Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La disinformazione criminale de Il Tempo: «La pedofilia nella Chiesa è tutta colpa dei gay e di papa Francesco»

    La disinformazione criminale de Il Tempo: «La pedofilia nella Chiesa è tutta colpa dei gay e di papa Francesco»

    Ciclicamente l’integralismo cattolico è solito alimentare odio contro i gay nel tirare fuori la solita bugia che riguarderebbe una correlazione tra omosessualità e pedofilia. Si tratta di una correlazione che è stata statisticamente smentita, ma che viene fomentata da tutti quei personaggi che hanno una convenienza politica ed economica nel fomentare una disinformazione criminale che potrebbe dar potere alle potentissime lobby di estrema destra statunitense e alle loro mire totalitariste per l’imposizione di una sharia cristiana che porti allo sterminio di chiunque non si uniformi al loro pensiero unico.
    A fomentare questa disinformazione criminale è anche Il tempo di Roma, un quotidiano che ha avuto il coraggio di dare spazio alle folli teorie di Roberto de Mattei, ossia il proprietario di una lunga lista di realtà omofobe come Corrispondenza Romana, Nocristianofobia eRadici Cristiane. Ma non solo, De Mattei risulta anche un personaggio che ha preso parte ai summit di Putin destinati agli integralisti di estrema destra a cui è stato affidato il compito di distruggere l’Unione Europea per favorire il progetto di una nuova realtà geopolitica che veda l’Europa e l’Asia sottomesse a Mosca.

    In un articolo pubblicato il 12 ottobre 2016 da Corrispondenza Romana viene spiegato il senso dell’articolo che Roberto de Mattei ha pubblicato sulle pagine de Il Tempo l’8 ottobre 2016;

    Il quotidiano Il Tempo di Roma, diretto da Gian Marco Chiocci ha pubblicato, l’8 ottobre, un’ampia inchiesta dedicata alla diffusione della pedofilia nel clero italiano. Un triste fenomeno che vede finora 130 sacerdoti condannati e 100 sotto processo. Per sradicare il fenomeno, ha dichiarato don Nicola Bux, in un’intervista allo stesso quotidiano, «bisognerebbe avere il coraggio di dire che la pedofilia è connessa all’omosessualità. Tutti lo negano, ma gli studi e gli esperti affermano che è così». 

    Si passa poi a sostenere che la pedofilia nel clero sia stata combattuta solo da benedetto XVI e che Papa Francesco l’abbia sottovalutata in virtù di una tolleranza eccessiva verso i gay che secondo De Mattei sarebbero la causa di ogni male:

    La diffusione della pedofilia nel clero è una delle tante manifestazioni della profonda crisi morale esplosa negli ultimi decenni all’interno della Chiesa. Benedetto XVI, che nella Via Crucis del 2005 denunciò la «sporcizia nella Chiesa», in molte dichiarazioni, tra cui la Lettera ai cattolici di Irlanda del 19 marzo 2010, si è sempre espresso per una linea di estremo rigore contro gli abusi del clero, sottolineando l’urgenza di una riforma morale della Chiesa. […] Inoltre, secondo il sociologo Philip Jenkins, uno dei principali studiosi della pedofilia nel clero, il tasso di sacerdoti condannati per abusi su minori varia, a seconda delle aree geografiche, dallo 0,2% all’1,7% del totale, mentre per i ministri protestanti va dal 2 al 3%. Negli Stati Uniti, in particolare, la presenza di pedofili è da due a dieci volte più alta tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici.
    La statistica è importante perché, dal momento che i pastori protestanti si sposano, dimostra che il problema non è in alcun modo legato al celibato dei sacerdoti. Un altro studio del John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, citato dal sociologo Massimo Introvigne, attesta che oltre l’80% dei preti incriminati per pedofilia risultano di orientamento omosessuale.
    Il che, se non stabilisce l’equivalenza tra omosessualità e pedofilia, conferma che la soluzione del problema non sta nel matrimonio dei preti. Va anche detto che all’interno della Chiesa cattolica, si è diffusa una cultura relativista ed edonista ed esistono oggi seminari, collegi, istituti religiosi, in cui l’omosessualità, o almeno una tendenza omosessuale, è considerata come irrilevante dal punto di vista morale e pacificamente tollerata. Ma l’omosessualità che a differenza della pedofilia non è un reato, resta un peccato grave per la Chiesa cattolica e la sua diffusione all’interno del clero dovrebbe provocare nelle gerarchie ecclesiastiche un allarme che finora è mancato.
    Il vero problema sta nel fatto che la crisi morale della Chiesa si accompagna alla sua crisi dottrinale. La Chiesa invece di convertire il mondo alla legge del Vangelo, sembra voler piegare il Vangelo alle esigenze del mondo. E’ la strada che pare indicare l’Esortazione Amoris laetitia di papa Francesco, il cui equivoco di fondo sta proprio in questo: l’illusione che, accogliendo con “misericordia” le tendenze amorali della cultura contemporanea, sia la società e non la Chiesa a rinunciare alla propria identità.

    Chiaramente i dati citati da De Mattei sono falsi. In questo articolo di disinformazione viene riproposta la medesima teoria sostenuta ad agosto da Mario Afdinolfi, anche se in entrambi i casi si è dinnanzi ad una bugia volta a creare odio sulla base di mera menzogna: il John Jay College ha infatti rilevato che none esiste alcuna correlazione, affermando nero su bianco che «la ricerca ha evidenziato come non esista alcuna prova statistica che i preti gay abusino i minori più dei preti eterosessuali».
    Sarà che la disinformazione delle lobby neofasciste è solita creare una falsa realtà e continuare a ripetere false teorie allo scopo di ingannare i bigotti che magari non andranno a verificare ciò che viene propinato loro nel nome di Dio, ma l’evidenza è assai diversa. Ed è altrettanto falso voler liquidare con qualche dato la questione degli effetti devastanti del celibato obbligatorio che la Chiesa ha imposto ai preti a partire dal XII secolo, dato che evidenze schiaccianti parrebbero dimostrare che vi sia una correlazione significativa con la pedofilia.

    Ma forse, il tema più importante è l’attacco a Papa Francesco a fronte dello scisma che laFondazione Lepanto (ossia l’organizzazione di Roberto de Mattei) e i lefebvriani (praticamente sinonimo di Forza Nuova e di ProVita) vorrebbero nel nome dell’odio contro gay, immigratati e chiunque fosse sgradito al Terzo Reich. Perché qui Dio non c’entra nulla, c’entra la geopolitica e c’entra il potere: Dio è solo uno strumento da sfruttare come arma politica per ottenere l’approvazione di chi segue chiunque citi a casaccio un qualche versetto biblico decontestualizzato o che cita a casaccio un qualche prete (non è un caso se Cascioli, Amato o Brandi siano soliti infarcire i loro articoli di nomi di preti,, quasi come se ciò bastasse a rendere “cristiana” la loro crociata di morte per profitto politico e anti-cristiano).

    http://gayburg.blogspot.it/2016/10/la-disinformazione-criminale-de-il.html

  • La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

    La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

    (di Roberto de Mattei) Il quotidiano Il Tempo di Roma, diretto da Gian Marco Chiocci ha pubblicato, l’8 ottobre, un’ampia inchiesta dedicata alla diffusione della pedofilia nel clero italiano. Un triste fenomeno che vede finora 130 sacerdoti condannati e 100 sotto processo. Per sradicare il fenomeno, ha dichiarato don Nicola Bux, in un’intervista allo stesso quotidiano, «bisognerebbe avere il coraggio di dire che la pedofilia è connessa all’omosessualità. Tutti lo negano, ma gli studi e gli esperti affermano che è così». Riportiamo l’editoriale di Roberto de Mattei apparso su Il Tempo, con il titolo Crisi morale e dottrinale.

