Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Presunti abusi sessuali, diocesi indagava sul suo sacerdote dal 2025

    Presunti abusi sessuali, diocesi indagava sul suo sacerdote dal 2025

    L’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie esprime «profondo dolore e sconcerto» per i fatti contestati a don Vito Martinelli, già parroco della parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Corato, nei cui confronti è stata applicata una misura cautelare restrittiva. E, pur nel rispetto della presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, ribadisce il proprio «fermo impegno nella tolleranza zero contro ogni forma di abuso».

    La presa di posizione è affidata a una nota dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, diffusa dopo che gli organi di stampa hanno dato notizia del provvedimento.

    La Curia, in realtà, si era già mossa da tempo. L’arcivescovo, monsignor Leonardo D’Ascenzo, il 25 novembre 2025 ha avviato l’indagine preliminare sull’operato del sacerdote e, in via cautelativa, in conformità alle norme del diritto canonico e alle disposizioni della Santa Sede, ne ha già disposto la sospensione immediata da ogni incarico pastorale, in attesa che l’iter giudiziario faccia il suo corso.

    A nome dell’intera comunità diocesana, l’arcivescovo manifesta vicinanza e solidarietà alla presunta vittima e alla sua famiglia.

    Nella nota, l’Arcidiocesi riafferma inoltre la piena fiducia nell’operato della magistratura e delle forze dell’ordine, offrendo la propria collaborazione per il rapido e completo accertamento della verità dei fatti.

    La Chiesa locale – conclude la nota – continuerà a lavorare «per garantire che le parrocchie e i centri pastorali siano luoghi sicuri».

    https://ilgiornaleditrani.it/notizie/116297/trani/presunti-abusi-sessuali-diocesi-indagava-sul-suo-sacerdote-dal-2025

  • ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    Lo scorso aprile il 65enne ha deciso di denunciare gli abusi al Garante per la protezione dei minori, che gli ha spiegato i passi da seguire per richiedere un risarcimento. Sempre nello stesso periodo, la segnalazione è arrivata anche all’ufficio per la tutela dei minori della diocesi di Valencia e all’ordine ospedaliero.

    Le indagini in corso

    Il 28 aprile un responsabile dell’ufficio per la tutela dei minori ha contattato Godoy, dicendo che le indagini erano in corso e che sarebbe stato ricontattato la settimana successiva. Cosa che però non è avvenuta. L’11 giugno l’uomo ha cercato di sollecitare nuovamente con una telefonata, ma gli è stato chiesto altro tempo per indagare. Adesso, a quattro mesi di distanza da quell’ultima comunicazione, non sono arrivate notizie, almeno fino all’intervento dei giornalisti spagnoli, che hanno contattato l’ordine ospedaliero dicendo che sarebbe uscito l’articolo con le dichiarazioni di Alvaro Del Cristo Godoy. Ventiquattro ore dopo, l’uomo è stato contattato per fissare un colloquio di persona e raccogliere la sua testimonianza.

    Il collegio San Juan de Dios appartiene all’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio e ha aperto i battenti nel settembre del 1972 per fornire “servizi educativi, assistenziali e riabilitativi a bambini con disabilità o in situazioni di bisogno sociale”. Nel 2018, El País ha avviato un’indagine sugli abusi e la pedofilia all’interno della chiesa spagnola: secondo i dati del quotidiano spagnolo, sarebbero almeno cinque i casi segnalati, tutti in strutture gestite dal medesimo ordine ospedaliero.

    I primi giorni in collegio

    Secondo quanto raccontato da Godoy, la sua “fortuna” è stata quella di trascorrere soltanto mezza giornata nel centro, per poi tornare a casa a dormire: “Ero un bambino normale con adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e un problema al ginocchio, poi rivelatosi essere osteocondrite dissecante. Ero orfano di padre da quando avevo cinque anni. Ecco perché mia madre acconsentì a iscrivermi alla scuola San Juan de Dios nel 1972”.

