Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    ROMA-ADISTA. La Cei istituisca una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero in Italia. Lo chiede ai vescovi un nutrito gruppo di teologi e teologhe italiane, in un appello pubblicato su Settimana News.

    «La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente – si legge nella lettera -. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze.

    In tale complessità vi è, però, un’evidenza: la vicenda epocale rimette in discussione un modo superficiale di declinare la tensione evangelica tra il pensiero del mondo e il pensiero di Dio: quello che identifica il primo con la cultura laica e secolarizzata e il secondo con la Chiesa cattolica che, divenuta minoritaria, avrebbe con ciò il compito di ergersi a principio critico della contemporaneità e di continuare, così, la sua opera di evangelizzazione.

    Tale semplificazione ha una storia antica, ma mostra oggi tutta la sua ambiguità. Proprio attorno alla vicenda degli abusi compiuti da membri del clero su minori, emerge come sia stata la pressione esercitata dal mondo a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera.

    Il paradigma mondo/Chiesa si trova così, in qualche modo, capovolto: ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro.

    Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore, è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito.

    Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa cattolica deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù.

    Di questo sguardo di giudizio, abbiamo ancora bisogno. Proprio per questa ragione riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai «segni dei tempi». Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù.

    Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    Firmatari:

    Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore); Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Marcello Neri (Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”, Modena); Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania – Università Milano Bicocca); Antonio Sichera (Università di Catania); Ernesto Borghi (ISSR Guardini, Trento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Umberto Rosario del Giudice (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano);Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano); Enzo Biemmi (Pontificia Università Lateranense); Claudio Margaria (ISST STI, Fossano); Luca Margaria (ISST STI, Fossano); Marco Gallo (ISST STI, Fossano); Ivo Seghedoni (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Luca Palazzi (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Massimo Faggioli (Villanova University, USA); Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo); Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna); Gaia De Vecchi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano); Vittorio Berti (Università di Padova); Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Riccardo Saccenti (Università degli Studi, Bergamo); Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia); Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze); Serena Noceti (ISSR della Toscana); Antonio Autiero (Università di Münster, Germania); Donata Horak (Studio Teologico Alberoni, Piacenza); Matteo Cavani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Silvia Zanconato (Scuola di Teologia Laura Vincenzi, Ferrara); Leonardo Paris (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica del Triveneto); Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma); Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli); Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena); Gianni Criveller (Studio Teologico Missionario del PIME, Monza); Giuseppe Noberasco (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alessandro Picchiarelli (Scuola Interdiocesana di Formazione Teologica, Foligno); Riccardo Battocchio (Facoltà Teologica del Triveneto); Grazia Tagliavia (Università di Palermo); Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona); Lucia Vantini (ISSR e Studio Teologico di Verona); Simona Segoloni Ruta (Istituto Teologico di Assisi)

    https://www.adista.it/articolo/67687

  • QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    di MARCO GRIECO – Dopo i recenti casi di pedofilia emersi nella Chiesa cattolica in Francia, Germania, Portogallo e Spagna, sette associazioni hanno lanciato #ItalyChurchToo, il movimento “anche la Chiesa in Italia”. È una campagna antimolestie che chiede al mondo cattolico del nostro Paese una commissione indipendente perché si possano portare allo scoperto gli abusi con indagini esterne, aprendo gli archivi diocesani e facendo luce su eventuali insabbiamenti di preti pedofili.

    In Italia, gli abusi su minori da parte di sacerdoti sono un fenomeno ancora sottostimato. «Ci è bastato andare a una trasmissione televisiva e parlare della nostra storia perché, sulla strada del ritorno, ci chiamassero dieci vittime che si sono fatte coraggio», spiega Cristina Balestrini, che l’abuso di un prete non lo ha vissuto sulla propria pelle, ma su quella del figlio quindicenne. «Era il 2011 e don Mauro Galli ci aveva chiesto se nostro figlio avrebbe potuto dormire in oratorio», dice. «Noi abbiamo acconsentito senza immaginare che sarebbero rimasti da soli». La verità, cruda e violenta, arriverà l’indomani, quando Cristina, corsa a scuola perché il figlio versava in uno stato catatonico, mette in dubbio la fiducia nel prete malgrado gli anni da catechista: «“È successo qualcosa stanotte?”, gli ho domandato. Lui mi ha guardata negli occhi e ha ammesso». Scatta, così, la denuncia penale, ma le condanne in primo grado e in appello non sono sufficienti.

