Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: new york

  • Caso Barros, a New York inizia bene la missione di Scicluna

    Caso Barros, a New York inizia bene la missione di Scicluna

    Cruz (vittima di abusi): «Per la prima volta mi sono sentito ascoltato. L’inviato del Papa ha pianto ascoltando i miei racconti sugli abusi di padre Karadima»   

    LUIS BADILLA ROMA

    È durato quasi quattro ore l’incontro a New York tra il giornalista cileno Juan Carlos Cruz e monsignor Charles Scicluna, inviato del Papa per la vicenda cosiddetta «Karadima-Barros», molto presente durante il recente viaggio di Francesco in Cile dal 18 al 21 gennaio. Ieri, sabato 17 febbraio, in una parrocchia di New York (Holly Name of Jesus di Manhattan), l’inviato speciale di papa Francesco ha parlato a lungo, senza limiti e senza fretta, con la vittima principale degli abusi del sacerdote cileno Fernando Karadima, processato e condannato sia in sede civile che in sede canonica. «Si è trattato di una riunione lunga e difficile», ha detto Cruz, e poi ha osservato piangendo: «Sono felice di aver potuto parlare con monsignor Charles Scicluna e con il padre Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si sono comportati molto bene con me. È la prima volta che sento che ci ascoltano».

    «Ci sono altre vittime, sino a oggi sconosciute. Non hanno mai parlato. Ecco alcuni nomi».

    Il giornalista cileno, la più nota vittima di Karadima, sacerdote che come è ben noto abusò inoltre anche di James Hamilton e Juan Andrés Murillo, che Scicluna ascolterà in Cile a partire del 20 febbraio, ha aggiunto visibilmente commosso: «Lui (Scicluna, ndr) ha pianto quando raccontavo le cose accadute. Ho sentito la sua grande compassione. Mi auguro che coloro che saranno da lui ascoltati in Cile sentano, alla sua presenza, lo stesso che ho sentito io».

    Juan Carlos Cruz, nelle brevi dichiarazioni rilasciate dopo l’incontro, ha precisato di aver consegnato a Scicluna i nomi di persone che a suo avviso hanno preso parte nelle tattiche dell’occultamento degli abusi così come una lista di altre persone vittime di questa tragedia e che non hanno mai consegnato un resoconto. Scicluna avrebbe detto a Cruz che farà di tutto per ascoltare anche queste nuove testimonianze sino a oggi completamente sconosciute.

    Infine, il giornalista ha raccontato che l’inviato del Papa non solo lo ha interrogato sulle «mie informazioni su Juan Barros», il vescovo di Osorno accusato di aver coperto quanto faceva padre Karadima, «ma anche sul cardinale Francisco Javier Errázuriz – arcivescovo emerito di Santiago del Cile – e su di tutto ciò che ha fatto; sul cardinale Ricardo Ezzati – attuale arcivescovo della capitale in regime di proroga – e su tutto ciò che non hanno mai fatto i vescovi, i responsabili della parrocchia El Bosque (luogo dei reati e crimini di Karadima). Abbiamo parlato anche di altri vescovi. Insomma, penso che la missione Scicluna stia andando oltre il caso Barros. L’inviato papale è molto empatico. Mi sembra un uomo buono che desidera portare a compimento un’indagine trasparente e indipendente. Vuole evitare qualsiasi interferenza. Ha letto le cose che ho scritto. Conosce bene il mio libro “La fine dell’innocenza”», documento in cui Cruz racconta la sua orrenda esperienza tra il 1981 e il 1995.

    http://www.lastampa.it/2018/02/18/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-a-new-york-inizia-benela-missione-di-scicluna-Ksx35epNYkzvGnS4bNR94M/pagina.html

  • Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Continuano le polemiche mentre si aspetta l’arrivo dell’inviato papale Scicluna: i dubbi per la richiesta del nunzio di ricevere in anticipo le testimonianze scritte 

    Mancano ormai pochi giorni all’arrivo di Santiago del Cile dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, il quale, dopo essere passato a New York per incontrarsi con il principale testimone, Juan Carlo Cruz, ex vittima di padre Fernando Karadima, ascolterà tutti coloro che ritengono di dover raccontare qualcosa sul caso del vescovo Juan Barros Madrid, attuale titolare della diocesi di Osorno. E a gettare scompiglio fra i possibili testimoni c’è la richiesta del nunzio apostolico Ivo Scapolo, il quale ha richiesto che questi mettano per iscritto quanto diranno a Scicluna e che lo consegnino o lo inviino entro venerdì alla nunziatura di Santiago.