    Già nei primi giorni, Godoy ha raccontato di aver visto qualcosa che lo ha terrorizzato: “Mentre giocavo a nascondino, ho visto Fratel Francisco praticare sesso orale a un bambino di circa quattro anni. Non riuscivo a capire appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma mi ha spaventato. Ho cercato di evitare di andare in infermeria perché lui era il responsabile e mi diceva sempre che la procedura prevedeva un controllo. Per un po’ l’ho evitato”.

    Abusi e violenze

    Poi, un giorno, Fratel Francisco lo avrebbe sorpreso mentre entrava in classe, dalla porta accanto all’infermeria: “Sapeva che ero orfano e cercò di farmi sentire al sicuro: mi disse che era un sostituto di mio padre, che l’amore che provava per me era lo stesso che avrebbe provato se fosse stato mio padre, e che dovevo rilassarmi perché doveva esaminare il mio corpo. Mentre parlava, mi accarezzava le cosce”.

    “Quando mi resi conto di cosa stava succedendo – ha aggiunto – lui mi stava già abbassando le mutande e si stava masturbando un po’, cosa che non provocava alcuna reazione, nessuna erezione, non avevo ancora nemmeno avvertito nulla del genere. Iniziò a praticarmi sesso orale. Scoppiai in lacrime. In quel momento entrò Fratel Calixto. Cercai di approfittare dell’occasione per alzarmi e vestirmi, ma entrambi mi tenevano fermo. Non ho mai osato dirlo a nessuno: ho detto al vescovado che per fortuna non mi avevano penetrato, ma non era vero. L’ho sempre tenuto nascosto per vergogna, paura e perché mi sentivo umiliato. La verità è che Fratel Francisco mi ha penetrato. Ho urlato di lasciarmi andare, ma Fratel Calixto mi ha premuto la testa contro il lettino”.

    In quell’occasione la violenza è stata interrotta dall’allarme antincendio. “Non saprei dire se sono rimasto su quella barella per tre secondi o tre minuti, ho perso la cognizione del tempo. L’allarme mi ha salvato. Le porte delle aule hanno iniziato ad aprirsi e i bambini sono usciti. ‘Vestiti’, mi hanno detto”. Godoy ricorda la frase pronunciata da Fratel Francisco: “Questa è parte della volontà di Dio e deve rimanere tra noi. Se la riveli a qualcuno, Dio si arrabbierà con te e potrebbe accadere qualcosa di brutto alla tua famiglia. Me ne andai terrorizzato e scappai da scuola”.

    Il pestaggio davanti ai bambini

    Il giorno dopo è andata anche peggio: “Sono stato preso a calci e pugni davanti agli altri bambini – ha raccontato l’uomo -. Era Francisco. Mi ha rotto alcune costole, il naso e mi ha buttato giù da un pendio di tre metri. Usavo le stampelle e sono tornato a casa a piedi. Non ho nemmeno avuto il tempo di raccontare a mia madre cosa mi stava succedendo, perché era già stata chiamata dal centro e le era stato detto che ero un bambino cattivo, che insultavo tutti, che picchiavo gli altri bambini. Quando ho provato a spiegarle la verità, mi ha dato due schiaffi”.

    Godoy ha poi rivelato un altro tentativo di costringerlo a entrare in infermeria, non andato a buon fine, prima delle violenze fisiche subite in sala mensa: “Scappavo da lì perché il cibo mi sembrava immondizia. Ma Francisco e Calixto me lo infilavano in bocca a forza, picchiandomi: usavano un cucchiaio come leva tra i miei denti e mi torcevano le braccia”.
    Nell’articolo viene citata anche la testimonianza di uno dei compagni di classe dell’epoca, che ha chiesto di rimanere anonimo: “Sono stato anche io vittima e testimone di abusi da parte di Francisco. Lo vedevo entrare nella stanza di notte e sdraiarsi sul letto del ragazzo di fronte. Io facevo finta di dormire. Un giorno mi fece sedere sulle sue ginocchia e si masturbò con la mia mano. Mi baciava sulla bocca, ma io tenevo la bocca chiusa per impedirgli di penetrarmi con la lingua. Non andò oltre quell’episodio, perché dopo mi nascondevo”.