    «Mio figlio frequentava ancora l’ambiente parrocchiale, malgrado la ferita che aveva dentro. Per lui è stato devastante vedere in tribunale la diocesi difendere il prete. È come se fossimo noi i nemici», ammette la madre, ricordando di essere stata isolata anche da quelli che un tempo erano amici in parrocchia. In questa battaglia impari in nome della verità, spesso sono le stesse vittime a scavare una trincea di silenzio. «La Chiesa ci aveva offerto un accordo extragiudiziale, con la clausola del silenzio, da 100 mila euro più spese, ma non potevamo accettarlo», dice oggi Cristina. Come si fa a risarcire un adolescente come tanti altri, a cui una notte d’orrore stravolge la vita, gettandolo nella disperazione, curata con lunghe terapie? «C’è stato un tempo in cui noi non potevamo nemmeno sfiorarlo. Oggi mio figlio ha fatto grandi progressi, soprattutto identificandosi non più come vittima, ma come sopravvissuto».

    Ha ancora bisogno di cure Arturo Borrelli, 42 anni, per placare le conseguenze di anni di violenze. Il suo “orco”, don Silverio Mura, ha abusato per tre anni a mezzo di lui nel silenzio del quartiere di Napoli Ponticelli. «Era un amico di famiglia, era visto da tutti come una figura divina», racconta ripensando a quel prete che ha anche celebrato le sue nozze e ha battezzato due dei suoi figli. Poi, nel 2009, uno strano svenimento sul luogo di lavoro rivela le ferite che lacerano la sua psiche. «Lo psichiatra mi ha fatto capire i danni che ho. Da allora, ho perso il lavoro come guardia giurata e non riesco a vivere tranquillamente». Un primo, importante traguardo, però, arriva nell’ottobre scorso quando, al termine di un processo civile, con una sentenza storica il prete e la scuola sono condannati in primo grado a risarcire Arturo con 320 mila euro. È la prima conferma, dopo anni di silenzio, anche da parte della diocesi.
    «Alla richiesta di un colloquio nel 2012 con l’arcivescovo Lucio Lemmo, mi hanno risposto di non poter avere contatti con me, trattando il mio caso senza comprensione e umanità», dice l’uomo. Intanto, in questi anni di silenzi, il sacerdote è stato spostato in altre diocesi della regione, prima di lasciarla definitivamente. «Dopo un servizio in tv di Le Iene, abbiamo scoperto che il religioso è stato trasferito a Montù Beccaria (vicino a Pavia, ndr) con nome e cognome falsi e che c’è un processo penale in corso per sostituzione di persona. La curia mi ha assicurato che non dice più messa, anche papa Francesco mi ha promesso il suo interessamento. Ma la mia vittoria arriverà quando quell’uomo smetterà di essere prete».

    Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, oggi ricostruisce i volti degli autori di molestie e abusi che spesso la Chiesa lascia senza nome. Così, con un settimanale è stato creato un archivio per fare luce sui crimini in Italia, sul modello del quotidiano spagnolo El País. Francesco dice che era ancora un ragazzino quando un sacerdote ha abusato di lui nella pineta di Spotorno, in Liguria: «Non sono stato il solo, ho contato almeno 40 ragazzi. Sapevamo tutti che cosa accadeva quando, a turno, ci chiedeva di condividere con lui la tenda nel campeggio», racconta Zanardi. Dice di ritrovare la sua stessa esperienza in tanti sopravvissuti, persone per cui i ricordi di un’infanzia violata possono sopraggiungere improvvisi: soffrono della Sindrome da stress post traumatico, che rimuove il passato per poter continuare a vivere, ma a prezzo di sintomi gravi. «Conosco una persona in cui il trauma si è ripresentato a 36 anni dagli abusi, dopo la nascita del figlio. La vicinanza di un bambino piccolo ha risvegliato il dolore. Adesso è in terapia».

    Francesco ha tentato il suicidio quattro volte, l’ultima nel 2008: «Anche se realizzi che non hai colpe, i danni relazionali ti restano. Vivere diventa difficile. Almeno due persone del nostro gruppo di Spotorno si sono tolte la vita».

    Con Rete L’Abuso Francesco riceve l’appoggio anonimo di tanti sacerdoti: «Non vogliono esporsi perché temono le conseguenze». Dopo il summit sugli abusi in Vaticano nel 2019, la Chiesa di papa Francesco ha adottato la linea della cosiddetta “tolleranza zero”.

    Ma per le vittime non è ancora sufficiente: «Quando la Chiesa dice che si occupa delle vittime e dei familiari, non è credibile», afferma Cristina. Le fa eco Arturo, che ha incontrato lo stesso papa Francesco: «Mi ha invitato a non arrendermi. E io non mi darò pace fino a quando non avrò visto che chi mi ha rovinato la vita non fa più il prete».

    di MARCO GRIECO – GRAZIA del 10/03/2022

  • “Ratzinger coprì i pedofili persino in Italia. Non fermò un prete di Savona: ecco le carte”

    “Ratzinger coprì i pedofili persino in Italia. Non fermò un prete di Savona: ecco le carte”

    L’allora cardinale Joseph Ratzinger avrebbe coperto casi di pedofilia e abusi sessuali commessi da uomini della chiesa anche in Italia. E precisamente a Savona. «Ratzinger non intervenne e proprio nell’anno in cui diventava Papa, uno dei sacerdoti pedofili savonesi a lui denunciati, don Nello Girando stupra un altro adolescente a un campo scout».

