Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Pedofilia nella chiesa, torna l’incubo don Cantini. Scoop di Panorama con documenti inediti e omissioni curia Firenze

    Si torna a parlare di don Lelio Cantini, il prete fiorentino che nel 2008 venne ridotto allo stato laicale perchè riconosciuto colpevole ‘di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori’. Lo fa il settimanale Panorama, che in una nota annuncia l’esclusiva in edicola sul prossimo numero, da domani 21 novembre, dove saranno pubblicati “documenti inediti, coperture, omissioni e omertà con cui la curia fiorentina ha coperto i responsabili”.

    Proprio per queste omertà, prosegue il settimanale, “la giustizia non ha potuto perseguire i colpevoli”, e i processi “si sono tutti conclusi con la prescrizione”. Il caso di don Lelio Cantini, parroco in una chiesa fiorentina dai primi anni Novanta fino al 2004, morto nel febbraio 2012, “è emblematico”.

    Panorama rivela la lettera con cui il cardinale Camillo Ruini risponde, nel marzo 2006, prosegue “a 19 vittime dei gravi e ripetuti abusi del prete: La vicenda scrive Ruini è all’esame della Santa Sede. Tuttavia nessun provvedimento è mai seguito a quella dichiarazione”, e solo nel 2008 Cantini sarà ridotto allo stato laicale da Papa Benedetto XVI.

    Secondo il settimanale dai primi anni ’90 a Firenze “decine di vittime hanno denunciato gli abusi sessuali subiti da parte dei loro parroci”. Quella fiorentina, conclude la nota, sarà la prima puntata di un’inchiesta che Panorama dedicherà nelle prossime settimane agli abusi sessuali nelle parrocchie italiane.

     

  • Negli Usa una class action contro Vaticano e vescovi

    Negli Usa una class action contro Vaticano e vescovi

    by Aldo Maria Valli

    Una class action contro la Conferenza episcopale degli Stati Uniti e la Santa Sede è stata intentata in America da quattro avvocati che rappresentano sei uomini che affermano di essere stati abusati sessualmente da sacerdoti quando erano minorenni.

    Con l’azione legale collettiva i querelanti chiedono alla Chiesa cattolica un risarcimento per i danni subiti, una dichiarazione pubblica di contrizione e iniziative di riparazione all’insegna del senso di responsabilità e della trasparenza.

    La causa, di ottantaquattro pagine, porta la data del 13 novembre e afferma che il Vaticano e i vescovi americani, pur sapendo quanto avveniva in alcune diocesi e parrocchie, per anni e anni, in modo continuato, hanno negato che ci fossero abusi e hanno insabbiato i casi e trasferito i responsabili da una parrocchia a un’altra, mettendo a rischio altri minorenni.

    All’inizio della causa è riportato un passo dal Vangelo di Giovanni: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

    Attraverso “azioni illecite, inazione, omissioni, occultamento e inganno”, si legge, si è determinata una “cospirazione del silenzio” che ha provocato gravi danni personali, mentali, psicologici e finanziari ai querelanti”. E da parte degli esponenti della Chiesa si è trattato di un comportamento non episodico, ma adottato sistematicamente.

    La causa è stata presentata al tribunale distrettuale di Washington da quattro avvocati che rappresentano sei individui che al momento degli abusi vivevano in sei Stati diversi: Iowa, California, Mississippi, New Jersey, Pennsylvania e Illinois.

    Gli avvocati sono Mitchell Toups, Richard Coffman, Joe Whatley Jr. e Henry Quillen, tutti esperti in materia avendo lavorato a cause simili per conto di vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    I querelanti sono Timothy B. Lennon, Mark S. Belenchia, Alfred L. Antonsen Jr ., Giuseppe Piscitelli, Shaun A. Docherty e Mark Crawford.

    La causa sostiene che i vescovi e il Vaticano hanno violato il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, noto come RICO, ovvero la legge federale sulle organizzazioni criminali pensata per combattere il crimine organizzato, soprattutto di tipo mafioso, ed emanata nel 1970 durante la presidenza di Richard Nixon.

    Secondo gli avvocati chiamare in causa il RICO è corretto perché i vescovi, con il loro atteggiamento, hanno messo in pratica una frode attraverso l’abuso e la copertura. Proprio per poter ricorrere al RICO, i denuncianti considerano la Chiesa cattolica alla stregua di un’”impresa” e citano in giudizio il Vaticano sia come Stato straniero, sia come “organizzazione non registrata”, sia come “vertice di un’organizzazione religiosa internazionale”.

    Nelle settimane scorse, proprio utilizzando le possibilità offerte dal Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, era stato il Dipartimento di giustizia americano ad avviare indagini sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica avvenuti nello Stato della Pennsylvania. Per la prima volta il governo federale degli Stati Uniti è così intervenuto in casi di abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa. Finora infatti i casi erano sempre stati gestiti dai singoli Stati e dalle autorità locali.

    “La diocesi di Pittsburgh ha ricevuto il mandato dal Dipartimento di giustizia e coopererà con le indagini sugli abusi”, ha confermato padre Nicholas S. Vaskov, portavoce della diocesi.

    Il  mandato federale ha fatto seguito alla pubblicazione del rapporto sugli abusi sessuali redatto dal gran giurì della Pennsylvania, un documento di millequattrocento pagine, risultato di anni di indagini, secondo il quale almeno a partire dagli anni Quaranta dello scorso secolo centinaia di preti hanno abusato di migliaia di fedeli, spesso minorenni, mentre i prelati loro superiori li hanno sistematicamente coperti.

