Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Papa Francesco

  • Rupnik scagionato, le vittime censurate e ridicolizzate

    Rupnik scagionato, le vittime censurate e ridicolizzate

    «In seno al Centro Aletti è presente una vita comunitaria sana e priva di particolari criticità»; «i membri del Centro Aletti, benché amareggiati dalle accuse pervenute e dalle modalità con cui sono state gestite, hanno scelto di mantenere il silenzio – nonostante la veemenza dei media – per custodire il cuore e non rivendicare una qualche irreprensibilità con cui ergersi a giudici degli altri»; «il Visitatore ha doverosamente esaminato anche le principali accuse che sono state mosse al p. Rupnik, soprattutto quella che ha portato alla richiesta di scomunica. In base al copioso materiale documentario studiato, il Visitatore ha potuto riscontrare e ha quindi segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica. In considerazione della gravità di tali riscontri, il Cardinale Vicario ha rimesso la relazione alle Autorità competenti».

    Questi i punti salienti del comunicato emesso il 18 settembre dal vicariato di Roma in merito all’esito della visita canonica al Centro Aletti di p. Marko Ivan Rupnik, l’ex gesuita accusato da almeno 15 donne per abusi sessuali.  Nel 2020, era incorso  in una scomunica latae sententiae comminata dal Dicastero per la Dottrina della Fede per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. La scomunica era stata revocata poco dopo, dallo stesso Dicastero o da papa Francesco. Il 14 luglio di quest’anno, un decreto di dimissione dalla Compagnia di Gesù firmato dal Padre Generale lo ha espulso dall’Ordine.

    Qui la lettera aperta di alcune sopravvissute agli abusi di p. Marko Rupnik dopo la diffusione del comunicato.

    Per adesioni scrivere a postmaster@italychurchtoo.org

    Al Santo Padre papa Francesco

    Al Cardinal vicario De Donatis

    Al cardinal Matteo Zuppi, presidente della CEI

    Al Cardinal João Braz de Aviz

    I fatti e i comunicati che si sono susseguiti in questi ultimi giorni – l’udienza privata, resa poi pubblica attraverso immagini apparse in rete, concessa dal papa a Maria Campatelli, ex religiosa della Comunità Loyola e attuale presidente del Centro Aletti; e il comunicato diffuso oggi con il report conclusivo della visita canonica realizzata alla comunità del Centro Aletti – ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo.

    In questi due avvenimenti non casuali, anche nella loro successione nel tempo, riconosciamo che alla chiesa non interessa nulla delle vittime e di chi chiede giustizia; e che la “tolleranza zero sugli abusi nella chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi.

    Ci fanno pensare che la retorica che abbiamo visto in scena a Lisbona durante luglio e agosto scorsi è una parola vuota (“Tutti, tutti, tutti sono accolti nella chiesa!”), perché alla fine non c’è posto in questa chiesa per chi ricorda verità scomode.

    Non abbiamo altre parole, perché tutta la sofferenza delle vittime l’abbiamo esposta come una ferita aperta, e certo disgustosa…. E le vittime sono perciò state censurate per non essere state discrete, ma aver esposto qualcosa di ripugnante: il loro dolore, la manipolazione di chi le ha circuite in nome di Cristo, dell’amore spirituale, della Trinità. Hanno esposto il loro dolore perché la manipolazione e gli abusi ne hanno ferito per sempre la dignità.

    Tutto quello che hanno ricevuto e continuano a ricevere è solo silenzio. Soprattutto le vittime dell’abuso di potere da parte di Ivanka Hosta (che per trent’anni ha coperto le nefandezze di Rupnik, ed ha ridotto in schiavitù spirituale coloro che si opponevano ai suoi disegni di rivincita) aspettano una risposta definitiva, chiara, materna da più di un anno. Ma hanno solo ricevuto silenzio.  E con questa relazione oggi pubblicata, che scagiona da ogni responsabilità Rupnik ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata.

    Quel colloquio concesso dal papa a Campatelli, in un clima così familiare è stato sbattuto in faccia alle vittime (queste e tutte le vittime di abusi); un incontro che il papa ha negato loro. Non ha mai neppure dato risposta a quattro lettere di altrettante religiose ed ex religiose della Comunità Loyola che gliele avevano fatte recapitare nel luglio del 2021.

    Le vittime sono lasciate nel grido afono di un nuovo abuso.

    Fabrizia Raguso, docente associata di Psicologia, Universidade Católica Portuguesa di Braga

    Mira Stare, Dr. Theol. Universität Innsbruck

    Gloria Branciani, Licenza in Filosofia

    Vida Bernard, Licenza in Teologia

    Mirjam Kovac, dottorato in Diritto canonico

  • Prete filippino dimesso dallo stato clericale per abusi su minori

    Prete filippino dimesso dallo stato clericale per abusi su minori

    Manila (AsiaNews) – Papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale un sacerdote filippino accusato di abusi sessuali nei confronti dei minori. Si tratta di Pio Aclon, della diocesi Borongan sull’isola di Samar, dove svolgeva il suo ministero in un seminario minore prima che – in seguito a denunce rivelatesi fondate à la diocesi lo sospendesse dalle sue funzioni.

    Nelle messe domenicali di tutte le parrocchie ieri è stata data lettura di una circolare del cancelliere diocesano, risalente allo scorso luglio, nella quale si informa che Pio Aclon “non è più un chierico e non può esercitare il ministero sacerdotale nella Chiesa”.

    In una nota in cui dà notizia del provvedimento l’agenzia di informazione della Chiesa cattolica filippina ricorda che “papa Francesco ha ripetutamente chiesto perdono per gli abusi e ha promesso di perseguire chi li ha commessi e di stabilire giustizia”. Da parte sua la Conferenza episcopale delle Filippine promette “che non ci saranno insabbiamenti su casi di abusi sessuali che coinvolgono il clero” ricordando l’istituzione di un ufficio per la protezione dei minori e il dovere di ogni diocesi di sviluppare un proprio sistema per gestire le segnalazioni di abusi sessuali, secondo quanto stabilito dalle norme emanate dalla Santa Sede.

    https://www.asianews.it/notizie-it/Prete-filippino-dimesso-dallo-stato-clericale-per-abusi-su-minori-59177.html

  • No al Sinodo senza stampa!

    No al Sinodo senza stampa!

    Il matrimonio Chiesa-stampa, benché indissolubile, presentava problemi insondabili. La sua esposizione costituirebbe un completo trattato di ecclesiologia , alla cui redazione dovrebbero partecipare non solo gli esperti della “Scienza Sacra” per eccellenza, la Teologia, ma anche altri, della cui saggezza ed efficacia sono responsabili i laici e le “laiche”.

    La Chiesa era innamorata di quei giornalisti che, poiché erano giornalisti e avevano assunto l’incarico-ministero o ufficio, con disinvoltura e devozione eterna, insistevano nell’usare gli incensieri, dovendo ricorrere, a volte, anche al bisnonno di tutti quanti, che è e si chiama “Botafumeiro”. La critica veniva accolta con molta difficoltà nell’istituzione ecclesiastica , e ancor meno nei suoi livelli gerarchici, per cui gli anatemi, con l’oltraggioso nome di “stampa empia e blasfema”, giustificavano il licenziamento e il licenziamento dei suoi professionisti, e ancor più di quelli contrassegnati con la connotazione di “informatori religiosi”.

    L’incenso, solo l’incenso e più quello direttamente individualizzato offerto per imperativo liturgico al “celebrante principale” – in un atto di culto più che discutibile alla sua persona -, dovrebbe essere e fissare lo standard da seguire in relazione all’informazione- comunicazione “religiosa”. Lo stile e la presentazione della notizia avrebbero dovuto essere inesorabilmente accoppiati allo specifico “panegirico” del classico “sacro oratorio”, con ricchezza di lode divina e umana, anche in latino e gregoriano.

