Cinque anni di reclusione per don Ciro Panigada, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio.
Lo ha stabilito il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato.
L’imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all’epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.
La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi. Secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell’ambito delle attività parrocchiali. Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini.
Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere. Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all’inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.
Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell’allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall’incarico dopo le prime segnalazioni. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall’aprile 2025.
La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.
Gli esperti hanno spesso la sensazione che nulla li sorprenda più nel loro campo di interesse. La Corte costituzionale della Repubblica Ceca ha recentemente stabilito che il Concordato già firmato tra questo Paese dell’Europa centrale e la Santa Sede è contrario al suo ordinamento costituzionale, e poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. E poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. Questa decisione è davvero una sorpresa? Non è forse solo una delle tante manifestazioni della diffidenza nazionale nei confronti delle istituzioni religiose?
Cento anni prima di Lutero
La Repubblica Ceca si vanta di essere uno dei Paesi più atei del mondo. È vero, ha profonde radici cristiane e ha dato al mondo molti santi, come il principe San Venceslao e il vicario generale di Praga, San Giovanni Nepomuceno. Ma questa è storia. Oggi, circa 2-3 % della popolazione partecipa alle messe domenicali cattoliche e la Chiesa cattolica è la più grande denominazione del Paese.
Molti cechi sono orgogliosi della loro diffidenza nei confronti della religione organizzata. Fu proprio nel regno ceco che, cento anni prima di Lutero, sorse la prima grande rivoluzione riformista europea. Il movimento hussita prende il nome dal controverso predicatore Jan Hus (+1415). Il movimento richiedeva riforme radicali sia nella dottrina che nella pratica della Chiesa e fece precipitare il Paese in una guerra civile durata 17 anni. Le nazioni europee intervennero con quattro crociate a sostegno della parte cattolica. Tuttavia, queste si conclusero con un fiasco.
Una volta terminate le guerre, il Paese divenne, per gli standard medievali, un luogo insolitamente pluralista dal punto di vista religioso: il cattolicesimo e il calvinismo, che in seguito divenne il movimento di riforma, coesistevano. Il cambiamento avvenne con la Guerra dei Trent’anni, di cui la battaglia della Bila Hora, la Montagna Bianca (1620), un’altra parte del mito dei nemici stranieri cattolici, è ancora presente nella coscienza nazionale. Ancora oggi, molti la interpretano come una sconfitta per
Il fatto è che l’incorporazione delle terre ceche nella monarchia austriaca ha portato anche alla loro ricattolicizzazione. Quel che è certo è che l’incorporazione delle terre ceche nella monarchia austriaca portò anche alla loro ricattolicizzazione. Sembra che ciò abbia avuto un relativo successo e che la popolazione abbia adottato la fede cattolica come propria.
Lontano da Roma
Il sentimento anticattolico riprese vigore dopo la creazione della Cecoslovacchia indipendente nel 1918, che prese consapevolmente le distanze dall’alleanza austriaca tra il trono e l’altare. Uno degli slogan del movimento di emancipazione era «Lontano da Roma» e si manifestò con conversioni di massa alle chiese protestanti e la fondazione della Chiesa nazionale cecoslovacca. Sebbene i cattolici costituissero ancora la maggioranza della popolazione, le relazioni della nuova repubblica con la Chiesa cattolica erano a dir poco tese.
Per tutto il periodo della Prima Repubblica Cecoslovacca (1918-1938) non fu possibile firmare un concordato con la Santa Sede. Il massimo che si riuscì a ottenere fu il cosiddetto modus vivendi del 1928, firmato attraverso uno scambio di note diplomatiche e che costituiva un accordo su questioni come la nomina dei vescovi o l’armonizzazione dei confini delle diocesi con i confini del nuovo Stato. Con l’inizio dell’occupazione nazista, il modus vivendi cessò di essere applicato.
L’oppressione comunista
Quando i comunisti fecero un colpo di Stato nel 1948, iniziarono, soprattutto in Boemia, un processo di liquidazione sistematica della Chiesa cattolica. I suoi simboli sono diverse esecuzioni (i sacerdoti Jan Bula e Václav Drbola saranno beatificati a giugno), la soppressione di tutti i monasteri e l’imprigionamento dei religiosi, la creazione di organizzazioni sacerdotali collaborazioniste, la prolungata vacanza delle sedi episcopali, ma anche la persecuzione dei laici, che durò fino alla caduta del regime.
