Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    “Roma loquitur, confusio augetur”, Roma parla, la confusione cresce. La battuta critica del cardinale George Pell ha avuto una puntuale conferma nell’intervista che papa Francesco ha dato il 24 gennaio a Nicole Winfield dell’Associated Press.

    Interpellato sul caso del gesuita Marko Ivan Rupnik, Francesco ha risposto di non avere con tale caso “nulla a che fare” e di aver provato alla notizia “una grande sorpresa”. Ma ha anche fornito elementi fin qui sconosciuti della vicenda, e di non poco conto, in particolare che “c’è stato un accordo” nel quale “si pagò un’indennizzo”.

    È stata la prima volta, questa, nella quale il papa ha detto qualcosa sul caso Rupnik, da quando esso è venuto allo scoperto all’inizio dello scorso mese di dicembre. Rompendo un silenzio tanto più inspiegabile quanto più si sapeva della prossimità molto stretta, da anni, tra lui e quel gesuita.

    Per sciogliere l’enigma di questo silenzio, e oggi di queste parole, non resta che riassumere i tratti finora noti della vicenda, in quattro scene con un intervallo.

    SCENA PRIMA

    Era il 3 gennaio del 2022 e Francesco ricevette in udienza Rupnik, con tanto di notizia sul bollettino ufficiale e di foto (vedi sopra).

    Due anni prima, il 6 marzo del 2020, il papa aveva affidato a lui anche il compito di tenere la prima meditazione di Quaresima, per sé e per gli alti dignitari della curia vaticana riuniti ad ascoltarlo nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

    La fama di Rupnik era fino a due mesi fa alle stelle. Sloveno, 68 anni, era noto e apprezzato in tutto il mondo come un artista di primissimo piano, autore di spettacolari creazioni a mosaico sia a Roma, nella cappella del Palazzo Apostolico Vaticano, come a Fatima, a San Giovanni Rotondo e in altre numerose città. Aveva fama anche come maestro spirituale, di raffinata formazione teologica, in dialogo tra Occidente ed Oriente, discepolo dell’insigne gesuita e cardinale Tomás Spidlik (1919-2010). Nel suo atelier artistico di Roma viveva assieme a una comunità di donne consacrate, da lui fondata, ispirata e diretta.

    Ma attenzione alle date. Perché questi due eventi, l’udienza e la predica, si incrociavano con due processi che nel frattempo, in segreto, erano in corso contro Rupnik in Vaticano.

    SCENA SECONDA

    Era il gennaio del 2020 e la congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto alla Compagnia di Gesù di istruire un processo amministrativo penale a seguito di una denuncia contro Rupnik per aver assolto in confessione una persona sua complice in un peccato “contro il sesto comandamento”. I giudici, tutti non gesuiti, avevano accertato all’unanimità che l’accusa era fondata. E toccava ora alla congregazione stabilire la condanna.

    Fu proprio a questo punto che Rupnik fu chiamato dal papa a tenere la prima meditazione di quella Quaresima. Tra l’altro quando già erano scattate contro il gesuita delle misure disciplinari, tra le quali il divieto di predicare.

    Nel maggio successivo la congregazione condannò Rupnik per l’assoluzione del complice, colpa gravissima che comportava anche la scomunica “latae sententiae”. Subito dopo, però, nello stesso mese di maggio, la scomunica fu revocata avendo Rupnik, si disse poi, “ammesso i fatti e chiesto perdono”.

    Il secondo procedimento prese il via nel giugno del 2021 e fu chiuso nell’ottobre del 2022 con la motivazione che i fatti imputati a Rupmik, pur con “la constatazione dell’effettiva consistenza delle accuse”, erano “da considerarsi prescritti per decorrenza dei termini”.

    E fu proprio nel gennaio del 2022, quando Rupnik fu ricevuto in udienza dal papa, che la congregazione per la dottrina della fede ebbe le prove della fondatezze delle accuse rivolte contro di lui da alcune consacrate della sua comunità, per abusi psicologici e sessuali, e avviò contro di lui il processo.

    Inoltre, anche dopo l’archiviazione del caso, sono rimaste in vigore per Rupnik “le restrizioni cautelari al ministero”, dalla proibizione di confessare a quella di predicare esercizi spirituali.

    INTERVALLO

    Di questi due processi nulla si è mai saputo, in pubblico, fino all’inizio di dicembre del 2022, quando le prime notizie riguardanti la cattiva condotta di Rupnik vennero alla luce su due blog cattolici di Roma, “Silere non possum” e “Messa in latino”.

    Seguirono le prime, vaghe ammissioni da parte della Compagnia di Gesù di procedimenti contro Rupnik “riguardanti il suo modo di esercitare il ministero” e di misure restrittive a lui imposte. Poi più dettagliate ammissioni da parte del preposito generale della Compagnia, Arturo Sosa. E poi ancora una cronologia sommaria dei fatti, emessa dalla curia generalizia dei gesuiti. Questo mentre su vari giornali italiani non cattolici, prima sulla rivista “Left” e poi più sistematicamente sul quotidiano “Domani”, uscivano e continuano a uscire le impressionanti testimonianze e denunce di un numero crescente di donne abusate da Rupnik in un ampio arco di anni, tutte passate nella comunità femminile da lui guidata. Sulla base di queste nuove denunce, la Compagnia di Gesù ha recentemente chiesto a Rupnik di restare a disposizione, nell’eventualità di ulteriori indagini e di un terzo processo.

    SCENA TERZA

    La venuta allo scoperto del caso, nei termini sopra detti, ha dato corpo a molte questioni irrisolte, che arrivano a coinvolgere il papa.

    Le misure restrittive inflitte a Rupnik sono state da lui ampiamente disattese, senza alcun controllo o sanzione, come se godesse di un invincibile “status” di protezione.

    L’immediata revoca, nel maggio nel 2020, della condanna e della scomunica di Rupnik non può essere stata semplicemente la conseguenza automatica del suo dichiarato pentimento. E neppure può essere stata decisa isolatamente dal cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Una revoca di tale peso e rapidità, a giudizio di molti, può essere stata ordinata soltanto dal papa.