    Nel preambolo della class action gli avvocati, tracciando una panoramica della crisi degli abusi sessuali in corso nella Chiesa cattolica, parlano di “stupro endemico, sistemico, dilagante e pervasivo” e di “abuso sessuale perpetrato da cardinali, vescovi, monsignori, sacerdoti, suore, leader laici, membri di ordini religiosi cattolici, educatori e altri membri della Chiesa cattolica romana”.

    Le accuse sono gravi: “Invece di tutelare e proteggere i querelanti, che all’epoca erano minorenni, i convenuti hanno protetto i membri del clero colpevoli di abusi, hanno adottato misure straordinarie per nascondere la loro condotta illecita, hanno spostato i responsabili da una parrocchia all’altra e non hanno messo in guardia i membri della Chiesa e il pubblico in generale”. In tal modo, “hanno agevolato ulteriormente le pratiche predatorie, rifiutando di denunciare il clero abusatore alle forze dell’ordine o ad altre autorità responsabili, come richiesto dalla legge”. Inoltre, “incredibilmente, alcuni esponenti del clero responsabili di abusi sono stati persino promossi”.

    Secondo la class action dunque la “condotta scorretta” da parte del Vaticano e dell’USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti) “viola palesemente le leggi degli Stati Uniti, la common law degli Stati, la common law federale, il diritto canonico della Chiesa cattolica e il diritto internazionale consuetudinario, compresi i trattati e le convenzioni adottati e firmati dalla Santa Sede”.

    I querelanti dicono di sperare che la loro azione costringerà la Santa Sede e i vescovi degli Stati Uniti a “rispettare i vari statuti statali che richiedono di denunciare il clero colpevole di abusi alle forze dell’ordine o ad altre autorità responsabili, porre fine al fenomeno, identificare i colpevoli e fare trasparenza, in modo che il pubblico in generale e soprattutto i genitori possano proteggere i loro figli”.

    Negli Usa, come si vede, la crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica continua a essere un tema caldo, e lo è diventato ancora di più dopo che, in occasione della recente riunione annuale della Conferenza episcopale a Baltimora, il Vaticano, suscitando sorpresa, perplessità e sconcerto tra gli stessi vescovi, ha chiesto all’ultimo momento, con una lettera inviata al presidente, l’arcivescovo Daniel DiNardo, di non votare le due proposte preparate da una commissione speciale per fronteggiare la crisi degli abusi sessuali del clero, ma di aspettare l’incontro fra i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo convocato per il prossimo febbraio a Roma.

    Negli Usa una class action contro Vaticano e vescovi

  • Parole opere e omissioni, i Legionari di Cristo si sciacquano la coscienza sul caso di Vladimir Reséndiz Gutiérrez, sotto processo ma volato in Messico

    Parole opere e omissioni, i Legionari di Cristo si sciacquano la coscienza sul caso di Vladimir Reséndiz Gutiérrez, sotto processo ma volato in Messico

    Di seguito la nota stampa della congregazione.

    La Congregazione dei Legionari di Cristo fornisce le seguenti informazioni riguardo al caso Vladimir Reséndiz Gutiérrez, suo ex membro:

    1. Vladimir Reséndiz Gutiérrez, cittadino messicano, è entrato nel noviziato della Congregazione nel 1993. Ha emesso i voti perpetui nel 2001 ed è stato ordinato sacerdote nel 2006.

    2. La prima accusa di abuso sessuale contro Vladimir Reséndiz Gutiérrez è stata ricevuta dalla Congregazione il 6 marzo 2011. L’accusa faceva riferimento a fatti accaduti tra il 2006 e il 2008 nel seminario minore della Congregazione a Gozzano in provincia di Novara (Italia). Reséndiz, quando ha ricevuto la prima accusa risiedeva in Venezuela.

    2.1. L’8 marzo 2011 la notizia di questa denuncia è giunta alla direzione generale.

    2.2. Il 10 marzo 2011, Vladimir Reséndiz Gutiérrez venne rimosso dal ministero che stava svolgendo nel seminario minore in Venezuela e dal suo lavoro pastorale con i minori.

    2.3. Il 18 marzo 2011, dopo essere stato interrogato dal suo superiore religioso, venne ritirato dal suo ministero sacerdotale attivo.

    2.4. Il 27 giugno 2011, dopo aver reperito le informazioni necessarie, la Legione di Cristo ha presentato il caso di Vladimir Reséndiz alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    3. Nell’aprile 2013 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha decretato la perdita dello stato clericale di Vladimir Reséndiz che, da quel momento ha cessato di essere un membro della Legione di Cristo.

    4. Attualmente, in Italia sul caso ci sono due processi penali in corso presso il tribunale di Novara, sui quali non è stata pronunciata nessuna sentenza:

    4.1. Un processo penale contro Vladimir Reséndiz per abusi su minori.

    4.2. Un altro processo, contro alcuni membri della Congregazione e altre persone, per un intento di estorsione contro la famiglia di uno dei minori, per il quale gli accusati si sono dichiarati innocenti.

    La Congregazione, non appena il tribunale competente emetterà la sentenza o un’altra disposizione, ne darà informazione.

