Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Si allunga la lista delle testimonianze. In due hanno raccontato che all’epoca delle presunte molestie erano minorenni Don Gelmini, 50 le denunce per abusi Le accuse da ex ospiti della sua comunità. Sospetti su pressioni per ritrattare

    ROMA — È come se avessero preso coraggio all’improvviso, trovando la forza di rivelare segreti fino ad allora apparsi inconfessabili. Sono una cinquantina le persone che durante l’estate hanno presentato formale denuncia contro don Pierino Gelmini.

    Si sono unite al coro di chi lo accusa di averli molestati, insidiati, a volte violentati. La maggior parte si è presentata spontaneamente davanti al pubblico ministero di Terni. Ha ripercorso episodi di tanti anni fa che, hanno detto in molti, «mi hanno cambiato la vita». Due di loro hanno raccontato di aver subito abusi dal fondatore della comunità «Incontro» — che assiste i tossicodipendenti in programmi di recupero — quando erano minorenni. Non c’è ancora una nuova contestazione formale, ma se queste dichiarazioni trovassero conferma, la posizione del prete già indagato per violenza sessuale, potrebbe aggravarsi. Perché si tratterebbe di episodi di pedofilia e dunque un reato diverso da quello finora ipotizzato nei suoi confronti.

    LE INDAGINI — I magistrati procedono con cautela, sanno bene che in casi del genere ci può essere una sorta di suggestione, talvolta anche un desiderio di rivalsa. Ma sanno anche che i collaboratori più stretti di don Gelmini si sono attivati per convincere alcuni giovani a ritrattare. In almeno due casi avrebbero cercato di incontrare chi aveva presentato la denuncia, avrebbero offerto soldi e favori per tentare di mettere tutto a tacere. E questo ha naturalmente contribuito a confermare il quadro accusatorio già delineato dai pubblici ministeri. Al fascicolo gli investigatori della squadra mobile di Terni hanno allegato decine e decine di intercettazioni telefoniche che mostrerebbero questa volontà di alcuni operatori della comunità di favorire don Gelmini. La voce del prete si sente raramente nei colloqui. Ad ascoltare le registrazioni sembra che ad occuparsi della vicenda siano i responsabili della sua segreteria. Sono loro a tenere i contatti con chi accusa, a tentare di far cambiare idea a chi ha fatto riaffiorare i ricordi.

    I magistrati hanno già verificato una trasferta a Torino di uno di loro che sarebbe stata organizzata per incontrare in carcere due giovani detenuti che erano stati tra i primi a presentare denuncia. Ora si va avanti. Il primo accertamento da svolgere per verificare i nuovi verbali riempiti nelle ultime settimane riguarda il periodo di permanenza di ogni giovane all’interno della comunità. Poi bisogna verificare che tipo di legami avessero con il fondatore, se ci siano stati problemi, quali siano stati i rapporti successivi. Sembra che in alcuni casi gli episodi raccontati siano molto circostanziati, che alcuni abbiano anche indicato testimoni in grado di confermare le proprie dichiarazioni. Soltanto al termine dei nuovi controlli, il magistrato deciderà eventuali provvedimenti. A metà agosto era circolata voce che potesse essere richiesta al giudice per le indagini preliminari una misura interdettiva per impedire un eventuale inquinamento delle prove. In realtà erano in corso altri riscontri e proprio in questi giorni si starebbe rivalutando la possibilità di sollecitare un pronunciamento del gip.

    LA DIFESA — Inizialmente erano sei le persone che avevano raccontato le violenze. Uno ha narrato fatti risalenti al 1993, ha detto di essersi anche confidato con don Mazzi quando si è trasferito nella sua comunità. Il sacerdote ha confermato di aver ricevuto quelle confidenze, di aver consigliato al giovane di rivolgersi ad uno psicologo, di aver continuato ad aiutarlo prima di perdere le sue tracce. «Mi accusano — si era difeso don Gelmini — perché li ho allontanati dalla comunità. Alcuni di loro erano stati scoperti a compiere reati e sono stati cacciati. È la loro vendetta. Sono innocente e dunque resto assolutamente tranquillo. Porto la croce e prego per loro». Aveva anche attaccato la lobby ebraica e la massoneria come ispiratrici «di questa campagna diffamatoria contro di me» e ciò aveva spinto il suo avvocato Franco Coppi ad abbandonare la difesa. Ma poi la lista si è allungata, altri tre ragazzi sono usciti allo scoperto dopo aver saputo che era stata avviata un’inchiesta. E con il trascorrere delle settimane le denunce sono diventate decine. Adesso è possibile che don Gelmini decida di farsi nuovamente interrogare per continuare a respingere quelle che ha sempre definito «fantasie».
    Fiorenza Sarzanini
    11 settembre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/11/don_gelmini_abusi_sessuali_sarzanini.shtml

  • L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

    L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

    C’è una guerra di successione dietro lo scandalo che ha travolto il fondatore della Comunità Incontro, don Pierino Gelmini, 82 anni. Le prime avvisaglie cinque anni fa. Secondo una denuncia anonima l’esuberante sacerdote non sarebbe stato solo un padre affettuoso e premuroso con gli ex tossicodipendenti della comunità di Amelia (Terni), ma qualcosa di più. La denuncia venne archiviata ma coincise con l’allontanamento di un ex sacerdote, per anni braccio destro del fondatore.