    Come si ricorderà Barros, uno dei giovani preti formati dal carismatico Karadima scopertosi poi un abusatore seriale, è accusato di essere stato a conoscenza degli atteggiamenti del suo mentore. Papa Francesco fino a qualche giorno fa era sembrato non credere a queste accuse: nel 2015 aveva nominato Barros ad Osorno, invece di suggerirgli un anno sabbatico o di accogliere la rinuncia che il prelato aveva onestamente presentato.

    Secondo Bergoglio non c’erano «evidenze» per procedere diversamente, ma allo stesso tempo il Pontefice si era detto disposto a cambiare opinione e a intervenire nel caso gli fossero stati presentati altri elementi. Qualcosa è accaduto dopo il viaggio in Cile dello scorso gennaio. E la decisione di Francesco è stata quella di inviare uno degli ecclesiastici più preparati nel raccogliere e vagliare testimonianze relative ai presunti abusi dei chierici. Scicluna, per l’appunto.

    La scelta di inviare l’ex promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della fede che ha collaborato con l’allora cardinale Joseph Ratzinger per rinnovare l’approccio dell’autorità ecclesiastica verso questi casi e ha personalmente condotto l’inchiesta contro il potente fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado, attesta senza alcun dubbio la determinazione di Papa Bergoglio nel voler chiarire definitivamente il caso.

    Va detto che molti tratti della vicenda rimangono fumosi. Barros non è stato mai accusato da alcuno di aver commesso abusi o di aver tenuto comportamenti scorretti nei confronti di minori. Inoltre, e anche questo è importante, Barros nei suoi ormai 23 anni di episcopato – da ausiliare di Valparaiso, da vescovo di Iquique, da Ordinario militare e ora da vescovo di Osorno – non è mai stato accusato di aver “copertoˮ preti pedofili o di aver insabbiato casi di abusi su minori avvenuti nel territorio di sua giurisdizione. Due precisazioni non secondarie per comprendere la complessità del caso. Senza dimenticare, inoltre, che lo stesso Barros, pur essendosi sempre dichiarato innocente e all’oscuro degli abusi perpetrati da Karadima, per stemperare le tensioni già due volte ha offerto la sua rinuncia al Papa, il quale gli ha invece chiesto di restare al suo posto.

    Il compito di monsignor Scicluna sarà quello di cercare di capire, attraverso l’ascolto dei testimoni e di tutti coloro che vogliono esprimersi (le vittime di Karadima ma anche i laici di Osorno che da due anni chiedono le dimissioni del vescovo), se e quale eventuale responsabilità Barros abbia avuto. Fino ad oggi si conosce nei dettagli un’unica testimonianza, quella di Juan Carlo Cruz, che in una lettera inviata al Papa nel 2015 raccontava che Barros era presente quando Karadima aveva atteggiamenti impropri nei confronti dei ragazzi.

    Un’indagine seria, così come un processo degno di questo nome, non ruota attorno ai titoli di giornale e non si decide certo su pressione di campagne mediatiche. Eppure dalla vicenda potrebbero emergere altri risvolti. Che la tensione sia alle stelle e la missione di Scicluna appaia già ora difficilissima, lo attestano le ultime polemiche sollevate dalle richieste del nunzio in Cile. Monsignor Ivo Scapolo ha infatti richiesto a tutti coloro che testimonieranno di inviare a lui, in anticipo, il testo scritto con ciò che intendono riferire. Un’iniziativa che è stata colta come una sorta di controllo preventivo da parte di un diplomatico vaticano considerato molto affine ai responsabili dell’episcopato cileno degli ultimi anni e che si sarebbe sempre rifiutato di ricevere le vittime di Karadima, secondo quanto affermato nella citata lettera dallo stesso Cruz.

