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  • Lotta contro gli abusi sessuali sui minori: l’UE concorda su norme penali più severe e un maggiore sostegno alle vittime.

    Lotta contro gli abusi sessuali sui minori: l’UE concorda su norme penali più severe e un maggiore sostegno alle vittime.

    Oggi, la Presidenza del Consiglio e i rappresentanti del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’aggiornamento delle norme penali dell’UE in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori. Le norme riviste copriranno un maggior numero di reati, prevederanno pene più severe e garantiranno un’azione penale più efficace, anche attraverso l’allungamento dei termini di prescrizione. Per una migliore tutela dei minori, il nuovo quadro normativo fornisce regole chiare in materia di consenso e rafforza l’assistenza alle vittime.

    Questo accordo provvisorio deve ancora essere confermato da entrambe le istituzioni prima di poter procedere con la procedura di adozione formale.

    È nostro dovere proteggere i bambini dagli abusi sessuali. Oggi compiamo un passo decisivo per rafforzare tale protezione in tutta l’Unione europea.

    Grazie a queste nuove misure, i bambini saranno maggiormente protetti dagli abusi e dallo sfruttamento sessuale, anche quando i criminali utilizzano tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale, per prenderli di mira.

    I colpevoli dovranno affrontare conseguenze più severe e saranno assicurati alla giustizia, anche molti anni dopo aver commesso i reati. Allo stesso tempo, stiamo rafforzando il sostegno alle vittime, riconoscendo che le conseguenze degli abusi possono durare tutta la vita.

    Costas Fytiris, Ministro della Giustizia e dell’Ordine Pubblico della Repubblica di Cipro

    Elementi chiave dell’accordo

    Definizione ampliata di reati penali

    Le nuove norme aggiornano i reati penali esistenti e ne creano di nuovi al fine di garantire che tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori siano criminalizzate, compreso l’utilizzo di innovazioni tecnologiche per commettere tali reati.

    Secondo le nuove norme, pagare per accedere allo streaming di abusi sessuali su minori sarà punibile. Inoltre, progettare o adattare sistemi di intelligenza artificiale per produrre materiale pedopornografico, così come distribuire tali sistemi, sarà considerato un reato penale. Questo aggiornamento si è reso necessario a causa della crescente diffusione di deepfake o di materiale pedopornografico generato dall’intelligenza artificiale.

    L’adescamento, ovvero la sollecitazione di un minore di età inferiore all’età del consenso sessuale a produrre o condividere materiale pedopornografico, è considerato reato penale. Qualora il minore abbia raggiunto l’età del consenso sessuale, la sollecitazione è considerata reato penale in caso di coercizione o minacce, nonché se l’autore del reato si spaccia falsamente per un coetaneo.

    Gli Stati membri dovranno inoltre punire l’estorsione sessuale ai danni dei minori, ovvero le situazioni in cui un criminale minaccia un minore affinché riveli materiale pedopornografico al fine di ottenere denaro o ulteriore materiale pedopornografico in cambio.

    Un’altra novità è che il possesso e la distribuzione di istruzioni su come commettere abusi sessuali su minori o su come produrre materiale pedopornografico (ad esempio tramite un libro, una guida online o un suggerimento) saranno punibili.

    Disposizioni sul consenso

    Le norme riviste stabiliscono in modo più chiaro che, qualora il minore non dia il proprio consenso, siano punibili le attività sessuali con minori che abbiano raggiunto l’età del consenso.

    Le norme chiariscono che il consenso non sussiste se il minore non lo esprime volontariamente sulla base del libero arbitrio, o se non è in grado di formarsi un libero arbitrio, ad esempio quando dorme, è incosciente o sorpreso. Il silenzio o la mancata resistenza del minore, di per sé, non costituiscono consenso, così come non lo sono le relazioni passate o presenti con l’autore del reato. Le norme chiariscono inoltre che il consenso può essere revocato in qualsiasi momento.

    Come previsto dalla legislazione vigente, resta di competenza nazionale definire l’età del consenso sessuale, ovvero l’età al di sotto della quale è vietato avere rapporti sessuali con un minore.

    Termini di prescrizione più lunghi – Rafforzamento del perseguimento penale

    Le norme aggiornate stabiliscono un periodo di tempo più lungo entro il quale i reati possono essere indagati e perseguiti dopo che la vittima ha raggiunto la maggiore età. Questo periodo arriva fino a 32 anni per lo stupro di minori, sia al di sotto che al di sopra dell’età del consenso sessuale, nonché per l’induzione di un minore alla prostituzione. Ciò contribuirà a garantire che le vittime di abusi sessuali possano effettivamente ottenere giustizia, considerando che potrebbero aver bisogno di un lungo periodo di tempo per denunciare i reati subiti durante l’infanzia.

    Le nuove norme contribuiranno inoltre a rendere più semplice per i professionisti che lavorano con i bambini segnalare casi di abuso sessuale o sfruttamento sessuale minorile.

    Sanzioni più severe

    Le pene per diversi reati sono state inasprite, superando i livelli previsti dalla direttiva vigente.

    Supporto rafforzato alle vittime

    Il sostegno alle vittime di abusi e sfruttamento sessuale minorile sarà migliorato. In base alle norme riviste, le linee telefoniche di assistenza informeranno le vittime sui servizi di supporto a loro disposizione. Le vittime minorenni devono avere accesso tempestivo e gratuito ai servizi sanitari, nonché all’assistenza legale. La nuova direttiva include anche norme sull’alloggio temporaneo per le vittime.

    Gli Stati membri devono garantire che le vittime di abusi sessuali su minori abbiano il diritto di chiedere un risarcimento al responsabile.

    Prossimi passi

    L’accordo provvisorio dovrà ora essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento. Successivamente, dopo una revisione giuridico-linguistica, verrà formalmente adottato da entrambe le istituzioni.

    I governi nazionali avranno quindi 3 anni di tempo per adeguare i propri codici penali alla direttiva UE rivista.

    Sfondo

    Le attuali norme di diritto penale dell’UE in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori sono state concordate nel 2011. La crescente presenza online dei minori e gli sviluppi tecnologici pongono sfide alle forze dell’ordine e creano nuove possibilità di abuso. Le norme riviste e approvate oggi mirano ad affrontare questi sviluppi.

    Le norme aggiornate in materia di diritto penale sono complementari a una proposta che definisce gli obblighi delle aziende internet in merito all’individuazione, alla segnalazione e alla rimozione di materiale pedopornografico dai propri servizi. I negoziati su questa proposta sono tuttora in corso.

    https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/06/22/combatting-child-sexual-abuse-eu-agrees-stronger-criminal-law-rules-and-enhanced-support-to-victims/

  • Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Anna (nome di fantasia) aveva 7 anni quando fu abusata per la prima volta dal suo insegnante di religione. Il sacerdote lo faceva sia con lei che con altre compagne di classe: se le accomodava sul grembo, le toccava nelle parti intime, le costringeva a sfiorargli il membro. Anna raccontò tutto alla madre, che andò subito a denunciare il prete alla direzione della scuola. Poi però, stranamente, la signora accettò di firmare una dichiarazione scritta in cui affermava che l’episodio non era grave e che non era stato commesso con cattivi intenti.

    Questi fatti risalgono ai primi anni Settanta. Oggi, mezzo secolo dopo, si viene a sapere che su quella madre, descritta come «una donna buona e credente», erano state esercitate «pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione».

    Il sacerdote, da parte sua, continuò a fare l’insegnante per altri vent’anni. Dopo il suo pensionamento, un’altra ragazza si presentò alla Diocesi accusandolo di aver molestato lei e altre bambine ai tempi delle scuole elementari. Il prete nel frattempo era andato ad abitare in una casa dove vivevano anche famiglie con figli piccoli. L’unico provvedimento che fu preso dalla Chiesa fu trasferirlo in un’altra struttura residenziale.

    La vicenda è tra quelle ricostruite nel Rapporto di 613 pagine, pubblicato lo scorso 20 gennaio, sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti della Diocesi di Bolzano e Bressanone negli ultimi sessant’anni. Si tratta dell’indagine indipendente più approfondita promossa finora all’interno della Chiesa cattolica italiana.

    Commissionata dalla stessa Diocesi, la ricerca è stata condotta dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera – che dal 2010 si occupa di abusi sessuali interni alla Chiesa – con il contributo dello studio associato Kofler Baumgartner & Partner di Brunico.

    Gli avvocati hanno setacciato gli archivi della Curia, esaminando più di mille fascicoli e interrogando una ventina di testimoni. La Diocesi è stata informata delle risultanze solo al momento della pubblicazione finale. Ebbene, tra il 1964 (anno in cui la diocesi ha assunto il suo assetto attuale) e il 2023 (anno in cui il rapporto è stato commissionato) nel territorio clericale di Bolzano e Bressanone sono stati individuati 67 casi di presunti abusi sessuali commessi da 41 sacerdoti e sono state contate 75 possibili vittime. Ma, avvertono i relatori, questa è solo la punta dell’icerberg: nel sommerso potrebbe nascondersi «un numero ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi.

    Vite distrutte
    «Si sapeva, ma si taceva», ammette il vescovo Ivo Muser, in carica dal 2011, in un lungo comunicato di scuse, autocritica e propositi di cambiamento. «Per preservare la propria reputazione e quella della Chiesa – si batte il petto il monsignore – si è rinunciato a compiti e responsabilità. E può accadere di nuovo, se abbassiamo lo sguardo. Chiedo perdono ai soggetti coinvolti, alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti accusati e ai fedeli della nostra diocesi per le mie mancanze come vescovo, assumendomene ogni responsabilità».

    Il rapporto è un viaggio indietro nel tempo dentro storie oscure. A metà degli anni Novanta, Marco (nome di fantasia) aveva 12 anni e faceva il chierichetto. Era il «coccolo» del parroco, ma presto le attenzioni del prelato nei suoi confronti si trasformarono in qualcosa di indicibile: prima palpeggiamenti nelle parti intime, poi anche rapporti sessuali con penetrazione. Marco si è tenuto tutto il dolore dentro per venti interminabili anni, poi ha trovato la forza di rivolgersi al Centro di ascolto della Diocesi e ha iniziato un percorso di terapia a spese della Curia che l’ha portato a stare meglio.

    Non è andata così per Carlo (nome di fantasia), abusato da quello stesso prete quando era già maggiorenne. Anche lui ha dovuto attendere anni prima di riuscire a confidare a qualcuno cosa aveva dovuto subire: a quel punto, la sua famiglia ha preso contatti con il sacerdote-orco per chiedergli un indennizzo, ma per Carlo è stato come rivivere il trauma. Il peso della sofferenza è diventato insopportabile, fino alla decisione estrema di togliersi la vita.

    Sono tre i suicidi tra le vittime di abusi documentati nel rapporto commissionato dalla Diocesi altoatesina.

    In controtendenza rispetto a quanto è stato scoperto in altre realtà indagate (ad esempio la Germania), nel territorio di Bolzano e Bressanone la maggioranza delle violenze dei preti (68%) si è concentrata su persone di genere femminile. O meglio, bambine: delle 51 femmine abusate, 50 erano minorenni al momento del primo abuso; cinque di loro avevano tra gli 0 e i 7 anni e 26 tra gli 8 e i 14.

    Anche tra i maschi il primo abuso è avvenuto generalmente negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza: su 18 casi individuati dal team che ha svolto l’indagine, uno riguardava un bambino di età tra gli 0 e i 7 anni, cinque erano nella fascia tra gli 8 e i 14, due in quella tra i 15 e i 16 e nove erano ragazzini 17enni.

    Impuniti
    Nel rapporto realizzato su mandato della Diocesi di Bolzano e Bressanone non figurano mai le generalità dei sacerdoti accusati né quelle delle presunte vittime delle loro violenze. Si fanno solo i nomi dei vertici della Curia che nel corso degli anni hanno seguito le singole vicende. Quasi sempre con un approccio gravemente omertoso.

    Don Andrea (nome di fantasia) ha abusato di bambine tra i 7 e i 12 anni per mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Ha svolto il suo sacerdozio presso dieci sedi diverse all’interno della diocesi e in sette di queste si sono levate accuse di molestie nei suoi confronti. Ma ogni volta i vertici della Chiesa locale si limitavano a intervenire trasferendolo in un’altra parrocchia. Negli anni Novanta l’allora vicario generale Josef Michaeler respinse gli addebiti rivolti al prete definendo il suo un «comportamento maldestro». Solo una decina d’anni fa il chierico è stato quantomeno costretto a ritirarsi a vita privata.

    L’impunità di cui spesso hanno goduto gli abusatori in abito talare è un altro tema centrale, in questa sconvolgente inchiesta. «Solo pochissimi casi di sospetto abuso – scrivono i relatori – sono stati effettivamente oggetto di interventi ai sensi del diritto canonico. Stando a quanto si evince dagli atti, nella stragrande maggioranza dei casi i dirigenti diocesani non hanno nemmeno fatto considerazioni teoriche su possibili sanzioni o sull’avvio di procedimenti canonici. In singoli casi, si sono meramente limitati ad annunciare conseguenze, nel senso di minacce a vuoto poi mai tradottesi in realtà».

    In particolare, sono documentate appena due pene canoniche, tre provvedimenti disciplinari e una formale indagine canonica, mentre in undici casi la Curia non è andata oltre superficiali colloqui col sacerdote accusato o con altre fonti. «Nella maggior parte dei casi – si legge nel report – il chierico in questione veniva semplicemente trasferito o mandato (provvisoriamente) in pensione, senza però escludere la possibilità di una successiva reintegrazione nella cura pastorale».

    L’ordinamento giuridico italiano non prevede nessun obbligo di denuncia a carico dei sacerdoti che vengano a conoscenza di abusi sessuali commessi da altri prelati (anche se in certe situazioni potrebbero configurarsi ipotesi di concorso in reato o di favoreggiamento). Le linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) stabiliscono un mero obbligo morale di segnalare questi casi alla competente Procura della Repubblica. Da circa un anno, tuttavia, in Alto Adige vigono regole più stringenti: la Diocesi di Bolzano e Bressanone, infatti, ha concordato con le autorità giudiziarie locali – inclusa la Procura dei minorenni – delle specifiche linee guida che impongono l’obbligo di denuncia.

    Italia vs Europa
    La Diocesi altoatesina, con il suo pur tardivo attivismo, è una mosca bianca nel panorama clericale italiano.

    Negli ultimi quindici anni la Chiesa cattolica di mezza Europa ha preso atto del problema degli abusi sessuali commessi da prelati. La Conferenza Episcopale Tedesca ha commissionato a un consorzio interdisciplinare di ricerca un rapporto che nel 2018 ha portato alla scoperta di almeno 1.670 sacerdoti abusatori per un totale di 3.677 vittime nell’arco di 68 anni.

    La Chiesa francese nel 2019 ha istituito una commissione indipendente che due anni dopo ha fatto emergere 216mila casi di violenze per mano di preti. A quel punto, si è attivata anche la Conferenza Episcopale Portoghese, che ha fatto svolgere un’indagine analoga da cui è uscita una stima di circa 4.300 vittime. Nel 2023 è stata la volta della Chiesa spagnola, che con uno studio indipendente è arrivata a un bilancio di 2.056 persone abusate da esponenti del clero.

    E la Cei? L’assemblea permanente dei vescovi italiani si sta muovendo più a rilento. Negli ultimi anni ha pubblicato due studi, condotti dall’Università Sacro Cuore sulla base dei dati della rete territoriale dei servizi diocesani, che sono relativi però ad archi temporali molto ristretti. Dalle indagini è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono stati segnalati 68 sacerdoti che avrebbero abusato di 89 persone, mentre nel 2022 sono stati registrati 32 presunti abusatori e 54 presunte vittime.

    Tre anni fa, durante la conferenza stampa di presentazione del primo di questi due studi, la Cei aveva affermato che tra il 2000 e il 2022 erano giunte alla Chiesa 613 segnalazioni di violenze. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato mandato all’Università di Bologna e all’Istituto degli Innocenti di Firenze di indagare sul periodo 2001-2021: i risultati dovrebbero essere pronti per l’inizio del prossimo anno.

    Vuoti legislativi
    Peraltro, un lavoro di tracciamento degli abusi commessi dai prelati italiani esiste già. Lo ha svolto la Rete l’Abuso, associazione che riunisce le vittime di preti pedofili. Basandosi su atti di procure e tribunali civili, l’associazione ha contato dal 2010 a oggi 332 sacerdoti presunti abusatori, di cui 164 condannati in via definitiva e 168 tra indagati e condannati in primo o secondo grado. Il totale delle vittime censite arriva invece a 1.576.

    Il fondatore della Rete l’Abuso è Francesco Zanardi, 55 anni, che si presenta come un «sopravvissuto» alle violenze sessuali di un prelato. Parlando con TPI, Zanardi definisce «apprezzabile» il lavoro svolto dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone: «Ma è una goccia nel mare», osserva. E, comprensibilmente, è assai diffidente rispetto alle iniziativa di supporto prestate dalla Curia alle vittime di molestie: «Chiediamoci – riflette – come non sentiamo mai nessuna vittima ringraziare la Chiesa per il sostegno ricevuto».

    Ma il portavoce della Rete l’Abuso punta il dito anche contro lo Stato italiano, che, a suo dire, con le sue leggi non farebbe abbastanza per prevenire e contrastare gli abusi. «L’obbligo di denuncia – fa notare – nel nostro Paese è limitato solo ai pubblici ufficiali. Questo fa sì che il cittadino che denuncia un abuso di cui è a conoscenza, se non è in possesso di una prova certa o dimostrabile, assai difficile da produrre per il cittadino comune, rischia di andare incontro a una contro-querela per calunnia».

    Uno strumento utile per prevenire le violenze sessuali sui minori sarebbe il certificato anti-pedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia con la legge 172 del 2012, alla quale il Vaticano peraltro non ha aderito: questo documento attesta l’assenza di condanne definitive a proprio carico per reati legati allo sfruttamento sessuale dei minori ed è richiesto a chi lavora a contatto con bambini o adolescenti. Ma, rileva Zanardi, «il legislatore italiano ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato, oltre al clero», con la conseguenze che, ad esempio, chi presta servizio come istruttore volontario in una società sportiva giovanile può tenere nascosti eventuali precedenti giudiziari per reati come la violenza sessuale su minore.

    Come intervenire
    Come è evidente, non solo dal rapporto realizzato in Alto Adige ma anche dai fatti di cronaca venuti a galla in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non siamo davanti a casi isolati: quello delle violenze sessuali commesse da esponenti del clero è un fenomeno che riguarda un intero sistema nel suo complesso.

    Gli autori dell’indagine svolta nel territorio bolzanino hanno identificato una serie di «carenze sistemiche» che sarebbero alla radice di questi abusi. Viene citata, ad esempio, una diffusa immaturità sessuale tra i prelati, che deriverebbe a sua volta dalla formazione ricevuta in seminario, dove il processo di sviluppo della propria sessualità viene di fatto interrotto tra i 18 e i 20 anni, quando non si è ancora completato. Altri possibili fattori scatenanti sono individuati nell’isolamento dei sacerdoti, nelle strutture di alleanza maschile che si instaurano tra essi e nella carente cultura dell’errore negli ambienti della Chiesa.

    «Concordo pienamente con questa analisi», dice a TPI don Gottfried Ugolini, responsabile per la Diocesi di Bolzano e Bressanone del Servizio specialistico per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Noi sappiamo che solo il 15% delle persone che abusano sono pedofili secondo la classificazione delle patologie internazionali: ciò vuol dire che la stragrande parte di coloro che abusano sono persone immature a livello psico-affettivo sessuale, che non sanno gestire le proprie emozioni». E secondo don Ugolini incidono anche «l’immagine del sacerdote, che viene messo sul piedistallo rispetto ai laici»,«l’uso dell’autorità in modo inappropriato» e il «sistema chiuso della Chiesa, un sistema tra maschi che provoca talvolta atteggiamenti di omertà».

    Il Servizio di prevenzione guidato da don Ugolini è stato istituito dalla Diocesi bolzanina nel 2010, un anno spartiacque nella storia recente della Chiesa cattolica, specialmente in quella di lingua tedesca. Tra gennaio e marzo di quell’anno, infatti, esplose lo scandalo degli abusi perpetrati per decenni nel collegio religioso Canisius di Berlino: sull’onda di quelle rivelazioni, le denunce si moltiplicarono in tutta la Germania, in Austria, con un effetto domino poi in tutta Europa.

    La Curia di Bolzano e Bressanone decise di intervenire istituendo un centro di ascolto a cui le vittime di violenze sessuali possono rivolgersi via telefono o e-mail. Se queste lo desiderano, viene fissato anche un colloquio di persona. Le vittime vengono informate del loro diritto di segnalare alle autorità civili gli abusi e la Diocesi mette a loro disposizione cento ore di terapia psicologica.

    Dal 2010 a oggi oltre 100 persone si sono rivolte al centro. E la presentazione del recente Rapporto curato dagli avvocati di Monaco e Brunico ha spinto in sole due settimane un’altra decina di persone a farsi avanti.

    Alla luce dell’indagine che ha squarciato il velo su una parte degli orrori degli ultimi sessant’anni, il vescovo Muser ha disposto un’intensificazione delle misure di contrasto alle molestie. «Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze», ha dichiarato il monsignore.

    Saranno istituiti due gruppi di esperti, interni ed esterni alla diocesi, incaricati l’uno di proporre al vescovo quali eventuali provvedimenti adottare nei confronti dei vescovi accusati ancora in vita e l’altro di elaborare nuove linee guida per le procedure interne da seguire in caso di segnalazioni di abusi. Verranno inoltre differenziati i rispettivi compiti del centro di ascolto, del servizio di intervento e del servizio di prevenzione. Infine, c’è il proposito di dare maggior spazio alle donne nelle posizioni dirigenziali della Curia (dove già oggi comunque quattro uffici su nove a guida femminile).

    «I bambini e i giovani vittime di abusi sono rimasti invisibili o sono stati resi tali», ammette il vescovo Muser: «I colpevoli sono stati trasferiti, come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Famiglie, parrocchie e comunità coinvolte nel dolore sono state semplicemente trascurate come vittime e lasciate a sé stesse. Anche nelle famiglie e nelle parrocchie ci si rifiutava di guardare». L’indagine sugli abusi, promette il monsignore, «non è un passo intermedio, né un obiettivo parziale che offre l’occasione per fare una pausa, ma un compito che ci impone di continuare a lavorare con tutte le nostre forze. Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze».

    Dopo la pubblicazione del Rapporto sugli abusi sessuali nella Diocesi di Bolzano e Bressanone, TPI ha rivolto alcune domande alla Conferenza Episcopale Italiana. Risponde Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. 

    La Cei come commenta i risultati del Rapporto altoatesino, che mette in luce gravi omissioni da parte della Chiesa?
    «Anche un solo caso di abuso nella Chiesa sarà sempre troppo, sia che riguardi casi attuali sia che riguardi casi avvenuti nel passato. Vi è dolore, vergogna e consapevolezza delle conseguenze devastanti che gli abusi commessi da sacerdoti hanno sulle vittime, sui loro familiari e su tutta la Chiesa stessa. Ogni azione di chiarificazione deve essere considerata con attenzione per un reale rinnovamento ecclesiale in materia di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dalla prevenzione al perseguimento deciso degli abusi in tutte le loro forme». 

    Ad avviso della Cei, i casi di abusi sessuali ad opera di chierici vanno trattati come singoli episodi isolati o rientrano in un fenomeno di carattere sistemico?
    «Alla luce dei dati provenienti dallo studio del fenomeno a livello mondiale non si può parlare di singoli episodi isolati. Attenzione, però, a non creare confusione con tale affermazione: ciò non significa che tutti i chierici sono abusatori. Il singolo caso si inserisce all’interno di un quadro completo da analizzare. La Chiesa sta agendo con solerzia e ponendosi in rete con tutte le altre istituzioni della società civile. Le statistiche aiutano a capire che il problema è sistemico nella società. In questo senso va compresa anche la rete di tutela attivata nella Chiesa italiana: persegue a livello ecclesiale l’attuazione di modelli preventivi situazionali scientificamente riconosciuti che mirano a generare ambienti ecclesiali sicuri, mediante sensibilizzazione culturale, formazione specifica iniziale e permanente, vigilanza, percorsi chiari per la segnalazione presso i centri di ascolto diocesani o interdiocesani. Nel triennio 2020-22, anche in pandemia con il blocco delle attività pastorali, si sono formate quasi 23mila persone, sacerdoti, religiosi/e e laici/laiche. Per quanto attiene i centri di ascolto, chiunque può segnalare ad essi abusi in ambienti ecclesiali, venire accolto e accompagnato nell’individuare i bisogni di cui necessitano ad esempio circa le procedure e le prassi per la denuncia degli abusi e la tutela dei minori e le indicazioni circa i professionisti competenti in maniera (psicologi, medici, operatori del diritto…). A tutti coloro che segnalano un presunto abuso viene sempre ricordato che la segnalazione all’autorità ecclesiastica non si sostituisce né contrappone alla segnalazione alla competente autorità civile, che, anzi viene sempre incoraggiata».

    Dopo i due rapporti pubblicati nel 2022 (relativo al biennio 2020-21) e nel 2023 (relativo al 2022), la Cei intende realizzare un più approfondito lavoro di indagine sugli abusi nella Chiesa, andando a “scavare” più indietro nel tempo?
    «Anzitutto vorrei precisare che le rilevazioni attuate sulla rete territoriale dei servizi diocesani e regionali e dei centri di ascolto non sono e non saranno mai lo studio storico sugli abusi nella Chiesa italiana. Le rilevazioni sono il monitoraggio della Safeguarding Policy di cui la Chiesa italiana si è dotata con le Linee Guida del 2019 e che trova concretizzazione nelle attività di servizi per la tutela regionali e diocesani e dei Centri di ascolto. Lo studio sul fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana sta avvenendo attraverso un altro percorso metodologico e scientificamente rigoroso. È lo studio pilota sui casi di abuso sessuali commessi da chierici e trattati in sede istituzionale ecclesiale nel periodo 2001-2021. È stato affidato a due enti terzi e indipendenti, il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. La scelta dell’anno non è casuale: dal 2001, infatti, la normativa canonica ha avuto importanti innovazioni che hanno reso più organico il trattamento dei casi. Si è appena conclusa la fase sperimentale in cui è stato testato lo strumento di ricerca, si sta aprendo la fase analitica estesa a tutte le diocesi italiane. Si concluderà con la fase sapienziale, di assunzione ecclesiale delle risultanze della fase analitica condotta dagli enti terzi e indipendenti, prevista per la fine del 2025, inizio 2026. È l’inizio di un percorso, studio pilota appunto, che partendo dai dati emersi in sede ecclesiale mira ad affinare criteri per ulteriori ricerche, estese nel tempo e nel metodo, fino ad arrivare ad intercettare il sommerso. Non sarà lasciato nulla di intentato per conoscere la fenomenologia, apprestare strumenti di verità e giustizia e affinare sempre meglio la prevenzione e la promozione di ambienti ecclesiali sicuri».

    https://www.tpi.it/cronaca/abusi-sessuali-chiesa-bolzano-bressanone-inchiesta-202502211166348/

  • Caso Rugolo, Assostampa: “Hanno fatto solo cronaca, archiviazione definitiva per Rizzo e Occhino”

    Caso Rugolo, Assostampa: “Hanno fatto solo cronaca, archiviazione definitiva per Rizzo e Occhino”

    “L’ordinanza del gip del tribunale di Enna, Giuseppe Noto, dopo l’udienza dello scorso primo ottobre scorso, che ha definitivamente archiviato il procedimento penale a carico dei giornalisti ennesi Pierelisa Rizzo e Filippo Occhino, attorno ai quali, assieme alla Federazione nazionale della stampa italiana, ci siamo stretti dall’inizio del caso Rugolo, avendo riconosciuto loro il diritto di cronaca, ha un significato particolarmente importante dato il profluvio di nuove norme che mirano ad annientare l’informazione libera”.

    Così la segretaria regionale e della sezione di Enna dell’Associazione siciliana della stampa assieme al Gruppo cronisti siciliani sull’ordinanza che mette fine alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto i colleghi Rizzo ed Occhino, assistiti dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, erano stati assieme al presidente dell’Associazione Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, difeso da Mario Caligiuri, denunciati da Giuseppe Rugolo, per diffamazione e per divulgazione di atti processuali per un articolo pubblicato il 28 giugno 2023. Alla proposta di archiviazione della procura di Enna i legali di Rugolo Antonino Lizio e Dennis Lovison avevano presentato opposizione.

    Il sacerdote, già condannato da Tribunale di Enna per violenza sessuale ai danni di minori, aveva ritenuto diffamatoria la frase dell’articolo di stampa su alcuni atteggiamenti del prete, ripresi in un video riprodotto in aula, in compagnia di un minore.

    Il GIP del Tribunale di Enna, accogliendo la richiesta di archiviazione della procura della Repubblica di Enna e le argomentazioni difensive dei difensori degli indagati, ha pronunciato ordinanza di archiviazione affermando che gli articoli non hanno alcun carattere diffamatorio in quanto Pierelisa Rizzo non ha fatto che riportare in termini veridici quanto avvenuto nel corso dell’udienza dl 27 giugno 2023. Archiviata anche l’ipotesi di reato di divulgazione di atti processuali dal momento che non sussisteva alcun divieto di pubblicazione.

    https://www.assostampasicilia.it/notizie/3424-caso-rugolo-assostampa-larchiviazione-per-i-colleghi-rizzo-e-occhino-e-particolarmente-importante-data-lescalation-di-norme-che-limitano-la-liberta-di-stampa.html

  • Sacerdote abusa sessualmente di una studentessa di teologia ma viene assolto: Stato colpevole

    Sacerdote abusa sessualmente di una studentessa di teologia ma viene assolto: Stato colpevole

    SEZIONE QUINTA

    CASO Z c. REPUBBLICA CECA

    (Richiesta n . 37782/21 )

    Art. 3 e Art. 8 • Obblighi positivi • Mancata applicazione da parte delle autorità nazionali di un sistema penale atto a reprimere gli atti sessuali non consensuali lamentati da una vittima vulnerabile che non si è opposta durante gli stessi • Applicazione dei principi generali enunciati nel caso MC c. Bulgaria • Approccio errato da parte delle autorità nell’interpretazione dei fatti e del quadro giuridico che non ha fornito una protezione adeguata al richiedente • Insufficiente considerazione da parte della giurisprudenza nazionale : situazioni di consenso non valido a causa di abuso di vulnerabilità ; e la reazione psicologica delle vittime di violenza sessuale • Interpretazione restrittiva degli elementi costitutivi del reato di stupro come definito dal codice penale che porta all’archiviazione del caso da parte della polizia • Rifiuto di effettuare una valutazione contestuale dei fatti tenendo conto lo stato psicologico del ricorrente in concreto che ha portato la polizia a concludere che non sussisteva alcun reato grave di abuso sessuale • Ricorso ad un’autorità giudiziaria non consentito dal diritto interno

    Preparato dal Registro. Non vincola la Corte.

    STRASBURGO

    20 giugno 2024

    Questa sentenza diventerà definitiva alle condizioni definite nell’articolo 44 § 2 della Convenzione. Potrebbe subire aggiustamenti di forma.

    Nel caso Z c. Repubblica Ceca,

    La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (sezione quinta), riunita in una camera composta da :

    Mattias Guyomar , presidente ,
    Lado Chanturia,
    Carlo Ranzoni,
    Martiņš Mits,
    Stéphanie Mourou-Vikström,
    Maria Elosegui,
    Kateřina Šimáčková , giudici ,
    e Victor Soloveytchik, segretario di sezione ,

    Visto :

    il ricorso (n . 37782/21 ) contro la Repubblica ceca e di cui una cittadina di tale Stato, la sig.ra Z (“ la ricorrente ”), ha proposto alla Corte ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e dei diritti fondamentali Libertà (“ la Convenzione ”) del 20 luglio 2021,

    la decisione di sottoporre la richiesta all’attenzione del governo ceco (” il Governo “),

    la decisione di non rivelare l’identità del richiedente,

    le osservazioni delle parti,

    Dopo aver deliberato in camera privata il 28 maggio 2024,

    Rende la seguente sentenza, adottata in data odierna :

    INTRODUZIONE

    1. Il caso riguarda la presunta mancanza di un quadro giuridico sufficiente per consentire l’incriminazione e la repressione degli atti sessuali non consensuali che il ricorrente afferma di aver subito per mano di un sacerdote, e la presunta mancanza di indagini efficaci sulle affermazioni del ricorrente. (Articoli 3 e 8 della Convenzione).

    IN REALTÀ

    2. Il ricorrente è nato nel 1981 e vive a Volyně. Lei era rappresentata dall’avvocato D. Bartoň.

    3. Il Governo era rappresentato dal suo agente, deputato Konůpka, del Ministero della Giustizia.

    4. I fatti della causa, come presentati dalle parti, possono essere riassunti come segue.

    5 . Nell’ambito di una denuncia presentata nel marzo 2019 da un terzo, è stato affermato che negli anni ’90, quando era ancora minorenne, la ricorrente avrebbe subito atti sessuali da parte di un prete, VZ. Secondo l’indagine della polizia condotta Tra marzo e settembre 2019, questi atti potevano costituire il reato di abuso sessuale (pohlavní zneužívání) , ma il loro autore non è stato perseguito a causa dei termini di prescrizione. Il ricorso dinanzi alla Corte non riguarda questi eventi.

    6 . Nel 2003 la ricorrente entrò alla Facoltà di Teologia a Praga dove seguì, tra l’altro, i corsi tenuti dal sacerdote VK. Egli, avendo conquistato la sua fiducia, gli raccontò la sua esperienza con VZ nonché le difficoltà che aveva vissuto dopo. La ricorrente sostiene che, tra il 2008 e il 2009, approfittando di un periodo in cui è stata colpita psicologicamente dalla morte del padre, ma anche dal suo peggioramento dello stato di salute a seguito di un’operazione al cuore e a causa di una reazione post-traumatica all’abuso commesso da VZ (paragrafo 5 supra), VK l’ha aggredita sessualmente in diverse occasioni.

    7 . Nel 2009, il ricorrente portò la questione all’attenzione delle competenti autorità ecclesiastiche. Questi ordinavano a VK di rinunciare alle funzioni che ricopriva presso la facoltà di teologia e di abbandonare la comunità monastica da lui guidata, per recarsi in un monastero in Italia, poi in missione nella Repubblica Centrafricana. Le richieste di VK per il permesso di ritornare nella Repubblica Ceca sono state respinte e attualmente vive in un monastero in Italia.

    8. Sulla base delle informazioni raccolte durante le indagini su VZ (paragrafo 5 sopra), nel novembre 2019 la polizia ha avviato un’indagine contro VK.

    9 . Interrogata dalla polizia nel febbraio 2020 nell’ambito di questa indagine, la ricorrente ha dichiarato che VK era stata sua insegnante e relatrice della tesi presso la facoltà di teologia e che inizialmente aveva percepito i suoi contatti fisici come un tentativo di aiutarla e guarirla dal suo passato esperienza con VZ Lei ha riferito che queste azioni si sono però intensificate dopo la morte di suo padre, che VK aveva detto di voler sostituire. La ricorrente sosteneva che VK l’aveva esposta per la prima volta al tocco durante la sua permanenza in un convento nel giugno 2008 ; poi, ha tentato di penetrarla nel luglio 2008. Lei ha dichiarato in queste condizioni che allora aveva avuto molta paura, che si era sentita sporca e si era sentita in colpa, ma ha aggiunto che, considerando VK un’autorità e un padre spirituale, lei aveva ritenuto di non avere il diritto di difendersi e aveva temuto di non riuscire a portare a termine gli studi. Lei ha affermato che VK successivamente le ha toccato ripetutamente i genitali e le ha chiesto di masturbarsi, anche se dopo questi atti gli ha detto più volte che non era d’accordo, ma che non era in grado di difendersi attivamente.

    10 . Tra gennaio e maggio 2020 la polizia ha interrogato due sacerdoti informati del caso ; uno di essi affermava che i superiori dell’ordine religioso interessato si erano scusati con la ricorrente e le avevano offerto un aiuto economico. Nell’aprile 2020 la polizia ha contattato una donna di nazionalità slovacca, la cui dichiarazione scritta redatta nel 2007, secondo la quale VK si era comportata in modo inappropriato nei suoi confronti in passato, era allegata al fascicolo.

    11 . Nel maggio 2020, la polizia ha contattato VK in Italia. A causa del contesto della pandemia di Covid-19, lo ha contattato telefonicamente ed e-mail. Nella dichiarazione scritta inviata alla polizia ha sottolineato di non essere stato informato dei dettagli del procedimento penale né della natura del reato di cui era sospettato. Tuttavia, ha ammesso di aver commesso violazioni morali, ma ha sostenuto che il ricorrente aveva acconsentito al loro contatto fisico ; si dice tuttavia pronto, in caso di suo errore e qualora il suo comportamento dovesse essere qualificato come illecito, ad assumersene la responsabilità giuridica. Egli ha inoltre indicato di essersi scusato con la ricorrente, durante un incontro con lei nel giugno 2016 nonché in due lettere che le aveva scritto nel 2019, e di averle offerto una soluzione amichevole.

    12 . Con decisione del 1 giugno 2020 , la polizia ha archiviato il caso senza ulteriori azioni. Sulla base del codice penale n. 140/1961 , in vigore all’epoca dei fatti denunciati dal ricorrente, la polizia ha concluso che le azioni di VK, sebbene incompatibili con i suoi doveri e con la moralità, non costituivano un reato. Riteneva che non potessero essere qualificati come abuso sessuale ai sensi dell’articolo 243 di detto codice, dato che la ricorrente non era minorenne all’epoca dei fatti e che VK non poteva aver abusato della sua dipendenza poiché non era sotto il suo controllo (dozor) ; secondo la polizia non si trattava nemmeno di stupro (znásilnění) ai sensi dell’articolo 241 § 1, dato che VK non aveva fatto ricorso alla violenza o alla minaccia di violenza e che la ricorrente aveva espresso il suo disaccordo solo dopo gli atti sessuali, ma non durante . La polizia ha osservato che le azioni di VK avrebbero potuto essere considerate coercizione sessuale (sexuální nátlak) ai sensi del nuovo Codice penale n. 40/2009 , ma che questo era entrato in vigore solo il 1 gennaio 2010 , o dopo i fatti in questione.

    13. La ricorrente ha presentato ricorso contro questa decisione, sostenendo, in relazione al reato di stupro, che la polizia non aveva esaminato la questione della sua incapacità di difendersi e che VK aveva abusato della sua posizione di autorità ; affermava inoltre che non vi erano elementi per concludere che lei avesse acconsentito agli atti sessuali denunciati, non potendo intendere il silenzio come consenso. Per quanto riguarda il reato di abuso sessuale, ha affermato di essere stata sotto il controllo di VK, che era il ” padre spirituale ” a cui ha confessato, nonché il direttore della sua tesi, e che quindi era dipendente da lui.

    14 . Il 15 luglio 2020, il procuratore distrettuale di Praga 6 ha respinto il ricorso del ricorrente, pur sottolineando di non aver minimizzato né le azioni di VK né la sofferenza del ricorrente. Egli riteneva che il ricorrente non fosse stato sotto il controllo di VK nel senso in cui questo termine è stato interpretato dalla giurisprudenza (vale a dire come il rapporto di un genitore nei confronti di un figlio, di un tutore nei confronti di un persona privata della capacità giuridica o un insegnante nei confronti di uno studente), e di non aver potuto difendersi (questo termine comprende stati di incoscienza, ebbrezza, sonno profondo, incapacità fisica, malattia mentale o maturità insufficiente che impediscono uno dalla comprensione del significato degli atti in questione).