    Nel frattempo cresceva il ruolo di un prete cingalese che presta servizio nella comunità, padre Bernard. Accanto a lui don Enzo Pichelli e Marco Araclea, coordinatore dei centri di accoglienza. Un piccolo staff di fedelissimi che non ha mancato di provocare le gelosie di altri operatori e volontari, in particolare quando si è cominciato a discutere su chi raccoglierà il testimone del sacerdote.

    Aperta e accogliente con chi ha bisogno di aiuto, dal punto di vista organizzativo la Comunità Incontro appare invece impenetrabile. Forte di 164 sedi residenziali in Italia e 74 negli altri paesi del mondo, la galassia di Gelmini è rigidamente gerarchica. Dal fondatore passano ancora tutte le decisioni che contano. Tanto sono vivaci i rapporti di don Pierino con il mondo politico e dello spettacolo tanto sono essenziali quelli con il mondo ecclesiale. Ridotti all’ufficialità gli incontri di Gelmini con il suo vescovo, Vincenzo Paglia. Li divide un’opposta sensibilità politica.

    Di fronte allo scandalo, Paglia ha scelto di non prendere posizione. Silenzio anche da parte dei vertici della Cei e del Vaticano. L’unico a pronunciarsi è stato il cardinale Francesco Marchisano che, parlando a titolo personale, ha chiesto a don Gelmini di farsi da parte, almeno fino alla fine dell’inchiesta. Al silenzio delle gerarchie si sono aggiunti gli attacchi di don Antonio Mazzi. La guerra fra «i don antidroga» svela rivalità che dividono il mondo del volontariato impegnato nella lotta alla tossicodipendenza, legato anche alla feroce concorrenza per l’accesso ai fondi pubblici. Ed è il sintomo della crisi che attraversano molte comunità terapeutiche fondate negli anni Settanta.

    Sorte per far fronte al dilagare dell’eroina, ora si trovano spiazzate dalla radicale modificazione del consumo di droga nel nostro Paese, passato alla cocaina e alle sostanze sintetiche. Nel Nord Italia più del 50 per cento dei nuovi soggetti presi in cura dai Sert e dalle comunità presenta un abuso primario di cocaina, denunciano gli operatori. Secondo il Cnr i consumatori di cocaina in Italia sono 1,5 milioni ma non più di 30 mila di essi riescono a essere presi in cura dai servizi.

    Nel frattempo le comunità terapeutiche chiudono o si svuotano. Il numero delle strutture residenziali per le dipendenze si è dimezzato rispetto a dieci anni fa, rivela l’Agenzia Redattore Sociale sulla scorta della Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. Nel 1996 si contavano 1.372 strutture residenziali con circa 24 mila utenti. Oggi ce ne sono 730 residenziali e 204 semiresidenziali, con non più di 11 mila utenti. «In Lombardia, su 2.200 posti disponibili in comunità, sono occupati poco più della metà» osserva don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova a Milano. «Per i cocainomani la comunità terapeutica tradizionale è necessaria solo in casi particolari. Occorre trasformare parte di queste strutture in centri diurni capaci di offrire risposte nuove e diversificate».

    Ma la crisi delle comunità terapeutiche è anche economica. «Non è una questione di destra o di sinistra. Nessun governo dimostra la volontà di definire un vero progetto per combattere le tossicodipendenze» denuncia don Vinicio Albanesi della Comunità di Capodarco. E c’è un problema generazionale: per i carismatici fondatori delle comunità terapeutiche è giunta l’ora di passare il testimone. Ha cominciato San Patrignano: Andrea Muccioli ha raccolto l’eredità del padre e la comunità punta ad adeguarsi alle nuove emergenze. Lo stesso può dirsi per il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti e il Ceis di don Mario Picchi. Ora tocca a Exodus di don Mazzi e alla Comunità Incontro di don Gelmini. Ma, a quanto pare, non sarà un cammino facile.