    In realtà la richiesta preventiva di un riassunto scritto della testimonianza non è un’iniziativa personale del nunzio apostolico, né della Segreteria di Stato né della gerarchia cilena preoccupata per ciò che potrebbe emergere dall’indagine a proposito delle coperture offerte a Karadima. Monsignor Scicluna preferisce infatti sempre agire in questo modo. Ciò che vale è ovviamente la testimonianza resa di persona, ma il sommario scritto, oltre ad aiutare l’investigatore a stabilire la sua agenda di audizioni, favorisce la possibilità di fare confronti e dunque agevola il lavoro. Scicluna, in questo come in altri precedenti casi, non ha però mai stabilito che le dichiarazioni dovessero essere consegnate soltanto al nunzio apostolico: l’importante è che vengano fatte arrivare a lui, cioè all’investigatore esterno nominato dal Papa. È comprensibile infatti che delle vittime possano non sentirsi a loro agio a fornire preventivamente documenti con i loro racconti al nunzio, specie se questi in precedenza non ha voluto aver a che fare con loro, o anche perché considerato – a torto o a ragione – troppo contiguo a chi per molto tempo ha chiuso gli occhi sulle gravi responsabilità di Karadima.

    C’è da sperare che la richiesta dei riassunti scritti non comprometta il lavoro di Scicluna e che le vittime e gli altri testimoni mantengano il loro proposito di presentarsi davanti all’inviato papale, così che quest’ultimo possa svolgere bene il compito affidatogli da Francesco per arrivare finalmente a una conclusione e rasserenare il clima nella diocesi di Osorno come in tutto il Cile. Un Paese dove la credibilità della Chiesa cattolica, un tempo altissima a motivo del coraggio dei suoi responsabili al tempo della dittatura di Pinochet, è scesa ai minimi termini anche a causa del modo in cui è stato affrontato lo scandalo Karadima.

    Bisogna ricordare che il caso degli abusi perpetrati dal carismatico e potente parroco del Bosque – formatore di generazioni di giovani, di molti preti, quattro dei quali sono diventati vescovi – apre domande sugli ultimi decenni di vita della Chiesa cilena e delle cordate che l’hanno caratterizzata. Se i confini del caso Barros restano confusi, ancor più indefiniti rimangono quelli relativi alle coperture, alle sottovalutazioni, agli insabbiamenti, al modo con cui sono state trattate le vittime degli abusi, nonostante le norme canoniche fossero già chiarissime a proposito degli atteggiamenti da tenere di fronte a casi simili. La missione di monsignor Scicluna è ovviamente limitata a Barros. Ma forse c’è chi teme che grazie ai racconti delle vittime e dei testimoni, anche al di là delle eventuali responsabilità del vescovo di Osorno, si ricostruisca una pagina di storia della Chiesa cilena assai poco edificante.

    http://www.lastampa.it/2018/02/14/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-tra-tensioni-paure-e-attese-pYR0c7lH9u8syPVtsaJTOM/pagina.html

  • L’inviato del papa, mons. Scicluna, incontrerà di persona Juan Carlos Cruz, autore della lettera al papa contro mons. Barros

    L’inviato del papa, mons. Scicluna, incontrerà di persona Juan Carlos Cruz, autore della lettera al papa contro mons. Barros

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. «La Santa Sede, fino al momento in cui scriviamo, non ha reagito a questa nuova rivelazione». Questo Adista scriveva, il 6 febbraio sul sito, nel chiudere la notizia della lettera – rivelata il giorno prima dall’Associated Press – che Juan Carlos Cruz, vittima degli abusi dell’ex sacerdote Fernando Karadima, ha inviato a papa Francesco nel 2015, denunciando il vescovo cileno  di Osorno, mons. Juan Barros, per complicità con l’abusatore (e mai ricevendo risposta da Roma).

    La Santa Sede non ha reagito con dichiarazioni o commenti e tuttavia è chiaro che la lettera – che Adista ha rintracciato, tradotto ed è leggibile qui – ha decisamente colpito nel segno. La novità infatti è che, stando a fonti di stampa cilene e statunitensi, mons. Charles Scicluna, inviato speciale di Papa Francesco in Cile per ascoltare testimonianze e raccogliere materiale sulla vicenda che coinvolge il vescovo di Osorno, ha deciso di recarsi a New York per incontrare de visu Juan Carlos Cruz. Inizialmente Scicluna avrebbe dovuto ascoltare Cruz, che risiede a Filadelfia, via Skipe. Cruz ha rivelato invece che due giorni fa l’inviato papale lo ha chiamato «a nome del papa» e gli ha proposto un incontro di persona. Avverrà a New York il 17 prossimo, dove Cruz dovrà trovarsi per lavoro. La speranza, ha aggiunto il cileno, è che il Vaticano «prenda sul serio il grido di aiuto delle vittime da ovunque provengano».

    http://www.adista.it/articolo/58254

  • Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Il caso Karadima-Barros è un incidente serio nell’attuale fase del pontificato. Un affare di pedofilia e di occultamento di abusi che chiama in causa la vigilanza di papa Francesco, l’atteggiamento di insistita negligenza (tardivamente ammesso) del cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile e attualmente membro del Consiglio speciale dei 9 cardinali che assistono il pontefice, nonché il funzionamento degli organismi di controllo vaticani in tema di abusi.