    5. La Congregazione, profondamente dispiaciuta, chiede perdono a chi ha sofferto di abusi per tutto il dolore causato, sapendo che questa richiesta di perdono non sarà mai sufficiente per sanare le profonde ferite causate. Riconosciamo che un abuso, indipendentemente dalla sua natura, causa un dolore profondo e danneggia chi lo ha subito, la sua famiglia e anche la Chiesa.

    6. Consapevoli della nostra responsabilità come parte della Chiesa e per la nostra storia istituzionale, siamo fermamente impegnati nello sviluppo di una politica esigente di ambienti sicuri, contro abusi sessuali per minori e adulti vulnerabili che sono in contatto con persone che partecipano alle nostre attività apostoliche, educative e pastorali. Per questo ci impegniamo, inoltre, ad accompagnare i nostri seminaristi in un discernimento maturo durante il loro periodo di formazione per assicurare, per quanto possibile, una vita di fedeltà alla vocazione sacerdotale cattolica.

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  • La vittima di abusi di McCarrick diventa pubblica, dice ai vescovi americani che è tempo di “azioni”

    La vittima di abusi di McCarrick diventa pubblica, dice ai vescovi americani che è tempo di “azioni”

    BALTIMORE, Maryland, 13 novembre 2018 ( LifeSiteNews ) – “La legge di Gesù è molto più alta dei segreti pontifici … non è la Chiesa di Francesco, è la Chiesa di Gesù Cristo”, ha detto James Grein, l’uomo che è stato abusato dall’ex-cardinale Theodore McCarrick per 18 anni, al raduno “Silence Stops Now” oggi.

    Identificandosi pubblicamente per la prima volta, James disse al pubblico: “Devo ammettere che in questo momento tutto il mio corpo sta tremando, quindi per favore abbiate pazienza con me”. In precedenza si era identificato solo con il suo nome nelle interviste ai media.

    “Questo articolo del [ New York Times ] non sarebbe mai stato scritto se non fosse stato per un chierichetto di 16 anni” che accusò McCarrick di aver abusato di lui, secondo James. Ha incoraggiato tutti a leggere quell’articolo, dove per primo ha condiviso la storia degli abusi sessuali su di lui da parte di McCarrick, iniziata all’età di 11 anni.

    “Il fantasma di McCarrick per sempre perseguiterà la Chiesa di Gesù”, ha detto.

    James ha rivelato che il riconoscimento da parte della Chiesa dell’accusa credibile contro McCarrick e la successiva condanna del prelato a una vita di “preghiera e penitenza” – ora svolta in Kansas vicino a una scuola elementare – lo hanno spinto a farsi avanti.

    “Il mio tempo è arrivato”, disse James. “C’è voluto troppo tempo perché le vittime si facessero avanti”.

    “Abbiamo bisogno di azioni che garantiscano che questo problema venga affrontato e affrontato onestamente”, ha chiesto. “È tempo che la Chiesa parli. C’è troppo silenzio. Ma il silenzio non ci ingannerà più per dimenticare o ignorare lo scandalo “.

    “I nostri vescovi devono sapere che il gioco è finito.”

    “Sono qui oggi per la grazia di Dio”, concluse James. Ha detto che continuerà a esporre il male nella Chiesa “per il resto della mia vita”.

    La manifestazione “Silence Stops Now” si svolge fuori dall’hotel, dove la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) sta conducendo il suo incontro autunnale. Poco prima dell’inizio dell’incontro, il Vaticano ha incaricato l’USCCB di non votare su due misure di riforma sull’abuso sessuale.

    L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò ha lanciato oggi un breve messaggio ai Vescovi statunitensi, esortandoli a confrontarsi con gli abusi sessuali come “coraggiosi pastori” piuttosto che “pecore spaventate”.

    “Non temere di alzarti in piedi e di fare la cosa giusta per le vittime, per i fedeli e per la tua salvezza: il Signore renderà ognuno di noi secondo le nostre azioni e omissioni”, ha detto.

    (traduzione con Google)

    https://www.lifesitenews.com/news/mccarricks-abuse-victim-goes-public-tells-us-bishops-its-time-for-actions

  • Finisce in Procura “Giustizia divina” il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli

    Finisce in Procura “Giustizia divina” il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli

    “Giustizia divina” il libro inchiesta di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere) uscito in libreria il 9 novembre è stato immediatamente segnalato alla Procura della Repubblica di Savona dal Presidente della Rete L’Abuso – in quanto a suo dire riporta una serie di probabili notizie di reato.

    L’incontro in Procura è avvenuto il 10 novembre a seguito della denuncia per le presunte omissioni attribuibili Stato Italiano in materia di pedofilia che l’associazione ha depositato lo scorso 17 ottobre, ed il libro di Provera e Tulli finirà tra gli allegati di una integrazione a quella denuncia.

    L’inchiesta dei due giornalisti sulle “comunità” in cui vengono nascosti i religiosi che imbarazzano la Chiesa, è durata oltre tre anni e soprattutto nella parte iniziale, la Rete L’ABUSO viene citata spesso per via della sua competenza in materia, ma mai ci saremmo aspettati un risultato come quello che emerge nel libro, dati senza alcun dubbio degni dell’attenzione dell’Autorità Giudiziaria.