  • Uno dei preti coinvolti è l’economo del liceo più prestigioso di Torino in cui hanno studiato, tra gli altri, il card., Bertone, il procuratore Caselli e i giornalisti Marco Travaglio e Giorgio Tosatto

    Uno dei preti coinvolti è l’economo del liceo più prestigioso di Torino in cui hanno studiato, tra gli altri, il card., Bertone, il procuratore Caselli e i giornalisti Marco Travaglio e Giorgio Tosatto

    GIOVANNA FAVRO – TORINO – Com’è diverso, quel mondo di miserie e di violenze che s’è abbattuto sull’economo, dal mondo che si schiude dietro il grande cancello del Valsalice. Un mondo che da quelle accuse non è stato sfiorato, sporcato, nemmeno per un soffio, una briciola.

    L’indirizzo, viale Thovez 37, è lo stesso da più di cent’anni, a due passi dal centro della città e già immerso nel verde della collina torinese, fra strade tranquille in cui si aprono le ville dell’alta borghesia e dell’aristocrazia subalpina.

    Dietro al cancello c’è la salitella con la tomba in cui è stato sepolto per un periodo san Giovanni Bosco, che fondò la scuola acquistando l’edificio nel 1879. In pochi istanti s’arriva al cortile pavimentato di porfido, con le colonne che formano un loggiato elegante: un ingresso monumentale, ma anche un campo da pallone, con le porte. È tutta qui, forse, la chiave della scuola: studio severo, tradizione e cultura, ma abbinati alla spiritualità dell’oratorio salesiano, fatta anche di sport, di amicizia, di allegria. Negli edifici costruiti a «U» intorno al cortile ci sono la chiesa, il glorioso museo di storia naturale fondato da don Bosco e 31 aule grandi e luminose, con ciò che serve a un moderno liceo scientifico e classico, abbinato a due sezioni di scuola media: laboratori, aule multimediali, teatro. E poi i campi sportivi, le stanze dei salesiani.

    Oggi gli allievi sono circa 800. Figli e figlie di ricchi vestiti da cabinotti, ma anche rampolli di estrazione più umile, con i genitori che, per pagare i 3 mila euro di retta, fanno sacrifici su sacrifici. Di sicuro, le 5 mila persone che hanno studiato qui, hanno imparato molto più che un cumulo di nozioni. Un volto noto dall’eloquio tagliente come Marco Travaglio, ad esempio, parla della sua ex scuola con grande tenerezza: «Ci ho lasciato il cuore. Là ho incontrato i preti meno bigotti che abbia mai conosciuto. Persone di altissimo livello professionale». Ripensa ai palazzi disposti a «U», al museo con i minerali: «Ogni tanto ci vado ancora, anche se i miei professori non ci sono più. Ci andavo già da piccolo: hanno frequentato quell’oratorio anche mio padre e mio nonno».

    Ha studiato al Valsalice anche l’arcivescovo Tarcisio Bertone. Sono ex allievi Giancarlo Caselli, l’umanista Guido Davico Bonino, Giorgio Tosatti e l’ex rettore dell’Università Rinaldo Bertolino, che era capitano della squadra di calcio. «Valsalice – dice quest’ultimo – m’ha dato una dimensione di serietà, di formazione profonda e rigorosa. Le lezioni di don Perissinotto mi spinsero verso l’inglese in anni in cui si studiavano solo le lingue morte».

    Gli ex allievi ricordano le sfide di pallone e la rivalità con i ragazzi del San Giuseppe, il «SanGip» dei padri giuseppini. Ricordano giornate di studio duro, chini sui libri, ma anche pomeriggi di sole e di risate. La storia dell’economo, con il loro liceo non c’entra davvero niente. Non trova posto un nesso con la scuola negli atti giudiziari, e nemmeno nel cuore.

  • Pedofilia. Miracolo. Curia di Agrigento risarcisce Marco Marchese

    Pedofilia. Miracolo. Curia di Agrigento risarcisce Marco Marchese

    CASO MARCHESE: TROVATO UN ACCORDO PER IL RISARCIMENTO

    AGRIGENTO-ADISTA. Si è conclusa con una “transazione”, un accordo fra le parti, la vicenda che aveva visto contrapporsi Marco Marchese e il vescovo di Agrigento mons. Carmelo Ferraro (vedi nn. 54/04, 35, 73 e 81/06).

    Il vescovo aveva chiesto a Marchese, vittima di un prete pedofilo che aveva già patteggiato la condanna a 2 anni e 6 mesi, un risarcimento di 200mila euro per danni all’“immagine” e al “prestigio” della Chiesa di Agrigento presso l’“opinione pubblica”.

    La “colpa” di Marchese era stata quella di denunciare pubblicamente non solo gli abusi subiti, ma anche le responsabilità e i silenzi del vescovo nel corso dell’intera vicenda. Pochi giorni dopo la puntata di Mi manda Rai Tre del 15/12/2007 nella quale era stato trattato il caso, mons. Ferraro aveva però fatto marcia indietro ritirando la citazione. La decisione era stata annunciata attraverso una lettera fatta leggere in ogni parrocchia della diocesi e riportata dalla nostra agenzia (vedi Adista n. 3/07).