    La chiusura per prescrizione del processo del 2022, con la motivazione che gli abusi sessuali imputati a Rupnik risalivano agli anni Ottanta e Novanta, non era affatto obbligatoria. Le istruzioni inviate ai vescovi di tutto il mondo nell’estate del 2020 per volontà dello stesso papa Francesco, riguardo ad abusi sessuali su minori e “adulti vulnerabili”, avvertono che in simili casi alla prescrizione si possa derogare, valutati la gravità dei fatti e i loro effetti in anni successivi, sulle vittime reali e potenziali.

    Colpisce la trascuratezza con cui le autorità ecclesiastiche hanno trattato le donne su cui Rupnik ha esercitato i suoi abusi psicologici e fisici. Numerose lettere di denuncia oggi divenute note sono rimaste senza risposta da parte delle autorità a cui erano state indirizzate.

    La cappa di segreto che ha celato fino allo scorso dicembre l’iter giudiziario di Rupnik è incompatibile con il “rescriptum ex audientia” del 2019 con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio nei casi di abuso sessuale.

    Ma ancor di più impressiona l’intangibilità di cui Rupnik ha sempre goduto mentre esercitava le sue prevaricazioni, a danno di decine di donne della comunità da lui diretta, sistematicamente violate nello spirito e nel corpo, in nome di aberranti giustificazioni teologiche da lui continuamente associate ai suoi atti.

    Ingiustificabili appaiono infine le dichiarazioni del 23 dicembre scorso del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, che – dopo aver premesso l’assenza di una sua responsabilità gerarchica su Rupnik – ha ridotto il tutto a una malevola campagna mediatica che avrebbe trasformato le denunce in reati, in violazione di ogni principio di garantismo. Quando in realtà contro il gesuita sono stati istruiti in Vaticano non uno ma due processi ed è stata emessa una condanna comprensiva persino di una scomunica.

    E poi, di chi è vicario De Donatis se non del papa, in una diocesi come quella di Roma che Francesco ha recentemente riorganizzato da capo a piedi sotto suo totale comando, una diocesi in cui non cade foglia che il papa non voglia? Impensabile che il cardinale vicario abbia emesso quelle dichiarazioni solo di testa sua.

    SCENA QUARTA

    E siamo all’intervista del 24 gennaio all’Associated Press. Nella quale Francesco si dice estraneo al caso ma difende a spada tratta la decisione della congregazione per la dottrina della fede d’aver fatto cadere le accuse contro Rupnik, pur fondate, perché legate ad atti lontani nel tempo. “La prescrizione è una garanzia”, ha detto il papa nell’intervista. “Se c’è una minorenne la tolgo sempre, o con un adulto vulnerabile”, ma “in questo caso no”.

    Quindi a parere del papa le donne abusate da Rupnik in veste di loro direttore spirituale non erano “vulnerabili”? A leggere le loro impressionanti testimonianze il giudizio che se ne ricava è proprio questo.

    Nell’intervista Francesco esprime anche un suo cambio di giudizio su Rupnik, che ora gli si rivela, dice, come ”una persona molto limitata che però è potente, a volte”. E fa balenare che “alcuni devono uscire dallo stato clericale perché non possono continuare in una situazione pastorale di questo tipo”. Ma che a questi vaghi e tardivi rimproveri seguano i fatti è tutto da vedere.

    E infine c’è quell’enigmatico rimando del papa a un pagamento in denaro, avvenuto per chiudere il caso: “Non so come il caso si è risolto, nel senso di un accordo comune. Credo che si pagò una indennizzo, ma io non conosco chiaramente l’accordo; ad ogni modo c’è stato un accordo”.

    Un indennizzo a chi? A qualcuna delle donne violate? Le quali in realtà erano decine, come si scopre ogni giorno di più. E con che tipo di accordo?

    Il cardinale Pell aveva proprio ragione. Il papa parla, la confusione cresce.

  • Abusi del sacerdote, la Cassazione annulla la condanna: svelati in ritardo, dubbi sulla vittima delle violenze

    Abusi del sacerdote, la Cassazione annulla la condanna: svelati in ritardo, dubbi sulla vittima delle violenze

    La Cassazione riapre, con le motivazioni dell’annullamento della condanna in primo e secondo grado a 5 anni e mezzo, il caso di don Mauro Galli, l’ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio a Rozzano imputato di violenza sessuale per avances che avrebbe fatto il 19 dicembre 2011 a un 15enne del quale era padre spirituale, educatore ed insegnante: alla base del ribaltone, per la Suprema Corte, è «il tardivo disvelamento» della violenza raccontata dal ragazzo solo dopo tre anni, il che «induce a perplessità non adeguatamente spiegate dai giudici di merito» e «impone pertanto una complessiva rilettura del percorso argomentativo» da affidare a un nuovo processo d’Appello.

    La dinamica dei fatti si compone di due fasi, una pacifica perché ammessa anche dal prete e l’altra invece controversa: la tesi d’accusa è infatti che il giovane, di cui i genitori avevano concordato con il sacerdote un pernottamento nell’abitazione del prete in attesa delle preghiere del giorno seguente, fosse stato costretto a subire le avances del sacerdote con il quale condivideva il letto, nel corso di una notte seguita a una coinvolgente confessione «che lo aveva messo in mano» dell’imputato.

    La prima parte, cioè l’avere ospitato il ragazzo nel proprio letto, era stata subito ammessa da don Galli, che per la palese inopportunità di questo comportamento era stato trasferito dal vicario generale della diocesi Carlo Redaelli da Rozzano a Legnano in affidamento a due sacerdoti e a uno psicologo, e poi nel luglio 2012 dal vicario generale Mario Delpini (attuale arcivescovo di Milano) lontano dal contatto con i minori, prima all’ospedale Niguarda come cappellano e poi a Roma in un istituto religioso di studi. Soltanto nel 2014 il ragazzo aveva fornito una nuova versione nella quale per la prima volta aggiungeva di aver dovuto resistere a pesanti approcci sessuali del sacerdote: denuncia dopo la quale la giustizia ecclesiastica nel maggio 2015 aveva sospeso don Galli da sacerdote.