    Infatti, dai primi riscontri che l’Associazione aveva ottenuto, risultavano sul territorio italiano 5 di questi centri, uno dei quali segnalato all’associazione, proprio da un gruppo di sacerdoti. Il risultato invece ottenuto da Provera e Tulli va ben oltre, che parlano di almeno 20 di questi centri e di un contorno ben più complesso e organizzato che comprende decine di altri siti meno “ufficiali” la cui conseguente domanda è; perché la Chiesa non utilizza la sanità pubblica e si organizza in un modo così discreto per non dire segreto?

    Il libro ricostruisce la storia della fitta rete di assistenza a quelli che la Chiesa definisce “religiosi in difficoltà”, con tanto di indirizzi, nomi delle associazioni che gestiscono i siti e motivo del “ricovero” che non sempre avviene alla luce del sole. E fornisce anche una stima dei preti in “difficoltà” che vivono nel nostro Paese evidenziando una zona d’ombra scarsamente intercettata dalla magistratura italiana che riguarda ovviamente – come raccontano Provera e Tulli – non quella parte di clero che viene ricoverata per i motivi più disparati (sindrome da burn out, ludopatia, dipendenza da droghe, alcool, depressione etc), ma quei preti che hanno alle spalle episodi di abusi e che non vengono denunciati dai loro vescovi né alla magistratura ecclesiastica tanto meno a quella italiana. Quanti sono?

    Impossibile dirlo con certezza. Quel che si sa è che i “sacerdoti in difficoltà” in Italia sono circa il 10% della popolazione ecclesiastica del nostro Paese che conta oltre 30mila persone. Anche questo è rivelato in Giustizia divina.

    «Da vittima e da Presidente di un’associazione di vittime- dice Zanardi -, non posso, con grande rammarico, notare quanto a fronte dell’inerzia della Chiesa nel fare prevenzione e nell’assistere le vittime, questa si sia capillarmente organizzata sul territorio, nel soccorso di quei criminali che invece abusano di bambini, come eravamo noi».

    Redazione

  • Commissione sugli abusi, i vescovi Usa tirano dritto

    Commissione sugli abusi, i vescovi Usa tirano dritto

    Marco Tosatti

    I vescovi Usa, riuniti a Baltimora, non hanno nessuna intenzione di fermarsi a dispetto della richiesta, giunta dalla Congregazione per i vescovi, di non votare su due punti che costituivano il punto focale dell’assemblea di novembre: un codice di condotta per i vescovi in caso di abusi, e una commissione guidata (presidente e vicepresidente) da laici per indagare sugli abusi. Intanto Viganò scrive ai prelati riuniti: “Non siate pecore spaventate, ma pastori coraggiosi”. 

    I vescovi Usa, riuniti a Baltimora, non hanno nessuna intenzione di fermarsi a dispetto della richiesta, giunta dalla Congregazione per i vescovi, di non votare su due punti che costituivano il punto focale dell’assemblea di novembre: un codice di condotta per i vescovi in caso di abusi, e una commissione guidata (presidente e vicepresidente) da laici per indagare sugli abusi. Indagare, non giudicare, come le fonti vicine al Vaticano, da cui è partita questa mossa dilatoria, hanno diffuso – con successo – non appena il presidente della conferenza episcopale, Daniel Di Nardo, ha dato l’annuncio dello stop al voto proveniente da Roma. I risultati dell’eventuale indagine verrebbero poi consegnati alle autorità superiori, e in particolare al Nunzio. Quindi non si tratterebbe – come i difensori della mossa vaticana affermano – di un attentato al primato petrino, o alle prerogative pontificie rispetto ai vescovi.

    Quello che è certo è che i vescovi americani, e con loro il presidente, il cardinale DiNardo, sono rimasti a dir poco sorpresi dalla richiesta della Congregazione per i vescovi, in cui siedono peraltro anche i cardinali Cupich e Wuerl, direttamente collegati con la “filiera” McCarrick.

    Tutti i cronisti presenti parlano di una “visibile sorpresa” dei vescovi, in particolare perché le bozze dei due documenti – quello sulla condotta dei vescovi e quello sull’istituzione di una commissione di inchiesta – sembravano a tutti necessari, per dare un segnale concreto ai cattolici e all’opinione pubblica che la Conferenza episcopale voleva affrontare seriamente il dramma degli abusi. Non è un caso che gli interventi del presidente e della vicepresidente del National Advisory Council sul tema abusi – un sacerdote e una donna – siano stati subissati di applausi. Entrambi hanno parlato delle riforme proposte e bloccate da Roma: un nuovo codice di condotta, un’inchiesta sui seminari, per estirpare alla radice i comportamenti predatori omosessuali, un’inchiesta sul cardinale McCarrick e un sistema indipendente per indagare le accuse di abusi.

    In questo clima si è inserito il breve messaggio dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che riportiamo: “Cari Fratelli Vescovi negli Stati Uniti, Vi scrivo per ricordarvi il sacro mandato che vi è stato dato il giorno della vostra ordinazione episcopale: condurre il gregge a Cristo. Meditate su Proverbi 9:10: il timore del Signore è l’inizio della saggezza! Non comportatevi come pecore spaventate, ma come pastori coraggiosi. Non temete di alzarvi e di fare la cosa giusta per le vittime, per i fedeli e per la vostra salvezza. Il Signore renderà a ognuno di noi secondo le nostre azioni e omissioni. Sto digiunando e pregando per voi. Arcivescovo Carlo Maria Viganò,  Il vostro ex Nunzio Apostolico”.