    La diffusione della pedofilia nel clero è una delle tante manifestazioni della profonda crisi morale esplosa negli ultimi decenni all’interno della Chiesa. Benedetto XVI, che nella Via Crucis del 2005 denunciò la «sporcizia nella Chiesa», in molte dichiarazioni, tra cui la Lettera ai cattolici di Irlanda del 19 marzo 2010, si è sempre espresso per una linea di estremo rigore contro gli abusi del clero, sottolineando l’urgenza di una riforma morale della Chiesa.

    Talvolta però la pedofilia viene strumentalmente utilizzata per squalificare il clero nel suo complesso e per proporre l’abolizione del celibato come soluzione del problema. In realtà la pedofilia non riguarda che una minima parte del clero e l’esistenza di preti pedofili non deve farci dimenticare l’esistenza di sacerdoti ingiustamente accusati come don Giorgio Govoni, un parroco della Bassa Modenese, accusato, alla fine degli anni Novanta, da un’assistente sociale, di guidare un gruppo di “satanisti pedofili”. La Corte di Cassazione confermò nel 2002 la sentenza della Corte d’Appello di Bologna secondo cui il sacerdote era stato ingiustamente calunniato. Ma intanto don Govoni, stroncato dalla vergogna, il 19 maggio 2000 era morto di infarto nello studio del suo avvocato.

    Inoltre, secondo il sociologo Philip Jenkins, uno dei principali studiosi della pedofilia nel clero, il tasso di sacerdoti condannati per abusi su minori varia, a seconda delle aree geografiche, dallo 0,2% all’1,7% del totale, mentre per i ministri protestanti va dal 2 al 3%. Negli Stati Uniti, in particolare, la presenza di pedofili è da due a dieci volte più alta tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici.

    La statistica è importante perché, dal momento che i pastori protestanti si sposano, dimostra che il problema non è in alcun modo legato al celibato dei sacerdoti. Un altro studio del John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, citato dal sociologo Massimo Introvigne, attesta che oltre l’80% dei preti incriminati per pedofilia risultano di orientamento omosessuale.

    Il che, se non stabilisce l’equivalenza tra omosessualità e pedofilia, conferma che la soluzione del problema non sta nel matrimonio dei preti. Va anche detto che all’interno della Chiesa cattolica, si è diffusa una cultura relativista ed edonista ed esistono oggi seminari, collegi, istituti religiosi, in cui l’omosessualità, o almeno una tendenza omosessuale, è considerata come irrilevante dal punto di vista morale e pacificamente tollerata. Ma l’omosessualità che a differenza della pedofilia non è un reato, resta un peccato grave per la Chiesa cattolica e la sua diffusione all’interno del clero dovrebbe provocare nelle gerarchie ecclesiastiche un allarme che finora è mancato.

    Il vero problema sta nel fatto che la crisi morale della Chiesa si accompagna alla sua crisi dottrinale. La Chiesa invece di convertire il mondo alla legge del Vangelo, sembra voler piegare il Vangelo alle esigenze del mondo. E’ la strada che pare indicare l’Esortazione Amoris laetitia di papa Francesco, il cui equivoco di fondo sta proprio in questo: l’illusione che, accogliendo con “misericordia” le tendenze amorali della cultura contemporanea, sia la società e non la Chiesa a rinunciare alla propria identità. (Roberto de Mattei, in Il Tempo, 8 ottobre 2016)

    La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

  • Pedofilia: diocesi NY risarcirà vittime abusi preti

    Pedofilia: diocesi NY risarcirà vittime abusi preti

    L’arcidiocesi di New York ha creato un fondo per risarcire le vittime di abusi sessuali, in particolare di pedofilia da parte del clero.

    Lo ha annunciato lo stesso cardinale Timothy Dolan, vescovo della città, nella speranza che la decisione possa aiutare a portare pace a coloro che hanno subito abusi sessuali da parte del clero dell’arcidiocesi.

    Secondo un comunicato ufficiale, i risarcimenti saranno effettuati tramite un programma che prevede la creazione di un fondo che interesserà 170 casi avvenuti negli ultimi 40 anni. Ogni vicenda personale sarà esaminata da un’apposita commissione, mentre, come ha sottolineato il cardinale Dolan, la Chiesa provvederà a risolvere internamente lo scandalo degli abusi. Tra i componenti della commissione esaminatrice ci sono l’avvocato Kenneth R. Feinberg, che ha supervisionato i risarcimenti per le vittime degli attacchi dell’11 settembre e l’ex capo della polizia di New York, Ray Kelly.

    “Le vittime di abusi – ha spiegato il cardinale Dolan – sono invitate a partecipare a quello che consideriamo un programma impegnativo mentre quelle che non si sono ancora presentate per denunciare quanto avvenuto, potranno farlo a partire dal prossimo gennaio”.

    Il programma, infatti, nella prima fase interesserà soltanto coloro che hanno già presentato denuncia di abusi.

    L’arcidiocesi ha anche sottolineato che non è stato stabilito un tetto per i risarcimenti. E, come è avvenuto con il fondo creato per le famiglie delle vittime dell’attentato dell’11 settembre, chiunque accetterà di essere risarcito non potrà in seguito fare causa alla Chiesa cattolica.

    Secondo quanto riferiscono alcuni media americani, il programma è finito immediatamente sotto accusa perché viene considerato un tentativo di impedire alle vittime di fare causa. Inoltre, le persone che già si sono fatte avanti presentando accuse di abusi sessuali hanno tempo soltanto entro la fine dell’anno per fare richiesta di risarcimento.

    Un rappresentante del gruppo “Survivors network of those based by priests” ha sottolineato che il piano è troppo poco e viene troppo tardi. “Questo fondo per i compensi – ha detto – è un’altra tattica di Dolan per evitare rivelazioni”.

    sda-ats

    http://www.swissinfo.ch/ita/pedofilia–diocesi-ny-risarcir%C3%A0-vittime-abusi-preti/42499824

  • Non chiamateli Padri

    Non chiamateli Padri

    intervista a Federico Tulli
    di Francesca Palazzi Arduini
    Abusi su minori commessi da sacerdoti e uomini di chiesa. La reticenza della politica e dei media. Le responsabilità degli ultimi tre papi: Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.
    Ce ne parla Federico Tulli, unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani dall’unità ai nostri giorni.

    Federico Tulli, giornalista e scrittore, ha pubblicato nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, il libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro. Nel 2014, con la stessa editrice, ha pubblicato: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. I due libri inquadrano il problema nel più vasto panorama della corruzione all’interno della Chiesa, a livello mondiale e poi nazionale, esaminando anche i legami del fenomeno della pedofilia del clero con la tradizione culturale religiosa, rispetto allo status del bambino come persona, alla concezione della segretezza e del sacro, alla sessuofobia e omofobia.
    L’abbiamo incontrato per approfondire l’argomento, in quanto unico giornalista ad aver avuto il coraggio di pubblicare due inchieste sui casi italiani, cercando tra silenzi, omissioni e bugie.