    La vicenda è approdata nuovamente sulla rete dell’Associated Presse sulle pagine del New York Times con la pubblicazione dellalettera drammatica di un abusato, Juan Carlos Cruz, indirizzata a Francesco e rimessa nelle sue mani già nel 2015. E ormai l’affaire ha assunto il carattere di una cartina di tornasoleper la strategia di “tolleranza zero” in tema di pedofilia, propugnata da Francesco sin dalla sua elezione. Come quando richiamò immediato da Santo Domingo il nunzio-arcivescovo Wesolowski e lo processò canonicamente per abusi, con la conseguenza che il prelato fu degradato e privato della tonaca.

    I fatti. Il sacerdote Fernando Karadima (oggi ottantasettenne) è stato per un quarto di secolo titolare della parrocchia El Bosque a Santiago del Cile, trasformandola in un centro attivo di formazione giovanile e vocazionale. Un personaggio dotato di grande carisma. Molti sacerdoti e alcuni vescovi sono passati attraverso l’esperienza della parrocchia El Bosque.
    Nel 2003 il gesuita Juan Diaz segnala all’arcivescovo di Santiago Errazuriz la testimonianza di un chierichetto abusato da Karadima. Errazuriz non si muove. Si moltiplicano le testimonianze sul prete-predatore. Nel 2005 giunge a Errazuriz un rapporto diocesano circostanziato. Il cardinale blocca l’inchiesta e cerca di trasferire burocraticamente Karadima ad un’altra parrocchia. Classico metodo dell’insabbiamento.

    Soltanto nel 2009 Errazuriz mette in moto l’inchiesta. La documentazione viene mandata in Vaticano nel 2010 e nel 2011 (sotto il pontificato di Ratzinger) Karadima viene punito con il ritiro in un convento. Il cardinale Errazuriz chiederà successivamente “perdono” alle vittime per non avere subito creduto – così dice – alle denunce.

    La vicenda esplode nuovamente con polemiche infuocate nel 2015, quando papa Bergoglio nomina monsignor Juan Barros (nella foto), già ordinario militare del Cile, vescovo della diocesi di Osorno. Perché Barros è stato uno dei pupilli del prete-predatore Karadima. Perché varie dichiarazioni indicano in lui una persona, che era fisicamente presente, quando Karadima si permetteva atteggiamenti lascivi con i ragazzi che lo circondavano. Può essere vescovo chi ha visto e taciuto? Può guidare una diocesi chi non è intervenuto in nessun momento per  fare allontanare un prete-predatore? L’insediamento di Barros nella sua diocesi è accompagnato da violente manifestazioni. Francesco, nello stesso anno, dichiara ad un cattolico cileno in piazza San Pietro che le contestazioni sono una manovra di “sinistrorsi”.

    Il 2015 è però anche l’anno in cui viene recapitata al Papa la lettera di Juan Carlos Cruz, una delle vittime di Karadima. Quattro membri della commissione anti-abusi per la protezione dei minori (istituita proprio da Francesco) si recano a Roma dal cardinale O’Malley per dargli personalmente la denuncia di Cruz. “Gli demmo la lettera e ci assicurò che l’avrebbe data al papa… e successivamente ci garantì che era stato fatto”, afferma oggi all’Associated Press Marie Collins, vittima di abuso clericale e allora membro della commissione (da cui si è ritirata per i sabotaggi delle gerarchie vaticane).

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/08/pedofilia-in-cile-il-vescovo-barros-guardava-la-lettera-di-un-abusato-sfida-il-papa/4144033/

  • Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    MEDELLIN/ROSSANO – Dino Cinel, 76enne originario di Rossano, con residenza a Cittadella, prete espulso dalla Chiesa cattolica per pedofilia, giovedì è stato assassinato in Colombia, nel suo appartamento di Medellín, da un giovane di 18 anni e a quanto sembra suo compagno, Santiago Alberto Morales Parra. A darne la notizia il sito di informazione de El Tiempo.

