Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Papa Francesco

  • Pedopornografia e droga: l’altro volto del Vaticano

    Pedopornografia e droga: l’altro volto del Vaticano

    Si è aperto l’anno giudiziario anche in Vaticano: emersi due delicati casi di detenzione di materiale pedopornografico.

    Ha ragione Papa Francesco, nel voler fare pulizia. Del resto anche i dati giudiziari della Santa Sede non sono così rassicuranti.

    Una vera e propria minaccia quella dei reati via web, ha denunciato Milano: “Molte condotte delittuose oggi si consumano attraverso le vie telematiche; di qui l’importanza delle intercettazioni di comunicazioni come strumento di indagine imprescindibile”. Due delicati casi di «differente gravità» di detenzione di materiale pedopornografico sono emersi dall’attività investigativa in Vaticano. Lo ha reso noto il Promotore di Giustizia, avvocato Gian Piero Milano, aprendo l’Anno giudiziario presso il Tribunale vaticano. Nel dettaglio, il pg vaticano ha puntato l’attenzione sull’ “attività di analisi forense ed info-investigativa soprattutto di carattere informatico, per due delicati casi – di differente gravità – di detenzione di materiale pedopornografico”.

    Anche il Vaticano non si è salvato dalla piaga del traffico di droga “Tentativi isolati” all’ombra del Cupolone che sono stati “neutralizzati sul nascere”. Lo ha denunciato l’avvocato Gian Piero Milano, il pg del Vaticano, aprendo l’Anno giudiziario presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Il pg vaticano ha spiegato che la fruttuosa collaborazione tra le forze di polizia del Vaticano con i corpi di polizia di altri Stati ha aiutato “nella repressione di gravi reati, come quello del traffico internazionale delle sostanze stupefacenti che, purtroppo, non ha lasciato indenne il nostro piccolo Stato, teatro di isolati tentativi – neutralizzati sul nascere – posti in essere, con modalità insolite, da trafficanti senza scrupoli”.

    Nel dettaglio, il pg Milano ha ricordato “l’ apprezzato impegno della Gendarmeria nel 2014” relativo al “monitoraggio del traffico di droga da Stati esteri verso lo Stato vaticano, in particolare tre spedizioni. In un caso specifico è stata effettuata una consegna controllata della sostanza stupefacente, che transitava attraverso uno stato comunitario. L’improvvida divulgazione della notizia da parte di un quotidiano straniero ha reso vana l’operazione congiunta tra forze di polizia di diverse nazionalità, non essendosi presentato alcuno per il ritiro del plico contenente la sostanza stupefacente”.

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=68677&typeb=0&Pedopornografia-e-droga-l-altro-volto-del-Vaticano-

  • Spagna: 10 sacerdoti e 2 laici imputati d’abusi su minorenni

    Spagna: 10 sacerdoti e 2 laici imputati d’abusi su minorenni

    Madrid – Il Tribunale di Granada, titolare dell’inchiesta su 10 sacerdoti e due laici imputati di presunti abusi sessuali commessi fra il 2004 e il 2007 su due minorenni che all’epoca dei fatti avevano 14 e 17 anni, ha tolto oggi il segreto istruttorio sulla vicenda.

    Gli imputati, fra i quali un professore di religione, erano stati arrestati nel novembre scorso ed erano poi tornati in libertà rimanendo tuttavia imputati a piede libero per presunti abusi commessi nell’ultimo decennio.

    L’inchiesta, secondo fonti giudiziarie, vede come principale sospettato un sacerdote indicato come il promotore di una banda di maniaci chiamata “Los Romanes” o “Romanones”, dal nome del principale imputato, don Roman Martinez. Banda che si sarebbe resa responsabile di «una condotta degradante e vessatoria» nei confronti di almeno uno dei due denuncianti, per due anni vittima di abusi.

    Questi, dopo aver informato in passato l’arcivescovado di Granada senza ottenere risposte soddisfacenti, si era rivolto a Papa Francesco. E il Pontefice, in una conversazione telefonica avuta nei mesi scorsi, si era mostrato personalmente interessato a seguire il caso.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2015/01/27/AResGPKD-minorenni_sacerdoti_imputati.shtml

  • Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    “Al convegno di Milano sulla famiglia sono stato invitato da una famiglia. Sono amici di Costanza Miriano (giornalista di Rai Vaticano e autrice del discusso libro ‘Sposati e sii sottomessa’ ndr)“. Sono le parole di don Mauro Inzoli, l’ex parroco di Crema accusato di abusi sessuali su minori, nel corso di uno scherzo telefonico di un imitatore di papa Francesco organizzato dalla trasmissione radiofonica “La Zanzara”, su Radio24. L’ex sacerdote, esponente di Comunione e Liberazione, ha partecipato al convegno anti-gay organizzato dalla Regione Lombardia e sedeva dietro il presidente della Regione, Roberto Maroni, il senatoreRoberto Formigoni, il presidente del Consiglio Raffaele Cattaneo e l’assessore alla Cultura, Cristina Cappellini. Don Inzoli aggiunge: “Due giorni dopo la mia partecipazione a quell’incontro, è successo un problema di comunicazione. Un onorevole di Sel (Franco Bordo, ndr) ha visto la mia foto e ha detto quel che ha detto. Sono umiliatissimo“. Il finto pontefice poi chiede a bruciapelo: “La Chiesa ha deciso, ma io voglio sapere: hai fatto qualcosa ai bambini?“. “Ma Santità” – risponde l’ex parroco – “lei ha visto e lo sa. Lei ha visto la documentazione e lei lo sa per cui è lei che mi ha…”. Ma alle insistenze dell’imitatore di papa Francesco, don Inzoli interrompe la comunicazione telefonica  di Gisella Ruccia