    Danni alla libertà di stampa

    In totale disaccordo con l’informazione sulla formula che sembra imporsi nel rapporto Sinodo-Stampa, sono pronto ad affermare che, con ciò, la libertà di stampa deve subire un danno grave e irreparabile. È inoltre superfluo avvertire, in quanto superfluo, che, con i mezzi tecnici oggi a disposizione, un’intenzione così presunta e pretenziosa non ha senso. Oggi non c’è e non può esserci nulla di nascosto. Neppure nella Chiesa , nella quale, per grazia di Dio, la trasparenza ne è lo specchio.

    Come è possibile pensare e decidere che, per il bene della Chiesa e in pieno Sinodo, gli informatori non potranno essere presenti alle sue sessioni , e dovranno utilizzare le “comunicazioni” ufficiali predisposte con l’approvazione di Paolo? Ruffini, prefetto del corrispondente dicastero romano? Può questo sistema continuare a chiamarsi “libertà di stampa”, con l’ulteriore pretesa che “in questo modo si evita il sensazionalismo”? Tutti i sensazionalismi dovrebbero essere peggiorativi di per sé e non “portatori di sensazioni buone e meravigliose catturate ed espresse dai sensi”, come dice la RAE? E chi verrebbero dichiarati esperti nella classificazione del sensazionalismo? Lo sarebbero i vescovi e i loro satelliti?

    In che misura e proporzione i professionisti del campo della comunicazione non hanno deciso di fare a meno di riferire su tutto ciò che riguarda il Sinodo, limitandosi semmai a dare esecuzione a comunicazioni monsignoriali con il marchio “ Ruffini ” ?

    Una stampa libera sarà sempre e in ogni cosa garante fedele ed efficace della verità. Addomesticati, limitati e accolitati, il Sinodo, i sinodi e i “sinodla” non cesseranno di essere un altro episodio ecclesiastico con cui si intende relegare parte dei gravi problemi che definiscono oggi la Chiesa e per la cui soluzione Papa Francesco incarna soluzioni, che, appunto, e provvidenzialmente, coincidono con quelle previste dal Sinodo.

    E il Vangelo non divide il genere umano in due parti: Chiesa e mondo. Questa, e la sua storia, rientrano nella stessa definizione di Chiesa. Il carisma della lingua non è posseduto soltanto dagli uomini e dalle donne della Chiesa ufficiale e gerarchica , comunque “cattolica, apostolica e romana” venga chiamata, al dettato, e con generose benedizioni, del corrispondente dicastero curiale, presieduto finita in questo caso di Ruffini.

    https://www.religiondigital.org/opinion/Sinodo-Prensa_0_2595640412.html

  • Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo

    Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo

    di Federico Tullli – In tanti giustamente ci chiedono Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo.

    Una premessa fondamentale. “Pedofilia” è un termine improprio giacché di “philos”, di amorevole o amichevole nei confronti del bimbo non c’è nulla. Si tratta infatti di una violenza talmente distruttiva che la psichiatria moderna la definisce un «omicidio psichico», termine coniato dalla psicoterapeuta e ricercatrice Maria Gabriella Gatti. In tal senso la definizione più esaustiva è quella dello psichiatra Massimo Fagioli: «La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino».

    Per quanto riguarda la pedofilia clericale questa ha dei propri tratti specifici. Tratti che non sono certo quelli descritti da papa Francesco che sin dai primi giorni del suo pontificato mise in chiaro come la pensasse: «La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla». Cioè in Vaticano la violenza di un adulto su un bimbo inerme sarebbe qualcosa di astratto, un peccato, non è un crimine contro la persona ma un’offesa a Dio e nei casi più gravi (per la Chiesa), quelli compiuti durante il rito della confessione, un’offesa al sacramento. Anche qui c’è un annullamento o quanto meno una negazione della realtà del bambino. La vittima scompare e il prete va curato perché ha offeso Dio. Si tratta di una visione umanamente inaccettabile.

    Chi è dunque il prete pedofilo. Come tutti i pedofili ha delle modalità di comportamento equiparabili a quelle di un serial killer. È una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza. Il pedofilo è estremamente lucido, razionale, privo di affetti ed emozioni. Sceglie con cura le vittime. Ed ecco il sacerdote che sfrutta la sua autorità e la sua paternità fittizia, si fa chiamare “padre”, per circuire il bimbo più vulnerabile tra quelli della sua parrocchia. Si sostituisce alle sue figure adulte di riferimento, acquista la sua fiducia, lo isola con sotterfugi e poi passa dalla violenza psicologica a quella fisica. Tutto questo, avviene nella lucida consapevolezza di poter agire pressoché indisturbato, grazie alla “copertura” delle proprie istituzioni, e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa se questo comporti la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

    Fonti: Adista, Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro ed., 2014), www.vatican.va

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 1 del 9 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 1 del 9 settembre

    • 1- Ludovica Eugenio – “Porta del Vaticano intrisa del sangue di persone abusate dalla Chiesa cattolica”

    Si intitola “Porta del Vaticano intrisa del sangue di persone abusate dalla Chiesa cattolica” l’ultima opera dell’artista concettuale dissidente russo Andrei Molodkin, 57 anni, noto per l’uso di sangue umano e petrolio greggio nelle sue installazioni audaci e provocatorie, veri atti simbolici di denuncia politica, come la scultura di Putin riempita con il sangue di soldati ucraini del 2022. Molodkin, che vive in Francia, torna infatti ora in Italia con una performance destinata a provocare, se riuscirà a essere realizzata, un forte impatto: secondo quanto riporta il 2 settembre Sky News, tra poche settimane una scultura che rappresenta le chiavi di Pietro, antico emblema cristiano simbolo dell’autorità pontificia, verrà riempita del sangue donato da una quarantina di vittime di abusi e la sua immagine proiettata sulle porte della Basilica di San Pietro.

    Molodkin ha detto a SkyNews di aver scelto di protestare contro gli abusi nella Chiesa cattolica perché si tratta di una “organizzazione potente” con “molti segreti oscuri”, e di aver tratto ispirazione dalla protesta della cantante irlandese Sinead O’Connor, deceduta recentemente, contro gli abusi nella Chiesa cattolica, quando nel 1992 sul palco strappò una foto di papa Wojtyla.

    All’iniziativa parteciperà anche un prete sopravvissuto ad abusi da bambino; “La scultura – ha annunciato l’artista – è pronta a ricevere il sangue delle persone abusate dalla Chiesa cattolica, per dare loro voce”. Quale sarà la reazione in Vaticano? “Penso che ne rimarranno scioccati e sorpresi – ha detto Molodkin. “Vedere questo simbolo sacro… con il sangue delle persone maltrattate, sarà sconvolgente”.  Il sangue umano, spiega, è presente nelle sue opere in seguito al suicidio di un amico, abusato dai superiori mentre prestava servizio nell’esercito sovietico. Qui il suo obiettivo è, dichiara, «offrire semplicemente una piattaforma affinché le persone che hanno subito abusi possano uscire dal silenzio”. “Il mio intento non è distruggere, ho solo dato alle persone una voce formale per poter parlare”.

    FONTE: Sky NEWS24


    • 2- Francesco Zanardi – “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    Una croce infilzata da sandali – gli stessi a occhio di bue che indossava Elisa Claps quel 12 settembre del 1993.

    Il prossimo 12 settembre, una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne. La stessa chiesa in cui è stata ritrovata cadavere dopo ben 17 anni, a 15 metri di distanza dall’altare.

    La sta assemblando il regista e attore teatrale Ulderico Pesce, con i sandali della comunità potentina “Per chiedere al Papa che quella chiesa chiuda come luogo di culto, non può venire riaperta per pregare, ci hanno scannato un agnello innocente e ce l’hanno tenuto nascosto per 17 anni. Va sconsacrata e utilizzata per accogliere donne in pericolo, proprio come Elisa.

