Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Palermo

  • «Adescava i ragazzini», religioso condannato a 3 anni e mezzo

    «Adescava i ragazzini», religioso condannato a 3 anni e mezzo

    Il gup di Palermo Fabrizio La Cascia ha condannato a tre anni a mezzo per violenza sessuale tentata e consumata Giusto Francesco Palazzotto, novizio dell’ Ordine dei Cusmaniani che avrebbe adescato minorenni sul web. Il pm era Chiara Capoluongo.

    Il novizio è stato arrestato nel settembre 2016 dalla polizia postale, quando era alla chiesa del Cuore di Gesù di Corso Calatafimi a Palermo. Palazzotto, secondo l’accusa, avrebbe avvicinato alcuni ragazzini in parrocchia. Altri giovanissimi sarebbero stati contattati sui social network. Materiale pedopornografico, inoltre, fu trovato dagli inquirenti nel suo pc. Palazzotto ha sempre respinto fermamente l’accusa di aver abusato in alcun modo dei ragazzini.

    http://www.lasicilia.it/news/palermo/115265/adescava-i-ragazzini-religioso-condannato-a-3-anni-e-mezzo.html

  • Esorcismi a luci rosse e violenze sessuali, condannato a 6 anni l’ex colonnello Salvatore Muratore

    Esorcismi a luci rosse e violenze sessuali, condannato a 6 anni l’ex colonnello Salvatore Muratore

    Così ha deciso il giudice per Salvatore Muratore, accusato di violenze sessuali celate dietro le “preghiere di guarigione”. Uno dei cinque episodi contestati è stato derubricato in tentata violenza sessuale. A scoperchiare il caso la denuncia di due ragazze e della madre.

    Condannato a sei anni e due mesi l’ex colonnello dell’esercito accusato di violenze sessuali. Così ha deciso nella sentenza di primo grado il gup Marco Gaeta, davanti al quale si è celebrato il processo – con il rito abbreviato – di Salvatore Muratore. Uno dei cinque episodi contestati è stato derubricato da violenza sessuale in tentata violenza sessuale. Il pm Giorgia Righi aveva chiesto 10 anni (pena già ridotta per l’abbreviato). Coinvolto anche il frate Salvatore Anello che sarà giudicato separatamente.

    Le indagini sulla vicenda sono iniziate nell’aprile del 2016 dopo la denuncia di due ragazze minorenni e della madre, che avevano raccontato agli investigatori delle strane “preghiere di liberazione” alle quali si erano dovute sottoporre per cacciare il diavolo dal loro corpo. Con questa scusa, però, l’ex militare le avrebbe palpeggiate e le avrebbe convinte a toccarsi in sua presenza le parti intime dicendo che altrimenti non si sarebbero liberate. Nel corso del processo di oggi il giudice ha escluso per Muratore, difeso dagli avvocati Vincenzo Lo Re e Paolo Libassi, l’aggravante dell’aver commesso gli abusi in qualità di appartenente alle forze dell’ordine.

    Gli investigatori, mentre cercavano conferme e nuove vittime, sono arrivati anche a padre Salvatore Anello della parrocchia dei cappuccini ed ex cappellano dell’ospedale Civico, il quale non era stato riconosciuto dalla diocesi palermitana quale esorcista ma che si dilettava con le “preghiere di guarigione”. Dopo gli accertamenti effettuati dalla polizia giudiziaria della polizia di stato presso la Procura dei Minori entrambi sono stati arrestati alla fine di ottbre 2016. A incastrarli il racconto delle donne che si erano affidate a loro e alcuni sms dal contenuto inequivocabile.

    Il giudice ha inoltre riconosciuto alle parti civili, quattro donne e due minorenni difese dell’avvocato Antonella Arcoleo, una provvisionale da 5 mila euro l’uno, condannando l’imputato al pagamento delle spese processuali e rinviando al giudice civile per la quantificazione del risarcimento danni.

    http://www.palermotoday.it/cronaca/violenze-sessuali-condannato-colonnello-salvatore-muratore.html

  • Esorcismi a luci rosse, il racconto degli abusi di una delle vittime di padre Anello

    Esorcismi a luci rosse, il racconto degli abusi di una delle vittime di padre Anello

    “Ero in uno stato emotivo di soggezione. Non ero lucida ed ero emotivamente dipendente dalla preghiera perché all’inizio mi faceva stare meglio. Mi rendevo conto che quello che faceva padre Anello non era giusto, ma non riuscivo a non andare agli appuntamenti”.