  • Convegno omofobo, la diocesi di Cremona bacchetta don Inzoli: “Presenza inopportuna”

    Convegno omofobo, la diocesi di Cremona bacchetta don Inzoli: “Presenza inopportuna”

    La presenza del sacerdote sospeso dal Vaticano dopo le accuse di pedofilia è stata censurata pesantemente dalla sua diocesi di appartenenza: disattese le “raccomandazioni” della Santa sede

    di ZITA DAZZI

    Non è piaciuta nemmeno alla diocesi di Cremona la partecipazione di don Mauro Inzoli al contestato convegno milanese sulla famiglia, un incontro in odore di omofobia, a cui era presente l’intero gotha (presente e passato) del Pirellone: dal presidente leghista Roberto Maroni all’ex governatore Roberto Formigoni. Ad ammonire il prete accusato di pedofilia è stato il vicario generale della curia di Cremona. Don Inzoli – che fa parte di quella diocesi e che lì dovrebbe condurre una vita ritirata – si era presentato al convegno, sabato scorso, ed era stato subito notato dal senatore Franco Bordo (Sel) e dal sindaco di Crema, Stefania Bonaldi. In quella città il prete ha retto una parrocchia fino al 2010, prima di essere accusato di pedofilia e di essere obbligato dal Vaticano a ritirarsi a vita privata.

    Così – forse non casualmente, dopo l’incontro dei vescovi lombardi presieduto dall’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, presidente anche dell’assemblea episcopale lombarda – è arrivato un comunicato ufficiale della diocesi di Crema, firmato dal vicario generale monsignor Franco Manenti, a nome del vescovo: “In seguito all’infelice scelta da parte di don Mauro Inzoli di partecipare al convegno indetto presso la sede della Regione Lombardia a Milano, sabato 17 gennaio 2015, notizia subito clamorosamente rimbalzata sui massa media locali e nazionali, la diocesi di Crema, attraverso il suo vescovo, ha espresso a don Mauro il suo fermo disappunto, giudicando la presenza a tale convegno del tutto inopportuna, in contrasto con la raccomandazione offertagli da parte della congregazione per la Dottrina della fede di ‘vivere una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segno di conversione e di penitenza’”.

    Parole molto dure, quelle scelte dalla diocesi di appartenenza di don Inzoli per censurare il comportamento del sacerdote, dopo il diluvio di polemiche scatenate dalla sua presenza al convegno nel

    quale si parlava anche delle possibili “terapie” per curare i gay.  Su questa partecipazione la curia di  Crema ha tenuto anche un’assemblea di tutti i preti locali. Don Inzoli, da parte sua, è caduto nella trappola della trasmissione radiofonica La zanzara e credendo di parlare al telefono con papa Francesco si è detto “umiliatissimo” e ha spiegato di essere andato al convegno dopo aver ricevuto l’invito di “amici milanesi”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/01/22/news/convegno_omofobo_la_diocesi_di_cremona_bacchetta_don_inzoli_una_presenza_inopportuna-105545665/

  • Franco Bordo: “Don Inzoli al forum sulla ‘famiglia tradizionale’? E’ uno dei potenti di Cl, impossibile che non lo conoscano”

    Franco Bordo: “Don Inzoli al forum sulla ‘famiglia tradizionale’? E’ uno dei potenti di Cl, impossibile che non lo conoscano”

    Il deputato di Sel ha presentato un esposto in procura contro il prete, già giudicato colpevole dal Vaticano

    di MATTEO PUCCIARELLI

    IL “colpevole” risponde al nome di Franco Bordo, deputato lombardo di Sinistra Ecologia e Libertà. È stato lui ad accorgersi della presenza di don Inzoli al convegno.

    Com’è andata? Era anche lei al forum sulla “famiglia tradizionale”?
    “No, ero al presidio in piazza Einaudi contro l’omofobia. Solo che il giorno dopo apro il giornale e vedo la foto della platea. Mi si accende la lampadina”.

    Come fa a conoscere così bene “don Mercedes”?
    “Siamo concittadini, ho seguito le sue vicende giudiziarie dentro la Chiesa; ho presentato un esposto in Procura l’estate scorsa, perché anche la giustizia italiana deve giudicare quest’uomo”.

    Oggi si scopre che nessuno conosceva don Inzoli, se non di sfuggita.
    “Ipocriti. Stiamo parlando di uno degli uomini più potenti di Comunione e Liberazione fino a non molto tempo fa”.

