Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Indonesia, il parlamento approva la castrazione chimica per i pedofili

    Indonesia, il parlamento approva la castrazione chimica per i pedofili

    Votata una legge che inasprisce le sanzioni: si va da un minimo di dieci anni di carcere alla pena di morte. La decisione è stata però accolta tra le proteste di gruppi per la difesa dei diritti umani e l’associazione dei medici per cui la somministrazione dei castranti viola l’etica professionale. Secondo il quotidiano Sydney Morning Herald, l’hub turistico di Bali è una delle mete preferite a livello mondiale dai turisti del sesso minorile, superando Thailandia, Filippine e Malesia.

    Il parlamento indonesiano ha approvato all’unanimità una legge che inasprisce le pene per i colpevoli di abusi sessuali su minori: si va da un minimo di 10 anni di carcere alla pena di morte. Nel provvedimento le sanzioni per i crimini sessuali vengono inasprite anche da una serie di pene aggiuntive come la pubblicazione delle identità dei colpevoli. Viene inoltre dato il via libera a misure punitive come la castrazione chimica e l’impianto di chip elettronici per l’identificazione e il controllo dei condannati in libertà condizionata.

    Il governo di Giacarta è già al lavoro – riferisce il Jakarta Post – per stilare una serie di norme a sostegno della nuova legge sulla violenza sessuale contro i bambini. Yohana Yembise, ministra per l’empowerment (consapevolezza, ndr) delle donne e la protezione dei bambini ha espresso ottimismo sull’efficacia della nuova legislazione: “Ci siamo dotati delle norme più dure contro gli assalitori”. La decisione è stata però accolta tra le proteste di gruppi per la difesa dei diritti umani e l’associazione dei medici per cui la somministrazione dei castranti viola l’etica professionale.

    La proposta di emendamento della legge del 2002 è stata presentata a maggio scorso dal presidente Joko Widodo, conosciuto in patria con il nome di “Jokowi“. Il governo aveva quindi emesso un Perppu (acronimo dell’espressione che in indonesiano sta per “Decreto governativo con valore di legge”) per dare un segnale forte nella lotta contro i sempre più ricorrenti episodi di violenza sessuale ai danni di minorenni. Secondo quanto dichiarato allora da Jokowi, il documento aveva l’obiettivo di fornire ai giudici più libertà di emettere sentenze più dure contro i reati sessuali sui minori e aumentare l’effetto di deterrenza della legislazione vigente.

    Poche settimane prima, ad aprile, poco lontano da un piccolo villaggio dell’isola di Sumatra, una studentessa di 14 anni,Yuyun, era stata assalita da un gruppo di quattordici persone, quasi tutti ragazzi di età inferiore ai 18 anni, mentre tornava a casa, trascinata nel bosco, stuprata e uccisa. La giovane era stata poi trovata morta in un fossato tre giorni più tardi. La stampa nazionale aveva inizialmente dato poco peso al caso. Di lì a poco però era iniziata una campagna sostenuta da gruppi di attivisti per i diritti delle donne e dei minori che aveva portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, lanciando un hashtag su Twitter:#NyalaUntukYuyun, una fiamma per Yuyun. I rappresentanti di20 organizzazioni non governative avevano infine lanciato un appello al presidente perché portasse avanti un’azione decisa contro i crimini a sfondo sessuale. Secondo i dati diffusi da uno dei gruppi di attivisti, più di 40 donne, 7 delle quali minorenni, sono state uccise da uomini nei primi cinque mesi del 2016.