I cattolici cechi impararono che non era sempre necessario ostentare la propria fede, perché ciò poteva comportare la perdita del lavoro o l’espulsione dei figli dalla scuola. La fede divenne, proprio nello spirito della dottrina marxista, una questione privata, relegata alle porte chiuse delle chiese e delle case.
Sebbene la maggior parte dei cattolici agisse sotto gli occhi dello Stato e le strutture ufficiali della Chiesa cercassero di andare d’accordo in qualche modo con il regime comunista, una parte della Chiesa si mise in clandestinità e creò una struttura parallela attraverso ordinazioni episcopali e sacerdotali segrete, la cui legittimità derivava dalle facoltà concesse da Papa Pio XII.
Relazioni appena ristabilite
Il 1989 è stato l’anno della caduta del comunismo e della libertà religiosa. Le chiese di tutte le denominazioni furono autorizzate a riprendere le loro attività, i religiosi furono fatti uscire dalla clandestinità e gli edifici dei monasteri furono restituiti loro.
Le Chiese divennero gradualmente partner dello Stato in molti settori: iniziarono a esercitare il loro lavoro pastorale nel sistema carcerario, nell’esercito e nel sistema sanitario; si sviluppò un’ampia rete di enti caritativi ecclesiastici e fu permesso l’insegnamento religioso volontario nelle scuole. Sebbene per un certo periodo la Chiesa abbia goduto di un certo prestigio – come simbolo di coloro che non hanno abbassato la testa durante il comunismo – questa posizione non è durata a lungo.
La Cecoslovacchia ha cessato di esistere alla fine del 1992 e gli Stati successori sono andati per la loro strada. La Slovacchia ha risolto le sue relazioni con la Chiesa molto rapidamente e senza problemi, con soddisfazione di entrambe le parti. Ha restituito alle Chiese i beni rubati durante il comunismo e ha firmato un trattato internazionale con la Santa Sede. La Repubblica Ceca, invece, ha ricordato la sua storica diffidenza nei confronti della Chiesa cattolica.
Per quanto riguarda i beni
La stessa Chiesa cattolica vede il periodo successivo al 1993 come un’epoca di libertà finora sconosciuta e di rapporti corretti con lo Stato. Allo stesso tempo, però, un piccolo «kulturkampf» ecclesiastico è andato avanti praticamente per tutto il periodo. Questo si è manifestato soprattutto nelle questioni delle restituzioni, delle cattedrali e del concordato.
Poiché il regime comunista ha spogliato la Chiesa della sua intera base patrimoniale, è stato logico chiedere la restituzione dei suoi beni storici. Un processo di restituzione simile è stato applicato anche agli individui e ad alcune altre organizzazioni.
Tuttavia, poiché una parte significativa della rappresentanza politica si è opposta alla restituzione delle proprietà alle chiese, la legge sulla restituzione è stata approvata solo nel 2012. In base a questa legge, una parte delle proprietà storiche è stata restituita ai proprietari ecclesiastici originari (di solito campi e foreste) e una parte è stata sostituita da una compensazione finanziaria forfettaria di 2,3 miliardi di euro per tutte le chiese insieme. I pagamenti di compensazione sono distribuiti in 30 anni.
Allo stesso tempo, però, lo Stato ha smesso di fornire contributi finanziari per le attività ecclesiastiche. I cechi optarono così per un sistema di separazione totale delle proprietà, insolito in Europa, sul modello degli Stati Uniti.
Tuttavia, il processo di restituzione non ha riguardato le cattedrali di Praga. La Cattedrale di San Vito, San Venceslao e San Adalberto si trova nel Castello di Praga ed è considerata dal pubblico e dai politici come un simbolo dell’identità nazionale ceca.
Per qualche tempo ci fu una battaglia legale tra la Chiesa e lo Stato su chi fosse il vero proprietario della cattedrale. Alla fine la parte ecclesiastica si ritirò dalla disputa e lasciò la soluzione alle generazioni future. Oggi la cattedrale è di proprietà dell’Ufficio del Presidente, per il quale rappresenta un’importante fonte di reddito grazie alla vendita dei biglietti; la Chiesa può utilizzarla solo per le messe.
Relazioni diplomatiche sì, concordato no
Quando, dopo la caduta del comunismo, furono ristabilite le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, la firma di un concordato sembrò il passo successivo.
Il trattato è stato negoziato anche da un governo di sinistra, che a livello nazionale era in conflitto con la Chiesa su molte questioni. Tuttavia, durante i negoziati, i diplomatici riuscirono a superare le questioni problematiche e il trattato poté essere firmato nel 2002.
Tuttavia, la Costituzione ceca richiede che tali trattati siano approvati dal Parlamento. Con grande sorpresa, il Parlamento ha respinto il trattato.