    Formigoni dice di averlo visto un paio di volte, non di più.
    “Chiamo i miei amici giornalisti di Crema e vediamo di fare una bella rassegna? Altro che due volte. Campagne elettorali, cene al ristorante, inaugurazioni di strutture legate all’associazione di don Inzoli. Non scherziamo”.

    Sempre Formigoni dice di non averlo visto seduto alle sue spalle, altrimenti lo avrebbe fatto allontanare.
    “Può crederci solo lui”.

    Ma come si spiega un autogol di questo livello della Regione?
    “Sono rimasto sbalordito anche io, non pensavo fossero così spudorati. L’ho legato alla persona in sé e anche a chi aveva intorno. Nel mio territorio mi occupavo di sociale e abbiamo sempre visto il legame strettissimo e quotidiano di don Inzoli con i vertici del Pirellone. Cl nel nostro territorio è una potenza vera, quasi intoccabile”.

    Quindi anche Maroni dovrebbe conoscerlo?
    “A parte che sono uscite foto eloquenti, ci può stare che lo conoscesse meno del Celeste, ma ripeto: qui parliamo di un potente, di un uomo influente, conosciuto anche da chi lo osteggiava”.

    E quali erano i suoi sponsor politici?
    “Formigoni, Cattaneo e il cremasco Gianni Rossoni. Aggiungo che l’assessore Cappellini è originaria di un paese a 15 chilometri da Crema: figuriamoci se non sapeva chi fosse”.

    Mentre la vicenda strettamente giudiziaria legata a “don Mercedes” a che punto è?
    “La procura di Cremona ha chiesto degli atti al Vaticano. La decisione del vescovo e della Congregazione per la dottrina

    della fede di allontanarlo per cinque anni dal territorio farebbe pensare che gli atti di pedofilia si siano verificati in quel territorio. Ma toccherà alla magistratura far luce su questa vicenda “.

    Uno dei rari casi in cui la giustizia vaticana si muove prima di quella italiana, non crede?
    “Sì, e penso che l’arrivo di papa Francesco e i cambiamenti interni a quel mondo abbiano reso possibile una decisione così risoluta”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/01/20/news/franco_brodo_don_inzoli_al_forum_sulla_famiglia_tradizionale_e_uno_dei_potenti_di_cl_impossibile_che_non_lo_conoscano-105341291/

  • Ora tocca al Vaticano intervenire sul caso Inzoli

    Ora tocca al Vaticano intervenire sul caso Inzoli

    Già accusato di pedofilia il prete presente al convegno sulla famiglia in Lombardia rischia grosso

    La gaffe è stata di quelle senza rimedio: al convegno organizzato nei giorni scorsi in difesa della famiglia da alcune organizzazioni cattoliche tradizionaliste con l’appoggio della Regione Lombardia, ben visibili in prima fila i vertici politici locali del centrodestra – Maroni, Formigoni e La Russa fra gli altri – siede, subito dietro, don Mauro Inzoli, storico dirigente di Comunione e Liberazione condannato dalla Santa Sede nientemeno che per pedofilia. Non solo: il convegno – “Difendere la famiglia, difendere la comunità” tenutosi il 17 gennaio – viene preceduto da polemiche aspre perché uno degli intenti dell’evento è quello di dimostrare che l’omosessualità è una malattia da curare. Per questo fra i promotori dell’evento che c’è un’organizzazione, “Obiettivo Chaire” che è specializzata sulla materia. Insieme a loro figurano quelli di “Alleanza cattolica”, presenza ormai consolidata del tradizionalismo cattolico con agganci nella destra italiana.

    Avviene pure che un giovane prova a prendere la parola per chiedere ai presenti se siano in grado di dire con certezza che i loro figli sono tutti eterosessuali. Viene sommerso dai fischi, alcuni si alzano, La Russa pure è fra i contestatori, il ragazzo viene preso e portato fuori. Nel video dell’episodio che circola sul web, però, spicca un particolare in più: s’ intravede don Inzoli seduto sorridente dietro le prime file delle autorità esattamente nel posto in cui verrà immortalato dai fotografi e quindi individuato. Il convegno ha suscitato le proteste delle organizzazioni per i diritti degli omosessuali, è stato definito “omofobo” da più parti. Il presidente Maroni aveva orgogliosamente difeso l’evento e la presenza del marchio ‘Expo’ sulle locandine nonostante le richieste pervenute dal commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, di levarlo.

