Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: onu

  • Forteto: Mugnai (Fi), nuova condanna a Fiesoli conferma l’esistenza di una setta

    Forteto: Mugnai (Fi), nuova condanna a Fiesoli conferma l’esistenza di una setta

    “La nuova condanna comminata a Rodolfo Fiesoli per gli orrendi abusi perpetrati ai danni di minori collocati in affido all’interno della comunità Il Forteto del Mugello, in provincia di Firenze, non è che l’ennesima conferma di quanto abbiamo sempre sostenuto anche in ordine all’esistenza di un ”sistema Forteto” e sul fatto quella comunità avesse, come ancora ha, la natura di una setta. Per questo non posso che rinnovare l’invito alla maggioranza Lega e M5S affinché consenta la rapida attivazione della commissione d’inchiesta parlamentare che io stesso ho richiesto calendarizzando la mia proposta di legge”.

    Lo afferma il Vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera Stefano Mugnai all’indomani del riconteggio della pena per il leader della comunità Rodolfo Fiesoli da parte della Corte d’Appello di Firenze, un secondo passaggio frutto del rinvio della Cassazione disposto nel dicembre 2017.

    “Rodolfo Fiesoli all”interno del Forteto si faceva chiamare ”Il Profeta”. Già questo crea una cornice suggestiva per inquadrare il contesto”, sottolinea Mugnai che segue la vicenda Forteto fin dal 2012 quando, come consigliere regionale della Toscana, ebbe a presiedere la prima commissione regionale di inchiesta quella che portò alla luce il sistema di violenze e abusi praticato all’interno di quella che anche la magistratura avrebbe in seguito bollato come comunità-setta, esprimendo condanne fino al terzo grado di giudizio.

    “Questo nuovo pronunciamento da parte della Corte d”Appello fiorentina – commenta Mugnai – cristallizza proprio il ”sistema” laddove qualifica il reato di violenza sessuale di gruppo. Al Forteto esisteva attorno a Fiesoli una sorta di ”cerchio magico” di chi se non abusava favoriva il perpetrarsi degli abusi, o taceva, o girava il capo. Una setta su cui ancora dovremo tanto scavare anche a livello parlamentare. Chiedo che ci si affretti”.

    Forteto: Mugnai (Fi), nuova condanna a Fiesoli conferma l’esistenza di una setta

  • Denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

    Denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

    SAVONA – A seguito dell’interrogazione parlamentare del novembre scorso, dopo la diffida dello scorso febbraio, è stato depositato questa mattina presso la Procura della Repubblica di Savona, il fascicolo prodotto dalla Rete L’ABUSO di cui è titolare l’avvocato Mario Caligiuri, nel quale si contestano al Governo italiano gravi inadempienze; preventive, legislative e esecutive, in materia di pedofilia.

    Una denuncia molto circostanziata e sottoscritta unitamente al Presidente della Rete L’ABUSO, da decine di vittime e dai Funzionari e dai fondatori di ECA Global – l’associazione internazionale di cui la Rete L’ABUSO è fondatrice, presente in 42 paesi in quattro continenti.

    Un documento di 29 pagine, e più di 250 allegati, nel quale si chiede alla magistratura di verificare la fondatezza delle accuse di omissione, favoreggiamento e inadempienze attribuibili allo Stato italiano. Partendo proprio dalla mancata risposta delle istituzioni competenti alla diffida del 19 febbraio scorso, un silenzio che, sulla base delle priorità e della formulazione giuridica di quella diffida, già di per sè configurerebbe il reato di omissione di atti d’ufficio.

    Rome, Italy. 2nd October, 2018. Lieve Halsberghe from Belgium, member of ECA Global, lawyer Mario Caligiuri, Francesco Zanardi from Italy, president of Rete L’ABUSO, Matthias Katsch from Germany, member of ECA Global, and Marek Lisinski from Poland, member of ECA Global pose during the press conference of Rete L’ABUSO and ECA Global about the Italian situation of sexual abuse by clergy at the headquarter of the foreign press on 2 October 2018, in Rome, Italy. © Simone Padovani / Awakening / Alamy Live News

    Tra le altre contestazioni, vi è la mancata applicazione di alcune leggi ratificate dal nostro paese, come il Trattato di Lanzarote: si contestano in modo particolare due punti, uno dei quali è il certificato anti pedofilia (già contestato nell’interrogazione parlamentare del 27 novembre scorso) che esenta dall’esibirlo la fascia da sempre più a rischio, il volontariato, alla quale anche i sacerdoti appartengono. Il secondo punto è rappresentato dall’audizione delle vittime nei processi canonici che, secondo il Lanzarote, risulterebbe irregolare, in quanto vengono meno non solo le garanzie costituzionali del cittadino/vittima, che in quella sede si vede negare sia il sostegno di psicologi qualificati che la supportino ma, addirittura, anche il diritto di avere al suo fianco il proprio difensore di fiducia, non ammesso nei processi canonici.

    A livello di direttive europee e convenzioni che l’Italia ha ratificato, come per lo Stato del Vaticano, anche all’Italia si contesta la violazione della Convenzione ONU per la Tutela del Fanciullo, in quanto sta permettendo ad uno Stato estero (il Vaticano) di violarla anche sul suolo italiano rendendosi così complice. Contestazione che, anche dietro alla nostra diffida dello scorso febbraio, ha fatto si che le Nazioni Unite aprissero un’indagine sull’Italia. La mancanza del fondo per le vittime di reati gravi, ratificato ma inesistente, come i consultori per le vittime di abuso sessuale e il database dei c.d. predatori sessuali.

    Altro punto importante, segnalato anche nel rapporto delle Nazioni Unite, è la revisione dei Patti Lateranensi che l’avvocato Mario Caligiuri tratta ampliamente nel documento, soprattutto la parte che solleva i vescovi dall’obbligo della denuncia. Sembra paradossale ma in Italia, nel 2018, il concordato prevede ancora che il clero possa tacere di fronte alla legge, semplicemente appellandosi al segreto del confessionale, obbliga invece la magistratura ad informare il clero qualora venga aperto un fascicolo su un sacerdote.

    Il nostro paese, ad oggi, non solo risulta privo dei più basilari strumenti di prevenzione ma, addirittura, è privo di qualunque politica a contrasto del fenomeno e, malgrado le ratifiche, anche di qualunque politica di sostegno alle vittime. Praticamente un paese, c.d. civile, del terzo mondo.

    A prova della fondatezza delle accuse, i casi che la Rete L’ABUSO ha ribattezzato “i 4 casi Viganò italiani”, tutti procedibili in quanto non sono ancora intervenuti i termini prescrittivi e, tutti passati per le mani di Bergoglio, un capo di Stato e un leader religioso, che di fatto risulta inattendibile.

    Dei quattro casi, due vedono già aperti dei fascicoli e sono i casi dell’Istituto veronese Antonio Provolo, che vede stralciate le responsabilità del vescovo Zenti e le attribuiscono alla congregazione di diritto pontificio Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordi e quello  del sacerdote napoletano don Silverio Mura, che interessano rispettivamente le Procure di Verona e Pavia/Napoli.

    C’è poi il caso dei chierichetti del papa, qui la competenza territoriale tecnicamente apparterrebbe al Vaticano, in quanto i presunti abusi sarebbero avvenuti li, ma sulla competenza territoriale ci riserviamo eventualmente il così detto “asso nella manica” che dovrebbe, senza troppi problemi, mantenere il procedimento penale in Italia, per la precisione a Como.

    Infine il caso di don Mauro Galli, condannato poche settimane fa in primo grado a 6 anni e quattro mesi. In questo procedimento, anche grazie ad un accordo tra le parti che ha permesso alla diocesi di Milano di tirarsi fuori dal processo, è stata stralciata tutta la parte che vedrebbe le responsabilità dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del collega Pierangelo Tremolada, parte che, a nostro avviso, vede gravi omissioni e leggerezza da parte di coloro che lo hanno gestito e di Bergoglio che, informato, in barba ai suoi stessi proclami, ha di fatto con la nomina, promosso i due.

    Non mancano nella denuncia anche le false informazioni divulgate dalla Santa Sede e riportate per giorni dai giornali italiani, informazioni infondate che poi si sono tutte rivelate farlocche, oltre a mera pubblicità del Vaticano, squallidamente fatta sulla pelle dei bambini potenzialmente a rischio e delle vittime.

    Con questo documento la Rete L’ABUSO vuole stimolare, come accaduto in altri paesi, la magistratura italiana a procedere, sulla base della propria autonomia, chiedendo che le varie Procure competenti facciano capo alla Procura Generale della Repubblica, che potrebbe gestire o assegnare a quella di Savona il fascicolo.