    Le sentenze di condanna in Tribunale e in Appello spiegano il silenzio triennale del ragazzo con «il suo stato di affermata totale soggezione nei confronti dell’imputato». Ma per la Cassazione «non è adeguata giustificazione logica del silenzio la (residua) soggezione nei confronti di chi già tre anni prima, subito, aveva visto «nel breve volgere di qualche ora la distruzione della sua immagine pubblica e della sua stessa autorità ecclesiale, irrimediabilmente azzerate tanto nei rapporti con i superiori ecclesiastici (dai quali, ben presto informati e giustamente adirati, era stato emarginato), quanto nel giudizio della famiglia della persona offesa (altrettanto doverosamente infuriata)».

    E questo aspetto, che per la Cassazione non quadra, impone anche un riesame della personalità del giovane, «pacificamente connotata» da aspetti narcisistici «per conquistare in qualche modo il centro della scena»: del resto «inesistenti attacchi asmatici, inventati choc anafilattici, e simulate possessioni demoniache, già prima dei fatti avevano palesato turbamenti tali da indurre i genitori ad affidarsi alla psicoterapeuta». Quadro che anzi, «piuttosto stabile prima e dopo i fatti», vide «un peggioramento progressivo e acuitosi nel periodo finale del triennio», semmai «legato all’incrinarsi dei rapporti con la fidanzata nonché agli insuccessi scolastici». Sino a «una condizione di sgradito isolamento personale» con «vari ricoveri ospedalieri nel 2013-2014 infine culminati (solo nel luglio 2014 e all’esito di un tentativo di suicidio) nel chiaro e teatrale disvelamento del preteso abuso sessuale risalente al 2011».
    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/23_gennaio_23/abusi-del-sacerdote-la-cassazione-annulla-la-condanna-svelati-in-ritardo-dubbi-sulla-vittima-delle-violenze-81bcf4df-11f0-4869-8d25-b21c5062exlk.shtml
  • Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

    Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

    ROMA-ADISTA. Confusione tra foro interno e foro esterno, tra ruolo spirituale e amministrativo; culto cieco e incondizionato del fondatore; manipolazione mentale, annullamento delle personalità e delle coscienze; mistificazione della narrazione spirituale; emarginazione di chi dissente, potere assoluto sui singoli individui: sarebbero soprattutto queste le ragioni che hanno originato il provvedimento vaticano di commissariamento della comunità Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria e del suo braccio sacerdotale, l’associazione pubblica clericale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (v. Adista Notizie n. 44/22 e Adista online 31/12/22), e la rimozione dal suo ruolo del presidente e direttore spirituale p. Gebhard Paul Maria Sigl, sul quale peserebbe la responsabilità della situazione. La Comunità oggi conta oltre 60 sacerdoti, 30 tra seminaristi e “fratelli laici”, 200 “sorelle apostoliche” e famiglie di 11 Paesi: Italia, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Olanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Russia, Kazakistan e Uruguay (dati del sito della comunità). La sua spiritualità, si legge sempre sul sito, si fonda su «amore per Maria, spirito eucaristico-sacerdotale e fedeltà al papa».

    Il commissariamento pro tempore ha fatto seguito alla visita apostolica condotta nel 2021 dal vescovo emerito di Bari mons. Francesco Cacucci, ed è stato affidato il 1 giugno 2022 al vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori e, per la parte femminile, alla religiosa suor Katarina Kristofová, nell’attesa di comprendere quale sarà il futuro della comunità e dei suoi membri. Una vicenda su cui vige il massimo riserbo, data anche l’alta protezione di cui gode la comunità in Vaticano, ma i cui contorni si stanno delineando con più precisione, grazie al contributo fondamentale di testimoni e vittime con cui siamo venuti in contatto. Una vicenda le cui radici risalgono lontano nel tempo, all’origine stessa della comunità, già pervasa di aberrazioni settarie e illeciti canonici perpetrati da personalità controverse o devianti. Una vicenda di cui occorre raccontare la storia perché fa luce sui contesti e le dinamiche delle derive settarie e degli abusi di potere, spirituali e psicologici, quando non anche sessuali, in tanti movimenti e nuove comunità: sarebbero circa 40 le realtà ecclesiali sotto la lente d’ingrandimento del Vaticano in questo periodo.

    La potenza oscura del controverso mons. Hnilica

    A fondare la comunità Pro Deo et fratribus (solo in seguito chiamata Famiglia di Maria) è, nel 1968, il gesuita mons. Pavel Hnilica, ordinato e consacrato vescovo in clandestinità nell’allora Cecoslovacchia comunista, poi, dopo il Concilio Vaticano II, sollecitato da Paolo VI a occuparsi dei cattolici nell’Est Europa e braccio destro di Giovanni Paolo II per tutto ciò che riguardava il sostegno (anche economico) alle quelle Chiese: su suo mandato, nel 1984 consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria, su “dettato” delle apparizioni di Fatima. Hnilica è un personaggio controverso. Nel libro di Ferruccio Pinotti e Giacomo Galeazzi Wojtyla segreto, del 2011, vengono ricostruiti in modo minuzioso i passaggi delle ingenti quantità di denaro che dallo Ior e dal Banco Ambrosiano, proprio attraverso organizzazioni come la Pro Deo et Fratribus (utilizzata dal Vaticano e dalle intelligence occidentali), venivano trasferite in Polonia o verso le organizzazioni anticomuniste del Centro e Sudamerica. Proprio in relazione al caso banca vaticana (IOR)/Banco Ambrosiano e alla vicenda della valigetta di Roberto Calvi Hnilica è stato un personaggio centrale: fu condannato in primo grado nel 1993 a tre anni e sei mesi per ricettazione: aveva emesso due assegni in bianco in cambio di documenti che avrebbero potuto dimostrare l’innocenza del Vaticano nel fallimento del Banco Ambrosiano; fu poi assolto in Cassazione nel 2000, avendo agito, secondo quanto asserito dalla pm Maria Monteleone, per non compromettere l’onore del papa e del Vaticano. Nel 1989, era stato trovato in possesso di documenti dei servizi segreti italiani (Sismi) riguardanti gli ultimi giorni di Calvi. Fu amico stretto di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, di madre Teresa di Calcutta e di Werenfried van Straaten, che nel 1947 aveva dato vita alla fondazione pontificia internazionale “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, e che fu candidato alla beatificazione fino all’emergere di un’accusa di abusi sessuali (v. Adista online, 11/2/21). Hnilica fu anche al centro di vari movimenti controversi (come l’Opus Angelorum, v. Adista Notizie n. 90/2010 e l’Armata bianca di p. Andrea D’Ascanio), e il suo nome compare spesso legato ad apparizioni mariane di dubbia natura: nel pieno della guerra bosniaca, con il calare dei proventi del santuario di Medjugorje, tentò di creare una realtà analoga negli Stati Uniti, in Colorado, sponsorizzando le visioni della veggente Theresa Lopez e organizzando con lei dei tour che inizialmente fruttarono 50 milioni di dollari all’anno. Durò poco: nel 1991 l’arcivescovo di Denver James Stafford dichiarò le visioni non sovrannaturali.