    La sfida di Maroni e dei cattolici tradizionalisti è lanciata, ma accade un fatto imprevisto: viene rilevata da Sel la presenza al convegno di un prete ciellino di alto rango, vicino a don Giussani, presidente dal 1997 al 2012 del Banco Alimentare, amico della Compagnia delle Opere, sempre presente al Meeting di Rimini, personaggio pubblico in cento occasioni del Banco alimentare e di Cl. Il prete è stato condannato per abusi sui minori dalla Chiesa di Roma. Nel giugno del 2014 monsignor Oscar Cantoni, vescovo di Crema, la diocesi di don Inzoli, affermava infatti in un comunicato: «in nome della verità, in questi anni, sono state eseguite rigorose ricerche, che hanno comportato pazienti e sofferti confronti con le persone che hanno riferito i fatti. La Chiesa ha preso atto della situazione, ha condiviso le sofferenze riportate, ha aiutato le vittime a ritrovare serenità e speranza, e ha concluso che don Mauro potesse riparare responsabilmente le ferite causate dal suo comportamento attraverso “una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”».

    C’è però di più. Don Inzoli era stato condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede nel dicembre del 2012 con una pena canonica particolarmente severa: la dimissione dallo stato clericale, in pratica era stato spretato tanto erano evidenti i fatti contestati. C’era però stato l’appello dopo il quale i reati sono stati in effetti confermati, tuttavia papa Francesco applicava un criterio meno rigido, fondato, spiegava il vescovo, su due punti fermi: severità e misericordia. Così nel giugno del 2014, si arriva a questa conclusione certificata ancora una volta dalla Congregazione per la dottrina della fede: «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale». «Don Mauro – si spiegava – non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’eucaristia e gli altri sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano». Quindi «Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’ adeguata psicoterapia».

    C’è una questione che viene fuori con evidenza: don Inzoli ha disobbedito alla sentenza? Insomma è venuto meno a quanto deciso dalla Santa Sede? Una delle indicazioni chiare è quella di condurre una vita di “umile riservatezza”, e su questo ci sono pochi dubbi: la sua presenza tanto evidente a un convegno pubblico per altro così esposto ai media, è già un elemento concreto; mentre l’inosservanza delle restrizioni forse non emergerebbe da quel contesto ma è tutto da verificare.

    Cosa deciderà il Vaticano è quanto si appurerà nei prossimi giorni. Emergono però alcuni dati di fatto dalla vicenda nel suo insieme. Don Inzoli è legato a un’organizzazione cattolica, CL, che rappresenta un pezzo importante di potere politico ed economico nel nord Italia in particolare ma non solo. È per questo che il sacerdote fa, in buona sostanza, come gli pare anche di fronte a un giudizio definitivo della congregazione per la dottrina della fede? Anche, certamente. Ma la realtà è che il caso di don Inzoli rischia di non essere isolato. E se già non sono molti in Italia i procedimenti aperti da tribunali vaticani contro sacerdoti accusati di abusi sessuali, (mentre aumentano quelli portati avanti dalla magistratura civile), per un malinteso senso ‘corporativo’ di cui la gerarchia ecclesiastica del nostro Paese non vuole liberarsi, c’è anche la difficoltà nel verificare che la pena venga rispettata e applicata.

    Inoltre l’episodio rivela un più generale allontanamento dal magistero del papa da parte di ambienti cattolici conservatori che, ben lungi dal fare proprio il criterio della Chiesa ‘ospedale da campo’, dell’accoglienza cioè verso tutti pur nella salvaguardia dei principi — una Chiesa non dogana burocratica ma che rispetta la complessità umana — promuovono al contrario convegni politici in cui si vogliono “curare” i gay. Per incidente questa volta nella rete è cascato un prete riconosciuto abusatore di minori dalla Santa sede, il che dicevamo suona come un “de porfundis” per l’evento in sé. E tuttavia si registra ormai uno scisma silenzioso a destra, che non esita ad appoggiarsi al centrodestra politico in Italia, ricostruendo la vecchia alleanza ancién regime dei decenni in cui la Chiesa italiana è stata guidata dal cardinale Camillo Ruini. Non è un fenomeno di massa, sembra anzi raccogliere frange estreme che si coagulano provando a rinsaldare identitarismo religioso e nazionalismo conservatore, secondo uno schema già sperimento negli anni scorsi e collaudato in Paesi come la Francia. Però il fenomeno esiste.

    C’è infine un altro aspetto della vicenda che non può essere tralasciato. E cioè una sorta di resistenza passiva della Conferenza episcopale ad ammettere la collaborazione con le autorità civili nei casi di abuso sessuale da parte del clero. Da diversi anni la Cei sta elaborando delle linee guida contro gli abusi che sono state più volte riviste e criticate dal Vaticano, il dibattito è ancora in corso.

    http://www.linkiesta.it/don-mauro-inzoli-pedofilia-intervento-vaticano

  • FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

    FEDERICO TULLI – Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di papa Francesco

    Il volto disteso di don Mauro Inzoli immortalato al Convegno di Milano organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale» ha sorpreso molte persone. Non sono pochi infatti, specie in Italia, coloro che quando sentono papa Francescoinvocare la tolleranza zero, pensano a un effettivo giro di vite della Chiesa nei confronti dei sacerdoti pedofili e a una concreta battaglia del pontefice contro la diffusione della pedofilia nel clero. E invece, quel volto serafico evidenzia ancora una volta l’assoluta continuità della linea intrapresa dal cosiddetto papa rivoluzionario con quella dei suoi due predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come ha scritto nero su bianco la Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il 5 febbraio 2014, nulla è stato fatto prima di Bergoglio per garantire l’incolumità dei minori che frequentano scuole, parrocchie, oratori cattolici e così via, e nulla di realmente efficace sta facendo il papa gesuita. Con in più un paradosso inquietante.