    Nella Chiesa in cui Elisa ha trovato la morte per difendersi dal suo stalker e aggressore Danilo Restivo – ora all’ergastolo nel Regno Unito dove si era rifugiato dopo la scomparsa della Claps e dove nel 2002 ha ucciso la sua vicina di casa – è stata ritrovata una targa, accolta con evidente incredulità e sdegno dai potentini, specchio tangibile del sentire comune.

    Dopo la riapertura, lo scorso il 24 agosto come annunciato e previsto dall’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio, “in sintonia con Papa Francesco”, il giorno stesso sempre il regista Ulderico Pesce ha acceso i fari su questa targa mai vista prima perché piazzata lì, nel luogo di sepoltura coatta di Elisa, pochi mesi prima che la ragazza venisse ritrovata nel sottotetto e che la Trinità venisse chiusa e messa sotto sequestro.

    Su quella targa c’è scritto in latino che viene onorato “un grande formatore della disciplina degli adolescenti” per celebrare il parroco che quel giorno, dopo che Elisa scomparve da quella Chiesa, invece di chiamare la Polizia e far partire le ricerche, decise di chiudere tutto, portarsi le chiavi e andarsene alle terme.

    Nel dialogo tra le parti sulla possibile riapertura si era convenuto “che per i cattolici, al fine di custodire al meglio la memoria di Elisa non c’è modo più appropriato della preghiera”, si legge dalla nota stampa del vescovo Ligorio. Papa Francesco ha scritto a Filomena Iemma, madre di Elisa, per sottolineare questa necessità. E sempre Bergoglio, l’11 luglio da Casa Santa Marta aveva scritto a Ligorio per “ringraziarlo per la sua visita e per la cordialità manifestatami”, a riprova che c’era da tempo una visione comune sul destino della chiesa simbolo della “Potenza bene”.

    “Nessuno entri in quella chiesa”, dice intanto a uno dei due fratelli di Elisa, Gildo Claps, “Perché quella targa è un ennesimo sfregio alla famiglia e Elisa stessa” così come ritiene “la lettera del Papa di cattivo gusto.

    FONTE: Il Fatto Quotidiano


    • 3- Federico Tulli – Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo

    In tanti giustamente ci chiedono Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo.

    Una premessa fondamentale. “Pedofilia” è un termine improprio giacché di “philos”, di amorevole o amichevole nei confronti del bimbo non c’è nulla. Si tratta infatti di una violenza talmente distruttiva che la psichiatria moderna la definisce un «omicidio psichico», termine coniato dalla psicoterapeuta e ricercatrice Maria Gabriella Gatti. In tal senso la definizione più esaustiva è quella dello psichiatra Massimo Fagioli: «La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino».

    Per quanto riguarda la pedofilia clericale questa ha dei propri tratti specifici. Tratti che non sono certo quelli descritti da papa Francesco che sin dai primi giorni del suo pontificato mise in chiaro come la pensasse: «La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla». Cioè in Vaticano la violenza di un adulto su un bimbo inerme sarebbe qualcosa di astratto, un peccato, non è un crimine contro la persona ma un’offesa a Dio e nei casi più gravi (per la Chiesa), quelli compiuti durante il rito della confessione, un’offesa al sacramento. Anche qui c’è un annullamento o quanto meno una negazione della realtà del bambino. La vittima scompare e il prete va curato perché ha offeso Dio. Si tratta di una visione umanamente inaccettabile.

    Chi è dunque il prete pedofilo. Come tutti i pedofili ha delle modalità di comportamento equiparabili a quelle di un serial killer. È una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza. Il pedofilo è estremamente lucido, razionale, privo di affetti ed emozioni. Sceglie con cura le vittime. Ed ecco il sacerdote che sfrutta la sua autorità e la sua paternità fittizia, si fa chiamare “padre”, per circuire il bimbo più vulnerabile tra quelli della sua parrocchia. Si sostituisce alle sue figure adulte di riferimento, acquista la sua fiducia, lo isola con sotterfugi e poi passa dalla violenza psicologica a quella fisica. Tutto questo, avviene nella lucida consapevolezza di poter agire pressoché indisturbato, grazie alla “copertura” delle proprie istituzioni, e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa se questo comporti la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

    Fonti: Adista, Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro ed., 2014), www.vatican.va


    • 4- Federica Tourn – A Ginevra, la diocesi mette in discussione le opere di Marko Rupni

    La diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha costituito un gruppo diocesano di riflessione per valutare l’opportunità di smantellare le opere dell’ex gesuita Marko Rupnik, dimesso dalla Compagnia di Gesù lo scorso14 luglio e accusato di aver abusato di almeno una ventina di donne. Il Centro Aletti, a lungo diretto da Rupnik, ha infatti realizzato in collaborazione con l’atelier peruviano Encañada  il “Cammino di gioia”, un progetto inaugurato nel 2019, che comprende 13 mosaici collocati in 12 luoghi di culto nel cantone di Ginevra. L’équipe diocesana dovrà valutare l’impatto della vita personale dell’artista sulla sua arte e l’effetto che le opere hanno sulle vittime. «I membri di questa équipe hanno svolto un’ampia consultazione con esperti ed enti competenti, oltre che con le persone coinvolte nella creazione di questo percorso artistico», ha spiegato Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Fra le associazioni che collaborano c’è anche il gruppo Sapec, che nel 2016 ha promosso la Cecar, la Commissione indipendente sugli abusi nella chiesa in Svizzera.

    Una decisione simile è stata presa lo scorso marzo a Lourdes, quando il rettore del Santuario Michel Daubanes e il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas hanno costituito un gruppo di lavoro per verificare l’opportunità di rimuovere i mosaici realizzati da Rupnik nel 2007 sulla facciata della Basilica del Rosario. Molte vittime in pellegrinaggio al Santuario infatti, hanno dichiarato che non riescono più a pregare di fronte alle immagini realizzate da un abusatore.

     «Non si può separare l’arte di Rupnik dalla violenza psicologica, sessuale e spirituale imposta alle vittime, che spesso erano anche le sue prime modelle», ha protestato una delle religiose che ha testimoniato di fronte ai gesuiti di aver subito molestie da Rupnik quando era ospite del Centro Aletti. Diverse ex sorelle della comunità Loyola hanno raccontato al quotidiano Domani che il sacerdote le avvicinava convincendole che l’arte è un modo per vivere la fede e poi, usando abilmente il suo carisma spirituale, abusava di loro. «Bisogna anche considerare che a comporre concretamente i mosaici c’erano anche tante artiste, alcune delle quali erano loro stesse vittime di Rupnik», ha detto la religiosa.

    Fonte: Domani


    5- Pierelisa Rizzo – Manfredonia. “Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. 

    Sono ormai decine le testimonianze di giovani o meno giovani che confessano di essere stati oggetto di interesse sessuale da parte di sacerdoti. Oggi ve ne raccontiamo una.  “Sono anni che ho lasciato Manfredonia e vivo in Inghilterra – racconta Francesco, il nome è di fantasia –  Ero rimasto in buonissimi rapporti con tutti i sacerdoti tra cui Giuseppe, anche il nome del sacerdote di cui parla il ragazzo è, chiaramente, di fantasia.- Proprio con lui ci eravamo sentiti due anni fa e avendo saputo che sarei sceso a Manfredonia per le ferie estive, mi chiese di andare a prendere un caffè insieme”.

    Ma le cose non andarono come il giovane, che ha raccontato tutto dalle pagine del giornale on line Statoquotidiano, pensava. Dopo una serata in compagnia ed un aperitivo, infatti, il sacerdote invita il giovane a casa sua per una cena. Ed è lì che avviene l’approccio con chiaro intento di fare sesso con il giovane. “A quel punto me ne andai di corsa spaventato.