    Ora è stato firmato un accordo contenente il riconoscimento di ogni responsabilità da parte del sacerdote già condannato, il quale si è impegno a corrispondere a Marchese un risarcimento economico per i danni morali subiti. L’ammontare del risarcimento – per quanto coperto da una clausola di riservatezza presente nell’accordo – corrisponderebbe a una somma superiore a quella di 50mila euro inizialmente richiesta dallo stesso Marchese. In altre parole, la curia ha fatto di tutto per evitare il procedimento civile, liberarsi delle responsabilità “formali” che la vedrebbero non estranea ai fatti. Ma non ha potuto non riconoscere la fondatezza delle richieste di Marchese “delegando” al sacerdote il pagamento del risarcimento richiesto.

    I soldi del risarcimento sono stati destinati da Marco Marchese all’“Associazione per la Mobilitazione sociale” (www.mobilitazionesociale.it), fondata nel 2004 da lui e da altri giovani di Palermo per combattere il disagio giovanile e promuovere campagne di sensibilizzazione sulle violenze a danno di minori. “Attualmente è soprattutto grazie a queste risorse che continuiamo a mantenere una sede e un telefono – ha dichiarato Marchese ad Adista -. Partiremo presto con una campagna di informazione e di sensibilizzazione rivolta ai bambini e a coloro che hanno subito abusi. Il 23 giugno faremo una fiaccolata silenziosa per ricordare le vittime della pedofilia, tra le quali le tante vittime di questa Chiesa che, spesso, oltre ad abusarne, le costringe al silenzio e all’isolamento”.

    “C’è ancora tanto da fare – ha aggiunto Marchese -: aiutare chi ha vissuto sulla sua pelle, ancor prima che l’abuso fisico, quello spirituale. La Chiesa, a parole, ha condannato fortemente la pedofilia e il tradimento di qualche sacerdote, ma fa ben poco per aiutare le vittime. Tutti noi aspettiamo ancora oggi che qualcuno si pronunci sul documento che impone ai vescovi il silenzio assoluto su queste vicende. Noi vogliamo combattere il silenzio. Nessuno deve essere lasciato solo!”.

    http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=31592

  • Il Messico interdice i preti pedofili, … Lo Stato supplisce alle complicità della chiesa cattolica

    Il Messico interdice i preti pedofili, … Lo Stato supplisce alle complicità della chiesa cattolica

    Il Senato messicano si attribuisce la facoltà di inabilitare sacerdoti

    Violazione della libertà religiosa

    CITTA’ DEL MESSICO, lunedì, 26 febbraio 2007 (ZENIT.org).- Attraverso un comunicato stampa, la Conferenza dell’Episcopato Messicano (CEM) ha reso noto questo mercoledì il suo atteggiamento circa i recenti pronunciamenti del Senato messicano sul castigo che si deve infliggere ai sacerdoti che abusano di minori.

    In concreto, la CEM ha denunciato che la riforma approvata dai senatori, che permette l’inabilitazione dei sacerdoti pederasti, non solo presenta “errori e lacune” molto gravi, ma entra in conflitto in modo diretto con la Legge delle Associazioni Religiose e del Culto Pubblico che governa le Chiese nel Paese.

    Nella riforma in questione, il Senato della Repubblica ha approvato questioni riferite allo sfruttamento sessuale infantile, riservando alle leggi civili l’inabilitazione dall’esercizio sacerdotale di quanti si presume abbiano abusato di minori.

    Per la CEM, queste disposizioni entrano in contraddizione con la Legge delle Associazioni Religiose e del Culto Pubblico, intervenendo in affari interni delle Chiese attraverso procedure civili.

    La normativa vigente proibisce l’intervento delle autorità in affari interni delle associazioni religiose, come nominare o inabilitare i ministri di culto, avverte il comunicato della CEM.

    “Il loro carattere religioso e l’esercizio del loro ministero è una questione che resta nelle mani dell’istituzione religiosa alla quale appartengono, e spetta a questa istituzione religiosa occuparsi dell’inabilitazione, del ritiro o della fine del ministero che svolgono”, ha segnalato la Conferenza dei Vescovi messicani.

    La CEM ha riferito che secondo le leggi ecclesiastiche, nel caso di responsabilità di un religioso in una condotta delittuosa, concretamente nel caso della pederastia, l’interessato viene sospeso in modo immediato, oltre a subire un processo interno, che si può concludere con la sospensione definitiva dal ministero.

    “E’ molto importante che nelle nostre leggi non ci sia luogo per lacune o errori”, riferisce il testo: spetta solo alla Chiesa, e non a un giudice, come si stabilisce nella riforma legislativa, inabilitare o porre fine al ministero di quei sacerdoti che sono accusati di violenza o abuso di minori, conclude il comunicato della CEM.