    “Era solo affettuoso”

    Godoy continuò a frequentare il centro per alcuni mesi, senza riuscire a raccontare a nessuno delle violenze subite. Più tardi, a 16 anni, durante il ricovero in ospedale per un intervento al ginocchio, il direttore del centro andò a trovarlo: “Non sono entrato nei dettagli degli abusi sessuali perché mi sentivo intimidito e spaventato. Ma gli ho detto che Fratel Francisco mi aveva picchiato e che aveva toccato e abusato dei bambini. Mi disse di non interpretarlo in quel modo, che Fratel Francisco era semplicemente affettuoso. Mi chiese persino di tornare a San Juan de Dios. Mi rifiutai e gli dissi che avrei ucciso Fratel Francisco. Lui rispose che non era più lì, che era stato trasferito in Africa”.

    L’ordine ha confermato il trasferimento in Camerun, dove l’uomo rimase per 8-9 mesi, ma le motivazioni dello spostamento non sono mai state rese note, così come quelle che hanno portato Francisco a uscire dall’ordine nel dicembre del 1977. Godoy non sa neanche se sia ancora vivo, e anche su Calixto l’ordine afferma di “non essere autorizzato a fornire informazioni”. Difficile prevedere come procederanno le indagini, ma almeno Alvaro ha avuto modo di raccontare la sua storia e togliersi questo “peso insopportabile” prima della fine.

    https://europa.today.it/attualita/abusi-violenze-collegio-storia-alvaro-del-cristo-godoy.html

  • Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Esistono notizie che non esistono e spesso i giornali si affidano proprio ad esse per veicolare messaggi fuorvianti e ideologici. Un esempio perfetto è la visita di papa Leone XIV in Francia, che a detta di tutti, sostenitori e detrattori del papato, è stata un successo inaspettato.

    Il successo di Leone XIV in Francia

    Alcuni giornali, in patria e all’estero, avrebbero forse preferito assistere a un flop, avrebbero così potuto glissare o stigmatizzare alcune delle dichiarazioni più forti di Leone XIV, come quelle a difesa della dignità della vita, soprattutto quando è infragilita dalla malattia e dalla disabilità, e contro l’eutanasia.

    Non potendo però criticare una visita che ha battuto tutti i record di partecipazione popolare (che spettacolo le decine di migliaia di giovani allo Stade de France), tanto che perfino Emmanuel Macron, per non perdere la faccia, ha dovuto partecipare in extremis a una messa del Pontefice, alcuni giornali hanno deciso di mettere in piedi un’operazione di distrazione di massa.

    Gli abusi sessuali “sistemici” nella Chiesa

    Del terzo giorno di visita a Lourdes gli organi di informazione hanno trattenuto soprattutto una cosa: «A Lourdes papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (Rfi), «Papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (France24), «Il Papa ha incontrato le vittime di abusi sessuali, riconoscendo, secondo una di loro, il “carattere sistemico” delle violenze sessuali» (Le Monde), «“Giornata memorabile” per le vittime di violenze sessuali ricevute da Leone XIV, che ha riconosciuto il loro “carattere sistemico” nella Chiesa» (Libération).

    Perché tanta enfasi su questo termine, “sistemico”, utilizzato nel rapporto definitivo della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), un rapporto che come abbiamo già ricordato in passato è pieno di falle metodologiche e di contenuto? Perché se la piaga degli abusi nella Chiesa è “sistemica”, non si tratta soltanto di condannare gli autori delle violenze ma di riformare radicalmente la Chiesa cattolica. E poiché chi fa parte del “sistema” non può cambiarlo, spetta alla società, ai giornali, ai tribunali, alle associazioni delle vittime, all’opinione pubblica cambiare la Chiesa. E renderla più adeguata allo spirito del tempo, come dimostrano le raccomandazioni contenute alla fine del rapporto della Ciase (dal sacerdozio femminile all’abolizione del celibato).

    Il termine mai usato dal Papa

    Se papa Leone XIV riconoscesse che gli abusi sessuali sono “sistemici” sarebbe clamoroso: un papa che propone di smantellare la Chiesa è una notizia storica. Peccato (o per fortuna) che Leone XIV non abbia mai usato quel termine.