    15 . Il 2 ottobre 2020, pronunciandosi sul ricorso presentato dal ricorrente contro la decisione del procuratore distrettuale di Praga 6, la procura municipale ha confermato le conclusioni di quest’ultimo, che riteneva debitamente motivate. Ammettendo che la ricorrente si sentiva dipendente da VK, egli sottolineava che ella era maggiorenne, dotata di piena capacità giuridica e non affetta da alcuna malattia che le impedisse di esprimere i suoi desideri ; concluse che quindi ella in quel momento non era stata incapace di difendersi (di modo che VK non avrebbe potuto abusare di alcuna incapacità) e che il suo libero arbitrio non era stato limitato a causa di alcun controllo esercitato da VK

    16 . Il ricorrente ha presentato ricorso costituzionale, invocando gli obblighi dello Stato ai sensi degli articoli 3 e 8 della Convenzione di punire la commissione di atti sessuali non consensuali e di svolgere un’indagine efficace su tali atti. Sosteneva che le autorità penali non avevano qualificato correttamente le azioni di VK né stabilito tutte le circostanze rilevanti e che la mancanza di una qualificazione adeguata del comportamento patologico di VK le aveva impedito di andare avanti e di accedere alla guarigione interiore.

    17. Con decisione n. I. ÚS 3363/20 del 18 maggio 2021, la Corte Costituzionale ha dichiarato il ricorso in questione irricevibile in quanto manifestamente infondato, ritenendo che la ricorrente esprimesse principalmente la sua insoddisfazione per le conclusioni delle autorità penali e che ha chiesto un risarcimento sotto forma di procedimento penale contro VK. La corte ha ricordato a questo proposito che non tutti i comportamenti non etici o socialmente inaccettabili costituiscono un reato e che una soluzione penale è un mezzo di ultima istanza riservato alle violazioni più gravi.

    IL QUADRO GIURIDICO RILEVANTE E LA PRASSI INTERNA

    IL QUADRO GIURIDICO INTERNO
    Il Codice Penale (L. n. 140/1961) in vigore fino al 31 dicembre 2009 e la relativa giurisprudenza
    18 . L’articolo 241 § 1 fornisce la seguente definizione di stupro :

    “ Qualsiasi persona che usa la violenza o la minaccia di violenza imminente per costringere (donutí) un’altra persona a un rapporto sessuale o ad un atto sessuale simile, o abusa dell’incapacità altrui di difendersi ( bezbrannost ) per commettere tale atto. »

    19 . Nella sua decisione n. 7 Tdo 995/2010 del 1 settembre 2010 , la Corte Suprema ha osservato che la violenza o la minaccia di violenza imminente caratterizzava solo la prima delle due modalità di stupro definite nell’articolo 241 § 1, e che, in primo luogo, Nella seconda modalità, questo elemento è stato sostituito dall’abuso dell’incapacità altrui di difendersi.

    20 . Nella decisione n. 3 Tdo 929/2011 del 24 agosto 2011, la Corte Suprema ha indicato che vi era abuso dell’incapacità di difendersi quando la vittima si trovava – senza che questo stato fosse stato indotto dall’aggressore – nell’incapacità di esprimersi. la propria volontà riguardo ad un rapporto sessuale con l’aggressore, o di resistere alle azioni di quest’ultimo. Ciò è avvenuto in particolare quando la vittima era incosciente a causa di svenimento, consumo di alcol o malattia, quando dormiva profondamente o quando era incapace, sotto l’influenza di alcol o sostanze psicotrope, di valutare la situazione e il comportamento della persona aggressore. Una persona la cui condizione fisica non gli permetteva di difendersi o la cui malattia mentale gli impediva di comprendere il significato delle azioni dell’aggressore, o una persona la cui mancanza di maturità era considerata incapace di difendersi non gli permetteva di comprenderne l’importanza di resistenza al rapporto sessuale forzato.

    21 . Nella sezione 243, l’abuso sessuale è stato definito come segue :

    “ Chiunque, abusando della dipendenza di persona minore di anni 18 o di persona sottoposta alla sua autorità, conduce (prima) tale persona, è punito con la reclusione nel massimo di due anni ad avere rapporti sessuali extraconiugali o commette altri abusi di natura sessuale contro questa persona. »

    22. Nella sua decisione n. 8 Tdo 1494/2009 del 29 settembre 2010, la Corte Suprema ha indicato che una persona era sotto il controllo del suo aggressore quando quest’ultimo avrebbe dovuto controllarla e vegliare su di lei, come un genitore sul proprio figlio , un tutore su una persona incapace di agire, un educatore o insegnante su uno studente, ecc.

    Il Codice Penale (Legge n. 40/2009 ) entrato in vigore il 1° gennaio 2010 e la relativa giurisprudenza
    23 . Lo stupro è definito nell’articolo 185 nei seguenti termini :

    ” 1. Chiunque ricorre alla violenza, alla minaccia di violenza o alla minaccia di altro grave danno per costringere un altro a compiere un atto sessuale, o abusa allo stesso fine dell’incapacità di difendersi dagli altri.

    2. Chiunque commette il fatto previsto dal comma 1 è punito con la reclusione da due a dieci anni.

    (a) costringere un’altra persona ad avere un rapporto sessuale o un altro atto sessuale paragonabile al rapporto sessuale ;

    (…) »

    Il termine di prescrizione è fissato in dieci anni, e in quindici anni quando lo stupro è stato commesso per costringere un’altra persona ad un rapporto sessuale o ad un atto sessuale analogo o se ha cagionato grave danno alla salute della vittima.

    24 . Emerge dalle sentenze della Suprema Corte (n . 11 Tdo 294/2014 del 26 marzo 2014, n . 6 Tdo 603/2018 del 30 maggio 2018, n . 8 Tdo 699/2021 del 4 agosto 2021 e n. 7 Tdo 1023 /2021 del 10 novembre 2021) che perché sussista “ violenza ” ai sensi dell’articolo 185 comma 1 del codice penale, non è necessario che la vittima opponga evidente resistenza fisica, ad esempio se se l’aggressore non gli ha dato la possibilità, o se la vittima si è arresa per stanchezza, paura o angoscia ( beznadějnost ). È sufficiente che l’aggressore abbia avuto la possibilità di percepire il mancato consenso della vittima ; infatti, quando la persona è paralizzata dallo stress o un blocco psicologico non le permette di parlare, il suo disaccordo può essere espresso in modo non verbale, attraverso il suo atteggiamento o la posizione (passiva, difensiva) del suo corpo.

    25 . Il reato di coercizione sessuale è definito dall’articolo 186 nei seguenti termini :

    ” 1. Chiunque ricorre alla violenza, alla minaccia di violenza o di altro reato grave, per costringere altri a masturbarsi, a spogliarsi o ad adottare altri comportamenti analoghi, o che induce altri a tali comportamenti approfittando della propria incapacità di difendersi.

    2. Chiunque abusa della dipendenza altrui o della propria posizione e credibilità o dell’influenza che ne deriva per indurre altri ad avere rapporti sessuali, a masturbarsi, a spogliarsi o ad adottare altri comportamenti analoghi.

    (…)

    5. (…) Chiunque

    a) commette l’atto di cui al paragrafo 1 nei confronti di un minore di età inferiore a 15 anni, oppure

    b) con tale atto arreca grave danno alla salute. »

    Il termine di prescrizione è fissato in cinque anni per gli atti definiti dai commi 1 e 2, e in quindici anni in presenza delle circostanze di cui al comma 5.

    26 . Nella decisione n. 3 Tdo 1296/2013 del 29 gennaio 2014, la Corte Suprema ha distinto la nozione di “incapacità di difendersi “, che caratterizza lo stupro e viene definita come la situazione in cui la vittima non è in grado di esprimere la propria volontà. riguardante un rapporto sessuale con l’aggressore o non è in grado di resistere alle sue azioni, della nozione di ” dipendenza “, che caratterizza la coercizione sessuale ed è definita come la situazione in cui la vittima non può decidere liberamente e si sottomette all’aggressore perché dipende da lui in una certa misura. L’abuso di posizione e la conseguente credibilità o influenza è un concetto più ampio poiché comprende anche i rapporti tra l’aggressore e la vittima che non si basano su una situazione di controllo e in cui l’aggressore, per il solo fatto della sua posizione rispetto a -nei confronti della vittima, ne suscita la fiducia o esercita autorità su di lei e ne abusa per ottenere contatti sessuali.

    Sono stati considerati tali i rapporti tra il guaritore e il suo paziente, il primario clinico e il suo assistente personale (decisione n . 8 Tdo 1415/2013 del 17 luglio 2014), l’allenatore di atletica leggera e l’allenato (decisione n. 8 Tdo 783/2017 del 20 settembre 2017), un prete cattolico e un parrocchiano o sagrestano (decisione n. 6 Tdo 450/2017 del 27 settembre 2017).

    Il progetto di riforma del diritto penale
    27 . Attualmente, le autorità nazionali stanno valutando la possibilità di modificare il codice penale e di adottare una nuova definizione di stupro. A tal fine, il Ministero della Giustizia ha presentato al Governo, nell’autunno 2023, un disegno di legge che abbandona il concetto di stupro come rapporto sessuale forzato e che lo intende come rapporto sessuale non consensuale (secondo l’approccio “ non consensuale”). . è no “). Questo disegno di legge propone inoltre di introdurre un nuovo reato di violenza sessuale che copra i reati sessuali senza penetrazione.

    28 . È inoltre prevista la modifica del codice di procedura penale. Tra le modifiche proposte c’è la possibilità per la vittima di un reato di chiedere che la decisione con cui è stato archiviato il caso venga riesaminata dal Procuratore Supremo e poi, se necessario, da un giudice. Quest’ultimo potrebbe annullare la decisione di archiviare il caso senza ulteriori provvedimenti e ordinare la prosecuzione delle indagini, lo svolgimento di determinati atti investigativi o il chiarimento di determinati fatti.

    DIRITTO INTERNAZIONALE PERTINENTE
    29 . La Corte fa riferimento ai testi citati nella JL c. Italia ( n. 5671/16 , §§ 63-69, 27 maggio 2021), in particolare alla Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed è entrato in vigore il 1° agosto 2014 nei confronti dei primi dieci Stati che l’hanno ratificato . La Repubblica Ceca ha firmato la Convenzione di Istanbul il 2 maggio 2016 ma finora non l’ha ratificata.

    30 . Il 21 settembre 2023, il GREVIO (Gruppo di esperti sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica), organismo specializzato indipendente incaricato di garantire l’attuazione, da parte delle Parti, della Convenzione di Istanbul, ha pubblicato il 4° rapporto generale sulle sue attività, che copre il periodo da gennaio a dicembre 2022. I passaggi rilevanti di questo rapporto recitano come segue :

    “ Diversi approcci alla criminalizzazione della violenza sessuale, compreso lo stupro

    La criminalizzazione della violenza sessuale, compreso lo stupro, da parte degli Stati parti della convenzione è caratterizzata da numerose differenze nelle definizioni, nell’ambito della protezione, nel comportamento criminalizzato, nelle sanzioni applicate e nelle circostanze aggravanti e attenuanti. Le attività di monitoraggio del GREVIO mostrano che ad oggi esistono quattro diversi approcci alla criminalizzazione della violenza sessuale, compreso lo stupro. Uno di questi richiede l’uso della forza, della coercizione o dello sfruttamento di una vulnerabilità. Osserviamo anche un approccio a due livelli, che da un lato richiede l’uso della forza, della minaccia o della coercizione, ma che riconosce anche un altro reato basato interamente sull’assenza di consenso. Un terzo approccio, noto anche come “no significa no !” », non richiede l’uso della forza, minacce o coercizione, ma richiede la prova che l’atto sessuale è stato commesso contro la volontà della persona. Nel quarto approccio, informalmente descritto come ” solo sì significa sì”, ma noto anche come modello del “consenso affermativo”, è necessaria la partecipazione volontaria di entrambe o di tutte le parti affinché un atto sessuale non venga incriminato.

    Leggi basate sull’uso della forza, della coercizione o della minaccia

    Il tradizionale approccio criminale alla violenza sessuale si basava su definizioni basate esclusivamente sull’uso della forza, delle minacce, della coercizione o dell’intimidazione. Non mirava a tutelare l’autonomia sessuale, ma piuttosto si ispirava a regole religiose e/o morali di condotta sessuale. (…) Poiché le leggi basate sull’uso della forza o della coercizione rivelano una maggiore preoccupazione per l’accusato che per la vittima e tradiscono la convinzione persistente che le false accuse di stupro siano facili da formulare, ma difficili da confutare, hanno avuto un impatto negativo impatto negativo sulla definizione di norme per l’amministrazione delle prove e delle procedure. (…)

    La maggior parte delle definizioni basate sulla forza si riferiscono all’uso della violenza o alla minaccia di violenza (come in Francia, Italia e Paesi Bassi) o all’andare contro la volontà della persona che utilizza la forza (come in Estonia) o la coercizione (Romania). Ciò premesso, va osservato che in tutte le giurisdizioni, comprese quelle in cui la definizione giuridica di violenza è basata sulla forza, le situazioni che invalidano il consenso sono riconosciute anche nel diritto penale o prese in considerazione dalla giurisprudenza. Alcune forme di invalidazione del consenso si riferiscono allo stato di impotenza della vittima, della cui vulnerabilità è stata “approfittata” o “abusata”. Questo stato di impotenza è legato nella maggior parte dei casi a una forma di incoscienza dovuta all’alcol, alle droghe o alla situazione particolare della vittima (malattia mentale o disabilità, detenzione in una forma o nell’altra). (…) Pertanto, i riferimenti all’incapacità delle vittime di dare il consenso sono presenti in tutte le definizioni, sia basate sulla forza che sul consenso, risparmiando loro così di dover dimostrare di aver opposto resistenza. Tuttavia, gli esperti nazionali hanno notato che i tribunali non hanno interpretato la questione della mancanza di consenso in modo coerente e che il livello delle prove richieste è rimasto elevato, portando spesso a vittimizzazione secondaria.

    L’approccio a due livelli

    Nell’approccio a due livelli, una disposizione che richiede l’uso della forza e una disposizione che richiede l’elemento della mancanza di consenso coesistono in parallelo. La prima prevede però una pena detentiva più severa della seconda. Tuttavia, in un modello che riconosce solo “un unico reato”, le minacce o la violenza rafforzano la gravità dell’atto illecito come elementi aggiuntivi, ma non sono costitutivi dell’atto come nel caso dell’approccio dualistico. Nei suoi rapporti di valutazione di base, il GREVIO ha ritenuto che il fatto che l’atto sia avvenuto senza il consenso della vittima dovrebbe determinare la sanzione, indipendentemente dal fatto che l’atto sia stato commesso da qualcuno che ha usato violenza o abusato della propria autorità sulla persona vittima, per esempio. Tuttavia, quando al fatto si accompagnavano violenze e abusi o altre circostanze particolarmente traumatiche, occorreva considerare le circostanze aggravanti affinché la sanzione fosse proporzionata alla gravità del fatto. (…)

    L’approccio “ No significa No ! ” »

    L’approccio “ no significa no ! ”. » si basa sul postulato che il rapporto sessuale è consensuale finché nessuna delle parti ha detto “ no ”. Questo approccio criminalizza gli atti sessuali commessi “ contro la volontà di una persona ”. Il grado di resistenza, verbale o non verbale, viene utilizzato per determinare se la vittima ha acconsentito agli atti sessuali. L’approccio “no significa no ! ”. » presuppone il consenso, a meno che questo non sia revocato – esplicitamente o implicitamente – dalla vittima. Spetta quindi all’accusa dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che l’atto è avvenuto contro la volontà del denunciante. In altre parole, l’accusa deve convincere gli inquirenti (il giudice o la giuria) che il denunciante ha informato l’accusato di non voler prendere parte ad atti sessuali. Può trattarsi di resistenza espressa verbalmente o attraverso gesti o comportamenti inequivocabili come allontanarsi, piangere, cercare di allontanarsi, ecc. In altri termini, quando l’accusa non riesce a dimostrare che la vittima ha espresso, verbalmente o non verbalmente, un “no”, la prova dell’elemento costitutivo del reato sarà considerata mancante, e l’imputato non sarà quindi ritenuto penalmente responsabile. . (…) Sul piano pratico, gli esperti hanno attirato l’attenzione sul fatto che, nell’ambito di questo approccio, il rischio era che la vittima si caricasse il peso di aver rifiutato proposte sessuali verbali o non verbali o di aver evitato violenza sessuale, piuttosto che attribuire all’autore del reato l’onere di garantire che l’altra persona abbia accettato di prendere parte all’atto sessuale. In particolare, vi era il rischio che il procedimento penale si concentrasse principalmente sulla vittima e prestasse eccessiva attenzione al suo comportamento. (…)

    L’ approccio “ solo sì significa sì ”.

    L’approccio “solo sì significa sì”, noto anche come “standard del consenso affermativo”, equipara il consenso a un atto sessuale al “ consenso affermativo e liberamente prestato”. Enfatizza l’espressione affermativa, sia verbale che non verbale. Il consenso è considerato un “accordo”, espresso tra le parti sulla base della libera volontà. Secondo i suoi sostenitori, la differenza tra rapporto sessuale e stupro è semplicemente se una persona vuole o meno fare sesso. Ritengono inoltre che non spetti alla persona dire di no, ma spetta all’altra persona ascoltare se dice di sì. Questo approccio è stato incorporato nelle leggi che criminalizzano i rapporti sessuali con una persona “ che non partecipa volontariamente ” o “ che non ha dato il consenso ”. I suoi sostenitori ritengono in particolare che la passività, il silenzio, l’assenza di protesta o l’assenza di resistenza non possano essere assimilati al consenso. In questo approccio, il consenso affermativo deve essere coerente durante tutta l’attività sessuale e può essere revocato in qualsiasi momento. In definitiva, il passaggio da “no significa no !” » a “solo sì significa sì”, corrisponde a un’evoluzione nel modo in cui la società, e in particolare l’ordinamento giuridico, concepisce il processo di consenso agli atti sessuali. In questo sviluppo, il sesso è visto come un atto al quale entrambe le parti devono acconsentire volontariamente. Gli approcci al consenso affermativo forniscono regole più chiare per le parti che corrono il rischio di commettere o essere vittime di violenza sessuale, nonché per coloro che sono responsabili delle indagini e dei procedimenti giudiziari su tali questioni. (…)

    (…) per il GREVIO, l’approccio del consenso affermativo è più in linea con lo spirito della convenzione nel suo insieme e con l’obiettivo generale di migliorare la prevenzione, la protezione e l’azione penale. In effetti, l’approccio “solo sì significa sì” ha maggiori probabilità di avere un impatto sulla prevenzione e di sensibilizzare la società sui pregiudizi e sugli stereotipi di genere, che spesso vengono espressi quando si tratta di stupro e violenza sessuale. »

    31. Nella sua Raccomandazione generale n. 33 sull’accesso delle donne alla giustizia (pubblicata il 3 agosto 2015), il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) ha ricordato che, ai sensi degli articoli 2 e 15 della Convenzione sull’eliminazione di tutte le donne Forme di discriminazione contro le donne, gli Stati parti hanno l’obbligo di garantire alle donne l’accesso alla protezione e ai rimedi offerti dal diritto penale e di garantire che non siano discriminate nell’ambito di questi sistemi, né come vittime né come autori (paragrafo 47).

    32. Nella sua Raccomandazione generale n. 35 sulla violenza di genere contro le donne (pubblicata il 26 luglio 2017), la CEDAW ha raccomandato agli Stati parti di garantire che la definizione dei crimini di natura sessuale, compreso lo stupro coniugale e lo stupro amoroso, sia basata sulla l’assenza di consenso volontario e tiene conto delle circostanze coercitive (paragrafo 29).

    DIRITTO PERTINENTE DELL’UNIONE EUROPEA
    33. Il 1° giugno 2023, a seguito di un voto del Consiglio, l’Unione europea ha aderito alla Convenzione di Istanbul (paragrafo 29 supra), che è entrata in vigore per l’Unione europea il 1° ottobre 2023.

    34 . L’8 marzo 2022 la Commissione europea ha proposto una nuova direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, volta a garantire un livello minimo di protezione in tutta l’Unione europea contro tale violenza.

    Il 6 febbraio 2024 il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico su questa proposta della Commissione europea. Il testo approvato prevede prescrizioni di prevenzione che mirano, in primo luogo, a sensibilizzare sul ruolo essenziale del consenso nei rapporti sessuali e, in secondo luogo, a favorire l’adozione di misure mirate di prevenzione dello stupro.

    POSTO

    SULLA PRESUNTA VIOLAZIONE DEGLI ARTICOLI 3 E 8 DELLA CONVENZIONE
    35. La ricorrente lamenta un’interpretazione restrittiva da parte delle autorità degli elementi costitutivi dei reati di stupro e abuso sessuale previsti dal codice penale n. 140/1961 e che tale quadro giuridico era insufficiente per punire efficacemente i reati di cui ella sostiene è stata la vittima, così come la mancanza di indagini efficaci sulle sue discutibili accuse di violenza sessuale.

    36. Ella invoca gli articoli 3 e 8 della Convenzione, che nelle parti pertinenti sono così formulati :

    Articolo 3

    “ Nessuno può essere sottoposto a tortura o a… trattamenti inumani o degradanti. »

    Articolo 8

    “ 1. Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata (…). »

    Sulla ammissibilità
    37. Ritenendo che il ricorso non sia manifestamente infondato o irricevibile per qualsiasi altro motivo previsto dall’articolo 35 della Convenzione, la Corte lo dichiara ricevibile.

    Sullo sfondo
    Argomenti delle parti
    ha) Il candidato

    38 . La ricorrente ritiene che l’indagine condotta in questo caso sia stata viziata da numerose lacune e che le autorità non abbiano fatto luce su tutti gli elementi rilevanti. In particolare la polizia non ha cercato di stabilire se lei avesse acconsentito ai contatti sessuali in questione e si è accontentata di una dichiarazione scritta di VK, senza tentare di interrogarla durante le sue visite nella Repubblica ceca o in videoconferenza. Né la polizia avrebbe cercato di identificare altre “ figlie spirituali ” di VK, che avrebbero potuto testimoniare o addirittura diventare vittime, né di ottenere le informazioni raccolte dalle autorità ecclesiastiche.

    39 . La ricorrente sottolinea inoltre che, sebbene potessero esserci ragioni di natura psicologica, legate alle sue esperienze passate (paragrafo 5 supra), in grado di spiegare perché non ha opposto resistenza attiva alle azioni di VK, le autorità non hanno effettuato alcuna valutazione del suo stato psichico o della sua capacità di esprimere la propria volontà al momento dei fatti (si riferisce a questo riguardo a C. c. Romania , n . 47358/20 , § 82, 30 agosto 2022). Allo stesso modo, le autorità non hanno esaminato se avesse subito gravi danni alla salute a causa delle azioni di VK.

    40 . Secondo la ricorrente, le autorità non hanno tenuto conto dei vari fattori che la rendevano vulnerabile, vale a dire : la sua fragile salute e la morte di suo padre (paragrafo 6 supra), la sua passata esperienza con VZ, nonché il suo rapporto di dipendenza e sottomissione nei confronti di VK, che era il suo direttore della memoria, la sua guida spirituale e il suo confessore, e da cui, secondo lei, risultava uno squilibrio di poteri tra loro. Ritiene inoltre che non vi fosse nulla nel fascicolo che suggerisse che fosse attratta da VK, né interessata ad una relazione sessuale, e nemmeno consenziente, contrariamente a quanto insinuava la polizia ; sostiene al riguardo che la legge non impone alla vittima di un reato sessuale di esprimere il proprio dissenso in modo continuativo.

    41. Il ricorrente non condivide l’opinione del Governo secondo cui alcune constatazioni delle autorità avrebbero potuto dargli parziale soddisfazione (paragrafo 48 sopra). Rileva a questo proposito che le autorità penali hanno concluso che il comportamento di VK non era sufficientemente grave da costituire un reato, e che le autorità religiose non hanno ritenuto che i fatti fossero contrari alle leggi nazionali o alle norme ecclesiastiche.

    42 . Infine, la ricorrente contesta l’argomento del Governo secondo cui la giurisprudenza esistente non permetteva alle autorità di concludere che VK avesse abusato della sua incapacità di difendersi o che fosse stata sotto il suo controllo (paragrafo 48 sopra). Secondo lei, le autorità non potevano esimersi dalla loro responsabilità con il pretesto che la giurisprudenza si limitava a fornire definizioni generali degli elementi costitutivi del reato e non si era pronunciata su un caso sostanzialmente identico al suo. Ritiene che, anche ammettendo che la pratica interna esistente nel 2008 fosse restrittiva al punto da non consentire che le azioni di VK fossero qualificate come stupro o abuso sessuale (il che secondo lei significherebbe che lo Stato non ha adempiuto al proprio obbligo di criminalizzare tutti coloro che non sono -atti sessuali consensuali), le autorità avrebbero dovuto giungere a una tale interpretazione in applicazione della giurisprudenza della Corte, e in particolare del caso MC c. Bulgaria ( n. 39272/98 , CEDU 2003 – XII).

    B) Il governo

    43. Per quanto riguarda il quadro giuridico, il Governo è del parere che, dato che gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento in questa materia, non sono necessariamente tenuti ad adempiere al loro obbligo positivo di criminalizzare tutti gli atti sessuali non consensuali sotto un unico reato. (tipicamente stupro). Sottolinea che nel caso di specie i fatti denunciati dal ricorrente rientravano nel codice penale in vigore fino al 31 dicembre 2009 (legge n. 140/1961 ), che definiva diversi reati sessuali, tra cui lo stupro e l’abuso sessuale. Egli sostiene che nessuno di questi reati richiedeva necessariamente che l’ autore avesse usato violenza o minaccia di violenza o che la vittima avesse opposto resistenza fisica ; secondo lui, infatti, lo stupro poteva essere commesso anche approfittando dell’incapacità della vittima di difendersi, e la definizione di abuso sessuale era addirittura priva di qualsiasi riferimento ad un elemento di violenza (paragrafi 18-19 supra).

    44. Il Governo sostiene inoltre che nella Repubblica ceca la situazione si sta evolvendo verso la criminalizzazione di uno spettro più ampio di reati sessuali, con termini di prescrizione più lunghi, vale a dire verso un miglioramento della capacità delle autorità di rispondere adeguatamente a questi reati attacchi. Osserva in particolare che, dall’entrata in vigore del nuovo codice penale nel 2010, la definizione di stupro comprende la minaccia di violenza, anche se non imminente, nonché la minaccia di un altro attacco grave, e comprende qualsiasi atto sessuale (e non solo rapporti sessuali non consensuali o atti simili ai rapporti sessuali). Aggiunge che è stato introdotto un nuovo reato di coercizione sessuale che, essendo definito anche da un abuso, da parte dell’autore, della sua posizione e dalla conseguente credibilità o influenza, può riguardare il rapporto tra un sacerdote e un parrocchiano (commi 25-26 sopra). Secondo il Governo, dalla giurisprudenza della Corte Suprema risulta anche che, per concludere che vi sia stata violenza ai sensi dell’articolo 185 § 1 del nuovo codice penale, non è necessario che la vittima mostri un’evidente resistenza fisica ma è sufficiente che l’autore del reato abbia potuto percepire la mancanza di consenso della vittima (paragrafo 24 supra).

    45. Per quanto riguarda l’indagine svolta nel caso di specie, il Governo sostiene che è stata aperta tempestivamente e condotta con diligenza e serietà. Ritiene che sia stata raccolta una grande quantità di prove, compresa la dichiarazione del ricorrente (paragrafo 9 supra) e una dichiarazione scritta di VK, che secondo il Governo non poteva essere interrogato a causa della pandemia (paragrafo 11 supra), e ritiene che che tali prove stabilivano tutte le circostanze rilevanti.

    46. ​​​​Il Governo ritiene inoltre che, non essendo né minorenne né molto giovane, non affetto da malattie mentali e non essendo collocato in un istituto, il ricorrente non si trovava in una situazione di particolare vulnerabilità ai sensi della giurisprudenza della Corte . Ritiene che in ogni caso le autorità abbiano tenuto sufficientemente conto della sua situazione individuale e abbiano mostrato sensibilità e rispetto nei suoi confronti, evitando qualsiasi stigmatizzazione o vittimizzazione secondaria.

    47. Per quanto riguarda l’esistenza di elementi di coercizione nel caso di specie, il Governo sostiene che alcune dichiarazioni della ricorrente suggerivano, almeno in una certa misura, che i suoi contatti sessuali con VK fossero consensuali. Inoltre, il Governo invita la Corte a prendere in considerazione la natura molto specifica del rapporto tra VK e il ricorrente, vale a dire tra un sacerdote e un credente, che distingue il caso di specie da quelli esaminati dalla Corte ad oggi. Ritiene infatti che il fatto che la ricorrente si sentisse sotto l’influenza di VK come autorità spirituale fosse la manifestazione della sua libertà di religione, che esercitava di sua spontanea volontà, e ritiene che ciò non avvenga né per la né alle autorità nazionali né alla Corte di valutare se e in quale misura la ricorrente fosse realmente soggetta, nel senso religioso del termine, al suo “ padre spirituale ” (sul punto il Governo si riferisce alla sentenza Skugar e altri c. Russia (dec. ), n . 40010/04 , 3 dicembre 2009). Aggiunge che taluni argomenti avanzati dal ricorrente riguardo allo squilibrio di poteri nella loro relazione farebbero pensare che qualsiasi atto sessuale tra un sacerdote e una persona credente sarebbe necessariamente non consensuale e dovrebbe quindi costituire un reato, cosa che egli non può accettare.

    48 . Il Governo osserva infine che al termine dell’indagine, le autorità nazionali hanno concluso che le azioni di VK non costituivano abuso sessuale o stupro, considerando che il ricorrente non si trovava in una situazione di incapacità di difendersi (di cui VK avrebbe abusato), né sotto il controllo di VK, come interpretati dalla giurisprudenza. Egli ritiene che una conclusione opposta sarebbe stata incompatibile con l’articolo 7 della Convenzione e con l’esigenza di prevedibilità del diritto penale. Il Governo rileva inoltre che nelle motivazioni delle loro decisioni, le autorità hanno descritto il comportamento di VK come non etico ed immorale, che secondo esso era atto ad accogliere in parte le richieste presentate dalla ricorrente nel suo ricorso costituzionale (paragrafo 16 sopra). In questo contesto, il Governo ritiene che non sia senza importanza che siano state adottate misure nei confronti di VK da parte delle autorità ecclesiastiche, che alla ricorrente sia stato offerto un accordo amichevole e che abbia ricevuto delle scuse (paragrafi 7, 10 e 11 sopra). Il Governo osserva infine (riferendosi al caso DK c. Italia , n. 14260/17 , § 88, 1 dicembre 2022 ) che il ricorrente non ha adito i tribunali civili.

    Valutazione della Corte
    49. La Corte ricorda innanzitutto che lo stupro e la violenza sessuale grave costituiscono trattamenti che rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 3 della Convenzione e che coinvolgono anche valori fondamentali e aspetti essenziali della ” vita privata ” ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione ( Y c. Bulgaria , n. 41990/18 , §§ 63-64, 20 febbraio 2020 e i casi ivi citati). Conformemente a tale giurisprudenza, ritiene che gli atti di violenza sessuale lamentati dalla ricorrente siano sufficientemente gravi da rientrare nell’ambito di applicazione dell’articolo 3 della Convenzione e che le denunce da lei sollevate possano essere esaminate congiuntamente sulla base degli articoli 3 e 8 della Convenzione.

    ha) Principi generali

    50 . La Corte rileva che i principi generali applicabili in materia sono stati enunciati, in particolare, nella causa M.C. Bulgaria ( n. 39272/98 , §§ 149-152, CEDU 2003 – XII). Ricorda in particolare che tra gli obblighi positivi che gravano sugli Stati ai sensi degli articoli 3 e 8 della Convenzione figura l’obbligo di adottare disposizioni penali che criminalizzino e puniscano efficacemente qualsiasi atto sessuale non consensuale, anche quando la vittima non oppone resistenza fisica ( MGC c. Romania , n . 61495/11 , § 59, 15 marzo 2016, Z c. Bulgaria , n . 39257/17 , § 67, 28 maggio 2020, e JL c. Italia , n . 5671/16 , § 117 , 27 maggio 2021), e di applicare effettivamente tali disposizioni attraverso indagini e procedimenti penali efficaci ( MC c. Bulgaria , sopra citata, §§ 153 e 166, e BV c. Belgio , n. 61030/08 , § 55, 2 maggio , 2017).

    51. Infatti, gli obblighi positivi inerenti agli articoli 3 e 8 della Convenzione richiedono, innanzitutto, la creazione di un quadro legislativo e regolamentare che consenta di tutelare adeguatamente gli individui contro gli attacchi alla loro integrità fisica e morale, in particolare, per atti gravi quanto lo stupro, attraverso l’adozione di disposizioni penali effettive e la loro effettiva applicazione nella pratica ( MC c. Bulgaria , sopra citata, § 150, e JL c. Italia , sopra citata, § 118).

    52 . Riguardo a tale obbligo materiale, la Corte ha ammesso nella sentenza MC c. Bulgaria (sopra citata, § 154) che gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento per quanto riguarda i mezzi per garantire un’adeguata protezione contro lo stupro. Ha osservato in questo contesto che il requisito secondo cui la vittima deve resistere fisicamente non è più valido nella legislazione dei paesi europei e che sebbene, in molti di questi paesi, la definizione di stupro menzioni ancora l’uso della violenza o la minaccia di violenza da parte aggressore, giurisprudenza e dottrina hanno piuttosto considerato l’assenza del consenso, e non l’uso della forza, come elemento costitutivo del reato di stupro. La Corte si è quindi detta convinta che qualsiasi approccio rigido alla repressione dei reati di natura sessuale, che consista, ad esempio, nel richiedere in tutti i casi la prova dell’esistenza di resistenza fisica, rischierebbe di portare all’impunità degli autori di alcuni tipi di reati stupro e quindi compromettere l’effettiva tutela dell’autonomia sessuale dell’individuo. In conformità con le norme e le tendenze contemporanee in materia, inclusa quella di considerare l’assenza di consenso come elemento costitutivo essenziale dello stupro e della violenza sessuale, la Corte ha quindi concluso che gli Stati hanno l’obbligo di criminalizzare e di reprimere efficacemente qualsiasi atto sessuale non consensuale. atto, anche quando la vittima non ha opposto resistenza fisica ( ibid. , §§ 157-166).

    53 . La Corte ricorda poi che gli articoli 3 e 8 della Convenzione impongono anche agli Stati un obbligo procedurale positivo. Pertanto, quando una persona sostiene in modo giustificabile di essere stata vittima di atti contrari a tali disposizioni, le autorità nazionali devono svolgere un’indagine ufficiale efficace in grado di consentire l’accertamento dei fatti nonché l’identificazione e, se del caso, la punizione di tali persone. responsabile. Si tratta di un obbligo di mezzi e non di risultati. Se tale esigenza non richiede che tutti i procedimenti penali si concludano con una condanna, o anche con l’imposizione di una pena specifica, le autorità giudiziarie nazionali non devono in nessun caso essere disposte a consentire attacchi all’integrità fisica e alla moralità degli individui, per preservare la fiducia del pubblico nella rispetto del principio di legalità e di evitare qualsiasi apparenza di complicità o di tolleranza di atti illeciti (si vedano, tra gli altri, JL c. Italia , sopra citata, § 118, e N.Ç. c. Turchia , n . 40591/11 , § 96, 9 febbraio 2021).

    B) Applicazione di questi principi al caso di specie

    54 . La Corte osserva innanzitutto che all’epoca in cui furono commessi gli atti denunciati dal ricorrente, vale a dire nel 2008-2009, i reati erano definiti dalla legge n. 140/1961 (il codice penale). Secondo l’articolo 241 di questo codice, lo stupro può essere commesso sia mediante l’uso della violenza sia con la minaccia di violenza imminente, utilizzata per costringere la vittima ad un rapporto sessuale o ad un atto sessuale simile, oppure abusando dell’incapacità della vittima di difendersi. (paragrafo 18 supra ) . Inoltre, questo codice ha definito all’articolo 243 il reato di abuso sessuale, punito meno severamente e suscettibile di essere commesso, attraverso l’abuso di una situazione di dipendenza, sia su una persona minore di 18 anni sia su una persona sotto controllo dell’aggressore (paragrafo 21 sopra).

    55. Nel caso di specie, la polizia ha concluso che non vi era stato alcuno stupro sulla base del fatto che VK non aveva fatto ricorso alla violenza o alla minaccia di violenza e che la ricorrente aveva espresso il suo disaccordo solo dopo atti sessuali, ma non durante (paragrafo 12 Sopra). La ricorrente non contesta tali motivi, ma sostiene, invece, che le autorità nazionali avrebbero comunque dovuto qualificare gli atti commessi da VK come stupro poiché, secondo lei, egli aveva abusato della sua incapacità di difendersi, o, in mancanza quello, di abuso sessuale, poiché lei era presumibilmente sotto il suo controllo e lui ha abusato della sua dipendenza (paragrafo 42 supra). Ella afferma a questo proposito che le autorità avrebbero dovuto tenere conto delle circostanze specifiche del caso – in particolare la sua precedente esperienza di abuso, la fragilità del suo stato di salute, colpito tra l’altro dalla morte del padre, e la particolarità del suo rapporto con VK, che era stato il suo direttore della tesi e che considerava la sua guida spirituale -, cosa che secondo lei la rendeva incapace di opporsi attivamente alle azioni di VK. Sottolinea a questo proposito che le autorità non hanno effettuato alcuna valutazione del suo comportamento stato psicologico o la sua capacità di esprimere la propria volontà al momento dei fatti (punti 39 e 40 supra) .

    56. Per la Corte, la questione nella presente causa è determinare se le autorità hanno agito in conformità con i loro obblighi positivi, quali derivanti dagli articoli 3 e 8 della Convenzione, di garantire una protezione effettiva al ricorrente contro i comportamenti non consensuali atti sessuali che afferma di aver subito. Rilevando che la ricorrente non mette esplicitamente in discussione, nelle sue osservazioni (paragrafi 38-42 supra), il testo della legge esistente all’epoca dei fatti, la Corte deve esaminare se, come sostiene la ricorrente, l’approccio delle autorità in l’interpretazione dei fatti e del contesto giuridico nel caso di specie è stata carente al punto da violare gli obblighi positivi incombenti sullo Stato convenuto.

    57. La Corte rileva a questo riguardo che, nel caso di specie, la polizia sembra aver ritenuto che, affinché le azioni di VK fossero riprovevoli, la ricorrente avrebbe dovuto esprimere la sua opposizione durante tali atti. Il fatto che lei lo abbia espresso successivamente , anche a più riprese (paragrafi 9 e 12 supra), così come l’ipotesi che VK potesse essersi sbagliata e ritenere che lei avesse acconsentito (paragrafo 11 supra), non sembrano essere stati di alcuna importanza agli occhi delle autorità, così come il fatto che la ricorrente possa aver avuto motivi per rimanere passiva, o per non opporsi a VK a causa della sua posizione di autorità, senza acconsentire agli atti subiti. In effetti, nonostante le affermazioni del ricorrente in tal senso, le autorità non hanno ritenuto necessario effettuare una valutazione contestuale della credibilità delle dichiarazioni rese e una verifica di tutte le circostanze circostanti (si veda MC c. Bulgaria , sopra citata, § 177 ). In particolare, sarebbe stato senza dubbio importante prendere in considerazione lo stato psicologico della ricorrente, se non altro per determinare se soffrisse di una possibile reazione post-traumatica all’abuso che afferma di aver subito in precedenza ; poi, le autorità non hanno esaminato sufficientemente la questione se e, in caso affermativo, in quale misura, il ricorrente si trovasse in una situazione di particolare vulnerabilità e dipendenza da VK. Le autorità del pubblico ministero si accontentano di concludere che il ricorrente non era stato in grado di farlo difendersi ai sensi del diritto interno e della giurisprudenza (paragrafi 14 e 15 supra).