    Così una delle vittime di padre Salvatore Anello, frate ed esorcista arrestato per violenza sessuale, ha raccontato le avances subite dal sacerdote a cui, in un periodo di fragilità emotiva, si era rivolta.

    La donna ha deposto al processo in cui Anello è imputato. Il frate finì in cella insieme a un colonnello dell’esercito, Salvatore Muratore, animatore della comunità “Rinnovamento dello spirito santo” a cui vengono contestati gli stessi reati.

    Il militare, però, ha scelto il rito abbreviato. La teste ha ricordato come aveva iniziato a frequentare il frate Cappuccino e come, presto, il rapporto era diventato ambiguo. Il prete aveva cominciato a farle delle avances durante la preghiera e a toccarla.

    Stesso trattamento avrebbe riservato alla figlia minorenne della donna che aveva problemi di salute. La ragazza, insieme ad altre vittime minori, è già stata sentita in incidente probatorio. Analogo il racconto dell’altra vittima del frate sentita oggi dai giudici che processano Anello.

    L’accusa in giudizio è sostenuta dalla pm Giorgia Righi. Il religioso teneva incontri di preghiera per ottenere la “guarigione e liberazione dai demoni” e avrebbe abusato di donne in difficoltà e con problemi psicologici col pretesto di sottoporle ad esorcismi.

    http://palermo.blogsicilia.it/esorcismi-a-luci-rosse-il-racconto-degli-abusi-di-una-delle-vittime-di-padre-anello-foto/411697/

  • Catania, abusi su minori durante riti religiosi: 4 arresti

    Catania, abusi su minori durante riti religiosi: 4 arresti

    Quattro persone sono state arrestate con l’accusa di atti di violenza sessuale commessi su minorenni all’interno di una congregazione religiosa. Gli abusi erano “giustificati” come necessarie azioni mistiche spirituali.

    E’ quanto emerge dall’operazione “12 apostoli” della polizia postale di Catania, coordinata dalla procura distrettuale etnea, su una comunità di circa 5.000 adepti fondata da un sacerdote deceduto. Il gip ipotizza i reati di associazione per delinquere e violenza sessuale aggravata ai danni di minorenni.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/08/02/news/catania_abusi_su_minori_durante_riti_religiosi_4_arresti-172152085/

  • Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Gli abusi di Ratisbona interpellano la gerarchia ecclesiastica italiana. La Baviera non è una lontana landa esotica. Basterebbe ricordare per l’Italia le denunce di tanti allievi sordomuti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, che hanno reclamato giustizia per le sevizie subite, e la successiva scoperta che una catena di violenze sessuali era stata perpetrata anche in una “filiale” dell’Istituto Provolo a Lujan in Argentina.

    Dunque le nostre autorità ecclesiastiche non hanno nessun motivo di arroccarsi in quella posizione di tenace passività, che fu scelta a suo tempo dalla Conferenza episcopale italiana, quando emanando le Linee-guida sulla materia non solo scelse di non impegnare categoricamente i vescovi a denunciare i crimini di cui fossero venuti a conoscenza, ma decise anche di non mettere in piedi strutture, che facilitassero l’emergere di crimini e monitorassero il fenomeno a livello centrale. C’è anche un altro modo, ampiamente praticato, di lasciare che le cose non cambino.

    E’ quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. Dichiarare che “bisogna andare avanti nel fare pulizia”, rimanendo poi fermi. La lezione di Ratisbona è di una chiarezza esemplare. Si rende giustizia alle vittime quando – avvertito di uno scandalo – il vescovo locale cerca attivamente la verità. Il cardinale Mueller prima di essere prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (appena licenziato da papa Francesco) è stato vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012. Diffusesi le denunce sugli abusi nel coro dei ragazzi della cattedrale, se l’era cavata con la formazione di una commissione di esperti e una lettera pastorale in cui sollecitava le vittime a farsi avanti. I risultati non si erano visti.

    La svolta è avvenuta con il nuovo vescovo Rudolf Voderholzer, che ha incaricato una personalità indipendente, l’avvocato Ulrich Weber, a fare un’indagine approfondita. Nell’arco di due anni, ricercando e ascoltando molti testimoni, Weber ha compilato un dossier documentatissimo con il risultato di provare (dal 1945 ai primi anni ’90) oltre cinquecento casi di maltrattamenti punitivi nel convitto aggregato al coro e 67 casi di violenze sessuali. Sono state individuati 49 responsabili.