    Leggendo le parole di condanna della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti di don Inzoli, e vedendo quella persona tranquillamente seduta due file indietro al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e all’ex presidente Roberto Formigoni (che a don Inzoli, anch’esso appartenente a Comunione e liberazione, era solito confessarsi), si ha la sensazione di assistere oltre a una incredibile sottovalutazione di un crimine seriale, violento e distruttivo come la pedofilia, quasi a uno spot in favore di essa.

    «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale» tuonavano i giudici dell’ex Tribunale dell’Inquisizione a giugno 2014. Una condanna solo a prima vista durissima, avallata da papa Francesco, che evidentemente non ha inciso più di tanto sulla vita pubblica e di relazione del  sacerdote riconosciuto colpevole di aver violato il VI Comandamento (“..atti impuri..”), ma nei fatti responsabile della distruzione della vita di esseri umani indifesi. Considerando che lo stesso pontefice a luglio 2014 ricordava nell’articolo di Scalfari su Repubblica che «dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento», chissà in quanti pensando al placido don Inzoli staranno tirando un sospiro di sollievo vedendo a cosa andrebbero incontro qualora fossero scoperti e condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede. Secondo la stima del papa, solo in Italia, dove vivono circa 35mila sacerdoti, potrebbero essere almeno 700.

    Del resto quello di don Inzoli non è un caso isolato. Dopo il presunto giro di vite realizzato nel luglio 2013 da Bergoglio con l’inasprimento del codice penale in materia di pedofilia clericale (che segue quello applicato nel 2010 da Benedetto XVI al Diritto canonico), un altro personaggio eccellente nell’indifferenza generale ha subito e subisce (si fa per dire) un trattamento simile a quello dell’ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà.

    Si tratta dell’arcivescovo polacco Józef Wesołowski condannato – come il confessore di Roberto Formigoni – per pedofilia in primo grado dalla Congregazione per la dottrina della fede a giugno 2014, e arrestato a settembre scorso vicino piazza Navona a Roma dai gendarmi pontifici su disposizione del promotore di giustizia vaticano in base al codice penale modificato da papa Francesco. Dopo 60 giorni di arresti domiciliari nel Collegio dei Penitenzieri, Wesołowski oggi passeggia indisturbato per le viuzze di Città del Vaticano in attesa del termine della fase istruttoria coperta da un impenetrabile vincolo di segretezza. È stato lo stesso portavoce della Santa sede, mons. Federico Lombardi, a raccontarlo il 3 dicembre scorso come riporta Radio Vaticana: «La Magistratura dello Stato della Città del Vaticano, continuando le indagini, ha compiuto un primo interrogatorio dell’imputato, a cui ne seguiranno altri. Essendo scaduti i termini per la custodia preventiva e in considerazione delle sue condizioni di salute – spiegava Lombardi – mons. Wesołowski è stato autorizzato a una certa libertà di movimento, ma con obbligo di permanenza all’interno dello Stato e soggetto a opportune limitazioni nelle comunicazioni con l’esterno».

    Il procedimento penale nei suoi confronti è stato aperto dal promotore di giustizia del Tribunale vaticano, Gian Piero Milano, che ne aveva disposto l’arresto con le accuse di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico, motivando il provvedimento con il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Rischi che evidentemente non sussistono più sebbene Wesołowski abbia alle spalle una carriera diplomatica ultra decennale. Prima di diventare nunzio in Repubblica Dominicana nel 2008, il vescovo polacco aveva infatti prestato servizio nelle missioni diplomatiche della Santa Sede in Africa meridionale, Costa Rica, Giappone, Svizzera, India e Danimarca, quindi come nunzio apostolico in Bolivia, dal 1999 al 2002, e nei Paesi ex-sovietici dell’Asia centrale (Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan), dal 2002 al 2008. Ed è anche in questi Paesi che l’Interpol, considerando la serialità del crimine in questione, sta svolgendo le sue indagini, sulla base di un mandato d’arresto internazionale spiccato nel 2013 dalla Repubblica dominicana al quale Wesołowski non più protetto dall’immunità diplomatica è sfuggito nel momento in cui le guardie pontificie lo hanno invitato a seguirle Oltretevere.

    Per quanto riguarda don Inzoli occorre ricordare che costui è colpevole per la Santa Sede e innocente fino a sentenza definitiva per lo Stato italiano. Come pure che il suo caso è arrivato finalmente sotto la lente della Procura di Cremona solo nell’autunno scorso dopo due esposti presentati dall’onorevole Franco Bordo, deputato di Sel, e dalla associazione di vittime Rete l’Abuso. Secondo Il Fatto quotidiano i magistrati italiani indagano su 40 episodi di abusi e avrebbero già fatto la richiesta di rogatoria alla Santa sede per acquisire elementi utili dal processo svolto alla Congregazione per la dottrina della fede. Considerato il vincolo di segretezza pontificia che grava sugli atti di questo tribunale, pena la scomunica, solo una persona può consentire di accelerare l’inchiesta e aiutare a fare piena luce: il popolarissimo fautore della tolleranza zero.