    Non ho denunciato questa situazione, no. – racconta il ragazzo-  Ho contattato solo  un altro sacerdote di Manfredonia, riferendogli quanto accaduto. Purtroppo, io, avendo precedenti penali per fatti avvenuti più di 12 anni fa, ho avuto paura di ritornare in tribunale e magari di non essere creduto dal giudice o da chi di dovere”. Ancora scosso per quanto vissuto, il giovane continua a chiedersi “Cosa sarebbe accaduto se, al posto mio ci fosse stato un bambino indifeso?”.

    FONTE: Stato Quotidiano


    • 6 – Alessio Di Florio – Ogni secondo conta, necessario agire a livello europeo

    Ogni secondo è prezioso, vitale, salva la vita. È quel che accade con il soccorso, con persone ferite o una malattia. Agire tempestivamente può fare la differenza tra la vita e la morte. Lo è nel soccorrere o curare e può esserlo anche in altri ambiti. Ogni ritardo contro gli abusi sessuali, ogni secondo perso prima di impegnarsi concretamente ci sono nuovi abusi, stupri, violenze. è giunto il momento di agire a livello europeo per trovare una soluzione al problema degli abusi sui minori della mancanza di una rivalutazione storica della questione. A lanciare l’allarme è la NGO Justice Initiative – lanciata dalla svizzera Fondazione Guido Fluri che ricorda come ancora oggi, queste vittime soffrono per gli abusi subiti in passato. In alcuni paesi europei sono stati fatti degli sforzi per rimediare alle loro sofferenze, ma nella maggior parte degli Stati la questione non è stata affrontata in maniera seria.

    Due le direttrici principali dell’azione di Justice Initiative: mozione a riguardo è stata depositata presso il Consiglio d’Europa, che si sta occupando del dossier per il passato su cui si chiede verità, riconoscimento, riparazione e prevenzione.

    Una petizione, ancora in corso, per chiedere che Bruxelles assuma una posizione di leadership mondiale e voti a favore dell’attuale proposta di legislazione CSAM dell’UE, rendendo internet #safeforkids è la direttrice per il futuro.

    Justice Initiative ha promosso l’esposizione fotografica itinerante “SHAME – European Stories” realizzata dal fotografo italiano Simone Padovani allestita con successo in numerose città, Un catalogo che riunisce i ritratti delle vittime facenti parte del progetto “SHAME – European Stories” è già stato pubblicato in sette lingue.

    Il progetto è appoggiato sostenuto e condiviso da numerosi associazioni nazionali e internazionali tra le quali troviamo: Rete L’Abuso, Ecpat, Emergency, Chile Safety On, Cnca, La Gabbianella, Eca Global, Brave Movement, Snap, e tantissime altre che trovate nel sito di Justice Iniziative.

    FONTE: Justice Initiative – Vera Pagnoni


    Ne “Gli Speciali” di questa settimana, il dottor Dante Ghezzi spiega il trauma dell’abuso sessuale

     

  • “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    Una croce infilzata di sandali – gli stessi a occhio di bue che indossava Elisa Claps quel 12 settembre del 1993 – il prossimo 12 settembre, partendo dalla Torre Guevara di Potenza attraverserà la città in testa a una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne quella domenica mattina, la Chiesa della Santissima Trinità. La stessa chiesa in cui è stata ritrovata cadavere dopo ben 17 anni, a 15 metri di distanza dall’altare, dove in molti immaginavano fosse.
    La sta assemblando il regista e attore teatrale Ulderico Pesce, con i sandali della comunità potentina e non solo (perché lo sdegno per ciò che è accaduto a partire da quel 12 settembre ha scavalcato i confini lucani) “Per chiedere al Papa – spiega Pesce – che quella chiesa chiuda come luogo di culto, non può venire riaperta per pregare, ci hanno scannato un agnello innocente e ce l’hanno tenuto nascosto per 17 anni. Non solo è stato sede di omicidio brutale: Don Mimì Sabia ha contribuito a creare quello scandalo, va sconsacrata e utilizzata per accogliere donne in pericolo, proprio come Elisa, perché perseguitate dall’ex fidanzato o marito, andranno lì per chiedere aiuto e salvarsi”.

    La targa
    Nella Chiesa in cui Elisa ha trovato la morte per difendersi dal suo stalker e aggressore Danilo Restivo che ora sta pagando con l’ergastolo nel Regno Unito dove si era rifugiato dopo la scomparsa della Claps e dove nel 2002 ha ucciso la sua vicina di casa, la sarta Heather Barnett, è stata ritrovata una targa, accolta con evidente incredulità e sdegno dai potentini come emerge dai commenti sui social, specchio tangibile del sentire comune. Dopo la riapertura, lo scorso il 24 agosto come annunciato e previsto dall’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio, “in sintonia con Papa Francesco” e affidandosi “all’intercessione del Santo Patrono, San Gerardo Vescovo”, il giorno stesso sempre il regista Ulderico Pesce ha acceso i fari su questa targa mai vista prima perché piazzata lì, nel luogo di sepoltura coatta di Elisa, pochi mesi prima che la ragazza venisse ritrovata nel sottotetto e che la Trinità venisse chiusa e messa sotto sequestro.

    Su quella targa c’è scritto in latino che viene onorato “un grande formatore della disciplina degli adolescenti” per celebrare il parroco che quel giorno, dopo che Elisa scomparve da quella Chiesa, invece di chiamare la Polizia e far partire le ricerche, decise di chiudere tutto, portarsi le chiavi e andarsene alle terme. “Forse la fece piazzare il precedente vescovo Agostino Superbo – scrive ancora Pesce – quello che dichiarò ai magistrati che era a Satriano e che invece le cellule telefoniche intercettarono a Potenza su Ponte Nove. Forse la fece mettere lui lì a lapide. Magari sotto la pressione dei potentini che conservano i vestiti di don Mimi come reliquie. Il vescovo Ligorio, che sta per andare in pensione, povero, ha lavorato tanto, l’avrebbe messa sull’altare. Ha riaperto la chiesa con la lapide per don Mimì senza arrossire”, si legge dal suo post.

    La riapertura
    Nel dialogo tra le parti sulla possibile riapertura si era convenuto “che per i cattolici, al fine di custodire al meglio la memoria di Elisa non c’è modo più appropriato della preghiera”, si legge dalla nota stampa del vescovo Ligorio. Papa Francesco ha scritto a Filomena Iemma, madre di Elisa, per sottolineare questa necessità. E sempre Bergoglio, l’11 luglio da Casa Santa Marta aveva scritto a Ligorio per “ringraziarlo per la sua visita e per la cordialità manifestatami”, a riprova che c’era da tempo una visione comune sul destino della chiesa simbolo della “Potenza bene”. “Nessuno entri in quella chiesa”, dice intanto a FQMagazine uno dei due fratelli di Elisa, Gildo Claps, “Perché quella targa è un ennesimo sfregio alla famiglia e Elisa stessa” così come ritiene “la lettera del Papa di cattivo gusto.

    Gesti che non fanno che aggiungere amarezza, hanno perso l’occasione di sanare una ferita”. Non entrare in quella chiesa “è l’unico segnale coraggioso che può arrivare da una comunità che si sta svegliando dal torpore”, aggiunge Claps. Forse Potenza non è più “città dell’apparenza”, come si intitola anche uno degli episodi della serie podcast uscita nei giorni scorsi di Pablo Trincia, intitolata “Dove nessuno guarda” (disponibile su Spotify) che contiene nuovi risvolti sul caso Claps, sulla figura dell’omicida Danilo Restivo e del Parroco, ribattezzato in città Don Mimì “Sapìa” che in dialetto potentino significa “sapeva”. Così almeno era scritto sui muri della città fino a pochi anni fa.