    Tutta la documentazione sarà trasmessa in copia all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di Ginevra che sta valutando la posizione dell’Italia.

    L’Ufficio di Presidenza

    L’esito della valutazione alla nostra contestazione e la legnata all’Italia. Al punto 21 del report

    “Sfruttamento e abuso sessuale

    21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.“

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

    Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

    L’accusatore del Pontefice nella vicenda della doppia vita del cardinale McCarrick chiama in causa il pontefice: “Chi tace acconsente”

    di PAOLO RODARI
    CITTÀ DEL VATICANO–  “Papa Francesco, perché non rispondi? Chi tace acconsente”. A un mese dalla pubblicazione del suo memoriale, monsignor Carlo Maria Viganò torna a parlare. Lo fa attraverso un testo pubblicato ancora una volta dal sito conservatore statunitense lifesitenews.com e, in Italia, dal sito web del vaticanista della Rai Aldo Maria Valli.

    Nel nuovo documento fatto pervenire “dalla località segreta nella quale vive”, l’ex nunzio negli Stati Uniti che ha accusato Francesco e i vertici della curia romana di non essere intervenuti sulla doppia vita del cardinale Theodore McCarrick, va giù duro ancora contro il Papa. Dice: “Né il papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto ‘Qui tacet consentit’ si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?”.

    Mentre una risposta da parte del Vaticano sembra essere vicina, è la voce dell’ex diplomatico vaticano a tornare a farsi sentire. Viganò dice che “come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità”. E che “per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni”. E ancora: “Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: ‘Seguimi!’, ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni”.

    Dopo aver citato il Samo 103 che recita la volontà di cantare “al Signore” finché si ha vita, Viganò spiega che “la decisione di rivelare quei fatti – relativi alla doppia vita di McCarrick e all’azione del papa e della curia in merito, ndr –è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo”.

    “Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (par. 2491), il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio”.

    Viganò dice che il centro della sua testimonianza “è che almeno dal 23 giugno 2013 il papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni”.

    “Ora, la risposta del papa alla mia testimonianza è stata: ‘Io non dirò una parola!’ Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: ‘Viganò ha mentito’ avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri”.

    Continua l’ex nunzio: “Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del padre Julio Grassi a Buenos Aires, l’aver reinstallato padre Mauro Inzoli dopo che papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale (fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale), e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy O’Connor. Nel frattempo, una delegazione della USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ndr), guidata dal suo presidente, il cardinale DiNardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il cardinale DiNardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo”.

    “Vorrei fare un appello speciale al cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa. Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!”.

    “In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale. Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da san Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: ‘Maestro, non t’importa che moriamo?’. Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. ‘Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati… Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?’. La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua. Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca! Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino.!”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2018/09/28/news/vaticano_l_ex_nunzio_vigano_attacca_il_papa_francesco_perche_non_parli_-207562887/amp/
  • Mons. Delpini è “CACA” Sterco: parola di papa Francesco!

    Mons. Delpini è “CACA” Sterco: parola di papa Francesco!

    Sabato 25 agosto 2018 il Santo Padre Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Irlanda incontra alcune vittime di abusi sessuali, un incontro privato che avviene presso la nunziatura.

    Al termine dell’incontro, le vittime riferiscono che Francesco ha definito i Vescovi insabbiatori, cioè coloro che spostano i sacerdoti accusati di reati di pedofilia da una parrocchia all’altra, “caca” sterco, merda.

    La definizione non lascia margini di interpretazione, papa Francesco oltre a chiedere ancora una volta scusa (l’ennesima volta si può dire), scusa per i gravi crimini commessi dalla chiesa, giudica tutti i vescovi omissivi e insabbiatori “caca” pronunciando il termine nella sua lingua d’origine: sembra essere determinato nella lotta alla pedofilia, la famosa “TOLLERANZA ZERO”…

    Diversi quotidiani riportano la notizia in tutto il mondo, i vescovi insabbiatori sono “merda”, in Italia per esempio il messaggero.it riporta il seguente articolo:

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_vaticano_pedofilia_merda_shit_parolaccia_irlanda_abusi-3933477.html

    Dunque per il Santo Padre un Vescovo che viene a conoscenza del fatto che un proprio sacerdote si porta a letto un minore, lo sposta semplicemente dalla parrocchia dove è avvenuto il fatto ad un’altra parrocchia, allora questo Vescovo è un uomo di merda, è “caca”! Questo sostiene con forza il Pontefice e lo svela al mondo per tramite di alcune vittime, alle quali ha appena chiesto scusa a nome della chiesa e che, certamente, non intende prendere in giro per farle soffrire ulteriormente, nemmeno intende prendere per i fondelli il mondo intero, oggi particolarmente attento e sensibile alla tematica, agli abusi nel clero, alla “tolleranza zero”.

    Ora il Santo padre ci deve dunque spiegare come si concilia la nomina di mons. Delpini ad Arcivescovo di Milano e recentemente da lui elogiato ed invitato a rappresentare l’Italia al Sinodo dei Giovani che inizierà il prossimo ottobre 2018.

    Andiamo con ordine:

    1 – E’ CERTO CHE MONS. DELPINI SAPESSE (DAL GIORNO DOPO 21.12.2011) CHE NEL DICEMBRE 2011 (21.12.2011) DON MAURO GALLI AVEVA PORTATO NEL SUO LETTONE UN MINORE NELLA PARROCCHIA DI ROZZANO (MI)

    La vicenda è inconfutabile, provata da decine di testimonianze, registrazioni, intercettazioni, indagini della Procura della Repubblica… ma ancora più eloquente e chiarificatrice è la testimonianza diretta dell’attuale Arcivescovo Mario Delpini che, sotto giuramento, rilascia alla Polizia, nel 2014, quando viene interrogato nell’ambito delle indagini preliminari relative al caso.

    Delpini confessa di avere saputo subito che don Mauro aveva portato a letto un minore, riceve immediatamente, uno o due giorni dopo i fatti, la telefonata dell’autorevole parroco di Rozzano dell’epoca, don Carlo Mantegazza. Il monsignore racconta alla polizia che in quella telefonata il Parroco gli riferisce esplicitamente dei presunti abusi sessuali avvenuti quella notte.

    Il Vescovo, prosegue il suo racconto sotto giuramento, si precipita a Rozzano e convoca il prete abusatore, il quale ammette al suo Vescovo Mario Delpini di aver portato a letto, nel suo letto in canonica, il ragazzino.

    La polizia gli chiede dunque se ha preso dei provvedimenti e quali, Delpini riferisce di aver spostato immediatamente il prete (don Galli) da Rozzano alla parrocchia di Legnano, sempre nel milanese a pochi chilometri di distanza.

    I poliziotti increduli domandano al Vescovo chi avesse preso la decisione del semplice trasferimento e se era al corrente della mansione del sacerdote nella nuova destinazione.

    Delpini risponde con fermezza: la decisione è sua e il nuovo incarico che ha scelto per il prete è il medesimo, ovvero seguire la pastorale giovanile, ancora a contatto con i minori, ma questa volta non più di due oratori, bensì di quattro dell’oltre Sempione.

    Delpini sapeva perfettamente e ha semplicemente spostato il prete esattamente come la “merda” definita da Francesco.

    Ecco il verbale della polizia firmato da mons. Delpini acquisito in tribunale (MILANO V SEZIONE PENALE – GIUDICE AMBROGIO MOCCIA) datato 24 Ottobre 2014:


    2 – E’ CERTO CHE LA SANTA SEDE SAPESSE DEL COMPORTAMENTO DEL VESCOVO INSABBIATORE “CACA”, MONS. DELPINI PRIMA DI NOMINARLO ARCIVESCOVO DI MILANO

    La Santa Sede era certamente informata circa il comportamento del Vescovo Delpini già dal 2015: i familiari del ragazzino avevano infatti esplicitamente denunciato il comportamento dei vescovi coinvolti, collaboratori dell’allora Arcivescovo di Milano Cardinale Scola oggi in pensione.

    Più volte avevano scritto sia al Cardinale Scola, sia al Cardinale Muller, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia direttamente a Papa Francesco.

    Le risposte non si fecero attendere, solo il Santo Padre tacque!

    Il Cardinale Muller, poi licenziato da papa Francesco, rispose in meno di ventiquattro ore accusando la ricezione della copiosa documentazione a sostegno della denuncia del comportamento omissivo dei due vescovi Mons. Delpini e mons. Pierantonio Tremolada (successivamente promosso anch’egli da papa Francesco a Vescovo di Brescia) il quale aveva gestito insieme al Vescovo Delpini la vicenda in quanto allora responsabile della formazione dei neo sacerdoti come don Galli.