    Profilo criminale e patologico

    Il film “Il caso Spotlight” ha vinto lo scorso marzo l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura. Ciò ha riportato alla ribalta il tema della pedofilia del clero cattolico nel mondo; abbiamo tutti notato che alla fine del film, nei titoli di coda che riportavano un elenco dei casi internazionali più discussi, non era presente nessun caso italiano. Interpellando il sito che costituisce il database più noto negli USA sui casi di pedofilia, BishopAccountability.org, ci è stato risposto che dall’Italia non ricevevano indicazioni sui casi, in effetti sulla stampa italiana le segnalazioni raramente compaiono in prima pagina e vengono rilanciate in altre lingue. Cosa ne pensi?
    L’attenzione della stampa e la sensibilità dell’opinione pubblica è particolarmente sviluppata nei Paesi in cui le istituzioni hanno fatto luce sulla portata della diffusione di questa tipologia di crimine nella società. Mi riferisco, solo per citarne alcune, alle Commissioni d’inchiesta – governative oppure miste Stato/Chiesa – che in Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Australia, Germania hanno dato un nome, rimasto segreto per decenni, a migliaia di sacerdoti pedofili. Evidenziando complicità a tutti i livelli, dei vescovi con i preti pedofili, delle autorità civili con i vescovi, e restituendo dignità, purtroppo però raramente giustizia per via della prescrizione, a decine di migliaia di vittime a loro volta inascoltate per decenni.
    In Italia né lo Stato né la Chiesa hanno mai preso in considerazione l’idea di un’indagine su scala nazionale. Nemmeno è stata mai avvertita l’esigenza quanto meno di mappare e monitorare il fenomeno della pedofilia in generale e di quella clericale in particolare, con l’obiettivo di fare prevenzione. Ho chiesto di persona a un ministro per le Pari opportunità (Mara Carfagna) e al portavoce della Santa Sede (mons. F. Lombardi) come mai l’Italia – dove vivono oltre 30mila sacerdoti – non prende esempio da altri Paesi molto simili al nostro per tradizione cattolica: perché da noi il problema non sussiste, mi è stato risposto da mons. Lombardi. Ho scritto Chiesa e pedofilia, il caso italiano pure per verificare la fondatezza della sua replica e dopo quasi 300 pagine di inchiesta e di analisi sono giunto a una conclusione opposta. Avvalendomi, oltre ai pareri di esperti in diverse discipline (storia, psichiatria, giurisprudenza, filosofia politica, ecc.), delle durissime conclusioni della Commissione Onu sui diritti dell’infanzia (febbraio 2014) che nessuno in Italia tranne me si è preso la briga di tradurre integralmente e rendere pubbliche in italiano. Tuttavia anche solo i numeri che si ricavano mettendo insieme le notizie di stampa – invero frammentate, scarne e spesso relegate in cronaca locale – lasciano intuire che c’è un problema serio da affrontare.
    Dal 2000, 170 sacerdoti sono stati condannati in via definitiva per abusi. Oltre 60 sono quelli denunciati oppure in attesa di una sentenza definitiva. La maggior parte delle 226 diocesi italiane è stata interessata da almeno un caso. E questi sono i fatti noti. Ciò che non sappiamo è quanti sono e dove vivono oggi i sacerdoti italiani dimessi dallo stato clericale in seguito a una sentenza di condanna per abusi emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e una volta cacciati dalla Chiesa nessuno si prende la briga di fare i loro nomi alla polizia.
    Nemmeno la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia è riuscita a ottenere questa informazione sebbene la Santa Sede (di cui la Cdf fa parte) abbia ratificato la relativa Convenzione che vincola i Paesi aderenti a emanare leggi che tutelino in ogni modo i diritti e l’incolumità dei bambini. È facile immaginare quanto invece siano a rischio diritti e incolumità dei bambini laddove ad un pedofilo è consentito di circolare liberamente mantenendo l’anonimato. Stiamo parlando di un profilo criminale e patologico equiparabile a quello di un serial killer – non si ferma fino a quando non viene preso e isolato -, tuttavia la priorità per la Chiesa e per papa Bergoglio quando annuncia la “tolleranza zero”, è che il prete stia lontano dai luoghi di culto: perché l’abuso di un minore è un peccato in violazione del VI comandamento, quindi un’offesa a Dio. Non c’è un giornale italiano che abbia mai evidenziato questo aspetto che invece è centrale perché la pedofilia non è un delitto contro la morale, ma un crimine violentissimo contro esseri umani in carne e ossa.

    Nel film “Il caso Spotlight” è stato dato rilievo alla linea giornalistica del Boston Globe, per la quale era necessario denunciare il “sistema” di coperture dato ai casi di pedofilia da parte di preti, svelando la responsabilità dei vescovi in questa trama di copertura e spostamenti dei preti predatori verso parrocchie sempre nuove. La denuncia del sistema richiedeva un’indagine completa sui rapporti tra denuncianti, preti, vescovi, autorità di polizia e della magistratura. In Italia è stato mai fatto qualcosa di simile?
    Sono state fatte diverse inchieste su singoli casi, sono state raccontate tante storie in alcuni libri, ma un lavoro d’inchiesta capillare come quello condotto dal team di Spotlight ha scarse possibilità di essere realizzato. Viviamo nel Paese in cui un magistrato, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla pedofilia è stato messo sotto inchiesta dal ministro della Giustizia per aver evidenziato la scarsa propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti casi di cui vengono a conoscenza. È accaduto nel 2010 all’allora capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno.
    Intervistato da Il Giornale nel pieno degli scandali che stavano sconvolgendo mezza Europa, Forno disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Qualche giorno dopo il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio.

    Politica genuflessa e complice

    In Europa il numero delle richieste di sbattezzo è aumentato in seguito agli scandali per pedofilia, anche in coincidenza con inchieste scomode, anche televisive, si pensi al documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” del 2006. Proprio in Irlanda, nel 2010, dopo aver raccolto centinaia di migliaia di moduli di sbattezzo, il sito “Countmeout” chiude i battenti per il rifiuto della Chiesa irlandese di accettare le notifiche. Quanto pensi avrebbe potuto incidere in Italia, ad esempio rispetto alla campagna omofoba condotta da una parte del clero contro le unioni civili (vedi quella del cardinal Bagnasco), una più esaustiva informazione sui reati di pedofilia commessi da preti omosessuali sessualmente repressi?
    In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa. Tutte le notizie principali (politica, economia, finanza e scandali) che passano attraverso i media generalisti sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè accreditati e formati presso la Sala Stampa vaticana. Il quadro si è ancor più definito negli ultimi tre anni con l’ascesa del gesuita Bergoglio al soglio pontificio. Papa Francesco e il suo staff curano in maniera maniacale la comunicazione perché devono ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa cattolica e apostolica romana devastata dai crimini compiuti durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. La mala-gestione della Curia romana, dello Ior e della pedofilia, oltre alla crociata in difesa dei cosiddetti valori non negoziabili il più delle volte condotta sulla pelle delle donne (aborto, fecondazione assistita), sono risultati fatali a Benedetto XVI e hanno acuito notevolmente il distacco dei fedeli dalla Chiesa. Basta citare il caso dell’Irlanda che di recente non a caso ha visto la vittoria dei sì al referendum in favore dei matrimoni gay. Nel 2005, quando Ratzinger si è insediato, il 67% della popolazione irlandese si dichiarava cattolica. Nel 2013 l’indice era sceso al 49%. In mezzo due grandi inchieste governative avevano scoperchiato oltre 50 anni di abusi insabbiati dalla Chiesa irlandese con la complicità di numerose istituzioni laiche, ai danni di circa 35mila piccoli fedeli e studenti delle scuole cattoliche. Uno studio commissionato nel 2012 dalla Pontificia accademia di Roma ha calcolato che il danno d’immagine provocato dalla sola pedofilia nel biennio 2010-2011 è costato alla Santa Sede 2mld di dollari in termini di mancati introiti: meno fedeli = meno offerte, meno testamenti, meno donazioni, ecc. In due parole: meno potere.
    In Italia, nonostante le Chiese vuote e dismesse, il calo inesorabile dei battesimi e dei matrimoni concordatari, l’aumento dei divorzi e delle convivenze, gli esoneri crescenti dall’ora di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, la pesante ingerenza del Vaticano e della Conferenza episcopale nella vita socio-politica rimane costante. E qualunque dichiarazione di papa Bergoglio ci viene proposta in maniera acritica e senza alcun contraddittorio.
    Complice la politica genuflessa; anche la Rai, in primis, che svilisce il ruolo di servizio pubblico di uno Stato laico ingolfando di papi, preti e monsignori i suoi programmi di intrattenimento e informazione. E complici, come dicevo, i media generalisti che tranne rari casi (il Corriere della Sera ad esempio, riguardo l’affaire Ior) raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista del Vaticano, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine. E poi ci sono i giubilei, le beatificazioni e le canonizzazioni. Veri e propri strumenti di auto-promozione a spese del contribuente italiano, glorificati dai media come se si trattasse del primo passo dell’uomo su Marte.