    Roma chiede che la votazione sulle proposte concrete per affrontare la crisi sia rimandata a dopo febbraio, cioè a dopo il “vertice” di tutte le conferenze episcopali del mondo a Roma per discutere del problema degli abusi. E dopo lo sconcerto dovuto all’annuncio dell’inspiegabile richiesta romana, i vescovi hanno deciso comunque di affrontare nella discussione i temi caldi, in modo da fornire alla delegazione USA di febbraio armi e materiale per affrontare la questione. Come ha spiegato un vescovo coraggioso, Thomas Paprocki di Springfield questa non è una ribellione o un atto di disobbedienza verso il Pontefice. Ma i vescovi non sono “direttori di filiale” del Vaticano, né “vicari del romano Pontefice”. La conferenza episcopale americana deve “prendersi cura del suo gregge”. E, come diversi commentatori hanno fatto rimarcare, la richiesta romana confligge con la sinodalità e il decentramento sbandierati a parole, per non parlare poi della necessità, sempre sbandierata in maniera demagogica e tradita nei fatti, di un maggior ruolo di laici e donne nella Chiesa. Tutto bello, fino a quando non si arriva al concreto: e allora la struttura verticistica e clericale riappare immediatamente.

    E il cambio di tono è diventato evidente quando il card. Di Nardo ha annunciato che ci sarebbe stato un voto per un argomento aggiunto all’agenda. Il cardinale ha annunciato che l’aggiunta proposta sarebbe stata quella di inviare una richiesta formale alla Santa Sede di consegnare tutta la documentazione relativa al caso dell’ex cardinale Theodore McCarrick. A seguire il vescovo ausiliare di Los Angeles, Robert Barron, ha sottolineato come la crisi attuale fosse nata proprio a causa del cardinale, e che la gente sta premendo sui vescovi perché si arrivi a fare chiarezza fino in fondo. Un tema sensibile per Roma e per il Pontefice, che ha evitato di rispondere alla chiamata in causa dell’arcivescovo Viganò su questo tema.

    Barron si è chiesto a che punto sia l’esame dei documenti relativi da parte della Santa Sede, e si è chiesto se non sia possibile “esercitare una rispettosa pressione” per un’indagine approfondita. Che, ancora una volta non sembra sia nei desideri vaticani. La richiesta di un’indagine apostolica fatta al Pontefice dai vescovi USA era stata lasciata cadere. Ma il presidente del National Advisory Council, padre David Whitestone, ha chiesto che ci sia un’indagine totale e indipendente sullo scandalo McCarrick, che includa i dettagli dei compensi ricevuti da eventuali vittime, e i nomi di coloro che erano al corrente delle eventuali sanzioni verso McCarrick.

    Il problema delle sanzioni, di chi ne era al corrente, di chi non le ha fatte rispettare e di chi le ha sollevate come sappiamo è uno dei nodi centrali della testimonianza Viganò. Una richiesta analoga è stata fatta da Francesco Cesareo, il presidente del National Review Board, l’organismo creato nel 2002 a difesa dei minori nella Chiesa americana. Cesareo ha chiesto un’indagine nello scandalo McCarrick, e ha anche chiesto che le diocesi di Newark, Washington e New York cooperino nell’inchiesta. È evidente che per i vescovi americani – e per i fedeli americani in generale – la chiarezza sul caso McCarrick è un tema di grande importanza per ristabilire un clima di fiducia. Un’esigenza che il silenzio del Vaticano e del Pontefice sembrano non capire.

    Cesareo ha detto: “Le accuse dell’arcivescovo Viganò devono trovare risposta. Non si deve tralasciare nulla. Ignorare queste accuse lascerà una nuvola sulla Chiesa, e le domande resteranno in sospeso”.

    http://lanuovabq.it/it/commissione-sugli-abusi-i-vescovi-usa-tirano-dritto

  • La toppa del vaticanista pompiere

    La toppa del vaticanista pompiere

    Nell’ansia di screditare l’autore del documento, Andrea Tornielli finisce per mollare pure Ratzinger. E attribuisce a Viganò la firma (inesistente) della “Correctio filialis”

    Di Giorgio Gandola

    Angeli e demoni. Quando uno schizzo di verità cola su una tonaca candida mettendo in imbarazzo chi la indossa, i rimedi sono due: il silenzio contrito e distante o il pronto intervento di don Andrea. Come una candeggina. Poiché davanti all’eco mondiale delle parole di monsignor Carlo Maria Viganò non è possibile tacere, ecco scendere in campo Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso e di altro magistero, che sul sito Vatican Insider (autorevole finestra sui cortili d’Oltretevere inglobata nella Stampa) ieri ha provato a distruggere dalle fondamenta le accuse a papa Francesco. E lo ha fatto da difensore d’ufficio, da alabardiere svizzero con la penna al posto della picca col fiocco, applicando al caso la regola numero uno dello smontaggio mediatico: se non riesci a colpire il ragionamento, colpisci il ragionatore.

    Così Viganò si trasforma in un cupo prelato millenarista corroso dall’invidia neanche fosse uscito da Il nome della rosa; un opportunista che pretende di scoperchiare il verminaio della lobby gay davanti all’altare di Cristo ma si faceva fotografare con il cardinale Theodore McCarrick; un uomo confuso che parla per frustrazione contro sua santità Jorge Bergoglio senza averne motivo. E che farebbe parte di una de stabilizzatrice Spectre mondiale riconducibile ai firmatari della famosa “Correzione filiale” all’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia.