    58. La Corte è consapevole che questa giurisprudenza, così come esisteva all’epoca dei fatti, riconosceva che, in determinate situazioni, a causa di uno stato di impotenza dovuto ad esempio all’alcol, alle droghe, alla malattia o alla disabilità, la vittima non è in grado di esprimere la propria volontà o difendersi (paragrafo 20 supra). Ad avviso della Corte, tale approccio riflette tuttavia un’insufficiente considerazione delle situazioni di consenso invalido dovuto ad abuso di vulnerabilità e, più in generale, della reazione psicologica delle vittime di violenza sessuale. È alla luce di questa interpretazione restrittiva degli elementi costitutivi del reato di stupro come definito dalla legge n. 140/1961 che le autorità inquirenti hanno deciso di archiviare il caso senza ulteriori azioni (cfr. MC c. Bulgaria , sopra citata, §§ 170 -174). Pertanto, la decisione finale in questo caso è avvenuta durante la fase preparatoria del procedimento penale, senza che il caso fosse sottoposto ad un tribunale, poiché il diritto interno non consente al ricorrente di presentare ricorso dinanzi ad un’autorità giudiziaria.

    59. A questo proposito, la Corte rileva che la più recente giurisprudenza della Corte Suprema, relativa al nuovo codice penale, sembra fornire una risposta più adeguata al riguardo (paragrafo 24 supra).

    60. Per quanto riguarda il reato di abuso sessuale, come definito nel codice penale in vigore all’epoca dei fatti (paragrafi 21 e 54 supra), la Corte osserva che le autorità nel caso di specie hanno concluso che il ricorrente non era stato sotto il controllo di VK, nel senso in cui tale termine è stato interpretato dalla giurisprudenza, e che la sua libera volontà non era stata limitata, poiché era una persona maggiorenne, dotata di piena capacità giuridica e non affetta da alcuna malattia che gli impedisse di esprimere la sua volontà (paragrafi 14-15 sopra). La constatazione delle autorità secondo cui la ricorrente poteva aver sentito una certa dipendenza da VK (paragrafo 15 supra) non le ha indotte ad approfondire la loro analisi. Secondo la Corte, tale approccio, che consiste, in sostanza, nel rifiutare la valutazione contestuale dei fatti tenendo conto dello stato psicologico della ricorrente in concreto , e non solo del fatto che era una persona adulta, era fallendo.

    61. La Corte rileva inoltre che le autorità hanno ritenuto nel caso di specie che, sulla base del nuovo codice penale entrato in vigore successivamente ai fatti in questione, le azioni di VK avrebbero potuto essere considerate coercizione sessuale (paragrafo 12 in fine supra) ; ciò sembra confermato dalla giurisprudenza in materia (punto 26 in fine ).

    62. Ne consegue che l’approccio delle autorità nel caso di specie non era idoneo a garantire al ricorrente una protezione adeguata. Di conseguenza, la Corte ritiene che lo Stato convenuto sia venuto meno agli obblighi positivi che gli erano imposti, almeno a partire dall’adozione nel 2003 della sentenza MC c. Bulgaria (sopra citata), di applicare effettivamente un sistema penale idoneo a reprimere gli atti sessuali non consensuali lamentati dal ricorrente. Essa ricorda a questo proposito che non è chiamata a pronunciarsi sulla responsabilità penale del presunto aggressore (si veda MC c. Bulgaria , sopra citata, § 168) e che la sua constatazione di cui sopra non può quindi essere interpretata come un giudizio sulla colpevolezza di VK o come invito alla riapertura delle indagini in questo caso.

    63. Le considerazioni che precedono sono sufficienti per consentire alla Corte di concludere che vi è stata, nel caso di specie, una violazione degli obblighi positivi che incombono allo Stato convenuto ai sensi degli articoli 3 e 8 della Convenzione.

    SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE
    64. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione :

    “ Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, e se il diritto interno dell’Alta Parte Contraente consente di cancellare solo imperfettamente le conseguenze di tale violazione, la Corte concede alla parte lesa, se del caso, , solo soddisfazione. »

    Peccato
    65. La ricorrente chiede 30.000 euro (EUR) per il danno morale che ritiene di aver subito in particolare a causa del fatto che le azioni di VK non sono state adeguatamente classificate e perseguite dalle autorità.

    66. Il Governo sostiene che, per essere giusti, l’importo stanziato sotto questa voce dovrebbe riflettere sia la gravità delle violazioni constatate sia la giurisprudenza pertinente.

    67. La Corte ritiene che la ricorrente abbia subito un certo danno morale a causa delle violazioni constatate dei suoi diritti garantiti dagli articoli 3 e 8 della Convenzione. Ritiene che gli dovrebbero essere riconosciuti 25.000 euro per il danno morale.

    Commissioni e spese
    68. La ricorrente chiede EUR 7.058 per costi e spese da lei sostenuti, che corrisponderebbero a 305 ore di lavoro svolte dal suo avvocato nell’ambito del procedimento dinanzi ai tribunali nazionali e del procedimento dinanzi alla Corte, previa detrazione delle somme che le sarebbero state riconosciute internamente a titolo di costi e spese.

    69. Il Governo ha osservato che la ricorrente non aveva dettagliato né corroborato la sua richiesta con i relativi documenti giustificativi, come richiesto dall’articolo 60 § 2 del Regolamento della Corte, e che non aveva nemmeno presentato un documento attestante di aver pagato la somma in questione al suo avvocato o che era tenuta a pagarglielo.

    70. Secondo la giurisprudenza della Corte, un ricorrente può ottenere il rimborso dei suoi costi e spese solo nella misura in cui siano stabilite la loro realtà, la loro necessità e la natura ragionevole del loro importo.

    71. Nella fattispecie, vista l’assenza di qualsiasi prova di pagamento per quanto riguarda le spese asseritamente sostenute dalla ricorrente per il procedimento dinanzi ai tribunali nazionali, la Corte non le accorda alcuna somma a questo riguardo.

    Per quanto riguarda le spese sostenute per il procedimento dinanzi ad essa, la Corte ritiene ragionevole riconoscere alla ricorrente la somma di 1.000 euro, che corrisponde alla somma fatturata dal suo avvocato per la preparazione della risposta alle osservazioni del Governo.

    PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ,

    Dichiara la richiesta ricevibile ;
    Ritiene che vi sia stata violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione ;
    Dice
    ha) che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi dalla data in cui la sentenza diventa definitiva ai sensi dell’articolo 44 § 2 della Convenzione, le seguenti somme, da convertire nella valuta dello Stato convenuto al tasso applicabile alla data di regolamento :

    Euro 25.000 (venticinquemila euro), oltre l’eventuale importo che su tale somma dovesse essere dovuto a titolo d’imposta, per danno morale ;
    1.000 EUR (mille euro), più qualsiasi importo che possa essere dovuto su tale somma dal richiedente a titolo di imposta, per costi e spese ;
    B) che dalla scadenza di detto periodo e fino al pagamento, tali importi saranno maggiorati degli interessi semplici ad un tasso pari a quello dell’operazione di rifinanziamento marginale della Banca Centrale Europea applicabile durante tale periodo, aumentato di tre punti percentuali ;

    Respinge la richiesta di eccedenza per equa soddisfazione.
    Fatto in francese, poi comunicato per iscritto il 20 giugno 2024, in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.

    Victor Soloveytchik Mattias Guyomar
    Impiegato Presidente

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  • Corpus Dei:  Abusi sessuali e crimini del Vaticano e della Chiesa italiana, uno studio sulle percezioni pubbliche e la copertura mediatica.

    Corpus Dei: Abusi sessuali e crimini del Vaticano e della Chiesa italiana, uno studio sulle percezioni pubbliche e la copertura mediatica.

    Raviglione Barbara

    UP2066699

    Data: 2 maggio 2024

    Supervisore: Veronika Carruthers

    Conteggio parole: 10.481

    Tesi presentata in parziale adempimento dei requisiti della laurea in Criminologia BSC (Hons) con laurea in Psicologia.

    UNIVERSITÀ DI PORTSMOUTH

    SCUOLA DI CRIMINOLOGIA E GIUSTIZIA PENALE

    • Dichiaro che la presente tesi è sostanzialmente opera mia;
    • Acconsento che la mia tesi in questo formato attribuito (non anonimo), soggetto all’approvazione finale della Commissione d’esame, sia resa disponibile elettronicamente nell’archivio tesi della Biblioteca e/o negli archivi digitali del Dipartimento. Le tesi verranno conservate di norma per un massimo di dieci anni;
    • Comprendo che se acconsento, questa tesi sarà accessibile solo al personale e agli studenti solo come riferimento;
    • Questa autorizzazione può essere revocata in qualsiasi momento inviando un’e-mail a data-protection@port.ac.uk .

    FIRMATO:

    NOME IN STAMPATELLO: Raviglione Barbara

    DATA: 2 maggio 2024

    Ringraziamenti

    Vorrei ringraziare i miei supervisori, la dottoressa Leah Fox e Veronika Carruthers, per il supporto che mi hanno fornito lo scorso anno, dal mio primo passo fino al completamento di questa tesi. Inoltre, un ringraziamento speciale va all’Università di Portsmouth, alla Scuola di Criminologia e Giustizia Penale e al personale dell’Università.
    Con gratitudine ringrazio la mia famiglia, per il sostegno anche a chilometri di distanza, per le infinite chiamate a superare la distanza, e per accogliermi sempre a casa con un abbraccio. Senza di te, niente di tutto questo sarebbe possibile.
    Inoltre, voglio ringraziare i miei amici, coloro con cui ho condiviso momenti preziosi, di felicità e di tristezza, dalle serate di gioco alle interminabili sessioni in biblioteca, e una menzione speciale va a Edward, che è stato il mio primo amico in questo nuovo Paese e non se n’è mai andato. il mio lato.

    Infine, una menzione particolare va ad Atlante, Astolfo, Orlando e Luna, che ora solcano i cieli e mi osservano dall’alto: mi avete mostrato che c’è bellezza e speranza nella vita.

    Parla di equità, ce ne fosse la metà

    Saremmo già da un pezzo in fuga in mare aperto,

    Parla di onestà, ce ne fosse la metà

    Sareste già da un pezzo prossimi all’arresto.

    • Willie Peyote, “Io non sono razzista ma…”.

    Astratto

    La questione degli abusi sessuali clericali è stata importante fin dal Medioevo; tuttavia, è stato considerato un crimine minaccioso solo dagli anni ’80. Casi come l’articolo Spotlight del Boston Globe, le inchieste sul mandato del governo irlandese e le scoperte nel giornalismo spagnolo hanno portato alla luce le ramificazioni di questo crimine nella Chiesa cattolica romana. Tuttavia, la letteratura riguardante la penisola italiana è scarsa e nuova e si concentra principalmente sulla storia degli abusi sessuali da parte dell’Ecclesiaste o sul racconto delle esperienze delle vittime. Questa tesi mira a colmare le lacune relative agli atteggiamenti pubblici e alla copertura mediatica, al fine di scoprire se uno influenza l’altro e le eventuali questioni circostanti. È stato realizzato attraverso l’utilizzo di un approccio metodologico misto, ovvero un’indagine dedicata alla popolazione italiana e un’intervista ad un’importante associazione di sopravvissuti. I principali risultati evidenziano la mancanza di misure per prevenire il verificarsi di abusi, la collaborazione tra Chiesa e Stato e la ridotta presenza di segnalazioni di abusi sessuali clericali nei principali media italiani. Attraverso l’impiego delle teorie della Criminologia Critica, in particolare correlandole al clericalismo e all’egemonia dei media, questo articolo ha scoperto che la classe dirigente influenza fortemente la pubblicazione di articoli che circondano questa violenza sessuale, poiché non si adattano all’agenda politica. Pertanto, l’assenza di denunce lascia la popolazione, soprattutto gli anziani e i cattolici, ignari dei crimini che si verificano nel loro Paese d’origine. Per realizzare uno sviluppo sostanziale, i media mainstream in Italia hanno bisogno di riforme, poiché la loro voce è lo strumento principale che può portare il pubblico a chiedere cambiamenti politici.

    Sommario

    Ringraziamenti…………………..…………. 3

    Riassunto………………………………………….. 4

    Elenco delle figure…………………

    Elenco delle tabelle…………………………………………………………………………………………………………. 6

    Glossario ed elenco delle abbreviazioni…………………..……….. 6

    1. Introduzione…………………………..……….. 7

    1.1 Scopi e obiettivi………………

    1. Revisione della letteratura …………………

    2.1 Definizioni…………………..……………..……….. 12

    2.1.1 Legislazione del Regno Unito in materia di reati sessuali………………….. 12

    2.1.2 La legislazione italiana in materia di reati sessuali……………………………………….. 13

    2.1.3 Abusi sessuali da parte di esponenti del clero……………..……………. 15

    2.1.4 Clericalismo……………..……………..…………….. 16

    2.2 Letteratura globale……………………………………… 17

    2.3 Letteratura italiana…………………..……………..……………. 20

    1. Metodologia……………………………………………………………………………………………………. 24

    3.1 Indagine………………………

    3.2 Intervista…………………………. 26

    3.3 Etica…………………..……………. 27

    1. Riscontri …………………..…………….. 29

    4.1 Risultati dell’indagine…………………………………………………………………………………………. 29

    4.1.1 Dati demografici…………………………………………………………………………… 29

    4.1.2 Opinione pubblica…………………………………………………………………………… 30

    4.1.3 Copertura mediatica……………..………..……….. 32

    4.2 Risultati del colloquio………………

    1. Discussione…………………..……………..……….. 36

    5.1 Consapevolezza e atteggiamenti del pubblico nei confronti del CSA………………… 36

    5.1.1 Criminologia critica, politica italiana e clericalismo……………. 38

    5.2 Copertura mediatica……………………………….. 39

    5.2.1 Criminologia critica ed egemonia dei media……………. 40

    5.2.2 Aumentare la consapevolezza pubblica sui CSA………………….. 41

    5.3 Sostegno alle vittime di CSA e implicazioni……………………………… 42

    1. Conclusione………………………………..……………….. 46

    6.1 Raggiungimento degli scopi e degli obiettivi…………………………………………. 46

    6.2 Limitazioni…………………..…………. 48

    6.3 Raccomandazioni………………………………………………………………………… 48

    Riferimenti……………

    Appendice………………………………………………………………………………………………………………. 78

    Appendice 1. Approvazione Etica…………………………………………………………………………… 78

    Appendice 2. Domande dell’intervista……………………………………………………………………… 79

    Appendice 3. Domande del sondaggio……………………………………………………………………… 79

    Lista delle figure

    Figura 1:  Religione VS età. 30

    Figura 2:  Credo che i CSA non siano un problema in Italia VS Religione. 31

    Figura 3:  Credo che il CSA non sia un problema in Italia VS Età. 31

    Figura 4 : Tipo di supporto attendibile VS Età. 33

    Elenco delle tabelle

    Tabella 1: Analisi del contenuto dell’intervista . 34

    Glossario ed elenco delle abbreviazioni

    CSA Abusi sessuali clericali
    cCSA Abuso sessuale clericale su minori
    RCC Chiesa cattolica romana
    penisola italiana Italia, San Marino e Città del Vaticano
    L’associazione Rete L’ABUSO

     

     

     

    1. Introduzione

    La consapevolezza riguardo alla correlazione tra abuso sessuale, pedofilia, criminalità e Chiesa, soprattutto quella cattolica, è straordinariamente nuova (Marotta, 2021; Madu & Madu, 2021; Tallon & Terry, 2013). In particolare, prima delle campagne sugli abusi sessuali e sull’incesto degli anni ’70, con particolare attenzione agli Stati Uniti, la questione degli abusi sessuali sui minori non era considerata degna di nota (Clites, 2023). In particolare, è stato nei due decenni precedenti il ​​nuovo millennio che le voci dei sopravvissuti ai CSA hanno iniziato a occupare l’ambiente socioculturale (Clites, 2023; Tallon & Terry, 2013). Durante questi vent’anni, resoconti di attività criminali nella Chiesa cattolica sono emersi in tutto il mondo, attirando l’attenzione di paesi europei come Irlanda, Francia e Spagna (Donnelly & Inglis, 2010; Pereda & Segura, 2021; Terry, 2015). Tuttavia, è fondamentale considerare che l’abuso sessuale all’interno del personale ecclesiastico esiste fin dall’antichità (Benadusi & Lagioia, 2022; Rashid & Barron, 2018). Costituisce un problema di lunga data all’interno dell’ordine ecclesiastico cattolico romano e dei suoi rappresentanti (Benadusi & Lagioia, 2022). Tuttavia, i continui insabbiamenti perpetuati dalla Chiesa, volti a mantenere la rispettabilità e la purezza intrinseche alla dottrina cristiana, hanno portato a considerare questi crimini solo un problema moderno (Blasi & Oviedo, 2020; Frawley-O’Dea, 2007; Marchlewska et al., 2023). Tuttavia, i recenti scandali e le testimonianze hanno fatto riemergere questo reato, come l’inchiesta Spotlight del Boston Globe del 2002, l’attuale campagna sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e le risultanze sulla situazione irlandese (Bisantz, 2023; Pilgrim, 2012; Pupilli, 2016). Il coinvolgimento ecclesiastico in altre attività illegali, come la corruzione e le correlazioni con la criminalità organizzata, racchiude una questione cruciale che è altamente sottovalutata (Faggioli, 2019; Terry, 2015). Proprio i casi sopra menzionati hanno avuto un forte impatto sul processo legale e sull’attenzione mediatica in materia di CSA, che hanno provocato una crisi nel RCC (Doyle, 2012; Formicola, 2020). L’incapacità di gestire la superficie delle sue attività criminali nel corso della sua storia ha messo in luce i numerosi insabbiamenti gerarchici, l’ipocrisia e la debole facciata di questa organizzazione religiosa (Faggioli & O’Reilly-Gindhart, 2021; Formicola, 2016).

    Tre esempi principali sono pilastri fondamentali dell’emergenza degli abusi all’interno della Chiesa: le prime testimonianze di Scott Gastal contro padre Gauthe, lo scandalo di Boston e le indagini irlandesi (Benigno & Lavenia, 2021; Donnelly & Inglis, 2010; Moran, 2019; Pang et al., 2022). Il primo è caratterizzato dal processo della Louisiana del 1985 contro padre Gauthe, e la sua importanza risiede nel fatto che è stata la prima volta che un caso di cCSA è stato discusso in tribunale, coperto dai media ed esposto al pubblico (Benigno & Lavenia, 2021; Lytton, 2022). Gastal, all’epoca 11enne, testimoniò contro Gauthe, che da un anno abusava sessualmente di lui in una casa parrocchiale (D’Antonio, 2013). Nonostante la paura, le minacce e le complicazioni derivanti dal farsi avanti, la famiglia Gastal accusò il religioso, che fu poi processato e scoperto per aver molestato 37 bambini (D’Antonio, 2013; Nordheimer, 1985).

    Inoltre, l’articolo Spotlight del Boston Globe del 2002 ha rivelato le ramificazioni della pedofilia nella Chiesa cattolica americana, svelando l’allarmante prevalenza di questo crimine, trovando oltre settanta ecclesiastici colpevoli di cCSA nell’arcidiocesi cattolica romana di Boston (Bisantz, 2023; Faggioli, 2023 ). In particolare, la maggior parte degli abusi erano conosciuti dall’arcidiocesi locale, che li considerava non abbastanza gravi, e quindi ha scartato i resoconti e le accuse delle vittime (Hilary & Huang, 2023; Boston Globe Spotlight Team). Questo evento è particolarmente cruciale quando si tratta di attenzione mediatica, poiché lo scandalo ha esplorato quanto sia radicata la questione dei CSA e, di conseguenza, ha esposto a livello mondiale la gravità della questione (Renzetti & Yocum, 2013).

    Quest’ultimo è caratterizzato dalle numerose inchieste avviate dal governo irlandese riguardo al cCSA tra il 1990 e il 2010, in particolare dopo la condanna di p. Brendan Smyth nel 1994 (Gleeson & Jones, 2015; Ring, 2018; Terry, 2015). Precisamente, è stato riconosciuto colpevole di aver molestato 72 bambini mentre era nell’Ordine Norbertino ed è stato condannato a 12 anni di prigione (Powell & Scanlon, 2014). La copertura mediatica è stata eccezionale, poiché gli articoli di giornalismo investigativo di Chris Moore hanno inondato le notizie irlandesi e hanno rivelato come gli Ecclesiaste fossero a conoscenza degli abusi di Smyth ma non li avessero denunciati ad alcuna autorità (Hargaden, 2022; Powell & Scanlon, 2014). A seguito di questa calunnia, la percezione pubblica dell’autorità della Chiesa cattolica in Irlanda venne interrotta e la sua reputazione offuscata (Rosie, 2022).

    Seguendo questo esempio, recenti studi, indagini e ricerche sono stati condotti in diversi Paesi, come Paesi Bassi, Canada, Australia, Germania, Spagna e Portogallo (Death, 2018; Gleeson, 2016).

    Tuttavia, le ricerche riguardanti la penisola italiana sono estremamente scarse, soprattutto considerando che lì si trova il Vaticano. Inoltre, la pubblicità dei CSA in Italia è diminuita, poiché la Chiesa nasconde facilmente la maggior parte dei chierici accusati e nega la complicità (Benigno & Lavenia, 2021). È qui che trova fondamento la presente tesi, che mira a colmare le lacune presenti nell’attuale scenario letterario italiano.
    Il più ampio rapporto sulla portata dei CSA è realizzato dall’associazione no-profit Rete L’ABUSO, che comprende vittime, accuse, condanne, religiosi negazionisti e spazi di sostegno sia per i sopravvissuti che per gli autori di reato, descrivendo 15 anni di indagini in corso (Rete L’ ABUSO, 2023; Zanardi, 2018). È evidente che, con oltre 166 sacerdoti accusati nel 2023 e solo 164 condanne dal 2008, si tratta di una questione trascurata e sottovalutata (Rete L’ABUSO, 2023). Confrontando questo con l’esempio irlandese, è evidente la mancanza di indagini affidate al governo, e quindi l’assenza di riconoscimento da parte della classe dirigente.

    1.1 Scopi e obiettivi.

    Scopo :

    Comprendere la consapevolezza e l’interpretazione delle persone riguardo ai crimini perpetrati dalla Chiesa cattolica nella penisola italiana.

    Obiettivi :

    1. Scopri l’atteggiamento della popolazione italiana nei confronti della prevalenza del cCSA sia a livello mondiale, nel contesto europeo, che in Italia.
    2. Determinare l’entità della copertura mediatica italiana sul CSA.
    3. Valutare l’efficacia dei servizi di supporto disponibili per le vittime di CSA in Italia.

    La metodologia utilizzata per questa ricerca prevede metodi misti, riguardanti sia un sondaggio che un’intervista semi-strutturata. Il primo sarà condiviso con la popolazione italiana chiedendo quale sia la loro posizione e il loro atteggiamento nei confronti della prevalenza di questo crimine e quanto il CSA sia rappresentato nei media nazionali. Inoltre, quest’ultima, condotta con un’associazione italiana, servirà per ottenere una prospettiva esaustiva sulle denunce e sulle circostanze relative a questo delitto.
    Gli obiettivi della tesi saranno raggiunti analizzando innanzitutto la letteratura sull’argomento, concentrandosi prevalentemente sulle definizioni, sulla letteratura globale e sulle indagini con sede in Italia. Inoltre, verrà esposta la metodologia, dichiarando le motivazioni per un approccio con metodi misti come struttura di ricerca. Successivamente i risultati verranno presentati ed esaminati. Inoltre, si discuterà l’interconnessione tra i dati raccolti e la letteratura analizzata in precedenza, con l’obiettivo di spiegare i risultati attraverso un approccio teorico critico. Infine, verranno valutati i punti sopra menzionati, chiarendo limitazioni e raccomandazioni.

    2. Revisione della letteratura

    2.1 Definizioni

    2.1.1 Legislazione britannica sui reati sessuali

    Innanzitutto è indispensabile delineare cosa comprenda il termine “reati sessuali”. La definizione legale di stupro nel Regno Unito è quando una persona penetra con il pene nella vagina, nella bocca o nell’ano di un individuo non consenziente (CPS, 2022; Sexual Offenses Act, 2003, c. 1). Inoltre, l’aggressione mediante penetrazione avviene quando un individuo penetra la vagina o l’ano di una persona riluttante con una parte del suo corpo o un oggetto (CPS, 2022; Sexual Offenses Act, 2003, c. 2). Inoltre, si definisce violenza sessuale quando l’autore del reato tocca sessualmente un’altra persona senza la sua approvazione (CPS, 2022; Sexual Offenses Act, 2003, c. 3). Inoltre, costringere un altro individuo a partecipare ad attività intime, condividere o produrre materiale privato, comprende altri casi di ciò che è considerato un reato sessuale (Sexual Offenses Act, 2003, c. 4; Sexual Offenses Act, 2003, c. 66). In particolare, è fondamentale comprendere che la mancanza di consenso è un aspetto determinante del crimine, poiché le vittime non sono disposte a compiere o prendere parte ad attività sessuali (CPS, 2021; Sjölin, 2015; Sprague, 2021). Inoltre, questa tipologia di reato è prevalente sia tra le vittime adulte che tra quelle minorenni (CPS, 2022). Pertanto, è imperativo indagare su cosa comportano i reati sessuali contro i bambini. La legge sui reati sessuali (2003) distingue tra i bambini sotto i 13 anni e quelli sotto i 18 anni. Per gli individui sotto i 13 anni di età, la distinzione tra stupro, aggressione con penetrazione e violenza sessuale è la stessa di cui sopra, con l’unica differenza del età della vittima. La dicotomia tra le due età, cioè sotto i 13 e i 18 anni, esiste per sottolineare che si ritiene che i minori di 13 anni non siano in grado di consentire legalmente qualsiasi atto sessuale (Ministero della Giustizia, 2013). La separazione garantisce inoltre una maggiore tutela ai minori che non hanno ancora compiuto 14 anni (CPS, 2022; Ministero della Giustizia, 2013; Robinson, 2017).

    Per quanto riguarda i minori di 18 anni, la legislazione descrive l’autore del reato come qualcuno di età pari o superiore a 18 anni che intraprende attività sessuali, ovvero penetrazione vaginale, anale e orale, o tocca sessualmente un minore non consenziente (Hollin et al., 2010; Sexual Offenses Act, 2003, c.9). Tuttavia, l’adulto può anche essere colpevole di un reato quando non abusa sessualmente personalmente del bambino. Ad esempio, possono comunicare sessualmente con il minore e costringere, forzare, incitare o indurre la vittima a partecipare ad attività intime contro la volontà di quest’ultimo (Sexual Offenses Act, 2003, c. 10; Sexual Offenses Act, 2003, c. 14; Legge sui reati sessuali, 2003, c. Nella legge, casi più moderni, come l’adescamento sessuale online, sono stati chiariti nella sezione Note esplicative di ogni comma. Per quanto riguarda la comunicazione sessuale, si precisa che essa può avvenire attraverso conversazioni telefoniche, Internet o incontri volti a conquistare la fiducia del minore (Klimek, 2020; Sexual Offenses Act, 2003). Un altro reato si verifica quando l’adulto che compie atti sessuali lo fa in presenza di un bambino o costringe il minore a guardare l’atto (Sexual Offenses Act, 2003, c. 11, Sexual Offenses Act, 2003, c. 12). Direttamente, l’ampia gamma di descrizioni e gli esami dei numerosi contesti in cui può aver luogo un abuso intimo, che implichi o meno il contatto fisico, forniscono solide basi affinché le forze dell’ordine possano indagare sui crimini.

    2.1.2 La legislazione italiana sui reati sessuali

    Tuttavia, poiché questa ricerca si concentra sull’ambiente italiano, è imperativo analizzare e confrontare il modo in cui la rispettiva legislazione definisce l’abuso sessuale. Nello specifico, nel codice penale italiano non esiste la distinzione tra stupro, aggressione con penetrazione e violenza sessuale. Proprio le virgole dell’art. 609 si dividono tra violenza sessuale, violenza sessuale su minori e violenza sessuale di gruppo, con il rispetto delle circostanze aggravanti (Codice Penale, 2022, art. 609; Fedorczyk, 2020). La violenza sessuale coinvolge chi, con l’uso della forza, della minaccia o dell’abuso di autorità, spinge altri a compiere atti sessuali (Codice Penale, 2022, art. 609-bis; Di Giovanni, 2023; Trotta, 2023). Alla definizione si aggiungono altre contestualizzazioni, come l’approfittare dello stato mentale o fisico della vittima (Codice Penale, 2022, art. 609-bis.). Inoltre, le circostanze aggravanti riguardano l’uso di armi o sostanze, se l’autore del reato esercita autorità sulla vittima, ad esempio un genitore, o se l’autore del reato è un pubblico ufficiale (Codice Penale, 2022, art. 609-ter.). Per quanto riguarda gli atti sessuali non consensuali con soggetti minorenni, quando la vittima ha meno di 14 anni la pena per il reato aumenta (Codice Penale, 2022, art. 609-ter, comma 5; Codice Penale, 2022, art. 609-quater). Questa età è cruciale in quanto rappresenta l’età del consenso in Italia (Cena & Tattoli, 2021; Macrì, 2010). Inoltre, viene menzionato il sedicesimo anno di età in quanto rappresenta l’aumento dell’età del consenso quando è coinvolta una figura che esercita autorità sulla vittima, come un educatore o un genitore (Codice Penale, 2022, art. 609-quater). In particolare, la pena aumenta se l’abuso è commesso per motivi pecuniari, se partecipano più persone, se lo compiono organizzazioni criminali, se il minore subisce conseguenze pericolose per la vita e se le reiterazioni reputazionali sono gravi (Codice Penale, 2022, art. 609-quater, comma 1-5). Le attività sessuali testimoniate da un minore di 14 anni, allo scopo di farsi vedere dalla vittima, o di mostrare materiale pornografico per costringerla a compiere atti intimi sono menzionate nell’articolo 609-quinquies, Corruzione di minori (Codice Penale, 2022). Inoltre, costituisce reato quando un adulto costringe, con minacce e violenza o con la promessa di doni e ricompense, un minore di 16 anni a compiere le predette attività illecite, anche tramite piattaforme online (Bernasconi, 2017; Codice Penale, 2022, art. 609-undecies).

    Confrontando la legislazione italiana e quella britannica, la definizione complessiva di violenza sessuale è simile. Tuttavia quest’ultima offre definizioni e differenziazioni tra penetrazione vaginale e anale, cioè stupro, aggressione mediante penetrazione e contatto sessuale indesiderato. Quello italiano si riferisce solo ad “atti sessuali”, che è un termine ampio che rende la sua circoscrizione molto vaga (Lorusso & Manna, 2007; Magliocca, 2017). Inoltre, quando si tratta di minori, l’Italia è più descrittiva rispetto alle differenziazioni legate all’età: nel Regno Unito l’età del consenso è 13 anni, mentre quella italiana è 14, e sale a 16 quando l’autore del reato è qualcuno vicino alla vittima (Bernardi, 2022). Inoltre, un’altra differenza è la menzione e la descrizione dell’abuso della posizione di fiducia nella legislazione inglese, soprattutto in materia di abusi sessuali su minori, mentre quella italiana menziona solo l’abuso di autorità.

    2.1.3 Abusi sessuali da parte del clero

    Successivamente, dopo aver presentato ed esaminato come la violenza sessuale viene rappresentata nella legislazione, è estremamente utile analizzare i CSA nella Chiesa cattolica riguardo a queste descrizioni. Precisamente, comprende qualsiasi attività sessualizzata che coinvolga un membro di un ordine ecclesiastico nei confronti di qualcuno sotto la sua cura religiosa (Ballano, 2023; Clergy Sexual Misconduct Information & Resources, 2021; Markowitz et al., 2021). La cattiva condotta del clero riguarda le molestie, attraverso contatti, baci, rapporti sessuali, conversazioni inappropriate e allusioni (Martin, 2023; MCC, 2022). È significativo notare che lo squilibrio di potere e autorità tra le due parti gioca un ruolo fondamentale nella realizzazione dell’abuso (Clergy Sexual Misconduct Information & Resources, 2021). Pertanto, dinamiche di potere squilibrate sono al centro di questi crimini, poiché l’autore abusa della fiducia religiosa e della giurisdizione che ha sulla vittima (Clergy Sexual Misconduct Information & Resources, 2021; Edelman, 2020; Marotta, 2021; MCC, 2022). Si tratta di un caso significativo rappresentato in tutta la letteratura, poiché viene descritto come un aspetto intrinseco dell’abuso sessuale minore. Precisamente, Dressing et al. (2000) descrivono l’uso improprio del potere clericale come fattore che contribuisce alla violenza intima e una spiegazione di come la Chiesa cattolica abbia affrontato in modo improprio questi crimini e abbia tentato di nasconderli alla vista del pubblico. Inoltre, Haker (2023) considera l’abuso sistemico dell’autorità, della responsabilità e della cura spirituale una questione fondamentale all’interno della gerarchia della Chiesa cattolica. Ciò viene esercitato non solo prendendo di mira le vulnerabilità generali delle vittime, ma soprattutto concentrandosi sull’autorità che il sacerdote ha sulla spiritualità del credente (De Weger & Death, 2017). Precisamente, la strategia è comunemente utilizzata quando si adescano bambini che intendono successivamente abusarne sessualmente (De Weger & Death, 2017).

    2.1.4 Clericalismo

    Un’altra istanza teorica fondamentale verso la facilitazione dei CSA è il clericalismo. Questo termine si riferisce alla gerarchia religiosa tra il personale ecclesiastico, dove pochi selezionati detengono il più alto potere legislativo e l’autorità decisionale (Plante, 2020). Nella RCC, questo potere è detenuto dal clero ordinato, che amministra le scelte finanziarie, liturgiche e spirituali, senza consultare alcun membro del clero esterno (Plante, 2020; Seasoltz, 2010). Questo ordine gerarchico sostiene l’idea che solo gli ecclesiastici, visti come superiori, detengono l’autorità di dettare come i laici dovrebbero vivere la loro vita personale e privata (Plante, 2020). Tuttavia, l’insegnamento religioso non appare sempre congruente con le decisioni clericali, come l’impiego del clericalismo riguardo al continuo insabbiamento degli abusi sessuali perpetrati da parte degli ecclesiastici (De Weger & Death, 2017; Seasoltz, 2010). Il clericalismo, inoltre, è stato riscontrato soprattutto tra le donne religiose, come le suore, e le loro controparti maschili (McPhillips & McEwan, 2022). Precisamente, la violenza di genere è altamente presente all’interno della gerarchia ecclesiastica, come spiegato da McPhillips e McEwan (2022), il che si traduce in espressioni comportamentali dannose volte a mantenere il sacerdozio al vertice della piramide ecclesiastica. In particolare, poiché, prevalentemente, gli ecclesiastici e le vittime violenti sono identificati come maschi, la disuguaglianza di genere si traduce anche nella convinzione che le donne non possano essere vittime o autori di CSA (Cimbolic & Cartor, 2006; McPhillips & McEwan, 2022; Winters et al., 2022 ). Tuttavia, gli eccezionali insabbiamenti perpetrati dalla Chiesa riguardo a questi casi influiscono ancora fortemente sulla quantità di letteratura che circonda sia le parti maschili che quelle femminili.

    2.2 Letteratura globale

    Come accennato nell’introduzione, il CSA è stato preso in considerazione solo negli anni ’70, quando l’incesto, la violenza domestica e l’abuso sessuale cominciavano a essere considerati atti criminali dalla criminologia femminista (Gleeson & Jones, 2015). Le femministe in quel periodo sostenevano che le loro voci venissero ascoltate, il che diede coraggio alle sopravvissute al CSA di farsi avanti e denunciare i crimini (Clites, 2023). Ecco perché la ricerca su questo argomento è relativamente nuova, anche se si tratta di una questione di vecchia data, presente nella Chiesa cristiana fin dal Medioevo (Minnis, 2021; Rashid & Barron, 2018). Tuttavia, la rilevanza della denuncia dei casi americani, che sembravano i più documentati e significativi, ha convinto il grande pubblico europeo che gli abusi sessuali ecclesiastici fossero solo un affare straniero (Minguet-Civera, 2021; Weatherred, 2015).

    Tuttavia, negli ultimi due decenni, sono state condotte ricerche degne di nota sui territori europei, come l’Irlanda. Ad esempio, la già citata denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati dal sacerdote di Belfast Brendan Smyth ha rappresentato un importante passo avanti nella rappresentazione mediatica del cCSA (Kerrigan & Pramaggiore, 2022; Scutari, 2018). Considerando che la maggior parte della ricerca proveniva dagli Stati Uniti o da altri paesi di lingua inglese, ciò ha portato a giudicare erroneamente gli altri territori europei come sicuri dai CSA e ha aiutato la Chiesa a coprire gli abusi perpetrati in queste ultime aree (O’Reilly & Chalmers, 2014 ). Tuttavia, è solo di recente che le indagini si sono spostate verso le prospettive di nuovi Paesi, come la Polonia (Fordham University, 2023; Guzik, 2020; Mandes, 2020). Proprio l’incremento delle accuse in questo territorio cristiano, patria dell’ex Papa Giovanni Paolo II, ha generato un’ulteriore indagine sulla legittimità della Chiesa e sulla prevalenza della violenza sessuale al di fuori dei paesi anglofoni (Guzik, 2020; Mandes, 2020; Paszenda & Rogoż , 2023). Attraverso la letteratura accademica sugli eventi polacchi, è stato affermato che è necessaria una normativa dedicata alla tutela delle vittime del cCSA (Mandes, 2020). È fondamentale avere giudici e agenti della legge imparziali, in grado di affrontare la gerarchia religiosa e mirare a consegnare i delinquenti alla giustizia senza favoritismi (Mandes, 2020; Motak, 2021; Przeciszewski, 2022). Inoltre, è stato riscontrato che i media polacchi mancano di comprensione critica e credibilità, il che genera un’inclinazione pubblica verso la vittimizzazione dei sopravvissuti (Mandes, 2020; Sadlon & Nowotny, 2022). Tuttavia, la maggior parte di questi cambiamenti può essere attuata solo a seguito di una riforma all’interno della Chiesa cattolica e del Vaticano (Guzik, 2020).

    Per quanto riguarda gli aggiustamenti tentati in seno al Vaticano, nel 2021, Papa Francesco ha rivisto l’abuso sessuale sui minori e la pedofilia come crimini contro la persona e la sua dignità, e non più contro l’obbligo clericale del celibato (Benadusi & Lagioia, 2022). Tuttavia, ciò ha rappresentato solo uno spostamento nella comprensione filosofica del reato, poiché la letteratura mostra continue nuove accuse e l’assenza di condanne (Rete L’ABUSO, 2023). Tuttavia, molti di questi casi risalgono generalmente a due decenni fa, il che descrive come gli studi attuali si concentrino principalmente sul passato, piuttosto che sulle denunce attuali (Böhm et al., 2014).

    Tuttavia, pochi di loro hanno considerato l’impatto dei media sullo sviluppo della consapevolezza pubblica e, quindi, la reazione e la colpevolezza della Chiesa (Dubec et al., 2023). Coloro che trattano questo argomento illustrano come l’ampia copertura dei notiziari e del giornalismo investigativo sui CSA abbia portato grandi cambiamenti nel processo legislativo e nella consapevolezza pubblica, in particolare in Irlanda con il caso Brendan Smyth (Powell & Scanlon, 2015; Waller et al., 2020). Tuttavia, nessuno di essi si concentra sulla popolazione italiana e sulla sua ricezione dei media e delle notizie. Soprattutto come l’importanza della consapevolezza pubblica e la messa in discussione dell’autorità della Chiesa possano portare ad aggiustamenti e responsabilità sostanziali.

    Inoltre, dopo aver analizzato la letteratura, è evidente che la domanda principale che si pongono i ricercatori è come evitare che ciò accada e come fornire supporto alle vittime (Fordham University, 2023). Ciò ha avuto origine con i primi casi negli anni ’80 ed è ora oggetto di ricerca su scala più ampia, considerando le nuove prospettive date dalle affermazioni emergenti delle vittime (Böhm et al., 2014; Fordham University, 2023). Per quanto riguarda le motivazioni alla base degli atti di violenza sessuale da parte del clero, il risultato principale mostrato dagli studi è l’incapacità del personale religioso di aderire al celibato (Gorrell, 2015; Tamarit & Balcells, 2022; Rashid & Barron, 2018). Precisamente, Tamarit e Balcells (2022) affermano che esso è generalmente combinato con l’abuso di potere, il narcisismo, l’immaturità psicosessuale, il clericalismo e la rigida struttura gerarchica dell’Ecclesiaste. Tuttavia, le opinioni degli studi differiscono notevolmente, poiché da un lato si sostiene che la causa principale del cCSA è il celibato obbligatorio e, pertanto, il celibato facoltativo eliminerebbe il problema, mentre dall’altro si afferma che non esiste alcun legame tra astinenza e violenza sessuale (DeGroat , 2020; La valutazione critica descrive che la correlazione tra i due dipende dall’approccio psicologico che si ha nei confronti del celibato, dividendoli tra persone che accettano e rifiutano il celibato (De Weger, 2022; Tamarit & Balcells, 2022). Pertanto, coloro che incontrano difficoltà nel mantenere l’astinenza, sono più propensi a individuare altri metodi per soddisfare i propri bisogni (De Weger, 2022; Tamarit & Balcells, 2022).