    Lezione nr.1: si trova la verità sugli abusi solo se l’autorità ecclesiastica si impegna a cercarla attivamente, non stando seduta ad aspettare che le vittime trovino la forza di superare il proprio trauma.

    Lezione nr.2: l’indagine va affidata a una personalità indipendente, dal momento che decenni e secoli di omertà hanno segnato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a questi crimini.

    Lezione nr. 3: le vittime vanno risarcite dalla diocesi, che non ha esercitato la giusta e necessaria vigilanza sul clero e sugli addetti laici, non trincerandosi (come fanno i vescovi italiani) dietro al fatto che la responsabilità penale è personale.

    Lezione nr.4: l’operazione verità deve essere compiuta a prescindere dall’eventuale prescrizione dettata dalle leggi dello Stato e, se qualcuno dei responsabili ecclesiastici è ancora vivo (non sembra essere il caso di Ratisbona), va processato secondo la legge canonica e privato del sacerdozio.

    Perché il punto fondamentale – come chiarì papa Ratzinger nel 2010 nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda – è che la preoccupazione centrale delle gerarchie ecclesiastiche deve essere rivolta alle vittime e non alla tutela del prestigio della Chiesa in nome del quale per secoli sono stati occultati crimini. Occuparsi delle vittime significa in concreto rendere loro giustizia, portando alla luce pubblicamente le responsabilità dei preti criminali e punendoli. Questo è il punto.

    Recentemente è stato documentato che in Sicilia il prete Paolo Turturro, punito con il carcere per atti pedofili e salvatosi invece da un’altra condanna per una violenza provata, ma prescritta, continua tranquillamente a seguire, celebrando messa, una sua comunità frequentata da adulti e da minori.

    La questione Ratisbona interpella dunque la Conferenza episcopale italiana perché se le tante vittime ancora nell’ombra hanno un sacrosanto diritto alla giustizia, allora è il momento che la nuova dirigenza della Cei – rafforzata dalle nuove nomine di vescovi che da Palermo a Bologna a Milano vengono citate per la loro sensibilità di parroci – prenda in mano la situazione con spirito nuovo. Non c’è bisogno di inventare nulla. Le Conferenze episcopali più concrete in Nord- Europa e nel Nord-America hanno già fissato una serie di prassi efficaci.

    1. Creazione nelle diocesi di équipe di sacerdoti e psicologi a cui una vittima può rivolgersi.

    2. Istituzione di un vescovo che a livello nazionale segua le diocesi per verificare che le linee-guida in tema di contrasto agli abusi siano applicate.

    3. Messa in campo di un sistema di risarcimenti.

    4. Pubblicazione di un rapporto annuale sulle azioni intraprese per tutelare e rendere giustizia alle vittime di violenze sessuali.

    5. Apertura di indagini affidate a personalità indipendenti nel caso di denunce su catene di violenze in particolari comunità o istituzioni.

    Non c’è nulla da inventare, solo da mettersi al lavoro. A suo modo è un’occasione storica per la Cei.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/violenze-sui-bambini-a-ratisbona-ora-la-cei-deve-imparare-la-lezione/3747625/

  • [L’inchiesta] Il Papa, il prete antimafia condannato per pedofilia e la rivolta dei fedeli: “è stato incastrato da Cosa Nostra”

    [L’inchiesta] Il Papa, il prete antimafia condannato per pedofilia e la rivolta dei fedeli: “è stato incastrato da Cosa Nostra”

    Dopo aver scontato la pena in carcere doveva essere sospeso ma la città di Palermo è divisa sul caso del sacerdote e si aspetta una posizione chiarificatrice dell’arcivescovo che sta esaminando la questione sulla quale dovrà rispondere al Papa

    Don Turturro è un caso difficile da risolvere per la curia di Palermo, o almeno delicato, non tanto perché questo sacerdote,noto per le sue lotte antimafia è finito in carcere per abusi sessuali nei confronti di almeno due minori, quanto piuttosto perché il suo caso continua a dividere la città tra innocentisti e colpevolisti. E perché dopo l’anno e mezzo trascorso all’Ucciardone, uscito di galera don Turturro ha ripreso a dire messa facendo pensare che nessun provvedimento canonico sia stato preso nei suoi confronti. Ciò ha scandalizzato quanti pensano incredibile la lentezza di intervento dell’autorità ecclesiastica nell’applicare le nuove norme di Papa Francesco che nei confronti dei preti pedofili e dei vescovi che li coprono chiede di applicare la tolleranza zero.