    Muller ricevette anche la copia della lettera inviata al Santo Padre Papa Francesco.

    Di seguito lo scambio di documenti con la Congregazione per la Dottrina della Fede datata 5-6 Maggio 2015:

    Il Cardinale Scola, perfettamente a conoscenza del fatto certo che il prete (don Galli) avesse portato nel suo letto il minore, definisce le scelte di Delpini “IMPROVVIDE”, ovvero il semplice spostamento da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori, esattamente quell’atteggiamento, quelle decisioni definite dal Santo Padre ad opera di Vescovi “CACA”, uomini di merda!

    Ecco la lettera della Cardinale Angelo Scola datata 23 Aprile 2015:

    La Nunziatura Apostolica (per conto del Santo Padre per ruolo ed istituzione) risponde ufficialmente, la prima volta nel marzo 2016, ovvero più di un anno prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano e mons. Pierantonio Tremolada fosse nominato Vescovo di Brescia:

    … “circa le accuse da voi mosse ai collaboratori dell’Arcivescovo (l’arcivescovo di Milano era il Cardinale Scola e i suoi collaboratori esplicitamente denunciati erano Mons. Delpini e Mons. Tremolada ndr) – esse saranno debitamente esaminate a tempo debito, al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni.”…

    Ecco la lettera della Nunziatura Apostolica datata 22 Marzo 2016

    3 – E’ CERTO CHE IL SANTO PADRE SAPESSE DEL COMPORTAMENTO OMISSIVO DELL’ARCIVESCOVO DI MILANO MARIO DELPINI BEN PRIMA DI INVITARLO AL SINODO DEI VESCOVI SUL TEMA DEI GIOVANI, QUALE MEMBRO AUTOREVOLE PER ARRICCHIRE IL DIBATTITO SINODALE

    Nella comunicazione ufficiale inviata dal Santo Padre, Papa Francesco, all’Arcivescovo di Milano  Mario Delpini per convocarlo quale membro del gruppo di Vescovi che parteciperanno all’importante Sinodo sul tema dei giovani dal 3 al 28 Ottobre 2018 si legge:

    … “La ringraziamo fin d’ora per la disponibilità all’invito del Santo Padre”

    Papa Francesco nomina Delpini membro del Sinodo

    Il Santo Padre nomina Delpini per l’importante Sinodo sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale?!?

    Dunque al sinodo parteciperanno Vescovi che il Papa invita e allo stesso tempo definisce “caca”?

    E’ lo stesso papa Francesco? Il sinodo rappresentato dalla merda? Oppure sono le solite quattro “fregnacce” di circostanza che Francesco ha dovuto dire alle vittime di abusi sessuali a Dublino, i Vescovi insabbiatori come Delpini sono “caca”, dimenticandosi poi di dire che la stessa “caca” li rappresenta bene al sinodo dei Vescovi… ?

    PAPA FRANCESCO SAPEVA: ecco la lettera della Nunziatura Apostolica datata 11 Maggio 2018:

    Tutti in Vaticano sanno del caso don Mauro/Delpini: è stato persino recepito all’ONU un Dossier  completo sulla vicenda e il sistema di insabbiamento, la Pontificia Commissione per la tutela dei Minori, come anche il Santo Padre, hanno da tempo a disposizione  una copia del Dossier recepito alle Nazioni Unite che ha ufficialmente annunciato a Ginevra il 7 Giugno 2018 che ha avviato un’indagine sul caso Italiano.

    Tutti erano certamente a conoscenza degli eventi prima dell’invito del Santo Padre rivolto all’Arcivescovo Delpini per la partecipazione al Sinodo dei Vescovi.

    Ecco la lettera della Pontificia commissione per la tutela dei minori presieduta dal Cardinale O’Mallay datata 16 Luglio 2018:

    In tutto questo, dove sta la credibilità? Ora il Papa deve dare una risposta ferma, se i  Vescovi che insabbiano sono “caca” se era sincero con le vittime, se erano autentiche le scuse, allora la stessa “caca” non può rappresentare la Chiesa al sinodo dei Vescovi… non si può servire due padroni: affermare la “tolleranza zero”, quando mediaticamente conviene, e poi bellamente rinnegarla pubblicamente nei fatti

    …e nemmeno si può rubricare chiunque denunci con prove e testimonianze come “coloro che danno scandalo” dunque secondo il Pontefice non meritevoli di risposte…

    Ma non era Francesco che esortava ad avere il coraggio di denunciare con nomi e cognomi?
    (Papa Francesco – 22 giugno 2017, Omelia S. Messa – Casa Santa Marta)

    Forse è giunto il tempo in cui c’è da domandarsi seriamente: “chi sta veramente dando scandalo in tutta questa vicenda?

    Mt 6,24-34                               

    In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «24 Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro

  • “Lo scandalo più grande sarebbe coprire la verità”. I Vescovi lanciano una tre giorni per contrastare gli abusi sessuali e la pedofilia in Italia

    “Lo scandalo più grande sarebbe coprire la verità”. I Vescovi lanciano una tre giorni per contrastare gli abusi sessuali e la pedofilia in Italia

    By Maria Antonietta Calabrò – “Il Vangelo dice che è bene che avvengano gli scandali purché si manifesti la verità perché alla fine lo scandalo più grande sarebbe quello di coprire la verità”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, in un’intervista a Tv2000, la televisione della Conferenza episcopale italiana in occasione della messa per i 50 anni dalla morte di San Pio celebrata domenica sera a San Giovanni Rotondo, alla presenza del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affrontato il tema degli abusi sessuali del clero.

    “Gli scandali nella Chiesa – ha proseguito – ci sono sempre stati e certamente oggi si sono manifestati attraverso i mezzi della comunicazione che una volta non erano così efficaci nella loro crudezza. Sono successe veramente delle cose terribili che fanno accapponare la pelle. Davanti a tutto questo esprimiamo la nostra condanna come la esprimerebbe il Signore”.

    Anche la Chiesa italiana si trova dunque ad affrontare la crisi della pedofilia che sta scuotendo il Vaticano e i fedeli cattolici in ogni parte del mondo (dal Cile, agli Stati Uniti, all’Argentina, il cui caso, che chiama in causa ancora una volta Papa Francesco, è arrivato questa settimana sulla copertina di Der Spiegel) .

    E’ per questo che Bassetti aprendo i lavori del i lavori del Consiglio Episcopale Permanente della Cei(Roma, 24-26 settembre) ha sottolineato ” l’impegno rigoroso a fare dei nostri ambienti luoghi sicuri dove non trovi cittadinanza alcuna forma di abuso”. Già lo scorso anno anno infatti è stata istituita in seno alla CEI, una Commissione per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, guidata da monsignor Lorenzo Ghizzoni : lo scopo quello di migliorare le precedenti Linee guida sul fronte della prevenzione e della formazione (2014). E giovedì sapremo quali saranno i cambiamenti.

    Modifica del Trattato del Laterano? Dalle Alpi alla Sicilia, i fatti di cronaca pullulano di notizie riguardanti abusi da parte del clero su minori anche in Italia. Non abusi cosiddetti “storici”, risalenti cioè a molti decenni fa, ma crimini più recenti, che hanno coinvolto preti e religiosi, e in qualche caso vescovi ( per aver coperto i fatti) .

    Così il caso di don Mauro Galli (dicembre 2011) , un giovane sacerdote milanese. Oppure l’arresto quest’estate (2018) in Sicilia per abusi nei confronti di sei ragazze di un anziano animatore di un gruppo laico ad Acireale, dove l’arcivescovo ha dovuto creare una commissione d’indagine per esaminare tutti gli aspetti “ecclesiastici, morali e dottrinali della vicenda”.

    In Italia, la situazione, dal punto di vista giuridico è complicata dal fatto che in base al Trattato del Laterano, le gerarchie ecclesiastiche non hanno – a differenza dagli Stati Uniti a partire dal 2002 – alcun obbligo di denuncia dei crimini di cui sono venuti a conoscenza. Tanto che la Commissione dell’Onu contro la Tortura a Ginevra nel maggio 2014, ha sollecitato la revisione dei Concordati nazionali (come quello italiano) nella parte in cui sollevano la gerarchia da quest’obbligo: una disposizione che aveva senso ai tempi del regima fascista, ma che oggi può provocare il mancato perseguimento da parte dell’autorità civili di crimini odiosi come pedofilia e pedopornografia.