    Come riferisce il Giornale di Vicenza la centrale di polizia di quella città ha ricevuto una telefonata da parte di un giovane che, disperato, ha confessato di avere ucciso l’ex sacerdote. Gli agenti al loro arrivo hanno trovato il corpo senza vita di Dino Cinel e sono riusciti in extremis a impedire il suicidio del 18enne che stava per gettarsi da una finestra dal sesto piano del palazzo dove i due abitavano assieme da circa tre mesi. Da quanto emerso dalle indagini Dino Cinel aveva comunicato al 18enne che voleva troncare la relazione: parole che hanno innescato una discussione che eè poi degenerata: il giovane avrebbe afferrato un coltello e colpito a morte l’ex sacerdote. Dino Cinel è stato insegnante a San Francisco e New York (Usa), divenne noto nel 1984 quando con il suo libro “Dall’Italia a San Francisco” vinse il  prestigioso Merle Curti Social History Award. Da sacerdote nella parrocchia di Santa Rita a New Orleans (USA) finì negli anni novanta al centro dello scandalo dei preti pedofili: trovato in possesso di una ingente quantità di materiale pedopornografico finì a processo e in seguito venne espulso dalla Chiesa cattolica.

    https://www.ilgazzettino.it/vicenza_bassano/omicidio_prete_veneto_ucciso_colombia_pedofilia_dino_cinel-3527070.html

  • Ex prete ucciso  dal suo amante  diciottenne

    Ex prete ucciso dal suo amante diciottenne

    MEDELLIN (Colombia). Dino Cinel, ex prete originario di Rossano espulso dalla Chiesa cattolica per pedofilia, è stato assassinato giovedì nella città di Medellín, in Colombia, da un giovane di 18 anni.

    Secondo il quotidiano El Colombiano, la polizia ha ricevuto una chiamata di emergenza da parte del ragazzo, nella quale ha confessato di aver ucciso l’ex religioso. Al loro arrivo gli agenti hanno trovato il corpo senza vita del 76enne e sono riusciti ad impedire al 18enne di suicidarsi.

    Il generale Oscar Gómez, comandante della polizia metropolitana, ha riferito che gli eventi si sono verificati dopo una discussione tra i due  «per cause non accertate»: Cinel sarebbe stao aggredito con un coltello al culmine della lite. Il portale locale  Minuto30  afferma che l’assassino ha poi provato a saltare dal sesto piano della casa dove la coppia aveva vissuto per tre mesi.

    Dino Cinel aveva lavorato come storico e insegnante a San Francisco e New York (USA) ed è diventato famoso nel 1984 quando vinse il  prestigioso Merle Curti Social History Award  per il suo libro “Dall’Italia a San Francisco”. Un  rapporto  pubblicato nel 2003 dice che negli anni ’90  fu scopertoa una grande quantità di pornografia infantile  nella chiesa di Santa Rita (New Orleans, USA), che gli costò un’indagine per pedofilia e la perdita della sua condizione di sacerdote.

    Davide Moro
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/bassano/rossano/ex-prete-ucciso-dal-suo-amante-diciottenne-1.6275515?refresh_ce=#scroll=700
  • Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita di Francesco in Sudamerica

    In modo clamoroso si riapre il caso del vescovo cileno Juan Barros, vescovo di Osorno. È stato lo stesso Papa Francesco che “a seguito di informazioni recentemente pervenute” ha inviato a Santiago del Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia dei “delicta graviora”, tra i quali appunto quelli di pedofilia, “per ascoltare coloniche che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”.

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita del Papa in Sudamerica dal 15 al 22 gennaio 2018, tra le proteste di molti abitanti della città che hanno contestato già da anni la nomina di Barros e la sua presenza alla messa papale.

    Il vescovo Barros infatti è stato un allievo del sacerdote cileno Fernando Karadima che era stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 3 luglio 2011, durante il pontificato di Benedetto XVI.

    Per ben due volte Francesco ha affermato – durante il suo ultimo viaggio – che gli accusatori di Barros, in mancanza di prove, lo stanno calunniando. Poi nella conferenza stampa sul volo di ritorno Francesco si è corretto a parlando della necessità di “evidenze” .