    Don Mimì
    “Per 15 anni ha detto la messa a 15 metri dal corpo di Elisa e non ha visto nulla. E fanno molti lavori negli anni vicino al corpo di Elisa e non vede niente”, così sempre Ulderico Pesce che a Elisa ha dedicato uno spettacolo teatrale. Chi era don Mimì e cos’ha fatto per attirare su di sé tante critiche, anche dopo la sua morte, senza che gli sia concessa la dose minima di umana pietas riservata ai defunti? Questo è impossibile dirlo con certezza, ci si può solo limitare a un’attenta ricostruzione dei fatti.
    La santissima Trinità era un luogo di culto particolare, in quegli anni era un centro del potere tant’è che lo stesso don Mimì diceva di rispondere direttamente al Vaticano. In quella chiesa, quel giorno, l’ultimo della sua vita, Elisa accettò di incontrare Restivo dopo le sue insistenti richieste, come aveva detto alla sua amica Eliana da cui si distaccò per pochi minuti e come lui stesso ammise. Ma Restivo disse di averla vista poi uscire dalla porta principale.

    Elisa non ha mai lasciato quella chiesa in cui fu assassinata con 19 coltellate per difendersi da un’aggressione sessuale da parte di Danilo che in città era noto come “il parrucchiere” per l’abitudine di tagliare compulsivamente ciocche di capelli alle ragazze che incontrava al cinema, sull’autobus, per strada. Quando era adolescente aveva quasi ucciso un ragazzino di dieci anni con un taglio alla gola, recidendogli quasi l’aorta (fonte: il podcast di Trincia) ma poi tutto era stato coperto, afferma nella serie la cugina del ragazzino che era con lui quel giorno, con una cifra consistente di denaro offerta dalla famiglia ai genitori che purtroppo versavano in serie difficoltà economiche.

    Aveva anche già molestato quattro studentesse e questo però era noto agli inquirenti che si videro strappare via le indagini, trasferite dalla Procura di Potenza a quella di Salerno dopo che il marito del magistrato potentino che le dirigeva, Felicia Genovese, fu accusato da un pentito di aver ricevuto dei soldi, 100 milioni di lire, per deviarle. Poi fu prosciolto ma non erano state comunque indagini risolutive le sue. A Salerno la Procura accertò, dopo il ritrovamento, che c’era il Dna di Restivo sul corpo della ragazza. Ma lui intanto era in Inghilterra dove aveva già brutalmente ucciso un’altra donna innocente. Ciò che sembra ormai certo è che “Restivo non può aver nascosto da solo il cadavere – aveva detto Claps a FQ pochi mesi fa – perché non c’era con i tempi.

    Quel giorno credo abbia lasciato Elisa lì, agonizzante. Dopo, è corso al pronto soccorso per farsi medicare la ferita da taglio alla mano, refertata come una ferita da caduta in base a quanto lui stesso dichiarò, poco verosimilmente. È scappato via dalla Chiesa prima delle 12,30, quando avrebbe poi incrociato le persone che sarebbero entrate per la messa. Il corpo di mia sorella è stato trascinato nel punto più lontano del sottotetto e ricoperto di materiale di risulta. In base alle perizie, emerse che fu fatto un foro nel tetto per fare uscire i miasmi del cadavere. Qualcuno è andato lì per sistemare tutto. Restivo ha goduto di tanta complicità e questo porta ancora tanta amarezza alla mia famiglia”.

    Il sottotetto
    Il primo istinto della famiglia quella stessa domenica fu di far riaprire la chiesa: la navata, l’altare. C’era una porta che andava verso l’alto, fu chiesto di aprirla dai familiari ma dissero che le chiavi erano nella disponibilità esclusiva del Parroco, Domenico “don Mimì” Sabia, che era partito all’improvviso per tre giorni alle terme. Non è mai stato fatto un sopralluogo in quella chiesa, mai un’ispezione accurata, “nonostante un ispettore di polizia avesse avuto una soffiata da un confidente che gli disse che il corpo di Elisa era lì. Fino alla morte di don Mimì, quella porta è stata invalicabile”, ci aveva detto Gildo Claps.

    Le iniziative
    Oltre alla marcia del 12 settembre, il 4 settembre il presidio Libera di Potenza organizza un ascolto del podcast di Trincia nella sala convegni del Cestrim, in una sorta di avvicinamento al percorso del 12, ai “cento passi che dividono la casa di Elisa dalla Chiesa in cui la ragazza trovò la morte 30 anni fa. E dal 12 settembre sarà disponibile il libro di Maria Grazia Zaccagnino, “Io sono Elisa Claps” che raccoglie pagine dai diari della ragazza, per affermare simbolicamente il ‘ritorno’ di Elisa proprio in occasione dell’anniversario della sua scomparsa. Quel giorno a Potenza ci sarà la prima presentazione del libro in un luogo ancora da definire. “Leggendo i diari, ho scoperto un’altra Elisa – ha affermato Gildo a FQ – non sapevo fosse una ragazza così tanto profonda”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/09/02/nessuno-entri-in-quella-chiesa-lappello-dei-familiari-di-elisa-claps-dopo-la-riapertura-delledificio-in-cui-la-ragazza-mori-e-fu-sepolta/7278542/

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Prete imputato a Enna, altra denuncia contro giornalista Per la prima querela Procura aveva chiesto archiviazione

    Prete imputato a Enna, altra denuncia contro giornalista Per la prima querela Procura aveva chiesto archiviazione

    (ANSA) – ENNA, 30 AGO – Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori ha, nuovamente, denunciato la giornalista Pierelisa Rizzo.

    La Procura di Enna aveva già chiesto l’archiviazione per la prima denuncia, ritenendola infondata. “Qualche giorno fa, Papa Francesco ha ricevuto il premio giornalistico 2023 – dice Rizzo – Mi piacerebbe saper se sa che, i suoi preti, accusati in aule di Tribunali di pedofilia, provano a zittire i giornalisti denunciandoli ripetutamente con querele, chiaramente, temerarie, al solo fine di farli tacere”.

    Dopo la prima denuncia del 2022, che riguardava la pubblicazione di chat a sfondo sessuale, contenute nell’ordinanza di arresto del sacerdote, intercorse tra Rugolo e un giovane, l’articolo incriminato, questa volta, riguarda il resoconto di una udienza dello scorso giugno.

    La giornalista racconta di un video proiettato in aula nel quale si vede il sacerdote in atteggiamenti poco consoni a un prelato con un giovane. I legali del vescovo, sia nella prima che nella seconda denuncia, hanno chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della giornalista.

    “Il problema di questo processo, secondo i legali del sacerdote imputato, è proprio la stampa – aggiunge Rizzo – Trincerandosi dietro il fatto che il processo si celebra a porte chiuse, hanno provato in tutti i modi e varie volte, a farci tacere.

    Credo che la rilevanza pubblica di questi fatti, in una città nella quale padre Rugolo ha occupato un posto di rilievo per le sue attività, non può e non deve farci tacere” .

    La giornalista accusata di diffamazione e di diffusione di atti procedurali è difesa dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del Foro di Enna e dall’avvocato Giovanni Di Giovanni, del Foro di Caltanissetta. (ANSA).

    APE

  • La missione pontificia che indaga sugli abusi della congregazione peruviana Sodalicio prepara un rapporto con i racconti delle vittime

    La missione pontificia che indaga sugli abusi della congregazione peruviana Sodalicio prepara un rapporto con i racconti delle vittime

    Pedro Salinas è agnostico, ma da decenni attende un miracolo: la soppressione del Sodalicio, la congregazione religiosa che lo ha manipolato durante l’adolescenza e la prima giovinezza. Vale a dire che perde l’approvazione canonica che Papa Giovanni Paolo II le diede nel 1997, conferendole lo status di società di vita apostolica, e i suoi membri vengono giudicati come civili e non si nascondono più sotto l’abito talare della Chiesa cattolica . Salinas vuole giustizia per le decine di vittime che affermano di essere state torturate fisicamente, psicologicamente e sessualmente in nome di un carisma divino, ma vuole anche una chiusura per questa storia che, a suo dire, lo ha scuoiato. Ha scritto due libri per smantellare quelle che sostiene essere le grandi bugie di questa organizzazione:Half Monks, Half Soldiers (2015), coautore con la collega giornalista Paola Ugaz, e No News from God (2022).