    Codice: ZI07022610

    Data pubblicazione: 2007-02-26

  • Il religioso era rientrato in Sardegna per farsi curare una grave malattia

    Il religioso era rientrato in Sardegna per farsi curare una grave malattia

    Il religioso era rientrato in Sardegna per farsi curare una grave malattia
    Parecchi gli episodi contestati. Il vescovo: “Niente condanne avventate”
    Cagliari, arrestato il missionario dei bambini
    La procura del Nicaragua l’accusa di pedofilia

    Padre Marco Dessì
    CAGLIARI – Tutti lo conoscevano per il missionario dei bambini. In Nicaragua ha fondato una missione che assiste i poveri. Ha sfamato 600 piccoli che vivevano frugando tra i rifiuti delle discariche. Padre Marco Dessì è un religoso amato a Managua e in Sardegna dov’è nato. Nessuno aveva mai avuto il sospetto che nascondesse un passato torbido fatto di violenze e pedofilia.

    Oggi i carabinieri hanno arrestato il missionario dei bambini. Nel provvedimento redatto dall’autorità nicaraguense sono elencati una serie di episodi che sarebbero accaduti non solo in Nicaragua, ma anche in Messico e negli Stati Uniti. In queste settimane, padre Marco Dessì, 59 anni, aveva lasciato la sua seconda patria, per rientrare in Sardegna a farsi curare. E’ afflitto da una grave malattia e aveva chiesto ospitalità per un po’ alla sorella che vive ancora a Iglesias. I carabinieri lo sapevano e stamane, in borghese per tentare di evitare clamori, hanno suonato a quella porta con il mandato d’arresto internazionale in tasca.

    “Preghiamo perché nessuno emetta condanne avventate”, ha detto il vescovo di Iglesias, monsignor Tarcisio Pillola. “Che la Provvidenza illumini i giudici e porti a un rapido chiarimento. Spero che di fronte ad un’accusa così infamante non vengano pronunciate condanne avventate. Persino la magistratura non procede alla sentenza definitiva prima dei tre gradi di giudizio”.

    Più della metà della sua vita, padre Marco Dessì l’ha dedicato ai bambini poveri del Nicaragua. A Chinandega, cittadina a 130 chilometri a nord della capitale nicaraguense, ha fondato la missione Betania che assiste bambini poveri e abbandonati. A lui viene attribuito, tra l’altro, il recupero di almeno 600 di bambini che vivevano frugando tra i rifiuti di una discarica. Recentemente è stato inaugurato un reparto di dialisi nel piccolo ospedale della Comunità e nel futuro prossimo c’è pure la costruzione di una casa per ospitare i bambini ciechi tolti dalla discarica. “Adesso che fine faranno tutti quei progetti?”, si domandava ieri un amico del religioso. “Padre Marco era l’anima di quella Comunità. Senza di lui sarà tutto più difficile”.

  • Vallo della Lucania (SA). Suor Soledad condannata a 8 anni per pedofilia, Altre 2 suore condannate per favoreggiamento

    Vallo della Lucania (SA). Suor Soledad condannata a 8 anni per pedofilia, Altre 2 suore condannate per favoreggiamento

    Sfogo di una madre. Silenzi del vescovo di Vallo della Lucania
    www.cilentando.com/

    20 Novembre 2006
    Violenze nell’asilo, il vescovo come Pilato

    Lettera di una mamma di Vallo della Lucania inviata al quotidiano Il Mattino:

    ANTONIO MANZO «Sono la mamma di una bimba di cinque anni che porta sulla sua carne i segni della violenza subìta…». È la drammatica lettera di una mamma di Vallo della Lucania, Rita Pellegrino che ieri pomeriggio arriva nella nostra redazione.

    La figlioletta di cinque anni sarebbe stata violentata da suor Soledad, la suora peruviana agli arresti con la terribile accusa di aver violentato ventisette bambini tra le mura dell’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania. L’accusa è terribile: la Chiesa locale è in silenzio. Nessuna parola di conforto, anzi perfino accuse di «isterismi familiari» nell’incredibile storia di ventisette bambini vittime degli abusi sessuali che avrebbe compiuto una suora peruviana. Bambini vittime – ventisette – che insieme alle loro famiglie, finora in un dignitoso silenzio, finiscono per diventare fantasmi che agitano la quiete troppo sospetta di una cittadina del Sud. Papa Ratzinger a Roma condanna i religiosi pedofili, a Vallo nessuno ne vuole più parlare. Nessuna forma di vicinanza e solidarietà ai bambini coinvolti e alle loro famiglie, atteggiamenti «pilateschi» addebitati ad un vescovo capace solo di «poche e scarne dichiarazioni ufficiali» e «silenzi assordanti». Ora basta, il dramma delle famiglie vittime delle storie di abusi sessuali compiuti da una suora peruviana – secondo l’accusa del procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania che ha retto fino in Cassazione – esplode in pubblico. È la lettera, drammatica, della mamma di una bambina vittima.