    Una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz su Twitter ha scritto nei giorni scorsi: “Come se uno avesse potuto scattarsi un selfie o una foto mentre Karadima abusava me o altri, con Juan Barros, fermo a lato e che vedeva tutto”. La testimonianza di Cruz è corroborata da due altri sopravvissuti alle violenze di Karadima.
    Il caso Barros ha tenuto banco su tutti i media internazionali (dal New York Times al South China Morning Post) poiché ha costituito un test della capacità del Pontefice di affrontare la piaga della pedofilia del clero. Sulla vicenda, e prima di giungere in Perù, per partecipare alla messa finale celebrata dal Papa è intervenuto con un comunicato ufficiale il cardinale di Boston Sean O’Malley il quale aveva sottolineato che le parole del Papa avevano causato una “grande sofferenza” negli abusati cileni.
    Il caso Barros è segnalato nel Rapporto che il 5 settembre 2017 lo Snap (associazione di 18 mila sopravvissuti agli abusi sessuali dei preti) ha presentato al Comitato dell’Onu contro la Tortura che tra quattro mesi deve sottoporre a nuova valutazione la Santa Sede e il Vaticano, dopo i rilievi critici ottenuti nel 2014. Già allora, Papa Francesco era stato criticato dalle vittime per aver promosso due prelati cileni (accusati da alcune vittime) di aver “coperto” Karadima: si tratta dell’allora arcivescovo di Santiago, Francisco Javvier Erraruriz e il suo successore Ricardo Ezzati.
    Ezzati fu fatto cardinale cardinale nel febbraio 2014. “Erraruiz – prosegue il documento del 2014 – è stato nominato da papa Francesco nel selezionato consiglio degli otto cardinali, chiamati a riformare la Curia”.
    “Durante questo periodo (2014-2017, Ndr) – si legge ancora nel rapporto del 5 settembre scorso – Papa Francesco ha proseguito sulla sua strada nominando il vescovo Juan de la Cruz Barros capo della Diocesi di Osorno in Cile, malgrado le accuse documentate che era complice degli atti commessi da Karadima” e “nonostante una protesta senza precedenti in Cile”. Dopo la nomina (marzo 2015) il Papa aveva pubblicamente chiamato i critici “stupidi”.
    L’inviato del Papa in Cile il vescovo maltese Scicluna è stato a lungo il rappresentante dell’accusa presso la Congregazione della dottrina della Fede, per tutto il periodo del Pontificato di Benedetto XVI, ed è stato colui che ha portato alla condanna del più famoso prete pedofilo dell’America Latina, il fondatore della Legione di Cristo, Macial Maciel.
    Il vescovo Barros ha dichiarato di aver accolto “con fede e gioia la decisione del Papa di inviare Scicluna” in modo che venga stabilita la verità (stando ad un comunicato ufficiale di un portavoce della Conferenza episcopale cilena). L’arcivescovo Scicluna partirà per il Cile subito, ma naturalmente dopo aver preparato con attenzione la sua missione. Non è invece chiaro se si recherà negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove risiede una delle vittime che è appunto Juan Carlos Cruz.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/30/vescovo-juan-barros-il-papa-manda-un-inviato-in-cile-per-indagare-sui-casi-di-pedofilia_a_23347758/

  • L’assalto liberal a Papa Francesco

    L’assalto liberal a Papa Francesco

    La bibbia progressista americana: “Sugli abusi lui è parte del problema”

    Roma. “Francisco, aquí sì hay pruebas”, “Francesco qui sì che ci sono le prove”, recitano beffardi enormi manifesti nelle strade cilene dove, tra una chiesa e l’altra date alle fiamme, l’indignazione per le parole del Papa in difesa del vescovo Juan Barros non è scemata. Il mondo, un tempo così entusiasta del Pontefice – che ieri ha invocato un’azione comune contro il dilagare delle fake news, benché sia impresa non facile, visto che “la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli” – si rivolta contro di lui, che da comandante in capo dotato di uno stile di governo che giustamente non ammette intromissioni nelle sue scelte, ha bollato come scemenze –  salvo poi chiedere scusa per “le parole infelici”, senza cambiare però la sostanza del suo pensiero – le campagne volte alla cacciata del presule tanto detestato.

    L’antipasto l’aveva offerto il New York Times, ora tocca al National Catholic Reporter, la più prestigiosa rivista del cattolicesimo liberal americano. Toni che neanche i rappresentanti più âgée tra i vaticanisti ricordano, considerando che il target è il Papa. Scrive il Ncr che Francesco ha “ingiustamente calunniato le vittime”, con parole definite “vergognose”.