    Dopo sentenza del Consiglio di Stato, fuga dall’ora di religione? Bassetti ha sottoposto all’attenzione dei vescovi italiani anche una recente sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 30 luglio, che riconosce come legittima la richiesta di modificare in qualsiasi momento dell’anno scolastico la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. ” È facile immaginare come una simile opportunità possa provocare – per le motivazioni più banali ha sottolineato – un rapido calo delle scelte di avvalersi, con un conseguente grave indebolimento della credibilità dell’IRC, che finora ha potuto contare proprio su un elevato tasso di adesione”.

    Il nuovo segretario della CEI. Entro giovedì prossimo, Bassetti sottoporrà al Papa una lista di nomi di vescovi tra cui scegliere il nuovo segretario generale della CEI in sostituzione di monsignor Nunzio Galantino che prima dell’estate è stato nominato dal Papa presidente dell’APSA , l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/09/24/lo-scandalo-piu-grande-sarebbe-coprire-la-verita-i-vescovi-lanciano-una-tre-giorni-per-contrastare-gli-abusi-sessuali-e-la-pedofilia-in-italia_a_23540321/

  • Chiesa e pedofilia, chi ha paura del caso Italia

    Chiesa e pedofilia, chi ha paura del caso Italia

    di Federico Tulli – Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 percento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». A rendere pubblica questa mostruosa percentuale riferendosi alla diffusione della pedofilia nella Chiesa cattolica Usa, non è stato un trinariciuto produttore di fake news anticlericali ma padre Hans Zollner, psicologo alla Gregoriana e membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori. Era il 21 agosto scorso e l’affermazione di Zollner pubblicata dall’agenzia dei vescovi Sir, è passata praticamente inosservata sotto i riflettori della stampa italiana (tranne un articolo del Corriere della sera), sebbene la percentuale fosse circa 20 volte superiore a quella ufficiale resa nota dalla Congregazione del clero che valuta un coinvolgimento di ecclesiastici in reati contro minori, pari al 3 per mille. Un dato, questo, che a sua volta è di mezzo punto superiore al tasso di diffusione della pedofilia nella popolazione italiana elaborato da Left in base ai dati Istat relativi alla popolazione carceraria. Colpisce ancor di più, ma non sorprende, il silenzio mediatico nostrano, se si pensa che Zollner ha fatto un esplicito e preoccupante riferimento all’Italia.

    «Non abbiamo dati precisi, ma sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso», ha detto l’esperto sacerdote e ha aggiunto: «Dal momento che i vescovi Usa hanno preso sul serio la lotta contro questo “male”, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi. Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato». Infine la stoccata: «La Chiesa italiana affronti il tema degli abusi sui minori o ne verrà travolta». Ebbene, vi chiederete, è accaduto qualcosa in questi 30 giorni? Come hanno reagito i vescovi? E papa Francesco? Il fautore della tolleranza zero, ha suggerito qualcosa a Bassetti, l’unico capo di Conferenza episcopale al mondo che il pontefice nomina direttamente? E la Cei per caso si è impegnata a rivedere le proprie linee guida inserendo per i vescovi l’obbligo di denuncia alla magistratura “civile”? La risposta è sempre la stessa. Cioè nessuna risposta. E sulle dichiarazioni di Zollner è calato velocemente il silenzio.

    Eppure di materiale preoccupante su cui impostare un serio lavoro di indagine, prevenzione e “pulizia” all’interno della Chiesa italiana, trasformando le dichiarazioni e le intenzioni, in fatti concreti, ce n’è a sufficienza. A cominciare dal corposo dossier sugli stupri avvenuti per decenni all’interno dell’istituto religioso per bambini sordomuti Provolo di Verona, che Left ha contribuito a portare alla luce sin dal 2010. «Si è molto parlato nelle scorse settimane del dossier Viganò» osserva Francesco Zanardi, presidente della onlus Rete L’Abuso che fa parte della rete internazionale Eca (Ending clergy abuse) impegnata nella tutela dei diritti delle vittime di pedofilia clericale. «Ha generato uno scandalo – prosegue Zanardi – che Bergoglio sapesse sin dal 2013 delle accuse nei confronti dell’ex arcivescovo di Washington e (suo) cardinale elettore Theodore McCarrick, e che non sia intervenuto se non cinque anni dopo accogliendone le dimissioni e disponendo per lui come punizione l’obbligo di ritiro in un luogo discretamente segreto per pregare e pentirsi. Ebbene, anche se la stampa italiana non ne parla, nel nostro Paese abbiamo quattro casi di insabbiamento praticamente identici a quello sollevato da mons. Viganò». Prima di approfondire la storia di Verona ci soffermiamo sugli altri tre. «Il più significativo – racconta il presidente di rete L’Abuso – chiama in causa non proprio indirettamente mons. Ladaria, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè l’ex Sant’Uffizio, l’organo della Santa sede deputato proprio al giudizio sulla “purezza dei sacerdoti”».

    Il nome di Ladaria spunta in relazione alla vicenda dei chierichetti della Basilica di S. Pietro abusati nel pre-seminario in Città del Vaticano (vedi Left del 18 novembre 2017), ma non per via delle indagini che dovrebbero esser svolte dai suoi magistrati. «Abbiamo scoperto che il sacerdote accusato degli stupri non solo non è mai stato sospeso nemmeno in via cautelativa dai suoi incarichi “pubblici” ma addirittura all’inizio dell’estate risultava essere l’incaricato alla raccolta delle prenotazioni per gli esercizi spirituali organizzati presso l’Opera Don Folci di Como. Esercizi condotti proprio dal prefetto del tribunale vaticano che dovrebbe indagarlo e nel caso giudicarlo: mons. Francisco Ladaria». Allo stato attuale, osserva Zanardi, le denunce sugli stupri al pre-seminario risultano insabbiate almeno tre volte dalla Santa sede: dopo le prime denunce di un ex seminarista testimone (costretto in seguito dai suoi superiori ad abbandonare la scuola per chierichetti); dopo il libro-scoop di Gianluigi Nuzzi, Peccato originale (Chiarelettere), che un anno fa ha portato la storia in pubblico; infine, a fronte della reiterata inerzia della Santa sede, dopo il nostro intervento come Rete L’Abuso finalizzato a evitare che siano poste in essere eventuali recidive, considerando che nemmeno la Procura della Repubblica ha avviato delle indagini sebbene la notizia abbia avuto notevole risonanza anche in televisione».

    Qui Zanardi si riferisce all’esposto-querela della onlus che presiede contro lo Stato italiano per la violazione della Convenzione di Lanzarote sui diritti dei minori e a quello depositato presso il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per la violazione della relativa Convenzione di cui il governo giallonero dovrà rispondere il 19 gennaio 2019 a Ginevra presso la sede delle Nazioni Unite (vedi Left del 31 agosto 2018). Nel dossier ci sono anche gli altri tre casi. «Quello di Milano che vede coinvolti due vescovi: mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada promossi rispettivamente arcivescovo di Milano e vescovo di Brescia da papa Francesco, sebbene ci siano delle denunce per “insabbiamento” di cui è a conoscenza anche Congregazione per la dottrina della fede». In particolare, spiega Zanardi, «sappiamo che lo stesso mons. Delpini ha dichiarato davanti alla Polizia di essere stato subito avvisato del fatto che un prete aveva “dormito” con un minore. E nonostante ciò lo ha comunque spostato in un’altra parrocchia ancora a contatto con dei minori». Nel mirino di Rete L’Abuso c’è poi l’annosa vicenda di don Silverio Mura. «La scorsa settimana la procura di Pavia ci ha convocato per un interrogatorio riguardo all’esposto fatto contro questo sacerdote. Il suo caso è emblematico perché la presunta vittima, Arturo Borrelli, è stata ricevuta da papa Francesco ma non vi è stato nessun intervento da parte sua. All’inizio del 2018 si è scoperto che il sacerdote era stato trasferito da Napoli a Montù Beccaria, un paesino del pavese, dove operava con un altro nome. Immediatamente trasferito, da allora ne abbiamo perso nuovamente le tracce».