Secondo tentativo
Dopo vent’anni di stallo, si iniziò a lavorare a un nuovo trattato e c’erano tutte le ragioni per credere che questo secondo tentativo sarebbe andato a buon fine. Il principale punto critico – la restituzione dei beni storici delle chiese – era già stato risolto a livello nazionale.
Era chiaro fin dall’inizio che il trattato avrebbe avuto un significato piuttosto simbolico. Già all’inizio dei negoziati, il governo ceco aveva informato la Santa Sede di non essere disposto ad andare oltre le normative nazionali esistenti. Il trattato doveva servire al massimo come garanzia dello status giuridico già raggiunto e non come strumento per risolvere le questioni in sospeso tra le parti contraenti.
La parte cattolica ha sottolineato che le formulazioni antropocentriche dovrebbero prevalere. Il trattato dovrebbe, ad esempio, garantire ai detenuti il diritto di essere visitati da un sacerdote, e non l’autorizzazione della Chiesa ad agire nell’ambiente carcerario. L’obiettivo era sottolineare che il trattato è uno strumento per proteggere i diritti degli individui e non uno strumento per garantire il potere delle istituzioni ecclesiastiche.
Le questioni controverse e i loro critici
Sebbene i negoziati siano stati condotti in un’atmosfera cordiale, è apparso presto chiaro che anche un approccio minimalista al contenuto del trattato non avrebbe garantito il consenso.
A causa delle posizioni ampiamente divergenti, la questione dell’istruzione è stata completamente rimossa dall’accordo. Per la parte ceca, era inaccettabile garantire alle scuole ecclesiastiche il diritto di insegnare secondo la morale cattolica, permettere alla Santa Sede di approvare i presidi delle facoltà teologiche o nominare i componenti della missione canonica.
Alla fine è rimasta una sola questione controversa: la segretezza della confessione e la riservatezza degli agenti pastorali. La parte ceca ha ripetutamente chiesto che l’accordo includesse una disposizione secondo la quale la segretezza della confessione è regolata dalla legge ceca, il che era ovviamente inaccettabile per la Santa Sede.
Il compromesso risultante consisteva nel dividere l’articolo sulla riservatezza in due paragrafi. Il primo diceva semplicemente: «La Repubblica Ceca riconosce la riservatezza delle confessioni». Il secondo includeva una menzione di altri operatori pastorali il cui segreto professionale era limitato dalla legislazione nazionale. Questa disposizione riguarderebbe in pratica, ad esempio, i «cappellani» laici nelle carceri o negli ospedali, gli operatori dei tribunali ecclesiastici o gli assistenti pastorali nelle parrocchie.
Subito dopo la firma del trattato da parte del cardinale Pietro Parolin e del primo ministro ceco Petr Fiala, il 24 ottobre 2024, lo spazio pubblico si è riempito di voci contrarie. Si sosteneva che la ratifica dell’accordo avrebbe violato la sovranità degli Stati, avrebbe dato priorità al diritto canonico (e in futuro anche a quello islamico) e che l’accordo avrebbe permesso di nascondere gli scandali sessuali sotto il tappeto.
Le forze progressiste e nazionaliste, che altrimenti non hanno praticamente alcun terreno comune, hanno concordato sul fatto che il trattato era negativo.
Sebbene i media abbiano criticato il trattato, alla fine entrambe le camere del Parlamento hanno approvato l’accordo. Restava solo l’ultimo passo: la firma del Presidente della Repubblica.
Il trattato davanti alla Corte Costituzionale
Subito dopo il voto in Parlamento, un gruppo di senatori ha presentato alla Corte Costituzionale una proposta di revisione della conformità del concordato all’ordinamento costituzionale. La Conferenza episcopale ceca ha addirittura accolto con favore questo passo, considerandolo un’opportunità per convincere i critici che l’accordo non violava la sovranità dello Stato e non era stato negoziato con intenzioni disoneste.
I senatori hanno contestato, tra l’altro, la disposizione sul segreto professionale degli operatori pastorali; hanno temuto una riduzione della pluralità di opinioni nella Chiesa e hanno criticato la mancanza di obblighi da parte della Chiesa. In cambio del riconoscimento dei matrimoni ecclesiastici, sostenevano, lo Stato avrebbe dovuto esigere che la Chiesa si impegnasse a riconoscere i divorzi civili.