    Frasi che indurrebbero perfino a pensare – o a far pensare – che il vescovo di Roma sia in qualche modo “complice delle coperture” delle presunte condotte delittuose di Barros sulle quali però, ha ribadito pure ai giornalisti il Papa in persona, non ci sono né prove né evidenze. Niente di niente, solo chiacchiere. Il National Catholic Reporter canzona un po’ il Pontefice, che “evidentemente non ha imparato la lezione” degli anni scorsi che hanno visto la chiesa costretta a recitare il mea culpa collettivo e a pagare milioni e milioni di danari per riparare alle malefatte (la diocesi di Boston, retta da Séan O’Malley, autore della pubblica reprimenda al Papa, ne sa qualcosa).

    “Sfortunatamente – si legge ancora nell’editoriale – la difesa di Barros da parte di Francesco è solo l’ultima di una serie di dichiarazioni del suo pontificato che ha ferito i sopravvissuti e l’intero corpo della chiesa”. Una difesa definita “mistificante” condita da frasi come quella pronunciata a Santiago davanti al clero locale, con il paragone tra “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minore” e il dolore per “voi fratelli che avete subìto insulti sulla metropolitana o camminando per strada”. Scrive il Ncr: “Come può il Papa paragonare un insulto in metropolitana con il terrore di un bambino violentato?”. E visto che i discorsi natalizi alla curia di Bergoglio hanno il pregio di essere chiari, ecco che viene rispolverata una frase vecchia di quattro anni, sull’“impietrimento mentale e spirituale di coloro che hanno un cuore di pietra e la testa dura”. “Francesco – scrive il periodico americano – sarebbe dispiaciuto nell’apprendere che è così che molti descrivono le sue parole in Cile” e “il suo volto pietrificato è parte del problema”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/25/news/pedofilia-chiesa-abusi-papa-francesco-175013/

  • Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Due Americhe in Vaticano sullo scandalo pedofilia

    Le critiche di O’Malley al Papa riflettono le divisioni Nord-Sud sul tema degli abusi e rischiano di indebolire il Consiglio dei 9 che doveva riformare la Curia

    «Si è rotto il C9». In Vaticano, le tensioni sulla pedofilia che hanno portato a una presa di distanza scritta del cardinale di Boston, Patrick O’Malley, dalle parole di Francesco in Cile, vengono analizzate al di là dell’episodio: anche perché il Papa ha cercato di chiudere una vicenda scivolosa chiedendo scusa alle vittime almeno per il termine usato. Invece di mancanza di prove, ha ammesso, «avrei dovuto parlare di evidenza» contro il vescovo di Osorno, Juan Barros, che comunque non ha rimosso. L’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda è stata però la decisione di O’Malley di prendere carta e penna e stilare un comunicato per dissociarsi dal pontefice argentino. «È comprensibile», ha scritto, «che le parole del Papa siano fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero».

    Diocesi-simbolo

    Pesa il fatto che l’arcivescovo sia a capo della diocesi-simbolo dei reati di molestie negli Stati Uniti: quella da dove partì nel 2001 lo scandalo che avrebbe investito prima l’America e poi l’Europa; portato alle dimissioni del cardinale Bernard Law, e a cause miliardarie contro la Chiesa cattolica. In più, O’Malley presiede la commissione istituita da Francesco a tutela dei minori: un organismo in attesa di rinnovo che ha avuto vita tormentata, con le dimissioni dell’inglese Peter Saunders e poi di Maria Collins, due vittime di abusi. Ma questo non rende meno sconcertante quanto è accaduto.

    Falla culturale

    Finisce per gettare un’ombra anche sull’evoluzione del cosiddetto C9: il Consiglio dei nove cardinali del mondo creato all’inizio del papato per delineare la geopolitica vaticana e la riforma della Curia; analizzare con Jorge Mario Bergoglio le tendenze di fondo della Chiesa; e abbozzare le soluzioni. In quattro anni e mezzo, il ruolo del C9 si è appannato. Il cardinale George Pell, australiano, è stato costretto a un congedo più o meno temporaneo per difendersi da accuse in un processo per abusi nel suo Paese. Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras e coordinatore del Consiglio, si è dovuto difendere quando è stata diffusa la notizia che percepisce un lauto stipendio dall’università dell’Honduras. E lo statunitense O’Malley, con il suo messaggio di dissociazione, ha aperto una falla culturale: non tanto con Francesco ma sul modo di affrontare gli abusi nella Chiesa.