    In realtà dicono gli avversari di don Turturro il prete doveva , come minimo, già da tempo essere stato sospeso a divinis mentre, invece, ha continuato indisturbato a celebrare anche dopo la sentenza della Cassazione che confermava la sua colpevolezza. Oppure per don Turturro le norme ordinarie non contano e nel suo caso si può prevedere un’eccezione? I suoi sostenitori pensano proprio questo: la condanna è ingiusta perché colpisce un innocente con l’accusa di un crimine odioso. Si tratterebbeinsomma di un bel capolavoro mafioso per screditare la credibilità del prete che ha tuonato sempre dal pulpito contro la malavita dalla sua parrocchia proprio di rimpetto al carcere Ucciardone. I mafiosi non potevano sopportare più a lungo il lavoro di redenzione sociale portato avanti da don Turturro e farlo accusare di pedofilia da qualche ragazzino non è stata impresa difficile.

    Al di là di questi sentimenti polarizzati dei palermitani, Tiscali.it ha cercato di saperne di più soprattutto dall’autorità che può fare chiarezza su un sacerdote riconosciuto colpevole di pedofilia. Ma dalla curia palermitana, guidata da poco meno di due anni dall’arcivescovo Corrado Lorefice, ritenuto da tutti un pastore sulla linea di Papa Francesco, si sono chiusi nel massimo riserbo e l’unica cosa certa è stata la conferma che l’arcivescovo sta studiando il caso prima di dire la sua. Nessun altro particolare ufficiale o ufficioso.

    Tante le domande che l’opinione pubblica si pone: don Turturro viene considerato dalla Chiesa colpevole o innocente? Può l’istituzione ecclesiastica ignorare una sentenza di Cassazione senza prenderne atto e comportarsi di conseguenza? C’è stato un procedimento canonico nei confronti del prete e con quale esito? Lasciare che don Turturro possa celebrare indisturbato dopo aver scontato il carcere non è ignorare le disposizioni del papa in materia di pedofilia del clero? La curia durante il precedente governo del cardinale Romeo, predecessore di Lorefice aveva fondati motivi di ritenere innocente don Turturro, contro ogni evidenza giudiziaria e, quindi, obbligata a difendere un innocente accusato ingiustamente?

    Anche alla luce di scandali di pedofilia che vengono continuamente alla luce questi giorni come la storia dei Piccoli cantori del Coro di Ratisbona dove almeno 57 sono stati i ragazzi abusati da ecclesiastici senza che chi sapeva reagisse, o come la delicata questione del cardinale australiano Pell che Francesco ha rinviato in patria a difendersi nel processo che sta per iniziare, l’attesa della pubblica opinione su quanto l’arcivescovo di Palermo potrà decidere circa la posizione canonica di don Turturro, diventa febbrile. Tanto più che ora si punta ad applicare sollecitamente la normativa che controlla l’azione dei vescovi nei confronti del clero accusato di pedofilia.

    Dal mese di giugno dello scorso anno è in vigore  una norma secondo la quale i vescovi che coprono i preti pedofili saranno rimossi. Con un documento intitolato “Come una madre amorevole”, Bergoglio ha stabilito che da quella data in poi i casi di negligenza saranno esaminati dalle 4 congregazioni competenti (Vescovi, Evangelizzazione dei popoli, Chiese Orientali e Istituti di vita consacrata) e poi la decisione finale sulla rimozione del vescovo sarà presa dal Papa che sarà assistito da un apposito Collegio di giuristi costituito da cardinali e vescovi. Esisteva già il canone 193,  dal 1983, ovvero da quando san Giovanni Paolo II riformò e approvò la legge della Chiesa cattolica tuttora in vigore. Ma evidentemente la norma non veniva applicata.