    Alla prevenzione a livello locale si aggiunge poi la lotta del governo allo sfruttamento dei minori nell’industria del sesso localeche attira sempre più turisti stranieri. Secondo il quotidiano australiano Sydney Morning Herald, l’Indonesia, e in particolare lo hub turistico di Bali, è anche una delle mete preferite dai turisti del sesso minorile – soprattutto provenienti dall’Australia – superandoThailandia, Filippine e Malesia. A gennaio di quest’anno,Robert Andrew Fiddes Ellis, cittadino australiano 70enne, è stato arrestato dalla polizia indonesiana a Bali con l’accusa di essere parte di un circolo internazionale di prostituzione minorile. Secondo l’accusa, l’uomo attirava a sé bambini di strada con regali e donazioni in denaro per poi violentarli nel bagno della sua abitazione. L’uomo è ora in attesa di processo, ma potrebbe essere risparmiato dalle pene aggiuntive per la non retroattività del provvedimento approvato oggi dal parlamento.

    Di Marco Zappa

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/15/indonesia-il-parlamento-approva-la-castrazione-chimica-per-i-pedofili/3096183/

  • Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    Rete L’ABUSO entrerà nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia?

    La Rete L’ABUSO Onlus che rappresenta, tutela e supporta legalmente dal 2009 le vittime italiane di preti pedofili, ha chiesto di poter entrare a fare parte dell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO ha inoltrato lo scorso 17 settembre formale richiesta all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità. Il 26 settembre l’ufficio competente ci fa sapere che la richiesta è stata inoltrata al ministro delle Riforme con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi.

    Si tratta di una richiesta legittima. L’inserimento di Rete L’ABUSO andrebbe a completare il quadro generale dell’osservatorio che al momento comprende Terres des Hommes, Telefono Azzurro, Save the Children, che si occupano di pedofilia nel suo complesso in un quadro internazionale, e la Onlus Meter che si occupa nello specifico di pedo-pornografia online.

    Con l’inserimento nell’Osservatorio della Onlus Rete L’ABUSO, che rappresenta in Italia le vittime della pedofilia clericale, non solo si completerebbe il quadro sul contrasto della pedofilia e della pedo-criminalità, ma si potrebbe finalmente fare tesoro delle testimonianze di migliaia di cittadini italiani rimasti vittime.

    Il fenomeno della pedofilia clericale si inserisce in quello complessivo con delle sue specifiche caratteristiche come è emerso in Europa tra il 2009 e il 2010 dalle conclusioni di grandi inchieste governative e/o miste Stato/Chiesa in Irlanda, Germania, Inghilterra, Olanda, Belgio solo per citarne alcune. Tuttavia in Italia, dove peraltro risiede il più alto numero di ecclesiastici al mondo, governo, parlamento e Conferenza episcopale non hanno mai ritenuto necessario seguire l’esempio di questi Paesi, avviando una indagine su scala nazionale per mappare, “censire” e monitorare una casistica per nulla irrilevante.

    Al punto che paradossalmente la Rete L’ABUSO Onlus è oggi l’unica fonte che è in grado di offrire una visione complessiva del fenomeno italiano, sulla base di un costante e capillare lavoro di rassegna stampa e di raccolta di denunce e testimonianze.

    Negli ultimi 15 anni sono più di 230 i sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia clericale, tra denunce, condanne e condanne in via definitiva. Un numero del genere può sembrare esiguo per giustificare un’inchiesta ma non lo è affatto. Basterebbe osservare il crimine ponendosi dalla parte delle vittime, certe e potenziali. Il profilo criminale di un pedofilo è molto simile a quello di un serial killer: non si ferma finché non viene messo in condizioni di non nuocere. Ci sono preti pedofili che negli Stati Uniti hanno confessato oltre 100 stupri, alcuni anche 200. Molti di questi sacerdoti erano stati spostati e reintegrati in altre parrocchie dai loro vescovi dopo la raccolta delle denunce. Alcuni di loro hanno anche reiterato i crimini tuttavia non sono mai stati rimossi dallo stato clericale. In Italia, la Conferenza episcopale ha stabilito che per i vescovi non c’è alcun obbligo di denunciare i casi di cui viene a conoscenza, creando una situazione di potenziale rischio che altre conferenze episcopali hanno invece saggiamente evitato mettendosi a disposizione delle autorità laiche competenti. Anche per provare a cambiare questo inaccettabile stato di cose c’è bisogno di Rete L’Abuso nell’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e pedo-pornografia.