    Chiudiamo con Verona. Tutto inizia a metà anni Ottanta, quando 67 ex ospiti dell’Istituto per sordomuti Provolo hanno trovato la forza per denunciare alla diocesi locale gli stupri, le violenze e le molestie ricevuti per decenni precedenti da parte di 25 educatori tra sacerdoti e fratelli laici. Per quasi 30 anni le loro istanze sono rimaste inascoltate. Nel 2011, dopo che lo scandalo è riuscito a bucare il muro dell’omertà mediatica, la diocesi di Verona in accordo con il Vaticano ha disposto un’indagine “interna” che ha riconosciuto la colpevolezza di tre sacerdoti. Riguardo gli altri accusati la Santa sede liquidò la faccenda affermando che su alcuni di loro – i pochi rimasti in vita – avrebbero continuato a indagare. Ma, come vedremo, non risulta. Tra i “prosciolti” infatti figura il nome di don Nicola Corradi finito in carcere nel novembre del 2016 a Mendoza in Argentina con l’accusa di aver abusato alcuni bambini nella più importante sede sudamericana del Provolo in cui fu trasferito proprio a metà anni 80 dal Vaticano e di cui è stato direttore fino all’arresto. «Ebbene – spiega Zanardi – nel 2014, dopo il sostanziale fallimento della commissione d’inchiesta veronese un gruppo di ex alunni dell’Istituto Provolo aveva pensato di aggirare il problema consegnando brevi manu al papa della tolleranza zero una lettera con i nomi dei 25 accusati, compreso quello don Nicola Corradi». Come detto, don Corradi è stato poi arrestato nel 2016. «Sì, ma grazie alla giustizia argentina perché papa Francesco, seppur personalmente informato già due anni prima, evidentemente non ha mosso un dito nei confronti del sacerdote trasferito nel suo Paese». Ad oggi l’unico provvedimento pontificio che si interseca con la storia del Provolo risale a pochi mesi dopo l’incontro con le vittime. Il 16 luglio 2015 papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto riguardante le «virtù eroiche» del monsignore che aveva guidato la diocesi veronese durante gli anni delle violenze, l’ex vescovo Giuseppe Carraro. Sebbene anche lui sia nella lista dei 25 presunti violentatori, il pontefice lo ha inserito tra i venerabili della Chiesa, primo passo verso la beatificazione.

    LEFT N. 38 | 21 Settembre 2018

  • Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    IACOPO SCARAMUZZI – Il rischio dell’abuso sessuale su bambini nella Chiesa cattolica «non è un fenomeno concluso» ed «esige azioni concrete»: è la conclusione a cui giunge un rapporto commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca, e pubblicato ufficialmente oggi, che, tra l’altro, pur registrando indizi statistici di una qualche correlazione tra abusi, da un lato, omosessualità o celibato, dall’altro, precisa che «né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori», e punta piuttosto l’attenzione sulla «maturità» psicologica e sessuale dei seminaristi e dei sacerdoti, raccomandando maggiore impegno nella loro formazione, e sul rischio di «clericalismo» che giustifica l’abuso sessuale e, a monte, l’abuso di potere.

    «I risultati dell’indagine dimostrano chiaramente che l’abuso sessuale su minori da parte di sacerdoti della Chiesa cattolica non è dovuto al comportamento sbagliato di singoli ma che si deve rivolgere l’attenzione anche alle caratteristiche strutturali di rischio dentro la Chiesa cattolica, che favoriscono l’abuso sessuale su minori o rendono più difficile la sua prevenzione», si legge nel documento che conclude uno studio avviato nel 2014 da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen che in tre anni ha esaminato 38.156 dossier messi a disposizione dalle 27 diocesi tedesche.

    I più rilevanti dati registrati dallo studio, intitolato “Abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca” e pubblicati oggi nel corso dell’assemblea plenaria di autunno dell’episcopato nella città di Fulda, sono stati anticipati nelle scorse settimane dallo Spiegel e dalla Zeit . Tra il 1946 e il 2014 sono stati 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania, ossia il 4,4% dei chierici del Paese in questo lasso di tempo (percentuale, rileva lo studio, analogo a quello registrato negli Stati Uniti dal John Jay College of Criminal Justice 2004 e inferiore al sette per cento individuato dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse in Australia che però, si precisa, ha utilizzato un altro metodo di calcolo). «Probabilmente questo numero è sbagliato per difetto», puntualizza lo studio, «se teniamo conto di ciò che sappiamo sulle zone d’ombra è chiaro che il numero reale è maggiore».

    Sono 1023 gli assalitori che hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a dieci abusi, 96 i veri e propri abusatori seriali con decine di abusi. Il numero più alto è di 44 vittime per un solo accusato. Dei minori abusati 969 erano chierichetti. La maggioranza delle vittime aveva 13 anni, la maggior parte dei primi abusi sono stati commessi da religiosi di età tra i 30 e i 50 anni, il lasso di tempo che intercorse tra l’anno della consacrazione sacerdotale o diaconale e l’anno del primo abuso accusato era in genere di 14,3 anni. Lo studio ha rilevato in uno dei sottogruppi in cui è stato suddiviso il lavoro, quello svolto tramite interviste ai sacerdoti, che nel 36% degli accusati sono emersi indizi di un abuso sessuale subito a loro volta. Le vittime hanno avuto nel corso degli anni o decenni successivi una «vasta gamma» di problemi psicologici, di salute, di relazione, nonché problemi «nel campo della fede e della spiritualità».

    Solo 122 abusatori sono stati assicurati alla giustizia civile. Nel 33,9% degli accusati era stato documentato l’avvio di una procedura di diritto canonico, cosa che non è stata fatta per il 53%. Le denunce, che seguono lo stesso andamento statistico, sono state presentate soprattutto dalle vittime o dalle loro famiglie (27,5%), solo nel 19,4% dei casi da rappresentanti della Chiesa cattolica. Il 10,7% dei sacerdoti abusatori si sono autodenunciati. Le denunce presentate presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma riguardano solo il 14% degli accusati. L’intervallo di tempo intercorso tra il primo abuso e l’avvio della relativa procedura è generalmente molto lungo, comprendendo in media oltre 13 anni (per le denuncie), 22 anni (per le procedure secondo il diritto canonico), e 23 anni (per la segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Circa un quarto di tutte le procedure di diritto canonico avviate non hanno portato a nessuna sanzione. Lo studio ha anche «fatto emergere indizi secondo cui i fascicoli personali o altri documenti di rilievo per le analisi sono andati stati distrutti o manipolati». I sacerdoti accusati di abusi sono stati trasferiti da una parrocchia ad un’altra più spesso che gli altri sacerdoti (91,8% contro 86,8%), senza adeguate spiegazioni ai fedeli, nel 18,3% i trasferimenti interni alla diocesi, nel 25,6% i trasferimenti da una diocesi all’altra, dipendevano da un’accusa di abuso sessuale.

    La ricerca individua tre tipologie di prete abusatore: colui che ha una vera e propria «preferenza pedofilia» e che possono essere attratti dal sacerdozio per «le sue molteplici possibilità di contatto con bambini e adolescenti», il «tipo narcisistico-sociopatico» per il quale «l’abuso sessuale appare come una delle molte forme dell’abuso di potere narcisistico» e, infine, la persona immatura sul piano personale e sessuale, per il quale «l’obbligo del celibato potrebbe offrire una possibilità male interpretata di non doversi occupare sufficientemente della propria identità sessuale» e al quale, anni dopo la consacrazione, «l’aumento dello stress lavorativo, l’isolamento e la mancanza di sostegno da parte della Chiesa fanno cadere gli ostacoli verso crimini di abuso sessuale».

    La percentuale relativa ai diaconi accusati è molto inferiore a quella dei sacerdoti (celibi) accusati. Inoltre, il 62,8% delle vittime di abuso sessuale erano di sesso maschile, il 34,9% di sesso femminile. «La palese prevalenza di vittime maschili si distingue dall’abuso sessuale su minori commesso in contesti non religiosi». Quanto agli abusatori, nel 14% dei sacerdoti accusati in base ai fascicoli delle diocesi, nel 19,1% di quelli registrati nei fascicoli giudiziari e nel 72% di coloro che sono stati intervistati dai ricercatori sono stati registrati «indizi di un orientamento omosessuale». Al proposito lo studio individua diversi fattori, tra i quali il fatto che prima del Concilio Vaticano II al servizio di chierichetti erano ammessi sono i maschi, per poi concentrare l’attenzione sugli «atteggiamenti ambivalenti della morale sessuale cattolica nei confronti dell’omosessualità e sul significato del celibato».

    «L’obbligo di una vita nel celibato – è la spiegazione esposta – potrebbe sembrare la soluzione dei propri problemi psichici a seminaristi inclini a negare le proprie tendenze omosessuali, dato che offre anche la prospettiva di una stretta convivenza esclusivamente con uomini, perlomeno in seminario. A questo riguardo specifiche strutture e regole della Chiesa cattolica potrebbero avere un elevato potenziale di attrazione per persone immature con tendenze omosessuali» e «c’è quindi il pericolo che queste tendenze debbano essere vissute “di nascosto”. La complessa interazione di immaturità sessuale, di possibili latenti tendenze omosessuali negate e respinte in un ambiente in parte anche manifestamente omofobo potrebbe essere un’altra spiegazione della prevalenza di vittime di sesso maschile nell’abuso subito da religiosi cattolici. Tuttavia né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori».