    2.3 Letteratura italiana

    In particolare, gli esami preminenti riguardanti l’attività criminale del tribunale ecclesiastico da parte di autori italiani e sulle prospettive italiane sono libri, come “In Segreto: Crimini sessuali e clero tra età moderna e contemporanea” [In Secret: Sexual crimes and clergy between the modern ed età contemporanea], “Agnus Dei: gli abusi sessuali del clero in Italia”, e “Peccato o crimine: la Chiesa di fronte alla pedofilia”. della pedofilia] (Benigno & Lagioia, 2021; Benadusi & Lagioia, 2022; Scarrafia et al., 2022). Rispettivamente, l’indagine presentata in questi libri riguarda principalmente la storia del clero e i suoi abusi, come in In Segreto e Peccato o Crimine, o raccontando le esperienze personali delle vittime, come in Agnus Dei. Inoltre, è evidente come questi testi siano straordinariamente recenti, il che è possibile risultato dell’interesse che ha guadagnato solo negli anni precedenti, dell’incapacità della Chiesa di nascondere molti dei suoi crimini e del coraggio delle vittime che finalmente parlano fuori (Borowik & Grygiel, 2023; Formicola, 2023).

    Inoltre, quando si parla della presenza di crimini legati alla Chiesa nei media, è improbabile trovare alcuna correlazione con la discussione contemporanea. Infatti, il cold case italiano di Emanuela Orlandi è quello che domina le cronache. Proprio il rapimento di Orlandi, cittadino quindicenne della Città del Vaticano, avvenuto il 22 luglio 1983, rappresenta un enorme scandalo per l’intera penisola italiana (Di Battista, 2023; Orlandi, 2018). Quarant’anni di indagini hanno portato alla luce rapporti criminali tra il Vaticano e la criminalità organizzata che ha contribuito al rapimento, come la Banda della Magliana, un’organizzazione criminale con sede a Roma (Nazio, 2012). Inoltre, tra le recenti scoperte che hanno fatto notizia c’è la dichiarazione di un cardinale vaticano coinvolto in sfruttamento sessuale minorile durante il periodo della scomparsa di Emanuela (Rete L’ABUSO, 2024). Nei media, questo caso è stato trattato dalla docuserie Netflix “Vatican Girl: The Disappearance of Emanuela Orlandi” (Pandey, 2023). I media italiani però non sono stati particolarmente coinvolti, dato che la produzione è stata realizzata da una società di produzione britannica.

    Inoltre, la ricerca in Italia è stata favorita dagli effetti di una contestazione da parte dell’opinione pubblica nei confronti dell’autorità della Chiesa all’estero, che ha portato alla stesura dei rapporti della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulla pedofilia. Nello specifico, il primo studio copre due anni, ovvero il 2020-2021, e raffigura le vittime che le hanno contattate in questa finestra temporale, mostrando 89 sopravvissuti, l’82% del totale dei minorenni, e 68 delinquenti del clero, di età compresa tra 40 e 60 anni ( Aperto, 2022; Giro, 2022). Tuttavia, è evidente come la scelta del biennio abbia prodotto risultati minimi, in quanto la pandemia di Covid-19 e i rispettivi lockdown non hanno consentito interazioni sociali tra vittime e abusatori (Benigno & Lavenia, 2022; Di Niro, 2022). Inoltre, considera solo le segnalazioni effettuate tramite i servizi ecclesiastici, trascurando quelle alle autorità italiane o alla Rete L’ABUSO (Tourn, 2022). Il secondo rapporto annuale, pubblicato nel novembre 2023 e che copre gli eventi del 2022, scopre 32 sacerdoti abusatori e 54 vittime (Giansoldati, 2023; Zanardi, 2023). La maggioranza delle vittime sono donne e ragazze, cioè 44 anni, e in maggioranza minorenni, cioè 35 anni (Di Gregorio, 2023). Tuttavia, l’Associazione Italiana Vittime di CSA “Rete L’ABUSO” afferma di aver ricevuto un numero maggiore di denunce nello stesso periodo oggetto dello studio CEI (Zanardi, 2023). Precisamente, hanno ricevuto segnalazioni di 418 Qohelet abusivi attivi, per un totale di circa 10.002.960 vittime nell’ultimo quindecennio (Rete L’ABUSO, 2023). Inoltre, i reati denunciati dalla CEI non solo non vengono denunciati alle autorità, ma il documento non condivide informazioni preziose sugli abusi, come la localizzazione geografica, e quindi non hanno la possibilità di essere verificati (Zanardi, 2023). . È quindi evidente che tale esame, condotto da un’assemblea di personalità ecclesiastiche, dipinge solo risultati parziali, mirando a mantenere la facciata positiva della sua organizzazione (Benigno & Lavenia, 2022).

    Nel complesso, è osservabile che la letteratura attuale è ancora in costante sviluppo, in particolare a causa della denuncia della cattiva condotta del clero e della rilevanza che sta acquisendo a livello globale. Mettendo in discussione l’autorità e la legittimità, la popolazione in generale inizia a mettere in discussione i valori, l’immunità e i messaggi da asporto della Chiesa (Dubec et al., 2023; Paszenda & Rogoż, 2023). Tuttavia, questo si sta sviluppando solo di recente, poiché le culture di diversi Paesi radicate nel cattolicesimo, come Spagna, Portogallo e Polonia, stanno proprio ora creando una dicotomia tra Stato e Chiesa (Tamarit et al., 2023). L’Italia, tuttavia, è ancora legata alla Chiesa, conseguenza della sua storia cristiana, del conservatorismo e del fascismo, soprattutto con i Patti Lateranensi, che concessero benefici e poteri eccezionali alla Santa Sede (Blancarte, 2023; Ozzano, 2019; Schwörer, 2018). Pertanto, potrebbe essere più difficile per la popolazione e la classe dirigente di questo Paese mettere attivamente in discussione la legittimità della Chiesa.

    In conclusione, le lacune presenti nell’attuale letteratura italiana devono essere colmate, e quindi questa ricerca mira a comprendere la percezione pubblica della popolazione della penisola italiana sulla questione, in particolare per quanto riguarda la loro comprensione della prevalenza sia all’interno del proprio Paese che a livello globale, e come essi interagire con i notiziari, prendendo di mira quanto spesso lo vede riportato e su quali piattaforme. Di conseguenza, l’analisi di questi risultati aggiornati può aiutare l’esame della gravità degli abusi e dei crimini sessuali del Vaticano e della Chiesa italiana.

    3. Metodologia

    Al fine di colmare le lacune presenti nella letteratura in materia di abusi sessuali clericali, risulta fondamentale la necessità di valutare l’atteggiamento della popolazione della penisola italiana nei confronti dei reati della Chiesa. Questa sezione esaminerà l’approccio basato sul metodo misto scelto per raccogliere dati: un’indagine per analizzare la percezione della popolazione, rispondendo agli obiettivi 1 e 2, e un’intervista con un’associazione italiana che studia la questione, concentrandosi principalmente sugli obiettivi 2 e 3. In primo luogo, analizzerà perché i sondaggi rappresentano l’approccio più appropriato per raccogliere informazioni su un campione su larga scala di partecipanti, considerando vantaggi e svantaggi. Successivamente si valuterà perché l’intervista semistrutturata costituisce una tecnica opportuna per indagare l’analisi associativa degli abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana.

    3.1 Sondaggio

    Tenendo conto che l’area geografica è particolarmente estesa, comprendendo tre Paesi (Italia, Città del Vaticano e San Marino), e, quindi, che il campione è ragionevolmente abbondante, l’approccio più idoneo è attraverso un’indagine (Nayak & Narayan, 2019; Rahman, et al., 2022; Questo metodo è suggerito quando si indaga su un gran numero di partecipanti (Goodfellow, 2023; Groves et al., 2011; Disman et al., 2017). Inoltre, i questionari generano dati quantitativi, descrivendo la prospettiva della popolazione e ottenendo valori demografici dalle rispettive risposte (Ponto, 2015). Il metodo selezionato è particolarmente vantaggioso in quanto non richiede molto tempo e consente una raccolta dati piuttosto rapida e numerosa (Johnson, 2022; Nardi, 2018; Ponto, 2015). Questo è il motivo per cui la finestra temporale limitata durante la quale verranno raccolti i dati, ovvero dal 4 dicembre al 15 gennaio , non consente approcci approfonditi a un numero maggiore di partecipanti (Alamri, 2019; Prasanna, 2023; Tracy, 2019). Tuttavia, ci sono svantaggi specifici legati all’uso di metodi quantitativi. Precisamente, i dati numerici ottenuti attraverso i sondaggi mancano di esperienza personale, soggettività e significato, poiché le informazioni sono ottenute attraverso domande a scelta multipla generalmente ampie e non tengono conto delle diverse risposte individuali (Queirós et al., 2017; Smith, 2021). Per mitigare questo inconveniente, invece di utilizzare una semplice scala dicotomica di risposte negative/positive, i dati saranno ottenuti attraverso la tecnica della scala Likert (Jebb et al., 2021). Trattandosi di ricerca nel campo delle scienze sociali, il suo utilizzo è appropriato considerando il suo impiego comune nei campi della sociologia, della psicologia e della politica (Batterton & Hale, 2017; Birkett, 2022; Taherdoost, 2019). Inoltre, poiché il sondaggio sarà condiviso con persone dai 18 anni in su, una risposta a 5 livelli, che va da “fortemente in disaccordo” a “fortemente d’accordo”, sarà più facile per le persone anziane comprendere e considerare la loro risposta (Nemoto & Beglar , 2014). Inoltre, offre l’opportunità per una certa interpretazione critica e lascia spazio per un’analisi più dettagliata, piuttosto che opzioni sì o no (Bhat, 2019; Mohn, 2023). Ad esempio, altre scale, come la scala dicotomica, presenterebbero solo risposte binarie, impedendo una comprensione più esaustiva (Birkett, 2022).

    Infine, il questionario sarà condiviso attraverso gli account personali dei ricercatori sui social media, invitando i loro conoscenti a condividerlo con i loro amici e familiari, creando quindi un effetto di campionamento a valanga (Dragan & Isaic-Maniu, 2013). Nello specifico, questa tipologia di campionamento prevede di chiedere ai partecipanti di suggerire il sondaggio ai loro collegamenti, che soddisfano i criteri e sono disposti a prendere parte alla ricerca, che possono poi continuare questa reazione a catena (Parker et al., 2019). Ciò è particolarmente prezioso in quanto l’intenzione è quella di avere una varietà tra età e provenienza per raccogliere risposte diverse.

    3.2 Intervista

    Oltre al questionario volto a raccogliere dati generalizzati su larga scala, questa ricerca includerà anche un’intervista. Precisamente, lo farà con un’associazione con sede in Italia che sostiene le vittime e osserva i comportamenti criminali, le condanne e il modo in cui la giustizia penale italiana affronta questo CSA. La scelta di utilizzare le interviste come metodo selezionato per questa sezione è perché i dati ottenuti sono qualitativi e offrono una panoramica più dettagliata ed enciclopedica della questione (Busetto et al., 2020; Jamshed, 2014). In particolare, ciò aiuterà a chiarire eventuali lacune lasciate dai dati quantitativi raccolti dall’indagine.

    Sarà semi-strutturato, cioè con una serie di domande predeterminate, ma con la garanzia di una certa flessibilità per ulteriori indagini (Doody & Noonan, 2013). Ciò consentirà sia all’intervistato che all’intervistatore di cercare qualsiasi tipo di chiarimento e raccogliere ulteriori informazioni (Al Balushi, 2016; Doody & Noonan, 2013; Ruslin et al., 2022). Infatti, a differenza delle interviste strutturate, quelle semistrutturate danno spazio all’espressione (Al Balushi, 2016). Tuttavia, le interviste richiedono molto tempo, soprattutto a causa della loro durata, trascrizione e rispettiva analisi delle informazioni raccolte (McGrath et al., 2019; Rädiker, 2020). Pertanto, l’ideale è la scelta di dirigerne uno singolo con un’associazione preminente, piuttosto che multipli con contributori meno informati. I risultati dell’intervista verranno interpretati utilizzando l’analisi del contenuto, al fine di classificare i risultati attraverso codici e avere una comprensione esaustiva delle informazioni trovate (Ungvarsky, 2023).

    3.3 Etica

    Le implicazioni etiche quando si conduce la ricerca primaria sono particolarmente vitali. Precisamente, i principi etici comprendono il consenso informato e la partecipazione volontaria alla ricerca primaria, l’anonimato e la riservatezza, la trasparenza sull’argomento e lo scopo dello studio, la responsabilità verso i benefici dell’esame e il diritto di recesso (Anabo et al., 2019 ; Haley, 2017; Questa ricerca è stata approvata dal Comitato Etico SCCJ dell’Università di Portsmouth (Appendice 1), riferimento della domanda 1196.
    Nel modulo di approvazione è stato esposto che nel sondaggio sarà garantito l’anonimato, poiché non saranno richiesti dati personali, e nessuna email con cui i partecipanti completano il questionario sarà condivisa con il ricercatore. Inoltre, lo scopo dello studio sarà esposto nella prima pagina del sondaggio online, seguito da un consenso obbligatorio, che i contributori dovranno barrare se vorranno prendere parte allo studio. Inoltre, il diritto di recesso durerà fino al momento in cui si clicca sul pulsante “invia”, poiché successivamente le risposte saranno rese anonime e non sarà possibile risalire a chi le ha inviate.

    Per quanto riguarda l’intervista, è stata condivisa con l’associazione una lettera di invito e una scheda informativa dei partecipanti, in cui si espone in cosa consiste la ricerca e quale sarà il risultato del loro contributo. Inoltre, è stato condiviso con loro ed è stato firmato un modulo di consenso, al fine di avviare la raccolta dei dati.

    Infine, la valutazione del rischio e il debriefing sull’oggetto dello studio sono cruciali, poiché l’abuso sessuale è un argomento delicato e il benessere degli esseri umani è fondamentale da salvaguardare (Miller et al., 2012; Panicker & Stanley, 2021). Tutta la raccolta dei dati si concluderà ringraziando per il contributo, chiarendo l’eventuale servizio di supporto disponibile e comunicando la disponibilità del ricercatore e del supervisore a chiarire ogni dubbio.

    4. Risultati

    In questa sezione verranno presentati ed esposti i risultati dell’indagine inviata alla popolazione italiana e l’intervista all’Associazione sostegno alle vittime di CSA. L’indagine prenderà in considerazione le 165 risposte ricevute nell’arco temporale compreso tra il 4 dicembre 2023 e il 15 gennaio 2024. Questa sezione indagherà innanzitutto i dati demografici rilevati nell’indagine, presentando le risposte prevalenti. Successivamente verrà esaminata la consapevolezza e il riconoscimento del CSA da parte della popolazione sia a livello globale che all’interno del proprio Paese, confrontandolo anche con i valori demografici. Inoltre, verranno esposti i risultati della copertura mediatica, considerando l’entità delle segnalazioni sia nei mainstream che nei social media, indagando anche quale sia più affidabile. Inoltre, i risultati dell’intervista saranno valutati attraverso l’analisi del contenuto, illustrando le scelte di codici e prove, concentrandosi sul sostegno dello Stato, sulla copertura mediatica e sulle reazioni delle persone.

    4.1 Risultati del sondaggio

    4.1.1 Dati demografici

    In primo luogo, i dati demografici sono fondamentali nella ricerca, poiché differenziano il campione in diverse variabili (Connelly, 2013; Veroff, ND). In questo caso sono stati utilizzati età, sesso, provenienza e religione. La maggioranza degli intervistati ha tra i 18 ei 30 anni, ovvero il 68,29%. Seguito da 45-60, 30-45 e infine 60+. Inoltre, il 75% sono donne. Inoltre, la maggior parte dei partecipanti proviene dal Nord Italia (80,49%). Gli intervistati atei sono predominanti, ovvero il 56,71%. Successivamente i cattolici rappresentano il 25,61%, infine i credenti spirituali, i buddisti e gli “altri” sono in fondo.

    Il grafico sopra (Fig. 1) mostra un’evidente correlazione tra religiosità ed età in Italia. La tendenza dimostra che gli anziani hanno maggiori probabilità di essere cristiani, mentre i giovani sono più inclini a non avere una fede religiosa. Lo dimostra anche l’indagine Doxa (2019) sulle credenze religiose in Italia, che ha rilevato che gli anziani sono più cattolici rispetto ai giovani.

    4.1.2 Opinione pubblica

    Le domande successive riguardano i livelli di accordo, utilizzando la scala Likert, tra le dichiarazioni riguardanti il ​​CSA e le opinioni dei rispondenti.

    Alla domanda se questi crimini siano prevalenti in Europa e su scala globale, la risposta prevalente indica una consapevolezza riguardo ai CSA al di fuori del proprio Paese d’origine.

    Alla domanda se il CSA sia un problema in Italia, l’88,42% lo ritiene tale. Se si confrontano le variabili demografiche, in questo caso età e religione, si nota che più la popolazione è anziana, più è probabile che concordino con l’affermazione “Credo che il CSA non sia un problema in Italia” (Fig. 3 ). Inoltre, è più probabile che gli atei considerino fermamente il CSA un problema rispetto a coloro che hanno altre credenze religiose (Fig. 2).

    Figura 2 :
    Credo che il CSA non sia un problema in Italia VS Religione

    Figura 3 :
    Credo che il CSA non sia un problema in Italia VS Età

    4.1.3 Copertura mediatica

    Infine, le domande riguardanti la copertura mediatica mirano a capire se la popolazione in generale vede questi crimini riportati nelle notizie, nei media mainstream e nei social media. La stragrande maggioranza degli intervistati non vede i crimini generalmente riportati nei media mainstream, rispettivamente il 43,90% è in disaccordo e il 30,49% fortemente in disaccordo. La maggioranza non lo trova spesso riportato nei mezzi di informazione, come le trasmissioni televisive, e sui giornali sia nazionali che locali, ovvero il 51,22% è in disaccordo e il 31,71% fortemente in disaccordo. Una percentuale più piccola, il 10,37%, vede spesso i reati denunciati, e solo il 6,71% rimane incerto.

    Tra coloro che sono d’accordo, il 70,59% ritiene che TV News sia il reporter più importante, seguito dal 17,65% nei giornali nazionali e dall’11,76% non specificato. Nessuno degli intervistati ritiene che se ne parli principalmente nei giornali locali.

    Considerando i social media, le risposte predominanti (56,1%) ritengono che se ne parli spesso su queste reti. Le risposte neutre sono successive e poi seguite da quelle in disaccordo.

    Tra coloro che sono d’accordo, Twitter (41,76%) è la piattaforma predominante per la denuncia di reati, seguita da Instagram. Inoltre, TikTok è stato scelto dal 12,09% e Facebook dal 10,99%.

    L’ultima domanda del sondaggio chiede ai partecipanti di scegliere quale sia più affidabile tra mainstream e social media. La risposta prevalente è quest’ultima, con una percentuale del 70,7%.

    Figura 4 :
    Tipo di supporto attendibile VS Età

    È evidente nella Fig. 4 che la popolazione giovane si fida maggiormente dei social network, il che può essere una conseguenza della fonte di notizie con cui tipicamente interagiscono. Ofcom (2023) ha scoperto che nel Regno Unito i giovani adulti ottengono le notizie principalmente attraverso i social media, mentre la popolazione più anziana si affida maggiormente alle trasmissioni televisive.

    4.2 Risultati del colloquio

    Attraverso l’analisi del contenuto, le categorie riguardano l’interconnessione tra Stato e Chiesa, il ruolo dei media e gli atteggiamenti pubblici. Facendo riferimento alla tabella seguente (Tabella 1), è evidente come lo Stato non offra sostegno e sia invece complice degli autori di abusi. Inoltre, le questioni relative ai resoconti mediatici comprendono l’incapacità di pubblicare articoli che sfidano Ecclesiaste, poiché non si adattano all’agenda politica, e la mancanza di copertura che non aumenta la domanda pubblica di cambiamento. Infine, l’intervista ha evidenziato come il pubblico non sia informato sulla rete di sostegno dell’associazione, stigmatizzi le vittime, soprattutto all’interno della loro comunità, e si schieri con i carnefici.

    Tabella 1 :
    Analisi del contenuto dell’intervista .

    Categoria Codice Prova Traduzione Frequenza
    Rapporto tra Chiesa e Stato Conformità all’attività criminale della Chiesa “Abbiamo inviato 420 segnalazioni di preti pedofili e non hanno (il governo) risposto. Palesemente essendo consenzienti sul fatto di non fare prevenzione”.

     

    “Abbiamo inviato 420 accuse contro preti pedofili e loro (il governo) non hanno risposto. Ovviamente concordi nel non fare prevenzione”. 30
    Mancato riconoscimento della portata dei CSA in Italia “Lo Stato non interviene, la magistratura non indaga”.

     

    “Lo Stato non interviene; i magistrati non indagano”. 18
    Copertura mediatica del CSA Articoli inediti “Ci sono degli articoli che in Italia per forza sono censurati, no? Certo, se parli e metti in mezzo un cardinale o i prelati, la chiesa non ti è grata”. “Ci sono alcuni articoli che in Italia vengono censurati, vero? Certo, se scrivi e coinvolgi un cardinale o dei prelati, la Chiesa non ti è grata”.

     

    10
    Adattamento all’agenda politica “I più sono regionali, locali, vengono finanziati poi alla fine dai segretari di partito”. “La maggior parte dei giornali sono regionali, locali, poi alla fine vengono finanziati dai segretari dei partiti”.

     

    8
    Coscienza pubblica “La copertura mediatica è l’unica cosa che fa, dà consapevolezza alle persone”.

     

    “La copertura mediatica è l’unica cosa che fa, dà consapevolezza alla gente”. 15
    Atteggiamento del pubblico nei confronti del CSA Conoscenza pubblica delle agenzie di sostegno “In genere le vittime non passano dalla rete”. “In genere, le vittime non passano attraverso la rete associativa”.

     

    6
    Mancanza di reazioni contrastanti nei confronti della Chiesa “Là (all’estero) scendono in piazza per la tutela dei figli, qui scendono in piazza per la tutela del prete”. “Là (all’estero) protestano per proteggere i figli, qui protestano per proteggere il prete”.

     

    6
    Colpa della vittima “ll ragazzino perché ha tentato il prete”. “Perché il ragazzo ha tentato il prete”.

     

    7

    5. Discussione

    È quindi fondamentale analizzare i dati raccolti e confrontare i risultati con la letteratura esposta analizzata nella sezione 2. Serve precisamente a rispondere agli scopi della tesi e valutare il raggiungimento degli obiettivi esposti nell’introduzione. In primo luogo, verrà discusso l’obiettivo 1, intrecciando l’intervista, i sondaggi e la revisione della letteratura, esaminando la consapevolezza del pubblico e le reazioni all’esposizione al CSA e applicando le teorie critiche della criminologia per spiegarlo. Successivamente, verranno esaminate la portata e le implicazioni della copertura mediatica in Italia, utilizzando le risposte del pubblico dall’indagine, la valutazione e le questioni circostanti confluite dall’intervista. Verranno prese in considerazione la criminologia critica e l’egemonia dei media, seguite dall’interconnessione tra resoconti mediatici e coscienza pubblica. Inoltre, verrà presa in considerazione la portata del sostegno fornito alle vittime, esaminando le difficoltà che si trovano ad affrontare nella penisola italiana. Verranno infine riepilogati i punti esposti.

    5.1 Consapevolezza e atteggiamenti del pubblico nei confronti del CSA

    Innanzitutto, la revisione della letteratura ha esposto i punti chiave riguardanti l’emersione dei CSA in tutto il mondo, concentrandosi soprattutto sui casi che hanno messo in luce la cattiva condotta della Chiesa. Proprio il rapporto Spotlight del Boston Globe e il processo dell’irlandese Brendan Smyth rappresentano le principali scoperte (Doyle, 2011; Kerrigan & Pramaggiore, 2022). Ciò ha causato uno scisma tra l’opinione pubblica e la fiducia nella Chiesa su scala globale, che ha comportato una richiesta di cambiamento nel processo decisionale (Guzik, 2020; Mancini & Shields, 2014). Come accennato nell’intervista, gli altri Paesi europei, anche i più religiosi, come la Spagna o la Francia, hanno chiesto alla Chiesa di fare chiarezza sui suoi abusi sessuali. La popolazione italiana, tuttavia, non contesta questa istituzione e ne difende comunque i comportamenti scorretti (intervistato). Non si verifica quindi una reazione contrastante, poiché i credenti non mettono in discussione l’autorità della Chiesa. In particolare, l’azione pubblica tende a proteggere l’autore dell’abuso, a incolpare la vittima e a segregare i sopravvissuti dalla loro comunità (intervistato). Questa è una ripercussione di quanto discusso nella sezione 2.3, ovvero l’incapacità di considerare il Vaticano e i suoi funzionari come capaci di atti criminali è il risultato della lunga storia di complicità tra Stato e Chiesa (Ozzano, 2019). Proprio il populismo di destra degli ultimi anni, l’eredità storica fascista e i Patti Lateranensi salvaguardano ancora l’integrità della Chiesa, insieme alla fiducia dei credenti in essa (Intervistato; Mammone & Veltri, 2010).

    A livello europeo, come esposto nella sezione 2.2, le inchieste affidate al governo hanno aiutato la popolazione a sfidare la facciata innocente dell’Ecclesiaste. In Irlanda i cattolici hanno sfidato le proprie convinzioni e le proprie autorità, spiega l’interlocutore. Tuttavia, la popolazione italiana si schiera dalla parte dei criminali. Precisamente, nell’aprile 2010, mentre l’Irlanda e il resto d’Europa producevano rapporti, il governo italiano Berlusconi parla per la prima e unica volta di CSA (Intervistato). La dichiarazione è però a favore della Chiesa, scusandosi per la “campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa” (Rete L’ABUSO, 2021).
    I numerosi casi di complicità con la cattiva condotta del clero aumentano le possibilità del personale della Chiesa di nascondere con successo i propri misfatti. Ad esempio, le forze dell’ordine non indagano sulle denunce loro rivolte, sul silenzio del Garante della Costituzione, cioè il Presidente della Repubblica, di fronte alle rivendicazioni dell’associazione, e sul mancato rispetto della Convenzione di Lanzarote e della UNCRC, in particolare dell’art. 19 e dell’art. 34 (UNICEF, ND).

    Prendendo in considerazione l’indagine, la maggior parte degli intervistati considera il CSA un problema nel proprio Paese, non solo su scala globale. Tuttavia, l’assenza di risposte da parte di chi detiene il potere si traduce nell’incapacità di farsi ascoltare e di realizzare cambiamenti politici tangibili. Infatti, quando lo status quo viene messo in discussione, la reazione principale del governo è quella di mettere a tacere le accuse (intervistato).

    Nel complesso, l’analisi presentata nella revisione della letteratura sull’incapacità dello Stato di separare la propria giurisdizione da quella della Chiesa è stata confermata dalle informazioni raccolte dall’indagine e dall’intervista. In particolare, la popolazione appare per lo più consapevole della prevalenza del problema, ma non è in grado di contestarla e di opporvisi. Si nota, infatti, che la popolazione cattolica è più propensa a trascurare questi crimini che riguardano altri Paesi, cioè Irlanda e Spagna, e continua a sostenere la Chiesa.

    5.1.1 Criminologia critica, politica italiana e clericalismo

    I concetti teorici della criminologia critica, sviluppati sulla base del marxismo, offrono un’analisi approfondita della società, della comprensione del crimine e delle relazioni di potere (DeKeseredy, 2021). Considera la correlazione tra le persone al potere e la classe operaia, quelle socialmente ed economicamente svantaggiate (DeKeseredy, 2021). Ai fini di questo studio, le principali teorie utilizzate sono quelle riguardanti la retorica del potere e gli squilibri, che rappresentano una circostanza fondamentale nel CSA, come spiegato nella sezione 2.1 (Carrabine, 2014; Presser & Sandberg, 2019). Proprio l’intreccio tra clericalismo e la manovra delle idee popolari sul CSA. La gerarchia ecclesiastica, in quanto istituzione di potere globale, è in grado di mantenere la sua candida facciata davanti ai suoi credenti. Ad esempio, il rapporto CEI esposto nella sezione 2.3 ha ostacolato la portata dei CSA in Italia segnalando solo una piccola percentuale di abusi, trascurando dettagli cruciali per dimostrare l’affidabilità dei dati (Zanardi, 2023). Di conseguenza, ciò aiuta coloro che detengono il potere a mantenere la propria posizione, poiché la reazione pubblica, soprattutto quella cattolica, non contesta tali dichiarazioni (Benkert & Doyle, 2009; Traina, 2023). Inoltre, diminuisce il sostegno disponibile ai sopravvissuti, la portata della giustizia fornita e la tutela delle future vittime (Benkert & Doyle, 2009; Traina, 2023). Pertanto, lo squilibrio di potere tra l’istituzione cattolica e il grande pubblico non consente una richiesta critica di cambiamento. Precisamente, coprendo gli abusi, la Chiesa non dà ai suoi seguaci motivo di credere che sia necessario un cambiamento (intervistato; Traina, 2023). Inoltre, l’intervistato spiega che l’attuale governo italiano di destra è strettamente legato al Vaticano e, di conseguenza, le possibilità di riforma sono minime (Tabella 1). Proprio il riconoscimento da parte della classe dirigente è determinato a essere messo a tacere, poiché non rientra nell’agenda politica (intervistato). Pertanto, il potere detenuto dalla classe politica segrega le voci contrastanti del pubblico, determinando ulteriori insabbiamenti e disprezzo del CSA come questione critica (Benkert & Doyle, 2009; Jewels, 2015; Traina, 2023).

    5.2 Copertura mediatica

    Come esposto nell’introduzione, l’obiettivo 2 di questa ricerca è determinare l’entità della copertura mediatica in Italia. La revisione della letteratura ha illustrato la gigantesca svolta negli Stati Uniti e nei paesi europei fornita dalla rappresentazione mediatica successiva alla comparsa dei CSA. Precisamente, ha aumentato la consapevolezza pubblica e diminuito la fiducia nell’istituzione ecclesiale, abbattendo la facciata innocente costruita su decenni di evasione delle accuse (Blasi & Oviedo, 2020; Marchlewska et al., 2023). Nella penisola italiana, la ricerca non ha tenuto conto della mancanza di analisi sulla correlazione tra consapevolezza del tema e quantità di segnalazioni mediatiche. Le risposte al sondaggio racchiudono un grande silenzio sull’argomento da parte dei media mainstream. Di conseguenza, ciò conferma le ipotesi formulate nella Sezione 2 sulla mancanza di copertura contemporanea del CSA da parte dei principali punti vendita consumati dagli italiani. Tuttavia, la minoranza che è d’accordo con la dichiarazione ha scoperto che la copertura dei notiziari televisivi è quella principale.

    5.2.1 Criminologia critica ed egemonia dei media

    La mancanza di notizie sui giornali locali e nazionali è il risultato della mancata pubblicazione di articoli che mettono in dubbio l’autorità della Chiesa. L’interlocutore spiega che i giornalisti italiani sono prevalentemente freelance, e quindi evitano di scrivere articoli che non li facciano pagare. Inoltre, la principale fonte di finanziamento dei giornali proviene dai segretari dei partiti politici (Tabella 1). Di conseguenza, gli articoli che non sono d’accordo con l’agenda politica del giornale benefattore non verranno pubblicati (Tabella 1). La mancanza di copertura è quindi una conseguenza della censura nascosta causata dalle esigenze finanziarie dei giornalisti, che devono tendere a scrivere articoli che si adattino all’agenda sociale e politica, creando quindi una spirale di silenzio (intervistato).

    La criminologia critica, fondata sull’ideologia marxista e sulle aggiunte di Gramsci, è in grado di spiegare questo evento (Gioielli, 2015). In questo caso, le testate giornalistiche rappresentano uno strumento di proprietà della classe dirigente, dei politici e dei potenti, in grado di influenzare ciò che viene pubblicato (Carrabine, 2014; Jewels, 2015). Pertanto, la mancanza di sostegno finanziario quando i giornalisti scrivono polemiche si traduce nell’abbandono di scrivere articoli che mettono in discussione lo status quo, e di conseguenza producono solo ciò che piace a coloro che li pagano (Jewels, 2015; Murray, 2017; Ugwudike, 2015). L’interconnessione tra la ridotta portata della copertura mediatica e la mancanza di rivolta pubblica contro l’istituzione religiosa è evidente. I mass media cercano quindi di placare la popolazione concentrandosi su altre questioni, come la criminalizzazione della classe operaia, degli immigrati e altre istanze conformi all’agenda politica (DeKeseredy, 2015; Jewels, 2015; Presser & Sandberg, 2019). Ciò è stato dimostrato anche nell’intervista, poiché l’intervistato spiega che i media si concentrano sulle questioni dell’immigrazione e sulle persone di colore, piuttosto che sulle questioni attuali relative ai CSA. In questo contesto, il ruolo dell’egemonia, derivato dalle teorie di Gramsci, riguarda la capacità della classe dominante, soprattutto politica, di distogliere l’attenzione della popolazione dalle opinioni controverse sul governo e sulle altre istituzioni, ad esempio la Chiesa, verso altre questioni, ad esempio l’immigrazione ( Çoban, 2018; Gioielli, 2015). Questa censura nascosta, spiegata in modo esaustivo dall’intervistato, lascia la popolazione all’oscuro della questione e minaccia la democrazia. Inoltre, crea scetticismo nei confronti dell’Associazione quando riportano dati reali. Precisamente, l’assenza di stampa libera in una democrazia non consente alla popolazione di prendere le proprie decisioni e formarsi opinioni (Ofcom, 2022; Ukka, 2019).

    È quindi possibile spiegare che se le persone sono più propense ai media mainstream, di proprietà dei potenti, sono meno propense a mettere in dubbio la credibilità di coloro che presentano loro tali resoconti. Ciò è accaduto anche in Polonia, poiché i resoconti dei media mancavano di credibilità, ma il pubblico non ne era consapevole e le sue opinioni oscillavano verso la colpevolizzazione delle vittime (Mandes, 2020; Sadlon & Nowotny, 2022). Pertanto, la criminologia critica e l’egemonia di Gramsci spiegano come le persone anziane siano più propense a fidarsi dei media più tradizionali (Fig. 4) e credono che il CSA non sia un problema in Italia (Fig. 3).

    5.2.2 Aumentare la consapevolezza pubblica del CSA.

    Come illustrato nella Tabella 1, con l’aumento dei resoconti mediatici, è possibile modellare le opinioni e il riconoscimento delle persone. In particolare, l’intervistato dichiara che: “di fatto la popolazione non è istruita. Se c’è informazione, c’è reazione”. Quando i media informano il pubblico, sono in grado di cambiare le sue abitudini e mettere in discussione le persone al potere (intervistato). Ad esempio, “educando il pubblico, porti tuo figlio in chiesa e (quando scopri che c’è un abuso) non lo porti più” (Intervistato). Facendo riferimento alla sezione 4.2, la stampa può plasmare ideologie e proteste, poiché “crea una reazione a catena volta a proteggere i propri cari. Sono una reazione dal basso che diventa una mina” (intervistato). Tuttavia la mancanza di report “evita che si verifichino reazioni dal basso” (intervistato). Quando si indaga su altri Paesi, come la Spagna, è evidente che la copertura mediatica ha prodotto il malcontento del pubblico, che successivamente ha portato la procura spagnola ad aprire un’indagine (Intervistato; Nùñez & Domìnguez, 2024). Nello specifico, quello che è successo in Spagna è che “la stampa ha trascinato la politica, anche se non voleva essere coinvolta, e l’ha trascinata inevitabilmente” (intervistato). L’intervistato ne spiega la causa, cioè “(la stampa) è colui che ha il potere di forzare il governo […] su richiesta dei cittadini”. In Italia, al contrario, ciò non avviene, in quanto la stampa non riporta i reati (Intervistato; Paragrafo 4.1.2). Di conseguenza, ciò mantiene la popolazione all’oscuro di ciò che accade all’interno della giurisdizione della Chiesa, e quindi l’opinione pubblica non chiede un cambiamento radicale (Tabella 1).

    5.3 Sostegno alle vittime di CSA e implicazioni

    Attraverso le sezioni precedenti sono state delineate le circostanze relative al CSA e alle opinioni pubbliche. Precisamente, come la popolazione italiana è consapevole del problema, come il governo non si lascia coinvolgere e come la comunità cattolica reagisce a questi scandali. Ciò può essere correlato al supporto disponibile per i sopravvissuti, al modo in cui affrontano il trauma e alle conseguenze dell’abuso. L’associazione intervistata spiega che i suoi scopi sono aiutare le vittime, essendo una struttura creata dai sopravvissuti. Tuttavia, per poter fornire un supporto esaustivo, hanno avuto la necessità di informarsi sulla giurisdizione e sul diritto, perché “non esiste uno Stato, non ci sono leggi (sul CSA)” (intervistato). La continua complicità tra governo e Chiesa impedisce all’associazione di guidare le vittime verso la giustizia (Tabella 1). La Chiesa è protetta dai Patti Lateranensi, che ostacolano la portata del sostegno che l’associazione può dare, poiché la giurisdizione è della Santa Sede e non della legge italiana (intervistato; Sternalski, 2013).

    In particolare, il continuo insabbiamento da parte del Vaticano interrompe il sostegno a disposizione dei sopravvissuti. La denuncia di abuso sessuale cade in prescrizione dopo 12 mesi, ma l’associazione sostiene la differenza tra la data effettiva del reato e la data in cui la vittima è consapevole di aver subito un abuso (intervistato). Precisamente, il tempo per elaborare e considerare l’abuso sessuale come tale è soggettivo (intervistato).
    In questo modo, non solo l’istituzione religiosa si tutela dall’azione penale ma non mette la vittima nella condizione di essere assistita e aiutata (Intervistato). Quando le accuse di abuso emergono, la vittima non può essere supportata in un periodo prossimo all’abuso effettivo. Questa è una conseguenza del lungo periodo che intercorre tra l’abuso e l’effettivo compimento della giustizia. L’interlocutore chiarisce: «Questa omertà, questa mancata denuncia, in qualche modo, impedisce alla vittima di ricevere aiuto». Pertanto, le vittime, soprattutto bambini, non sono in grado di elaborare immediatamente il loro trauma, il che può portare ad una vita sconvolta e ad una regolazione emotiva imperfetta (intervistato).

    Correlate a ciò sono le reazioni della comunità esposte nella sezione 5.1, la stigmatizzazione di coloro che denunciano gli abusi interferisce con il supporto disponibile. In particolare, i cattolici tendono a schierarsi dalla parte del colpevole, poiché credono alla facciata che la Chiesa propone loro. Pertanto, lo scetticismo verso i dati dell’associazione e le accuse delle vittime aumenta le possibilità di non farsi avanti (Intervistato; Pope & Geske, 2019). Ciò che accade è che “le persone che hanno subito un trauma così violento non vengono nemmeno sostenute pubblicamente dopo aver trovato l’enorme coraggio di farsi avanti” (intervistato). Inoltre, coloro che trovano il coraggio si rivolgono solitamente ai sistemi di sostegno della Chiesa, il cui piano è solitamente quello di spostare l’aggressore in un’altra diocesi o struttura, tipicamente denominate “comunità per preti in difficoltà” (intervistato). Questi sono di proprietà della Chiesa nell’ambito della sua giurisdizione. Pertanto gli atti non vengono denunciati alle forze dell’ordine e gli imputati possono allontanarsi come desiderano, vista la mancanza di controlli (Intervistato). Di conseguenza, la tutela di altre vittime è assente e gli autori del reato non vengono perseguiti, istruiti o riabilitati.