    «Gabinetto di pace»

    Si tratta di un tema che finisce per evocare una divergenza tra episcopati del Nord e del Sud America, e si riflette di nuovo all’interno del C9. Ne fa parte, infatti, anche il cardinale di Santiago del Cile, Francisco Erràzuriz Ossa. Da tempo nella cerchia papale si discute su come rinnovare il Consiglio. Il fatto che si riunisca solo quattro volte l’anno per tre giorni, mentre in realtà le riunioni sono più brevi e senza un’agenda preparata, non ne hanno favorito l’incisività. Il segretario del C9, monsignor Marcello Semeraro, redige verbali nei quali è complicato sintetizzare spunti eterogenei. E ora, una divergenza così plateale sul tema degli abusi sessuali rischia di trasformare il «Gabinetto di pace» di Bergoglio nel parafulmine delle tensioni tra episcopati.

    Malessere silenzioso

    Soprattutto, il destino incerto del C9 promette di essere additato strumentalmente dai nemici del Papa come l’emblema di riforme lasciate a metà o mal riuscite: dalla Curia alle finanze vaticane, in bilico tra veleni e involuzione. Magari sottolineando anche la partecipazione non sempre oceanica in alcune tappe dell’ultimo viaggio. A pochi sfugge che la presa di posizione di O’Malley appare il sintomo di un malessere covato silenziosamente per mesi. Sottolinea l’insoddisfazione per il modo in cui il Vaticano ha declinato la «tolleranza zero» nei confronti degli abusi sessuali: sebbene sia Francesco, sia il predecessore Benedetto XVI abbiano cercato di spezzare la cultura del segreto e la mentalità che rendono difficile la soluzione del problema.

    Il pupillo Cupich

    Riemerge la difficoltà di fissare linee di comportamento valide per tutti. Il tema è troppo scivoloso e divisivo, e risente delle culture diverse nelle quali gli abusi, o presunti tali, si consumano; e delle correnti di pensiero contrastanti nella Chiesa. La scelta di O’ Malley di rendere pubblico il dissenso va inserita su questo sfondo. Arriva dopo segnali di resistenza alle scelte di Francesco, trasmessi dai vescovi statunitensi verso uno dei suoi pupilli: l’arcivescovo di Chicago e cardinale Blase Cupich. A novembre, la conferenza episcopale Usa ha bocciato Cupich come capo del comitato per le attività «pro life», preferendogli un conservatore. D’altronde, negli Usa, certi temi rimangono dirimenti. Il New York Times ieri ha attaccato frontalmente Francesco. E O’ Malley forse indovinava che le parole del Papa sarebbero state usate da chi vuole bollare la Chiesa come ambigua: accusa maligna ma sempre in agguato.

    http://www.corriere.it/esteri/18_gennaio_24/due-americhe-vaticano-scandalo-pedofilia-35682e84-007a-11e8-9961-f20884a97d4b.shtml

  • Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona, sede legale delle Rete L’ABUSO – di fatto l’unica associazione italiana fondata e composta da sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – sarà ancora una volta “il palco”, questa volta di uno spot TV di 30” che l’associazione produrrà grazie all’aiuto di Simone Padovani, giornalista, fotografo e corrispondente di alcune tra le maggiori testate della stampa estera tra cui il New York Times, BBC.

    Il primo documento che racconta quello che chiameremo “il caso Italiano” fu il docu-film prodotto da Silvia Luzi e Marco Bellino per Pess-TV dal titolo “La preda, silenzio nel nome di Dio”, un documento del 2013 che testimoniò non solo il caso savonese, ma anche quello dei bambini sordi abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona, un docu-film di 56 minuti, trasmesso in 42 paesi, che partecipò anche al Film Festival di Bari ma non fu mai trasmesso in Italia.

    Dello spot, prodotto dalla Rete L’ABUSO e ideato dalle vittime, lasciamo trapelare qualche indiscrezione, questa volta, saranno 8 bambini a veicolare per le vittime il loro messaggio, nel quale chiederanno conto e garanzie concrete a papa Francesco.

    L’iniziativa è solo l’ultima tappa di una più ampia campagna di consapevolezza nella quale Simone Padovani ha già investito circa sei mesi del suo lavoro, fotografando e intervistando i veri protagonisti di quella che chiamerei una tragedia nazionale, ovvero le vittime che, ad oggi, non hanno ancora ottenuto una risposta seria e concreta dalla chiesa.

    Simone Padovani ha partecipato con l’Associazione agli incontri pubblici, ai processi, ai colloqui con alcune vittime e le famiglie che l’Associazione segue, documentando anche quello che non si vede, il lavoro spesso sommerso degli attivisti della Rete L’ABUSO.

    L’Ufficio di Presidenza