La proposta dei senatori è stata considerata argomentativamente piuttosto debole e destinata al fallimento. Ma poi è intervenuto il Presidente della Repubblica. Nella sua lettera, ha descritto l’accordo come contraddittorio con il carattere repubblicano e laico dello Stato ceco, che, secondo lui, si basa su una consapevole opposizione alla posizione privilegiata di alcune chiese.
Inoltre, ha sollevato un’altra questione che il gruppo di senatori non ha affrontato: la segretezza sacramentale della confessione. Secondo lui, questo è in conflitto con il diritto delle vittime di crimini, soprattutto sessuali, a un’indagine efficace.
Sebbene la Chiesa consideri il segreto della confessione assolutamente inviolabile, la legge ceca non è così rigida. Il confessore non è obbligato a comunicare allo Stato i crimini di cui è venuto a conoscenza durante la confessione, ma se il penitente rivela qualcosa sui suoi futuri piani criminali, è obbligato a sventarli, ad esempio denunciandoli alla polizia. Il presidente ha detto che il concordato darà ai chierici l’immunità da questo obbligo di prevenire anche i crimini futuri.
Disparità di trattamento delle chiese da parte dello Stato
Mercoledì 1° aprile, giorno tradizionalmente dedicato agli scherzi nella Repubblica Ceca, la Corte Costituzionale ha stabilito che il concordato è contrario all’ordine costituzionale ceco. Non nella sua interezza, ma in due disposizioni specifiche.
Il primo di questi è proprio la garanzia della segretezza della confessione. Secondo la Corte Costituzionale, questa disposizione discrimina le altre Chiese che non possono concludere un trattato internazionale e la cui riservatezza sarebbe quindi regolata esclusivamente dal diritto interno, cioè da uno standard inferiore. Nella sorpresa generale, anche l’obbligo della Chiesa di rendere accessibile il proprio patrimonio culturale è stato giudicato incostituzionale.
La Corte Costituzionale ha interpretato la disposizione in questione in modo esattamente opposto a quello che intendevano le parti contraenti. Non l’ha vista come un gesto di volontà della Chiesa di rendere i suoi monumenti culturali accessibili ai ricercatori, ma ha notato che potrebbe portare a una restrizione dell’accesso agli archivi ecclesiastici (che, tuttavia, non sono pubblici nella Repubblica Ceca), il che, secondo la Corte, violerebbe la libertà di ricerca scientifica e il diritto di accesso al patrimonio culturale.
Quattro giudici hanno aggiunto un’opinione dissenziente alla sentenza. Il giudice Tomáš Langášek ha descritto la decisione come una curiosità storica. Tra l’altro, perché è stata adottata dalla Corte costituzionale di un Paese che ha dato al mondo San Giovanni Nepomuceno, venerato come martire della segretezza della confessione.
La decisione della Corte Costituzionale segna la fine definitiva del processo di composizione. I cechi hussiti hanno nuovamente sconfitto le forze cattoliche straniere. Nell’ultimo quarto di secolo, questo è il secondo trattato concordatario che è stato negoziato e firmato, per poi essere respinto appena prima del completamento del processo di ratifica.
Il professore di scienze politiche Petr Fiala ha descritto la Repubblica Ceca come un «laboratorio di secolarizzazione». Come primo ministro, ha condotto un esperimento simpatico in questo laboratorio che è fallito. Forse il carattere nazionale si è manifestato ancora una volta. I cechi sono tolleranti nei confronti della fede, ma estremamente sospettosi nei confronti della religione organizzata.
Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela scomparsa 43 anni fa, rilancia l’indagine del 2015 su un presunto sistema di pedofilia in Vaticano, sostenendo che fu interrotta e chiedendo l’audizione dell’ex magistrato Giancarlo Capaldo. Intanto la Procura di Roma approfondisce la posizione di Marco Accetti e nuove ipotesi sul sequestro della ragazza.
Emanuela Orlandi, le novità
A oltre quarant’anni dalla scomparsa di EmanuelaOrlandi, il caso continua a far emergere nuovi interrogativi. Nel corso della trasmissione “Storie Italiane”, il fratelloPietro ha riportato l’attenzione su un aspetto che, a suo dire, sarebbe rimasto ai margini del dibattito pubblico.
Si tratta di un filone investigativo sviluppato durante l’ultima inchiesta della Procura di Roma, poi archiviata nel 2015, che avrebbe riguardato un presunto sistema di pedofilia interno al Vaticano e il possibile movente di un ricatto.