    Una visione distorta della realtà del bambino

    Uno studioso e politico italiano appartenente alla destra tradizionalista cattolica, Massimo Introvigne, ha dichiarato: “L’età della pubertà varia nei singoli casi, ma le stesse fonti – ai fini statistici – considerano “pedofilia” l’attività sessuale con minori di undici anni. Quando si parla di “pedofilia” per tutti i casi di rapporti sessuali di sacerdoti con minorenni si dice, semplicemente, una sciocchezza. Un sacerdote di trent’anni che scappa con una parrocchiana di sedici viola certamente la morale cattolica e secondo le leggi di molti paesi commette anche un reato, ma non è certamente un pedofilo. Né lo è, tecnicamente, chi va con una dodicenne per quanto il suo comportamento sia ripugnante e sia più che giusto sanzionarlo.” Nel tuo libro ci sono pagine importanti sulla concezione del bambino battesimato, sull’età della comunione e sulla confessione…
    Introvigne cita a sostegno delle sue affermazioni sulla pedofilia il Dsm, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma Introvigne è un sociologo, non un medico quindi ha una visione molto superficiale. Io nei miei due saggi per chiarire a chi legge cosa è la pedofilia intervisto medici, scienziati e ricercatori. Professionisti che hanno avuto in cura vittime e carnefici. Ad esempio, lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli evidenzia i tanti errori di fondo del Dsm. In particolare spiega che ciò che conta, secondo gli psichiatri americani, è il controllo razionale cosciente, improntato a valori morali di rispetto per l’infanzia, su di una situazione di conflitto intrapsichico.
    Dall’allusione all’implicazione morale si capisce perché il cattolico Introvigne si ispira al Dsm. E ancora, per farsi un’idea dell’attendibilità di certe fonti, se il Dsm-IV, come sottolinea lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, equipara la pedofilia al voyeurismo – come se fosse la stessa cosa collezionare mutandine e violentare un bimbo di 4 anni – l’ultima versione del Manuale distingue fra pedofili che «“desiderano” fare “sesso” con bambini e quelli che mettono in atto i loro “desideri”». In quest’ultima categoria rientrano i pedofili criminali, colti con le mani nel sacco. Questa distinzione è subdola perché prelude a una normalizzazione della pedofilia da considerare un orientamento sessuale come un altro. Un’idea che coincide niente affatto casualmente con quella del catechismo della Chiesa cattolica che parla di sesso fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». Cioè, Introvigne, il catechismo e il Dsm non distinguono la sessualità umana che in estrema sintesi è rapporto e desiderio, dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità. E soprattutto parlando di pedofilia come di attività sessuale “dimenticano” che il bambino non ha sessualità.
    C’è dunque di fondo una visione distorta della realtà umana del bambino. Un annullamento, per dirla in termini psichiatrici. Perché la sessualità comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno.
    È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è questa una delle tante drammatiche confusioni che sono state fatte sulla figura del bambino, per cui poi può essere torturato, violentato senza che sia considerato un crimine particolarmente grave. Al punto che spesso abbiamo sentito dire a degli uomini di Chiesa che è il bambino che provoca il sacerdote. Difatti come viene raccontato nel film “Spotlight”, c’è chi ha ritenuto sufficiente trasferire i preti violentatori da una diocesi all’altra. Non proprio una manifestazione d’interesse per le vittime.
    A completamento del quadro cito una frase pronunciata nel gennaio del 2014 da papa Francesco durante un’udienza generale: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato». Questo pensiero discriminatorio se da un lato “stranamente” non ha stimolato l’attenzione dei media, dall’altro ci aiuta a scoprire che le radici della complicità morale e materiale delle istituzioni vaticane con i preti pedofili affondano nella cultura cattolica. In questa frase c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano per cui, appunto, gli si può fare quel che si vuole. Nella quarta di copertina di Chiesa e pedofilia, il caso italiano ho voluto mettere la frase molto significativa con cui la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti commenta l’affermazione del papa: «Il problema è che nel cattolicesimo è sempre mancato il rapporto uomo-donna, e con esso si è sempre annullato il discorso della nascita umana, perché il bambino per la Chiesa non ha identità: l’identità gliela dà il battesimo».

    Ma l’abuso è un crimine seriale

    Nel film “Il caso Spotlight” si racconta dei contatti intercorsi tra la redazione e Richard Sipe, l’ex prete studioso di pedofilia nel clero, autore del libro “Il mondo segreto” sulla sessualità dei preti. Dalle sue ricerche condotte tra il 1960 e il 1985 sul clero, la percentuale di preti pedofili era del 6%, mentre i preti che nonostante il voto di celibato avevano rapporti sessuali con donne era di circa il 25%, e quelli omosessuali era del 15%.
    In una famosa nota sul blog di Alessandro Capriccioli (Metilparaben), nel 2007 si irrideva alla dichiarazione di Don Fortunato Di Noto il quale dichiarava che contrariamente a quanto diceva la stampa, i casi di pedofilia in Italia imputabili a preti erano solo l’1% del totale. Ciò in realtà dava come risultato che i preti erano dieci volte più pedofili dell’italiano medio. Cosa è cambiato da allora nei dati sulla pedofilia nel nostro Paese?
    Mentre all’estero, penso alla Gran Bretagna, per monitorare il fenomeno della pedofilia istituzioni e associazioni private collaborano alla costruzione di reti di conoscenze, di scambio e condivisione dei dati, in Italia, al di là delle dichiarazioni di principio, poco o nulla è stato fatto dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Il risultato è che i dati disponibili sono pochi e lacunosi, ottenuti più che altro grazie all’iniziativa di singole associazioni come il Telefono Azzurro. Non rendono pertanto conto di un fenomeno che rimane in larghissima parte sommerso, anche a causa della sua natura, nemmeno le cifre del ministero di Giustizia secondo cui in carcere si trovano oltre 1300 pedofili e i bambini abusati sono circa 150 l’anno.
    Il punto è che l’abuso su minori in molti casi avviene in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, hanno spesso la tendenza a insabbiare episodi di questo tipo. Anche le violenze che avvengono in ambito familiare difficilmente vengono segnalate. Telefono azzurro ha stimato che per ogni denuncia che arriva in commissariato ci sono almeno 140 casi che rimarranno per sempre sconosciuti.
    Un discorso simile vale per le statistiche dei pedofili intercettati dalle autorità ecclesiastiche. Come detto in precedenza, la Santa Sede oltre ai nomi dei preti pedofili non fornisce dati globali sul fenomeno. Per farsi un’idea ci si può affidare ad alcuni studi approfonditi realizzati a livello locale, come quello del John Jay College of Criminal Justice di New York pubblicato nel 2004 e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa sulla scia dell’inchiesta di Spotlight del 2002. Secondo la ricerca nei 50 anni precedenti oltre il 4% dei sacerdoti americani aveva compiuto almeno un abuso. Le critiche e i distinguo suggeriti da Introvigne riguardano proprio questa statistica. A lui farei rispondere direttamente da papa Francesco: «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento» dice Bergoglio in un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014). Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc).
    L’affermazione di Bergoglio non è mai smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo da Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600. Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.