    Tutti i giornali hanno ripreso la dichiarazione di una vittima di abusi sessuali, mettendola in bocca al Pontefice, e l’hanno fatta talmente grossa che Leone XIV si è sentito in dovere di rettificare l’errore.

    La rettifica di Leone XIV

    Sul volo di ritorno del Papa verso Roma, un giornalista francese di Famille Chrétienne, Cyriac Zeller, ha domandato a Leone XIV: «Ritiene che gli abusi sessuali nella Chiesa siano “sistemici”?». Il Papa ha risposto:

    «Vorrei innanzitutto precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere ad altre vittime la disponibilità – mia e della Chiesa – ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso. Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo. Ma credo sia importante fare questa distinzione».

    Riconoscere gli abusi, evitare la gogna

    L’attenzione verso le vittime di abusi sessuali resta, la condanna di coloro che hanno compiuto le violenze resta, la sottolineatura sulla necessità che la Chiesa agisca in tutte le sedi per fermare gli abusi e per cambiare procedure e atteggiamenti che hanno favorito le violenze (come fatto già da Benedetto XVI e papa Francesco) resta.

    Ma le violenze sessuali non sono il prodotto di un «sistema» e non si può generalizzare, anche per non incappare in clamorosi errori e gogne mediatiche (come quelle contro Aupetit e Barbarin in Francia o Pell in Australia). La sottolineatura del Papa è fondamentale e la distinzione non è secondaria.

    Molti giornali hanno riportato la notizia della rettifica senza enfasi, altri si sono invece risentiti: come si permette il Papa di non pensarla come noi? Emblematico l’attacco del pezzo in merito di Libération: «Leone XIV avrebbe potuto evitare». Esistono notizie che non esistono, ma qualcuno non è d’accordo.

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

  • Panama, 37 denunce di abusi sessuali contro il clero dal 2001 al 2025

    Panama, 37 denunce di abusi sessuali contro il clero dal 2001 al 2025

    Sono 37 le denunce per abusi sessuali contro minori e persone vulnerabili presentate contro membri del clero cattolico a Panama tra il 2001 e il 2025.

    È quanto emerge da un rapporto realizzato da due università cattoliche su richiesta della Chiesa e presentato oggi.

    L’arcivescovo di Panama, José Domingo Ulloa, ha rinnovato le scuse alle vittime, già espresse nel 2023, precisando che cinque sacerdoti sono stati ridotti allo stato laicale dopo essere stati condannati per abusi sessuali.

    Lo studio, condotto dalla spagnola Villanueva University e dall’americana University of Notre Dame, non ha trovato prove di una politica deliberata della Chiesa per occultare gli abusi nel Paese, ma ha evidenziato problemi nella gestione delle denunce.

    Maria José Valero, una delle autrici, ha sottolineato che il numero dei casi segnalati non riflette necessariamente l’entità reale degli abusi, poiché molte vittime esitano a denunciare.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2026/09/23/panama-37-denunce-di-abusi-sessuali-contro-il-clero-dal-2001-al-2025_725f611f-c5d3-4898-85c8-d09d9333e31e.html

  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    TORINO, Italia (OSV News) — Due settimane dopo che il Vaticano ha dichiarato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik è in corso, OSV News ha appreso che 22 lettere inedite di donne appartenenti alla Comunità Loyola slovena, che descrivono presunti abusi commessi dal famoso artista di mosaici, fanno parte degli atti relativi ai presunti abusi.

    Le lettere, scritte nel 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, ora custoditi dall’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia, secondo quanto riferito da persone a conoscenza del caso. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali subiti da padre Rupnik quando era il loro direttore spirituale.

    Il 15 dicembre 2023, l’Arcidiocesi di Lubiana ha annunciato che il Vaticano aveva ordinato lo scioglimento delle Suore della Comunità di Loyola entro un anno, in seguito a un decreto emesso dal Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Secondo quanto riferito a OSV News da una fonte vicina al caso, si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

    Le lettere scritte durante la Pasqua del 2000 testimoniano presunti abusi.