    Federico Tulli

  • Omertà come dalla mafia – la tragica morte di Luisa Bonello

    Omertà come dalla mafia – la tragica morte di Luisa Bonello

    Indigna il tragico suicidio della Dott.ssa Luisa Bonello e dei tentativi da parte della Chiesa Cattolica di coprire gli abusi.

    Sei giorni prima della sua morte la Dott.ssa Luisa Bonello, specialista in medicina generale nella città settentrionale di Savona, ha parlato in una libreria ad alcuni ascoltatori su ciò che aveva distrutto la sua vita.

    “Sono una cattolica praticante, da sempre”, disse all’inizio.

    Nel tempo libero si era dedicata con devozione alle persone della sua comunità, come catechista e come ministro dell’eucarestia, responsabile per la comunione dei malati. Particolarmente importante è stato per lei il cammino di fede con il suo confessore Don Nino Maio, con il quale trovò profondo adempimento.

    In tutta la sua vita la fede cattolica aveva avuto un ruolo centrale. Fino a circa sei anni fa, quando è cambiato tutto.

    Abusi sessuali

    Tutto è iniziato quando alla Dott.ssa Bonello come medico di famiglia, si sono affidati due pazienti, i quali gli hanno parlato delle loro esperienze traumatiche. Erano rimasti vittime di abusi sessuali da parte di preti che prestavano servizio nella diocesi di Savona, sua stessa diocesi. E che, da allora, soffrono dagli effetti gravi, traumatici di questi soprusi.

    Intervista a Luisa Bonello «Io, delusa dal mio vescovo»

    La Dott.ssa Bonello è rimasta talmente sconvolta da queste dichiarazioni, che non solo ha effettuato ulteriori ricerche, per andare a fondo della faccenda, ma si è anche rivolta al vescovo competente. “Sono stata ingenua” ha messo in chiaro nel suo discorso alla libreria savonese. “Ero convinta che avrebbe agito immediatamente.”

    Ma Monsignor Vittorio Lupi non ha fatto nulla del genere, al contrario. “ Ad un certo punto ho capito che lui sapeva già tutto e che nei colloqui con me voleva soltanto scoprire fino a che punto conoscessi i fatti – di cui lui era già totalmente consapevole.”

    Dopo la dichiarazione della Dott.ssa Bonello, il comportamento dell’uomo di chiesa cambiò drasticamente, non appena si rese conto che lei si convertiva da fedele seguace della sua curia, ad una pentita, che non voleva riposare fino a quando non aveva conosciuto tutta la verità. “Sono stata sollevata dai miei incarichi” ha riferito la Dott.ssa Bonello ai media. Anche da minacce mirate, nel suo ultimo discorso, avrebbe trovato una volta dell’alcool sotto la sua auto, ma a questo punto ha interrotto e ha detto che aveva trovato l’incidente strano, ma poteva anche non avere niente a che fare con la Chiesa.

    La cui reazione è stata durissima senz’altro, come dimostrano le parole che il vescovo Monsignor Lupi ha espresso per le sue accuse – che sono: “Non intendo commentare le falsità riferite da una donna che agisce per vendetta”– le parole del vescovo. – “Una persona vendicativa che, per via della revoca del Ministero eucaristico, ha tirato fuori delle menzogne contro la nostra Chiesa”.

    “ [Il vescovo Lupi] è un uomo senza Dio, un uomo che nella sua vita non ha mai avuto pietà di nessuno”, ribatté la Dott.ssa Bonello quel pomeriggio. “Un uomo moralmente veramente infame”.

    Luisa Bonello non ha rinunciato e ha scritto una lettera al Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana CEI e arcivescovo di Genova, capoluogo della Liguria, dove si trova anche Savona. La sua reazione la disturbava fino al punto che lei di fronte al pubblico sei giorni prima della sua morte lo definiva “schifezza”.

    Oltre a pozzanghere di alcool inspiegabili sotto la sua macchina, le calunnie da parte del vescovo Monsignor Lupi, era ovviamente soprattutto una particolare conseguenza del suo coraggio e sincerità che avrebbe dovuto distruggere Luisa Bonello: Le persone in carica del clero le hanno impedito di parlare al suo padre spirituale Don Nino Maio, che era già venuto in contatto con dei casi di abuso sessuale nel passato, ma non come accusato, sino come figura guida di preti condannati.

    Improvvisamente non lo doveva più vedere. La Dott.ssa Bonello cominciò a sospettare che il vescovo Lupi e i suoi superiori la tenessero lontano dal suo padre spirituale per non farle scoprire ulteriori dettagli sugli abusi sessuali. Tuttavia non voleva ammettere la sconfitta, anche se mostrava già tutti i sintomi dello stress fisico e mentale e della depressione, a causa di questo, e di altri fattori che sarebbero emersi nel corso dell’indagine sulla sua morte.