    La denuncia arriva da Francesco Zanardi, vittima di un abuso da parte di un sacerdote e presidente dell’Associazione Rete L’Abuso che raccoglie le testimonianza di decine e decine di vittime. Il documento che pubblichiamo è una lettera inviata dall’allora vescovo di Savona, oggi cardinale Domenico Calcagno – nominato da Ratzinger – che, secondo Zanardi «incastra Ratzinger».

    «Nessuno, né dalla diocesi di Savona, né dal Vaticano – dice Zanardi – fermò quel prete. Chiese lui stesso la riduzione allo stato laicale, ma 5 anni dopo, nel 2010, trascinando nell’indagine della procura non solo Ratzinger, ma anche chi per anni lo aveva protetto».

    Cosa pensa dell’inchiesta in Germania che ha portato alla luce quasi 500 casi? E del possibile coinvolgimento di Ratzinger?

    «Non stupisce ciò che è emerso in Germania. Il coinvolgimento di Ratzinger non è una novità. È avvenuto anche in Italia. Non solo a Savona. Ma anche all’istituto Provolo per sordomuti di Verona. In quel caso, la Commissione d’inchiesta nel 2010 fu proprio voluta da Ratzinger.

    Peccato che su 27 preti indagati, gli unici due condannati erano in fin di vita. Gli altri vennero insabbiati e furono in grado di fare altri danni. Come don Nicola Corradi che nel 2016 verrà indagato e condannato a 42 anni. C’è poi il caso di Erik Zattoni di Ferrara, figlio di un prete pedofilo. Malgrado un esame del Dna che confermava la paternità del prete, Ratzinger non intervenne».

    Dopo Francia, Spagna e Germania, quando avremo un’inchiesta sugli abusi anche in Italia?

    «La stiamo chiedendo a gran voce da tempo, anche tramite le Nazioni Unite. Stiamo sollecitando un intervento sia al cardinale Bassetti sia allo stato. Purtroppo il Papa da solo non può muoversi. Anche se lui inserisse l’obbligo di denunciare da parte dei vescovi, non c’è un automatismo. E in questo senso credo ci sia una reticenza da parte dei vescovi italiani».

    La vostra associazione riceve ogni giorno segnalazioni di casi. Quanti sono quelli in Italia?

    «Documentati almeno quattro: oltre a Savona e il Provolo di Verona, abbiamo documenti su Napoli e Ferrara. Ma i casi sono purtroppo tantissimi: ci arrivano segnalazioni ogni giorno. Ratzinger è stato 25 anni a capo della Congregazione per la dottrina della Fede, prima di diventare Papa. È inverosimile pensare che non sia coinvolto ovunque. Nel 2004 fu portato alla sbarra anche negli Usa dall’avvocato Daniel Shea, che assisteva una vittima. Fu accusato di aver insabbiato dei casi, da prefetto dell’ex sant’Uffizio. Si salvò chiedendo l’immunità».

    Come mai ieri nemmeno una parola di Bergoglio in difesa del Papa emerito?

    «C’è poco da difendere. I dati parlano. Non era il caso di intervenire».

    Vi aspettate delle scuse da Ratzinger?

    «Lo dico da vittima e da rappresentante dell’associazione: non ci bastano più le scuse. Sono arrivate tante volte. Vogliamo i fatti, i processi, che i preti non siano più difesi. Ci sono 23 comunità, in Italia, dove i preti pedofili sono curati. La chiesa ha avuto questa sensibilità verso i suoi criminali, non mi sembra però tanto pentita con le vittime».

    https://www.ilgiornale.it/news/politica/ratzinger-copr-i-pedofili-persino-italia-non-ferm-prete-2004286.html
  • FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

    FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

    Dalla finestra della camera da letto invitano gli applausi di una piccola folla sottostante, radunata in una piazza in onore delle vittime della mafia. Da quello della cucina, niente altro che il silenzio e la tranquillità di un piccolo agrumeto segreto, sepolto tra i palazzi di Ponticelli, quartiere popolare alle porte di Napoli. E in mezzo all’appartamento, nonostante il viso chiuso e lo sguardo duro, è un uomo “soddisfatto”, dice, seduto al tavolo della sua sala da pranzo. Arturo Borrelli, 46 anni, ha appena vinto una battaglia importante in una crociata giudiziaria iniziata più di un decennio fa contro il suo professore di religione: l’uomo che accusa di aver abusato di lui, dai 12 ai 16 anni.