    Sempre sul tema dell’omosessualità, i ricercatori tedeschi precisano che «non è un fattore di rischio di abuso sessuale» ma, scrivono, «i risultati dello studio ci obbligano a occuparci del significato che hanno le idee specifiche della morale sessuale cattolica riguardo all’omosessualità nel contesto dell’abuso sessuale su minori. Deve essere urgentemente ripensato anche l’atteggiamento fondamentalmente negativo della Chiesa cattolica verso la consacrazione di uomini omosessuali. Le terminologie idiosincratiche usate dalla Chiesa in questo contesto come quelle di “tendenze omosessuali profondamente radicate” sono prive di qualsiasi fondamento scientifico. Al posto di questi atteggiamenti occorre creare un’atmosfera aperta e tollerante».

    In generale, per lo studio tedesco, «una vita nel celibato scelta con maturità e su base volontaria è possibile. La premesse di base, cioè la scelta volontaria e la maturità dello sviluppo della personalità non sono necessariamente presenti in tutti i seminaristi».

    La ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale tedesca si conclude con una serie di raccomandazioni alla Chiesa, pur riconoscendo gli sforzi che già sono stati fatti in particolare a partire dai primi anni 2000. Viene in particolare suggerito alla Conferenza episcopale tedesca di applicare in modo omogeneo in tutte le 27 diocesi le misure sinora adottate «in modo palesemente eterogeneo»; di documentare le denunce in modo omogeneo; di organizzare uno sportello indipendente per le denunce da fare anche in forma anonima; di migliorare le procedure canoniche, senza pensare che le procedure penali dispensino la chiesta dalla responsabilità di tutelare gli interessi delle vittime e, al contempo, assistere gli accusati; e di migliorare, sia qualitativamente che quantitativamente, la selezione e poi la formazione psicologica nei seminari nonché la formazione continua per i sacerdoti. Quanto alle vittime, lo studio suggerisce ai vescovi di introdurre una giornata annuale loro dedicata, di uniformare le procedure di indennizzo, e di coinvolgere le vittime nelle procedure di prevenzione.

    La ricerca affronta anche il tema del segreto confessionale, limitandosi a scrivere che «dal punto di vista scientifico bisogna sottolineare la responsabilità del confessore di fornire un’adeguata spiegazione, e di aiutare nell’elaborazione e nella prevenzione degli abusi sessuali individuali».

    Lo studio tedesco, peraltro, si sofferma su un tema caro a Papa Francesco, quello del clericalismo: in tutti i casi di abuso, viene registrato che l’abusatore ha sfruttato la propria autorità. «L’abuso sessuale è prima di tutto anche abuso di potere. In questo contesto nella Chiesa cattolica l’abuso di potere viene avvicinato al concetto di clericalismo, che ne sarebbe un’importante causa con una specifica struttura», scrivono i ricercatori. In questo senso, «le sanzioni di singoli accusati, il pubblico rammarico, contributi finanziari alle vittime, l’istituzione di programmi di prevenzione e una cultura della reciproca attenzione sono misure necessarie ma assolutamente insufficienti. Se le reazioni della Chiesa cattolica si limitano a questi interventi, in realtà fondamentalmente positivi, essi sarebbero addirittura in grado di mantenere le strutture del potere clericale, dato che tendono a curare solo i sintomi di uno sviluppo negativo, ostacolando così il confronto con il vero problema del potere clericale».

    Il presidente dei vescovi tedeschi, il cardinale Reinhard Marx, che già nei giorni scorsi aveva pronunciato a nome della Chiesa cattolica le proprie scuse , è tornato oggi a dichiarare: «Per tutti i fallimenti e per tutto il dolore, come presidente della Conferenza episcopale tedesca, mi scuso».

    http://www.lastampa.it/2018/09/25/vaticaninsider/abusi-le-questioni-aperte-del-rapporto-della-chiesa-tedesca-83GhkgM8ydFY30zK82RcqM/pagina.html

  • Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    “Noi Siamo Chiesa”, con l’allegato documento, dà un contributo, dalla base della Chiesa cattolica, sul problema della pedofilia del clero nel nostro paese, rispondendo alla richiesta di papa Francesco di attivarsi contenuta nella sua  “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto.

    “Noi Siamo Chiesa” ritiene che i vescovi italiani siano gravemente responsabili per una situazione diversa da tutte le altre dove il problema è esploso e dove delle iniziative sono state prese nella Chiesa. I vescovi in Italia infatti non riconoscono il fenomeno nella sua gravità e non organizzano quanto dovrebbero fare da subito (monitoraggio della situazione, interventi a favore delle vittime ed autorità indipendenti per il loro ascolto, atti penitenziali collettivi, modifiche alle regole che si sono date che tengono a proteggere il sistema ecclesiastico e a non prevedono l’obbligo di denuncia alla magistratura).

    Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI , che si riunisce lunedì,dovrebbe prendere decisioni urgenti per dare una svolta radicale alla linea tenuta fino ad ora. Un gruppo di lavoro sul problema, interno alla CEI e costituito un anno fa, non può essere considerato in alcun modo un intervento significativo e sufficiente.

    “Noi Siamo Chiesa” propone che in ognuna delle forme di intervento auspicate sia garantita una presenza femminile paritetica a quella maschile.

    Roma, 21 settembre 2018                                                                          NOI SIAMO CHIESA

    1. Oggi don Mauro Galli, della diocesi di Milano, è stato condannato a sei anni e quattro mesi

     

    Rispondiamo alla “Lettera al Popolo di Dio” di papa Francesco:  il vero problema sono i vescovi per quello che pervicacemente si ostinano a non fare.

    Siamo in ritardo nelle azioni e sanzioni necessarie sulla questione della pedofilia del clero, ha detto papa Francesco nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto. Ora “ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale  di cui abbiamo tanto bisogno”. Prendiamo in parola questo insolito appello e cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino su una  questione sulla quale la base cattolica non può che interloquire con le  strutture del potere ecclesiastico, perché sono esse, ed esse sole, le responsabili della situazione. Ci sembra che quanto ha detto Gesù sullo scandalo ai  piccoli (Mt 18,6)  è ancora  scritto  nel Vangelo!

    Diamo per  ben conosciute le informazioni e gli interventi di ogni tipo che hanno percorso e scosso l’universo cattolico da tempo, ma particolarmente in queste ultime settimane.

    Quello che i vescovi italiani non hanno fatto fino ad ora:

    • non hanno voluto riconoscere la gravità  della situazione anche nel nostro paese ed hanno continuato a prendere tempo, usando in troppe occasioni solo belle parole. Nel 2002 la CEI definiva il fenomeno “talmente minoritario da non meritare un’attenzione specifica”. Poi si parlò anche di “complotto laicista”! Da allora ogni decisione è stata presa al traino degli input del Vaticano, a partire dalle “Linee Guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 2012 (1). Tutto ciò ha portato alla logica de “il problema non è grave come altrove” e, comunque, “il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi” scaricando così la questione o sul Vaticano o sul singolo  Tra le campagne organizzate dalla CEI in questi anni su tante questioni (unioni civili, testamento biologico, legge 40 ecc…) è mancata quella nei confronti dei preti pedofili; è sempre passata la linea di un facile giustificazionismo intrecciato con la logica, non evangelica, della difesa  dell’istituzione.
    • non hanno organizzato un monitoraggio continuativo e sistematico della situazione, caso unico in tutta Europa. A domanda Mons. Galantino ha candidamente confessato che la CEI non ha dati generali e ha invitato a documentarsi dalla stampa d’informazione.
    • non hanno mai pensato ad alcun intervento a favore delle vittime. Ad esse tutti i testi della CEI dedicano solo poche generiche parole. A scanso di possibili rischi (per timore della magistratura) il comma 2 del punto 6 delle citate Linee Guida recita “Nessuna responsabilità diretta od indiretta per gli eventuali abusi sussiste in capo alla S. Sede o alla CEI”. Ci si riferisce  con tutta evidenza a possibili rivendicazioni di tipo patrimoniale (2). Neanche lontanamente si è pensato ad interventi di tipo economico  e neppure ad aiuti, nelle forme opportune,  di tipo psicologico o di assistenza spirituale a favore di soggetti che hanno subito danni gravi le cui conseguenze, in genere, durano per decenni.   
    • non si rendono conto che le Linee Guida da loro approvate nel 2012 (e corrette nel 2014 dopo le osservazioni critiche del Vaticano) sostanzialmente difendono solo la loro casta clericale perché: non prevedono l’istituzione di strutture di accoglienza e di ascolto delle vittime che interagiscano col vescovo e con la magistratura. L’hanno fatto solo la diocesi di Bolzano nel 2010 e, in questi giorni, i vescovi dell’Emilia Romagna (3) ; non prevedono alcun intervento per controllare (od aiutare se del caso) il comportamento dei   226 vescovi; si appellano a  discutibili  norme di tutela  (codice di procedura penale, Concordato del 1984 e diritto canonico) (4) per blindare qualsiasi intervento esterno per ottenere dai vescovi e  dagli uffici dei vescovi informazioni o documenti (negli altri paesi la situazione è ben diversa); ricordano che il vescovo non ha l’obbligo giuridico di denuncia alla magistratura del prete pedofilo “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune” (5). Una tale espressione appare risibile in sé per la sua genericità e  per la sua  inconsistenza ma soprattutto se confrontata col generale disinteresse per gli interessi generali della collettività (e per le vittime) dimostrato fino ad ora dalla scelta di dare sempre priorità alla copertura del prete pedofilo praticata in modo generalizzato dai vescovi italiani (6). L’assenza dell’obbligo giuridico dovrebbe essere sostituito da una, non ambigua, decisione dell’assemblea della CEI che obblighi i vescovi alla denuncia alla magistratura.
    • Non hanno mai preso in considerazione la necessità “dell’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno” come ha chiesto papa Francesco per espiare come “santo Popolo di Dio” il peccato di alcuni dei suoi membri in modo comunitario. In altri paesi ciò è stato già fatto in molte sedi ed occasioni (7).