    In un primo tempo Francesco, insieme al Consiglio di cardinali che lo assiste nel governo della Chiesa e nella riforma della Curia romana, il cosiddetto “C9”, aveva ipotizzato di istituire una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti su minori. Ma alla fine la scelta è stata quella di fare in modo che la legge già in vigore fosse applicata con rigore. A questo punto il futuro di don Turturro dipende dall’arcivescovo.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/prete-anmafia-condannato-pedofilia-rivolta-fedeli/

  • Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

    Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

    di Carmine Gazzanni

    Lo Stato tace. Il Vaticano nasconde. E alla fine il demone resta in casa. E in chiesa. Quello degli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti è un problema di cui poco si parla, salvo quando scoppia il caso mediatico che fa ripiombare tutti, fedeli e non, ecclesiastici e laici, dinanzi a una croce di cui Stato e Chiesa dovrebbero farsi carico. Già, perché non c’è solo lo spaventoso caso dei 547 bambini abusati a Ratisbona: le diocesi sono piene di preti pedofili e vescovi “insabbiatori”. Basti questo: “Noi siamo andati indietro di 15 anni e abbiamo ricostruito, solo in Italia, 132 condanne in via definitiva e oltre cento preti indagati attualmente”, ci dice Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, che da anni si occupa del fenomeno. “Il dato però è evidentemente parziale”, precisa ancora Zanardi.

    Le istituzioni tacciono – È evidente che bisognerebbe fare di più. Ed è qui, appunto, che lo Stato italiano sarebbe potuto intervenire. Perché, a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Né mai c’è stata. Eppure le richieste sono state avanzate. Quanto ci racconta Zanardi lascia senza fiato: “nel 2013 abbiamo girato un’interrogazione ad Alberto Airola (M5S), affinché la presentasse. Dopo diverse rassicurazioni, alla fine non è mai stata depositata”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: “con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare”. Ora la palla pare essere in mano a un altro pentastellato, Matteo Mantero, che sta provando a depositare un’interrogazione in cui, tra le alte cose, si chiederebbe anche l’istituzione di una commissione parlamentare. Che servirebbe, eccome: nel 2014, non a caso, gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti pure sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso.

    Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In altri termini, parliamo dell’obbligo per la diocesi di denunciare i casi di pedofilia e di quello per il vescovo di rispondere dei casi stessi essendo il diretto superiore dei sacerdoti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. “Bisogna tener sempre presente – continua Zanardi – che i tribunali vaticani possono arrivare al massimo alla scomunica. Non sono contrario al procedimento canonico, ma è necessario che ci sia un procedimento anche giudiziario. Perché altrimenti il rischio è che se prima avevi un sacerdote pedofilo, finisci con l’avere un pedofilo non più sacerdote”. Ma attenzione: ci sono anche casi in cui a una condanna penale non segue alcuna scomunica, con la conseguenza che poi il sacerdote torna a celebrare messa. L’ultimo caso a Palermo: è stato condannato per pedofilia ed ha scontato la pena in carcere. Ed ora don Paolo Turturro, 67 anni, è tornato libero. Vive al Borgo della pace fondato nelle campagne di Baucina e celebra messa nelle chiese della diocesi. Il motivo? Nonostante la condanna definitiva a sei anni, come ricorda il Giornale di Sicilia, la Chiesa non lo ha mai sospeso a divinis.

    Bacchettati – E passiamo proprio al Vaticano. Bisogna ammettere che, appena insediatosi, Bergoglio ha subito pensato ad istituire una commissione specificatamente preposta al monitoraggio del fenomeno. Peccato però che, ad oggi, risultati non se ne sono visti. Anzi, nel giro di pochi mesi i due componente laici, Peter Saunders e Maria Collins, sono usciti dalla stessa commissione, lanciando un duro j’accuse: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, aveva detto alla Bbc Saunders in una sferzante intervista. Il punto, ci spiega ancora Zanardi, “è che in realtà il fine è diverso da quel che si crede: la commissione Vaticana non lavora per le vittime o per arginare il fenomeno, ma ha il compito di valutare in base al Paese le strategie da mettere in campo per tirarsene fuori”. Pensiamo a cosa è accaduto in Svizzera, dove il governo ha aperto una finestra temporale di sei mesi su tutti gli abusi sessuali e così anche le vittime prescritte hanno potuto denunciare. “La Chiesa – dice ancora Zanardi – ha preso immediatamente i suoi provvedimenti, offrendo risarcimenti alle vittime, per evitare spese legali più ampie ed eventuali condanne”. A differenza di quanto mai fatto in Italia dalla Cei.