    È l’appello a Benedetto XVI che non ha avuto timore a denunciare la gravità degli atti compiuti da uomini di Chiesa, siano essi sacerdoti o suore, con abusi sessuali in danno di minori. Ha parlato ai vescovi irlandesi ma è come se quelle parole fossero state pronunciate anche per la drammatica vicenda di Vallo della Lucania: un asilo, una suora, un’accusa di violenza sessuale in danno di ventisette bambini, le accuse di favoreggiamento per le conseorelle della suora arrestata. Sembra che avessero progettato di farla partire per il Perù pochi giorni prima che arrivassero le manette. Prima di decidere di spedire la lettera al nostrogiornale, Rita Pellegrino, ci ha pensato bene ed ha riflettuto. Perchè quando ieri ha spedito la lettera via fax, erano passati già quindici giorni in attesa di una prima risposta da parte del vescovo di Vallo, monsignor Rocco Favale, e poi da papa Benedetto XVI protagonista di una dura denuncia sui responsabili di abusi sessuali sui minori, specie se commessi da uomini di Chiesa, preti o suore.

    Rita Pellegrino è la mamma di una delle bambine vittima delle violenze sessuali della suora peruviana nell’asilo di Vallo della Lucania, tuttora agli arresti domiciliari a Roma nella casa generalizia dell’ordine delle suore delle ancelle di santa Teresa del Bambin Gesù. Suor Soledad, venticinque anni, è accusata di aver compiuto abusi sessuali in danno di ventisette bambini della scuola materna Paolo VI di Vallo della Lucania. Su di lei pesa come un macigno l’accusa della procura della Repubblica di Vallo della Lucania intenzionata ad ampliare il giro delle indagini fino agli ultimi accertamenti compiuti dal Ris dei carabinieri per un presunto giro di pedofilia collegato proprio alla suora peruviana.

    L’accusa per la suora ha sostenuto già il vaglio del tribunale del Riesame e successivamente della Cassazione. «Questa donna va fermata» scrisse sintenticamente, ma efficacemente, il procuratore dlela Repubblica Alfredo Greco nella seconda richiesta di custodia cautelare. E, probabilmente, poche ore prima che la suora fuggisse in Perù e facesse perdere le sue tracce. Un mese fa l’incidente probatorio, con i bambini interrogati nell’aula del tribunale trasformata in sala giochi per «cristallizzare» le prove dell’accusa. Poi, nel pieno della seconda tranche dell’inchiesta con i sette indagati per il presunto giro di pedofilia, la delibera del consiglio comunale di Vallo: non denigrate il nostro paese.

  • «Don Mimmo? Non ci credo È sempre stato corretto»

    «Don Mimmo? Non ci credo È sempre stato corretto»

    «Don Mimmo?». Grande stupore sul volto della parrocchiana di San Giustino, una casalinga dell’ Alessandrino che sta uscendo con il figlio ancora in pantaloncini corti e maglietta da football dall’ oratorio.

    Sul retro della chiesa di viale Alessandrino, al 144, infuriano almeno un paio di partitelle di calcio tra i ragazzi di questa zona a ridosso della Casilina, incapsulata lì dall’ urbanista selvaggio tra Centocelle e Quarticciolo. Altri ragazzini sono in catechesi, altri ancora a colloquio con i genitori negli uffici della parrocchia, al bar c’ è chi gioca a ping pong o beve una coca. Ma è qui che si sta abbattendo come un fulmine una storia atroce.

    La storia, per così dire, riguarda don Domenico Repice, di 39 anni, che abita in parrocchia e che qua tutti chiamano don Mimmo. Ci sono le sue foto negli anditi, insieme agli altri sacerdoti, mostrano un uomo con gli occhiali e il sorriso sul volto che si allunga in una stempiatura. Sorride con i ragazzi della prima Comunione, edizione 2006, nella foto vicina sorride il vescovo con i Cresimati.