    Con questo voluminoso libro di quasi 900 pagine, Pedro Salinas si è recato l’ultimo martedì di luglio nella sede della Nunziatura Apostolica del Perù, nel quartiere borghese di Jesús María, a Lima. Ad attenderlo un duo che gli ha ridato la fede: l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna e il sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, un tandem che in passato ha indagato sugli abusi del sacerdote cileno Fernando Karadima, inviato questa volta da papa Francesco a indagare fondo al Sodalicio de Vida Cristiana.Quello di Salinas è stato il primo di una serie di incontri durati quasi una settimana, in una saletta piccola e austera al primo piano della Nunziatura. «È la Bibbia del Sodalicio», dissero entrambi a Salinas, sollevando il suo libro, che avevano già letto grazie a un araldo che mesi fa lo aveva donato al Papa in Vaticano.

    Le domande avevano un livello di dettaglio che ha stupito il giornalista. Si è parlato di una lettera mai esistita: nel 2018 una ventina di ex membri, molti dei quali vittime sessuali, hanno accettato di firmare insieme ai vescovi della Conferenza Episcopale Peruviana un documento per affermare che il “DNA del Sodalicio è quello di un’organizzazione settaria e distruttiva che non ha nulla a che vedere con la Chiesa cattolica”. L’evento è stato senza precedenti e ha rappresentato un duro colpo per la congregazione, ma non è stato consumato. Gli hanno anche chiesto di un incidente contemplato nel suo lavoro: una testimonianza anonima di qualcuno che afferma di essere stato abusato da Luis Fernando Figari alla fine degli anni Sessanta, prima che fondasse il Sodalicio nel 1971.

    Come hanno raccontato altre vittime, la dinamica è stata la seguente: Scicluna ha fatto domande e Bertomeu ha preso appunti su un laptop ed è intervenuto di tanto in tanto per precisare alcune cose. Entrambi non hanno emesso giudizi di valore. Erano lì principalmente per ascoltare. Tutti concordano che qui sta la grande differenza con altri inviati della Chiesa: l’essersi sentiti ascoltati per la prima volta. Un altro aspetto che Salinas mette in evidenza è che, grazie alla missione, si sono visti sfilare gli alti dirigenti del Sodalicio, come il colombiano José David Correa, superiore generale, o il sacerdote Jaime Baertl, accusato dalle inchieste giornalistiche come colui che controlla le attività economiche energia. “Non rilasciano dichiarazioni alla stampa. La sua strategia per tutta la vita è mantenere un basso profilo e questo è stato rotto con questa visita. Dopo che il caso è venuto alla luce del pubblico,

    Attualmente tre componenti del Sodalicio sono indagati dalla Procura per presunto riciclaggio. Si presume che utilizzino società offshore a Panama e nelle Isole Vergini per evadere la tassa nelle attività minerarie della congregazione. Oltre alla predicazione del Vangelo, questo gruppo di laici ha consolidato una partecipazione imprenditoriale in vari campi: sanità, istruzione, esportazioni agricole, proprietà immobiliari, servizi funebri e miniere. L’audit inviato dal Papa ha incontrato anche la comunità contadina di San Juan Bautista del distretto di Catacaos, nella regione di Piura, che accusano che 11.000 ettari delle loro terre sono messi in pericolo da aziende legate al Sodalicio.

    Il Sodalicio si è rifiutato di rispondere alle domande di EL PAÍS e si è limitato a condividere un comunicato che ha pubblicato sul proprio sito web dove afferma di aver “collaborato diligentemente con gli inviati del Santo Padre e di aver fornito loro informazioni aggiornate sul processo di cura e riparazione delle vittime di abusi”. Per quanto riguarda le questioni economiche, indicano che “si impegnano a fornire ulteriori informazioni in modo chiaro e completo entro i termini stabiliti”.

    Óscar Osterling Castillo, che ha trascorso vent’anni legato al Sodalicio fino alle sue dimissioni nel 2012, tiene una stima di coloro che hanno subito vessazioni di vario genere. “Quasi 430 persone sono entrate nel Sodalicio fino al 2012. Di queste, poco più di 300 si sono ritirate, difficilmente c’è stato un solo Sodalit che non sia stato vittima e che non sia stato abusatore in questa dinamica. Non ho denunce di abusi sessuali, ma ho maltrattato psicologicamente molte persone a cui ho chiesto perdono”, dice Osterling, che è stato anche uno dei primi a incontrare la missione Scicluna-Bertomeu.

    “Mi hanno chiesto se il Sodalicio si poteva correggere o se ne consigliavo lo scioglimento. E ho detto loro che ero convinto che la cosa più giusta fosse scioglierlo, perché da quando sono apparse le lamentele hanno avuto molti anni per riformarsi e non solo non l’hanno fatto, ma non hanno mostrato alcun comportamento di pentimento. Hanno creato un nuovo consiglio di amministrazione che finisce per essere una maschera per i vertici”, afferma Osterling.

    All’età di 50 anni, Osterling, divenuto Superiore di Comunità in quel gruppo religioso, riflette che uno degli effetti più gravi degli ex Sodalit è il non riuscire a reintegrarsi nel mondo del lavoro. “Ho studiato educazione e non ho insegnato da nessuna parte, perché vivevo in una comunità. Conosco casi di persone che non hanno mai studiato una laurea. Si ricorre a mille modi, si intraprende, ma è una conseguenza dell’essere vittima. Il Sodalicio ha stroncato la vita a tante persone”, dice.

    Anche Martín López de Romaña e suo fratello Vicente, più giovane di tre anni e mezzo, sono stati interrogati da inviati speciali di papa Francesco. Martín ha pubblicato nel 2021 La gabbia invisibile,una testimonianza coraggiosa e straziante dove ha incontrato 80 ex Sodalits per fornire nuove parti sulle sottomissioni subite da diverse generazioni in nome di una fede storta. “Secondo me sono una setta per il controllo mentale, parassitaria della Chiesa cattolica. Nel Sodalicio tutto era ideologia, non c’era vera ricerca del trascendente. Sento di aver appena avuto una vita spirituale dopo essere andato via”, dice Martín, che si è dimesso dalla congregazione nel 2008. “Ho sempre detto che l’unica cosa che noi vittime vogliamo è la verità, la giustizia e la riparazione. Né io né mio fratello abbiamo ricevuto un soldo quando i nostri genitori hanno contribuito per decenni con 500 dollari al mese alla comunità. Non è solo per chiudere il Sodalicio, ma per farlo in modo equo”, rimarca.

    Il giornalista José Enrique Escardó, la prima vittima a denunciare la leadership del Sodalicio nei primi anni 2000, non condivide l’ottimismo sulla missione Scicluna-Bertomeu. Ha letto una lettera ad alta voce a entrambi in cui li confronta con la sfiducia che prova per loro. “Non credo nella denuncia nella Chiesa. Credo nella denuncia della Chiesa. Non dovrei sedermi qui con te perché non hai l’autorità morale per essere giudici che rappresentano gli autori e i complici. Voi ed io dovremmo essere seduti davanti a un giudice umano imparziale (…) vi guardo negli occhi e vi sfido a dimostrare che ho torto con le azioni che intraprenderete quando lascerete il mio paese”, ha sbottato loro.