    L’Ufficio di Presidenza

  • La Toscana affonda il Forteto: sì all’inchiesta parlamentare

    La Toscana affonda il Forteto: sì all’inchiesta parlamentare

    La regione condanna gli abusi del Profeta su 86 bambini. Piegate le resistenze del Pd

    Di Simone Cosimelli
    Diceva il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer: «La storia è la somma totale delle cose che avrebbero potuto essere evitate». Ieri, il Consiglio regionale della Toscana quelle cose le ha messe in fila – una alla volta, tutte drammatiche – e, con trent’anni di ritardo, si è fatta la storia. Il Forteto, nella sua triplice veste di associazione (ex-comunità), fondazione e Cooperativa, è stato condannato per i quasi 40 anni di abusi sessuali a danno di tanti ragazzi disagiati. Ragazzi finiti in mano ai pedofili grazie allo Stato. Grazie alla compiacenza dei Tribunali dei minori, alla negligenza dei servizi socio sanitari e degli assistenti sociali, alla deferenza della Stampa e del mondo culturale. Alla disattenzione o, peggio, alla connivenza della «Toscana rossa». Per questo, la relazione della commissione d’inchiesta Bis, così lucida nel fare nomi e così scomoda nel puntare il dito contro un sistema ben radicato, è stata approvata all’unanimità.

    I precedenti dell’inchiesta:

    parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6

    Al Forteto, comunità innestata nel cuore del Mugello, i bambini venivano violentati sistematicamente da Rodolfo Fiesoli (il principale imputato, condannato a 15 anni). Si lavorava 365 giorni l’anno, (nella maggior parte dei casi) senza stipendio e senza aver raggiunto la maggior età. Si incoraggiava l’omosessualità come antidoto per «togliere la materialità di dosso». Si colpiva psicologicamente, allontanando le famiglie naturali e impedendo ogni contatto con l’esterno. E Intanto quei metodi, fuori, erano esaltati (se ne parlò a Palazzo Madama in Senato o a Palazzo Vecchio, al tempo di Renzi), la Coop macinava milioni e la Toscana si inchinava.

    Alla fine, i sei consiglieri delegati all’indagine Bis sui favoritismi istituzionali di cui Fiesoli e compagni hanno goduto negli anni, forti della sentenza in appello del 15 luglio scorso che ha confermato l’impianto accusatorio, hanno piegato le resistenze del Pd – arroccato nella difesa della cooperativa economica (uno dei volti del Forteto) e indisposto verso la denuncia di «coperture politiche». Così Leonardo Marras, capogruppo in aula, dopo aver rifiutato la narrazione di un partito influenzato dalle propaggini del Forteto (come però i fatti suggeriscono), e dopo aver respinto l’attaco generalizzato all’eredità della sinistra, ha rinunciato alle posizioni prese nei giorni scorsi e messo la parola fine sulla bagarre interna alla Regione. «E’ il momento della vergogna e della solidarietà alle vittime – ha detto – Lo dobbiamo a loro e ai cittadini: chi sapeva o vedeva, o chi avrebbe potuto sapere e vedere, doveva prendere provvedimenti e non lo ha fatto. Ora servono soluzioni, serve dare voce a chi non ce l’ha e mettere un punto, per ricominciare».