    Dunque non si può ipotizzare il numero del rapporto tra casi denunciati alle autorità ecclesiali e casi denunciati alle autorità giudiziarie in Italia?
    Purtroppo no, come dicevo in precedenza, i casi denunciati all’autorità ecclesiastica sono vincolati al segreto pontificio. Nel 2014 di fronte a due commissioni delle Nazioni Unite (Diritti dell’infanzia, Contro la tortura) gli emissari di papa Bergoglio hanno dichiarato che la Santa Sede ha valutato circa 7000 denunce in dieci anni e che nel periodo in questione oltre 800 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa di Roma per aver compiuto abusi su minori. Ma i nunzi della Santa Sede hanno rifiutato di dire i loro nomi e le loro nazionalità.

    “La Santa Sede è la prima a non denunciare”

    Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
    Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
    Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
    È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
    Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
    Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
    Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

    La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
    La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
    La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
    Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

    A prescindere dai provvedimenti di natura canonico-giuridica della Chiesa, quali sono state secondo te in questi ultimi anni le politiche efficaci della Chiesa per evitare altri casi e altri scandali? C’è una tendenza a non far entrare più in contatto diretto i singoli preti in generale con i singoli bambini? E quanto può pesare invece nel proseguire del “sistema” la vocazione terzomondista del modello di chiesa di Bergoglio?
    Oltre a quanto già detto a proposito della Cei, il caso di don Inzoli mi porta a pensare che pochi per non dire nessuno all’interno della Chiesa si preoccupano concretamente dell’incolumità dei bambini. L’ex parroco di Crema ed ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà, due anni fa è stato condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede. Cito: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale».
    Lo scorso anno a gennaio, cioè sei mesi dopo la sentenza della Cdf, Inzoli se ne stava placidamente seduto in platea al Palazzo della Regione Lombardia dove si svolgeva un convegno sulla tutela dei valori della famiglia tradizionale. L’ex parroco era in seconda fila, davanti a lui sedevano Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Si dice che Inzoli sia stato anche il confessore di Formigoni ma non è questo il punto. Il punto è che la condanna a “una vita di preghiera e di umile riservatezza” evidentemente non impedisce a un sacerdote di partecipare alla vita pubblica. E risulta difficile pensare che ad esempio per le vie di Milano non si incontrino bambini.

    “Figli rubati” in Spagna e Argentina

    A proposito di uso, abuso ed educazione dei minori, vuoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro, “Figli rubati”?
    Si tratta di un libro-inchiesta nel quale faccio il punto sulla ricerca dei figli rubati ai desaparecidos durante le dittature sudamericane degli anni ’70. Secondo le Abuelas di Plaza de Mayo almeno 60 “figli rubati” che oggi hanno 35-40 anni potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Ma fino a oggi nel nostro Paese non è mai avvenuto un ritrovamento. Le famiglie a cui vennero venduti, in base al Piano di appropriazione dei bambini ordito dalla dittatura argentina, dovevano essere di provata fede cristiana e cultura occidentale. Perché avevano il compito di rieducarli per interrompere la catena di trasmissione delle idee marxiste di cui erano portatori i loro genitori naturali. Nel libro oltre a spiegare perché non si riesce a trovarli – e di mezzo c’è la Chiesa, la P2 e i cosiddetti servizi segreti deviati – indago sulle radici culturali di questa forma orrenda di violenza sui bambini. La cosa interessante è che l’inchiesta a un certo punto mi porta in Spagna nel bel mezzo della dittatura clerico-fascista di Franco.
    Quello che in pochi forse sanno è che durante i 36 anni di dittatura vennero sottratti alle donne repubblicane circa 30mila figli, i quali come poi avvenne in Sud America sono stati affidati a famiglie contigue al regime per essere rieducati… secondo valori cristiani e occidentali. Quello che è ancora meno noto è che dopo la morte di Franco e la fine della dittatura, l’appropriazione di bambini da strumento di repressione è diventata un vero e proprio business facendo della Spagna uno dei crocevia mondiali delle adozioni illegali. Secondo una stima del magistrato Baltasar Garzon, lo stesso che nel 1998 incriminò e fece arrestare Pinochet a Londra, tra il 1975 e il 1996 almeno 270mila neonati sono stati sottratti con l’inganno alle loro madri naturali. Che non erano più le donne repubblicane – si trattava infatti di ragazze madri, prostitute, figlie di “famiglie perbene” che non potevano abortire, ecc. – tuttavia le cliniche “specializzate” a gestire questi casi rimasero le stesse di cui si serviva Franco: strutture facenti capo in massima parte a congreghe, ordini e sette religiose cattoliche.

    Francesca Palazzi Arduini

    http://www.arivista.org/?nr=409&pag=31.htm

  • Barbara Blaine: “Oggi la Chiesa è più sicura ma servono le condanne”

    Barbara Blaine: “Oggi la Chiesa è più sicura ma servono le condanne”

    La fondatrice della Snap fu molestata da un prete negli Stati Uniti a dodici anni

    di ARTURO ZAMPAGLIONE

    NEW YORK – “Dal Vaticano arrivano solo parole e promesse, invece di azioni concrete per rimediare alla vergogna”. Barbara Blaine, fondatrice e presidente della Snap (Survivors network of those abused by priest), la più grande associazione americana (e mondiale) delle vittime degli abusi sessuali nella chiesa, non esulta affatto per l’ultimo “motu proprio” di Papa Francesco.

    “Sono triste, scettica, delusa”, dice la Blaine, che fu molestata da un sacerdote quando aveva appena 12 anni.
    La mobilitazione contro i preti pedofili è partita proprio negli Stati Uniti, dove, secondo gli ultimi dati di
    bishopsaccountability. com, 6.528 religiosi sono stati accusati di molestie (il 5,6 per cento del numero totale di sacerdoti) e le vittime superano quota 100mila. Ci sono state migliaia di cause giudiziarie, manifestazioni di protesta, indagini giornalistiche, mentre molte diocesi sono state costrette ad avviare le procedure fallimentari dopo aver pagato miliardi di dollari di risarcimento. Le associazioni delle vittime, a cominciare dalla Snap, sono sempre state una spina nel fianco per il Vaticano.