    Come se nessuno presagisse niente… E invece ora in sagrestia i due viceparroci bergamaschi che fanno le veci del parroco della grande parrocchia, don Giulio Villa, temono il peggio. Don Andrea cerca di defilarsi, è don Vito Isacchi ad ammettere di sapere degli arresti domiciliari scattati dal giorno prima per don Mimmo. Nessuno ovviamente si pronuncia, del resto che dire? «Parli con don Giulio, è lui il parroco», esortano i due vice chiudendo gli uffici a sera. Lui, l’ arrestato, sta chiuso da qualche parte nel grande immobile. I suoi parenti lo danno per «malato». Il padre Giuseppe dice che è a casa. Al telefono di casa sua risponde lui, ma appena ci si qualifica scatta il gelo. «Sì, sono don Domenico Repice – dice – ma non so di che cosa voglia parlare. Mi scusi, ma ora ho da fare…». Più agghiacciante è ciò che hanno detto di lui i piccoli dell’ inchiesta promossa dalla Squadra Mobile. Un ragazzino lo ha descritto come un uomo sui 40 anni che indossa sempre un cappelletto di colore nero e occhiali da vista. Uno che gira con Ford scura. Un cliente con cui ci si mette d’ accordo prima per la somma di 50 euro e da cui poi però escono solo 20 euro.

    Il ragazzo si arrabbia, l’ uomo lo fa scendere dalla Ford e gli rifila un calcio dicendogli di essere un poliziotto. Da allora il ragazzo lo evita, anche se lo rivede spesso a Valle Giulia in cerca di ragazzi. Tutto vero? È questo il sacerdote conosciuto all’ Alessandrino? Di sicuro all’ Alessandrino non si trova questo volto, solo l’ altro immortalato sulle foto dei giorni di festa. «Don Mimmo? – aggiunge un’ altra signora -. È sempre stato corretto con i nostri ragazzi, che ha anche accompagnato in escursioni…». Si ripete un copione già visto, come a Pomezia dove decine e decine di parrocchiani che non volevano credere alle prime scoperte atroci di questa lunga inchiesta sulle pedofilia a Roma e provincia. Un prete, don Marco, che faceva la spola tra Pomezia e l’ Alessandrino, si è poi suicidato. Anche questo è agghiacciante. Don Mimmo insegna religione in un liceo artistico, uno dei sei della Capitale, quello più vicino alla Tuscolana.

    L’ inchiesta della Squadra Mobile non solleva angoli bui neanche in questa zona delle sue attività di guida spirituale. Martella, come per il resto degli accusati, su quell’ «enclave» di miseria umana e sfruttamento sessuale di minori che è Valle Giulia, quel posto a Roma dove di notte quando si spengono le luci della Galleria nazionale d’ arte moderna o del Museo nazionale etrusco si scatena un universo di pericolosi zombi. Al Vicariato non si commenta. Don Marco Fibbi si limita a definire la presenza dell’ inquisito a San Giustino come quella di un prete di passaggio. «Collaboratore – dice – vuol dire solo che aveva scelto quella chiesa per dire Messa. E ora ovviamente si sarà autosospeso». In realtà, a San Giustino la presenza di don Domenico Repice è tutt’ altro che di passaggio. Ordinato sacerdote nel 1993, don Mimmo ha lasciato il suo segno in questa parrocchia di frontiera. Ma ora è difficile parlarne. Eppure Benedetto XVI ha tuonato contro la pedofilia e i preti che si macchiano di questo reato. Ferme restando le garanzie di presunzione d’ innocenza per ogni inquisito, si viene via dall’ Alessandrino con un brutto peso addosso.

    Brogi Paolo

    Pagina 7
    (8 novembre 2006) – Corriere della Sera

    http://archiviostorico.corriere.it/2006/novembre/08/Don_Mimmo_Non_credo_sempre_co_10_061108026.shtml

  • PEDOFILIA: ARRESTATO PARROCO A PRATO; MONS. SIMONI: «LA GIUSTIZIA FACCIA CHIAREZZA AL PIU’ PRESTO»

    PEDOFILIA: ARRESTATO PARROCO A PRATO; MONS. SIMONI: «LA GIUSTIZIA FACCIA CHIAREZZA AL PIU’ PRESTO»

    C’é anche un religioso, parroco a Galcetello, nel comune di Prato, tra le persone arrestate dalla squadra mobile di Roma nell’operazione contro la pedofilia che ha portato ieri all’emissione di 32 ordinanze di custodia cautelare.

    A renderlo noto è la stessa Diocesi di Prato che in un comunicato diffuso in serata spiega che si tratta del sacerdote della Congregazione della Missione, padre George Denis Onyebuchi Asomugha, parroco di Galcetello, al quale è stata notificata una misura cautelare agli arresti domiciliari.

    Nella nota si spiega che il vescovo di Prato, mons. Gastone Simoni ha appreso nel tardo pomeriggio “solo da fonti giornalistiche, che il giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto la custodia cautelare” per il religioso, e che il reato contestato è quello di abuso sessuale su minorenni. Monsignor Simoni, prosegue il comunicato, “profondamente addolorato, è il primo interessato a conoscere se un’accusa così grave corrisponde al vero. Per questo auspica che la giustizia faccia celermente e fino in fondo il suo corso.