    L’arcivescovo Charles Scicluna e il sacerdote Jordi Bertomeu presenteranno una relazione a papa Francesco nei prossimi mesi e, con essa, si determinerà il destino della congregazione. Ora è tutto nelle tue mani.

    https://elpais.com/sociedad/2023-08-21/la-mision-papal-que-investiga-por-abusos-a-la-congregacion-peruana-sodalicio-prepara-un-informe-con-los-relatos-de-las-victimas.html

  • Pedro Salinas: “El Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare ogni tipo di abusi”

    Pedro Salinas: “El Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare ogni tipo di abusi”

    “L’assedio mediatico-giudiziario lanciato contro Paola Ugaz, Daniel Yovera (altro giornalista freelance che ha partecipato a un servizio di Al Jazeera sugli affari del Sodalicio a Piura, dove l’arcivescovo è José Antonio Eguren, membro della “generazione fondatrice” del Sodalicio) , e contro di me, in modo feroce e sostenuto negli ultimi cinque anni, sprecando una quantità impressionante di risorse economiche in questa incessante caccia agli informatori”

    «Quella fu l’ultima domanda di Scicluna nel mio caso: cosa mi consiglierebbe? Io chiesi lo scioglimento. Da lui appresi che il termine canonico corretto era “soppressione”. In altre parole, questa ipotesi non è esclusa. La sola idea mi ha commosso profondamente”

    “(El Sodalicio) dovrebbe essere soppresso. E i loro beni dovrebbero essere sequestrati e venduti per riparare le vittime, che sono state nuovamente vittimizzate in modo crudele e inclemente durante tutti questi anni”

    “Figari è stato presentato come un “lupo solitario” che ha agito senza veri complici o effettivi insabbiamenti, come Maciel e Karadima, cosa che non solo è impossibile da credere, ma è dimostrato e avvalorato che così non è stato”

    “Con poche eccezioni, come l’arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, il prelato di Caravelí, Reynaldo Nann, e il cardinale Pedro Barreto, il resto dei pastori peruviani si sono distinti per la loro assenza e indifferenza in questa storia (…). La verità è che nel caso Sodalicio è prevalsa l’indolenza delle autorità ecclesiastiche, questa è una verità di pugno”

    Cipriani: “So che vive tra Roma e Madrid, e non è tornato in Perù o per commentare la politica peruviana, dalla sua ideologia polarizzante di estrema destra. Qualcosa è successo, senza dubbio, ma l’opinione pubblica peruviana non l’ha mai saputo”

    “Continuerò, perché tocca a me, ma io e Pao siamo in questo secondo come gli hobbit, Frodo e Sam, quando arrivarono al Monte Fato, a Mordor, prima di gettare l’anello nella lava. Scorticato ed esausto”. Paola Ugaz e Pedro Salinas sono due giornalisti peruviani che hanno lasciato la pelle (quasi letteralmente) per denunciare, e smantellare, la rete di soprusi ed eccessi economici e di potere nel Sodalicio de Vida Cristiana, facendo ordinare a Papa Francesco un’inchiesta, che questi giorni sono stati compiuti dagli ‘inquisitori’ del Vaticano, Charles J. Scicluna e Jordi Bertomeu .

    In questa intervista esclusiva per DR, Salinas svela particolari inediti dell’inchiesta, addita la responsabilità dei gerarchi vaticani nella tutela del fondatore del Sodalicio, Luis Figari, e chiede lo “scioglimento” del movimento. ” Il Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare abusi di ogni tipo. Almeno è così che ha funzionato per più di quattro decenni. E che, nel mondo reale, non si cancella con un tratto di penna, solo modificandone le Costituzioni e gli Statuti, perché si tratta di una istituzione cattolica spuria con vizi originari”, rileva.

    Come valuta la visita di Bertomeu-Scicluna? Cosa ti hanno chiesto, cosa hai risposto?

    Li ho conosciuti entrambi, in momenti diversi e per motivi diversi, nel 2019. Scicluna mi ha invitato a un incontro antipedofilo pre-vertice, il 20 febbraio di quell’anno, in una sala dell’Istituto Maria Bambina, in Vaticano, insieme a undici vittime sesso da vari paesi. Senza essere stata una vittima sessuale, sono stata convocata per aver subito abusi psicologici e fisici al Sodalicio (organizzazione cattolica peruviana con caratteristiche settarie, fondata nel 1971), perché ero uno dei giornalisti che ha rivelato la cultura dell’abuso insita in quell’istituzione da più di quattro decenni e per essere stato ingiustamente denunciato per diffamazione dall’arcivescovo più rappresentativo di questa società di vita apostolica, José Antonio Eguren Anselmi SCV.

    Ho conosciuto Bertomeu tramite Juan Carlos Cruz, vittima del famoso pedofilo cileno Fernando Karadima e attualmente membro del Comitato vaticano per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili. Mi ha invitato a visitare i suoi uffici presso la Congregazione per la Dottrina della Fede e, con mia sorpresa, sulla sua scrivania c’era l’inchiesta giornalistica Metà monaci, metà soldati (Planeta, 2015), che ho scritto insieme alla mia collega Paola Ugaz . Già in quel momento mi disse che era a conoscenza del caso e lo stava monitorando.

    Per il resto, la fama di entrambi li ha preceduti. Ciò che avevano ottenuto dopo la loro visita in Cile (2018) era qualcosa che noi ex Sodalits volevamo replicare da allora in Perù. Tuttavia, Papa Francesco sta appena iniziando a dare forma all’idea dopo aver ricevuto la mia collega e coautrice Paola Ugaz. Questo è successo nel novembre dello scorso anno. L’empatia di Bergoglio con Pao è stata fondamentale.

    Il programma degli incontri è iniziato con me martedì 25 luglio alle nove del mattino ed è durato circa due ore e mezza. Poi è stata convocata Paola Ugaz. Gli argomenti, nel mio caso, erano vari, anche se molto specifici. Il carisma. struttura settaria. Il ruolo svolto da alcuni prelati, vuoi per indolenza, vuoi per omissione dopo le denunce giornalistiche. Il trattamento che il Vaticano gli ha riservato attraverso i suoi principali intervenienti, dalla nomina del primo visitatore apostolico al ruolo svolto dallo spagnolo José Rodríguez Carballo, del dicastero da cui dipende il Sodalicio, nonché quello di “compagno spirituale” , Gianfranco Ghirlanda SJ. L’assedio mediatico-giudiziario che hanno lanciato contro Paola Ugaz,

    La verità è che mi sono sentito ascoltato per la prima volta in questi lunghissimi tredici anni, da quando abbiamo iniziato le indagini e denunciavamo, omeopaticamente, questa organizzazione cattolica. Ma ciò che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato il livello di informazioni gestite da entrambi. Scicluna, che con me ha guidato l’“interrogatorio”, mi ha chiesto dettagli su specifiche pagine e capitoli del mio ultimo libro Senza notizie da Dio. Sodalicio: cronaca dell’impunità (Autopubblicazione, 2022). Stiamo parlando di un libro di quasi mille pagine. Ed erano anche a conoscenza dell’irruzione in casa mia, nel gennaio 2022, con lo scopo di sequestrare il mio cellulare (cosa che sono riusciti a fare, e sono stati scaricati tutti i miei audio, chat e contatti con le vittime e le autorità ecclesiastiche) e il computer dove Stavo scrivendo Nessuna notizia da dio. Non potevano prendere il computer perché, pensando che ciò potesse accadere, l’ho incastrato in una parete della mia stanza. Ma se. Sono rimasto positivamente colpito dagli inquisitori del papa. Tanto che mi ha lasciato anche la sensazione che potesse succedere qualcosa.

    Hanno potuto svolgere il loro lavoro in libertà?

    Per quanto abbiamo potuto vedere, sì. Tutti gli interrogatori si sono svolti in territorio vaticano: presso i locali della nunziatura apostolica. C’è stato un maldestro tentativo di suggerire pregiudizi da parte della missione per squalificarla e screditarla, da Twitter e da uno dei membri della “famiglia spirituale”. Ovviamente si sono ritirati rapidamente. Presumo che si siano resi conto che non potevano usare su di loro le stesse tattiche prepotenti che hanno usato contro di noi. Ma la sottigliezza non è un tratto che li caratterizza.