    Torniamo alla Comunità.

    Dopo il crollo dei regimi comunisti, all’inizio degli anni ‘90, Hnilica “rifonda” la Pro Deo et Fratribus sulle ceneri dell’Opera dello Spirito Santo (OSS), una comunità fondata nel 1972 dal prete austriaco, all’epoca 52enne, Josef Seidnitzer – personaggio tragico e complesso, condannato al carcere tre volte tra gli anni ‘50 e ‘60 dai tribunali austriaci per abusi sessuali seriali su ragazzi adolescenti – e dal suo “pupillo”, il 23enne Gebhard Paul Maria Sigl, suo braccio destro fino alla morte (Seidnitzer muore nel 1993) nonostante fosse al corrente del suo passato. Quando l’Opera dello Spirito Santo fu dissolta nel 1990 per gravi problemi (v. più avanti), Hnilica raduna attorno a sé i 21 “sopravvissuti” offrendo loro la prospettiva di una nuova vita comunitaria a Roma: la “nuova” Famiglia di Maria.

    Le radici della Famiglia di Maria: Josef Seidnitzer e l’Opera dello Spirito Santo

    Torniamo al 1972. L’Opera dello Spirito Santo di Seidnitzer e Sigl rientra tra i movimenti mariani, nati all’interno della spinta postconciliare di matrice carismatica orientati al rinnovamento della Chiesa. Alla guida e al centro di questo microcosmo, tendenzialmente innovativo, la personalità complessa di Seidnitzer e un sistema comunitario fondato sulla tirannia psicologica.

    Alcuni testimoni con i quali abbiamo parlato lo descrivono come un narcisista che interpretava la storia in funzione di se stesso, e che si considerava il papa dei nuovi tempi, il «nuovo Pietro» che avrebbe edificato una Chiesa rinnovata, circondato dai suoi “apostoli” (a ognuno dei membri veniva attribuito infatti il nome di un apostolo: Gebhard Sigl, da lui designato come il suo successore, si sarebbe chiamato “Paul”, Paolo, nuovo apostolo delle genti). Questa dimensione assunse toni deliranti: a Natale del 1974, racconta una nostra fonte, Seidnitzer profetizzò che avrebbe dovuto realizzarsi l’atteso intervento divino nella storia, e che papa Paolo VI avrebbe dovuto dimettersi per lasciare il suo posto a lui, il Pietro della nuova Chiesa. Un megalomane millantatore, insomma, che affermava di essere depositario di rivelazioni divine personali, di avere dolorose stimmate invisibili, che manipolava i giovani, cercando di convincerli di avere una vocazione con una pressione morale e spirituale, esercitata grazie a un impressionante «potere di incantamento», con il quale li esortava a «incarnare il sogno di una Chiesa nuova, del quale dovevano sentirsi responsabili»; un uomo capace di impedire a uno dei membri della comunità di allontanarsi per visitare un genitore morente, affermando con sicurezza, presto smentito, di sapere che Dio non l’avrebbe fatto morire; di impedire a un altro di adempiere agli obblighi militari, causando il suo arresto alla frontiera; di scrivere a una madre che “Dio gli aveva rivelato” che il figlio era destinato al sacerdozio; un imbroglione che simulava estasi mistiche con una «sapiente recitazione». Un mistificatore apocalittico, che faceva dell’“imminente” intervento divino nella storia l’elemento che teneva insieme la comunità bloccandola in un perenne crescendo di aspettative, soggiogandone e intrappolandone i membri. Membri che erano uomini e donne sinceramente desiderosi di votare la propria vita a Dio, ma che venivano privati di ogni tratto personale, del tutto omologati e resi incapaci di aprire gli occhi, cristallizzati in una sorta di “limbo” fisso, immutabile e disincarnato rispetto alla vita reale. E poi, non dimentichiamolo, Seidnitzer negli anni ’50 aveva trascorso in totale quasi tre anni in carcere per abusi sessuali su numerosi ragazzi, che ubriacava per poi stuprarli. Il che non gli aveva impedito, in seguito, di continuare la sua attività pastorale in Francia, coperto dal sistema di omertà della Chiesa.

    La fine rovinosa dell’Opera dello Spirito Santo

    Nel 1972 la neonata Opera si insediò a Castelgandolfo, nella diocesi di Albano (Roma), inizialmente come comunità priva di inquadramento canonico. Fu nel 1977 che il card. Gabriel-Marie Garrone, a quel tempo prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, inviò una visita, affidata a mons. Andrea Pangrazio, visitatore dei seminari italiani, in seguito alla quale concesse l’approvazione ad experimentum dell’Opera. Garrone conosceva Seidnitzer dal 1961, quando era vescovo a Tolosa, perché lo aveva accolto in diocesi, trasferito dall’Austria, e gli aveva affidato un lavoro in parrocchia. La luna di miele durò poco, perché nel 1978 il prelato, probabilmente informato del passato criminale di Seidnitzer, ritirò improvvisamente la concessione, invitando quest’ultimo a «ritirarsi per un tempo di riflessione e preghiera, lontano da Roma, se possibile fuori dall’Italia» (lettera 8 febbraio 1978); il vescovo di Albano, mons. Gaetano Bonicelli, a sua volta, espulse la comunità dalla diocesi con l’ingiunzione di scioglierla. Seidnitzer, ci racconta il nostro testimone, si sarebbe piegato all’ordine dell’istituzione, ma Sigl provò a resistere.