    Barbara Blaine, perché tanto scetticismo? Non è forse un tentativo, quello di Papa Bergoglio, di rendere più spedite le azioni contro i vescovi che hanno nascosto e protetto i preti pedofili?
    “Non è una questione di procedure giudiziarie, ma di volontà. Nel settembre scorso, sull’onda dell’indignazione e delle cause giudiziarie, il Papa decise l’istituzione di un tribunale ad hoc per processare i vescovi. A parte il fatto che dovrebbero essere la polizia e i magistrati, non il Vaticano, a compiere le indagini e a punire i colpevoli, che cosa è successo in questi nove mesi? Nulla. Tutto è rimasto fermo, come prima. Nessuno è stato punito”.

    Ma che cosa avrebbe potuto fare il Vaticano?
    “Come Sommo Pontefice, il Papa è come un monarca assoluto: ha il diritto di agire da solo, senza aspettare pareri o tribunali, come succede in tante altre occasioni quando qualche vescovo si discosta della linea della Chiesa. Basterebbe quindi che Francesco punisse subito, senza indugi, i vescovi complici dei pedofili e stabilisse il principio che, così come le donne e gli uomini sposati non possono diventare sacerdoti, anche i molestatori devono lasciare l’abito talare. Solo un’azione del genere potrebbe sconfiggere il nostro scetticismo e proteggere davvero i bambini nell’ambito della chiesa”,

    Non negherà, tuttavia, che negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti, almeno negli Stati Uniti.
    “Sì, la Chiesa è più sicura, grazie a tante vittime che hanno avuto il coraggio di superare la vergogna e denunciare i carnefici. Ma non basta. Dobbiamo fare di più per far rimarginare le ferite, soprattutto psicologiche. E occorre segnalare le ricorrenti ipocrisie del Vaticano”.

    Ipocrisie? Può farci degli esempi?
    “Purtroppo non mancano: cominciamo dal vescovo Robert Finn di Kansas City? Nel 2012 Finn fu condannato da un tribunale americano per non aver denunciato subito alla polizia, pur essendone a conoscenza, un sacerdote della diocesi che aveva scattato foto porno ad alcuni ragazzini. A dispetto della condanna, il vescovo è rimasto in carica per altri due anni: poi si è semplicemente “dimesso” dall’incarico, non è stato certo punito. E continua a conservare i privilegi”.

    Un altro esempio?
    “Lo avete adesso a Roma ed è persino più eclatante: quando era arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Law aveva nascosto alle autorità le malefatte di dozzine di sacerdoti. Alla fine è stato costretto

    ad andarsene da Boston, ma non ha dovuto rinunciare alla toga cardinalizia e gli è stata persino affidata la Basilica di Santa Maria Maggiore. E adesso, sotto Papa Francesco, il cardinale vive ancora nel Palazzo della Cancelleria all’ombra del Vaticano “.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/05/news/barbara_blaine_oggi_la_chiesa_e_piu_sicura_ma_servono_le_condanne_-141346836/

  • «La Chiesa pagò lobbisti per bloccare una legge a favore delle vittime dei preti pedofili»

    «La Chiesa pagò lobbisti per bloccare una legge a favore delle vittime dei preti pedofili»

    Lo scrive il tabloid New York Daily News citando documenti statali

    NEW YORK – La Conferenza Episcopale statunitense, guidata dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan, ha pagato tra il 2007 ed il 2015 2,1 milioni di dollari ad alcune società di lobbisti con l’obiettivo di bloccare l’approvazione di una legge, “Child Victims Act”, e di altre misure che avrebbero reso più semplice per le vittime dei preti pedofili fare causa alla chiesa cattolica.

    Lo scrive il tabloid New York Daily News citando documenti statali. Uno dei punti più osteggiati l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Attualita/1088693/-La-Chiesa-pago-lobbisti-per-bloccare-una-legge-a-favore-delle-vittime-dei-preti-pedofili-/

  • Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    La denuncia dei media: spesi 2 milioni di dollari per mantenere la prescrizione sugli abusi

    La Conferenza Episcopale statunitense, guidata dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan, ha speso tra il 2007 ed il 2015 ben 2,1 milioni di dollari per affidare ad una società di lobbisti il compito di bloccare l’approvazione di una legge, «Child Victims Act» che avrebbe reso piu’ semplice alle vittime dei preti pedofili fare causa alla chiesa cattolica. Lo ha scritto il New York Daily News citando documenti statali. Uno dei punti più osteggiati è l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori e l’apertura di una «finestra» di un anno per le vittime che non possono più fare causa in base alla legge vigente.

    La notizia ci riporta in pieno nella realtà magistralmente descritta nel film premio Oscar 2016 di Tom McCarthy «Il caso Spotlight» che ripercorre la storia vera trame vere di un’inchiesta realizzata tra il 2001 e il 2002 da un team di giornalisti del Boston Globe, che fece conoscere prima alla città (con la metà degli abitanti di religione cattolica) poi al mondo intero gli abusi sessuali su minori commessi da circa 90 sacerdoti cattolici e mai denunciati dalle autorità ecclesiastiche bostoniane. L’inchiesta del film si allarga fino a toccare molti altri e sempre più importanti esponenti della Chiesa cattolica di Boston, che furono poi accusati di aver coperto quegli abusi, temendone le ripercussioni mediatiche.

    Le inchieste del team Spotlight portarono in seguito alle dimissioni di Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984. Law si dimise – dopo molte pressioni – perché accusato di non aver denunciato pubblicamente i casi di pedofilia raccontati dal Boston Globe. Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams, nel film) ha detto che la storia del film si conclude nel momento giusto, altrimenti «avrebbe dovuto raccontare le dimissioni di Law e la quasi bancarotta dell’arcidiocesi di Boston».

    Michael Rezedes (Mark Ruffalo, nel film) ha detto, sempre parlando del momento in cui finisce Il caso Spotlight: «A quel punto la diga era esplosa. C’erano tutte queste vittime che pensavano di essere sole e soffrivano in silenzio. All’improvviso si sono rese conto di non essere sole. All’improvviso molte di loro volevano parlarne».

    Dal momento in cui finisce il film a oggi ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Dal luglio 2003 l’arcivescovo di Boston è lo statunitense Sean O’Malley, che si era già occupato di casi di pedofilia in altre diocesi. Nel settembre 2003 l’arcidiocesi di Boston pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di molte delle vittime di abusi e nell’agosto 2011 l’arcidiocesi di Boston ha pubblicato una lista con i nomi di 159 preti accusati di pedofilia. BBC scrive che il lavoro del team Spotlight fece partire «un effetto domino globale che ha portato a successive inchieste» in altre parti del mondo.

    Ora la notizia apparsa sul New York Daily News riaccende i riflettori sul vergognoso cerchio di omertà sulla pedofilia della Chiesa cattolica in Usa. Ancora non si è spenta negli States la richiesta ai vescovi Usa di di papa Francesco che ha visitato il paese nel settembre 2015: « Mai più crimini di pedofilia» Nel suo discorso ai vescovi incontrati nella cattedrale di San Matteo a Washington, il Pontefice ha ribadito che ci sono «alcune questioni che non è lecito mettere a tacere» come la pedofilia, la «ferita aperta» nel fianco della Chiesa. «Non si ripetano mai più i crimini» ha detto Bergoglio « ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti».