    Cosa ha chiesto agli inquirenti vaticani?

    Questa è stata l’ultima domanda di Scicluna nel mio caso: cosa consiglieresti? Ho chiesto lo scioglimento. Da lui appresi che il termine canonico corretto era “soppressione”. In altre parole, questo scenario non è escluso. La sola idea mi commosse profondamente.

    Quanto tempo ci vorrà per preparare il tuo rapporto?

    Immagino più tempo di quello che hanno impiegato in Cile (che è stato di tre mesi). Mi è diventato chiaro che questo caso è più complesso e sofisticato di quello cileno. E la decisione finale la prenderà papa Francesco e la sua coscienza. Egli, quand’era arcivescovo di Buenos Aires, li invitò a fondare in Argentina e offrì loro di abitare nel palazzo arcivescovile, cosa che avvenne, e mantenne buoni rapporti con alcuni dei correttori. Senza saperlo, ovviamente. Ha agito in buona fede e senza tutte le informazioni che la missione ha ora portato a Roma.

    Cosa dovrebbe succedere con il Sodalicio?

    Dovrebbe essere cancellato. E i loro beni dovrebbero essere sequestrati e venduti per riparare le vittime, che sono state crudelmente e senza pietà rivittimizzate per tutti questi anni. Non poche vittime sono state addirittura escluse dal meschino processo attraverso il quale sono state sottoposte. E qualcosa di non meno importante. Se qualcosa del genere dovesse accadere, movimenti con caratteristiche simili, come Pro Ecclesia Sancta (o Avanzada Católica, in Perù), Los Heraldos del Evangelio (dal Brasile), o Lazos de Amor Mariano (dalla Colombia), tra gli altri, potrebbero continua nell’elenco Il precedente dell’ipotetica soppressione del Sodalicio potrebbe essere storico ed esemplare.

    Cosa succede a Figari?

    Figari era già stato “sanzionato” nel 2017, in un processo farsesco. La “sanzione” consisteva nel concedergli una pensione d’oro nel piano dello sceicco degli Emirati Arabi Uniti. E non sto esagerando. Non lo hanno mai espulso dall’istituto, potendo farlo. Trattavano le loro vittime sessuali come “complici”, senza contrastarle. E anche una delle denunce più gravi contro Figari “è andata perduta” in dicastero. Ed è stato presentato come un “lupo solitario” che ha agito senza veri complici o effettivi insabbiamenti, come Maciel e Karadima, cosa che non solo è impossibile da credere, ma è dimostrato e avvalorato che non lo fosse. Il ruolo protettivo e favorevole di José Rodríguez Carballo, del dicastero, del cardinale gesuita Gianfranco Guirlanda, come “compagno spirituale”, di Noel Antonio Londoño, dalla sua prestazione di commissario,

    Vale la pena tanti anni di lotta?

    La cosa logica sarebbe dire “sì”, suppongo, e sarebbe molto bello. Ma è una domanda che mi perseguita da tempo, e non ho una risposta categorica o felice. L’impatto che ha avuto questa guerra impari, che io non ho mai cercato, ma anzi è apparso a Paola ea me, ha avuto un impatto fortissimo su tutti gli ambiti della mia vita personale. Onestamente, spero che questa storia senza fine finisca, e presto. Ha avuto troppi danni collaterali con le persone a me vicine e mi ha cambiato completamente la vita, con conseguenze irreversibili e irreparabili. Continuo comunque, perché tocca a me, ma io e Pao siamo in questo secondo come gli hobbit, Frodo e Sam, quando arrivarono al Monte Fato, a Mordor, prima di gettare l’anello nella lava. Scuoiato ed esausto.

    Qual è stata la risposta dell’episcopato peruviano?

    Formalmente hanno salutato pubblicamente la missione Scicluna-Bertomeu. Ma dietro le quinte, immagino che alcuni vescovi siano un po’ nervosi. Con poche eccezioni, come l’arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, il prelato di Caravelí, Reynaldo Nann e il cardinale Pedro Barreto, il resto dei pastori peruviani si è distinto per la sua assenza e indifferenza in questa storia. Alcuni si difendono affermando di aver pubblicato comunicati stampa, come se una dichiarazione cartacea denotasse una sorta di azione forzata. La verità è che nel caso Sodalicio prevalse l’indolenza delle autorità ecclesiastiche. Questa è una verità di pugno.

    Qual è la responsabilità di Cipriani in questo scandalo?

    Fin dall’inizio il suo atteggiamento nei confronti delle lamentele è stato quello dell’apatia, dell’indifferenza e della sonnolenza. Ancora di più. A volte attaccava anche dal suo pulpito radiofonico (aveva uno spazio settimanale sulla radio più importante del Perù) più di una vittima del Sodalicio. Per qualche ragione il papa ha accettato senza discutere le dimissioni del primo cardinale storico dell’Opus Dei, aveva appena compiuto 75 anni, pur essendo in buona salute. So che vive tra Roma e Madrid, e non è tornato in Perù né per commentare la politica peruviana, dalla sua polarizzante ideologia di estrema destra. Qualcosa è successo, senza dubbio, ma l’opinione pubblica peruviana non lo ha mai scoperto.

    Niente altro da aggiungere?

    Sì, ho voluto sottolineare la questione del carisma, una “grazia” che il fondatore del Sodalit Luis Fernando Figari e il suo “nucleo fondativo” avrebbero ricevuto, e che il cardinale Ghirlanda difende con rigore e intende “salvare” ad ogni costo. Il Sodalicio manca di carisma. Può sembrare audace da parte mia immischiarmi in faccende teologiche, ma se Ghirlanda legge Mezzi monti, Mezzi soldati o Nessuna notizia da Dio, vedrai che, soprattutto in quest’ultimo, è documentato che Figari, prima di creare il Sodalicio, verso la fine degli anni Sessanta aveva già comportamenti predatori sessuali. C’è almeno una testimonianza anonima che lo conferma, ei primi abusi da parte del fondatore sono avvenuti appena è nata questa istituzione, nei primi anni settanta. Ancora di più. L’approvazione pontificia – ora si sa anche – è stata ottenuta nascondendo e insabbiando deliberatamente i casi di abusi sessuali perpetrati dai suoi principali vertici. Si tratta, dunque, di una “società di vita apostolica” che è diventata quello che è con l’inganno e con menzogne, trappole e lobbies. El Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare tutti i tipi di abusi. Almeno è così che ha funzionato per più di quattro decenni. E che, nel mondo reale, non si può cancellare con un tratto di penna, solo modificandone le Costituzioni e gli Statuti, perché si tratta di una istituzione cattolica spuria con vizi originari. Si tratta di una “società di vita apostolica” che è diventata quello che è fraudolentemente e con menzogne ​​e trappole e lobbies. El Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare tutti i tipi di abusi. Almeno è così che ha funzionato per più di quattro decenni. E che, nel mondo reale, non si può cancellare con un tratto di penna, solo modificandone le Costituzioni e gli Statuti, perché si tratta di una istituzione cattolica spuria con vizi originari. Si tratta di una “società di vita apostolica” che è diventata quello che è fraudolentemente e con menzogne ​​e trappole e lobbies. El Sodalicio è un’organizzazione settaria che usa una facciata cattolica per perpetrare tutti i tipi di abusi. Almeno è così che ha funzionato per più di quattro decenni. E che, nel mondo reale, non si può cancellare con un tratto di penna, solo modificandone le Costituzioni e gli Statuti, perché si tratta di una istituzione cattolica spuria con vizi originari.

    https://www.religiondigital.org/vaticano/Pedro-Salinas-Sodalicio-figari-scicluna-bertomeu-investigacion-vaticano-abusos-peru-cipriani-carballo_0_2586641321.html