    Il problema delle difese d’ufficio è quasi sempre il trasporto, lo slittamento della frizione. Tornielli scrive che Viganò firmò quel documento eretico, ma del suo nome nel sito ufficiale correctiofilialis.org non c’è traccia. Lo stesso vaticanista spiegava nei giorni della lettera scarlatta, un anno fa: “A sorpresa il documento non contiene le firme di cardinali (…). Non compaiono nemmeno le firme di vescovi in comunione con Roma”. Impossibile che un fuoriclasse come lui abbia preso un buco.

    Nel comprendibile tentativo di gettarsi a corpo moro su papa Francesco per difenderlo dalle critiche, Tornielli sostiene che non del Pontefice argentino sia la colpa dello scandalo, semmai del suo predecessore Joseph Ratzinger “non in grado di far rispettare i suoi stessi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni” (il soggetto è sempre il pedofilo McCarrick). E qui sembra un altro giornalista, che evidentemente ha cambiato punto di vista sul Golgota della verità, non certo il coautore con Paolo Rodari del bestseller Attacco a Ratzinger contro chi osava sollevare il sopracciglio nei confronti di Benedetto XVI che nel 2012 (non è inutile ricordarlo) era il Papa in carica.

    Chi accusa di omissioni il mondo, talvolta finisce per omettere. Per esempio che monsignor Viganò non può essersi vendicato  per una mancata promozione di qualche mese fa poiché già nel 2011, proprio a Benedetto XVI, aveva denunciato la presenza di una potente lobby gay in Vaticano. E per questo suo amore di verità si giocò la carriera. Allora era vicegovernatore, in pole position per diventare governatore fra le sacre mura anche per le sue qualità amministrative: era riuscito ad ottenere un avanzo di 22 milioni limitando gli sprechi babilonesi dei preti. Ma pagò il so coraggio con un allontanamento punitivo in Africa deciso dall’allora segretario di stato, Tarcisio Bertone. Quando Ratzinger lo seppe stracciò la lettera d’incarico e gli cambiò destinazione, riconoscendogli lealtà e trasparenza, e attribuendogli il prestigioso ruolo di nunzio apostolico a Washington. Il prelato allegramente screditato dalle penne all’incenso, in realtà sacrificò il proprio futuro in nome della verità; sarebbe piaciuto a Gilbert Keith Chesterton e ai grandi cristiani della Storia. Dopo 7 anni ha continuato a pronunciarla, anzi a gridarla com’è giusto, perché il cancro della pedofilia continua ad albergare fra le tonache nonostante le dichiarazioni di principio di Bergoglio, applaudite dalla claque. Prima dell’estate il caso del ragazzo di Rozzano, abusato sessualmente da un prete coperto da Mario Delpini, è finito davanti alla platea dell’Onu a Ginevra. Non per la straordinarietà della vicenda, ma perché il sacerdote omertoso è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da papa Francesco, che ha (invano) il dossier della vittima sulla scrivania. Angeli, demoni e alabardieri fuori taglia. Ma la luce delle candele resta tremula, come la carne di troppi preti.

    (trascrizione da La Verità del giorno 29 agosto 2018)

  • Papa Francesco: “Con vergogna e pentimento ammettiamo di aver abbandonato i piccoli”. Lettera del Papa sulla pedofilia

    Papa Francesco: “Con vergogna e pentimento ammettiamo di aver abbandonato i piccoli”. Lettera del Papa sulla pedofilia

    Il pontefice ha scritto direttamente ai fedeli: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono”

    RIMINI. “Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”. Dopo le parole di ieri del nunzio a Washington, Christophe Pierre, che al Meeting di Rimini ha detto che in merito allo scandalo della Pennsylvania – un’indagine che mette impietosamente sotto accusa 301 sacerdoti e riporta alla luce violenze inaudite su minori – il Papa è preoccupato, è direttamente Francescoa prendere la parola in una “Lettera al Popolo di Dio” pubblicata oggi e interamente dedicata alla pedofilia da parte del clero. Un’iniziativa che ricorda la lettera di Benedetto XVI nel 2010 scritta direttamente ai cattolici d’Irlanda dopo gli scandali degli insabbiamenti, parole drammatiche che non nascondono l’omertà della Chiesa in merito.

    La pedofilia, scrive Francesco, è “un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità”. E ancora: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

    Papa Bergoglio da tempo ha scelto di stare dalla parte delle vittime. Molte ne ha incontrate in Vaticano, anche in via riservata: “Le vittime devono sapere che il Papa è dalla loro parte”, ha dichiarato la sala stampa vaticana tre giorni fa in un comunicato dedicato alla Pennsylvania. Ieri, tuttavia, era stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, a chiedere qualcosa di più: “Non è sufficiente chiedere scusa – ha detto -. La mia speranza è che Francesco voglia sfidare la Chiesa in Irlanda a essere diversa”. E oggi Francesco scrive: “Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità”. Per poi proseguire: “Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità”.

    Francesco punta il dito contro le omissioni della Chiesa: “Oggi – scrive – siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore. Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale”.