    P. Ser.

    http://www.iltempo.it/esteri/2016/06/01/vescovi-usa-contro-la-legge-anti-pedofili-1.1545508

  • Pedofilia, rigettato il ricorso  di monsignor Chiarenza

    Pedofilia, rigettato il ricorso di monsignor Chiarenza

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha respinto la difesa del sacerdote di Acireale già condannato in primo grado. La sua vittima oggi è ricercatore negli Usa

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha rigettato il ricorso presentato da Monsignor Carlo Chiarenza di Acireale, già condannato in primo grado nel luglio 2013 per abusi sessuali compiuti ai danni di Teo Pulvirenti, assistito dall’associazione antipedofilia «La Caramella Buona Onlus». «Non riesco a crederci – dichiara commosso Teo Pulvirenti da New York, dove lavora come ricercatore – avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della “Caramella Buona”, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa».

    La sentenza

    Dichiarato colpevole, a Chiarenza sono state comminate diverse pene canoniche tra le quali l’obbligo di dimora fuori dalla città metropolitana di Catania per tre anni in un luogo concordato tra il Vescovo di Acireale e il Vescovo ospitante, il divieto per tre anni di celebrare in pubblico la Santa Messa, il divieto perpetuo di confessare ed esercitare la direzione spirituale, e di ricevere in futuro incarichi ministeriali che possano comportare contatto con i minori. Oltre a queste misure il prete dovrà risarcire Teodoro Pulvirenti la vittima all’epoca dei fatti, con la somma di 50mila euro nel tempo massimo di 24 mesi dalla data della notifica di questo Decreto.«Qualora Mons. Chiarenza non ottemperasse alle pene suddette – si legge nel dispositivo – gli si impongano altre pene canoniche espiatorie di cui al CIC can 1336, non esclusa, dietro severo ammonimento e de mandatu Congregationis pro Doctrina Fidei, la dimissione dallo stato clericale».

     http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/catania/cronaca/16_aprile_14/acireale-condannato-sacerdote-pedofilia-dovra-risarcire-vittima-027548c2-027a-11e6-b078-9feb14f0aefb.shtml
  • Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    di Francesco Bonazzi

    In una delle scene più azzeccate del “Caso Spotlight”, il film sulla pedofilia nel clero americano che ha vinto l’Oscar, il cardinale di Boston convoca il nuovo direttore del locale Globe, ebreo e per questo sospettato di muoversi per pregiudizio religioso, e gli regala un catechismo per adulti. Insomma, lo invita a convertirsi e a non rompere le scatole. Eppure, anziché fare proselitismo in mondo tanto arrogante, sarebbe bastato aprire quel catechismo per ripassare alcuni concetti semplici e chiari: “Non commettere atti impuri” (sesto comandamento) e “Chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina” (Matteo, 18,6). Le regole spesso ci sono già, basta rispettarle. E le regole negli Stati Uniti sono importanti. Da quelle parti barare e mentire sono crimini (da noi decisamente un po’ meno). Forse sarà per questo che lo scandalo della pedofilia dall’altra parte dell’Oceano è una ferita ancora aperta. Una ferita che ha prodotto un film molto bello come questo, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer, e che ha costretto la Chiesa cattolica a rinnovarsi (e a svenarsi). La vicenda raccontata dal film è venuta fuori nel 2002 ed è stato grazie a un’inchiesta da manuale, di quelle come si facevano sulla carta stampata quando i giornalisti avevano il tempo di lavorare su un caso anche per diverse settimane.

    COPERTURE – Il Boston Globe, con un team di “inchiestisti” chiamato appunto “Spootlight”, riesce a inchiodare 90 sacerdoti dell’arcidiocesi e accusa il cardinalBernard Francis Law di aver coperto i preti pedofili. Alla fine Law verrà trasferito a Roma, dove fino al 2011 è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Non esattamente una diminutio. Ma si sa, la misericordia è una virtù. Il problema degli abusi sui minori nella Chiesa nord-americana, tuttavia, non riguardava solo il New England. Nel 2004, nel pieno degli scandali sulla pedofilia, la conferenza episcopale Usa affidò uno studio mirato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York per tentare di dare dei contorni più precisi al fenomeno. Ebbene, l’indagine confermò la fondatezza di 6.700 accuse nei confronti di 4.392 preti statunitensi tra il 1950 e il 2002, ovvero circa il 4% del totale. Gran parte dei casi erano stati maneggiati dalle varie diocesi nella massima segretezza, con risarcimenti diretti alle famiglie in cambio del silenzio totale. Ma dopo l’inchiesta del Boston Globe furono in molti a prendere coraggio e a uscire dall’ombra e dalla vergogna.

    SBANCATI – Qualche flash. La diocesi di Fairbanks, in Alaska, ha dovuto pagare un risarcimento a 150 vittime, per fatti avvenuto tra il 1950 e gli anni Ottanta, e alla fine ha dichiarato bancarotta. Per gli stessi motivi, ha finito per portare i libri in tribunale anche la diocesi di Milwaukee, nello stato del Wisconsin. Decine di casi sono emersi a Filadelfia, in Pennsylvania, e a Chicago la Chiesa ha patteggiato (o versato su condanna) circa 80 milioni di dollari, per un totale di circa 250 casi di pedofilia. A Los Angeles sono stati scoperti 113 sacerdoti, che nel 2007 sono “costati” alla loro diocesi la cifra-monstre di 660 milioni.

    LE SCUSE – Appena vinto l’Oscar, Michael Sugar, produttore de “Il caso Spotlight”, si è rivolto al Vaticano: “Papa Francesco, è ora di proteggere i bambini e di restaurare la fede”. Diciamolo, per la Chiesa di Roma questo film di enorme successo è un pugno nello stomaco perché riaccende i riflettori su uno scandalo planetario e riapre ferite ricucite a fatica e con esborsi di denaro notevoli. In ogni caso, è giusto ricordare che già due papi hanno risposto sulla pedofilia negli Usa. Ad aprile del 2008, Benedetto XVI andò a Washington in visita a George Bush e disse: “Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più”. Quanto a Bergoglio, ha fatto cose impensabili fino a qualche anno fa. Lo scorso 27 settembre, a Philadephia, ha voluto incontrare alcune vittime di preti pedofili e poi ha arringato duramente i vescovi: “Sappiate che mi vergogno per questi abusi, Dio piange. E i responsabili dovranno renderne conto”. Poi, certo, l’industria del cinema americano non fa mai sconti al Vaticano, dal Padrino parte terza, ad Angeli e Demoni fino a questo Spotlight da Oscar, passando per i meno noti Philomena di Stephen Frears e il durissimo Dogma di Kevin Smith.

    L’ammissione di Pell. In Australia fatti tremendi

    di Giorgio Ferrini

    Nelle stesse ore in cui “Il Caso Spotlight” conquistava la statuetta dorata dell’Oscar per il miglior film, c’era un cardinale che deponeva proprio in un processo sui casi di pedofilia. Non è stato mediaticamente fortunato George Pell, scelto da Papa Francesco come suo ministro dell’Economia per dare un segnale di rinnovamento e trasparenza nelle segrete stanze vaticane, ma ancora inseguito dall’onda lunga degli scandali sessuali avvenuti quando guidava l’episcopato australiano. Scandali  che ovviamente non dispiacciono più di tanto ai suoi avversari tra le Mura leonine (vedi articolo a fianco). Pell, 75 anni a giugno, ha testimoniato in videoconferenza dall’Hotel Quirinale di Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali su minori avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della prima di quattro deposizioni, che andranno tutte in scena in questi giorni, a partire dalle 22. Subito dopo la seduta di esordio, il porporato si è fatto ricevere da Bergoglio, al quale ha spiegato la propria linea difensiva.