    A fine ottobre il Tribunale Civile di Napoli ha infatti condannato in primo grado don Silverio Mura, ex insegnante in una scuola elementare di Ponticelli, nonché il ministero dell’Istruzione, al pagamento di 320.000 euro e interessi alla vittima. Soldi che non risolvono tutto, dice Arturo Borrelli, «ma il sentimento di giustizia sta guarendo. Fa parte del processo noto per salvare una vittima”. Da parte sua, “molto colpita” da questa decisione e proclamando nuovamente “la sua innocenza”, il sacerdote, deciso a ricorrere in appello, annuncia il suo avvocato. Ma qualunque sia l’esito delle prossime udienze, il prete napoletano lo sa che scapperà dalla prigione. A causa della prescrizione (15 anni dopo il presunto reato in Italia): impossibile adire il sistema di giustizia penale. «Ma per il risarcimento civile», spiega Carlo Grezio, avvocato di Arturo Borrelli, la prescrizione arriva quindici anni dopo che la persona ha preso consapevolezza del reato e del suo danno”.

    Silenzio e negazione

    Per molti anni Arturo si è murato nel silenzio e nella negazione. Fino ad accettare che il suo aggressore celebri il suo matrimonio quando ha 19 anni. Difficile, però, non vedere ribollire la rabbia negli occhi del giovane uomo, in posa accanto al prete. “All’epoca non dissi niente. avevo peccato”, dice oggi, rivedendo la foto. “Don Mura era un vicino alla famiglia, un uomo molto rispettato. Mio padre faceva 15 chilometri Sabato e domenica per assistere alla messa. “

    Il doloroso segreto alla fine emergerà un giorno nel 2009 quando Arturo, colpito attraverso un travolgente disagio che crede fatale, rivela alla moglie e alla madre la ricordo della violenza sepolta. “Relazioni anali […] pompini […] Sono sempre stato passivo, non ho mai regalato niente”, oggi descrive dolorosamente il quarantenne con un potente accento napoletano. Dopo lunghe discussioni con uno psicologo, “Qui è dove abbiamo avuto la conferma che il I problemi di salute di Arturo erano dovuti a violenze sessuali subite in il passato “, spiega il suo avvocato. Profondamente segnato mentalmente e fisicamente, l’ex guardia giurata si è detto “incapace di poter lavorare nuovo”, portando a vedere un armadio pieno zeppo di droga e altri ansiolitici. “Sono pronto a incatenarmi di nuovo alle porte del Vaticano”.

    Dopo anni di lotte, finalmente ricompensato, il padre non sente tuttavia non fermarti qui. “Sono pronto per tornare in griglia del Vaticano, come ho fatto nel 2018, fino a quando don Mura non è stato definitivamente espulso dalla Chiesa”, promette. Anzi, condannato davanti giustizia degli uomini, il religioso è stato assolto nel 2019 da un tribunale ecclesiastico di Milano dalle accuse che gravavano su di lui e può quindi continuare a ricoprire cariche. Un tempo dalla parte di Pavia (sotto un altro nome, questo che ora vale una nuova prova), il prete è poi scomparso radar. Non trovato. “Ma la Chiesa sa dove si trova oggi e continua per proteggerlo”, accusa Arturo Borrelli, a lungo ignorato dalle autorità religiose della sua zona. «Non voglio fare la guerra alla Chiesa», avverte però colui che, ancora oggi, si considera un «fervente cattolico». “Voglio che sia pulita, per il suo bene e per i nostri figli. Perché con questi casi, lei perde la sua credibilità, perde il suo significato “. Ciò comporterà l’estensione della prescrizione per concedere tempo, dice, alle vittime per superare il loro trauma. E per un “elettroshock”, continua Arturo, nessuna consapevolezza da parte della società dell’entità della situazione. In breve: un rapporto italiano. “Esatto, perché è molto importante farlo evidenziare il numero di preti pedofili, capire quanto questo problema è radicato nella Chiesa italiana”, martella.

    Verso una Ciase made in Italy

    Ma il Paese è pronto per questo? Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto Francesi, i richiami non sono mancati. E questo anche in sfere superiori della Curia. “Ora il clero di altri paesi deve avere lo stesso coraggio della Chiesa francese. Spero anche per l’Italia”, ha dichiarato così sulle colonne di La Repubblica Hans Zollner, vicino a papa Francesco e specialista in questioni di abusi sessuali nella Chiesa. Ma dalla parte di prelati transalpini, il percorso di una commissione d’inchiesta indipendente, a Ciase (commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa) fatta in Italia, non sembra entusiasmare molte persone. “È pericoloso fronteggiare la piaga della pedofilia basata sulle statistiche”, si è così accontentato di rispondere Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), il cardinale sottolineando che l’istituzione era già leader,” in accordo con la Santa Sede, un’opera importantissima di prevenzione, monitoraggio nelle diocesi ed esperti che valutano tempestivamente i casi”. Nel 2019, la Cei ha così imposto, ad esempio, “l’obbligo morale” ai vescovi denunciare accuse di pedofilia – dopo istruttoria interna – alla magistratura italiana. “Una risposta vuota che ci aspettavamo”, affronta subito Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, associazione di “sopravvissuti agli abusi sessuali”. del clero”. L’immobilità transalpina già segnalata tre anni fa, ricorda, alle Nazioni Unite, preoccupate per il “debole” numero di inchieste e di procedimenti avviati dai tribunali italiani”. e ha poi esortato Roma a istituire quanto prima «una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso». sessuale”.