    Francesco cita direttamente il report della Pennsylvania. Scrive: “Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benchè si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte”. Secondo il Papa, infatti, “le ferite non vanno mai prescritte”. E in proposito cita la promessa contenuta nel Magnificat: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. “Proviamo vergogna – confida Francesco – quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce. Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

    Francesco ripete anche le parole dell’allora cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucis scritta per il Venerdi’ Santo del 2005, si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci”.

    http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/20/news/papa_francesco_con_vergogna_e_pentimento_ammettiamo_di_aver_abbandonato_i_piccoli_lettera_del_papa_sulla_pedofilia-204511557/

  • Calenzano, il prete non va in carcere: «Pensavo avesse 15 anni…» La bimba fu già tolta ai genitori Il caso del fratello maggiore

    Calenzano, il prete non va in carcere: «Pensavo avesse 15 anni…» La bimba fu già tolta ai genitori Il caso del fratello maggiore

    di Antonella Mollica, Jacopo Storni

    Il gip del Tribunale di Prato ha respinto la richiesta di arresto avanzata dalla Procura per don Paolo Glaentzer, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una bambina di 11 anni. L’uomo, dunque, resta agli arresti domiciliari nella canonica di Sommaia, a Calenzano in provincia di Firenze. Il prete, lunedì sera, è stato sorpreso in auto con la bambina in una zona appartata del paese.

    «Ignoravo l’età, pensavo che avesse qualche anno in più, tipo 14, 15 anni». Così il sacerdote durante l’interrogatorio del 24 luglio davanti al pm. Il prete ha confessato anche di aver avuto incontri analoghi con la bimba «almeno altre tre volte», specificando poi che era sempre stata la piccola a prendere l’iniziativa. Il prete avrebbe potuto ancora abusare di lei, se non fosse stato sorpreso da due vicini di casa e poi bloccato dai carabinieri. Lo afferma il gip di Prato Francesco Pallini, nell’ordinanza che dispone per il 70enne la misura della custodia cautelare ai domiciliari nella sua abitazione in una frazione di Bagni di Lucca (Lucca). Per il gip nei fatti confessati si dimostra «un pervicace radicamento dell’indagato in siffatte devianti e illecite modalità di condotta».

    La circostanza secondo la quale il prete avrebbe ignorato l’età della bambina sarebbe smentita, secondo il gip, dal fatto che ha dichiarato di conoscere la famiglia da molti anni, da quando la bambina era poco più che una neonata. «Ho conosciuto questa famiglia circa dieci anni fa» avrebbe detto, «andavo una volta al mese a cena a casa loro». L’uomo ha anche affermato di aver aiutato la famiglia, gravata da problematiche sia economiche che sociali – tanto che i figli erano stati affidati ai servizi sociali -, e di aver donato loro circa settemila euro nell’arco di una decina di anni.

    Una vicenda che apre scenari inquietanti. A gennaio la procura per i minori aveva chiesto l’allontanamento dalla famiglia della bambina abusata da don Paolo. Allontanamento per lei e per gli altri due fratelli più grandi. Ma la decisione del tribunale non è arrivata. O perlomeno non è arrivata in tempo per salvarla da quel sacerdote «amico» che andava a cena a casa sua e che spesso la sera la portava in giro in auto per poi abusare di lei.

    Dall’inchiesta sul prete pedofilo arrestato lunedì sera emerge uno scenario tutt’altro che rassicurante. La famiglia della bambina era seguita fin dal 2008 dai servizi sociali di Calenzano che con cadenza quasi mensile scrivevano al tribunale per i minori per raccontare delle difficili condizioni in cui versava la famiglia. Nel 2013 un decreto del tribunale per i minori mette nero su bianco l’incapacità genitoriale della coppia e così i bambini vengono mandati in una struttura.

    Le proteste del padre di fronte a quella decisione — sosteneva di essere vittima della cattiveria dei vicini di casa che amavano parlare male di lui — avevano portato all’epoca l’assessore alla sanità Enrico Panzi a prendere una posizione pubblica per spiegare che «i bambini risiedono in una comunità protetta a spese del Comune dove vengono permesse le visite dei genitori in condizioni di controllo e tutela». Si tratta di «una misura delicata e dolorosamente necessaria» — aveva sottolineato l’assessore — le ragioni dell’intervento «non le posso spiegare ma sono basate su fatti circostanziati, oggettivi e periziati. I genitori non hanno collaborato e non escludo che possano fare un po’ di teatro raccontando fischi per fiaschi: a titolo di cronaca posso affermare che nelle motivazioni del tribunale non ci sono problemi economici di alcun tipo, nè dicerie di vicini». Aveva poi proseguito il suo intervento dicendo che tre minori in struttura costano 70 mila euro l’anno: «Non potremmo sopportare quest’onere economico se i nostri servizi non fossero più che sicuri che questa è l’unica strada possibile nell’interesse dei minori».

    Contro quella decisione del tribunale per i minori la famiglia presenterà ricorso. E nel procedimento verrà allegata anche una lettera in cui don Paolo assicura il suo sostegno a quella famiglia. Nel maggio 2016 la Corte d’Appello decide il rientro dei bambini in famiglia, confermando l’affidamento ai servizi sociali. Dopo diverse segnalazioni degli assistenti sociali la Procura per i minori di Firenze lo scorso gennaio chiede un nuovo allontanamento per i bambini. Il fascicolo viene affidato al pm Filippo Focardi. Nelle relazioni degli assistenti sociali si spiega che il padre è scarsamente collaborativo, che ha comportamenti incongrui, che è aggressivo, bugiardo e che la madre non è in grado di tutelare i figli. Nell’aprile scorso il tribunale per i minori fa un’ordinanza provvisoria dando mandato di approfondimento ai servizi sociali.