Cosa ha detto il fratello Pietro
Secondo il fratello della giovane cittadina vaticana, la circostanza sarebbe stata confermata dall’ex magistrato GiancarloCapaldo, titolare dell’inchiesta per diversi anni. Pietro Orlandi ha dichiarato:
C’è una cosa che è uscita di recente, che è stata ripresa da pochissime persone, che riguarda alcune indagini fatte durante l’ultima inchiesta chiusa poi nel 2015. Questa indiscrezione, quella è la cosa importante, non dal fratello, è stata confermata da Capaldo, che era il magistrato che seguiva l’inchiesta, che in quell’inchiesta c’era un’indagine su quella che poteva essere la base del ricatto, che andava a toccare un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano e di personalità di alto livello del Vaticano. Indagine che è stata bloccata, fermata.
Orlandi ha quindi rivolto un appello agli inquirenti e alla Commissione parlamentare d’inchiesta, chiedendo che l’ex magistrato vengaascoltato per chiarire l’origine di quel filone investigativo e comprendere chi avrebbe deciso di interromperlo. A suo avviso, infatti, l’apertura di un’indagine presuppone l’esistenza di elementi concreti che meritano di essere approfonditi.
Le tre inchieste in parallelo
Il caso Orlandi è oggi al centro di tre distinti percorsi investigativi. Da una parte proseguono gli accertamenti della Procura di Roma, dall’altra quelli avviati dal promotore di giustizia vaticano AlessandroDiddi, mentre la Commissione parlamentare d’inchiesta continua ad acquisire documenti e testimonianze sia sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sia su quella di MirellaGregori.
Intanto emerge nuovamente il nome di Marco Accetti, figura controversa già comparsa più volte nella lunga vicenda. Come ricordato nel corso del programma televisivo, Accetti ha fornito alcuni elementi ritenuti potenzialmente significativi, come il ritrovamento del flauto che la famiglia ha sempre considerato compatibile con quello appartenuto a Emanuela, pur senza conferme scientifiche.
Tuttavia, allo stesso tempo ha anche rilasciato numerose dichiarazioni mai riscontrate. Per anni, ad esempio, Accetti ha sostenuto la teoria secondo cui il rapimento sarebbe stato collegato all’attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II da parte di Mehmet Ali Ağca.
Perché Accetti è indagato
Oggi, però, la Procura di Roma starebbe valutando una diversa ricostruzione. Accetti è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di sequestro di persona a scopo di estorsione. L’attenzione degli investigatori si concentrerebbe su una possibile rete che avrebbe adescato giovani ragazze, tra cui la stessa Emanuela Orlandi, destinate ad adulti.
Gli investigatori starebbero inoltre riesaminando il passato di Marco Accetti alla luce della condanna definitiva per l’omicidio colposo del dodicenne José Garramón, investito nel dicembre 1983 nella pineta di Castel Porziano.
Il bambino era scomparso dopo essere uscito di casa con la scusa di andare dal barbiere e fu ritrovato a circa venti chilometri di distanza. Oggi gli inquirenti cercano di chiarire come il 12enne sia arrivato fino a Castel Porziano e se quella vicenda possa avere eventuali punti di contatto con le nuove ipotesi investigative sul caso Orlandi.
Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Giorgio Meletti con Federica Tourn
Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.
Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.
Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.
Il disastro spagnolo
El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.
E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.
Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.
Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.
Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.
Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.
La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.
Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.
Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.
Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.
Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.
Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.
Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.
Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.
I fatti
Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.
Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.
Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.
El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.
Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.
Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.
Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.
Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.
Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.
Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.
Parlare d’altro
La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.
Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.
Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).
Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.
Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.
Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.
Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.
Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:
“In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.
Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.
Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.
L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.
La cupola dell’omertà
Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:
“Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.
Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.
Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.
Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.
Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.
Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.
Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.
Soltanto il re osa
Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.
Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:
“Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.
La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.
Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.
Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.
Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.
Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.
Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.
«Ho presentato le dimissioni e fra qualche giorno lascerò San Lorenzo, chiedo scusa per non avervi ascoltato abbastanza, perdono chi mi ha lanciato accuse infondate, questa è una decisione che mi costa moltissimo, ma vi assicuro che non ho coperto nessuno, in tutta questa vicenda ho agito sempre secondo coscienza, non ci sono evidenze che siano stati commessi reati qui a San Lorenzo». Con queste parole durante la messa ieri, 23 maggio, sera don Cesare Contarini ha confermato la decisione di lasciare la parrocchia di Albignasego.