    Quello che i vescovi potrebbero fare subito,  entro tre mesi

    Di fronte al riemergere ed all’aggravarsi del problema e dopo la “Lettera”  del papa del 20 agosto, dopo le informazioni dalla Pennsylvania, dalla Germania, dall’Olanda (e altre sono preannunciate) i vescovi dovrebbero condividere quello che ha suggerito il Padre Hans Zollner S.J. (responsabile del “Centro per la protezione dei minori” dell’Università Gregoriana) nell’intervista al “Corriere della Sera” del 22 agosto: “la Chiesa italiana capisca che rischiare una brutta figura adesso è meglio che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali” (8). Di conseguenza riteniamo doveroso che la CEI (a partire dal suo Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce settimana prossima) faccia scelte operative sulla base dei punti sopraesposti in modo che gli interventi concreti ( monitoraggio, atti penitenziali, referenti per le vittime, riscrittura completa della Linee Guida ecc… ) possano essere tutti realizzati o in fase di realizzazione entro un anno. All’avvio della  sua presidenza della CEI il Card. Bassetti usò espressioni nuove, parlò di una Chiesa “un po’ pigra”, dalla “mentalità clericale”, “di laici cattolici che hanno molto da dire e da offrire al paese”. Le sue buone intenzioni sono state già neutralizzate od assorbite?

    Cosa si fa nel mondo

    I vescovi  dovrebbero  conoscere tutti i tentativi, in genere meritori, che tanti episcopati hanno organizzato negli ultimi  anni sul problema della pedofilia. Non c’è da vergognarsi nel fare tesoro delle esperienze altrui in situazioni simili o identiche perché –ce ne  accorgiamo ora- è stato generalizzato nella struttura ecclesiastica nel mondo  il sistema della copertura della pedofilia del clero (quasi una procedura standard, un atto dovuto). Esiste poi  il già citato “Centre for Child Protection” dell’Università Gregoriana, è quanto di meglio si possa trovare, ha già fatto incontri di riflessione e proposte al massimo livello italiano e internazionale. Bisogna poi sapere che le vittime sono riuscite ad organizzarsi. Da anni, a partire dagli USA, esiste il Survivor’s Network of Abused by Priests (SNAP). Si è  costituito l’anno scorso in giugno l’ Ending Clergy Abuse (ECA), coordinamento mondiale delle vittime, che ha concluso un incontro a Berlino questo 16 settembre e che interloquisce con l’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, che, a sua volta, ha aperto un’inchiesta sulla situazione italiana che sarà resa pubblica in gennaio. In Italia il sito www.reteabuso.org ha una forte caratterizzazione antagonistica; la sua documentazione e le sue denunce non possono però essere ignorate od archiviate sulla base del fatto che esso è fortemente  anticlericale.

    Basta un gruppo di lavoro che non si occupa del problema principale ed urgente?

    I vescovi non dovrebbero considerare in alcun modo soddisfatto il loro impegno sulla  questione della pedofilia del clero  con una ovvia e generica adesione alla “Lettera” del papa di agosto e con quanto sta facendo il Gruppo di lavoro istituito nel settembre 2017 dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI e presieduto dal vescovo di Ravenna Mons.  Lorenzo Ghizzoni . Esso, per i pochi nomi conosciuti (9), è costituito da membri degli uffici centrali della CEI e  da esperti non indicati; non si ha notizie della presenza di vittime degli abusi (Galantino aveva assicurato che ci sarebbero state). Il gruppo di lavoro deve occuparsi solo di formazione e di  prevenzione, fornendo supporto alle diocesi. Ghizzoni (Avvenire del 23 agosto) ha parlato di una bozza di documento già elaborata da sottoporre poi a diverse fasi di discussione e di deliberazione (10). A prescindere dal modo di procedere (tutto interno, quasi clandestino) l’impegno nella formazione  è di lungo periodo, va fatto ovviamente ma presuppone, per essere credibile, una precedente radicale scelta di pulizia e di purificazione che riguardi il passato e che allontani il sospetto che questo Gruppo di lavoro sia soprattutto un modo informale  per prendere tempo, per darsi una qualche immagine (anche presso il Vaticano) senza mettere- come si usa dire- i piedi nel piatto. Non si pensi e non si dica che la CEI fa il suo dovere perché esiste questo nebuloso gruppo di lavoro! La prima formazione da fare, il primo vero ed efficace messaggio per seminaristi, educatori, preti e vescovi è quello di scoperchiare il mondo clericale di cui ha parlato il papa con azioni concrete riconoscendo che il problema, dopo quello degli abusi concreti  da parte dei preti, è costituito dall’ignavia e dal silenzio dai vescovi.

    La presenza femminile

    Infine, la questione dei preti pedofili non può essere posta come tutta interna a uomini maschi ed adulti, siano essi quelli che costituiscono il problema siano, invece, quelli che lo vogliono affrontare  correttamente. I soggetti deboli, anche per la minore età , sottoposti, non solo agli abusi sessuali ma anche a quelli “di potere e di coscienza” di cui ha parlato il papa dovrebbero incontrare  il volto femminile della Chiesa. In ogni forma di intervento tra quelle ipotizzate ci sia una presenza femminile, almeno paritetica con quella maschile, selezionata non in modo clericale ma in base alla capacità  di affrontare  queste  questioni  con la sapienza del cuore, come diceva papa Giovanni, e senza le preoccupazioni di tutelare il sistema ecclesiastico.

    Sentendoci, nel nostro piccolo, espressione di quel Popolo di Dio a cui si è rivolto papa Francesco invitando a farsi carico della grave questione perché “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (I Cor. 12,26)” pensiamo che le nostre considerazioni e proposte debbano fare  parte   degli orientamenti che la nostra Chiesa  dovrebbe assumere senza indugi.

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

    (1) Mons. Charles J. Scicluna, uomo di fiducia del papa sul problema della pedofilia, dal 2010 in poi è intervenuto più volte dicendo “Vedo ancora troppo diffusa nella chiesa italiana la cultura del silenzio”.

    (2) Altrove la situazione è ben diversa sotto molti aspetti. Per esempio, proprio in questi giorni la Conferenza episcopale svizzera ha stanziato 800.000 franchi  a favore delle vittime di abusi prescritti.

    (3) Essi istituiranno in ognuna  delle quindici diocesi una équipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali. Queste équipes raccoglieranno anche denunce su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale.

    (4) Il comma 4 dell’art. 4 del Concordato del 1984  riprende  integralmente il testo dell’art. 7 del  Concordato del 1929,  che dice: «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” In questo modo si garantisce la completa  separazione ed indipendenza dell’ordinamento canonico.

    (5) Questa frase,  insignificante da una parte e “furba” dall’altra, fu aggiunta dalla CEI  alle Linee Guida nel marzo 2014 a seguito delle osservazioni critiche su questo punto espresse dal Vaticano che però chiedevano ben altro.