    Il resto è la cronaca degli ultimi giorni. La bambina che viene trovata da un vicino di casa appartata in auto con il prete amico di famiglia, don Paolo che non prova neppure a negare e viene arrestato per poi confessare davanti al pm di aver abusato altre volte della bambina.I vicini di casa, che con la famiglia in questione non hanno mai avuto rapporti facili raccontano di una famiglia «particolare». Di un padre aggressivo che urla spesso ai figli. Aggressivo al punto da aver aggredito una volta, in passato, anche la propria madre. Sui contorni della vicenda sta cercando adesso di fare luce l’inchiesta della pm Laura Canovai. A lei spetta il compito più difficile: quello di chiarire se vi siano responsabilità per quanto accaduto, se ci siano state omissioni o leggerezze da parte di qualcuno nel valutare la situazione familiare e soprattutto se quella violenza su una bambina di undici anni si poteva evitare.

    https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/18_luglio_27/calenzano-bimbi-tolti-genitori-lettera-don-paolo-farli-tornare-casa-5c3e4f1c-916f-11e8-80c1-f30581bf3cff.shtml

  • Svolta sul caso del prete di Napoli, sarà processato dal tribunale ecclesiastico di Milano

    Città del Vaticano – Il caso del prete pedofilo di Ponticelli, a Napoli, è a una svolta definitiva. Dopo gli imbarazzati silenzi di questi mesi del cardinale Crescenzio Sepe, le pressioni esercitate dalla Segreteria di Stato e – soprattutto – dopo che Papa Francesco in persona aveva dato ordine di riaprire il caso di don Silverio Mura, il parroco accusato di avere abusato di un ragazzino verso la fine degli anni Novanta – oggi un uomo sposato di 40 anni che si è battuto con coraggio per fare emergere la terribile vicenda nonostante tante difficoltà, omertà e omissioni –  la vicenda approda in un tribunale ecclesiastico per essere giudicata. Gli atti sono stati trasmessi al tribunale ecclesiastico di Milano, regione dove don Silverio Mura aveva inspiegabilmente trovato rifugio e dove lavorava sotto copertura come parroco, con falso nome, in una diocesi lombarda.

    Il caso era finito in un cono d’ombra. L’istruttoria condotta nel 2014 dalla curia di Napoli era stata trasmessa in Vaticano che, sulla base dei documenti a disposizione «riteneva non fossero emersi elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico di don Silverio Mura» si legge in un comunicato diffuso a suo tempo da monsignor Luigi Ortaglio, cancelliere della curia di Napoli. Evidentemente non tutto era stato approfondito anche se don Silverio Mura era poi stato mandato dal cardinale Sepe fuori Napoli «per un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia, presso una comunità religiosa, fuori dalla diocesi».

    A febbraio era stato Papa Francesco  a richiedere «ulteriori e immediati» accertamenti dopo una inchiesta pubblicata sul Mattino di Napoli. Voleva capire se le indagini svolte durante questi anni dalla diocesi di Napoli e, in seguito, dalle autorità competenti vaticane, relative alle accuse di abusi e terminate nel 2016 con un’archiviazione, erano state fatte o meno accuratamente. Voleva capire se la procedura investigativa fosse stata adeguatamente rispettata in tutte le fasi previste.

    La vicenda a Ponticelli era affiorata nel 2010 con la denuncia di una vittima, Arturo Borrelli. All’epoca dei fatti era  ragazzino di appena 13 anni. «Ero dominato dalla sua personalità, lusingato da questa amicizia. Quando succedeva ero impietrito. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto al suo dominio, all’epoca non ne parlai con nessuno per vergogna».

    Parecchio tempo dopo, nel 2010, ormai adulto, marito e padre, fu colpito da gravi attacchi di panico e ricorse ad una psicoterapia. Fu allora che dalle ombre della sua memoria riemerse qualcosa di terribile che aveva rimosso per autotutela: gli abusi subiti un tempo, i traumi sepolti nel silenzio. Seguirono le denunce: una ai Carabinieri (ma il reato dopo 10 anni senza una sentenza cadde in prescrizione), e l’altra alla diocesi napoletana, che avviò subito le procedure standard di verifica.

    In alcuni documenti dell’arcivescovado si elencano i vari passaggi dell’inchiesta, la difesa di don Silverio Mura (che ha sempre negato le accuse), e il suo trasferimento misterioso in un luogo sconosciuto ma poi scoperto da una trasmissione delle Iene, in una diocesi lombarda.

    La Congregazione per la Fede chiese di analizzare di nuovo la vicenda. Il 2 ottobre 2014, l’ex Sant’Uffizio richiamò la diocesi, chiedendole di effettuare una investigazione previa a norma del canone 1717 del codice canonico.Nel frattempo la vittima si faceva coraggio e affidava alla pubblica opinione la sua vicenda, fino agli ultimi sviluppi. Ora la parola passa al tribunale ecclesiastico di Milano.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_napoli_curia_sepe_abusi_pedofilia_mura_vittima_vaticano-3879222.html