    In conclusione, dopo aver discusso i risultati e aver confrontato le informazioni e i dati raccolti con la letteratura esaminata nella revisione della letteratura, concentrandosi sugli obiettivi delineati nella sezione 1.1, vale a dire la consapevolezza del pubblico, la copertura mediatica e il supporto disponibile, è evidente che la situazione italiana riguardo al CSA è problematico e richiede cambiamenti radicali. Precisamente, anche se la popolazione sembra consapevole della portata del CSA e lo considera principalmente un problema, non è in grado di chiedere un cambiamento poiché la classe dirigente trascura e mette a tacere le accuse. Inoltre, collabora strettamente con gli sforzi della Chiesa volti a coprire gli abusi, favoriti dall’attuale situazione politica e dall’agenda, e dalla portata del clericalismo all’interno della sua istituzione. Per quanto riguarda la copertura mediatica, l’assenza di notizie nei principali mezzi di informazione non informa il pubblico sulla questione in corso, e quindi non è in grado di creare una reazione e una richiesta di cambiamento. È stato dimostrato che in altri Paesi l’aumento delle segnalazioni, soprattutto nei media tradizionali, ha sfidato il governo a imporre inchieste. Tuttavia, l’egemonia italiana sulla carta stampata è strettamente correlata alla politica e, quindi, non tenta di mettere in discussione i suoi principali finanziatori. Ciò spiega anche perché i social media godono di maggiore fiducia, poiché non seguono un determinato programma e sono più inclini a denunciare. Infine, la portata del sostegno a disposizione delle vittime è estremamente limitata da quanto riconosciuto dal governo, poiché la sua collaborazione con i criminali e l’aiuto nell’insabbiamento ostacolano le vittime dall’accesso ai servizi e dall’elaborazione del trauma.

    6. Conclusione

    Come ultima sezione di questa tesi, i metodi di ricerca, i dati e le informazioni esposti nei capitoli precedenti saranno sintetizzati in correlazione con le finalità e gli obiettivi dello studio. In primo luogo, esporrà come questa tesi ha colmato le lacune presenti nella letteratura raggiungendo i suoi scopi e obiettivi. Successivamente, questa sezione esaminerà i limiti dello studio. Inoltre, verranno proposte raccomandazioni per ulteriori ricerche. Infine verranno riepilogati gli ultimi punti.

    6.1 Raggiungimento degli scopi e degli obiettivi.

    Innanzitutto, l’approccio innovativo all’abuso di CSA in Italia, ovvero un’indagine rivolta alla popolazione e un’intervista con un’associazione, ha generato risultati promettenti. Come spiegato nelle sezioni 1 e 2.3, la ricerca italiana si concentra principalmente sul racconto delle esperienze delle vittime. Per quanto importanti, gli atteggiamenti del pubblico e l’entità della copertura mediatica non sono stati considerati nella letteratura di quest’area geografica. Pertanto, questo studio ha mirato a colmare queste lacune, utilizzando sia un’indagine destinata alla popolazione per analizzare consapevolezza, conoscenza e consumo mediatico. Inoltre, l’adozione di un’intervista con un sopravvissuto al CSA è servita a raccogliere dati approfonditi sul sostegno alle vittime, sulla politica italiana e sulle questioni riguardanti i media italiani.

    Attraverso l’indagine è poi emerso come la maggioranza degli italiani, soprattutto giovani, siano consapevoli che questi abusi sessuali siano preminenti nel loro Paese d’origine e li considerino un problema. Tuttavia, l’intervista ha messo in luce come le credenze cattoliche appaiano come una tendenza a perpetrare gli abusi della Chiesa, attraverso la stigmatizzazione, la discriminazione e la colpevolizzazione delle vittime nei confronti di coloro che si fanno avanti. Di conseguenza, è stato utile comprendere lo spostamento tra le due diverse opinioni. Proprio l’intreccio tra religione ed età con la concezione del CSA in Italia ha suggerito un’antica e cattolica inclinazione verso l’ignoranza nel considerarla un problema in Italia. Pertanto, l’atteggiamento del pubblico varia a seconda dell’età, della religione e dell’ambiente socio-culturale.

    Inoltre, la copertura mediatica è stata innovativa in correlazione all’emersione del CSA. L’impatto che le istanze del Boston Globe, di Padre Gauthe e di Brendan Smyth hanno avuto sulla denuncia è ampiamente discusso in letteratura. Tuttavia, l’interesse mediatico italiano per la questione non è stato incluso nei resoconti della letteratura corrente. Pertanto, i dati primari raccolti hanno messo in luce una copertura inesistente nei media mainstream e una copertura predominante sui social media, che sono ampiamente più affidabili. Come spiegato nella sezione 5.1.1, la politica di destra collabora con gli insabbiamenti clericali, con l’obiettivo di mantenere la popolazione all’oscuro della questione, soprattutto i cattolici. Poiché la maggior parte dei giornali sono di proprietà di politici, ciò spiega che coloro che si fidano maggiormente dei media tradizionali sono anche più inclini a considerare il CSA non un problema in Italia. Tuttavia, quando i media tradizionali sfidano la politica di uno Stato, possono costringere il governo ad agire, come è successo in Spagna e Irlanda. Pertanto, il secondo obiettivo di questa tesi è stato raggiunto scoprendo la mancanza di copertura mediatica, soprattutto nei media tradizionali, che porta ad una comprensione distorta della portata del CSA in Italia da parte del pubblico.

    Strettamente correlato alla collaborazione tra governo e istituzioni ecclesiastiche, infine, è lo scarso sostegno fornito alle vittime. Con uno Stato complice di atti criminali, come nel caso dei CSA, il percorso verso la giustizia per le vittime è tedioso. Soprattutto per la mancanza di leggi, le ripercussioni delle loro accuse e l’assenza di un sostegno immediato. I continui insabbiamenti, infatti, impediscono alla vittima di essere aiutata in un periodo prossimo all’abuso.

    Pertanto, combinando la limitata rappresentanza mediatica, l’incapacità della popolazione di chiedere un cambiamento attraverso i principali organi di informazione, poiché non mettono in discussione lo status quo in quanto è la loro principale fonte di reddito finanziario, e la continua collaborazione ostacolata tra Stato e Chiesa, si ottengono risultati in un processo contorto per comprendere il CSA come un crimine noto, rilevante e minaccioso che accade in Italia. Con una copertura incessante, cioè con ciò che ha reso altri Stati consapevoli degli abusi e li ha portati a condannarli e a svolgere indagini su mandato dei governi nazionali, una politica del silenzio e un’assente richiesta di cambiamento, il CSA nella penisola è determinato a essere coperto da parte delle autorità, generando più vittime incapaci di riprendersi e trovare giustizia.

    6.2 Limitazioni

    La mancanza di riviste accademiche peer-reviewed basate sulla situazione italiana rappresenta un limite fondamentale nella realizzazione di questo studio, poiché le informazioni e i dati sono minimi. Pertanto, questa tesi ha tentato di colmare le lacune, tuttavia, ha dovuto confrontare principalmente i risultati con altri Paesi. Inoltre, la mancanza di precedenti approcci teorici ha portato all’assenza di basi su cui basare, analizzare e confrontare il presente studio.

    Inoltre, la presenza di una singola associazione di sostegno sul territorio italiano restringe la quantità di informazioni che i volontari hanno potuto raccogliere. Proprio la mancanza di una più ampia rete di comunicazione attraverso più agenzie fa sì che le informazioni non siano facilmente reperibili, soprattutto in un’area geograficamente estesa come l’Italia.

    6.3 Raccomandazioni

    Per realizzare la concezione del CSA come un reato rilevante che si verifica in Italia, è fondamentale aumentarne la copertura mediatica. Poiché questo è stato spiegato come il principale passo avanti in altri Paesi, la stampa e i media tradizionali sono alla base di un cambiamento di politica e di possibili richieste di mandato governativo. Inoltre, il riconoscimento da parte del governo è fondamentale, poiché la collaborazione con gli insabbiamenti della Chiesa ha portato a una politica di silenzio sull’argomento, con l’obiettivo di mantenere il pubblico nell’ignoranza. Pertanto, il potere della classe dirigente è fondamentale da tenere in considerazione quando si ricerca il CSA sul territorio italiano.

    In conclusione, questo articolo ha evidenziato l’interconnessione tra politica, media e consapevolezza pubblica sul CSA, e ha scoperto come i primi due possano manipolare il terzo. È quindi necessario implementare le sezioni sopra menzionate e tenerle in considerazione quando si ricerca questo argomento. L’egemonia dei media è strettamente correlata alla fluttuazione dell’atteggiamento del pubblico nei confronti di questi crimini. In particolare, la politica interna dell’Italia è intrecciata con ciò che viene pubblicato sui giornali e sui media tradizionali, che influenzano anche l’opinione della popolazione. Pertanto, al fine di ottenere trasparenza sull’attuale portata dei CSA nella penisola italiana, è imperativo riformare l’interazione tra le élite al potere e il monopolio dei media. Implementando ciò, la popolazione sarà in grado di formarsi una propria opinione e considerare il CSA un problema minaccioso nel proprio Paese d’origine.

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    Appendice

    Appendice 1. Approvazione Etica

     

    Sezione Approvazione – completata dal Comitato Etico SCCJ
     Data revisione: 15/11/2023

     

    Recensito da: David Shepherd

    Record dei risultati del parere etico della CE SCCJ
    Approvazione etica – parere etico favorevole

    Puoi iniziare la raccolta dei dati con il consenso del tuo supervisore.

     X
    Approvazione etica condizionata: parere etico favorevole provvisorio soggetto a requisiti.

    La sezione “Commenti” di seguito stabilisce i requisiti condizionali, le azioni che devi intraprendere prima di iniziare a raccogliere dati.

    Una volta che il tuo supervisore avrà accertato che tu abbia soddisfatto questi requisiti, potrai iniziare la raccolta dei dati con il suo consenso .

    Non approvato – non è possibile fornire un parere etico favorevole per la proposta nella sua forma attuale.

    Non è necessario iniziare la raccolta dei dati.

    La sezione “Commenti” di seguito ti consiglierà cosa è necessario affrontare.

    È necessario rivedere la proposta consultandosi con il proprio supervisore. Una volta che il tuo supervisore avrà ritenuto che tu abbia risposto a tutti i commenti riportati di seguito, potrai inviare nuovamente un parere etico.

    Commenti del Comitato Etico
    Barbara,

     

    Grazie per il tuo contributo sull’etica. Le fornisco un parere etico favorevole provvisorio. Una volta che il tuo supervisore avrà accertato che tu abbia soddisfatto questi requisiti, potrai iniziare la raccolta dei dati con il suo consenso. Non è necessario ripresentarsi al Comitato Etico. C’è solo una condizione:

     

    1. L’approvazione del colloquio è subordinata all’ottenimento del nulla osta da parte di Rete L’Abuso.

     

    Si prega di notare il riferimento etico (1196) nella parte superiore del modulo.

     

    Buona fortuna con la tua ricerca.

     

    Davide Pastore

     

     

    Appendice 2. Domande dell’intervista

    • INTRODUZIONE
    • presentazione
    • Di che associazione sei?
    • Quali sono gli obiettivi dell’associazione?
    • Qual è il problema? È un problema?
    • Quanto è diffuso?
      • Americhe, Europa, nel mondo, Italia
    • Quali sono le circostanze che circondano questi crimini?
    • Come raccogli i tuoi dati?
    • Come reagiscono la Chiesa e i suoi dipendenti alla vostra ricerca?
    • Copertura mediatica : cosa viene denunciato, come e quali sono i più focalizzati sulla denuncia di questi crimini (mainstream o social media)
    • Con l’aumento della copertura mediatica si potranno ottenere cambiamenti concreti?
    • Lei è a conoscenza di altri problemi riguardanti questi crimini e la Chiesa?

    Appendice 3. Domande del sondaggio

    • Domande demografiche
      • Età
      • Genere
      • Provenienza
      • Religione
    • Domande sull’atteggiamento (scala Likert)
      • “Credo che la CSA sia prevalente in Europa”.
      • “Credo che la CSA sia prevalente in tutto il mondo”.
      • “Credo che il CSA sia più diffuso negli Stati Uniti che in Europa”.
      • “Credo che il CSA sia più diffuso in Europa che in Italia”.
      • “Credo che il CSA non sia un problema in Italia”.
    • Domande sulla copertura mediatica (scala Likert)
      • “Vedo questi casi rappresentati nei media mainstream”.
      • “Credo che questi casi siano spesso rappresentati nei media mainstream”.
      • “Se sì, in quali è maggiormente rappresentato?”
      • “Credo che questi casi siano spesso rappresentati sui social media”.
      • “Se sì, su quali è maggiormente rappresentato?”
      • “Ritieni che i media mainstream o i social media siano più affidabili?”

     

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 34 del 27 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 34 del 27 aprile

    Francesco Zanardi – Pedofilia, al via a Tivoli il processo bis all’ex dirigente di Azione Cattolica

    Altri guai giudiziari per Mirko Campoli, l’ex dirigente dell’Azione cattolica condannato lo scorso marzo a nove anni in primo grado.

    Mercoledì presso il Tribunale di Tivoli il secondo rinvio a giudizio per Campoli difeso dagli avv.ti Antonio Todero e Attilio Piacente.

    Durante la discussione in udienza preliminare, forse valutata la precedente condanna, ha scelto la via del giudizio abbreviato, beneficiando così della riduzione di un terzo della pena prevista, sulla base delle gravi imputazioni formulate a suo carico per il reato di violenza sessuale – in base agli atti – inflitto ai danni di due ragazzini.

    La Giudice dott.sa Sabrina Lencioni ha anche ammesso come parti civili la Regione Lazio, rappresentata dalla Garante per i diritti dell’infanzia dott.sa Monica Sanzoni, rappresentata dall’avvocato Pasquale Lattari, la Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi del clero, rappresentata dall’avvocato Mario Caligiuri e l’Associazione No child abuse APS rappresentata dall’avvocato Michele De Stefano.

    La Giudice ha rinviato per l’esame dell’imputato e la discussione al prossimo 11 settembre.


    Federica Tourn – Irruzione in centro Italia in casa di un abate svizzero

    Il vescovado di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF) ha informato, il 29 settembre 2023, che un sacerdote attivo nel cantone di Neuchâtel era stato sospeso per sospetto di abuso sessuale e che contro di lui era stato avviato un procedimento canonico. Il caso si è sviluppato il 13 aprile 2024, quando è avvenuta una grande irruzione della polizia nella casa di proprietà del sacerdote di origine italiana nel piccolo comune di Sant’Angelo in Vado (Marche).

    Ricerca importante

    Secondo ArcInfo , quasi dieci agenti della polizia scientifica sono scesi da tre auto e sono entrati in casa con le loro tute bianche e le loro valigette. Hanno perquisito tutti e tre i piani e hanno posto i sigilli. A interessare gli investigatori erano soprattutto il garage e i locali interrati. Secondo i media neuchâteliani, la polizia italiana sospetta il sacerdote di abusi sulla figlia minorenne dell’assistente medico che si prendeva cura di sua madre.

    Il caso è stato denunciato alle istituzioni della Chiesa oltre che alla giustizia italiana. Questa denuncia, fatta nel settembre 2023, è stata trasmessa anche a mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF), perché il sacerdote risiede attualmente nel cantone di Neuchâtel. Il vescovado ha comunicato il 29 settembre la sospensione del sacerdote e l’avvio di una procedura canonica. La diocesi ha precisato di aver informato la procura di Neuchâtel.

    Nessuna procedura di Neuchâtel

    Il pubblico ministero del Cantone di Neuchâtel, Pierre Aubert, ha dichiarato ad ArcInfo di non poter pronunciarsi sull’opportunità di aprire un’indagine penale su questi fatti. Spiega di aver chiesto ulteriori informazioni alle autorità ecclesiastiche italiane. Hanno confermato l’apertura di un procedimento interno, precisando che la presunta vittima e la sua famiglia non avevano ancora presentato denuncia alle autorità civili. Nel cantone di Neuchâtel non è stata quindi aperta alcuna procedura.

    La diocesi della LGF ha affermato di collaborare con il sistema giudiziario e di essere consapevole che chiunque sia indagato non dovrebbe andare via.

    Da notare che il sacerdote in questione è già stato condannato per appropriazione indebita nelle parrocchie vodesi.


    Francesco Zanardi – Prete di 89 anni rinviato a giudizio, accusato di abusi su un 14enne

    Sarebbe un prete accusato di abusi su un 14enne, don Giuseppe Bacchion, 89 anni nativo di Mirano e residente a Noale nella Diocesi di Treviso. Il prelato, difeso dall’avvocato Niccolò Zampaolo del foro di Padova, l’altro giorno è finito davanti al Gup Laura Alcaro, e il giudice ha deciso di rinviarlo a giudizio. Le prove a suo carico sarebbero schiaccianti.

    L’episodio risale al 30 gennaio del 2023 quando due ragazzini si sono dati appuntamento sul sagrato della chiesa per giocare con gli skate. E mentre si divertivano accanto a loro si è fermata un’automobile, da dove è sceso l’anziano prete. I due adolescenti, senza minimamente sospettare quello che sarebbe accaduto di lì a poco, si sono fermati pensando che il conducente avesse bisogno di un’informazione. Invece nel giro di pochi minuti si è consumata la violenza sessuale. Il sacerdote avrebbe rivolto al ragazzino più piccolo, quello di soli 14 anni, alcuni apprezzamenti inequivocabili, allungando una mano e toccandolo nelle parti intime.

    Lo studente ha immediatamente reagito scacciando la mano del religioso e, insieme all’amico, lo ha preso a male parole intimandogli di andarsene immediatamente e di lasciarli in pace. Cosa che il don avrebbe fatto, risalendo in auto e allontanandosi.


    Alessio Di Florio – Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso

    In Italia esiste, ormai da molti anni, l’unica associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso. Dovrebbe essere una battaglia comune a tanti quelle di vittime e sopravvissuti, dovrebbe scandalizzare ogni abuso contro l’infanzia. Francesco Zanardi può, invece, raccontare quante censure, quante verità di comodo, quanta omertà e quanti intrighi e trame per nascondere, occultare, difendere gli abusatori proliferano in Italia. Rete L’Abuso è online, ha un sito strutturato che è una potente fonte di informazione e conoscenza. La mattina del 23 aprile il sito di Rete L’Abuso è andato offline diverse ore per un violentissimo attacco informatico. Che giunge a distanza di poche settimane da segnalazioni e censure sui social a post e pubblicazioni di denunce di abusi e di sistemi di omertà, connivenza, difesa dell’abusatore. Questo non è il primo attacco subito da www.retelabuso.org negli anni. Ma è il più violento e devastante.

    «È una realtà che conosciamo fin troppo bene, avendo subito un attacco che fece crollare il nostro sito tre anni fa. E ricordiamo i silenzi, le omertà, i volti girati dall’altra parte – si sottolinea su WordNews.it nell’articolo in cui è stata pubblicata la notizia – Per questo esprimiamo oggi tutta la nostra solidarietà a Francesco Zanardi e a Rete L’Abuso. Contro ogni censura, ogni squadrismo, ogni violenza siamo al loro fianco e continueremo a sostenere ancor di più ogni denuncia, lotta, battaglia, preziosa informazione di Rete L’Abuso. Le nostre pagine, il nostro sito erano, sono e resteranno a totale disposizione della Rete».

  • Violenza sessuale, prete di 89 anni accusato di abusi su un 14enne. Il sacerdote rinviato a giudizio

    Violenza sessuale, prete di 89 anni accusato di abusi su un 14enne. Il sacerdote rinviato a giudizio

    E il colpevole sarebbe un prete, don Giuseppe Bacchion, 89 anni nativo di Mirano e residente a Noale. Entrambi comuni veneziani e inseriti nella Diocesi di Treviso. Le indagini sono state condotte dai carabinieri coordinati dal pubblico ministero Sergio Dini. Il prelato, difeso dall’avvocato Niccolò Zampaolo del foro di Padova, l’altro giorno è finito davanti al Gup Laura Alcaro, e il giudice ha deciso di rinviarlo a giudizio. Le prove a suo carico sarebbero schiaccianti e come prevede la riforma Cartabia, è stato deciso di mandarlo a processo perchè le probabilità di una condanna solo alte.

    I FATTI
    L’episodio risale al 30 gennaio del 2023. Un pomeriggio due ragazzini si sono dati appuntamento sul sagrato della chiesa per giocare con gli skate. E mentre si divertivano accanto a loro si è fermata un’automobile, da dove è sceso l’anziano prete. I due adolescenti, senza minimamente sospettare quello che sarebbe accaduto di lì a poco, si sono fermati pensando che il conducente avesse bisogno di un’informazione. Invece nel giro di pochi minuti si è consumata la violenza sessuale. Il sacerdote avrebbe rivolto al ragazzino più piccolo, quello di soli 14 anni, alcuni apprezzamenti inequivocabili, allungando una mano e toccandolo nelle parti intime.
    Lo studente ha immediatamente reagito scacciando la mano del religioso e, insieme all’amico, lo ha preso a male parole intimandogli di andarsene immediatamente e di lasciarli in pace. Cosa che il don avrebbe fatto, risalendo in auto e allontanandosi.

    LA VENDETTA
    La vicenda però non è finita lì. Poco dopo i due ragazzi hanno riconosciuto, parcheggiata lungo la strada in paese, l’auto del prete e hanno colpito con dei calci una portiera. Il sacerdote, che era poco distante, li avrebbe quindi raggiunti chiedendo di smettere e tentando di giustificare e minimizzare quanto accaduto poco prima. Questo secondo il racconto, poi fornito dallo studente agli uomini dell’Arma.

    LE INDAGINI
    Dopo una nuova breve discussione i due ragazzini sono rientrati a casa e il 14enne, ancora molto scosso, ha raccontato tutto ai genitori. Poco dopo, accompagnato dal padre, si è presentato nella caserma dei carabinieri per la denuncia. Il racconto dello studente è stato subito ritenuto credibile dagli inquirenti. E così sono scattate le indagini. Ma a incastrare don Bacchion, secondo l’accusa, sono state alcune immagini registrate dalle telecamere della videosorveglianza della parrocchia dove era ospitato.
    Gli occhi elettronici lo avrebbero immortalato proprio mentre toccava nelle parti intime il ragazzino. Secondo la ricostruzione dei fatti, sarebbe arrivato a Trebaseleghe per fare visita ad alcuni amici, ma in paese non è conosciuto.
    Bacchion è stato ordinato parroco il 24 giugno del 1960. Attualmente dimora in una casa di riposo e il prossimo 13 di agosto spegnerà 90 candeline. Il 5 ottobre di quattro anni fa nella parrocchia di Zeminiana e San Dono di Massanzago era stata celebrata una messa per festeggiare i sessant’anni di sacerdozio proprio di don Giuseppe Bacchion.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/sacerdote_giuseppe_bacchion_processo-8052723.html

  • Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    ASSOCIAZIONE MAP CORSO DI MASTER MASTER DI I LIVELLO IN SESSUOLOGIA

    Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali.

    Intervista a: Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale)

    Progetto educativo di prevenzione genitori-figli età 9-12

    Candidato Relatore Dott. Leonardo Bianchi Prof.ssa Mara Porcaro matricola MSI008

    Biennio Accademico 2021/2023 1 2

    Introduzione……………………………………………………………… p. 5

    Capitolo 1 – Excursus storico: l’emergere della problematica e consapevolezza all’interno della Chiesa Cattolica – 1.1 La sollevazione mediatica dello scandalo e i suoi primi effetti …. p. 6

    – 1.2 Tentativi di risposta all’emergenza ………………………………. p. 9

    – 1.3 La fondazione di istituzioni, strumenti e leggi per la tutela dei minori e persone vulnerabili ……………………………………………………. p. 10

    Capitolo 2 – Report sul fenomeno degli abusi nella Chiesa

    – 2.1 Dati statistici sul fenomeno. Il report dalla John Jay Collage of Criminal Justice …………………………………………………………. p. 14

    – 2.2 C’è legame tra omosessualità e abuso sessuale?…………………. p. 20

    – 2.3 Dati e analisi rapporto CIASE ……………………………………. p. 25

    – 2.4 Dati e analisi degli abusi riproduttivi ……………………………. p. 36

    Capitolo 3 – Analisi delle cause del fenomeno degli abusi

    – 3.1 Perchè sono realmente un fenomeno particolare gli abusi nella Chiesa …………………………………………………………………. p. 44

    – 3.2 Le ragioni degli abusi – il ruolo del silenzio …………………… p. 46

    – 3.3 Le ragioni degli abusi – il ruolo del clericalismo e il laisser-faire sociale ………………………………………………………………….. p.50

    – 3.4 Le cause degli abusi – una scarsa selezione e inadeguata formazione del clero al difficile ruolo e alla possibilità-impossibilità di espressione sessuale ………………………………………………………………… p.52

    – 3.5 Le cause degli abusi – il legame tra potere, sesso 3 e controllo sociale ………………………………………………………. p. 55

    – 3.6 Le cause degli abusi – fattori religiosi: influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa ………………………………. p. 59

    Conclusioni ………………………………………………………………. p. 63

    Intervista a Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale) …………………………………… p. 65

    Progetto educativo di prevenzione agli abusi sessuali in ambienti ecclesiali: “sfatiamo il silenzio” ……………………………………….. p. 82

    Il mio percorso nel Master ……………………………………………..p. 86

    Bibliografia, documenti/report, sitografia …………………………….. p. 87

    Tesi – Analisi sistemica del fenomeno degli abusi sessuali nei contesti ecclesiali PDF

    Introduzione Il fenomeno degli abusi sessuali riguarda tutta la società, dalla famiglia a tutte le istituzioni e oltre.

    La letteratura si esprime largamente sui caratteri, i danni e le possibili vie di terapia legato a un qualsiasi tipo di abuso sessuale. Intento di questa monografia è quello di cogliere i particolari degli abusi nei contesti ecclesiali, in particolare della Chiesa Cattolica. L’idea è che ciascun fenomeno di abuso debba essere studiato non solo nei suoi caratteri universali ma anche negli aspetti particolari dove esso si verifica. Riguardo quelli in ambiente ecclesiale l’analisi non si è potuta fermare al mero aspetto sessuale o psicosessuale ma, presentandosi in un ambiente che fenomenologicamente si palesa come religioso-spirituale, è doverose analizzare proprio questi ulteriori aspetti se si vogliono cogliere le peculiarità degli ambienti ecclesiali. Per fare questo sono andato alla ricerca di ciò che di specifico offre la letteratura scientifica e i report che le equipe di specialisti hanno elaborato per analizzare il fenomeno. In particolare mi sono soffermato sul report statunitense, ormai datato 2004 ma che ha fatto la storia della ricerca in questo campo, e quello francese della commissione CIASE datato 2021. Entrambi i report sono stati scelti per esaustività, completezza e per il fatto che fossero stati elaborati da commissioni indipendenti rispetto l’istituzione ecclesiastica. In appendice alla monografia ho aggiunto un’intervista fatta a Francesco Zanardi, vittima di abuso a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti per la sua testimonianza. Ultimo contributo è un progetto ideato per la prevenzione degli abusi sessuali in ambienti ecclesiali con destinatari minori dai 9-12 anni e la partecipazione dei loro genitori.

    Capitolo 1 – Excursus storico: l’emergere della problematica e consapevolezza all’interno della Chiesa Cattolica

    1.1 La sollevazione mediatica dello scandalo e i suoi primi effetti Nel 2016 vinse l’oscar come miglior film e come miglior sceneggiatura “il caso spotlight” girato l’anno precedente nel quale viene raccontata l’indagine giornalistica del Boston globe che a sua volta valse il premio pulitzer nel 2003. L’indagine era relativa a casi di abusi sessuali avvenuti nella diocesi di Boston “coperti” strategicamente secondo i giornalisti da Bernard Francis Law arcivescovo metropolita di Boston dal 1984 al 2002 anno in cui Giovanni Paolo II accettò le sue dimissioni. Dall’indagine emerse che l’arcivescovo e cardinale quando veniva a conoscenza di un abuso commesso, interveniva spostando di parrocchia in parrocchia il prete colpevole e stabilendo accordi extragiudiziali riservati con le vittime; tale procedura veniva attuata anche dal predecessore. L’anno seguente la pubblicazione dell’inchiesta giornalistica la conferenza episcopale statunitense incarica la John Jay Collage of Criminal Justice della City University of New York considerata la migliore in materia, di compiere un indagine più approfondita e di carattere scientifico sui casi di abusi nella Chiesa. Lo studio che d’ora in poi chiameremo John Jay report riconobbe attendibili 6700 accuse delle 10667 raccolte per abusi su minori nel periodo dal 1950 al 2002. Gli accusati furono 4392 tra sacerdoti e diaconi in servizio in questo arco di tempo rappresentanti il 4% del totale. Fu l’ingresso dei metodi della ricerca e della scienza nell’ambito specifico degli abusi all’interno della Chiesa, un qualcosa che stava diventando un nuovo oggetto di 6 studio e non più un solo fatto di cronaca e di scandalo morale e religioso. Il passo che la conferenza episcopale statunitense fece fu un cambiamento, era la nascita dell’analisi fenomenologica degli abusi in ambito ecclesiale. Nel 2001, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede card. Ratzinger insieme a card. Bertone decisero tramite una lettera indirizzata a tutti i vescovi della Chiesa di richiamare all’attenzione il documento scritto nel 1962 (prima edizione però del 1922) sotto il pontificato di papa Giovanni XXIII denominato “Crimen Sollicitationis”. Tale documento dava indicazioni su procedure canoniche quando un chierico veniva accusato di usare il sacramento della confessione per fare avances sessuali ai penitenti, da quello che cioè veniva considerato un peccato riferibile al 6 comandamento. Questo documento al punto 1 definisce così il concetto di molestia: “si ha quando un sacerdote o nell’atto del sacramento della confessione; o prima o immediatamente dopo la confessione; o in occasione o con il pretesto della confessione; o anche al di fuori dell’occasione della confessione nel confessionale o in altro luogo destinato ad ascoltare le confessioni o scelto con il pretesto di ascoltare la confessione proprio in quel luogo, abbia, tentato di incitare o invitare un penitente – qualsiasi persona sia – a comportamenti disonesti e vergognosi sia con parole, sia con segni, sia con cenni, sia con contatto fisico o attraverso la scrittura da leggere al momento o in seguito o abbia tenuto con lui discorsi o pratiche illecite e disoneste con audacia sconsiderata”. Crimen sollicitationis (1962). In questo contesto la Congregazione per la Dottrina della Fede quindi ritenne necessario rispolverare questo documento che richiama alla necessità di affrontare gli abusi con attenzione alle giuste procedure in materia penitenziale 7 riguardo a coloro che commettono l’abuso e l’interesse che ruota intorno alla tutela del sacramento della confessione. Non vi era ancora in quel documento attenzione alla tutela, cura e prevenzione degli abusi su minori o vittime vulnerabili. Da notare che non viene fatto cenno alla gravità del fatto relativa al danno che si commette nei confronti della psiche dell’abusato ma nel mancato rispetto del 6 comandamento, vera parte lesa di un abuso ecclesiale secondo la giustizia del diritto canonico. Nel ottobre 2002 il Vaticano rigetta la Charter for the Protection of children and young people approvata dai vescovi statunitensi a giugno perché si richiedeva una definizione di abuso sessuale più circoscritta, precisa definizione dei limiti alle accuse rivolte ai preti e una limitata delega di autorità ai consigli laici incaricati di valutare casi di abuso. Alcuni preti in Vaticano non condividevano l’idea che le denunce di abuso sessuale dovessero essere riportate alle autorità civili ed erano scandalizzati delle ingenti somme di denaro per i risarcimenti. Allo scandalo legato a Boston ne seguirono altri sempre negli Stati Uniti. La giustizia Americana condannò numerosi membri del clero costringendo le diocesi a risarcimenti che portarono a numerose bancherotte. Nel 2005 un avvocato di Huston accusò l’allora card. Ratzinger di intralcio alla giustizia proprio per aver inviato quella lettera di cui sopra che richiamava al rispetto del Crimen sollecitationis. La storia proseguì con l’elezione di Ratzinger a nuovo papa a cui il presidente americano George Bush concesse l’immunità. Nel biennio 2009-2010 una nuova crisi simile a quella di Boston coinvolse l’europa negli stati di Irlanda, Austria, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Francia e Malta ma non solo; il fenomeno ormai emergeva in tutto il mondo come ad esempio il controverso e famoso caso 8 australiano relativo al card. Pell. Papa Benedetto XVI per il caso irlandese decise di intervenire con una lettera aperta a tutti i cattolici di Irlanda invitando a collaborare con la giustizia uscendo dal segreto che negli anni aveva rafforzato la perpetrazione dei crimini.

    1.2 Tentativi di risposta all’emergenza In questi anni in più occasioni papa Benedetto XVII si è espresso con vergogna, condanna e propositi in risposta ad un fenomeno che ormai stava assumendo proporzioni globali e ovunque scuoteva le fondamenta delle Chiese locali. Nel 2011 la Congregazione per la Dottrina della fede pubblicò una lettera nella quale si ripetette in modo formale l’invito che già il papa aveva fatto per la Chiesa Irlandese, quello cioè di collaborare con le autorità civili e di applicare le norme del Diritto Canonico oltre che stabilire linee guida per proteggere i minori ed essere coerenti nella risposta in caso di accuse di abuso e nel trattamento dei abusatori. Dal 6 al 9 febbraio 2012 si tenne presso la pontificia università Gregoriana un simposio dal titolo “verso la guarigione e il rinnovamento”. Tra i vari interventi vi fu la testimonianza di una vittima Marie Collins che subì abusi da parte di un prete quando aveva 13 anni, affiancata da una psichiatra che ha partecipato alla listening session del report irlandese. Nella sua testimonianza la signora Collins affermava che non solo l’abuso ma anche il comportamento tenuto dai superiori dell’abusatore che tendevano a colpevolizzare lei e non agire nei confronti dell’abusatore ha generato uno shock ancora più forte ed ora per il suo percorso di guarigione, a detta della psichiatra lì presente, diventava importante sentir chiedere perdono i leader 9 della Chiesa per aver difeso un abusatore. Durante il simposio gli interventi dei partecipanti riconoscevano la necessità per le situazioni di abusi ecclesiali di dover intervenire su più livelli: canonico, pastorale e formativo. Sempre in questa occasione si è riconosciuto come norme più stringenti siano state prese solo nei luoghi dove lo scandalo ha avuto maggior eco, a seguito proprio del clamore mediatico che le notizie alimentavano. Come si può notare in questi ultimi anni che sto raccontando comincia a delinearsi una maggiore attenzione verso la tutela dei minori e soggetti vulnerabili.