    Ma l’apatia andrebbe ben oltre le campate delle sole chiese, dichiara Francesco Zanardi, coinvolge anche i banchi dei politici. “I governi che si sono succeduti si sono sempre rifiutati di affrontare la situazione”, considera il boss della Rete. Da la colpa a una “Chiesa il cui peso pesa ancora molto sulla vita politica “del bel paese, per non parlare” della vicinanza del Vaticano”, aggiunge. Bisogna quindi tornare al 2017 per trovare le tracce di un’interrogazione parlamentare sul tema, prosegue Zanardi: l’ex deputato di Il Movimento 5 Stelle Matteo Mantero ha cercato di conoscere la portata statistica delle violenze sessuali e le risposte previste dal governo di Paolo Gentiloni. Quattro anni dopo, il democratico ha fatto le valigie per Bruxelles e la domanda è ancora in attesa di una risposta ufficiale. Il silenzio della stampa Su questo doloroso tema, anche la stampa italiana non è risparmiata. Più di un mese fa, quando l’esplosione dell’accusa feroce di Jean-Marc Sauvé, i giornalisti della penisola non ha mancato di trasmettere e commentare il tuono nella Chiesa . “L’onda d’urto”, “Il peso della vergogna” o “La schiena che fa tremare la Francia” ha così sverniciato i titolo della stampa italiana. Più rari, invece, sono i media ad aver messo in dubbio la sorte vittime della pedofilia d’oltralpe. “Siamo l’unica associazione di vittime di preti pedofili e quasi nessun giornalista italiano è venuto a intervistarci quando è uscita la relazione Sauvè”, una piaga spiega Francesco Zanardi. Tuttavia, nella penisola, non mancano casi di abusi sessuali noti. Prova ne è la meticolosa cartografia degli abusi costruita in quindici anni dalla Rete “che contava almeno 362 sacerdoti condannati in via definitiva e 160 che sono sotto inchiesta o sono scomparsi “, spiega il suo presidente.

    Per l’avvocato di Arturo Borrelli, difensore abituale delle vittime di abusi sessuali da religiosi, però, l’Italia non è pronta a voltare pagina. Il Paese è ancora “troppo legato moralmente al clero” e pochi sono ancora quelli che hanno “il coraggio di opporsi a un prete”, ha detto il signor Grezio. ” Ho avuto clienti che mi hanno detto di essere stati picchiati dai genitori per aver detto dal male di una persona santa […] altri hanno perso il lavoro”, rivela. Una forma di impunità che significa che «mai uno scandalo come abbiamo visto in Francia o un caso Spotlight (un vasto affare di pedofilia nella Chiesa americana) non potrebbero esplodere qui. E questo, anche se abbiamo più di 52.000 sacerdoti nel paese, più che in qualsiasi altra parte del mondo”, afferma l’avvocato. e ironicamente: “Così tutto sarebbe virtuoso. Siamo davvero fortunati, tu non trovi? “

  • Sesso durante il pellegrinaggio: primo faccia a faccia tra don Barone e la sua vittima

    Sesso durante il pellegrinaggio: primo faccia a faccia tra don Barone e la sua vittima

    Dopo l’arresto di Michele Barone, l’ex prete del Tempio di Casapesenna, non lo aveva più visto fino all’udienza celebrata in Corte d’Appello. C’è stato davanti ai giudici di Napoli il primo confronto ‘diretto’ tra l’ex sacerdote ed una delle due ragazze che hanno denunciato abusi sessuali, reato per il quale Barone è stato assolto in primo grado e per il quale c’è stato l’Appello sia della Procura che delle parti civili.

    Ad anticipare l’escussione di una delle due ragazze è stata la questione dei 3 telefoni cellulari dell’ex prete, rinvenuti dopo la sentenza di primo grado. All’interno dei dispositivi per i difensori – gli avvocati Carlo De Stavola, Elisabetta Carfora e Maurizio Zuccaro – ci sarebbero prove per dimostrare l’innocenza del loro assistito. Messaggi e soprattutto video che si cerca di far entrare nel processo e che potrebbero cambiare l’intero corso del ‘mini dibattimento’ dell’Appello. Da una prima analisi dei messaggi – sui quali ancora c’è la riserva per l’ammissione – i giudici li hanno ritenuti poco ‘pertinenti’ rispetto alle testimonanze, in programma per l’udienza, delle ragazze che avrebbero subito le avances dell’uomo di chiesa.