    L’anno successivo Seidnitzer, Gebhard Paul Maria Sigl e la comunità tornano in Austria, a Innsbruck, dove Seidnitzer, invece di disperdere i suoi sodali come gli era stato imposto, dà vita allo “Studienheim International Villa Salvatoris”, la nuova sede della comunità che appariva come una sorta di seminario parallelo di dubbia ortodossia; il vescovo di Graz-Seckau (la sua diocesi di origine), Johann Weber, lo rimuove dal servizio sacerdotale per disobbedienza (19/11/1979). Anche il vescovo di Innsbruck Reinhold Stecher si esprime più volte contro la comunità e nell’autunno 1985, sulla scorta di un documento della Congregazione per l’Educazione cattolica firmato dal prefetto card. William Baum (15/7/1985), dichiara che tale “seminario parallelo” non ha legittimazione alcuna: «Non è nient’altro che l’invenzione privata di una singola persona – si legge nel documento vaticano – che si è arrogato purtroppo il diritto di imboccare una strada di propria scelta, e che fino a oggi ha ignorato la disciplina più elementare delle norme ecclesiastiche e continua a ignorarle». «È escluso – avverte a commento il vescovo Stecher nella sua lettera – che i membri di questo “seminario” possano mai essere autorizzati a una consacrazione ecclesiastica», e afferma che lì vengono svolte attività pastorali «sotto il pretesto che si tratti di una realtà cattolica e fedele alla Chiesa». Un nuovo avvertimento arriva nel 1988. Seidnitzer si ritira completamente e definitivamente dalla comunità nel 1990, morendo tre anni dopo. Ma c’è chi ne continua l’opera.

    Sigl e le prime ordinazioni controverse nella Famiglia di Maria

    È in questa fase, alla fine del 1989, che si inserisce nella storia mons. Hnilica, tramite uno dei membri, p. Rolf Philipp Schönenberger, che lo porta a Innsbruck: «Ho incontrato questo gruppo di giovani guidati da p. Joseph Seidnitzer e Paul Maria Sigl», ricorderà in seguito il vescovo, apprezzandone la forte devozione mariana e proponendo tornare a Roma in cerca di futuro; «io sono un vescovo senza una comunità, e voi siete una comunità senza vescovo», dirà loro. Una nuova comunità in effetti, ci spiega un testimone, era utile tanto a Hnilica quanto a Paul Maria Sigl: per il primo significava poter contare sul radicamento di una comunità in Italia, della quale essere il mentore; per Sigl, disporre di un luogo istituzionalmente riconosciuto dalla Chiesa in cui poter crescere nel potere personale, “ripulendo” la nuova comunità dalla scomoda eredità di Seidnitzer. Molti, constatate le premesse, abbandonano, sfiduciati e scettici sul nuovo corso, come lo svizzero Marian Eleganti, oggi vescovo emerito di Coira, in Svizzera, che era entrato nell’OSS nel 1978.

    Ottenuta una prima approvazione della comunità nell’estate del 1992, dal vescovo della diocesi slovacca di Roznava mons. Eduard Kojnok, Hnilica ordina in fretta e furia a Fatima, l’8 dicembre di quell’anno, cinque dei membri che, provenendo dall’OSS (il cui seminario era stato condannato dalla Chiesa come “invenzione personale”), erano privi dei requisiti formativi per accedere al presbiterato in seminario: oltre allo stesso Sigl, Luciano Alimandi (oggi officiale in Segreteria di Stato vaticano), Aleandro Cervellini, Rolf Schönemberger, Johannes Stoop. Hnilica d’altronde, nel prendere questa scorciatoia, poteva contare su amicizie nella Curia romana. Scorciatoia che, peraltro, contraddice il Codice di Diritto Canonico, che al can. 250 impone un ciclo di studi di sei anni, prima dell’ordinazione presbiterale. Qui, il tempo intercorso tra lo sbandamento dell’OSS e l’ordinazione è di due anni a dire tanto. Ma Hnilica garantisce per tutti, senza apparentemente rendersi conto della grave eredità che quegli uomini si portavano dietro, senza esercitare alcun discernimento che potesse “raddrizzare” una costruzione nata già storta, e contribuendo, dunque, al perpetuarsi di un contesto nutrito da una narrazione già fortemente deviata.

    Gebhard “Paul Maria” Sigl prende le redini

    Uscito di scena Seidnitzer, è dunque Paul Maria Sigl, il suo “pupillo”, a prendere in mano le redini della “nuova “Pro Deo et fratribus – Famiglia di Maria”, dandole decisamente un’identità improntata ai culti mariani e alle apparizioni. Sigl, raccontano i nostri testimoni, è un uomo affabile, affascinante, magnetico, che ama la pittura e la musica. Ma la storia della “nuova” Famiglia di Maria sembra ricalcare il passato: Sigl è assetato di potere, riesce persino a far credere ai suoi seguaci di essere un figlio spirituale di Padre Pio, del quale afferma di indossare i guanti, imponendo le mani. Pretende di avere il carisma della lettura nel cuore delle persone, grazie al quale avrebbe indicato a ognuna la propria vocazione e il proprio santo protettore. Nel 1995 il Pontificio Consiglio per i Laici eleva la Famiglia di Maria ad associazione di diritto pontificio, gli statuti vengono approvati definitivamente nel 2004. Nel 2008 Sigl ottiene dal Vaticano l’approvazione del ramo presbiterale della comunità, l’“Opera di Gesù Sommo sacerdote”, fondata il giorno della sua ordinazione del 1992, e ora riconosciuta dal Dicastero per il Clero come “associazione pubblica presbiterale con facoltà di incardinare i preti”.