    La Curia diocesana sottolinea che se l’accusa corrispondesse al vero il religioso sarebbe automaticamente sospeso dalle sue funzioni. Al tempo stesso, nell’attesa della piena chiarificazione, padre Denis non potrà svolgere il ministero pastorale».
    «Il Vescovo – si legge ancora nella nota – ha già preso contatto con il superiore della Congregazione al quale padre Denis appartiene. Nella carità comunque doverosa per ogni Pastore, mons. Simoni fa proprie le parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha di recente pronunciato: “I casi dolorosi di abusi sessuali sui minori sono ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico”».

    http://www.toscanaoggi.it/Italia/PEDOFILIA-ARRESTATO-PARROCO-A-PRATO-MONS.-SIMONI-LA-GIUSTIZIA-FACCIA-CHIAREZZA-AL-PIU-PRESTO

  • Sei mesi per don Casiraghi

    Sei mesi per don Casiraghi

    Corriere del Ticino, 27 ottobre 2005

    È stato giudicato colpevole di atti sessuali con fanciulli ripetuti, consumati e tentati don Italo Casiraghi, l’ex- parroco di Gordola condannato ieri dalle assise correzionali di Locarno, presiedute dalla giudice Giovanna Roggero- Will, a 6 mesi di detenzione sospesi condizionalmente per 2 anni ( pena dimezzata rispetto alla richiesta del pp Nicola Respini).

    Sono invece venute a cadere le accuse di molestie sessuali, mancando gli elementi costitutivi del reato. Il sacerdote dovrà inoltre versare 3 mila franchi per torto morale alla 14. enne oggetto delle sue attenzioni, nonché 20 mila franchi di spese legali. Pronunciando la sentenza la Corte non ha mancato di esprimere severe critiche agli inquirenti per i metodi usati nell’inchiesta che ha coinvolto la minorenne, che, comunque, nel codice penale occupa un ben preciso posto.

    Una « leggerezza » che è andata avanti per più settimane in un pericoloso crescendo, in seguito anche alla decisione degli inquirenti di assecondare l’operato illecito del parroco. In pratica, è stata decisa un’inchiesta mascherata in cui l’infiltrato di turno altri non era che una ragazzina.

    Una decisione che all’interno della polizia cantonale stessa non ha trovato tutti d’accordo. Anzi, al proposito, qualcuno ha sostenuto che « non si sarebbe dovuto dare da bere a chi aveva già bevuto » . L’indagine, comunque, è partita ed il « gioco » è andato avanti sino a quando il parroco si è trovato in una camera da letto con la 14. enne. Qui è scattata la trappola. Gli inquirenti hanno deciso ( previo assenso dei genitori e della ragazza) il via all’inchiesta mascherata perché pensavano di trovarsi di fronte a episodi ( diversi) più gravi. Ma il risultato dell’operazione rischiosa li ha portati soltanto ai piedi della scala davanti a cui si erano trovati quando era iniziata la vicenda. I primi elementi raccolti ( messaggini sms compresi) sarebbero bastati per neutralizzare e sanzionare il comportamento scorretto del sacerdote. Nel corso dell’indagine sotto copertura, poi, non tutto ha funzionato a dovere. Polizia e magistratura hanno sostenuto che non vi fu mai provocazione. Per la difesa e la Corte sì.

    Da anni non si sentiva parlare nel nostro Cantone di inchieste mascherate. Le ultime svolte ( nel settore droga) non registrarono grandi successi, anzi. Crearono problemi all’interno del Corpo di polizia e durante i processi svoltisi in Ticino. Vi furono indagini « sotto copertura » nel corso delle quali ai presunti trafficanti furono inviati dal Ticino i biglietti aerei per arrivare a Lugano. Si trattava, in qualche caso, di sudamericani disperati: incalzati dagli infiltrati ( poliziotti) che si spacciavano per grossi trafficanti, dopo aver fatto migliaia di telefonate da Lugano oltre oceano, riuscirono a malapena a far arrivare in Svizzera un paio di chili di cocaina. Notevole, in aula, l’imbarazzo della Corte giudicante davanti a vicende di questo tipo. E le pene, in seguito alla provocazione, si abbassavano. Come per don Casiraghi. Ogni caso ha la sua storia e chi lavora per la giustizia cerca di ottenere sempre il miglior risultato. In buona fede. Ma non si deve mai perdere di vista il criterio di proporzionalità. In pratica: il gioco vale davvero la candela, codice alla mano? Si giustificava un’inchiesta mascherata iniziata il 13 dicembre 2003 e conclusasi il 17 gennaio successivo? Quanto tempo sarà necessario alla ragazzina per dimenticare di aver vissuto per oltre un mese una parte che non era la sua e che solitamente viene interpretata da poliziotti scafati ed opportunamente istruiti?

    Emanuele Gagliardi