    Così si è deciso di andare avanti e sentire almeno una delle due giovani. Un’escussione avvenuta per la prima volta alla presenza di Barone (la prima si era svolta in modalità protetta). La ragazza – fervente religiosa – ha confermato di essere stata soggiogata dal prete. Una condizione di soggezione psicologica che l’avrebbe resa “incapace di reagire” agli approcci sessuali (poi consumati) sia sulla nave sia in albergo durante un pellegrinaggio a Medjugorje e poi replicati presso la Cappellina di Casapesenna. La giovane ha comunque evidenziato di averlo in seguito perdonato in quanto “lo ha perdonato anche la Madonna”.

    Comunque, è stata proprio la reiterazione degli episodi che i giudici di primo grado avevano valutato come consenso mentre per la Procura la giovane sarebbe stata “coartata psicologicamente”. E sul consenso non dato dalle vittime che verte l’Appello, una questione va riesaminata dalla corte partenopea e che è stata al centro della testimonianza.

    In primo grado Barone era stato condannato a 12 anni di reclusione solo per i maltrattamenti e le lesioni subite da una ragazzina di Maddaloni durante pratiche esorcistiche che si sarebbero concluse con una lesione ad un orecchio della giovane. Con il prete erano stati condannati anche i genitori della ragazza, a 4 anni e 5 mesi e 4 anni a testa.

    Nel collegio difensivo sono impegnati anche gli avvocati Giuseppe Stellato, Umberto Pappadia e Carlo Taormina (che difendono i genitori). Tra le parti civili, invece, si sono costituiti gli avvocati Rossella Calabritto e Luigi Ferrandino. Si torna in aula a inizio febbraio quando in aula tocca alla seconda ragazza.

    https://www.casertanews.it/cronaca/sesso-pellegrinaggio-appello-processo-barone-casapesenna.html

  • Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    di ANDREA GIANNI – Milano – “In Italia ci sono 23 strutture per curare i preti e neanche una per le vittime di abusi: servirebbe ben altro che una preghiera”. Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso-Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, guarda con scetticismo alla decisione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, di celebrare oggi la messa in Duomo per le vittime di violenze. “Anch’io ho subito abusi – spiega – e in Italia siamo senza giustizia e abbandonati, anche dallo Stato”.

    La messa in Duomo è la tappa di un percorso della Cei e della Diocesi di Milano. Indica una presa di coscienza sul problema?
    “Preferiremmo vedere, piuttosto, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali, come è stato fatto in altri Paesi europei, da ultimo il Portogallo. Sarebbe un punto di partenza, anche perché dalle indagini all’estero emergono dati sconcertanti”.

    Quali?
    “In Francia sono 216mila i sopravvissuti “viventi“ ad abusi sessuali su minori da parte del clero, secondo il Rapporto Ciase, con circa tremila preti pedofili. In Italia, facendo una stima, il numero potrebbe triplicare. Noi abbiamo portato l’Italia davanti alle Nazioni Unite e all’Europa, ma non si è ancora mosso nulla”.

    Che cosa blocca l’apertura di una commissione d’inchiesta?
    “Il problema è politico, perché nessuno vuole andare contro il Vaticano. Per questo un segnale forte deve arrivare dall’Unione Europea”.

    La Diocesi di Milano, però, ha istituito nel 2019 il Referente per la tutela dei minori, ci sono stati protocolli e in generale passi avanti da parte del mondo cattolico.
    “Iniziative come gli sportelli per raccogliere le segnalazioni delle vittime di abusi non hanno senso, e le abbiamo anche denunciate al Garante della Privacy. Le vittime, in buona fede, rilasciano dichiarazioni che poi non si sa dove finiscono, senza alcun controllo sulla privacy. Dichiarazioni che poi finiscono anche nelle mani del legale del prete. Le denunce devono essere presentate all’autorità giudiziaria, e per ora a farlo sono solo le vittime e le loro famiglie. Bisogna evitare che sacerdoti sottoposti a indagini continuino a rimanere a contatto con i minori, magari dopo il trasferimento in altre città”.

    Quanti casi sta seguendo la vostra rete in Lombardia?
    “Stiamo seguendo sei casi, tra cui quelli di don Galli, don Tempesta, don Lucchina, dell’ex seminarista di Cuggiono. A Pavia siamo presenti nel processo a carico di don Silverio Mura, accusato di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero in provincia. La vittima di abusi, a Napoli, ha ottenuto intanto un risarcimento di circa 120mila euro”.

    Che cosa la spinge ad andare avanti?
    “Ho subito anch’io abusi, altrimenti solo un pazzo potrebbe portare avanti una battaglia del genere. Finora sono stato querelato 70 volte, e nessun giudice mi ha condannato”.