    Il “nuovo apostolo Paolo” imprime sulla sua “creatura” il sigillo del suo potere assoluto: divide rigidamente ramo maschile e femminile, emargina chi esprime una voce dissenziente, svaluta la personalità dei membri (soprattutto delle donne consacrate, votate alla “santificazione dei preti”), instilla un concetto di obbedienza assoluta e sensi di colpa, viola la libertà individuale, in primo luogo psicologica, in cambio dell’offerta di una vita agiata, grazie alle grandi quantità di denaro che confluiscono nelle casse della comunità; sovrappone i ruoli di presidente e direttore spirituale, sommando in sé due dimensioni che vanno in corto circuito, quella spirituale e quella di superiore gerarchico, confondendo così foro interno ed esterno, coscienza e autorità: la radice di ogni abuso di potere. La vita spirituale viene incentrata per lo più sul culto delle visioni private della veggente olandese Ida Peerdeman, di cui Sigl era amico (le cosiddette apparizioni di Amsterdam, dove la comunità gestisce un santuario), che riguardano “Nostra Signora di tutti i popoli”, una Maria che chiederebbe per sé il dogma di Corredentrice. Tanto le visioni quanto il titolo di “corredentrice” sono state condannate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma p. Sigl ha continuato a diffonderne il culto, a promuovere e animarne i pellegrinaggi, a scrivere libri sul tema.

    Tuttavia, a quanto sembra, non sarebbero tanto queste deviazioni dottrinali a preoccupare il Vaticano, quanto piuttosto le derive settarie, quello che una nostra fonte definisce «soggiogamento mentale, potere assoluto sul singolo individuo, “creazione” di persone tutte uguali, cloni l’una dell’altra, senza una opinione personale»; il fatto che venga impedita una formazione intellettuale seria e un confronto con la vita reale; la costruzione, in definitiva, di una narrazione spirituale che si pretende divina ma che si innesta a sua volta su una precedente narrazione gravemente deviante. Lo dimostra anche, sul versante femminile, la storia della “superiora” delle consacrate, “madre Agnès”, al secolo Franziska Kerschbaumer, feticcio plasmato da Sigl come detentrice di un carisma ancora nascosto. Anche qui, un’attesa messianica funzionale alla conservazione del potere.

    Le amicizie importanti, i ruoli in Vaticano

    La Famiglia di Maria, presente in Italia con due comunità, a Civitella del Tronto (Teramo) e ad Ariccia (Roma), ha sempre potuto contare – grazie anche a mons. Hnilica – su amicizie importanti, sia in Vaticano, sia tra i vescovi diocesani. Fa parte della comunità, come detto sopra, mons. Luciano Alimandi, già segretario di mons. Hnilica (dal quale, lo ricordiamo, fu ordinato a Fatima nel 1992), in seguito segretario del prefetto della Congregazione per il Clero card. Dario Castrillón Hoyos a cavallo degli anni 2000, e dal 2009 officiale della Segreteria di Stato vaticano, sezione Rapporti con gli Stati. Ne è un membro anche lo slovacco p. Martin Barta, dal 2011 assistente ecclesiastico internazionale della fondazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, presieduta dal 2011 dal card. Mauro Piacenza, già prefetto della Congregazione per il clero e dal 2013 penitenziere maggiore del Tribunale della Penitenzieria apostolica (il tribunale supremo vaticano). Anche l’assistente ecclesiastico della sezione italiana della Fondazione, il colombiano p. Martino Serrano, appartiene all’Opera di Gesù Sommo Sacerdote. Il card. Piacenza è molto vicino alla comunità: oltre ad avere celebrato l’ordinazione sacerdotale di alcuni membri, il suo segretario alla Penitenzieria è lo slovacco p. Lubomir Welnitz, membro dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote e dal 2020 anche cerimoniere pontificio.

    Il futuro della comunità

    Il commissariamento pro tempore della Famiglia di Maria prelude a una decisione vaticana sul destino della comunità; nel suo futuro potrebbe esserci la dissoluzione o una riforma, ma secondo il vescovo di Amsterdam mons. Jan Hendriks, intervistato dal quotidiano olandese Nederlands Dagblad (17/1), l’ipotesi più probabile è che si proceda a una sorta di ricambio ai vertici; l’attuale responsabile straordinario mons. Libanori avrebbe informato Hendriks che, per quanto riguarda la comunità di Amsterdam, «c’è la possibilità che venga ampliata con qualche persona». Una misura soft, per concedere alle persone che fanno parte della comunità tutto il tempo necessario per acquisire consapevolezza ed elaborare il “lutto” arrecato dallo svelamento del reale stato di cose, passato e presente. Vari tentativi da noi fatti per contattare telefonicamente e via mail la comunità sono andati a vuoto.

    https://www.adista.it/articolo/69371

  • Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo Facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La querela sporta da Don Rugolo contro la giornalista

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti online che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post con le chat a sfondo sessuale

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista. “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo.

    Il sacerdote Giuseppe Rugolo accusato di violenza sessuale

    Giuseppe Rugolo è il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori. L’accusa è sostenuta dal pm Stefania Leone e dal procuratore capo Massimo Palmeri. Nel corso dell’udienza di ottobre, il padre della vittima che ha confermato la versione fornita dal figlio nella scorsa udienza ed un giovane che avrebbe confermato di essersi rivolto a Gisana almeno due volte per raccontare di avere subito attenzioni morbose da parte di Rugolo.

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

  • Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote  Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    (ANSA) – PALERMO, 12 GEN – La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti on line che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta avanzata, sempre da Don Rugolo, di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista.

    “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo. (ANSA).
    NU/ S45 QBKS

  • Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Il promotore della giustizia Vaticana Alessandro Diddi avvierà nuove indagini in relazione alla scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta a Roma nel giugno del 1983.

    In base a quanto si apprende l’iniziativa è legata ad una serie di istanze presentate in passato da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela.