    MEA CULPA – Nella prima deposizione Pell non si è nascosto dietro a un dito. “La Chiesa cattolica ha commesso errori tremendi, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi e ha deluso i fedeli”, ha ammesso l’ex arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo di che  ecco quasi uno slogan:  “Non sono qui a difendere l’indifendibile”. In quei giorni la Chiesa era “fortemente propensa” a prendere per buone le smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di “proteggere dalla vergogna l’istituzione”, ha continuato Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto alcuna conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat, in cui era viceparroco e assistente del vescovo Ronald Mulkearns.

    TRASFERIMENTI – Alla sua prima deposizione hanno assistito 14 vittime di abusi sessuali. Il cardinale ha ammesso che la maniera in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdaleè stato trasferito da una parrocchia all’altra, invece di essere denunciato alla polizia, è stata una “catastrofe” che gli ha consentito di continuare ad abusare di ragazzini. Ridsdale oggi è in carcere dopo essere stato condannato per 138 capi d’imputazione ai danni di ben 53 vittime. Che cosa c’entra con lui Pell? Solo una coincidenza: avevano condiviso l’alloggio quando erano giovani sacerdoti appena ordinati. Va detto che la modalità delle deposizioni è stata scelta per via delle condizioni di salute che  in questa fase non consentono a Pell di affrontare un lungo viaggio. Ma come ha raccontato Andrea Tornielli su Vatican Insider, il cardinale s’è comunque trovato in compagnia, visto che in albergo c’erano alcuni seminaristi australiani e una delegazione delle vittime che aveva organizzato una colletta per godersi la diretta italiana dell’audizione.
    Il ministro dell’Economia è divenuto sacerdote nel 1966 ed è diventato ben presto uno dei consiglieri di Mulkearns, accusato di aver sistematicamente insabbiato le denunce di pedofilia che toccavano  alcuni preti della sua diocesi. Non solo, l’ex vescovo avrebbe perfino nascosto dei documenti compromettenti, ovviamnente per il “buon nome” della Chiesa tutta. Va detto che invece a Pell viene solo addebitato di aver ospitato, in una zona dell’arcidiocesi della quale era responsabile, un sacerdote pedofilo. In Australia è però ritenuto da molti uno che “non poteva non sapere”,anche se lui ha sempre negato di essere stato a conoscenza tanto degli abusi quanto dei trasferimenti prudenziali di pedofili.

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

  • Lo scoop che ha fatto tremare la Chiesa

    Lo scoop che ha fatto tremare la Chiesa

    Poche ore prima di affrontare una tragedia che avrebbe cambiato il corso della storia contemporanea gli Stati Uniti dovettero fare i conti con un’altra drammatica realtà che minacciava il “sogno americano”. È il 10 settembre 2001 quando l’Università di Pennsylvania anticipa i risultati di una ricerca biennale sulla diffusione della pedofilia a livello nazionale. Lo studio rivela che un bambino su cento è vittima di crimini che vanno dalla prostituzione minorile alla pedopornografia ad altre forme di sfruttamento e violenza “sessuale”. Gli abusi sono consumati soprattutto in ambito familiare, nei luoghi di istruzione e in quelli di formazione sportiva. I più a rischio sono coloro che scappano di casa, spesso per sfuggire alle violenze, oppure chi è rimasto senza famiglia. In totale i ricercatori stimano almeno 300mila minori tra le vittime del mercato del “sesso” a pagamento. Femmine e maschi in egual misura. Si trattava di una scoperta senza precedenti che metteva a nudo le crepe di un modello sociale tutt’altro che esemplare ma l’America non ebbe tempo di interrogarsi. E l’attacco aereo di al-Qaeda alle Twin Tower di New York rimanderà di quattro mesi la presa di coscienza collettiva dell’esistenza di un cancro, profondamente radicato nella società Usa, che non aveva attecchito solo nelle case e negli istituti scolastici. All’inizio di gennaio del 2002 un’inchiesta del Boston Globe scoperchia infatti una botola su un pozzo che presto si rivelerà senza fondo: la pedofilia nel clero cattolico.
    Candidato a sei premi Oscar e a tre Golden Globe, il film di Tom McCarthy Il caso Spotlight che dal 18 febbraio esce nelle sale italiane distribuito da Bim, ricostruisce la capillare indagine giornalistica realizzata a partire dai primi mesi del 2001 che ha preceduto la pubblicazione dello scoop comparso dopo le feste natalizie del 2002 in prima pagina su uno dei quotidiani più popolari di Boston. Spotlight è il nome del pool dei giornalisti d’inchiesta del Globe, interpretati tra gli altri da Michael Keaton e Mark Ruffalo, i quali, resistendo alle pressioni e alle intimidazioni costanti ricevute dalle istituzioni laiche e da quelle religiose della città americana più “europea” e cattolica, riuscirono a portare alla luce un sistema sommerso fondato da decenni su abusi, omertà, totale assenza di trasparenza e complicità con i pedofili.
    Nel corso del 2002 il Boston Globe pubblicherà circa 600 articoli documentando un migliaio di casi di bambini vittime di abusi “sessuali” e psicologici, e le responsabilità di 70 preti pedofili tra cui spicca padre John Geoghan. Condannato a marzo 2002 per 10 stupri, costui era una sorta di serial killer la cui attività criminale era nota alle gerarchie ecclesiastiche di Boston. Le quali tuttavia si guardarono bene dal denunciarlo e, anzi, Geoghan fu sistematicamente protetto mediante trasferimenti in sei diverse parrocchie della diocesi ogni volta che i sospetti dei fedeli raggiungevano una soglia pericolosa. In questo modo, come è facilmente intuibile, fu inevitabile che si procurasse nuove vittime. Una responsabilità di cui si macchiò anche il Globe che fino al 2001 aveva di proposito ignorato alcune segnalazioni relative agli stessi casi di cui in seguito si è occupata la squadra di Spotlight, come la pellicola di McCarthy evidenzia con precisione.
    La svolta arriva con il cambio di direzione. È il neo-direttore Marty Baron (Liev Schreiber) a dare il via alla clamorosa inchiesta, il giorno stesso del suo insediamento. Emerge così che tutto ruotava intorno al potente arcivescovo di Boston, Bernard Law, e che ogni decisione – laica o religiosa – era finalizzata a inibire qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla Chiesa locale. Papa Wojtyla era già molto malato e all’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno in quegli anni più del carismatico Law, capo di una comunità di due milioni di fedeli, aveva la possibilità di diventare il primo pontefice americano della storia. Un pontefice di Boston. I giornalisti di Spotlight devono affrontare anche questa prospettiva trovando come unico alleato il diffidente avvocato Garabedian, legale delle vittime di Geoghan. Interpretato da Stanley Tucci, è lui a rendere l’idea della sfida in atto quando chiede al caparbio giornalista del Boston Globe (Ruffalo): «La Chiesa cattolica ragiona in termini di secoli, il suo giornale può resistere tutto questo tempo?».
    Via via che i giornalisti parlano con Garabedian, intervistano adulti molestati da piccoli e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, diventa evidente che l’insabbiamento degli abusi è sistematico e che il fenomeno è molto più esteso di quanto si potesse immaginare.

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