La protesta dei parrocchiani e l’accusa di abusi
Il giorno dopo la protesta dei parrocchiani e dei genitori dei bambini che vanno al Nido e alla materna del quartiere, il parroco ufficializza il passo indietro dopo le polemiche legate al caso di Francesco Saviane, l’ex docente del Barbarigo e animatore parrocchiale arrestato con l’accusa di violenze sessuali su minori. A chiedere le dimissioni del parroco, in seguito alla notizia dell’inchiesta nei confronti dell’ex educatore, erano stati numerosi genitori e fedeli, preoccupati dopo aver appreso che Saviane, già allontanato dalla Diocesi nel 2023 dagli incarichi educativi e pastorali, era stato ospitato nella canonica di San Lorenzo e che il parroco aveva dato disponibilità ad accoglierlo anche durante gli arresti domiciliari.
Famiglie divise
Sulla vicenda la comunità di Albignasego si è divisa tra chi difende don Cesare e il suo operato e chi, invece, fin da subito ne aveva chiesto le dimissioni. Al centro delle contestazioni non c’è infatti soltanto l’ospitalità concessa a Saviane, ma soprattutto il suo coinvolgimento nell’ambiente scolastico legato alla parrocchia. I genitori chiedono ora anche l’allontanamento di Suor Anna Maria, la direttrice dell’asilo parrocchiale.
Il merito e l’impegno sociale, collettivo, concetti che troviamo oltre che nella Costituzione della Repubblica, spesso anche sulla bocca di tutti coloro che a proprio comodo li utilizzano. Poi però li smontano in un nanosecondo quando, come accade in Liguria (dove la Rete L’ABUSO ha sede), dove sedicenti classifiche giornalistiche che negli obbiettivi dovrebbero raccontare la vita, l’operato e l’impegno sociale delle ONG locali, si “dimenticano” di alcune realtà…
Siamo una realtà scomoda, in Italia, dove l’argomento resta a tutti i livelli della massima “ostilità”. Non a caso Rete L’ABUSO ha tutti i suoi servizi web fuori dall’Europa, dove, come molti ricorderanno, fummo letteralmente perseguitati dai legali della chiesa che, ai nostri rifiuti di rimuovere articoli trovarono come strategia quella di diffidare il provider che ci ospitava. Trovammo come soluzione quella di uscire dall’Unione Europea dove, con la scusa dell’oblio, oggi molti riescono a far scomparire dal web il proprio scomodo passato.
Per fortuna l’AI si dimostra più onesta e indipendente, tanto da stupire anche noi che, dopo aver aggiornato alle linee guida di GOOGLE il nostro Portale scopriamo di esser la prima fonte in Italia e in Europa, in materia di abusi sessuali da parte delle confessioni religiose.
Se provate a fare la domanda anche più generica nella ricerca GOOGLE, per esempio solamente “preti pedofili” otterrete come fonte Rete L’ABUSO. Inutile dire che con domande generiche ma più specifiche come “vittime preti pedofili” o come “quanti sono i preti pedofili”, la fonte principale resta la Rete L’ABUSO.
Cosa che certo da un lato ci fa onore, dall’altro invece preoccupa in quanto non solo superiamo in modo anomalo gli organi di informazione, ma persino quelli governativi ed ecclesiastici che, oltre ad apparire negli ultimi risultati, su molte domande neppure appaiono…
Tra le novità del nostro Portale noterete già dal menù principale sei diverse colorazioni delle icone già prè esistenti.
Il rosso che rappresenta la Rete L’ABUSO, il viola che rappresenta “Il Punto” ovvero le inchieste, i dossier, le analisi dei casi e tanto altro materiale documentato con l’aiuto dei sopravvissuti, dall’Associazione.
Il giallo che rappresenta il Coordinamento dei familiari delle vittime, il blu che invece rappresenta l’Osservatorio permanente, il marrone che rappresenta le Notizie tematiche e la cronaca, ed in fine il verde che rappresenta i vari Servizi del Portale.
Una differenziazione che è la risposta alle critiche per la difficoltà di reperire il materiale all’interno del Portale. Sono decine di migliaia i contenuti del nostro Portale e spesso anche noi, pur sapendo di avere quel che cerchiamo, incontriamo difficoltà nel reperirlo.
Da qui l’idea di separare con dei colori le categorie principali del portale, in modo di riuscire ad orientarsi meglio nelle migliaia di contenuti.
…Ma ancora una novità!
Live Search da oggi è implementato anche nella ricerca interna del Portale.
Qui ricordiamo doverosamente che il Portale ha due distinti motori di ricerca, il Live Search (Qui) legato al database iCODIS e la ricerca interna al sito, ovvero i contenuti.
È qui che abbiamo implementato la ricerca live, uno strumento che permette all’utente, digitando almeno tre sillabe di ciò che cerca, di ottenere una anteprima in tempo reale dei primi 10 risultati.