    Solo parole – Il punto, però, è che il primo passo non può che essere della Santa Sede. Da più di due anni l’Onu ha chiesto espressamente al Vaticano una revisione del suo assetto normativo, in particolare del Codice di diritto Canonico. Perché? Semplice: esiste una Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata peraltro nel 1990 dalla Santa Sede. Il documento prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori. Ecco, nel 2014 l’Onu ha chiesto al Vaticano una completa aderenza alla Convenzione: perché “gli abusi sessuali dei bambini non sono un delitto contro la morale ma crimini”. Eppure Bergoglio ha, come detto, sin da subito fatto leva sull’esigenza di affrontare la grana interna. Ma non basta, ci dice ancora Zanardi: “Ogni giorno in cui si rimanda il problema, automaticamente rendi sacrificabili i bambini. Capisco le sue buone intenzioni, ma se ha una corte che gli impedisce di fare, capisci che propagandare dal 2013, non ha senso”. Senza dimenticare che, al di là della vulgata del Papa al telefono, diverse sono state le lettere inviate al Pontefice dalle vittime di abusi di preti: “non è mai arrivata una risposta”, conclude Zanardi.

    Twitter: @CarmineGazzanni

    http://www.lanotiziagiornale.it/preti-pedofili-commissione-vaticano-chiesa-abusi-su-minori/

  • Chi dice messa? Don Turturro, il prete condannato per pedofilia

    Chi dice messa? Don Turturro, il prete condannato per pedofilia

    GIULIO CAVALLI

    Dalle parti del Vaticano dicono che ci sia stato un “giro di vite” contro la pedofilia nella Chiesa ma intanto a Palermo, nella parrocchia di Santa Lucia della zona di Borgo Vecchio, a officiare la messa c’è il parroco in persona, don Paolo Turturro, fresco di tre anni passati in carcere per pedofilia e con un abuso ancora più grave accertato ma finito in prescrizione.

    Don Turturo è stato accusato di violenza da due ragazzini: uno disse di avere subito un bacio intimo mentre l’altro parlò di una violenza vera e propria. La Cassazione ha riconosciuto il prete colpevole per la prima denuncia mentre nel secondo caso l’abile lavoro degli avvocati del parroco ha spostato il reato nel 1999 piuttosto che nel 2000 facendolo cadere in prescrizione.

    Dopo il carcere Pagliarelli il sacerdote ha scontato la sua condanna nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. 3 anni in tutto. Lui avrebbe voluto i servizi sociali: istanza respinta. Si legge in giro che il Vaticano preveda senza sconti la sospensione dell’esercizio sacerdotale e la riduzione allo stato laicale invece don Paolo è tornato in parrocchia e “guida” i fedeli ogni domenica.

    «La gente mi accoglie con affetto» ha detto. «Io ho portato la croce in questi anni con la serenità che Dio è amore e perdono. Fino ad ora non ho incontrato nessuno che si mostrassescandalizzato del mio ritorno», ha dichiarato al Giornale di Sicilia.

    Beh, a noi un po’ scandalizza. Sinceramente. Ecco tutto.

    Buon martedì.

    Chi dice messa? Don Turturro, il prete condannato per pedofilia

  • “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “L’orco non si può perdonare”

    “La storia di Lucia che a 11 anni ha subìto molestie da un prete. Nessuno le ha creduto: “Ti accorgi anche a quell’età se qualcuno ti tocca il seno”. Parla solo oggi dopo la vicenda di padre Turturro che torna a celebrare messa dopo la condanna per pedofilia. E chiede spiegazioni agli avvocati del sacerdote di Baucina: “Chissà se hanno mai raccontato questa storia ai loro figli…”

    Lucia ha subìto violenza tra gli 11 e i 12 anni. Come tante ragazzine della sua età che hanno anima e testa da bambine ma corpo da adolescente, capì soltanto di non volere quelle attenzioni che le mettevano paura e le davano fastidio. Sul momento più paura, una paura paralizzante, poi a casa montava la rabbia. Era difficile dire alla mamma che proprio l’uomo da cui la lasciava per buona parte della giornata (“così stai con i tuoi amici e al sicuro”) non faceva la cosa giusta. Passò più di un anno prima di riuscire a comprendere che quella storia andava stoppata, anche perché quelle attenzioni, non erano più soltanto carezze.