    …si rivolge direttamente al Vaticano e a papa Francesco

    Così ha deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano e a papa Francesco. Il Santo Padre a suo avviso è stato molto chiaro circa le accuse di abusi già noti e aveva chiamato i vescovi italiani per una “massima trasparenza”.

    A febbraio di quest’anno la Dott.ssa Bonello ha viaggiato con un dossier di spessore, che ha documentato le accuse di abusi nella diocesi di Savona – sentenze giudiziarie, lettere, testimonianze, tra cui la corrispondenza tra Joseph Ratzinger e i vescovi Savonesi, contenenti istruzioni inequivocabili per coprire gli incidenti – a Roma.

    Lei è stata ricevuta in Vaticano e ha potuto più volte parlare con il Papa stesso, le è stato anche assegnato un prelato di alto rango che si sarebbe dovuto occupare della questione. “Mi hanno fatto delle assicurazioni”, ha detto poi la Dott.ssa Bonello.

    “Non è successo niente. Assolutamente niente”.

    Ma sette mesi più tardi, quel pomeriggio in libreria a Savona, sei giorni prima della sua morte, non è rimasta che questa triste conclusione: “Non è sucesso niente. Assolutamente niente”. Ha parlato di omertà, il voto fatale del silenzio che è comune in clan mafiosi – e a quanto pare anche in Vaticano.

    Un ultimo barlume di speranza lo aveva sempre: “Con le nomine nuove, presumo che [il cardinale Bagnasco] non ci sarà più. Allora a quel punto potremmo forse vedere se il papa farà qualche cosa.”

    Forse è stata la triste idea di quanto questa speranza fosse infondata. La Dott.ssa Bonello, che non soltanto si è prodigata in modo unico per i pazienti Italiani, ma anche per i poveri e gli ammalati in Romania, si è sparata nella notte tra il 18 e il 19 Settembre verso l’una di mattina con un colpo di pistola in bocca.

    Poco prima di morire ha inviato un messaggio al suo ex marito, che semplicemente diceva: Mauro, perdonami. L’ex marito ha letto il messaggio soltanto la mattina seguente ed è andato immediatamente nell’appartamento di Luisa Bonello nel quartiere Valloria, dove si trovò davanti ad uno scenario “che non auguro al mio peggior nemico.”

    La polizia ha stabilito che la Dott.ssa Bonello aveva telefonato un’ora prima di spararsi ad una sua amica, che non aveva notato niente di strano. “Mi è apparsa allegra, stava bene” ha riferito questa alla poliza.

    Poiché la vita della Dott.ssa Bonello si è conclusa soltanto un’ora più tardi, la polizia ha controllato la memoria del telefonino e del suo computer, dopo chiamate o messaggi, che potrebbero averla scossa, al punto che non volesse più vivere. Istigazione al suicidio, secondo le indagini delle autorità.

    L’hanno suicidata

    L’indagine è in corso. I titoli ed i commenti su internet sono più che chiari: L’hanno suicidata, un termine ancorato in lingua italiana – con riferimento alla mafia! – per un omicidio travestito da suicidio. Finora la polizia ha scoperto che un ispettore dei propri ranghi sia coinvolto nel caso: Alberto Bonvicini, capo della polizia postale di Savona, che avrebbe sfruttato la situazione emotivamente instabile di Luisa Bonello per ottenere da lei soldi e favori. Bonvicini è stato allontanato dall’indagine per circonvenzione di incapace e dichiara la sua innocenza ai media.

    Al funerale della Dott.ssa Bonello il 25 settembre, il parroco Don Giovanni Lupino ha pronunciato parole forti per la depravazione morale dei suoi colleghi, che la Dott.ssa Bonello aveva denunciato due settimane prima in modo disperato. Ha chiesto pene detentive e la rimozione della carica di tutti i sacerdoti condannati. Nella Chiesa domini la verità! disse durante il servizio. E’possibile?

    Vorremmo inchinarci davanti ad una donna che ha trovato la forza di pronunciare il suo j’accuse senza mezzi termini, prima che ne rimase spezzata. Vogliamo mantenere vivo il suo lavoro come la sua eredità, e continuarlo.

    E’ ancora necessario per l’ipotesi di istigazione al suicidio seguire le e-mail o chiamate? Quello per cui gli è costata la vita è documentato senza soluzione di continuità nel suo lavoro. Si è aggiunta nel modo più tragico possibile alle vittime della chiesa, cioè dei suoi metodi da criminalità organizzata. È vittima della corruzione morale della chiesa cattolica. Tutto quello che è accaduto in questo caso ci ricorda il famoso scrittore di copioni per la tivù, che vorremmo chiedere di non esagerare di maniera talmente grossa, perché nessuno vorrebbe credere che cose del genere possano mai succedere nella realtà.