    (6) In una famosa intervista al “Giornale” dell’1-4-2010 il p.m. di Milano Pietro Forno, competente sui reati sessuali,  ha detto : “«Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti e questo è un po’ strano». Forno aveva spiegato che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali non è corta», ma in nessun caso la denuncia è partita dall’ambiente ecclesiastico, bensì dai familiari delle vittime «dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente». Una tale affermazione, mai contraddetta, è una vera e propria condanna senza appello della struttura ecclesiastica.

    (7) Tra quanto a nostra conoscenza: la Giornata di digiuno e preghiera dei vescovi francesi il 7 novembre 2016 a Lourdes, un triduo simile dei vescovi del Sud Africa nel dicembre 2016 e, particolarmente toccante, la funzione penitenziale dei vescovi svizzeri a Sion, sempre nel dicembre dello stesso anno.

    (8) Zollner continua “Mi preme di dire che l’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere per quanto riguarda il passato” e ancora “Mi auguro che le ultime settimane , con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e  il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in questa chiamata del Signore a tutto il Popolo di Dio”.

    (9) Tra chi partecipa al gruppo di lavoro l’unico nome di donna segnalatoci è quello di Anna Deodato. Da quello che sappiamo, sarà importante il suo contributo per il suo approfondimento del problema delle violenze nei confronti delle donne, soprattutto di quelle consacrate.

    (10) Se testi devono essere scritti, dopo aver rifatto le Linee Guida in vigore, suggeriamo un testo vincolante in cui ci si occupi solo delle vittime e in cui si preveda che esse siano riconosciute, ascoltate, difese, assistite e anche indennizzate (per quanto ciò possa servire).

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

  • Eva, rischio prescrizione

    Eva, rischio prescrizione

    Soltanto due mesi per ottenere giustizia nel processo a suor Maria Angela Farè. I genitori: «Deve essere condannata»

    «Hanno rubato una foto dalla tomba di Eva, un’altra, quella di un raduno a Madrid dove si vedeva anche don Alessandro, l’hanno strappata per togliere l’immagine del prete».

    Lo rivelano Giovanna e Roberto Sacconago, i genitori della giovane parrocchiana di Sant’Edoardo che nel 2011 si tolse la vita. Questo è il clima che aleggia alla vigilia del processo d’appello per suor Maria Angela Farè.

    Mancano due mesi alla prescrizione del reato per cui è stata condannata nel 2015, ossia un episodio di violenza sessuale e quella di domani, lunedì 24 a Milano, sarà un’udienza decisiva. Innanzitutto, per effetto della riforma Orlando, i giudici potrebbero disporre il rinnovamento dell’istruttoria dibattimentale, prevista nel caso in cui la procura impugni una sentenza di assoluzione. La ex suora era stata in effetti assolta dalle accuse di stalking, violenza privata e abusi sessuali e i pubblici ministeri Maria Cristina Ria e Francesca Gentilini – che avevano chiesto una pena di nove anni e nove mesi – avevano scritto un articolato ricorso avverso la sentenza.

    È quindi verosimile che la spinosa vicenda venga ripercorsa in secondo grado. Con il rischio di non riuscire a chiudere il procedimento prima della scadenza dei due mesi. D’altro canto avevano presentato ricorso anche l’avvocato di parte civile, Tiberio Massironi e i legali della suora, Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio. «Aspettiamo domani sperando che i giudici si ravvedano. Il 24 settembre è una data importante per noi perché l’ospedale ci ridiede Eva, nata il 4 settembre ma troppo minuta per essere dimessa. Speriamo sia un buon segno», confida mamma Giovanna.

    La storia sconvolse Sant’Edoardo, dividendo il quartiere tra colpevolisti e innocentisti. Quando era ancora minorenne Eva allacciò una relazione sentimentale e sessuale con la suora di ventitré anni più grande di lei. Il fatto avrebbe integrato, se dimostrato, il reato di atti sessuali con minori, ma quando la polizia iniziò a indagare ormai era intervenuta la prescrizione. I genitori si accorsero dell’anomalo rapporto in cui era coinvolta la figlia e riferirono al parroco. Suor Farè fu esiliata in Sicilia, ma dopo un anno tornò in Lombardia e la frequentazione con la ragazza riprese. Un giorno all’oratorio però arrivò don Alessandro Bonura, un giovane prete che conquistò la fiducia e l’affetto di Eva. Il legame con la suora si allentò e la religiosa reagì da amante abbandonata, rendendo impossibile la vita della giovane. Fiumi di messaggi inquietanti, irruzioni in casa, controllo ossessivo.

    Intanto però giravano voci insidiose sull’amicizia tra Eva e quel prete che dormiva addirittura a casa sua, con cui pranzava tutti i giorni e faceva le pennichelle post prandiali. Don Bonura venne presto trasferito ed Eva, pochi giorni dopo, si suicidò.

    Secondo la procura di Busto, la giovane era alla «ricerca disperata e costante di rapporti interpersonali totalizzanti con figure educative di riferimento al di fuori del proprio nucleo familiare».

    Il padre, Roberto Sacconago, ha le idee chiare. «La suora deve essere condannata per tutti i capi di imputazione», dice fermamente. Ma non ha parole tenui neppure per il prete, che raccoglieva gli sfoghi di Eva e che era a conoscenza delle pressioni che esercitava la suora. «Se fosse stato intelligente le cose le avrebbe dette. Noi abbiamo saputo del primo tentativo di suicidio di nostra figlia solo a processo, durante la sua testimonianza. Vi sembra giusto?».

    Sarah Crespi

    http://www.prealpina.it/pages/busto-appello-suora-rischio-prescrizione-176417.html

  • Scandalo pedofilia: Papa Francesco ha rimosso altri due vescovi cileni

    Scandalo pedofilia: Papa Francesco ha rimosso altri due vescovi cileni

    Papa Francesco ha accettato la rinuncia di altri due vescovi cileni, coinvolti nel maxi-scandalo legato alla pedofilia. Già sette presuli destituiti. Poi, durante l’omelia tenuta a Santa Marta, Bergoglio è tornato a scagliarsi contro quegli ecclesiastici “carrieristi”

    Giuseppe Aloisi

    Papa Francesco ha accettato le dimissioni di altri due vescovi cileni coinvolti nello maxi scandalo legato alla pedofilia.

    La prassi prevede infatti che siano i presuli a inoltrare al pontefice una richiesta finalizzata alla rinuncia. Poi il vescovo di Roma può accogliere o meno la domanda, ma è chiaro che a orientare determinate decisioni siano soprattutto la volontà e l’indirizzo dato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    A dover abbandonare l’incarico vescovile saranno mons. Carlos Eduardo Pellegrin Barrera, vescovo di San Bartolomè de Chillan e mons. Cristian Enrique Contreras Molina, presule della diocesi di San Felipe. Si allunga così l’elenco degli ecclesiastici cileni che hanno salutato la berretta vescovile in seguito alle notizie emerse in questi mesi. I lettori ricorderanno come l’intero episcopato del Paese sudamericano abbia optato per consegnare nelle mani del Santo Padre le dimissioni preventive. Trenta sono i vescovi che potrebbero essere rimossi. Nessun altro episodio di questo tipo ha preceduto, nella storia del cattolicesimo, quello che sta accadendo nelle istituzioni ecclesiastiche cilene. Bergoglio, com’è previsto per episodi di questa tipologia, ha nominato degli amministratori apostolici, che opereranno per un periodo di tempo all’interno nelle diocesi “vacanti”, in attesa che vengano nominati due nuovi titolari o che comunque venga presa una decisione.

    Sono sette, in totale e sino a oggi, gli ecclesiastici cileni che sono stati destituiti dal pontefice. L’ex vescovo di San Felipe è accusato di aver compiuto abusi ai danni di minori. Ma Molina ha comunque ribadito, per mezzo di una nota stampa, di essere tranquillo “di fronte alla certezza di non essere coinvolto nei fatti menzionati”. Anche Barrera è menzionato all’interno di almeno un’inchiesta relativa alle violenze commesse dai consacrati in Cile.

    Intanto, durante la giornata di oggi, Papa Francesco ha tuonato ancora contro quei membri della Chiesa cattolica che hanno fatto del “carrierismo” il loro mantra esistenziale: “Quando l’Apostolo dimentica le sue origini e incomincia a fare carriera, si allontana dal Signore e diventa un funzionario; che fa tanto bene, forse, ma non è Apostolo. Sarà incapace di trasmettere Gesù; sarà un sistematore di piani pastorali, di tante cose; ma alla fine, un affarista. Un affarista del Regno di Dio, perchè ha dimenticato da dove era stato scelto”, ha detto l’argentino, nel corso dell’omelia mattutina pronunciata a Santa Marta.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-papa-francesco-ha-rimosso-altri-tre-vescovi-cileni-1578854.html