    1.3 La fondazione di istituzioni, strumenti e leggi per la tutela dei minori e persone vulnerabili A seguito del simposio fu istituito dai gesuiti un centro per la protezione dei minori a Monaco con l’obiettivo di sviluppare un approccio sistemico di tutela non solo per abusi nella Chiesa ma anche nella società. Il 2014 è l’anno in cui papa Francesco istituisce la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (commissione permanente) con lo scopo di: “promuovere la tutela della dignità dei minori e degli adulti vulnerabili, attraverso le forme e le modalità, consone alla natura della Chiesa, che si ritengano più opportune, nonché di cooperare a tale scopo con quanti individualmente o in forma organizzata perseguono il medesimo obiettivo.” Chirografo del Santo Padre Francesco per l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. (2014) Tra i membri della commissione vengono scelte anche vittime di abusi affinché la loro voce sia non solo ascoltata ma anche fattiva. Dopo 3 anni nel 10 2017 Marie Collins, ultima rimasta tra le vittime di abusi membra della commissione per la tutela dei minori, si dimette rilasciando ai giornali la dichiarazione che: “Non potevo restare. Dopo tre anni vedere continuamente che nella Curia romana c’era chi non favoriva il nostro lavoro, chi in sostanza lo boicottava, senza rispondere anche alle richieste più elementari che venivano avanzate, mi ha gettato in un profondo sgomento, ho provato anche vergogna, e così ho deciso di dimettermi. In particolare, mi ha ferito il fatto che la raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti, approvata dal Papa e annunciata nel giugno del 2015, non abbia avuto alcun seguito. Ha trovato dei problemi legali non meglio specificati e così il tribunale non è mai stato istituito. Tutto questo è per me motivo di sofferenza e sinceramente ho ritenuto che era giusto farmi da parte”. Intervista a Repubblica (2017). Nel 2019 papa Francesco scrive: “Vos estis lux mundi”, lettera apostolica in forma di motu proprio. Nel preambolo si legge: “I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa.” Vost estis lux mundi (2019) Vi è quindi subito oltre al riferimento riguardo l’offesa a Dio anche quella 11 relativa a danni fisici, psicologici e spirituali indicando nei vescovi i principali responsabili delle azioni concrete necessarie a raggiungere l’obiettivo specificato. L’articolo 5 del motu proprio così si esprime: “Art. 5 – Cura delle persone §1. Le Autorità ecclesiastiche si impegnano affinché coloro che affermano di essere stati offesi, insieme con le loro famiglie, siano trattati con dignità e rispetto, e offrono loro, in particolare: a) accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi; b) assistenza spirituale; c) assistenza medica, terapeutica e psicologica, a seconda del caso specifico. §2. Sono tutelate l’immagine e la sfera privata delle persone coinvolte, nonché la riservatezza dei dati personali.” Vos estis lux mundi (2019) Tale motu proprio stabilisce inoltre nuove procedure per segnalare abusi e molestie e assicurare che vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato, viene anche fissato l’obbligo di segnalazione di abusi all’Ordinario competente. Ogni diocesi inoltre dovrà istituire un servizio di Tutela Minori e un centro d’ascolto. Il consiglio permanente della CEI istituisce la giornata nazionale di preghiera per le vittime di abusi sessuali (18 novembre) in corrispondenza della giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, istituita dal consiglio d’europa. A conclusione di questo breve e per ovvie ragioni non esaustivo excursus possiamo affermare che la Chiesa stessa è giunta ormai dopo un certo travaglio a rilevare il fenomeno come un qualcosa a cui era necessario far fronte con delle specificità strutturali e non con un approccio contingente caso per caso. Fondamentali nel far emergere le criticità, la verità e l’importanza del fenomeno sono state le inchieste giornalistiche a cui spesso hanno fatto seguito studi scientifici analitici e senza le quali probabilmente non ci sarebbe stata la stessa attivazione in favore della tutela dei minori nella Chiesa. Chiudo questo paragrafo con le parole di P. James Martin, gesuita: “Benchè un certo atteggiamento anticattolico sia emerso nella copertura mediatica della crisi – per esempio nella facile sovrapposizione tra celibato e pedofilia – la Chiesa dovrebbe essere grata, e non risentita, nei confronti dei mass media per aver rivelato ciò che essa stessa aveva cercato di tenere nascosto” Frawley-O’Dea e Goldner (2009 p. 164) 13

    Capitolo 2 – Report sul fenomeno degli abusi nella Chiesa

    2.1 Dati statistici sul fenomeno. Il report dalla John Jay Collage of Criminal Justice Non è facile trovare dati statistici sugli abusi in generale, lo è ancora di più per gli abusi in ambito ecclesiale i quali rimangono molto nel segreto. Per avere uno squarcio dobbiamo far riferimento ai report che sono stati elaborati i quali prendono come fonti le denunce fatte presso l’istituzione ecclesiale o talvolta presso i tribunali di stato civile. Quando vengono elaborati i report i dati vengono incrociati anche con altre fonti quali ad esempio archivi giornalistici e altra letteratura socio-criminologica, relazioni e siti istituzionali di enti e associazioni. Il report denominato: “The nature and scope of sexual abuse of minors by catholic priest and deacons in the united states 1950-2002. A research study conducted by the john jay college of criminal justice the city university of new york” ha raccolto dati dal 1950 al 2002 integrando elementi provenienti dal Report on the implementation of the Charter for protection of children and young people il quale includeva dati di abusi sessuali denunciati nel corso del 2004 (non si dispone quindi dei dati relativi al 2003). Il report fa una distinzione tra preti religiosi e secolari: “Se esaminiamo le differenze tra preti diocesani e religiosi, secondo i nostri numeri il 4,3% dei preti diocesani è legato ad abusi e il 2,5% di preti religiosi sono legati ad abusi” John Jay Collage (2004, p.7). Nel 2004 altri 411 preti sono stati accusati. Quando si parla di accusa essa viene presa in considerazione nel rapporto solo se la commissione la considera attendibile. Prendendo questa tendenza valida anche per l’anno 2003 di cui non si hanno dati il calcolo farebbe corrispondere a una 14 stima del 4,75% di sacerdoti tra il 1950 e il 2004. Per Gordon e FrawleyO’Dea tali stime sono però da considerarsi probabilmente al ribasso perché: il 2% dei preti diocesani e il 20% dei preti religiosi non sono stati inclusi nel John Jay Report; nella ricerca del 2004 il 7% delle diocesi e il 29% delle comunità religiose non hanno comunicato i propri dati relativi al 2004. A questi motivi c’è da aggiungere il fatto che sia nel John Jay Report che nella ricerca del 2004 la raccolta dati si basava dalla disponibilità dei vescovi e superiori religiosi di riferire volontariamente tutte le informazioni pertinenti. Vista la riluttanza ad affrontare l’argomento le autrici affermano: “è possibile che alcuni abbiano nascosto ai ricercatori informazioni significative. Inoltre, nel corso degli anni alcuni vescovi sono riusciti con l’intimidazione a convincere le vittime o le loro famiglie a non dare seguito alle accuse di abuso sessuale e, di conseguenza, in questi casi non esistono dati ufficiali.” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 30) Si deve poi sempre ricordare che quando si tratta di denuncia di abusi sessuali subiti 20 anni non sono molti in realtà e spesso le denunce non avvengono affatto. Sempre il John Jay Report ha calcolato come meno del 13% delle accuse è stato presentato nel corso degli anni in cui gli abusi venivano perpetrati mentre il 25% delle denunce è stato depositato più di 30 anni dopo l’inizio degli abusi. Interessanti possono essere le considerazioni sul numero di abusatori per anno di ordinazione. 15 Come è possibile notare dalla tabella, Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 32), raccolta dall’intervento di Gordon e Frawley-O’Dea dal 1984 al 2000 si registra un calo significativo della percentuale di abusanti. Tale calo però va inserito in una probabile sottostima degli abusi dovuta alla età più tipica in cui i preti cominciano ad abusare, al tempo spesso necessario alle vittime prima di effettuare la denuncia e a dei primi possibili effetti positivi dovuti a una maggiore attenzione alla selezione dei candidati all’ordinazione (dal 1980 in poi infatti i seminari hanno avviato una selezione psicologica dei candidati). 16 Non ultimo dal 1990 una maggiore cultura sociale di sensibilizzazione sugli abusi ha portato a maggiore vigilanza la società nel suo complesso. Riguardo la data di nascita dei sacerdoti abusanti quasi due terzi erano maggiori di 64 anni nel 2002 a conclusione del John Jay Report e quasi il 90% maggiore di 54 anni. Le autrici che analizzano i dati evidenziano che: “essi erano cresciuti in un periodo di repressione sessuale al livello della società nel suo complesso, e in particolare all’interno delle comunità cattoliche. […] In più, i sacerdoti nati prima del 1950 spesso entravano in seminario a 14 o 15 anni, preparandosi a una vita di celibato senza aver superato la pubertà e sviluppato una psicosessualità matura. Può anche essere che questi sacerdoti fossero particolarmente vulnerabili alla possibilità di essere psicologicamente destabilizzati dalle trasformazioni culturali, inclusa una maggiore apertura nei confronti del sesso, avvenuta a fine anni 60 e nei primi anni 70. Quando i sacerdoti appartenenti a queste generazioni agivano esplicitamente la loro sessualità, sceglievano probabilmente minori poiché li percepivano come pari sul piano psicosessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 35) Accennavo prima alla questione dell’età dei preti al tempo del primo abuso. Nel report che stiamo analizzando risulta essere mediamente quella di 39 anni con un cambiamento dai 38 degli anni ‘50 ai 48 del 2002. Sembrerebbe dunque che contrariamente a quando si credeva prima di questo report i primi abusi non si registrano a seguito della conclusione della formazione in seminario ma a distanza di almeno 10 anni dall’ordinazione. In questa fase tempistica un prete ha intorno a sé parenti e amici coetanei che hanno intrapreso una carriera e una vita diversa, pensiero delle autrici è che: 17 “immaturi sul piano psicosessuale e privi di esperienza, alcuni sacerdoti potrebbero aver commesso l’abuso in un impeto di rabbia, invidia e risentimento sociale, al fine di acquisire un senso soggettivo di potere. L’abuso sessuale del figlio di un parrocchiano rappresenta anche un attacco alla capacità di quell’uomo di proteggere la propria prole: un aspetto della paternità negato al Padre sacerdote”. FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 34). Venendo all’età delle vittime entrambe le ricerche rilevano che essa sia in un range tra i 10 e i 14 anni. In particolare quelle di sesso maschile però avrebbero riferito di aver subito abusi tra i 15 e i 17 anni. In questo gruppo di età la percentuale di vittime è aumentata nel corso dei decenni dal 26% degli anni ‘70 al 55% negli anni ‘90. A fronte di tale cambiamento però ciò che è rimasto costante è invece la differenza di età che si aggira sempre intorno ai 20 anni, come descritto in precedenza è infatti aumentata nel corso del tempo l’età media del sacerdote al momento del primo abuso. Ancora una volta le autrici mettono in parallelo l’aumento di età delle vittime con la percezione di sentirsi pari a loro da parte dei abusanti che negli ultimi decenni hanno iniziato a entrare in seminario più tardi: “il loro stesso sviluppo psicosessuale può essersi spostato verso la tarda adolescenza piuttosto che la pubertà” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 37). Altre analisi prese in considerazione dal report riguardano il numero di vittime per sacerdote. Si veda la tabella: 18 John Jay Collage (2004, p.51). Questi secondo gli analisti sono i dati da considerarsi meno attendibili in primo luogo perché si basano, ricordiamolo, solo sulle denunce delle vittime e le cui accuse sono state condivise e messe a disposizione dei ricercatori. Ultimo elemento riguarda il tipo di abuso. Circa un terzo dei sacerdoti accusati avrebbe penetrato le vittime o costrette al sesso orale. Il 2,9% si sarebbe limitato a discorsi di natura sessuale o all’uso della pornografia; il 9% avrebbe toccato la vittima attraverso i vestiti o essere toccato da lei e il 15,8% non si sarebbe spinto oltre il toccarsi sotto i vestiti. Nella maggioranza dei casi il prete si sarebbe spinto ad atti gravi inoltre, solo il 29% delle vittime riferisce di essere stata abusata una sola volta mentre più della metà delle vittime risponde con la voce “diverse volte” all’indagine. Ancora le autrici così commentano il dato: “Questo dato smentisce la costruzione dell’abuso sessuale da parte del prete come momentanea mancanza di giudizio e, al contrario, invita a considerare il perpetratore 19 come una persona pericolosamente incline ad abusare di una giovane vittima diverse volte.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.38)

    2.2 C’è legame tra omosessualità e abuso sessuale? Sembra assurdo dover titolare con una domanda retorica come questa un paragrafo all’interno di un capitolo dedicato all’analisi statistica del fenomeno di abusi in quanto omosessualità e abuso sono questioni che assolutamente non sono legate tra loro. Nel caso degli abusi ecclesiali però una particolarità statistica fortemente controcorrente rispetto ai dati da riferire agli abusi in generale, ha dato modo agli analisti di fare delle considerazioni che in questa tesi ho deciso di non tralasciare proprio perché possono dare adito a pericolosi collegamenti privi di fondamenti scientifici. Il mio intento è appunto quello di screditare e confutare ogni tentativo di cercare correlazioni tra loro. Due fenomeni in natura possono presentarsi coincidenti ma senza alcuna correlazione o causalità e questo è proprio uno di questi casi. Non vi è alcuna possibilità di dimostrazione scientifica che omosessualità e abuso sessuale siano più o meno legati tra loro rispetto a quanto possa esserlo l’eterosessualità o in genere qualsiasi questione relativa all’orientamento. Tale impossibilità è dovuta al fatto che semplicemente altre sono le questioni legate all’abuso come vedremo nel corso di questo elaborato. Questo improprio collegamento ha però portato persone interne alla Chiesa a dichiarare che la pedofilia sia una perversione legata all’omosessualità o comunque ci sono stati numerosi tentativi di voler trovare una qualche tipo di radice comune, dandone quantomeno connotazioni di “degrado morale”. La morale è semmai questione filosofica, può appartenere ad una religione che svolge una funzione sociale in 20 merito all’ordinamento morale dei suoi fedeli ma certamente non può e non deve essere in alcun modo confuso con quanto riguarda il discorso scientifico. Lasciando quindi da parte la questione morale della Chiesa in materia di omosessualità di cui recentemente papa Francesco si è limitato a dichiarare non essere un reato ma un peccato (peccato sarebbe l’atto non la tendenza in sé) consideriamo ora i dati oggetto delle controversie. Il John Jay Report riporta: “I risultati dei nostri studi indicano che di tutte le vittime […] 81% sono maschi e il 19% femmine” John Jay Collage (2004, p. 69). Si veda la seguente tabella per i dettagli, stessa pagina del report: Altri studi confermano l’anomalia fissando una prevalenza delle vittime maschili che va dal 64% al 78%. Il rapporto CIASE, denominato: “Les violences sexuelles dans l’Eglise catholique. France 1950-2020. Rapport de la Commision indépendant sur les abus sexuels dans l’Eglise, Octobre 2021” che più avanti analizzerò nel dettaglio, fissa la prevalenza di maschi a 80%. Oltre ad essere insolito il fatto che la vittima sia un maschio piuttosto che una femmina è insolito anche che la relazione sia di tipo omosessuale piuttosto che etero. Il rapporto CIASE riferisce che in quasi la metà dei casi di vittime minorenni l’aggressore si definisce omosessuale (80% di coloro che aggrediscono una vittima maschio) mentre un terzo si definisce bisessuale. Gli aggressori di vittime adulte che si definiscono omosessuali sono invece il 20%, nessuna bisessuale. L’analisi della Commissione CIASE sulla sessualità degli aggressori cosi conclude: “Sulla base degli elementi annotati negli atti, si può ipotizzare che alcuni aggressori di vittime minori siano affetti da pedofilia. Gli aggressori sessuali di vittime maschi minorenni o di entrambi i sessi (27 casi) segnalano tutti attività di masturbazione in 14 casi analizzabili e più della metà di loro guarda materiale pornografico, anche pedopornografico (3 casi), se documentato nel fascicolo (9 casi analizzabili e 5 casi rispettivamente) con un sentimento espresso di frustrazione sessuale significativa. Pertanto, è lecito pensare che almeno tre di loro siano affetti da un disturbo pedofilo. Infatti, in tre casi di aggressori di vittime minori (un aggressore di ragazzi e due aggressori di vittime di entrambi i sessi), vengono descritte fantasie di pedofilia, e in un caso di aggressore di vittime minori maschi, vengono segnalati antecedenti di parafilia. Inoltre, in due casi (un maschio molestatore di bambini e un maschio molestatore di bambini di entrambi i sessi), si rileva addirittura lo stesso tipo di precedenti penali” Report CIASE (2021, p. 211). Quello che avverrebbe però, secondo Gordon e Frawley-O’Dea, sarebbe da intendersi all’interno del concetto di fusione e identificazione con un proprio pari come già scritto in precedenza. Aggiungono le autrici: “l’autore dell’abuso, probabilmente entrato in seminario minore all’età di 14 o 15 anni, potrebbe inconsciamente aggredire la sessualità della vittima quando quest’ultima ha la stessa età che lui aveva al momento dell’ingresso in seminario, castrando simbolicamente la vittima come lui stesso è stato simbolicamente castrato.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.25) Cattolici come preti, giornalisti ma anche funzionari vaticani come ad esempio il cardinale Jorge Medina prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, hanno legato senza spiegare la causalità del fenomeno, l’omosessualità alla pedofilia come se un orientamento omosessuale da parte del prete fosse fattore di rischio per un abuso. Nel 2005 Eisenberg in un articolo “Report: pope bans gay seminarians” contenuto in New York Newsday On-Line affermava che ci fosse notizia del fatto che il Vaticano avesse bandito gli omosessuali dal sacerdozio. La Chiesa nel 2005, dando però altri motivi (l’insegnamento dottrinale per cui la tendenza omosessuale sarebbe “oggettivamente disordinata”), si è effettivamente espressa ufficialmente sui criteri di ammissibilità al sacerdozio con un documento della congregazione per l’educazione cattolica denominato: “Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri” in cui si legge al numero 8 e 9: “Alla luce di tale insegnamento, questo Dicastero, d’intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay.” Congregazione per l’Educazione Cattolica (2005). Lo psicologo e direttore di “The journal of child sexual abuse” sostiene che persone omosessuali ed eterosessuali presentano la stessa probabilità di violare sessualmente un minore, tesi riportata da Elias nel 2002 in: “is homosexuality to blame for Church scandal?”. Illustri autori come David Finkelhor, direttore del Crimes Against Children Research Center (Università del New Hempshire) definisce l’attrazione per i minori un’attività sessuale specifica, opinione condivisa da John Bancroft, medico e direttore del Kinsey Institute for Research in Sex, Gender, and Reproduction. Nel contributo di Gordon e Frawley-O’Dea viene citato lo studio di Groth e Olivieri i quali dopo aver analizzato circa tremila autori di crimini sessuali, su una popolazione di abusatori generale e quindi non specificamente afferente al clero, hanno rilevato che: “gli uomini attratti in modo non esclusivo da bambini, o che erano passati da un’attrazione per gli adulti a un interesse per i bambini, si definivano tutti eterosessuali e in genere esibivano tendenze omofobe.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 26). I criminali sessuali vittimizzano sessualmente adulti e minori di entrambi i generi, tali fenomeni vanno piuttosto visti come crimini di potere che hanno poco a che fare con l’orientamento sessuale di chi li commette. Si consideri infatti come anche in carcere uomini eterosessuali dotati di maggior potere e autorità all’interno della popolazione carceraria scelgano altri uomini per avere rapporti sessuali e imponendo così il proprio potere su qualcuno. Sulla prevalenza statistica di 24 vittime di genere maschile piuttosto che femminile, oltre che il meccanismo di identificazione col sé di cui abbiamo parlato, Gordon e Frawley-O’Dea mettono in evidenza come i ragazzi siano più facilmente avvicinabili dai preti rispetto alle ragazze. Inoltre, i preti sono spaventati dalle donne, giovani o adulte che siano e sono misogeni, caratteristiche che li trattengono dall’avere rapporti con loro, specie sessuali. Inoltre può accadere che siano preoccupati dalla possibilità di gravidanze a seguito dei rapporti con donne in età puberale o postpuberale.

    2.3 Dati e analisi rapporto CIASE Il rapporto CIASE identifica 3 fasi di periodizzazione delle violenze che ricalcano quelle già individuate da simili commissioni precedenti. La prima, quella di picco della curva di violenze, è racchiusa negli anni che vanno dal 1950 al 1970. Questa fase raccoglie il 55,9% degli abusi rilevati dalla commissione che, ricordiamo, ha indagato sugli anni che vanno dal 1950 al 2020. Nella seconda fase quella tra il 1970 e il 1990 si registra un forte calo degli abusi il cui numero va a rappresentare il 22,1% del totale. Per il rapporto la principale causa va individuata nel drastico calo del numero di chierici e religiosi dal ‘70 in poi mentre la seconda, legata alla prima, riguarda il graduale ritiro del clero da ruoli interni a istituti educativi cattolici, luoghi nei quali si verificavano gli abusi. La tendenza decrescente in valori assoluti delle vittime si ritrova in valore relativo anche tenendo conto del calo del numero del clero. L’incidenza del tasso di aggressioni da parte di un membro del clero sul totale generale di abusi che si sono registrati nella società francese è sceso dallo 0,6% nella fase che va dal 1950 al 1970 allo 0,2% dal 1970 al 1990. 25 Nella terza fase a partire dagli anni ‘90 si registra una certa recrudescenza del fenomeno degli abusi ecclesiali. Nell’ultimo trentennio analizzato si raccolgono il 22% dei casi rilevati (nel dettaglio 13,3% negli anni ‘90 e 8,7% negli anni 2000). Bisogna mettere in evidenza come siano aumentate le vittime in contesti ecclesiali da parte di abusatori non aderenti al clero bensì laici e catechisti che erano a contatto con i minori e andavano a coprire i vuoti lasciati dal calo delle vocazioni clericali e religiose. Il numero di vittime di aggressori non aderenti al clero nè alla vita religiosa è passato da un numero di 1.860.000 della seconda fase a 2.220.000 della terza e ultima fase. Aumenta anche l’incidenza degli abusi delle violenze sessuali da parte del clero e religiosi in valori relativi (tenendo cioè conto del numero di aderenti al clero) sul totale generale degli abusi su minori registrati nella società francese. Negli ultimi 30 anni tale incidenza è passata dallo 0,2% della seconda fase allo 0,4% della terza fase. Secondo Inserm (l’istituto che per CIASE ha condotto la ricerca), in sintesi, se è vero che in termini assoluti il fenomeno si stia riducendo va fatto il dovuto distinguo per i valori in termini relativi. “L’individuazione delle tre fasi entro i 70 anni coperti dall’analisi della commissione sulla base degli archivi della Chiesa è inoltre confermata dall’archivio di giustizia che la commissione ha potuto consultare. Infatti, il numero dei processi penali che coinvolgono aggressori all’interno della Chiesa è diminuito dagli anni ’60, poi ha conosciuto una certa inerzia negli anni 1970-1990, prima di subire un aumento molto forte rispetto agli anni 1990.” Report CIASE (2021, p. 131) L’analisi delle fonti archivistiche analizzate dalla commissione ha portato anche a rilevare come nella maggioranza dei casi l’abuso è commesso da una 26 persona che regolarmente ha frequentato la vittima nell’ambito di attività educative (47%); pastorale, coro, confessione, mantenimento spirituale, ritiro e altre pratiche religiose (36%); legami di vicinanza familiare (17%). Senza indicarne un dato quantitativo il rapporto afferma che sul piano del profilo sociale della vittima le caratteristiche tipologiche attraversano tutte le categorie professionali delle famiglie d’origine, sono di estrazione generalmente modesta, molto praticanti. L’età prevalente va dai 10 ai 13 anni. Fra le costanti che invece riguardano gli abusatori il report analizza la possibilità di trasformarsi da vittima a carnefice da parte dei seminaristi nel momento della formazione. Tale rilievo sarebbe riscontrabile in particolar modo dai dati provenienti dagli archivi e risulta coerente anche con i dati della popolazione generale secondo la quale: “l’aver subito violenze sessuali può costituire un fattore di rischio per la commissione di una violenza sessuale. Si stima quindi che, nel complesso, dal 30% al 60% degli autori di reati sessuali su minori abbia subito violenza durante la loro infanzia.” Report CIASE (2021, p.133). Analizzando più studi il report afferma che più del 20% degli abusatori ecclesiali potrebbe essere stato vittima di abusi in infanzia. Tuttavia ci tiene a specificare: “la Commissione desidera sottolineare con forza, soprattutto in considerazione del numero di vittime per aggressore, che solo una piccolissima minoranza di persone vittimizzate potrebbe successivamente commettere attacchi, una volta raggiunta l’età adulta. Le quote sopra citate non sono in alcun modo reversibili. L’affermazione di un determinismo tra la condizione di vittima e quella di aggressore sarebbe quindi particolarmente infondata.” Report CIASE (2021, p.134) 27 Nessuna persona che ha abusato di un adulto ha subito abusi in infanzia. Come per il report statunitense significativo è lo squilibrio di genere tra le vittime minori di genere maschile (80%) e le femminili (20%). Secondo l’indagine sulla società francese riguardo gli abusi (quindi non quella appositamente fatta dalla Commisione) le vittime di abusi ecclesiali sono per il 93% minori. L’età media del primo abuso è di 10-11 anni e stabile nel tempo ma questo dato contrasta fortemente con quanto invece risulta dai dati che emergono dalle apposite ricerche della commissione. Secondo quest’ultime infatti riguardo la fascia d’età 10-13 anni sarebbe scesa a rappresentare il 31% dal 55% nel periodo di partenza mentre la fascia dei 18-20 anni registra un balzo dal 1,7% iniziale giungerebbe al 21%. Tale discrepanza di dati va ricercata nelle diverse tipologie di ricerca dei dati e dal campione dei partecipanti ai questionari della ricerca della commissione. Il grafico mette in evidenza come le vittime di genere femminile sia prevalente fino ai 10 anni circa dove vengono significativamente sorpassate dalle vittime maschili che tornano a rappresentare la minoranza dopo la maggior età. 28 Grafico contenuto in Report CIASE (2021, p.153). La Commissione, similmente agli studi che l’hanno preceduta, conferma che fra le possibili spiegazioni di tale particolare fenomeno ci sia la maggior facilità di avvicinarsi ad un minore maschio piuttosto che femmina. A ciò aggiunge anche la possibilità di idealizzazione dell’infanzia e di rifiuto della donna. All’inizio del periodo studiato gli istituti che formavano il clero accoglievano le vocazioni di fanciulli dell’età di 10-11 anni e all’interno dei seminari minori venivano scrupolosamente formati alla purezza. Il ricordo di tale infanzia verrebbe quindi idealizzato a contrasto di un’adolescenza vissuta invece come impura oltre che alla costruzione di una percezione ideale della donna vista come tentatrice della propria vita dedita al celibato. Riguardo al contesto ambientale 29 in cui l’abuso si verifica i principali sono: per il 30% si tratta di scuole o convitti; 21,2% catechismo e cappellanie; 20,2% movimenti sociali giovanili, campi estivi e pellegrinaggi; e la casa dell’abusante per il 21,2%. Bisogna evidenziare come con il ritiro delle vocazioni clericali e la sostituzione dei laici negli ambienti del catechismo e cappellanie si è passati da un iniziale 22,7% al 14,4%. A compensare tale cale percentuale aumenta invece quello dei movimenti giovanili passato dal 17% al 30%. Anche quello classificato dalla Commissione come “congregazioni, comunità e ritiri” ha registrato un importante balzo in alto passando dal 5% al 25%. Fra gli autori i principali sono anzitutto sacerdoti di parrocchia 30%, insegnanti aderenti al clero 24,5%, cappellani e responsabili di movimenti giovanili 14,8%, religiosi 7,7%. Gli ambienti parrocchiali però nell’arco del tempo sono via via andati a rappresentare dei luoghi sempre più sicuri. Se infatti rappresentavano il 62% dei casi prima del 1970 rappresenta solo il 6% dopo il 1990. Secondo la Commissione incide molto la diminuzione della partecipazione alla vita parrocchiale da parte dei fedeli che si registra dal 1970 in poi. Vanno infatti a incrementare quei tipi di abusi legati a nuovi movimenti carismatici specie quelli che coinvolgono i minori e gli abusi cosiddetti familiari. Con questo termine la commissione intende o abusi di preti sulla propria parentela o su famiglie particolarmente credenti e attive nell’ambito ecclesiale e che accolgono nella loro quotidianità il prete. Questo genere di abusi si estende maggiormente nel tempo rispetto alla media. Su una perpetrazione di 5 anni nella media i dati si attestano sul 7% del totale mentre nel caso di quelli famigliari la percentuale è del 22%. La disparità di genere indicata in precedenza resta più alta riguardo ai maschi ma di molto meno, 52% contro 48%. In base a questi dati il rapporto nota come sia anzitutto la disponibilità e la facilità di abusare della vittima piuttosto che il genere e le altre cause descritte in precedenza a determinare la preferenza nella scelta della vittima. Incrociando i dati delle vittime di abusi sulla popolazione generale e quelli sui 30 casi ecclesiastici la Commissione è riuscita ad elaborare delle stime è impossibile afferma la Commissione stabilirne con esattezza il numero. “L’indagine sulla popolazione generale consente di stimare in 330.000 il numero di persone vittime di reati sessuali prima del compimento dei 18 anni da parte di persone legate alla Chiesa: membri del clero cattolico (sacerdoti, diaconi), monaci e monache, ma anche laici, uomini o donne, che lavorano in un istituto scolastico cattolico o in un collegio cattolico, curando il catechismo o una cappellania cattolica, o animando patrocini, campi vacanze o movimenti giovanili cattolici (scout, azione cattolica, altri movimenti, ecc.) . All’interno di questo numero totale, 216.000 persone sono state vittime di chierici, monaci o monache, che corrisponde al perimetro studiato proprio dalla commissione. Il gran numero di persone che sono state aggredite in questo modo, quando erano minorenni, è sia impressionante che spaventoso. […] Da questi dati si evince anzitutto che la violenza sessuale nella Chiesa non è, contrariamente alla credenza popolare, prerogativa dei soli chierici e religiosi: nel periodo preso in esame, sono certamente responsabili del 65,4% di assalti all’interno della Chiesa; ma i laici sono responsabili del 34,6% degli attacchi, ovvero più di un terzo. Non appena gli adulti entrano in contatto con minori, c’è il rischio, nella Chiesa cattolica come altrove, che si verifichi un abuso di potere, autorità o fiducia, che porti ad aggressioni sessuali. È anche probabile che, nel tempo, a causa in particolare della riduzione del numero di chierici e religiosi e dell’aumento della responsabilità dei laici, la quota delle vittime dei laici nella Chiesa cattolica aumenterà.” Report CIASE (2021, p. 222) La violenza sessuale perpetrata da responsabili afferenti alla Chiesa rappresenta il 6,1% delle violenze sul totale della popolazione francese nel periodo preso in analisi, quelle nello specifico commesse da chierici, monaci e 31 monache ha raggiunto poco meno del 4% (3,93%) di questo totale. Sulla base di tali dati si afferma che: “ il tasso di prevalenza della violenza sessuale nella Chiesa è più alto che in tutti i casi di socializzazione diversi dai circoli familiari e di amicizia.” Stime più incerte riguardano il numero di aggressori. Si oscilla fra una percentuale molta alta di aggressori o un numero molto elevato di vittime per aggressori. Una stima approssimativa collocherebbe tra il 2,5%-2,8% chierici e religiosi aggressori. Afferma il Rapporto: “Questo tasso dal 2,5% al 2,8% sembra basso alla luce dei confronti internazionali disponibili che sono compresi tra il 4% e il 5% in Germania e negli Stati Uniti e che raggiungono o addirittura superano il 7% in Australia e in alcune diocesi irlandesi (vedi sotto).” Report CIASE (2021, p. 226). Il rapporto cita numerosi studi che analizzano come i pedofili nei diversi contesti dove si verificano, possono abusare di qualche unità di vittime fino a centinaia e così conclude in sintesi: “dagli studi sopra riportati risulta che un predatore può fare un numero di vittime molto superiore alla media che risulterebbe dal tasso del 2,8% osservato in Francia (cioè 63 vittime), soprattutto quando attacca bambini maschi, come avviene in modo schiacciante nella Chiesa cattolica.” Report CIASE (2021, p. 230) Tre sono le ipotesi formulate 2,8% di aggressori se le vittime per ogni aggressore sono in media 63; 5% (35 vittime in media); 7% (25 vittime in media). 32 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 231). Per quanto riguarda un raffronto tra la Chiesa e gli altri ambienti di socializzazione quello ecclesiale risulta essere l’ambiente maggiormente a rischio. Il grafico sottostante, frutto dell’indagine sulla popolazione generale nella metropoli di Parigi, pone al numeratore il numero delle vittime mentre al denominatore il numero di persone che ha frequentato ciascun ambiente sociale ottenendo un tasso di prevalenza. 33 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 233). 34 “In totale, nella popolazione generale, il 14,5% delle donne e il 6,4% degli uomini dichiarano di aver subito abusi sessuali quando avevano meno di 18 anni. Sebbene la famiglia sia di gran lunga il primo ambiente in cui si verificano reati sessuali contro minori (il 3,7% della popolazione metropolitana ha subito aggressioni sessuali da parte di un familiare prima dei 18 anni, il 2% circa da un amico di famiglia estraneo al minore o no, mentre la cerchia ristretta di amici viene dopo con percentuali che resta su circa il 2%), la Chiesa cattolica è, in proporzione, il primo ambiente interessato dalla violenza sessuale sui minori e, di conseguenza, il primo degli enti interessati, siano essi pubblici o privato: l’1,2% delle persone che nell’infanzia hanno svolto attività legate alla Chiesa (scoutismo cattolico, movimento giovanile cattolico, catechismo, cappellania, scuola cattolica o collegio) dichiara di essere stato aggredito prima dei 18 anni da una persona legata a la Chiesa. Questa proporzione è dello 0,82% se ci limitiamo alla violenza commessa da un chierico o da un membro di un istituto religioso (sacerdote, diacono, monaco o monaca).” Report CIASE (2021, p. 233-234). Il grafico sottostante riporta invece in modo eloquente i dati e le considerazioni fatte in precedenza in merito al genere delle vittime che nella Chiesa, costituendo una caratteristica peculiare, vede per la maggioranza vittime maschili. 35 Tabella contenuta in Report CIASE (2021, p. 236). 2.4 Dati e analisi degli abusi riproduttivi A tal proposito la rivista Adista ha pubblicato la traduzione in italiano di un articolo “open access” pubblicato su “Religions” frutto di due anni di ricerca della teologa Doris Reisinger dal titolo: “l’abuso riproduttivo nel contesto dell’abuso sessuale clericale nella Chiesa cattolica”. A causa della scarsità di dati riguardo abusi subiti da persone adulte la ricerca della Reisinger si basa sui dati delle minori. Nell’articolo conferma i dati riportati in precedenza per cui circa un terzo delle vittime di abusi sono di sesso femminile e di queste un 36 terzo sono in età post-puberale. Secondo uno studio tedesco il 34,9% ha coinvolto ragazze delle quali un terzo aveva più di 13 anni all’epoca della prima aggressione sessuale. Per stabilire quante possono essere state vittime di abuso di tipo riproduttivo Reisenger confronta i dati di John Jay Report con quelli di Witt e all. del 2019 che riferiscono età e tipo di abuso subito arrivando ad una stima che va dal 1% al 10% di abuso riproduttivo. Prendendo per buona questa stima in una popolazione tra i 70 e gli 80 milioni il numero delle vittime minorenni di abuso riproduttivo da parte del clero cattolico sarebbe nell’ordine delle migliaia. Il numero di vittime adulte di abusi riproduttivi sarebbe invece di 4 volte maggiore. Lo studio della Reisinger si basa sul più grande archivio indipendente del mondo sugli abusi clericali (bishopaccountability.org) e sono relativi dunque alla Chiesa cattolica statunitense, i riscontri nel dettaglio sono visibili in tabella. 37 Tabella contenuta a pagina 5 dell’articolo della rivista Adista. Nello studio si afferma che: “nella maggior parte delle fonti su casi di preti sessualmente violenti, i riferimenti a forme di contraccezione sono rari. A volte ci sono accenni al fatto che i sacerdoti usano i preservativi o addirittura erano vasectomizzati. Tuttavia, nei casi conclusi con gravidanze, il metodo di controllo delle nascite preferito dai preti, se ce n’era uno, sembra essere stata il coito interrotto.” Reisinger (2022, p. 4) Una volta avvenuto il concepimento e durante la gravidanza i preti che hanno ingravidato le loro vittime: “di solito mettono la propria reputazione al di sopra 38 dell’autonomia del corpo e della salute della vittima, e a volte anche della vita della loro vittima e del loro bambino (non ancora nato).” Reisinger (2022, p.5). Si attua dunque un processo di coercizione al fine di interrompere o nascondere la gravidanza senza tener conto della volontà o necessità della persona incinta. Senza offrire un dato statistico la Reisinger afferma che dagli archivi emerge come molti sacerdoti cerchino di persuadere all’aborto, pagando o portando le vittime in strutture. Il motivo della reputazione del prete è la principale se non l’unica motivazione come l’eloquente caso Luna, prete della diocesi di El Paso, ne dà testimonianza. Tale prete, riporta Reisenger: “avrebbe detto a una delle sue vittime di non poter tenere il bambino perché non gli avrebbe fatto <>.” Reisinger (2022, p.6). In altri casi le vittime scelgono di abortire. Un’altra vittima sempre del prete sopra citato testimoniò di essere stata abusata per la prima volta a 11 anni nel 1980 e di aver abortito a 14 anni. Durante l’udienza la donna raccontò di come Luna reagì quando lei gli disse di non voler tenere il bambino e di come dichiarò a lui la sua intenzione di non voler far nascere un bambino sottoponendolo all’umiliazione di essere nato da uno stupro specie di un prete. Reisenger così sintetizza dall’articolo Reporter’s record 2019: “Anche lei si è sentita traumatizzata dall’aborto. Ha detto che si sente ancora colpevole e non si è mai perdonata, e che parla <> al bambino che ha perso, anche adesso, tre decenni dopo.” Reisinger (2022, p.7). Prosegue con un interessante osservazione: “A volte, la pressione ad abortire non sembra essere l’esperienza traumatica principale, ma più una sorta di punto di cristallizzazione che porta le vittime a rendersi pienamente conto della loro situazione. Questo si traduce in uno shock, sopratutto quando alle vittime era 39 stato fatto credere di essere in una <>”. Reisinger (2022, p.7). Quando le gravidanze vengono portate a termine le giovani madri si trovano a dover lottare legalmente per ottenere un mantenimento, trovando l’opposizione del prete abusatore sostenuto dalla diocesi intenta nel proteggerlo. Citando il caso della donna Sharon Roy rimasta in cinta di padre Patrick J. Colleary, accusato di averla violentata nel 1978 all’età di 17 anni, così Reisenger sintetizza: “fu solo nel 1995, quando Roy presentò richiesta di mantenimento del bambino al Dipartimento della Sicurezza Economica Child Support Enforcement Administration di Phoenix, che la diocesi <<pignorò come se niente fosse 400 dollari mensili di salario di Colleary>> per mantenere il figlio. In un’intervista con il Phoenix New Times nel 2002, Roy disse: <<E’ terribile avere a che fare con loro. Ti intimidiscono all’ennesima potenza, ti fanno sentire come se fossi tu la persona cattiva>>.” Reisinger (2022, p.8) Un altro modo cui si presta ricorso per coprire la paternità dei preti è quello dell’adozione coatta. Nel contesto cattolico dalla ricerca sembra emergere con frequenza il ricorso alle case di maternità, luoghi in cui venivano accolte donne single rimaste in cinta: “descritte da Marcia A. Ellison come <>” Reisinger (2022, p.9). Reisenger analizza i fattori che causano tali abusi soffermandosi per primo aspetto su sovrapposizioni di misoginia. La logica patriarcale, sessista e misogina che sarebbe presente nella Chiesa vede subordinare la sessualità femminile a quella maschile fino a far in modo che la vulnerabilità riproduttiva delle 40 ragazze e delle donne non comporterebbe più diritti ma soli obblighi. Questo sistema di ingiustizia riproduttiva costituirebbe la base che permette e oscura l’abuso riproduttivo. L’autrice rafforza la sua tesi analizzando nel dettaglio la misoginia. Evidenzia come le donne risultino doppiamente subordinate sia per il genere che per il ruolo in quanto impossibilitate ad accedere agli ordini sacri. Per accedere a ruoli di legislazione, giurisprudenza e amministrazione si deve infatti essere ordinati sacerdoti e quindi maschi celibi, così commenta: “Di conseguenza, il gruppo di persone che stabilisce le regole per la vita sessuale dei cattolici e il gruppo di cattoliche che possono rimanere incinte o di cattolici sposati con una persona che può rimanere incinta sono separati nel modo più netto possibile. Inoltre, questi due gruppi – clero e laici – sono in un chiaro rapporto di superiorità e subordinazione secondo la costituzione della Chiesa, che esige una stretta obbedienza e affidabilità dal basso verso l’alto, mentre la responsabilità morale è solo dall’alto verso il basso.” Reisinger (2022, p.11) Altro fattore preso in analisi riguarda la crescente importanza delle questioni riproduttive dall’inizio del XX secolo. In sintesi i vari documenti definiscono che solo coniugi eterosessuali sono autorizzati ad avere rapporti sessuali. Tali atti devono essere almeno aperti se non finalizzati alla trasmissione di nuova vita. Peccato grave sono l’atto sessuale fuori dal matrimonio, l’uso di anticoncezionali artificiali e sopratutto l’aborto. Stando così le cose l’abuso riproduttivo dovrebbe essere severamente punito ma così non è, cito Reisenger: “In parte perché i concetti stessi di autonomia riproduttiva e abuso riproduttivo sono estranei alla logica di questi documenti. In parte perché la tanto invocata dignità delle 41 madri e la sacralità della vita non ancora nata, così come presentate nella dottrina cattolica, non si traducono in diritti canonici garantiti e applicabili per madri e bambini. Non da ultimo, le decisioni su se e chi debba essere perseguito e punito per una gravidanza illegittima o per un aborto, e chi debba essere assolto e su quali basi, sono riservate in definitiva al clero maschile. Nei casi di abuso riproduttivo, tutti questi fattori lavorano a svantaggio delle vittime, come si può vedere in casi esemplari.” Reisinger (2022, p.11) Ci sono inoltre incentivi che portano i sacerdoti che non vogliono portare il peso del celibato a spostarlo sulle donne e sui figli che hanno generato, spiega infatti la Reisenger: “nella logica del diritto canonico, una violazione del celibato rimane, per il sacerdote, per lo più una questione di coscienza personale finché non diventa uno scandalo pubblico. Perchè se <<l’atto non è noto ad altri (e quindi, ipso facto, non è scandaloso), questi fatti pesano contro l’imposizione di qualsiasi conseguenza canonicamente penale>>.” Reisinger (2022, p.11). Ecco spiegato perché nel caso sopra citato Sharon Roy non ottenne alcun mantenimento fin quando non portò la sua causa di fronte al Child Support Enforcement Administration di Phoenix. Venendo all’analisi di alcune conseguenze più di tipo psicologico degli abusi riproduttivi credo sia utile evidenziare come le vittime credendo di essere in una relazione si sentono responsabili/colpevoli dell’abuso e interiorizzano idee misogine sulle relazioni eterosessuali, inoltre: “non è raro che le adolescenti e le giovani donne percepiscano gli atti sessuali indesiderati e persino la coercizione riproduttiva come qualcosa da dover sopportare 42 quando sono in una relazione eterosessuale. Quando a Lori Haigh è stato chiesto perché non poteva dire ai suoi genitori dell’abuso, ha risposto che <>”. Reisinger (2022, p.13) Proprio come il caso Roy evidenzia la tendenza a colpevolizzare la vittima da parte dei colpevoli e dei superiori, Reisenger cita altri casi in cui è la donna a sedurre il prete e a portare la responsabilità maggiore di essere rimasta in cinta a seguito di un rapporto. I vescovi stessi inquadrano tali circostanze di abusi nella prospettiva di “relazioni” venendo meno ad una visione responsabile dell’asimmetria di ruoli descritta in precedenza tra clero e laico. Accade anche che le vittime non trovino ascolto e accoglienza neanche da parte delle famiglie come nel caso emerso durante il processo penale contro Miguel Luna. Una della sue vittime: “ha ricordato come Luna l’abbia penetrata sessualmente per la prima volta, all’età di 12 anni nel 1993. Dopo, ha detto, si confidò con sua madre. Ma sua madre la guardò solamente e le disse: <>.” Reisinger (2022, p.14). 43

    Capitolo 3 – Analisi delle cause del fenomeno degli abusi

    3.1 Perchè sono realmente un fenomeno particolare gli abusi nella Chiesa Come visto nell’excursus storico la Chiesa ha impiegato tempo per riconoscere la necessità di analizzare strutturalmente il problema degli abusi al suo interno. I vescovi, riguardo ai membri del clero, avevano la prassi di spostare di luogo i responsabili di abuso e dopo il clamore mediatico la linea dei vertici fu quella di ribadire la necessità di condanna e applicazione del diritto canonico. L’approccio era quindi quello di vedere i singoli episodi non nella loro sistematicità all’interno dell’istituzione. Specie nei primi anni del clamore mediatico le testate giornalistiche, oltre che rivelare i risultati delle inchieste, tendevano a dare una lettura dei metodi messi in atto dalla Chiesa come fossero finalizzati allo scopo di insabbiare lo scandalo nell’interesse di anteporre l’istituzione rispetto alle vittime. Anche P. James Martin nel suo intervento nel libro “Atti impuri” concorda su questo punto per il fatto che la Chiesa è storicamente avversa “nei confronti dello scandalo all’interno di essa […]. Un attacco alla Chiesa è spesso interpretato come un attacco alla stessa fede.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.164). Di conseguenza in un triste paradosso, che P. Martin definisce “terribile ironia”, è con l’intenzione di tutelare i suoi figli che vengono coperti scandali per il timore che essi possano turbare o indebolire la fede dei credenti e il loro rispetto nei confronti della Chiesa andando a costituire: “una struttura pronta a preferire il carnefice alla vittima, il clero alla cultura laica, la Chiesa istituzionale alla Chiesa pastorale” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.2). Sul fatto che vescovi e altri capi della Chiesa hanno trattato i casi di abuso come episodi eccezionali una possibile spiegazione secondo il gesuita risiederebbe nel fatto di una mancata comprensione della portata del fenomeno legata ad una cultura, quella degli anni 1970, ancora poco attenta e sviluppata in materia. Parallelamente ad una coscienza critica costruita dal giornalismo laico l’analisi scientifica del fenomeno ha offerto la possibilità di passare gradualmente ad individuare i caratteri e i fattori di rischio oltre che le cause che portano agli abusi. Come afferma Gillian Walker: “le trasgressioni sessuali da parte dei membri del clero cattolico non sono necessariamente più gravi di quelle che hanno luogo in altre istituzioni religiose o secolari, ma incantano gli osservatori laici e non cattolici perché violano l’impegno pubblico del clero cattolico per il rispetto del celibato e la divulgazione di una morale sessuale restrittiva”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.251). Nel libro “Atti impuri”, Mary Gail Frawley-O’Dea descrive già nella prefazione il tipico scenario tra il 1960 e il 1990 in cui un ministro spesso carismatico e attento alle attività giovanili, sviluppa col tempo amicizie particolari con ragazzi solitamente di sesso maschile tra gli 11 e i 15 anni. Spesso si trattava di ragazzi cresciuti in famiglie problematiche ma non necessariamente. Fin dalla tenera età tali ragazzi erano stati educati dalle loro famiglie (di ovvia origine credente) alla fiducia e al rispetto delle figure sacerdotali in quanto rappresentanti di Dio e del suo volere. Quando poi l’amicizia si faceva sempre più intima, il sacerdote introduceva il sesso nella relazione col giovane. Fino a qualche anno prima il 2010 a tale situazione poteva proseguire un accusa a cui lo stesso appellante rischiava però di essere accusato di voler “gettare la Chiesa nello scandalo”: “una formula spesso usata 45 per indicare un’offesa considerata da molti ecclesiastici molto più grave di qualunque cosa il prete potesse aver fatto”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.XXVI). Con il tempo la Chiesa si rese conto che in tali situazioni si doveva ricorrere ai ripari mandando il tale sacerdote in terapia psicologica mentre prima bastava una promessa di cambiare comportamento. Negli anni sopra descritti caratterizzati da frequenti cause legali e ingenti richieste di risarcimenti furono le vittime stesse a volere che gli abusi e i relativi risarcimenti rimanessero confidenziali. Tale pratica ancora oggi viene rivelata attuale dall’Associazione Rete l’abuso, associazione laica la quale assiste le vittime di abusi del clero in italia, rivelando una prassi di risarcimento che si aggira sui 20.000 euro. Stando sempre al tipico scenario dipinto da FrawleyO’Dea di solito quando e se riassegnato ad una nuova sede, la comunità locale non veniva informata del passato del sacerdote.