    Francesco Zanardi, che per caso porta lo stesso nome come il Pontefice ma è invece presidente dell’organizzazione “Rete l’abuso”, lo dichiarò già rassegnatamente durante il discorso della Dott.ssa Bonello nella libreria a Savona, sei giornate prima della sua morte: “Sarebbe molto semplice, se il papa volesse davvero risolvere la situazione, imporre ai propri vescovi l’obbligo di denuncia. Questa sarebbe la soluzione più semplice. Purtroppo in questo lato che vedo che la chiesa non voglia intervenire.”

    Il 22 settembre 2014, tre giorni dopo la morte di Luisa Bonello e tre giorni prima del suo funerale, il cardinale Angelo Bagnasco, “questa schifezza”, venne confermato nei suoi incarichi da papa Francesco.

    Traduzione: Elisa Ghezzi, Katja Seel

    Fonte: Netzfrauen

  • Pedofilia, Roma: arrestato don Alessandro De Rossi, prete del quartiere Parioli

    Pedofilia, Roma: arrestato don Alessandro De Rossi, prete del quartiere Parioli

    Il prete, un romano 45enne, avrebbe commesso gli abusi in Argentina. Nel 2013 è stato assegnato alla parrocchia di San Luigi Gonzaga, vicino a piazzale delle Muse

    ROMA – Per l’accusa è un violentatore seriale. Che amava ritrarre le sue piccole vittime in foto e riprenderle con filmati. È Alessandro De Rossi, 45 anni, il sacerdote arrestato per ordine della magistratura di Salta, città argentina quasi al confine con il Cile. Perché è lì, nel Paese di Papa Francesco, che il prete avrebbe commesso gli abusi sessuali.

    In carcere

    Dopo un periodo in Argentina, il sacerdote nel 2013 era stato assegnato alla parrocchia di San Luigi Gonzaga, vicino a piazzale delle Muse, una delle zone più blasonate dei Parioli. Era ricercato dal 26 dicembre scorso e la sua libertà è durata fino al 31, quando la polizia l’ha bloccato.

    Il mandato di cattura

    De Rossi è stato parroco della chiesa Maria Medianera de todas las gracias, nel quartiere Islas Malvinas di Salta, nell’estremo nord dell’Argentina, dove sarebbe stata commessa la violenza sessuale nei confronti di uno o più giovani. Il mandato di cattura è stato emesso dal giudice argentino Diego Rodriguez Pipino, e quindi trasmesso all’Interpol. All’inizio del 2013, l’agenzia cattolica argentina Aica segnalava il ricovero del sacerdote, il 20 gennaio, in un ospedale della città dopo essere stato aggredito a pugni in testa da un giovane di meno di 30 anni, che gli chiedeva denaro e cibo. Dopo l’aggressione il parroco aveva chiesto un periodo di riposo, ma non ha voluto lasciare la città in cui si era trasferito nel 2008, dove si occupava di assistenza ai giovani tossicodipendenti.

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_02/parioli-cella-parroco-accusato-abusi-minori-argentina-382f2cc0-9288-11e4-aaf8-f7f9176948ef.shtml

  • Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Rappresentati ora tutti i continenti. Tra i 17 membri dell’organismo presieduto dal cardinale Sean O’Malley anche un uomo e una donna vittime di preti pedofili

    IACOPO SCARAMUZZI CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco ha completato la Commissione per la tutela dei minori con la nomina di otto nuovi componenti. L’organismo, creato da Jorge Mario Bergoglio per la prevenzione della pedofilia, conta ora 17 membri, rappresentanti di tutti i continenti, tra i quali otto donne, dieci laici e due persone, un uomo e una donna, che da bambini furono abusati da un prete.

    La commissione, annunciata a dicembre dell’anno scorso, è stata creata da Jorge Mario Bergoglio su proposta del Consiglio dei suoi cardinali consiglieri e il coordinatore (oggi definito «presidente») è proprio uno del cosiddetto «C9», il cappuccino statunitense Sean O’Malley, che, da arcivescovo di Boston, negli anni passati ha dovuto affrontare la questione della pedofilia nella sua diocesi.

    La commissione ha tenuto il suo incontro inaugurale dal primo al 3 maggio scorso, erano Marie Collins, irlandese, vittima da bambina di un prete pedofilo, intervenuta già sotto Benedetto XVI a una inedita conferenza sulla pedofilia che fu organizzata dalla Pontificia Università Gregoriana, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei bambini alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

    Oggi, infine, la Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che «il Santo Padre Francesco ha nominato nuovi membri della Commissione per la tutela dei minori, scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti si aggiungono otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Si tratta, ha sottolineato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, di una commissione «interdisciplinare», con otto donne e dieci laici. La prossima sessione plenaria della Commissione avrà luogo, come già anticipato, in Vaticano nei giorni 6-8 febbraio prossimi.

    «Mentre i cattolici si impegnano a rendere le nostre parrocchie, scuole e istituzioni, luoghi sicuri per tutti i minori – affermavano a maggio scorso i membri della commissione – noi ci impegniamo insieme con le persone di buona volontà a garantire che i bambini e gli adulti vulnerabili siano protetti dagli abusi».