    “Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati”, dice la legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, commentando con l’ANSA la notizia della riapertura delle indagini vaticane.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/01/09/caso-orlandi-il-vaticano-avvia-nuove-indagini_6fe41984-644f-4df2-b5fb-23ae9fcef203.html

  • OPERAZIONE “REVELATUM”

    OPERAZIONE “REVELATUM”

    La Polizia di Stato di Bari e Foggia ha condotto un’operazione, denominata “Revelatum”, finalizzata al contrasto della pedopornografia online, mediante esecuzione di 67 decreti di perquisizione su tutto il territorio nazionale, che hanno portato all’arresto di 8 persone e alla denuncia di altre 59 per detenzione, cessione e divulgazione di materiale pedopornografico.

    Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli elementi di accusa devono essere ancora convalidati in sede dibattimentale con il contraddittorio della difesa. L’indagine, durata un anno e mezzo, è stata curata dalla Polizia Postale di Foggia e Bari con il coordinamento del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni – C.N.C.P.O. (Centro Nazionale di Contrasto alla Pedopornografia Online), sotto la direzione della Procura Distrettuale di Bari, coinvolgendo nella sua fase esecutiva più di 50 Uffici della Specialità su tutto il territorio nazionale.

    Gli investigatori della Polizia Postale hanno sviluppato una segnalazione anonima relativa alla presenza di materiale pedopornografico all’interno di un cloud, analizzando scrupolosamente il tenore delle immagini ritraenti minori in atti sessualmente espliciti, che sono state scrupolosamente categorizzate secondo gravità e utilizzate per ricostruire le tracce informatiche lasciate dai soggetti che a vario titolo vi erano entrati in contatto.

    Delineate le ipotesi investigative, l’Autorità Giudiziaria barese ha emesso i decreti di perquisizione, estesa ai sistemi informatici in uso agli indagati, che nel complesso ha consentito agli operatori di ispezionare e sequestrare circa 60 dispositivi, oltre a numerosi spazi virtuali di interesse investigativo.

    Nel complesso il citato materiale ammonta a più di 500 Terabyte di volume, circostanza che ha consentito, in 8 casi di detenzione di ingente quantità da parte degli indagati di materiale pedopornografico, di procedere agli arresti in flagranza di reato, convalidati dalle AG territorialmente competenti. Il trend nel contrasto alla pedopornografia segna un costante aumento dei casi, scoperti dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni in ragione dell’attività di costante monitoraggio della rete e trattazione delle denunce e segnalazioni dei cittadini, pervenute anche attraverso il portale della Specialità (www.commissariatodips.it), con l’obiettivo di individuazione degli autori delle condotte delittuose e contestuale salvaguardia e tutela dei minori eventualmente coinvolti.

    https://www.commissariatodips.it/notizie/articolo/operazione-revelatum/index.html

  • È morto il Papa emerito Benedetto XVI

    È morto il Papa emerito Benedetto XVI

    E’ morto Benedetto XVI.

    “Con dolore informo che il Papa Emerito, Benedetto XVI, è deceduto oggi alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano”.

    Lo dichiara il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni. “Non appena possibile seguiranno ulteriori informazioni”, aggiunge.

    Dalla mattina di lunedì 2 gennaio 2023, il corpo del Papa Emerito Benedetto XVI sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Lo riferisce la Sala stampa vaticana.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/12/31/e-morto-il-papa-emerito-benedetto-xvi-_cc0ed54f-a89b-4e41-8c62-897e8fe08f27.html

  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    Vent’anni fa lo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi dai preti scoppiava con clamore negli Stati Uniti, inducendo l’episcopato del paese a stilare la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella chiesa; nei vari punti che componevano il documento si parlava tra l’altro di rimozione dal ministero dei sacerdoti o dei diaconi la cui responsabilità fosse accertata e si chiedeva alle diocesi di collaborare con le autorità civili, in nome della trasparenza, nei casi di violenza sui minori.

    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: lo scandalo è dilagato prima negli Stati Uniti per poi fare il giro del mondo ed è lungi dal poter essere archiviato. Nel frattempo, le cose sono cambiate anche in Vaticano: dalla stagione del negazionismo e dell’insabbiamento sistematico, si è approdati, negli anni, a promuovere politiche di tutela delle vittime, di collaborazione con le autorità giudiziarie dei vari paesi, di riflessione sulle cause profonde che sono all’origine dello scandalo: dal clericalismo imperante, inteso come difesa a ogni costo dell’istituzione, all’abuso di potere e di coscienza.

    Tutto questo almeno a parole, perché poi ogni legge e regolamento deciso a Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutti i continenti e va da sé che spesso prevale la “prudenza” interna più che la ricerca della verità.

    Il silenzio della Cei

    In questo senso, la chiesa italiana sembra aver fatto un particolare “voto del silenzio”; si è distinta infatti negli ultimi decenni per una vocazione a lasciare le cose come stanno confidando nel fatto che, prima o poi, la questione sarebbe diventata una delle tante pratiche inevase dell’attualità. Ma questo non è successo, soprattutto perché lo scandalo ha travolto la chiesa in una pluralità di paesi, fino ad arrivare alla vicina Francia.

    Non solo, la vicenda ha prodotto in diverse occasioni due tipi di reazioni: in primo luogo l’affidamento da parte delle stesse conferenze episcopali di un’indagine conoscitiva del fenomeno a commissioni esterne, proprio per evitare il rischio di giudizi poco attendibili sotto il profilo storico e statistico; in seconda battuta, in varie realtà, la gravità dei fatti emersi ha suscitato un sommovimento interno alla chiesa con richieste di cambiamenti strutturali o dottrinali importanti.

    È il caso della stessa Francia e soprattutto della Germania (ma qualcosa di analogo è avvenuto anche in Australia, in Austria, in Belgio e altrove). Così, alla fine anche la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha dovuto mettere mano, sia pure controvoglia, al problema; la paura dei vescovi italiani è tanta e si capisce bene il perché: ovunque lo scandalo ha portato alla luce casi di insabbiamento gravi di abusi sui minori da parte delle diocesi, di conseguenza diversi vescovi sono stati costretti a dimettersi e, dove questo non è accaduto, la credibilità personale di alcuni di loro è andata in pezzi.