    Padre Rupnik, ex gesuita, è accusato di aver abusato di oltre venti donne nel corso di diversi decenni. Ha sempre negato ogni addebito. Il 22 luglio il Vaticano ha dichiarato che le notizie sulla sua assoluzione, diffuse da un sito web italiano, erano “completamente infondate” e che “l’esame del caso è ancora in corso”.

    La Santa Sede ha dichiarato che il collegio giudicante sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa. Il Vaticano non ha reso pubbliche tutte le prove contenute nel fascicolo.

    Fabrizia Raguso, ex membro della comunità di Loyola, ha affermato che le 22 lettere che descrivono i presunti abusi sono state scritte durante la Pasqua del 2000. È l’unica ex suora citata nel materiale ad aver acconsentito a essere identificata pubblicamente.

    «Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, superiora della Comunità di Loyola, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui, ciò che ci aveva fatto e poi a perdonarlo», ha raccontato Raguso a OSV News.

    «La ragione che Ivanka ci diede quando ci costrinse a scrivere della nostra esperienza con Rupnik», continuò Raguso, «era che in occasione del Giubileo (del 2000) avevamo bisogno di cercare una riconciliazione con lui; non so se poi fece recapitare le lettere a Marko».

    Le prime lamentele non ascoltate, il sacerdote-artista ha intrapreso una carriera internazionale

    Le lettere furono scritte anni dopo che le prime lamentele su padre Rupnik erano giunte ai superiori dei gesuiti e al defunto arcivescovo Alojzij Šuštar di Lubiana all’inizio degli anni ’90. Padre Rupnik fu allontanato dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che nel corso degli anni divenne un punto di riferimento per gli artisti che si riunivano attorno alla creazione delle sue opere.

    Nel 2000, Padre Rupnik si era affermato per aver installato un nuovo programma di mosaici nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, una cappella papale privata. In seguito, realizzò importanti commissioni per la Basilica di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, in Italia; per il Santuario di Lourdes in Francia; per il Santuario di Fatima in Portogallo; per la Cattedrale dell’Almudena a Madrid; e per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington.

  • Bozano Bressanone – SILENTIUM

    Bozano Bressanone – SILENTIUM

    di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.

    Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.

    Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)

  • Cosa succede al processo Rupnik? Dio solo lo sa

    Cosa succede al processo Rupnik? Dio solo lo sa

    Una notizia, dal comunicato divulgato dalla Sala Stampa della Santa Sede che smentisce le voci che danno Rupnik scagionato dall’accusa di abusi sessuali, almeno l’abbiamo avuta, e cioè che il processo all’ex gesuita è iniziato. Fino a ieri, infatti, non sapevamo nemmeno questo.

    Infatti il papa ci fa sapere attraverso il suo portavoce che la Chiesa rivendica il diritto (o il dovere, non si capisce) di coprire con il segreto i suoi processi, anche quelli per abusi sessuali in cui non è nemmeno prevista la figura delle vittima.

    Dal giorno in cui papa Francesco, il 27 ottobre 2023, con la destra decise di derogare alla prescrizione e con la sinistra fece capire a chi di dovere che quel processo non s’aveva da fare, abbiamo dovuto aspettare il 13 ottobre scorso per sapere dal Dicastero per la Dottrina della fede che almeno i giudici erano stati nominati. Da quel momento, abbiamo avuto solo voci. Quella pubblicata il 20 luglio dal blog Messa in Latino, rinforzata da AdVaticanum, lasciavano intendere che fossero cadute le accuse di abusi sessuali. Passate 24 ore, arriva la smentita del direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Si tratta, si legge nel comunicato, di notizie «assolutamente infondate»:

    la valutazione del caso è ancora in corso e il collegio sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dagli interessati e a mezzo stampa.

    Durante il processo, come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso e per evitare di ferire tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda, come accaduto nei giorni scorsi. Qualora il collegio ritenesse di aver bisogno di ulteriori informazioni, sarà sua cura muoversi autonomamente per riceverle.