    3.2 Le ragioni degli abusi – il ruolo del silenzio Già abbiamo evidenziato come a livello strutturale, essendo un’istituzione che tutela anzitutto se stessa e poi le vittime limitandosi per lo più a risarcire in cambio del segreto, si possano di conseguenza basare le fondamenta di un silenzio che permette la perpetrazione del reato con responsabilità che quindi vanno attribuite sia al singolo che al sistema. Afferma Jordan in “Atti impuri”: “Gli stratagemmi impiegati per mantenere il silenzio spesso prevedono forti denunce del desiderio omosessuale, dichiarazioni enfatiche sulla purezza dei sacerdoti e prediche infuocate contro l’orrore degli abusi sessuali. Questa non è semplice ipocrisia, ammesso che l’ipocrisia all’interno delle istituzioni religiose possa essere 46 semplice. Denunce, dichiarazioni e sermoni servono a distanziare la “Chiesa” dai suoi crimini interni in modo più efficace della pretesa implausibile che il vescovo non sappia ciò di cui legge o scrive. […] I crimini mostruosi, per definizione, non possono nascere dall’interno della Chiesa. Sacerdoti che abusano di ragazzini… questo è assolutamente estraneo alla vita cattolica. Quindi la causa deve essere una qualche influenza esterna, Satana o la degenerazione della cultura circostante.” FrawleyO’Dea e Goldner (2009, p. 275-276). Come concretamente i casi vengono messi a tacere? Continua Jordan: “Le reti del potere clericale sono sistemi per imporre il silenzio. Esse cercano dapprima di mantenere il silenzio nei modi ordinari: nascondendo gli atti e i perpetratori, chiudendo la bocca ai testimoni e negando le accuse. Se queste tattiche falliscono, i membri del clero iniziano ad alzare la voce: si mostrano ansiosi di dissociarsi dal reato specifico, ma cercano anche di impedire che il caso specifico divenga un’occasione per aprire la discussione su questioni più ampie. Essi mirano non solo a proteggere la Chiesa da un possibile scandalo, ma anche a usare lo scandalo per impedire ulteriori discussioni.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 276). Anche la Commisione CIASE si sofferma sul tema del silenzio evidenziando come, specie nel primo periodo preso in analisi quello dal 1950 al 1970: “La gestione della violenza sessuale è rigorosamente interna. L’esistenza stessa della vittima dell’aggressione viene taciuta. In particolare durante il procedimento canonico, viene menzionata solo per assicurarsi che i fatti addotti si siano verificati e che taccia. La prassi è quindi quella di farle giurare sulle Sacre Scritture che non 47 parlerà contro l’istituzione. Questa ingiunzione al silenzio si trova anche all’interno delle famiglie. Rappresentativa di questo contesto è la testimonianza di un parrocchiano che giustifica il silenzio di fronte agli attacchi perpetrati da un sacerdote nella diocesi di Rodez negli anni Sessanta: «Negli anni Sessanta un mio amico confidò ai suoi genitori come se ne occupò l’abate. È stato schiaffeggiato due volte, a letto e senza mangiare.” Report CIASE (2021, p. 125-126). Dal lato della vittima vari fattori determinano il silenzio. Fra le vittime che hanno risposto al questionario di ricerca attivato dalla CIASE il 7% non aveva mai parlato dell’abuso prima dell’occasione del questionario. Le motivazione addotte sono (fra parentesi il numero delle persone): “vergogna (6), dolore (5), richiesta dell’abusante (3) e imbarazzo per la famiglia (3)”. Report CIASE (2021, p.185). Bisogna evidenziare come l’intento alla custodia del segreto non sia un fatto chiuso ad una sorta di casta clericale ma coinvolge anche i laici fino a perfino i genitori dei minori abusati che possono minimizza, negare o comunque preferire altri interessi piuttosto che quello per il proprio figlio. Il dott. Dante Ghezzi, psicologo psicoterapeuta, che lavora per il centro Tiama per i traumi dell’infanzia, dell’adolescenza riguardo maltrattamenti abusi la denuncia, oltre che membro del CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento e Abuso all’Infanzia) per poter aiutare le vittime degli abusi a elaborare il proprio trauma è fondamentale un intervento tempestivo. Il problema del segreto è causa di attivazione nel soggetto abusato di meccanismi relativi alla lungo latenza che portano al misconoscimento non dell’abuso in sé ma della sua pesantezza, profondità, della sua capacità di fare danno. A titolo di esempio cita il caso clinico di un suo paziente venuto al centro Tiama il quale da bambino fu abusato da un prete, raccontò il fatto alla 48 madre che lo invitò a dimenticarsene. Divenuto adulto a distanza di 19 anni circa e dopo aver avuto bambina al secondo genito di sesso maschile, tale evento di gioia diventa per lui attivatore dell’evento da lui subito da bambino chiedendo aiuto ai terapisti perché teme che anche a suo figlio potrà accadere quanto successo a lui. (L’abuso sessuale spiegato dal dott. Dante Ghezzi – VIDEO Rete L’ABUSO – YouTube.). Per Mary Gail Frawley-O’Dea, l’autore di delitti sessuali è straordinariamente capace di entrare con sensibilità e in punta di piedi nella vita delle loro vittime e di rispondere ai loro bisogni emotivi e relazionali: “evocando un senso di rispetto, fiducia e dipendenza molto prima che abbia luogo il primo contatto fisico.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.86). La segretezza è indispensabile per l’abuso sessuale. Le vittime vengono messe in allarme che se dovessero rivelare l’abuso verrebbero messe in orfanotrofio, lontane da casa; altre volte, riportano le autrici, le vittime vengono minacciate di subire del male loro o i membri della famiglia. Talvolta l’abusante incolpa la vittima dicendo di averlo sedotto, scaricando così su di lei la propria vergogna e il proprio disprezzo di sé. “In aggiunta, molti minori abusati restano in silenzio perché sentono chiaramente che nessuno, nel loro ambiente, li aiuterà, se diranno la verità. Per un bambino è più rassicurante tenere in vita la fantasia per cui, se avesse parlato, qualcuno lo avrebbe aiutato, piuttosto che rivelare l’abuso a qualcuno che potrebbe ignorarlo, accusarlo o violarlo di nuovo. Molti bambini adolescenti non rivelano il segreto sull’abuso perché vogliono bene al suo autore. Una crudeltà fondamentale dell’abuso sessuale, infatti, consiste nel modo in cui il suo autore calpesta l’affetto e il rispetto che il giovane gli offre con generosità e fiducia. E’ da questo epicentro di fiducia tradita che origina l’effetto di dissociazione mentale dell’abuso sessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner 49 (2009, p.86)

    3.3 Le ragioni degli abusi – il ruolo del clericalismo e il laisser-faire sociale Se il silenzio costituisce un importante e grave fattore di rischio di tipo ambientale, specie in quanto fattore di perpetrazione, ne possiamo individuare altri in un complesso articolato tra potere, dottrine e contesto socio-religioso. Per il rev. Thomas P. Doyle la capacità e le possibilità dei vescovi di mantenere il segreto non sarebbe stata la stessa senza l’acquiescenza della comunità laica che riteneva di dover partecipare alle operazioni di occultamento nell’interesse della Chiesa. “Il clericalismo laico si basa su un’immatura dipendenza dal clero quale intermediario della spiritualità del credente e della relazione con Dio. Nel cattolicesimo, i preti controllano l’accesso del fedele ai sacramenti, e i sacramenti costituiscono per la comunità laica la sorgente del nutrimento e della sicrurezza spirituale. In sostanza, le minacce al blocco di potere gerarchico sono minacce alla sicurezza spirituale personale degli individui.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.185) I cosidetti terzi non direttamente coinvolti nei casi di abusi sono quindi soggetti che per così dire non vogliono vedere. Conclude Doyle: “Molti clericalisti laici, quindi, sono stati più intenti a proteggere le proprie fantasie di una Chiesa istituzionale perfetta e popolata da un’onorata casta clericale che a protendersi verso le vittime. Purtroppo, un numero troppo elevato di quelle vittime, delle loro famiglie e dei loro sostenitori ha subito l’ostracismo, anziché il sostegno, 50 dei fratelli laici.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.187) Reverendo Richards così racconta episodi relativi a tale argomento: “Parte del mio lavoro, una volta che un prete fosse stato accusato di cattiva condotta sessuale e l’indagine fosse proceduta al punto da indicare con certezza che un’infrazione aveva effettivamente avuto luogo, consisteva nel recarmi presso la parrocchia per incontrare i fedeli e spiegare loro cosa stava accadendo e in che modo si stava affrontando il problema. Senza eccezioni, e persino nei casi più drammatici di infrazioni gravi e prolungate, i parrocchiani si rifiutavano di credere che il loro prete avesse trasgredito; reagivano con grande rabbia, e cercavano risolutamente degli alibi o delle giustificazioni per il suo comportamento.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.200). Sette e Tuzza prendono in analisi una ricerca etnografica in materia di abuso perpetrato effettuata in un piccolo paese francese. Il titolo di tale studio “incesto ordinario” era piuttosto eloquente e descriveva come per 28 anni, Nelly fu violentata e torturata dal padre, Lucien. Da tali fatti nacquero 6 bambini, noti a tutti in paese compresi amministratori locali, servizi sociali, ospedali e scuole. Tutti sapevano e tutti ne parlavano. Tale ricerca dimostrò una tipica situazione di “laisser-faire” e per analizzare l’ondata di indignazione collettiva generata solo a seguito della testimonianza pubblica di Nelly. “L’incesto di Lucien su sua figlia diventa un problema per gli abitanti soltanto a causa della mediatizzazione generata dalla denuncia sporta da Nelly e dell’indignazione che ne è seguita. Questo perché la denuncia pubblica di Nelly ha minacciato il corso della vita ordinaria del paese e, quindi, da quel momento in poi, l’incesto era stato nominato e, qualificato giuridicamente come crimine, ritornava ad essere una proibizione sociale e legale. Come in una famiglia in cui la vittima rivela l’incesto e i cui membri restano ancorati all’ordine preesistente e la escludono, gli abitanti di questo paese hanno tentato di ripristinare l’ordine del villaggio scagliandosi contro Nelly”. Sette e Tuzza (2021, 79).

    3.4 Le cause degli abusi – una scarsa selezione e inadeguata formazione del clero al difficile ruolo e alla possibilità-impossibilità di espressione sessuale Lo scarso numero di sacerdoti, l’impropria selezione dei candidati al sacerdozio e la scadente formazione vengono riconosciuti come cause da P. Martin e dal Rev. Richards. Martin fa notare come negli anni Quaranta e Cinquanta (gli anni che hanno ordinato i preti che a distanza di una ventina di anni hanno fatto registrare il picco dei dati statistici fin’ora rivelati dai vari report) per poter aver accesso al suo ordine (quello dei gesuiti), “era sufficiente presentare una lettera di raccomandazione da parte di un altro sacerdote e avere un incontro con il padre provinciale. Se il padre provinciale dava il suo assenso, il candidato era ammesso.” Continua il suo racconto dicendo che invece quando nel 1988 entrò lui nei gesuiti i candidati: “erano sottoposti a una batteria di test psicologici i cui risultati erano contenuti in un rapporto inoltrato all’ordine stesso.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.162). A questo si aggiungevano i soliti colloqui e ritiri spirituali. Si richiedeva poi anche una autobiografia esaustiva, sei lettere di raccomandazione provenienti da amici e colleghi di lavoro oltre che un certificato sanitario. La questione 52 relativa alla formazione, rileva il gesuita, ha invece delle criticità che riguardano non solo l’aspetto psicosessuale ma anche alla capacità di definire i giusti confini tra se stessi e il prossimo. La Rev. Richards fa notare che già il fatto della prassi cattolica, che a differenza di quella episcopale prevede sia un soggetto a presentarsi “per conto proprio” come candidato piuttosto che scelto da una comunità come nella sua Chiesa (a titolo di esempio nel suo caso è stata coinvolta per tre anni nell’elezione alla candidatura), costituisce un potenziale fattore di rischio. L’impulso iniziale all’ordinazione rimane prerogativa dell’individuo che si trova per una prassi millenaria a dover accettare senza altrettanta libertà il celibato. La propensione al sacerdozio viene poi valutata non solo dal punto di vista delle doti necessarie al ministero ma anche alla conformazione verso uno sviluppo psicosessuale che diventa troppo spesso omologante piuttosto che frutto di un percorso di individualizzazione del sé erotico-sessuale. A questo si aggiunga che quella dell’ordinazione “per conto proprio” è una “decisione che spesso viene presa durante l’adolescenza o nelle prime fasi dell’età adulta” e che “ può sostanzialmente isolare, mettere da parte o spegnere la vita emotiva di un uomo, in modi che alla fine si rivelano poco salutari per lui e per l’istituzione.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.194) Anche lei concorda con P. Martin sull’importanza in ambito formativo di sviluppare una capacità di mantenere consapevolmente dei confini che viene definita come: “la capacità di assumere su di sé un ruolo ampiamente pubblico”, quale quello del sacerdote, “sostenendo al contempo una vita interiore che è parte integrante del sè pubblico pur senza essere condivisa pubblicamente” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.210). Se tale percorso 53 formativo non viene intrapreso seriamente, continua, “le tensioni emotive del lavoro sono in genere tali da minacciare, almeno occasionalmente, la capacità di mantenere confini appropriati” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 217) comportando dolore e sofferenza emotiva negli altri: il rischio di invadere la sfera dell’altro è piuttosto vicino. La funzione del ruolo deve essere ben chiara al pastore ed essendo la sua una “professione profondamente eterodiretta” espressione della Richards diventa necessario far spazio ad altre persone affinché riescano a diventare ciò che esse sono veramente. Il sacerdote rappresenta Dio e tutte le energie ad esso associato dalla tradizione religiosa (esempio funzione di produzione del sacro per mezzo dei sacramenti ma anche qualità come la creatività, apertura, autotrascendenza ecc). La cultura non è capace di aiutare le persone a comprendere e assimilare tali energie, così quando una persona laica è in ricerca di elaborazione della propria fede, di crisi personale o mera ricerca spirituale assimila piuttosto la persona che le rappresenta senza capacità di distinzione. Si apre così la possibilità di rendersi vulnerabile ad un altro che può manipolare e abusare colui che diventa vittima. Afferma infatti Richards: “Semplicemente, la figura del prete esercita un enorme potere psichico. Questi si situa sulla soglia tra l’umano e il divino, rappresentando Dio. Gli scritti dei mistici di ogni tradizione religiosa testimoniano che energia spirituale ed energia sessuale sono la stessa energia; e quindi il prete – in virtù della sua vocazione – costituisce un’icona sessuale.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.199) Per di più il rischio maggiore è dato dal fatto che tale energia sessuale fluisce, secondo Richards, “tra i laici e i membri del clero in forme che possono non raggiungere mai un livello cosciente.” (ibid.) Quando tale energia sarebbe gestita male, il prete non è capace o disposto a rispettare le persone laiche come off-limits per lui, agendo come Dio stesso e non come suo funzionario. Vi può essere quindi anche il caso per cui relazioni che nascono dalla violazione di un confine vengano poi risolutamente difese da coloro che sono coinvolti come relazioni d’amore uniche e speciali. 3.5 Le cause degli abusi – il legame tra potere, sesso e controllo sociale Secondo Walker vi è poi una connessione tra i precetti sessuali repressivi della Chiesa e le illecite relazioni di potere al suo interno che sono andate a definire un sistema gerarchico il quale: “ha portato all’erompere dell’abuso sessuale su minori cattolici da parte della casta sacerdotale, mentre la volontà del sistema di preservare il proprio potere è sfociata nel generale occultamento degli abusi.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.251). Richard Sipe si è soffermato su quelle che secondo Walker sono due teorie importanti, le quali hanno definito le “strutture di sesso/potere del celibato”. La prima teoria che spiega questo intreccio è quella Foucaultiana per cui gli usi della sessualità sono legati a meccanismi di potere e controllo, si legge infatti in “No al sesso Re” dell’autore francese: “il sesso ha rappresentato nelle società cristiane, la cosa che bisognava esaminare, sorvegliare, confessare, trasformare in discorso […]. Dal Cristianesimo in poi, l’Occidente non ha smesso di dire <> ”. Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p. 255). In questo senso la morale sessuale della Chiesa insieme alla sua struttura gerarchica ben rientra secondo Walker in questa visione espressa da Foucault che unisce sesso e potere. La seconda teoria appartiene all’antropologa Douglas e riguarda il modo in cui regole di purezza costruiscono e rafforzano confini socio-religiosi che vengono percepiti come speciali e sacri. Riprendendo Douglas in “I simboli naturali: esplorazioni in cosmologia”, Walker afferma: “un gruppo esposto a pressioni sociali dall’esterno tenderà a enfatizzare l’adesione a rigide norme di autocontrollo fisico come indice di conformità da parte dei propri membri.” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.258), un ambiente che risulterebbe quindi gerarchico, disciplinare, basato sul controllo della sessualità. Quali sarebbero i fatti e le conseguenze di queste regole sessuali in particolare del celibato? Per Sipe, psicologo ex sacerdote, dopo aver intervistato 1500 preti dal 1960 al 1995 anno di pubblicazione di “sex, priest and power: anatomy of a crisis”, si tratta di un patto in cui i preti cedono la loro promessa di celibato in cambio di: “una confraternita di impiego garantito, rispettabilità, prestigio e potere […]. Tutti i benefici maturano automaticamente nella misura in cui l’apparenza del celibato è abbracciata pubblicamente o ufficialmente […]. Il potere è conferito e mantenuto, a meno che l’esposizione pubblica non minacci lo scandalo” Frawley-O’Dea e Goldner (2009, p.261). Tuzza e Sette prendono in analisi i principali fattori di rischio. Il primo è quello relativo alla cultura istituzionale e organizzativa della Chiesa caratterizzata da fede, fiducia e autorità. Gli studi criminologici hanno evidenziato similarità di comportamenti da parte degli autori abusanti. Gli addescamenti sono basati su una pianificazione a lungo termine: 56 “caratterizzati da un rapporto fiduciario solido, presenza di una posizione di autorità e il rispetto dell’abusante; e sostenuti dalla segretezza, dalla vergogna e dall’isolamento della vittima. […] In altri termini, circostanze nelle quali un adulto ha alti livelli di autorità/fiducia/responsabilità e attività che implicano la cura o il contatto fisico/intimo con la vittima.” Sette e Tuzza (2021, p. 40-41). I rischi aumenta quando i minori in questione sono già stati trascurati o vittime di maltrattamenti o abusi anche da parte di coetanei (si pensi al bullismo). Per gli autori: “il contesto esprime di per sé un fattore per il quale i bambini e i giovani sono intrinsecamente più a rischio di abusi, a causa della loro esposizione in quel dato contesto ad altre forme di maltrattamento infantile.” Sette e Tuzza (2021, 42). Oltre a ciò le culture organizzative influenzano anche il modo in cui le istituzioni reagiscono di fronte ad un evento di abuso. Le vittime possono non essere credute specie quando il colpevole è un membro molto stimato della comunità, lo staff dell’istituzione è reticente a considerare che un collega possa aver agito in modo inappropriato. Nei contesti in cui le figure di tutela e cura appartengono a organizzazioni basati sulla fede-fiducia l’abuso assume un ulteriore connotato per le vittime. Esse sperimentano anche una forma di abuso cosiddetto “spirituale”. Elementi del campo spirituale-religioso possono quindi entrare in gioco per l’addescamento e la perpetrazione dell’abuso. Tali elementi includono narrazioni che esaltano l’ordinazione del clero a compiere l’opera di Dio; l’importanza di obbedire a Dio e quindi al clero; inoltre peccato, pentimento e confessione vengono controllati sempre dal clero stesso. Gli stessi termini “Padre” o “Fratello” indicano un’intimità e una fiducia a cui il credente fa riferimento. Qui si inserisce la necessaria considerazione riguardo al clericalismo. Esso, connaturato al contesto organizzativo della Chiesa, veicola una cultura di dominazione di un gruppo su di un altro e rappresenta la base per comportamenti abusanti, assegnando ai religiosi poteri psicologici e spirituali. L’autorità del singolo si confonde con il potere del singolo. L’autorità infatti appartiene legittimamente all’istituzione ma il clericalismo slitta tale autorità al burocrate che svolge le funzioni dell’istituzione conferendo alla sua persona poteri che propriamente non gli appartengono. Gli abusi sessuali commessi da personale del clero risultano quindi doppiamente abusi di potere e abusi d’autorità. Ancora più perniciosa è la cultura del cosiddetto “gerarchismo”: “un neologismo che individua nello specifico la peculiarità della cultura del potere esclusiva delle alte cariche episcopali, una cultura più problematica e sconosciuta di quella clericale.” Sette e Tuzza (2021, p.46). Allo sbilanciamento di potere dovuto alla funzione sacerdotale e alla cultura clericale si aggiunge quella di genere. “La letteratura socio-criminologica in tema di abusi e di violenze ritiene che la dominazione maschile rappresenti un modello storicamente contingente, ma duraturo, di relazioni di genere. Mentre questo modello è istituzionalizzato attraverso le pratiche collettive dello Stato, del posto di lavoro, della scuola e della famiglia, esso è incarnato dagli uomini nella loro vita quotidiana e vissuto come forza costitutiva nei loro rapporti interpersonali e sessuali.” Sette e Tuzza (2021, p. 47-48) La costruzione della “mascolinità egemonica”: “ ha la funzione di legittimare il dominio della mascolinità associando caratteristiche socialmente apprezzate a uomini e ragazzi, mentre caratteristiche meno apprezzate, o addirittura disprezzate, sono associate alla femminilità.” Sette e Tuzza (2021, p. 48). Tali 58 costruzioni sociali costituiscono dinamiche di potere sbilanciato. Gli autori citando le analisi di Keenan confermano che l’abuso dei religiosi sui bambini è istituzionale e può definirsi l’esito “inevitabile” delle dinamiche di potere e delle strutture della Chiesa. I responsabili degli abusi vengono visti dalla psicoterapeuta e sociologa americana come parte di una istituzione totale di assoluta gerarchia maschile in cui impotenza privata e dominio pubblico incontrollato e incontrastato si incontrano in un mix dagli esiti pericolosi.

    3.6 Le cause degli abusi – fattori religiosi: influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa Anche la Commisione CIASE si sofferma su meccanismi di influenza istituzionale. Il primo dei fattori sui quale la Commissione si sofferma è l’influenza sacramentale. Il sacerdote agisce, per usare una espressione teologica, in persona Christi. I sacramenti infatti, ma anche una serie di pratiche parasacramentali come la direzione spirituale della coscienza, possono essere dispensate solo dal clero. Il report cita l’esempio di un bambino che veniva abusato all’età di 8 anni: “Il suo aggressore gli disse che quello che stavano facendo insieme era davvero un peccato, ma che era stato cancellato dal sacramento della penitenza. Da quel momento in poi diede l’assoluzione al bambino dopo ogni sessione di masturbazione.” Report CIASE (2021, p.174). Anche altri riti sacramentali possono agire a vantaggio del clero abusante. Per esempio nel caso in cui l’abusato accetta anche se a malincuore di essere sposato o che i suoi figli vengano battezzati dal sacerdote aggressore. Altro caso può essere quello dell’Ordinazione. Un prete abusato quando era in 59 seminario intervistato dalla Commissione parla di una “sacra confusione” in riferimento al momento in cui il prete aggressore pose le mani sul suo capo per la sua Ordinazione. Tali circostanze vanno a incrementare il senso di vergogna e di impotenza che caratterizza ogni vittima di abusi. Un secondo fattore di influenza attivato dagli aggressori si basa: “Sul principio vocazionale, o elezione, che sta al cuore del discorso spirituale e delle pratiche pastorali cattoliche. Si attiva nell’ambito del dispositivo di chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa, per commettere abusi sugli alunni dei seminari minori e sulle pie fanciulle.” Report CIASE (2021, p. 175) Ogni sacerdote o religioso risponde a una elezione che risponde al volere di Dio e a cascata per la vittima, l’essere eletto sessualmente nell’abuso va a rappresentare una partecipazione a quell’elezione sacra che appartiene al sacerdote. La persona scelta dall’aggressore è in qualche modo scelta da Dio stesso e impegnata sull’elezione a sacerdote del suo aggressore. L’isolamento e il sacrificio che agli occhi del laicato apparterrebbe al clero comporta anche un carattere asessuale che dovrebbero contraddistinguere le relazioni tra laici e clero. Quando un abuso sessuale si verifica in tali ambienti risulta più difficile da riconoscere come tale, infatti: “quando ciò accade, sia gli adulti che i bambini faticano a riconoscere la distinzione tra interazione adulto-bambino appropriata e inappropriata. Gli adulti sono spesso mal equipaggiati per gestire i loro desideri sessuali ei bambini le loro eccitazioni sessuali. Di conseguenza, i giovani spesso non sono in grado di resistere alle avances sessuali degli adulti.” Report CIASE (2021, p. 176) 60 Il terzo fattore individuato si basa sul principio della carità. “Se la Chiesa è, come ogni istituzione gerarchica, abitata da un’esigenza di lealtà nei suoi confronti, anche di segretezza, anche la copertura degli abusi e la resistenza alla critica sono favorite da un fattore proprio della Chiesa Cattolica: il potere nella Chiesa è istituito come atto di carità, servizio. Ma questo modo di istituire il potere genera il suo punto cieco: l’impossibilità di pensare al <>, cioè al potere.” Report CIASE (2021, p.179-180). Si è ministri, dal latino servo, anche quando ad esempio un sacerdote si fa finanziatore dei bisogni materiali ed educativi di un minore. In modo emblematico il Rapporto descrive il caso di un intervistato che racconta di essere stato vittima di un sacerdote che risultava pubblicamente un gran benefattore avendolo accolto dopo che l’orfanotrofio in cui viveva fu chiuso. Tale riconoscimento pubblico rendeva ancora più difficile per se stesso e per coloro che vivevano accanto al sacerdote e alla vittima, all’epoca minore povera e bisognosa di aiuto, il riconoscimento dell’abuso. Come puntualizza il Report: “Se la persona aggredita avesse resistito troppo, l’aggressore avrebbe ritirato il suo aiuto finanziario. Resta il fatto che la sua parola non sarebbe creduta, tanto è accecante l’aura caritatevole del suo aggressore per chi lo sostiene, tanto il mondo dei beneficiari e quello dei donatori sono segnati dalla distanza sociale e spaziale.” Report CIASE (2021, p.180) 61 Anche Tuzza e Sette prendono in considerazione gli elementi socio-economici come fattori di rischio degli abusi. La loro è una considerazione sistemica che parte dalle conseguenze dell’ideologia neoliberale. Il riconoscimento delle vittime può essere considerato come un processo politico che si scontra con i limiti delle prospettive sociali, culturali e individuali. L’ideologia neoliberale ha avuto un impatto sulla costruzione della vittima e della vittimizzazione come esperienza individuale, patologizzante del singolo autore mettendo in secondo piano l’attenzione al sistema e causando una riduzione delle prestazioni sociali e dei servizi in favore dei singoli soggetti vulnerabili e delle comunità. “Il rischio è dunque che, avendo incentrato tutta l’attenzione sulle cosiddette “bad apples” e sulla loro punizione severa, si trascurino gli altri bisogni delle vittime e delle comunità; affermando le responsabilità individuali ci si dimentica delle questioni sociali e sistemiche quali la povertà, l’accesso all’istruzione, la classe e tutte le altre macro-variabili delle quali sono portartrici le potenziali vittime.” Sette e Tuzza (2021, p. 54)