    Oggi sono trascorsi quasi 10 anni da quando Lucia trovò la forza di parlare, prima con una zia che fece da ponte di trasmissione con una madre tanto incredula quanto poi determinata. Io non conoscevo Lucia, a stento la madre, meglio la nonna tra le più munifiche sovvenzionatrici di quella chiesa con oratorio di un quartiere semi residenziale di Palermo. L’incontro con madre e figlia avviene per volontà della ragazza, ovviamente sensibile al tema della violenza sui minori e sugli atti di pedofilia che talvolta si consumano in luoghi dove non ti aspetti di incontrare il diavolo. Siamo nello studio della casa di famiglia, dove Lucia guardò negli occhi sua madre e raccontò il suo calvario. È possibile immaginare le lacrime di allora guardando gli occhi lucidi di adesso. Una breve premessa prima di cominciare l’intervista. Il nome è di fantasia, il quartiere reale. Non si parlerà mai del padre, un medico tuttora in attività, già separato dalla famiglia all’epoca dei fatti e mai solidale con le scelte di madre e figlia. Qualche indizio temporale è appositamente falsato. È una delle poche condizioni poste dalla protagonista di questa vicenda infinitamente triste.

    Lucia, quando trovò la forza e il coraggio di parlare…

    “Avevo sopportato per diversi mesi, non capivo se ero io a fraintendere il comportamento del parroco. A quell’età le idee sono un po’ confuse. A casa mi chiudevo nella mia stanza a ripensare al significato di quelle carezze, ma prevaleva la voglia di dimenticare. Speravo che la storia finisse così com’era cominciata. Sapevo di non essere la prima a ricevere quelle attenzioni, c’era anche una ragazzina di poco più grande di me. Quando all’improvviso lei non venne più e si distaccò anche da me capii che anch’io dovevo fare qualcosa. Anche perché cominciò a diventare più insistente, più sfrontato”.

    Quindi niente più equivoci?

    “Anche se hai 12 anni se qualcuno ti tocca il seno te ne accorgi”.

    Perché si rivolse alla zia invece che a sua madre?

    “Sia la nonna che mamma ritenevano quell’uomo uno di famiglia, di cui fidarsi. E poi per vergogna. Ricordo l’abbraccio di mia zia, pensai in quel momento di essere al sicuro, che tutto era finalmente finito. Non fu così facile, ovviamente”.

    Cosa accadde dopo che sua madre lo venne a sapere?

    “Alcuni particolari li seppi anni dopo, attorno a me all’inizio scattò un muro di protezione. Mia madre cercò, con cautela, di informarsi con i genitori degli altri ragazzini che frequentavano l’oratorio. La presero quasi per pazza, tranne un professore che intuì o forse sapeva. Io intanto non misi più piede da sola in quella chiesa. Una volta andai di domenica con mia madre, credo che lo volesse sfidare o qualcosa del genere. Io tenni gli occhi bassi per tutto il tempo”.

    Avete denunciato il prete? (A questa domanda risponde la madre)

    “La prima idea fu questa, mio marito mi frenò per evitare che Lucia potesse subire un trauma ancora più prolungato. Grazie ad un conoscente mi recai in Curia e chiesi consiglio ad un amico di amici. Feci nome e cognome, raccontai ciò che mia figlia mi aveva svelato. Mi ascoltò, mi disse che si trattava di un parroco di grande capacità con i ragazzi e di ottima reputazione. Ebbi l’impressione di non essere creduta. Mi chiese di vedere mia figlia. E così lasciai perdere”.

    “Non ha lasciato perdere del tutto – s’intromette Lucia -. Un giorno si presentò in sagrestia, fece uscire tutti e restò faccia a faccia con il prete. Mi dicono che le urla si sentirono sino in piazza. Poi mia madre scrisse una lettera che inviò a tutti i genitori dei ragazzi dell’oratorio. Nessuno le rispose, ma pian piano l’oratorio si svuotò. Il prete disse una volta che c’erano certe malelingue…E la nonna disse a tutte le sue amiche che quel prete era un porco. Così finimmo per essere emarginate in tre”.

    Non lo incontrò mai più?

    “Evitavo di passare davanti alla chiesa, per andare a scuola facevo il giro da dietro il mio palazzo. Poi cambiammo casa. L’ho visto in un paio di circostanze ma non a tu per tu. Una volta a Palazzo Jung, in un convegno della Provincia”.

    Crede che si riconoscerà leggendo la sua storia?

    “Sono stata a lungo combattuta se raccontare tutto ad un magistrato, adesso che sono passati tanti anni e sono maggiorenne. Mi sono consultato con un avvocato, mi ha detto che senza testimoni e dopo così tanti anni sarebbe difficile sostenere l’accusa. Però una cosa l’ho fatta: ho spedito una lettera alla Curia, qualche anno fa, mettendo tutto nero su bianco”.

    Risultato?

    “Nessuno. Ma non potranno dire di non avere saputo”.

    Il prete è ancora al suo posto?