    Approfittando di questo momento di apertura comunicativa della Sala Stampa vaticana, più unico che raro, ho provato ad approfondire mandando al direttore alcune domande. Eccole:

    Gentile Matteo Bruni,

    in merito al comunicato appena divulgato sul processo in corso a don Marko Rupnik, potrebbe gentilmente rispondere alle seguenti domande:

    – Chi sono i giudici che seguono il “caso Rupnik”;

    – Quando è iniziato il processo a don Marko Rupnik?

    – Chi sono “gli interessati” citati nel comunicato?

    – Il diritto canonico prevede in questo caso la partecipazione di parti offese? In caso affermativo, chi sono?

    – La raccolta delle informazioni da parte del collegio è ancora in corso?

    Messa in Latino, intanto, ha preso atto della smentita di Matteo Bruni e ha tenuto il punto, facendo la domanda cruciale: è stata stralciata l’accusa di violenza sessuale, e cioè di stupro, o quella sugli abusi sessuali che Gloria e le altre vittime hanno subito, spesso per anni, dopo manipolazioni e abusi spirituali e di potere?

    1. In attesa del giudizio finale, la domanda è: la nostra notizia è infondata oppure l’unica cosa infondata, tra l’altro mai scritta da MiL da nessuna parte, è che si sia arrivati ad una sentenza definitiva come fa intendere il comunicato della Sala Stampa?
    2. È vero che sono stati stralciati alcuni capi di accusa dal processo? E quali sono?
    3. Riguardano l’accusa di violenza sessuale o anche gli abusi sessuali denunciati?

    Non solo: in questa temperie di whistleblowing, c’è anche una voce, sempre secondo le fonti di Mil, che riferisce di un Marko Rupnik soddsfatto per l’andamento del processo:

    Un nostro amico ha parlato direttamente con Rupnik circa venti giorni fa: l’ex gesuita gli ha detto che il processo stava andando MOLTO BENE PER LUI. Domanda, è una norma vaticana dare le informazioni agli imputati e NON alle presunte vittime e ai loro avvocati, oppure ha degli insider dentro il processo e nelle segreterie DDF e\o Segreteria di Stato?

    Nel frattempo è arrivata la risposta della Santa Sede alla mia mail, laconica come da manuale:

    Gent.ma Federica Tourn,

    grazie per la sua mail.

    In merito alla sua domanda, La informiamo che al momento non c’è altro da aggiungere a quanto già detto e al comunicato diffuso ieri.

    Certi della sua comprensione, inviamo i nostri più cordiali saluti.

    Sala Stampa della Santa Sede

    L’unica cosa che comprendiamo, per la verità, è che dei processi ecclesiastici nessuno sa nulla, tranne forse l’imputato; quello che dovremmo comprendere è che nessuno, nemmeno chi ha subito gli abusi per i quali Rupnik è a processo (o almeno si suppone), oggi ha il diritto di conoscere i capi di imputazione, o chi giudica l’imputato e che ruolo hanno le parti offese nel processo – nemmeno l’avvocato delle vittime; così come domani nessuno potrà chiedere le motivazione della sentenza. Sempre che a sentenza si arrivi, o che venga comunicato.

    https://federicatourn.substack.com/p/cosa-succede-al-processo-rupnik-dio

  • Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Cinque donne lo accusano di condotta sessuale inappropriata, il Vaticano ha aperto un’indagine e il cardinale Cristobal Lopez Romero, originario della Spagna ma arcivescovo di Rabat in Marocco, ha deciso di dimettersi temporaneamente, almeno fino a quando si farà chiarezza sulla vicenda.

    Tutto è partito da una inchiesta dell’Afp ha rivelato che almeno cinque donne lo hanno accusato di condotta sessuale inappropriata.

    Il cardinale respinge ogni addebito. L’Afp ha raccolto la testimonianza di una donna e ha inoltre esaminato una dichiarazione scritta di un’altra donna, presentata alla Nunziatura Apostolica, la rappresentanza diplomatica vaticana nella capitale marocchina. Si accusa il cardinale spagnolo, salesiano, settantaquattrenne, di comportamenti “inappropriati”; un approccio da cui la donna afferma di essere riuscita a sottrarsi, seppure con difficoltà. Una fonte interna alla diocesi ha inoltre riferito di essere stata informata che almeno altre tre donne avevano denunciato di essere state vittime di “episodi analoghi”.