Questo aiuta l’utente nell’orientamento del risultato di ricerca che otterrà.
Una volta ottenuta l’anteprima dei risultati di interesse (senza dare invio), dando semplicemente “invio” dalla tastiera, il motore di ricerca interno restituirà una o più pagine con tutti i risultati del Portale.
Rivisto anche il pannello “Account utente”, completamente ridisegnato dove oggi troverai tutti i tuoi dati, gli abbonamenti e lo storico del tuo account in un’unica pagina.
Si terrà un nuovo processo d’Appello nei confronti di Daniela Casulli, ex insegnante di 48 anni conosciuta sui social come «Zia Martina» e finita a processo, a Bari, per pornografia minorile e corruzione di minore. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la sentenza con cui, in Appello, la donna era stata assolta dai reati contestati, dopo che in primo grado era stata condannata a sette anni e tre mesi.
La vicenda, ora, tornerà quindi davanti ai giudici di una sezione diversa della Corte d’Appello di Bari. La donna fu arrestata nel 2021, mentre insegnava in Trentino: a lei erano contestati due video in cui erano stati immortalati rapporti sessuali con un quindicenne e una videochiamata, fatta su Instagram, alla quale avrebbe partecipato anche un 12enne.
Casulli, dopo la pesante condanna di primo grado, è stata quindi assolta «perché il fatto non costituisce reato»: per la Corte non c’erano elementi per ritenere che la donna abbia voluto consapevolmente realizzare o concorrere a realizzare un video porno che comportasse, anche attraverso la successiva diffusione dello stesso, una degradazione e mercificazione del minore ripreso». Né avrebbe avuto consapevolezza che tra i partecipanti alla videochiamata ci fosse anche un dodicenne.
La Procura generale di Bari ha impugnato questa decisione e la Cassazione ha accolto il ricorso dell’accusa. Ad annunciare la decisione della Cassazione è stata la stessa Casulli sui social: «Il processo penale in Italia è rotto», ha commentato.
È durato un’ora dalle 11.50 alle 12. 50 l’interrogatorio di garanzia per l’ex docente di religione accusato di abusi su minori. Abito blu, camicia celeste e scarpe da ginnastica bianche, si è presentato così il 37enne in Procura a Padova. Accanto il suo difensore l’Avvocato Ernesto De Toni tra i nomi più importanti del Foro di Padova.
L’ex docente originario del trevigiano secondo quanto dichiarato all’uscita dall’interrogatorio di garanzia dal suo legale, ha risposto alle domande del GIP . Questo è il primo contatto con l’Autorità giudiziaria per l’indagato che attualmente si trova ai domiciliari ospite della canonica di San Lorenzo di Albignasego nel padovano. Non è però escluso, avrebbe lasciato intendere il suo legale, che l’ex seminarista non possa scontare la misura preventiva altrove. L’Avv.
De Toni ha acquisito il fascicolo per imbastire la strategia difensiva solo da qualche ora. Ha ammesso al nostro microfono che dalle carte emergono episodi di diversa gravità contestati al suo assistito. Nell’arco temporale dal 2017 a oggi secondo le accuse mosse nei confronti del 37enne , l’indagato avrebbe rivolto attenzioni e gesti molto espliciti a sfondo sessuale nei confronti di 7 minori.
L’inchiesta scaturirebbe proprio grazie alla denuncia di un docente che raccolte le confidenze di un suo alunno 17enne ha riferito alle Forze dell’Ordine quanto appreso. La Questura euganea che sta ascoltando tutti coloro che hanno avuto contatti nel tempo con l’ex docente, insegnate presso l’Istituto Barbarigo di Padova fino al 2023 e poi allontanato forse proprio a causa di quanto gli viene contestato ora, avrebbe anche individuato alcune chat tra le vittime che potrebbero supportare le gravi accuse nei confronti dell’uomo.
La Diocesi padovana attraverso una nota ha preso le distanze dall’uomo così anche dalla scelta del parroco che lo sta ospitando. Francesco Saviane
Si arricchisce di nuovi particolari la vicenda di Francesco Saviane, 37enne trevigiano, ex docente di religione e figura attiva in diversi contesti educativi e parrocchiali del Padovano, che si trova da venerdì mattina agli arresti domiciliari nella canonica di un comune dell’hinterland della città del Santo.