    “E’ l’unica domanda a cui non voglio rispondere. Ma credo che oggi sia innocuo. Non posso dirle di più”.

    Ha perdonato?

    “Non posso perdonare. Quello che ha fatto è schifoso. Ho superato la voglia di vendetta, questo sì. È anche per questo che posso parlarne”.

    Perché proprio oggi?

    “Ho letto la notizia di padre Turturro, un prete che ha scontato la sua pena ma che è tornato a fare il sacerdote, non è stato sospeso a divinis. E allora è giusto ricordare che, in un certo periodo, per ogni caso di pedofilia accertata ce n’erano almeno altri due sommersi. Io ne sono la prova. Mia madre mi ha voluto proteggere, oggi penso che denunceremmo, senza riserve. E sono anche convinta che all’interno della Chiesa alcune cose sono cambiate, anche se la storia di Turturro resta un mistero. Mi permette un ultimo pensiero su questa vicenda?”

    Prego…

    “Ho letto che l’accusa più grave è caduta perché gli avvocati di Turturro sono riusciti a dimostrare che la violenza più grave era stata compiuta un anno prima rispetto ai fatti contestati. E che grazie a ciò il reato è andato in prescrizione. Io studio giurisprudenza e so che il diritto alla difesa è inalienabile. Ma quegli avvocati hanno raccontato questa storia ai loro figli? Hanno spiegato loro come sono riusciti ad evitare una pena più esemplare ad un prete condannato per pedofilia? Saranno anche bravi ma devono avere una coscienza corazzata e tanto pelo nello stomaco…”

    “L’orco non si può perdonare”

  • Condannato per pedofilia, padre Turturro sconta la sua pena e torna a celebrare la messa

    Condannato per pedofilia, padre Turturro sconta la sua pena e torna a celebrare la messa

    PALERMO. E’ stato condannato per pedofilia ed ha scontato la pena in carcere. Ed ora don Paolo Turturro, 67 anni, è tornato libero. Vive al Borgo della pace fondato nelle campagne di Baucina (Pa), e celebra messa nelle chiese della diocesi. La Chiesa, infatti, come ricorda il Giornale di Sicilia che riporta la notizia, non lo ha mai sospeso a divinis, malgrado una condanna definitiva a tre anni.

    Era parroco della chiesa di Santa Lucia al Borgo Vecchio. E proprio durante lo svolgimento del suo ministero Turturro è finito al centro di una vicenda di abusi sessuali nei confronti di minori. La Cassazione ha confermato la condanna: fu accusato da due ragazzini che sostennero di essere stati abusati dal prete: uno con un bacio intimo, l’ altro con una violenza vera e propria.

    Gli avvocati Ninni Reina e Vincenzo Gervasi riuscirono a dimostrare che la violenza quasi completa ai danni di un ragazzino era avvenuta un anno prima della contestazione, nel 1999 anziché nel 2000, e per questo il tempo trascorso fece venir meno il reato, grazie alla prescrizione.

    Rimase in piedi un fatto che, nel secondo giudizio di appello, fu considerato di minore gravità. Il processo portato a una sentenza di colpevolezza. Non sufficiente, però, secondo il Vaticano, per arrivare al più estremo dei provvedimenti, ossia la sospensione dall’ esercizio del ministero sacerdotale e la riduzione allo stato laicale.

    Turturro nel novembre 2014 è stato recluso nel carcere Ucciardone, proprio di fronte alla parrocchia che aveva retto per anni, e lì ha trascorso quindici mesi di detenzione. Successivamente è stato affidato al Santuario di Monte Pellegrino e ora è tornato dal Borgo della pace, da lui fondato nelle campagne tra Baucina e Villafrati, dove opera la storica associazione Dipingi la pace, si svolge attività di accoglienza di gruppi, formazione, ritiri spirituali.

    Padre Turturro continua a scrivere quasi quotidianamente i suoi pensieri e le sue poesie, che pubblica sul sito internet di Dipingi la pace o invia al suo lungo indirizzario mail. Ma preferisce mantenere il profilo basso del silenzio. “La gente mi accoglie con affetto”, dice. “Io ho portato la croce in questi anni con la serenità che Dio è amore e perdono. Fino ad ora non ho incontrato nessuno che si mostrasse scandalizzato del mio ritorno. Ma ho scelto il silenzio”.

    http://palermo.gds.it/2017/07/03/condannato-per-pedofilia-padre-turturro-sconta-la-sua-pena-e-torna-a-celebrare-la-messa_690155/