  • Materiale pedopornografico: arrestato don Nicola De Blasio, direttore Caritas di Benevento

    Materiale pedopornografico: arrestato don Nicola De Blasio, direttore Caritas di Benevento

    Un fulmine a ciel sereno sul Sannio: nella tarda serata di oggi è arrivata la notizia dell’arresto di don Nicola De Blasio, 55 anni, direttore della Caritas di Benevento e sacerdote ben conosciuto in tutto il capoluogo sannita, soprattutto per il suo straordinario impegno per i giovani ed in particolare al Rione Libertà, dove è parroco presso la Chiesa di San Modesto. I fedeli sono in rivolta dopo aver appreso la notizia: prevale l’incredulità, e c’è anche di parla di una presunta “vendetta”.

    L’accusa è delle più infamanti: la presunta detenzione di materiale pedopornografico. La scoperta sarebbe avvenuta quest’oggi su mandato della Procura di Torino: la Polizia Postale avrebbe scoperto sul computer in casa del parrocco immagini e video a sfondo sessuale e coinvolgenti minori, tutti in possesso del sacerdote. Ad assisterlo in questa battaglia legale ci sono gli avvocati Massimiliano Cornacchione ed Alessandro Cefalo. Don Nicola De Blasio, in attesa dell’udienza di convalida davanti al giudice per le indagini preliminari, si trova ai domiciliari, disposti dal sostituto procuratore Marilia Capitanio.

    Sconcerto generale con il diffondersi della notizia nel Sannio: in molti non credono all’ipotesi formulata dalla procura, e anzi puntano il dito contro una presunta “vendetta” contro il sacerdote. “Non ci credo neanche se lo vedo con i miei occhi” il commento più diffuso tra i fedeli. Ma non manca neanche chi lo difende ancora più apertamente: “Neanche sotto tortura ci crederei”. Don Nicola De Blasio infatti è particolarmente noto per il suo impegno soprattutto nel Rione Libertà del capoluogo sannita, e più volte è stato in prima linea nel difendere i più bisognosi.

    https://www.fanpage.it/napoli/materiale-pedopornografico-arrestato-don-nicola-de-blasio-direttore-caritas-di-benevento/

  • Sostituzione di persona. A processo don Silverio per 2 anni in parrocchia

    Sostituzione di persona. A processo don Silverio per 2 anni in parrocchia

    MONTÙ BECCARIA – È iniziato giovedì in tribunale a Pavia il processo contro don Silverio Mura, il sacerdote originario di Ponticelli, accusato e poi assolto in primo grado e in appello dall’accusa di abusi sessuali, che aveva abitato per oltre un anno, da ottobre 2016 a marzo 2018, a Montù Beccaria, ospite della parrocchia locale.

    Il sacerdote è stato rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona, in quanto, durante il suo soggiorno a Montù, avrebbe utilizzato il nome fittizio di Saverio Aversano (cognome della mamma). Il caso era stato sollevato da un gruppo di genitori del paese, che lo avevano riconosciuto in un servizio de Le Iene sui presunti abusi sessuali dei sacerdoti.

    Da quel momento era scattata una mobilitazione, anche con una lettera delle mamme a Papa Francesco, che aveva portato don Mura a lasciare Montù e a trasferirsi in un luogo segreto. A marzo e luglio 2019, poi, le sentenze in primo grado del tribunale ecclesiastico di Milano e in appello hanno fatto cadere le accuse più gravi, sulle quali è scattata anche la prescrizione della giustizia italiana. Mentre è rimasta quella di sostituzione di persona, per cui ora il prete napoletano è andato a processo.

    Tra le testimonianze della prima udienza c’è stata quella di Francesco Zanardi, presidente della rete “L’Abuso”, che ha presentato l’esposto da cui è scaturito il rinvio a giudizio.

    Lo stesso giorno dell’inizio del processo a Pavia, inoltre, in tribunale a Napoli il giudice Alessio Forzati ha depositato la sentenza che condanna in sede civile, nonostante l’assoluzione in sede ecclesiastica, don Mura a risarcire per oltre 200.000 euro Arturo Borrelli, uno dei due giovani che quasi 25 anni fa aveva denunciato il sacerdote, suo insegnante di religione alla scuola media Borsi di Ponticelli, per molestie.

    «Una sentenza che deve far riflettere e che deve far capire alle vittime di questi abusi che si può avere giustizia e che la verità può emergere anche a distanza di anni, con il reato in prescrizione» ha commentato a Fanpage.it Carlo Grezio, avvocato difensore di Borrelli. —

    Oliviero Maggi

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2021/10/31/news/sostituzione-di-persona-a-processo-don-silverio-per-2-anni-in-parrocchia-1.40871268?