    Di recente tuttavia la Cei ha pubblicato un primo, lacunoso report sugli abusi avvenuti in Italia: si tratta dei casi pervenuti ai centri di ascolto diocesani, istituiti in tempi recenti per dimostrare la volontà di affrontare il problema, nel biennio 2020-2021. Un lasso di tempo risibile, per altro in piena pandemia da covid, durante il quale sono giunte comunque 89 segnalazioni di abusi a 30 centri diocesani (si tenga presente che le diocesi in Italia sono 226). Non sono state prese in considerazione dal report neanche le denunce pervenute alla magistratura o alle associazioni.

    Tuttavia, la stessa Cei, presentando i dati dell’indagine e rendendosi forse conto della scarsa utilità della ricerca per comprendere la reale portata de fenomeno in Italia, annunciava una seconda indagine in base alla quale è venuto fuori che ci sarebbero circa seicento fascicoli aperti presso la Congregazione per la dottrina della fede relativi a casi di abuso sessuale nella chiesa italiana negli ultimi vent’anni. Si tratta di numeri ovviamente lontani dalla realtà dei fatti che, come hanno dimostrato tutte le indagini condotte in questi anni in chiese di diversa tradizione culturale, sono purtroppo assai più drammatici.

    Mele marce

    In proposito, Isabelle Cassarà, funzionaria del dicastero vaticano per i laici la famiglia e la vita, osservava nel 2020 in una relazione dal titolo: “La dinamica dell’abuso nelle realtà ecclesiali. Il ruolo del potere”, come “l’impressionante quantità di casi emersi e l’estensione del fenomeno, dimostra chiaramente che il problema degli abusi nella chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune ‘mele marce’, ma è piuttosto il segnale di un sistema malato, di un terreno da bonificare”. Quindi aggiungeva: “Di fatto, nel considerare i casi di abuso di competenza dei suddetti dicasteri della curia romana risultò palese che la causa della grave crisi che stavano vivendo le realtà ecclesiali coinvolte, non era rintracciabile nella sola trasgressione di un singolo, ma era qualcosa di più profondo e di strutturale: ci si rese conto dell’esistenza di una dinamica specifica dell’abuso, un vero e proprio sistema di vita con regole precise, che rivelò in modo inequivocabile che l’abuso sessuale era stato favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.

    Predatori seriali

    Il problema, insomma, non è solo statistico, anzi le reticenze nascondono un’impostazione generale. Il presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei, monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, presentando l’impegno della chiesa italiana sul fronte abusi in un convegno che si è svolto lo scorso 19 novembre, affermava: “Non faremo una commissione unica nazionale fatta di soggetti che non sanno nulla della vita della chiesa, che sono qualificati come oggettivi solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, che è una cosa che ha prodotto i suoi danni altrove e non è da imitare; noi esamineremo dati reali e cercheremo di trovare vie per la prevenzione. Quello che ci interessa non è mettere alla berlina dei preti, è prevenire abusi e per far questo occorrerà agire in modo deciso, ci siamo impegnati come vescovi a collaborare con le forze dell’ordine e di giustizia”. In sostanza gli unici autorizzati o con le competenze necessarie a compiere indagini sulla chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva inoltre, la parola prevenzione, in sé giusta, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato. Ma c’è un altro passaggio delle cose dette da monsignor Ghizzoni degno di nota, quando spiega il senso della seconda indagine in corso, quella sui fascicoli dei preti abusatori presenti in Vaticano. “Chi commette da 10 a 50 casi nella sua vita – osservava l’arcivescovo – è un abusatore seriale ed è un personaggio pericolosissimo, ma chi commette un solo abuso nella vita, un giorno che ha bevuto, un giorno che era sotto stress, un giorno che si è lasciato provocare, possiamo considerarlo un malato psicologico seriale? Bisognerà pensare a delle soluzioni anche per questi”. Chissà che ne pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Ma, polemiche a parte, le affermazioni del responsabile nazionale per la tutela dei minori della Cei sembrano un riassunto trasparente, quanto evidentemente inconsapevole, delle motivazioni che hanno indotto la chiesa a difendere se stessa prima che a fare un’opera di giustizia e verità.

    Atti impuri

    In definitiva, il tema abusi sessuali per le varianti e le implicazioni che comporta, è diventato uno dei nodi sui quali si misurerà la capacità della chiesa di restare dentro il proprio tempo: sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo di laici e donne con compiti di leadership rivestendo anche funzione sacramentale, centralità del clericalismo nel governo della chiesa, fine della cultura della segretezza istituzionale come metodo di governo, sono solo alcuni dei temi inevitabili scaturiti dal dibattito nato da una vicenda in sé più da cronaca giudiziaria che da discussione teologica.

    Interessanti risultano su un piano generale del problema, le osservazioni compiute da Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice del periodico francese Temoignage Chrétien che individuava nei due scogli della sessualità e della democrazia le cause della vastità dello scandalo. “Naturalmente – spiegava Pedotti – non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, gli stupri e le aggressioni. Ma esiste un legame indiretto molto potente. In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, compresa la semplice masturbazione, viene considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non c’è più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, sono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine si confonde”. “Questa confusione – proseguiva – si esprime nelle parole stesse dei responsabili, che non smettono di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.

    Il problema, secondo la studiosa, è che “dal punto di vista della chiesa, la sessualità viene giudicata nel suo rapporto con il sesto comandamento (non commettere adulterio, ndr) cioè con una norma, e non nella sua qualità relazionale e nel suo rapporto con il consenso. In un rapporto non consensuale viene violata una persona, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”. Dal punto di vista della gestione dei casi da parte dell’istituzione, poi, la direttrice di Temoignage Chrétien affermava: “La democrazia e le regole e i costumi che ne accompagnano l’esercizio sono anche una garanzia contro gli abusi. In un contesto democratico, i poteri sono separati e controllati. L’indipendenza della magistratura è garantita, i diritti della difesa e dell’imputato sono tutelati. Salvo casi particolari, i procedimenti sono pubblici e, soprattutto, le sentenze sono pubbliche”.

    https://www.essenziale.it/notizie/francesco-peloso/2022/12/02/chiesa-italiana-abusi