    Il cardinale ha deciso di informare direttamente sulla situazione attraverso un comunicato che è stato rilanciato dai media vaticani: “Al termine di un anno pastorale fruttuoso, la nostra Chiesa di Rabat si trova ad affrontare un evento difficile. Sono accusato di comportamento inappropriato nei confronti di donne adulte. Questa situazione ha indotto la Chiesa ad avviare un’indagine preliminare”. L’indagine è “nelle mani della Chiesa Cattolica Romana”, spiega il porporato spagnolo, originario di Almeria, assicurando la sua collaborazione. E proprio per non ostacolare tale inchiesta, il cardinale spiega: “Mi asterrò dal presiedere celebrazioni pubbliche e dal partecipare ad attività pastorali”.

    López Romero si rivolge ai fedeli: “Confido nella vostra comprensione”. E aggiunge: “Questo evento è fonte di turbamento per tutti noi”. Come arcivescovo, si dice “pienamente consapevole delle difficoltà che sta causando e dei legittimi interrogativi che può sollevare in tutti”. Da qui la decisione che “i membri della comunità diocesana ne siano informati immediatamente”.

    L’arcivescovo di Rabat aveva accolto Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Marocco nel marzo del 2019. Nell’ottobre dello stesso anno Bergoglio aveva deciso di crearlo cardinale. A maggio 2025 era nel toto-nomi del futuro Papa, dopo la morte di Bergoglio, nel conclave in cui è stato eletto Leone XIV.

    Originario dell’Europa, con una lunga esperienza in America Latina, univa, con il suo ministero in Marocco, la Chiesa di diversi continenti. Lopez Romero in quei giorni pre-conclave scherzava con i giornalisti ricordando il proverbio “chi entra Papa esce cardinale”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/07/07/denunciato-da-5-donne-il-cardinal-lopez-romero-si-fa-da-parte_cc0ec8b5-e900-41f9-ae12-1aacb06948bc.html

  • Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Dal punto di vista cognitivo non ci sarebbero ostacoli alla sua partecipazione ad un giudizio, ma le condizioni fisiche non gli consentirebbero di affrontare il viaggio transoceanico e partecipare di persona ad un processo come quello che lo attenderebbe in Argentina

    Si sarebbero espressi così i periti, nominati dal tribunale di Bologna e chiamati a valutare don Franco Reverberi, sacerdote residente nel Parmense, 88 anni, accusato di diversi crimini contro l’umanità compiuti durante la dittatura civico-militare del 1976-83 nel paese sudamericano.

        Nel 2024 il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva negato l’estradizione per motivi di salute e il processo in Argentina, che il prete lasciò nel 2011, è stato avviato in contumacia.

    Ma nei mesi scorsi l’autorità giudiziaria sudamericana, accogliendo una richiesta della difesa dell’imputato, ha inviato in Italia una richiesta via rogatoria per valutare le condizioni di Reverberi, in ordine alla sua eventuale partecipazione al giudizio.

        La Procura di Bologna, competente distrettualmente, ricevuti gli atti, con il pm Marco Imperato ha chiesto una perizia in incidente probatorio e il Gip Alberto Ziroldi l’ha disposta, nominando il medico legale Matteo Tudini e lo psichiatra Renato Ariatti, che sono andati a visitare il sacerdote nella sua abitazione, in provincia di Parma. Nel procedimento italiano Reverberi è difeso dall’avvocato Franco Magnani.

        Ricevuti gli esiti, il Gip ha ritrasmesso gli atti alla Procura che a propria volta li manderà in Argentina, dove i giudici prenderanno presumibilmente una decisione sulle modalità di partecipazione dell’anziano imputato.

    https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/06/30/per-i-periti-italiani-don-reverberi-non-potrebbe-andare-in-argentina_adcb6865-0b24-4bf6-90f9-b869e934d406.html