  • Abusi sessuali, Don Silverio Mura dovrà risarcire Arturo Borrelli: “Sentenza storica, ora appello al Papa”

    Abusi sessuali, Don Silverio Mura dovrà risarcire Arturo Borrelli: “Sentenza storica, ora appello al Papa”

    Arturo Borrelli è felice ma il dolore non passa. Sa di aver vinto una battaglia storica, come sottolinea anche il suo avvocato Carlo Grezio. Insieme al collega Salvatore Conte infatti è riuscito a ottenere un risarcimento, di oltre 200 mila euro, in favore di Arturo. L’uomo in questi anni ha sempre raccontato di aver subito degli abusi da parte di Don Silverio Mura, parroco che ha conosciuto quando era piccolo, a scuola. Accanto al nome di Mura, nel dispositivo che ci mostrano gli avvocati, c’è anche il nome del MIUR, il Ministero dell’istruzione, ricerca e università. Come spiega l’avvocato Grezio infatti, «il giudice  dice che è soltanto in quel momento (a scuola ndr) che possiamo individuare l’occasione per la consumazione degli abusi, perché se non si fossero incontrati in quella occasione Silverio Mura e Arturo Borrelli non si sarebbero mai conosciuti».

    La sentenza arriva al termine di un processo civile. Va precisato che il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano aveva ritenuto Don Silverio Mura innocente. Solo nel 2009, ormai adulto, dopo essersi sentito male, Arturo inizia un percorso di terapia che lo porta a comprendere quanto racconta sia avvenuto da bambino. Troppo tardi tuttavia per chiedere che quanto racconta sia giudicato in un processo penale, ma non per un processo civile. «È stato ottenuto un risarcimento del danno a distanza di oltre 30 anni dai fatti che costituiscono reato, spiegano gli avvocati Grezio e Conte, e che hanno causato appunto il danno. In questo caso il signor Borrelli soltanto nel 2009 ebbe una forte crisi di attacchi di panico e uno svenimento e si sottopose poi successivamente alla terapia. Successivamente nei 5 anni dal momento in cui lui comprese grazie al Dottor Rossi che tutti quei sintomi, erano il danno che si manifestava successivo alle violenze subite. È stata interrotta la prescrizione quinquennale e si è potuto dare avvio al giudizio civile, per poter accertare incidentalmente il reato di violenza carnale commesso su Arturo Borrelli e chiedere però in quella sede soltanto il risarcimento del danno, non chiaramente l’inflizione di una pena detentiva».

    Arturo però, dopo questa vittoria, non vuole fermarsi. Ha chiesto e ottenuto un incontro con don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli. E lancia un appello a Papa Francesco: «Non mi arrenderò finché il sacerdote Don Silverio Mura non farà più il prete».

    https://www.fanpage.it/napoli/abusi-sessuali-don-silverio-mura-dovra-risarcire-arturo-borrelli-sentenza-storica-ora-appello-al-papa/

  • Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Sono all’incirca le 10,40 del 28 ottobre 2021, mi trovo a Pavia in tribunale. Al mio fianco, poche seggiole più avanti, don Silverio Mura che attende di essere interrogato dai giudici avrebbe utilizzato un nome falso (Saverio Versano) per far perdere le tracce e sfuggire alle accuse che lo vedevano indicare da più persone a Napoli, per abuso di minore.

    Suona il telefono ed è Arturo Borrelli che mi annuncia la sentenza appena uscita a Napoli che condanna don Silverio al pagamento dei danni e delle spese. Insieme a lui responsabile anche la scuola statale di Cicciano, dove il Mura aveva adescato 30 anni fa quel ragazzino, Arturo.

    Una vicenda lunga e dolorosa dove Borrelli e sua moglie hanno dovuto affrontare la dolorosa morte di uno dei loro tre figli appena 18enne.

    Una battaglia che ho seguito dall’inizio e durante la quale ho sofferto insieme alla famiglia Borrelli, che nel frattempo ha perso anche il lavoro.

    Arturo Borrelli è il primo assistito che la Rete L’ABUSO ha seguito quando pochi mesi prima del 2010, io ed altri 8 folli come me, decisero di dare vita a quella che oggi è una delle più attive associazioni europee. Certo all’epoca sembravamo più un’armata Brancaleone che nulla a vedere con l’organizzazione che siamo diventati oggi. Una struttura gratuita per le vittime, che conta solo in Italia 23 avvocati specializzati e radicati sul territorio.

    Come Presidente non posso che esprimere la mia felicità per questa vittoria, che purtroppo non risolverà quanto accaduto, ma è davvero importante per il nostro associato, soprattutto sotto l’aspetto emotivo e personale.

    I miei complimenti vanno naturalmente anche all’avvocato Carlo Grezio e alla dottoressa Luisa D’Aniello, grazie alla cui professionalità è stato possibile ottenere questa vittoria che ha reso giustizia su fatti datati e risalenti a trenta anni fa.

    Zanardi