Le parole della Diocesi
La Diocesi di Padova ha precisato la propria posizione con una nota articolata. Nel comunicato si sottolinea che Saviane «non svolge più incarichi di insegnamento di religione dal 1° settembre 2023 e che, successivamente, è stata revocata l’idoneità all’insegnamento. Nello stesso periodo si è conclusa anche la sua presenza presso l’istituto scolastico coinvolto». La Diocesi aggiunge che il vescovo Claudio Cipolla «ha disposto l’esclusione dell’uomo da qualsiasi incarico ecclesiale a seguito di un’indagine canonica interna e ha dichiarato la disponibilità a collaborare con l’autorità giudiziaria».
La presenza in canonica « in contrasto con le indicazioni»
Nella nota si precisa inoltre che «la permanenza dell’uomo in una canonica sarebbe avvenuta per iniziativa personale del parroco, in contrasto con indicazioni dell’ordinario diocesano». Il vescovo, inoltre, «ha ottemperato alle prescrizioni canoniche e civili e si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Si esprime forte amarezza e vicinanza ai minori coinvolti». La Curia di Padova richiama infine anche l’esistenza del servizio di tutela minori attivo dal 2017, pensato per raccogliere segnalazioni e accompagnare eventuali percorsi di ascolto e denuncia.
Gli arresti domiciliari
Il provvedimento degli arresti domiciliari, eseguito dalla Squadra Mobile su ordinanza del gip Laura Alcaro su richiesta del pm Sergio Dini, riguarda un’indagine per violenza sessuale aggravata ai danni di sette minori, tra ragazzi e ragazze, seguiti dall’uomo nel tempo come insegnante, educatore e collaboratore di realtà sportive e parrocchiali. Secondo l’ipotesi accusatoria, gli episodi contestati si sarebbero consumati in un arco temporale compreso tra il 2017 e il 1° marzo 2026, data dell’ultima condotta segnalata. I reati sarebbero stati facilitati dal ruolo di fiducia costruito nel tempo dall’indagato, che avrebbe avuto accesso alla quotidianità dei minori anche attraverso contatti extra scolastici e attività di gruppo.
La prima denuncia
L’inchiesta ha preso avvio da una prima denuncia arrivata alla fine di marzo, quando una delle presunte vittime ha confidato con tanto di particolari agghiaccianti a un insegnante dell’istituto in cui l’uomo aveva prestato servizio di aver subito attenzioni inappropriate. Un racconto ritenuto circostanziato e credibile dagli investigatori e tale da innescare approfondimenti immediati. Da lì, attraverso chat e messaggi recuperati dai dispositivi del giovane, gli inquirenti avrebbero individuato ulteriori situazioni analoghe segnalate da altri ragazzi, con altri particolari e approcci descritti nei dettagli.
Le ricostruzioni raccolte descrivono una serie di episodi reiterati nel tempo, avvenuti in contesti diversi: locali parrocchiali, gite, momenti aggregativi e occasioni educative. L’indagato avrebbe progressivamente ampliato la propria sfera di contatto con i minori, mantenendo una posizione di riferimento che gli avrebbe consentito di instaurare rapporti di confidenza ritenuti dagli inquirenti strumentali alle condotte contestate. Il quadro delineato nell’ordinanza evidenzia, secondo il giudice, un rischio concreto di reiterazione del reato, oltre a una dinamica consolidata nel tempo e caratterizzata da un forte squilibrio di fiducia. Francesco Saviane
Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di PiazzaArmerina, è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale su minori e la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione. Inammissibili i ricorsi sia della difesa che della Procura, che aveva contestato la riduzione della pena, scesa in appello da 4 anni e mezzo a tre anni. In Appello, i giudici avevano applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi. Il 14 luglio 2025 Rugolo è stato dimesso dallo stato clericale.
L’indagine nei confronti del prete si era aperta grazie alla denuncia di Antonio Messina, che ha riferito alla squadra mobile di Enna le violenze subite dal 2009 al 2013: gli accertamenti hanno consentito di ricostruire violenze commesse nei confronti di altri giovani. Messina era è stato denunciato per diffamazione dall’imputato insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso – la onlus che assiste le vittime di abusi del clero – Francesco Zanardi.
La vittima, dopo la condanna in primo grado di Rugolo, ha scritto a marzo 2024 una lettera a Papa Francesco e a tre dicasteri: quello per la dottrina della Fede, quello per il clero e infine a quello per i Vescovi, che dal 30 gennaio 2023 è stato retto dal cardinale Robert Francis Prevost, poi diventato Papa Leone XIV. Il caso aveva suscitato anche un botta e risposta tra i vertici del clero di Piazza Armerina. Il vescovo della diocesi Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, sono indagati per falsa testimonianza, accusati di avere mentito in aula durante il processo al sacerdote.