenza del genere.
«Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si leggeva nella lettera ricevuta dal ragazzo. Don Mauro Galli aveva avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico sono ancora in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica di cui nessuno ha più saputo nulla. Il porto delle nebbie.
Il caso Galli per la Chiesa tira in ballo anche il ruolo avuto da monsignor Delpini, oggi arcivescovo di Milano ma all’epoca dei fatti, dirigente della diocesi. Don Galli fu denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda e sempre a contatto con dei minori.
La mamma del ragazzo, con il coraggio di una leonessa, ha scritto reiteratamente al Papa, ai presidenti della Cei che nel frattempo si sono succeduti, ma senza mai avere avuto con loro né un conforto, né una udienza.
La diocesi di Milano, sul suo sito, riferisce che «dal punto di vista dell’ordinamento ecclesiale, mentre si attende l’esito del processo canonico in corso» ora sotto la responsabilità della Santa Sede, al Dicastero della Fede, «don Mauro Galli resta sospeso dall’esercizio pubblico del ministero, condizione in cui si trova fin dall’avvio del procedimento».
La diocesi di Milano si dice “colpita e addolorata per una vicenda che ha provocato grande sofferenza per la vittima, per i suoi familiari e per tutte le altre parti coinvolte. Nel riconoscersi bisognosa di conversione e mai al riparo da scandali e fragilità, la Chiesa ambrosiana – come tutta la Chiesa universale – è inoltre consapevole che la prevenzione e il contrasto di ogni forma di abuso (sessuale, ma anche di potere e di coscienza) non possono ammettere ritardi e incertezze. Per questo la Diocesi negli ultimi anni ha intensificato l’impegno per la formazione, la prevenzione e il contrasto degli abusi, in particolare nei confronti dei minori, in linea con le indicazioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».