    Conclusioni Dai risultati delle ricerche che le commissioni hanno effettuato sullo specifico fenomeno degli abusi sessuali in ambienti ecclesiali si possono evidenziare delle particolarità che li differiscono dagli altri ambienti. L’ambiente ecclesiale rappresenta il primo ambiente di abusi sessuali dopo quello familiare/parentale. Mentre alcuni caratteri si ripetono e rimangono comuni, come fattori di rischio quali la disparità dei ruoli e la gestione del potere che riguarda la Chiesa ma può riguardare qualsiasi altra istituzione, altri costituiscono un eccezione. Il fattore del potere, la gestione dello stesso e il gerarchismo sembrano emergere come i principali fattori che determinano gli abusi anche nell’ambiente ecclesiale. Particolarità del sistema degli abusi ecclesiali è ad esempio la prevalenza di vittime di genere maschile che pare maggiormente a rischio per la maggior facilità di addescamento oltre che per un processo di identificazione da parte del chierico con la propria sessualità repressa negli anni pre-adolescenziali e adolescenziali che porterebbe a replicare il proprio vissuto sugli altri minori. Altri aspetti particolari sono ovviamente relativi al contesto religioso-spirituale che costituisce una base di potere a favore del carnefice a cui segue l’abuso psicologico e sessuale. Tale argomento meriterebbe un approfondimento teologico e spirituale che per ovvi motivi non competevano a questo elaborato. Dal punto di vista più sociologico ciò che si evidenzia è però la necessità di una cultura laica maggiormente emancipata dalla dipendenza dal clericalismo che distorce la visione reale degli eventi e delle relazioni. La questione della gestione del potere che appartiene a tutte le istituzioni si traduce nell’ambiente ecclesiale in 63 una gestione del potere “religioso” che di fatto svolge la funzione sociale di mediazione col divino e di produzione del sacro, elementi che pongono una separazione di casta tra gli aderenti all’ “ekklesia” (chi può produrre e mediare da una parte e dall’altra chi non è dotato di questa possibilità, il genere femminile e i laici). Il problema non si esaurisce però nel rapporto clero-non clero tant’è che le statistiche rilevano un aumento di abusatori laici laddove figure clericali lasciano incarichi educativi come ad esempio il contesto degli istituti. Questo ulteriore aspetto meriterebbe approfondimenti per valutare se c’è una continuità con le cause e la struttura dell’ambiente ecclesiale o se e in che misura tali cause vanno piuttosto ricercate altrove. Gli sforzi dell’istituzione ecclesiale e della società tutta sono aumentati negli ultimi decenni ma per avere dei riscontri sugli effetti di tali interventi è necessario attendere altri decenni, il tempo necessario perché il silenzio sofferente delle vittime possa trovare ascolto in chi li può ascoltare. Per fare questo diventano fondamentali luoghi di ascolto e accoglienza non solo ecclesiali ma anche fuori dall’ambiente che ha costituito luogo di abuso. Ovvio è l’interesse da parte della Chiesa di limitare i fenomeni di abuso al suo interno ma non può essere la sola ad occuparsene. La coscienza sociale tramite il giornalismo ha sollevato e talvolta favorito la sensibilizzazione per la tematica ma la cittadinanza può fare di più sul piano della prevenzione e della cura di minori abusati o a rischio negli ambienti ecclesiali e non solo. 64 Intervista a Francesco Zanardi (vittima di abuso sessuale clericale) Cosa puoi raccontarmi della tua famiglia d’origine riguardo in particolar modo gli anni della tua infanzia? I miei genitori non so chi siano perché sono stato adottato ma non l’ho saputo fino al funerale di mia madre quindi ti devo parlare dei miei genitori adottivi. Era una situazione piuttosto turbata nel senso che mia madre non poteva avere figli e mi adottò a Torino nel 1970 poi dopo l’adozione ebbe immediatamente vergogna di avere un figlio adottato ebbe una pesante crisi psicologica e fu costretta a lasciare Torino e venire ad abitare a Savona, questo perché a Savona nessuna sapeva che il figlio era adottato ed in qualche modo lei riuscì ad accettare di più la cosa. Purtroppo poi io per 24 anni non l’ho mai saputa poi quando mia madre si è suicidata, un parente, cercando di dare una spiegazione del suicidio, mia madre si era ammazzata buttandosi in mare, mi ha detto questa cosa pensando che io sapessi, invece mi è caduto il mondo addosso. Con mio padre, lo stesso, è sempre stato un rapporto che avevo la sensazione come non fossi stato loro figlio. Mi straniva il comportamento dei miei genitori con me e quello dei genitori dei miei amici quando andavo da loro, non coglievo cosa mancava ma mancava qualcosa. Vedevo delle differenze che oggi mi spiego, all’epoca no. Ti ricordi delle manifestazioni d’affetto tra loro o di loro con te? Tra loro come coppia no, era una famiglia assolutamente patriarcale dove mia 65 madre subiva tutto quello che c’era da subire per tutti, mio padre spadroneggiava per casa. Quando si sposarono mia madre, che già sapeva di non poter avere figli faceva l’infermiera, lavorava in ospedale, mio padre la costrinse a lasciare il lavoro perché voleva la moglie a casa; la femmina doveva stare a casa a fare la femmina non doveva lavorare. Affetto nei miei confronti la mia mamma, forse per la situazione che viveva, quello che mi offriva era più una imposizione di affetto diciamo così, inadeguate all’età che avevo che al momento ecc. Mia madre infatti si suicidò a 24 anni pochi giorni prima era venuta a sapere che ero stato abusato dal prete. Fino a quel momento nessuno le aveva detto questo, tuttavia lei andava a fare volontariato in ospedale a curare i malati di HIV con una suora che era di Spotorno. Questa suora uno di questi giorni le dice, sai che mandano via Don Nello perché violentava i bambini? Io credo che in quel momento a mia madre le si sia aperto tutto, abbia capito tutto. Come mai ero cambiato caratterialmente. In infanzia e adolescenza il tema del sesso in famiglia era un tema tabù o in qualche modo se ne parlava? Era un tema assolutamente tabù, i modi di parlare di sesso semmai erano questi, mio padre che faceva le corna a mia madre tranquillamente. Sapevo che lui andava a fare i fanghi ad Aquiterme poi lì aveva le donne, mia madre se lo subiva, non diceva nulla, classica famiglia patriarcale terrificante proprio. Questa cosa l’ho sempre saputa fin da piccolo chiunque lo avrebbe capito era molto evidente. La sera che mia madre si era ammazzata, la stessa sera mio padre aveva l’amante che era scesa da Torino. 66 Quali sono state le prime figure adulte con cui hai affrontato il tema del sesso? Eh guarda paradossalmente nel 2005-2006, un prete, col quale non ho mai fatto sesso e non ho avuto rapporti premetto. Un prete che era parroco che era collega del prete che mi ha violentato. Don Carlo Rebagliati aveva intravisto in me un’omosessualità che però io non avevo ancora visto perché avevo un blocco sessuale. Lui l’aveva già vista. Avevo circa 30 anni, fino a quell’età ho avuto un blocco sessuale totale, mai fatto sesso se non col prete che mi aveva stuprato. Verso i 30 anni uscito dalla droga, mi riconosco anche sessualmente e inizio a stare bene. Inizio a completare la mia esistenza. Prima dei 30 anni non ne parlavi neanche con il gruppo dei coetanei di sesso e sessualità? No. Era un tema di imbarazzo allucinante, quando mi avvicinavo a una ragazza mi vedevi scappare subito, se volevi farmi scappare da una situazione, mi mandavi una ragazza vicino ed era più che sufficiente e tranquillo che io in quella situazione non tornavo più. Venendo al tema della tua famiglia in termini di quanto fosse credente nella religione, tua madre era più credente vero? Sì. Guarda mio padre, ex carabiniere. Mia madre e sua madre, mia nonna, sì. Guarda mia nonna per esempio mi ricordo d’inverno si faceva una volta che 67 gli anziani si portavano a casa per non farli stare da soli, poi mia nonna viveva in campagna non si lasciava, me la ricordo che dormiva in un letto in camera mia che faceva versi strascicati ed era lei che diceva tutto il rosario, finché non lo finiva non si dormiva, lo diceva sottovoce ma io la sentivo lo stesso che rompeva le balle. Mia madre non aveva ruoli in parrocchia ma io fui violentato a causa sua nel senso che lei aveva questo suo lato di amore, secondo lei, e perché io fui violentato, perché io la domenica dovevo andare a fare il chierichetto alla domenica, assolutamente. Lei ci teneva, io non andavo perché credevo, ci teneva lei, e lo faceva in un modo particolare. Diceva che a una delle messe della domenica veniva a vedere. Quindi mi costringeva a fare la messa delle 8 della mattina ecc perché io non sapevo a che ora veniva, sapevo che veniva poi se c’era o no non sapevo, quindi subivo anche tutte le paranoie di una madre che guai se per esempio leggevo sull’altare e sbagliavo qualcosa mi rimproverava. Avevo sensi di colpa per cui andavo lì col terrore. Dall’ altro lato comunque non potevo stare in casa con mio padre perché era un uomo che non voleva fastidi, non voleva nessuno in casa, non mi faceva neanche fare i compleanni perché diceva che i bambini gli davano fastidio. Infatti quando mia madre si è ammazzata mio padre me lo disse chiaramente, tua madre voleva un figlio io no, adesso tua madre non c’è più. Più chiaro di così. Cos’era per te l’ambiente parrocchiale, non ci andavi perché credevi, cosa rappresentava per te? L’ambiente parrocchiale lo frequentavo perché vivevo in un paese di 5 mila abitanti neanche e tutti i ragazzini, in inverno sopratutto si andava in 68 parrocchia. Se non ci vai sei solo. Era un ambiente di socializzazione soprattutto per gente come me che in casa stavano male. Non potevo portare gli amici, non potevo essere libero, non potevo neanche portare un amico a un’amica a studiare perché il papà rompeva le scatole. Capisci che il bambino cerca un luogo alternativo quindi quello era il mio luogo alternativo per un paesino che ha le risorse che ha. All’interno del contesto parrocchiale la figura di Don Nello cosa rappresentava per la tua famiglia e per te? Don Nello, si amicò subito a mio padre, mia madre era più sottomessa quindi non aveva un ruolo di comando in famiglia anche se era la mamma. Don Nella mangiava, gli piaceva mangiare quindi faceva queste cene in cui gli piaceva cucinare a mio padre pure. Quindi veniva a casa da voi? Assolutamente, questo lo fanno tutti. Se guardi le storie generalmente il prete è l’amico di famiglia eh. A parte gli addescamenti a scuola o in parrocchia, ma anche quelli in parrocchia, non c’è una storia in cui il prete non diventa amico di famiglia perché è un autodifesa molto importante. Il ragazzino sa che è l’amico di papà e mamma e vagli a far del male. Lui andava anche da altre famiglie c’era la moglie ad esempio di una coppia, il prete gli stuprava i figli e la moglie invece faceva credere che lei e il prete avessero una relazione, proprio coprire la sessualità del prete. Cioè poi va beh qui siamo a livelli di 69 comportamento da setta la Chiesa non è definita tale ma come ti dovrei classificare. Questi poi sono delinquenti stanno facendo del male manco ad altri ma ai loro stessi figli. Situazioni comunque simili ci sono. Riguardo l’evento non voglio farti domande specifiche, nella biografia parli dello stanzino dove smontavi le radio, racconta se vuoi quello che ti senti. Io mentii alla Procura della Repubblica quando denunciai perché in realtà non ricordai quello stanzino. Io ricordavo il primo abuso, che invece è stato uno degli abusi, in una casa di campagna degli scout e non l’ho mai ricordato quello stanzino. Poi nel 2103, questo ti fa capire quanto la mente copra i pensieri scomodi, nel 2103 faccio quei due famosi servizi con Le Iene. Nel secondo servizio, io sapevo, avevo già ricostruito la situazione del prete che mi abusò e l’anno prima aveva preso i voti e l’anno prima aveva già abusato di un altro ragazzino infatti era stato spostato dove abitavo io per quel motivo. In quella seconda puntata de Le Iene trovarono proprio quel ragazzino che era stato abusato la prima volta a Valleggia. Questo ragazzino mentre racconta dice un particolare insignificante. Bene, in quel momento mi è venuto in mente tutto. Avevo rimosso il particolare dei pantaloni di velluto. Lui mi sedeva sulle gambe, era un rito, ed aveva sempre i pantaloni di velluto, io avevo completamente rimosso poi questa cosa fece tornare la mente a galla. Quindi era un pensiero nascosto, ma non era vero che era nascosto perché in un secondo ha ritirato su tutto, capisci? Ciò è avvenuto prima o dopo il percorso che hai fatto con il CeIS? 70 No, quello l’ho fatto prima dei 30 anni quindi questo è successo dopo. Nella biografia parli anche dei campeggi che facevate da bambini, come erano gestiti, cosa accadeva? Semplicemente riguardo al campeggio si faceva leva su ragazzi appunto poveri, eravamo in 4 generalmente, nell’audio dove Don Nello confessa dice eravate 5 ma io ricordo 4 il quinto non so chi sia e, col senno di poi, noi vivevamo una vita monotona. Eravamo bambini che facevano casa parrocchia, casa parrocchia e scuola e basta. Le nostre famiglie non ci facevano andare in vacanza per esempio io non andavo neanche alle gite scolastiche perché i miei non volevano spendere soldi ecc ecc e insomma non avevamo niente quini era bello quando tutti gli amici venivano portati anche solo sabato e domenica a dormire in tenda. Ovvio all’epoca eravamo undicenni, non conoscevamo il sesso e la sessualità quindi non c’erano mai venute erezioni, ci venivano e eiaculavamo, non lo avevamo mai fatto quindi anche la pedofilia sembrava tutto normale. Cioè anche il fatto che un prete ti toccasse sembrava quasi, essendo ignoranti in materia, che ti aiutasse a crescere, ti facesse da papà, sembrava quasi un lato paterno, ok? Almeno all’epoca, a undici anni, ovvio adesso ha un significato tutto diverso, poco paterno e molto ragionato perché tutte le volte che andavamo in campeggio eravamo in 5, in 5 in effetti perché il quinto era lui, era Don Nello, in macchina si stava in 5 il prete e i 4 ragazzi. Lui portava puntualmente, anche se si aveva le tende grosse dove dormire insieme, ne portava sempre due, una da 3 e una da 2. Poi ho capito ai giorni 71 nostri che era perché così 3 ragazzini dormivano nella tenda e uno dormiva con lui. Poi effettivamente tutti sapevamo cosa succedeva di là, ma non perché sentivamo chissà urla o cosa, ma perché a turno toccava a tutti poi ovvio che manco ne parlavamo tra di noi era il segreto di pulcinella no? Quindi tra di voi non ne parlavate, mentre ad altre persone? Intorno a noi ovviamente c’erano degli adulti no? E vedevano, intuivano, capisci che noi da bambini, quando vedo te, adulto che non dici nulla quando quello mi tocca il pacco, a me sembra una cosa normale a quel punto, avevo 11 anni capisci? Cioè Don Nello queste cose le faceva anche in presenza di altri adulti che vedevano? Assolutamente, lui per esempio chiamava Ceccu, Ceccu era il cane, e lui ripeteva questa parola Ceccu, quando ti dava le manate al pisello e al sedere. Ma lo faceva pubblicamente, sembrava tutti così normale, almeno, ai miei occhi e agli occhi degli altri lo sembrava. Si accreditava, capisci cioè io sono un bambino di 11 anni che vedo te che vedi che Don Nello mi tocca il pisello dicendo Ceccu, ovvio non mi masturbava eh pubblicamente, mi dava una manata sul pisello ma tu da adulto devi capire che non va bene farlo a un bambino. Io da bambino non lo capivo. Vedevo te da adulto che stavi zitto, quindi per me era tutto a posto no? D’altra parte mi svegliavo la mattina eiaculato che non mi era mai successo, che mi venivano le erezioni che non mi 72 erano mai successe, voglio dire: perché mai avrei dovuto notare qualcosa di strano in tutto questo? Quando poi inoltre vedo gli adulti che vengono a fare gli educatori ai campi che avevan fatto delle canzoni addirittura nei campeggi che dicevano “viva via Don Trippa che degli schinci se ne impippa” e gli schinci sono le eiaculazioni eh. Ed erano canzoni che cantavamo intorno al fuoco, canzone che aveva scritto Don Nello sta canzone qui. Questa e poi c’erano altre canzoni veramente molto volgari e molto spinte con le parole. Tuttavia, si cantavano con gli adulti no? Quindi porca miseria dimmi te come avrei potuto trovarci qualcosa di strano. Un’altra cosa che racconti è un meccanismo che Don Nello attivava come per far ingelosire i ragazzi che rifiutavano le sue attenzioni, giusto? Ci tagliava in qualche modo, nel senso non ci dava ascolto, non ci rispondeva. Poi lui sapeva che tutti i ragazzi che eran lì era perché non avevano altro di meglio da fare no? E quindi avevano bisogno di qualcosa. Lui te la dava, ma nel momento in cui ti ritraevi lui te la negava. Quella era l’arma, era lo strumento. Gli abusi sono durati per quanto tempo? Nel mio caso dagli 11 ai 15 quasi 16 anni. Quando poi a quel punto hai lasciato la parrocchia vero? 73 Eh ho lasciato tutto, parrocchia scuola. Adesso lo ricostruisco all’epoca no, ebbi questo istinto di protezione che mi portò ad andare a lavorare e impegnarmi a lavorare tutte le ore in cui una persona sta sveglia. Era il modo per riuscire a compensare il distacco dai miei amici e dalla parrocchia e da tutto. Smisi la scuola addirittura. L’istinto di protezione era quello di togliermi, di fuggire da lì anche perché, il compromesso non c’era no? Nel senso il compromesso era stare lì ancora 15-16 anni e essere molestato. Quindi ecco forse non l’ho mai capito in quel momento no di sicuro, ma qualcosa, l’istinto mi ha fatto scappare ok? La scelta fu drastica perché fu complicata, mia madre figurati come ci teneva che io andassi in parrocchia e facessi il chierichetto, che andassi bene a scuola, facevo già il primo anno delle superiori, e lì mi si pose il problema di mia madre, che io ricordo come una depressa da sempre. Come dirgli che non andavo più a scuola? Lei ci teneva, quindi le dissi, mamma non vado più a scuola ma lavoro, cioè non è che sto lì a non far nulla. Quindi ecco mi posi tutta questa serie di problemi che da ragazzino ovviamente non fu facile. La soluzione che trovai quindi fu anzitutto scappare perché avevo capito a 15 anni che quello che faceva il prete era un abuso e sono scappato. Cioè ora non so in che forma compresi ma sentii di fare questo, di fatto qualcosa non andava e per farla funzionare unica soluzione era andare via punto. Per questo mi toccava lasciare gli amici che andavano in parrocchia. Poi non sei riuscito ad incontrarli diversamente? Quel beneficio che la parrocchia offriva della socializzazione che fine fece? 74 No, li persi completamente, la storia poi è stata un disastro perché si avevo cominciato a lavorare ma avevo cominciato anche a drogarmi proprio perché mi mancavano gli aspetti sociali. I bisogni di socializzazione venivano ripiegati nel lavoro, quindi finché lavoravo stavo bene. Poi ero solo e per superare la solitudine sì vedevo gli amici ma quelli uscivano con le ragazzine, che invece io non riuscivo ad andarci, anzi avevo paura e quindi mi sono dato alla droga perché era l’unica cosa che mi faceva dormire, non mi faceva pensare l’eroina, ti inibisce totalmente la sessualità, no? Diciamo poi 15-20 anni sei nel pieno hai bisogno di fermarti, o ti eviri o non so ecco, cerca di capire. Poi hai fatto il percorso del CeIS quando, a che età? Quello dopo la morte di mia madre, mio padre mi caccia di casa, il famoso prete Don Carlo. Mi recupera perché io dormivo nel magazzino, avevo un’azienda e dormivo nel magazzino, senza bagno, senza doccia ogni tanto chiedevo a qualche amico di far la doccia a casa e don Carlo che non avevo più visto da quando lasciai la parrocchia quindi 16, dopo il suicidio di mia madre mi viene a cercare, mi trova in questo magazzino e mi dice, ma perché non vieni su a Tosse dove sono parroco, la canonica è enorme, ha un sacco di stanze te ne do una e hai la doccia il caldo la cucina, così io andai. In realtà poi me lo disse, questo suo gesto era mosso da un suo forte senso di colpa perché mi raccontò che nel 1981 quando il vescovo mandò Don Nello da Valleggia a Spotorno disse a lui e all’altro parroco don Gianni, tenetelo d’occhio è un pedofilo e in effetti mi ricordo che don Nello all’inizio aveva proprio una 75 stanzetta, malgrado la parrocchia di Spotorno avesse tanti appartamenti, questo prete dormiva in casa di don Carlo in una cameretta. Cioè era costretto, poi ovviamente a noi non ce lo dissero, ma di fatto don Nello era costretto. Poi In seguito don Carlo me lo disse, ma in effetti era strano che in un paesino di cinque mila abitanti ci fossero un parroco, un vice parroco e un terzo prete. Don Carlo quindi per te è stata una figura di rifermento per quanto riguarda la tematica della sessualità. Sì, io quando scoprii la mia sessualità andai da lui, considera che io lo chiamavo popi, lo scrivo nel libro. Tu pensa un po’ alla definizione popi cosa vuol dire, cioè non riconoscevo mio padre perché non era mai stato un padre e riconoscevo lui come il padre. Uno perché non m’ha mai toccato, malgrado fosse gay e due perché mi ha aiutato davvero ad accogliermi e poi in qualche modo a indirizzarmi e fare la comunità per disintossicarmi, quindi è stato davvero come un padre. Riguardo le tue prime esperienze affettive e sessuali c’erano delle cose che ti mettevano più in difficoltà? Magari facevi più fatica? Assolutamente, la mia esperienza a 30 anni mi ha fatto capire poi a 40 perché i preti diventano pedofili. E non ho vergogna a dire, cioè io non ci sono andato vicino ma l’ho vissuta un po’ questa esperienza non da pedofile naturalmente, tuttavia quando io ho iniziato a sperimentare la mia sessualità, sempre maggiorenni, ma ero attratto da persone più giovani di me, e ora mi spiego 76 perché. Perchè in realtà andavo a recuperare, cioè io a 30 anni non avevo l’esperienza sessuale che avevi tu a 30 anni, quindi io avevo vergogna. Una volta liberato nella mia sessualità, si presenta l’ostacolo per cui tu hai l’esperienza e io no quindi, se andiamo insieme io ho paura nei tuoi confronti, vergogna; della serie Leonardo ha fatto sesso con chissà quanta gente, io no. Quindi capisci che sono in un palese stato di inferiorità. Io ho ricostruito un po’ la tesi, che poi tanti psicologi mi hanno confermato, e la mia ricostruzione non è su basi scientifiche tuttavia era corretta, perché l’ho vissuta anche io in qualche modo, in una forma non pedofila. Dovevo quindi recuperare questa cosa e ho subito messo in paragone la vita dei preti. I preti andavano in seminario all’epoca all’età di 11 anni, proprio nell’età dello sviluppo. Il seminario era un ambiente omosessuale, dove le esperienze si facevano solo tra uomini e tuttavia erano penalizzate perché fondamentalmente il sesso non si doveva fare al di là dell’ipocrisia eccetera. Allora io lì ho capito che questi ragazzini spesso 11 anni che venivano intimiditi sugli aspetti sessuali naturali che avevano, poi molti di nascosto sono riusciti a liberarsi a fare esperienze e per quello che nasce una omosessualità malata come quella dei preti. Perché io sono omosessuale ma assolutamente non malato, cioè non mi riconosco come l’omosessualità dei preti che secondo me è malata no, è costretta, mentre la mia è una libera scelta, c’è stata una consapevolezza, la loro è perché vivi solo con uomini, hai voglia di fare sesso e in qualche modo i tuoi istinti li sfoghi punto, quindi è costretta perché non hai alternativa. Il mio fatto che non riuscissi ad avere rapporti con i miei coetanei legata a questa inadeguatezza che io sentivo lo ho un po’ trasferito nel mio ragionamento sulla vita di questi ragazzini che appunto a 11 anni andavano lì, avevano poi di fatto un trauma, 77 perché capisci che tu quando eiaculi come quando accade a tutti i ragazzini spontaneamente mentre dormi, la mattina il prete ti tocca i genitali, ti sente bagnato e ti manda a pregare, tu che rapporto costruisci con la tua sessualità? È una tragedia no? Anche perché parliamo di bambini che la stanno sviluppando la loro sessualità quindi per forza è deviata, assolutamente deviata. Come succede per le suore, colpevolizzate per la vergogna del ciclo mestruale. Ovviamente parliamo di pensieri malati, chiamiamoli così, tuttavia la sensazione che vive questa persona è terribile. Invece le cose che ti riuscivano con maggior facilità nelle prime esperienze? Non ti sono rispondere, non è che non voglio, proprio non saprei che rispondere, non ne ho idea ancora adesso io stesso. Ho sperimentato ecco, se devo dire, ho fatto a 30 anni quello che fa il ragazzino a 12. Altro non ti saprei dire, proprio. Oltre al percorso di terapia del CeIS hai fatto altri percorsi? No, non ho avuto la possibilità economica, come un po’ tutte le vittime quasi. Il fatto di essere vittima ti porta anche ad avere pochi rapporti sociali, interazioni, poi non accedi a questi servizi. Ho fatto poi il reinserimento, dove sono tornato da don Carlo. Lo psicologo del CeIS quando uscii mi disse, Francesco, tu vai da dove ma se vai da don Carlo vai avanti, se vai da tuo padre, tempo 3 mesi e torni a fare il tossico. Mio padre non poteva neanche venire in comunità. Era entrato due volte, avevano visto il personaggio 78 avevano disposto che non poteva più venire a trovare il figlio. Una domanda che ti vorrei fare riguarda un tema che la letteratura talvolta lega all’abuso sessuale ed è il così detto abuso sacramentale. Penso in particolare, riguardo la tua storia, al giorno del funerale di tua madre. C’erano i preti delle parrocchia tra cui don Nello, il quale tra l’altro poi ti si avvicina e ti saluta chiamandoti Ceccu. Eh sì, molto scenografico e di impatto. Fu quasi una scena teatrale. C’era don Carlo, don Gianni che era il parroco e don Nello che era l’ultimo come ruolo nella parrocchia, era tipo l’aiutante. Insomma, la situazione era stranissima, io non avevo ancora realizzato bene gli abusi quindi c’era una situazione di rifiuto di don Nello che capivo mi aveva fatto qualcosa che non andava, che poi capissi perfettamente cosa, questo no. Di fatto fui colpito perché celebrò proprio lui la messa anzi che gli altri due, io mi aspettavo uno degli altri due. Io non so dirti in quel momento non lo vidi come un personaggio scomodo, oggi sì, e quindi questo scese persino dall’altare a darmi la mano. Io non so ancora adesso sta storia come l’ho vissuta perché per me è surreale. Quello che è successo non riesco, forse ha fatto così perché lui si sentiva in colpa, io avevo un età in cui ancora non capivo bene per cui ci sono queste differenze e non so, non voglio dire o esprimere giudizi. Ricordo ancora questa cosa come surreale e ancora oggi non la metto insieme. La sento solo molto offensiva, la sento brutta, cioè brutta ma senza rabbia, sento ancora la bruttezza anche oggi che ho 52 anni. 79 Dici che non ne avevi ancora preso coscienza in quel momento perché ancora non avevi parlato dell’abuso. La prima volta che ne hai parlato è stato con qualcuno? Io non ne ho parlato con nessuno in realtà. Don Carlo poi sapeva, anche perché quel prete glielo avevano mandato là così, quindi lui sapeva. Si era creato un sacco di sensi di colpa, poi ne ho parlato con lui, prima che morisse nel 2013 mi pare, nell’occasione di quando poi io decisi di andare a denunciare nel 2008. Lui cercò di farmi ragionare, cosa vai a denunciare? E quali prove hai? Lui aveva paura in mia tutela, in realtà lui mi raccontò in quelle occasioni, che nel 1980-1981 lo avevano mandato a Spotorno e il vescovo aveva convocato lui e don Gianni che era l’altro parroco dicendogli tenetelo d’occhio perché è un pedofilo. Poi quindi in quell’occasione me ne parlò ma capisci, era il 2008. Quindi se tu pensi ad una persona che ti ha dato accoglienza per la prima volta ascoltando i tuoi racconti, a chi penseresti? Non ne ho idea, guarda per quanto io voglia bene a don Carlo ti dirò che lucidamente oggi penso che don Carlo abbia fatto questo perché si sentiva in colpa. Perché sapeva e basta. Durante il percorso di terapia del CeIS era emerso? No, figurati. No in questo vedi la gravità. Neanche lì era emerso. 80 Poi passa il tempo e fondi Rete l’Abuso, in che anno? E cosa rappresenta per te ad oggi? Eh nel 2010 quando metto insieme tutti i pezzi. Cosa rappresenta, per me è terapeutica. Faccio del bene agli altri, poi sento tante vittime simili a me con la loro esperienza personale, che poi ormai ne ho più di 2 mila, esperienze personali che cambiano i nomi ma più o meno son le stesse, vedo rinascere delle persone che arrivano qui, anche senza fare le vie legali nel senso noi facciamo le vie legali ma è un surplus, l’associazione non nasce per fare avvocatura, nasce per assistere le vittime. Gli stessi psicologi mi chiamano per dirmi sono rinate, io metto semplicemente questa mia esperienza fin dove l’ho capita a disposizione loro, loro si confrontano, si riconoscono puntualmente e da lì iniziano a fare un percorso sicuramente in salita però positivo. Crescono, si ricostruiscono la vita, per me questo son più che i soldi. Partecipiamo ad uno stesso dolore e questo è faticoso anche per me, tuttavia l’aiutarsi ha beneficio. Le vittime riconoscendosi con me, fanno più progressi che con lo psicologo, tant’è che mi chiamano e mi dicono, guardi da quando frequenta la Rete la vittima è più predisposta. La vittima in effetti sa che Zanardi è una vittima e quindi, per carità lo psicologo può essere bravissimo, ma è uno che ha studiato una cosa e non l’ha vissuta e di questo ne ha coscienza tutte le vittime. La vittima prende bene magari lo scemo che è vittima come lui. Poi se questo ti porta nelle sue riflessioni a dire, capista, l’ho vissuto anche io diventa un po’ meno scemo. E comunque la cosa è efficace perché ne escono, gli psicologi me lo hanno addirittura confermato. Ma al di là di questo io stesso lo vedo, persone che arrivano e sono degli stracci e ne escono bene. 81 Progetto educativo di prevenzione agli abusi sessuali in ambienti ecclesiali: “sfatiamo il silenzio” Il presente progetto di intervento educativo è pensato per minori di età compresa tra i 9 e i 12 anni, età in cui secondo le ricerche di Finkelhor si verificano il maggior numero di abusi sessuali nella popolazione generale, dato confermato anche nella popolazione coinvolta negli ambienti ecclesiali. Il nome scelto “sfatiamo il silenzio” gioca sulle parole sfatiamo il tabù (sul sesso) e sul ruolo del silenzio che copre atti criminali (il silenzio sofferente e senza colpa della vittima ed il silenzio responsabile del carnefice e di chi non ha vigilato). La struttura dell’intervento porta concretamente a confronto i minori con gli adulti di riferimento, educatori e genitori. L’intervento infatti prevede il coinvolgimento delle famiglie o caregiver di riferimento del minore e si può prestare a parrocchie, istituti o movimenti. L’intero progetto si svolge in più tappe e in più ambienti, quello parrocchiale o simile e quello familiare. Prima tappa Nella prima tappa partecipano l’equipe educativa con solo gli adulti di riferimento dei minori, nella seconda l’equipe educativa con solo i minori, nella terza non sarà presente l’equipe perché saranno genitori e figli a dover produrre un poster artistico sui temi della sessualità affrontati tra l’equipe e i minori e nell’ultima tappa parteciperanno l’equipe educativa insieme ai genitori e minori che hanno partecipato al progetto. Nello specifico nella prima tappa gli adulti verranno formati tramite la conoscenza dei fattori di rischio di 82 abusi e dei processi criminali ad essi collegati, oltre che ai danni a breve e lungo tempo che causano gli abusi. Oltre ai fattori generici legati alle istituzioni e società in genere (grooming istituzionale, processi di minimizzazione e negazione, laisser-faire sociale, il ruolo del silenzio) verrà data specifica formazione sui fattori di tipo ecclesiale con concetti quali il clericalismo: fattori di rischio specifici degli ambienti ecclesiali (clericalismo, influenza sacramentale, identità vocazionale, missione caritativa). L’obiettivo sarà quello di aumentare l’attenzione e il livello di percezione del fenomeno. Altro obiettivo sarà quello di responsabilizzare, trasmettendo l’importanza del loro essere “sentinelle” e sviluppare capacità di porsi in modo ricettivo nei confronti del bambino (preparazione all’ascolto e sensibilizzazione, osservazione di eventuali cambiamenti comportamentali). Verranno fornite schede di sintesi e riferimenti per eventuali approfondimenti. I genitori saranno alla fine istruiti e invitati a mettere in atto questa loro capacità durante lo svolgersi degli appuntamenti della seconda tappa, in cui dovranno ascoltare i feedback dei loro figli e nella terza tappa, in cui dovranno insieme a loro fare sintesi di tutti gli appuntamenti che hanno coinvolto i minori realizzando un poster. Seconda tappa Nella seconda tappa, strutturata su 3 appuntamenti, saranno presenti gli educatori con i minori. In ciascun appuntamento, dopo un primo momento di accoglienza in cerchio, si eseguiranno le attività educative. I minori in gruppo misto riceveranno informazioni sull’anatomia e fisiologia sessuale e sui 83 principali cambiamenti della loro fascia d’età (eiaculazione e mestruazione), verrà trattato il tema della prima esperienza sessuale, delle emozioni (curiosità, vergogna, paura, innamoramento, gelosia), il tema del piacere e dell’orgasmo. Altro tema riguarderà la relazione (differenza tra amicizia, amore). Nell’ultimo degli appuntamenti si affronterà il tema del SSC, del piacere e sgradevolezza dell’atto sessuale, dell’importanza di mantenere un legame con una figura di riferimento di cui poter parlare di sessualità individuandone effettivamente una concreta. La crescita e sviluppo della sessualità verrà presentato come un percorso d’interesse che non avrà mai fine. Per realizzare ciò si seguiranno le indicazioni del documento OMS riguardo ai contenuti e modalità consultabile in : www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.PDF. In ciascun appuntamento, terminata la fase di interventi educativi, i minori con gli educatori passeranno alla fase di rielaborazione dove penseranno in gruppo a delle frasi slogan per sintetizzare quanto appreso. Ultima fase di ciascun appuntamento, sarà una fase di rilassamento, di respirazione e suoni rilassanti per ridurre lo stress eventualmente indotto dall’intervento educativo. Concluso l’appuntamento i minori saranno invitati a raccontare ai genitori quanto appreso quel giorno e mantenere scritto un diario con delle frasi slogan che mantengano un legame fra i 3 appuntamenti e che serviranno da riferimento per produrre alla fine della seconda tappa il poster della terza, da realizzare insieme ai genitori. Terza tappa La terza tappa si svolgerà tra genitori e figli in assenza dell’equipe. Tramite disegno, collage o qualsiasi forma artistica, dovranno realizzare un cartellone 84 di sintesi finale dell’intero percorso. I genitori dovranno aiutare i minori nell’espressione artistica di ciò che quest’ultimi vogliono esprimere senza influenzarne i concetti. Quarta tappa – conclusione Nella quarta ed ultima tappa saranno presenti equipe educativa, genitori e minori. Tutti in cerchio faranno vedere al gruppo i loro cartelloni descrivendoli come e quanto desiderano i minori che, nell’esposizione, possono essere aiutati dai genitori. Verranno lasciati contatti social dove i genitori o i minori possono entrare in contatto con l’equipe conosciuta durante il progetto. 85 Il mio percorso nel Master Questi due anni di formazione sono stati significativi per la mia crescita professionale e personale. La mia decisione di iscrivermi era dettata dal desiderio di approfondire questioni che, nella mia pratica di educatore nelle comunità di tutela per minori, si presentano all’attenzione mia e del resto dell’equipe educativa. Inizialmente il mio interesse era relativo agli abusi sessuali suoi minori, situazioni che talvolta mi capitano fra l’utenza presente nella struttura presso cui lavoro ma, nell’approfondire altre tematiche anche e sopratutto di area sanitaria, ho tratto molto vantaggio imparando nozioni e tecniche che, adattate al mio contesto vedo dare il loro frutto. Altro aspetto che colse la mia attenzione al momento della scelta di partecipare al Master fu l’approccio sex positivity. Alcune lezioni in particolare mi sono servite molto per aprire la mente, infrangere taboo e stereotipi che mi limitavano nella comprensione del mondo della sessualità. Di ciò ho sicuramente trovato giovamento non solo dal punto di vista professionale ma anche della mia vita affettiva e sessuale. Sono per questo soddisfatto della scelta fatta. Nell’occasione di scegliere e sviluppare il tema per l’elaborato finale ho avuto motivo di intessere relazioni interessanti con persone che in modo competente e appassionato si dedica da anni ad un particolare fenomeno che vorrei continuare ad approfondire investendo nella formazione e col tempo poter offrire il mio contributo. Ringrazio e dedico la crescita di questi due anni alla mia famiglia d’origine che, a loro modo, mi hanno trasmesso i valori di riferimento che mi portano oggi ad essere la persona che sono. 86 Bibliografia Sette R. e Tuzza S. (2021). Promuovere ambienti educativi sicuri. Prevenire gli abusi nei contesti ecclesiali. Fondazione Apostolicam Actuositatem Frawley-O’Dea M.G. e Goldner V. (2009). Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella Chiesa cattolica. Raffaello Cortina Editore Documenti/Report CIASE commissione (2021). Les violences sexuelles dans l’Eglise catholique. France 1950-2020. Rapport de la Commision indépendant sur les abus sexuels dans l’Eglise, Octobre 2021. Congregazione per l’educazione Cattolica (2005). Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri. Francesco papa (2019). Vost estis lux mundi, motu proprio. Francesco papa (2014). Chirografo del Santo Padre Francesco per l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. 87 Giovanni XXIII papa (1962). Crimen sollicitationis. John Jay College of Criminal Justice the city university of New York (2004). The nature and scope of sexual abuse of minors by Catholic priest and deacons in the United States 1950-2002. A research study conducted by the John Jay College of Criminal Justice the city university of New York. Reisinger Doris (2022). L’abuso riproduttivo nel contesto dell’abuso sessuale clericale nella Chiesa Cattolica. Tr. It a cura di Ludovica E. In Adista on line, n° febbraio 2022.

    Sitografia Ghezzi D. (2022). L’abuso sessuale spiegato dal dott. Dante Ghezzi – VIDEO Rete L’ABUSO – YouTube. Disponibile on line: https://www.youtube.com/watch?v=6eMfSW2davE

    Intervista Marie Collins alle dimissioni della commissione per la tutela dei minori, disponibile in: iamata_dal_papa_a_contrastare_il_fenomeno_spiega_perche_ha_deciso_di_la sciare_l_incarico-159557952/ 8

  • Abusi nella Chiesa: annunciati questo fine settimana diversi raduni di cattolici

    Abusi nella Chiesa: annunciati questo fine settimana diversi raduni di cattolici

    Il “popolo di Dio” non è abituato a manifestare nelle strade contro la gerarchia della Chiesa, in particolare i suoi vescovi. Tuttavia, diversi incontri pubblici si svolgeranno in Francia, durante il fine settimana di sabato 29 ottobre e domenica 30 ottobre 2022: su iniziativa del collettivo Agir pour notre Eglise, mirano a mobilitare i fedeli arrabbiati per la gestione degli affari di Abusi da parte dei Vescovi di Francia.

    Una manifestazione è prevista a Parigi, sabato 29 ottobre, alle 15:30, sul Pont au Double, che porta alla cattedrale di Notre-Dame nel 4° arrondissement. Altri incontri sono previsti in Île-de-France davanti al vescovado di Nanterre, sabato 29 ottobre, alle 15 e davanti alla cattedrale di Notre-Dame de Créteil, domenica 30 ottobre alle 15.

    A Lione, domenica 30 ottobre alle 15, i partecipanti devono incontrarsi davanti a Place Saint-Jean per sfidare l’arcivescovo Olivier de Germay. Infine, un’altra mobilitazione è prevista ad Angers (Maine-et-Loire) domenica 30 ottobre davanti al vescovato alle 15, e ad Autun (Saône-et-Loire), sabato 29 ottobre alle 14:30, davanti della cattedrale. I vari eventi sono stati co-organizzati da Mahaut Herrmann, membro di Agir pour notre Eglise .

    Il collettivo si definisce come un “gruppo di fedeli cattolici che riunisce laici e religiosi, uomini e donne, conservatori e riformisti”. Creato nell’ottobre 2021, mira a coinvolgere i battezzati nelle “necessarie trasformazioni della Chiesa” , affinché la responsabilità di questa riforma non sia devoluta solo ai chierici.

    Denunciata la direzione dell’affare Santier

    Particolarmente indignati i partecipanti per la gestione dell’“affare Santier”: a metà ottobre i media cattolici Golias e Christian Family hanno rivelato che il vescovo Michel Santier era stato preso di mira dalle sanzioni canoniche dal 2021 per “abuso spirituale a scopo sessuale” circa due giovani adulti. Queste sanzioni non sono state divulgate dalla Chiesa, che ha di fatto impedito la testimonianza di altre potenziali vittime.

    I partecipanti agli incontri del 29 e 30 ottobre mettono in discussione la mancanza di trasparenza della Chiesa, a un anno dalle rivelazioni del rapporto del Ciase, e la volontà manifestata dai vertici ecclesiali di riformare la lotta agli abusi nell’istituto.

    “Il raduno dei vescovi a Lourdes e la richiesta di perdono della Chiesa da parte delle vittime hanno ridato fiducia a molti cattolici “, ha affermato Alix Huon, ingegnere e membro del collettivo Agir pour notre Eglise. Ma la vicenda Michel Santier si svela, un anno dopo, ed è angosciante, perché si vede che non è cambiato davvero nulla nella gestione degli abusi! Anche questo caso ha una risonanza particolare perché coinvolge un vescovo, ed è stato rivelato da Christian Family , a un pubblico non avvezzo a leggere tali fatti. »

    Fare pressione sull’assemblea plenaria

    L’approccio del raduno è nato su Twitter, con l’hashtag #SortonsLesPoubelles in riferimento a un tweet di Michel Aupetit, considerato controverso da alcuni utenti cattolici di Internet. L’hashtag mira a riunire i cattolici che stanno attualmente condividendo la loro indignazione sui social network e vogliono alzare la voce con la Conferenza episcopale di Francia, mentre si avvicina la sua assemblea plenaria, dal 3 all’8 novembre 2022. è esso stesso oggetto di critica, perché si svolge in gran parte a porte chiuse, in un momento in cui nell’opinione cattolica viene segnalata la mancanza di trasparenza della Chiesa.

    “A pochi giorni dall’assemblea, vogliamo lanciare un segnale chiaro ai vescovi, e presentarci come una forma di lobby benevola ma esigente” , spiega Alix Huon. I chierici devono aprire la strada alla partecipazione dei laici alla lotta contro gli abusi perché, nel popolo di Dio, ci sono tante persone competenti come psicologi, avvocati. »

    Il co-organizzatore confida anche che questo incontro è una prima volta per il collettivo Agir pour notre Eglise e per buona parte dei cristiani che intendono mobilitarsi. “Non possiamo prevedere l’entità dell’evento, e preferiamo il termine rally a quello di dimostrazione” , precisa Alix Huon. Abbiamo dovuto imparare a fare i passi in prefettura, a definire la forma della mobilitazione… È abbastanza nuovo per molti di noi, ma è necessario oggi. »

    Gli organizzatori, come Mahaut Herrmann sul suo account Twitter, invitano i partecipanti a portare dei cartelli con il messaggio che desiderano inviare al loro vescovo. Propongono inoltre di estendere la mobilitazione ai social network sotto forma di ritratti fotografici accompagnati da questo messaggio, con gli hashtag #SortonsLesPoubelles e #APLourdes.

    https://www.lavie.fr/christianisme/eglise/abus-dans-leglise-plusieurs-rassemblements-de-catholiques-annonces-ce-week-end-85022.php

  • La corte approva la vendita di 43 proprietà della chiesa cattolica per risolvere le richieste delle vittime di abusi

    La corte approva la vendita di 43 proprietà della chiesa cattolica per risolvere le richieste delle vittime di abusi

    La Corte Suprema di Terranova e Labrador ha approvato la vendita di 43 proprietà appartenenti alla Roman Catholic Episcopal Corporation of St. John’s, comprese 13 chiese, poiché altre dozzine di vendite di proprietà della chiesa incombono in tutta Terranova orientale.

    La mossa rimodellerà il paesaggio per i cattolici nell’area di St. John e oltre, poiché la chiesa – che è stata ritenuta responsabile di abusi sessuali e fisici nell’orfanotrofio di Mount Cashel – raccoglie fondi per risolvere i reclami delle vittime degli anni ’40, ’50 e ‘ anni ’60.

    Le informazioni sulle vendite sono arrivate lunedì quando Ernst & Young, il monitor nominato dal tribunale, ha presentato un rapporto al tribunale sulla procedura di vendita per gara che ha visto le offerte per le proprietà presentate all’inizio di giugno.

    Un’ordinanza del tribunale in procedure fallimentari e concorsuali pubblicata sul sito web di Ernst & Young fa luce su chi sta acquistando gli immobili. L’ordine afferma che l’iconica Cattedrale e Centro Pastorale della Basilica, il Collegio di San Bonaventura e il Forum di San Bon saranno venduti alla Basilica Heritage Foundation, che si è impegnata a proteggere le proprietà storiche.

    La St. Teresa’s Mundy Pond Corporation è stata raccomandata come offerente di successo per la chiesa di Santa Teresa, mentre la Archdiocesan Renewal Corporation, che ha l’arcivescovo di St. John’s Peter Hundt come uno dei tre direttori, ha acquistato la chiesa di St. Thomas of Villanova e la sua terra libera. Entrambi i gruppi mirano a mantenere attive quelle parrocchie.

    Tuttavia, i destini di molte altre chiese cattoliche sono meno certi.

    In una lettera letta ai parrocchiani durante la messa lo scorso fine settimana, l’arcivescovo Hundt afferma che solo alcuni degli acquirenti di proprietà intendono utilizzare gli edifici come chiese cattoliche.

    All’estremità orientale di St. John’s, l’Association of New Canadians ha acquistato la chiesa di St. Pius X e l’adiacente St. Pius X Junior High School, dove il gruppo sta già offrendo programmi ai nuovi arrivati ​​nell’ex scuola. 

    La chiesa di San Patrizio nel centro di St. John’s è stata venduta a Howard Real Estate Group. La Corpus Christi Church, il suo ufficio e il centro comunitario sono stati venduti allo studio legale Stewart McKelvey, che agisce come agente per un acquirente sconosciuto.

    Anche la parrocchia di St. Paul all’estremità orientale di St. John’s è stata approvata per la vendita.

    La città di Flatrock sta acquistando la Chiesa di San Michele e la Grotta di Nostra Signora di Lourdes, un sito visitato da Papa Giovanni Paolo II nel 1984.

    Diverse società numerate hanno acquistato la chiesa di Mary Queen of Peace a St. John’s e la chiesa di St. Joseph a Petty Harbour-Maddox Cove.

    A Pouch Cove, la chiesa e la canonica di Sant’Agnese sono state vendute a GJ Shortall Ltd. e la chiesa di San Francesco d’Assisi, la residenza dell’arcivescovo, la canonica e 2 appezzamenti di terreno libero sono stati venduti a Rocky Hill Holdings Inc. 

    Secondo la corte, 19 proprietà non hanno ricevuto offerte accettabili, tra cui St. Peter’s Church e Mary Queen of the World Church a Mount Pearl, St. Paul’s Church a St. John’s, Holy Family Church in Paradise, St. Edward’s a Conception Bay Sud e Santa Trinità a Torbay. Anche un certo numero di appezzamenti di terreno vacanti e canonicati di chiese non hanno ricevuto offerte accettabili. 

    Il valore totale combinato di 41 delle 42 proprietà è di $ 20,6 milioni. La Parrocchia di San Paolo è stata aggiunta all’elenco dopo la tabulazione.

    Nel frattempo, Hundt afferma che il monitor presenterà anche una strategia alla corte per vendere altre 70 proprietà, comprese tutte le restanti chiese, corridoi e rettori situati nella penisola di Burin e nella penisola meridionale di Avalon.

    https://www.cbc.ca/news/canada/newfoundland-labrador/court-approves-catholic-church-sales-1.6523788?fs=