    Significativi gli interventi di Paolo Bambagioni (Pd), presidente della commissione e grande accusato dal suo stesso partito per la firma posta sul documento stilato in 9 mesi di lavoro. «Sono 86 pagine – ha ricordato ieri – come gli 86 bambini mandati in pasto a Rodolfo Fiesoli e la setta del Forteto. Ora, meno parole e più coraggio». Addirittura in lacrime, commosso e indignato, Stefano Mugnai (Forza Italia), l’uomo a cui nel 2012 dissero: «Stai attento, chi tocca il Forteto muore». Era un sistema chiuso – ha ammonito – con un contesto, culturale e politico, da colpevolizzare. Lo Stato mandava i ragazzi lì dentro, e quella coop, per quanto oggi importante, è stata costruita sulle sofferenze delle persone. Prendiamone atto, definitivamente. Deve essere il giorno in cui, tutti, la sinistra e l’opposizione, ammettiamo gli errori commessi, e l’ultima volta che si fa polemica sul Forteto».

    La risoluzione votata, oltre ad esprimere piena solidarietà alle vittime, impegna il Presidente del consiglio regionale, Eugenio Giani, e la Giunta presieduta da Enrico Rossi su diverse questioni:

    • Spingere affinché il Governo nazionale valuti la reintroduzione nel codice penale del reato di plagio.
    • Il potenziamento del progetto per la riacquisizione di autonomia per minori e giovani in uscita dalla comunità. Senza dimenticare i disabili, per i quali è auspicabile una sistemazione diversa, e intraprendendo ogni azione necessaria per far sì che, all’interno della Cooperativa, le vittime di abusi non debbano lavorare al fianco dei colpevoli, o di chi, a qualunque titolo, continui ad intrattenere rapporti con la comunità: come, paradossalmente, avviene.
    • Costituzione di un Osservatorio composto da esperti sul fenomeno delle sette.
    • Predisposizione di una relazione entro la fine del 2016 sullo stato dei servizi di affido di minori in ogni zona socio-sanitaria della Toscana.
    • Sollecitazione per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, che abbia poteri equiparabili a un’autorità giudiziaria, per arrivare dove non si è potuto (restano infatti molti passaggi oscuri).
    • Invito della documentazione al Ministero dello sviluppo economico, sostenendo la necessità del commissariamento per la Coop: così da recidere ogni legame col passato e rilanciare la filiera produttiva.

    La prossima mossa, dunque, dovrà partire dai palazzi romani: dove pure il nome Forteto non è affatto sconosciuto. Parlamento e, ovviamente, Governo, avranno la possibilità di squarciare il velo di omertà, reticenze e menzogne che avvelenano il Mugello dal ’77. Da ieri non è più possibile dubitare e non è più accettabile chiudere gli occhi. L’esperienza insegna, però: le vie del Forteto sono infinite. E in buona parte, malgrado tutto, ancora inspiegabili.

    http://www.affaritaliani.it/cronache/la-toscana-affonda-il-forteto-si-all-inchiesta-parlamentare-434202.html#.V5py3KuFL68.facebook

  • Secondo papa Francesco, Barbarin non deve dimettersi. Per ora. E sulle Unioni civili chiede rispetto per tutti

    Secondo papa Francesco, Barbarin non deve dimettersi. Per ora. E sulle Unioni civili chiede rispetto per tutti

    Per ora “non deve dimettersi il cardinale Philippe Barbarin, l’arcivescovo di Lione, accusato in Francia di non essere intervenuto adeguatamente dopo le denunce di abusi compiuti da preti pedofili. Lo afferma Papa Francesco in un’intervista al quotidiano cattolico “La Croix”. “Sarebbe – spiega – un controsenso, un’imprudenza”. “Si vedrà – promette – dopo la conclusione del processo. Ma ora, significherebbe ammettere la colpevolezza”.
    Su temi come le Unioni civili “tocca al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, ragionare”, riconosce poi Francesco rispondendo alle domande del quotidiano cattolico. Ma, aggiunge, “una volta che la legge è approvata, lo Stato deve rispettare le coscienze. In ogni struttura giuridica, l’obiezione di coscienza deve essere presenta perchè è un diritto umano. E questo vale anche per un funzionario del governo, che è una persona umana. Lo Stato deve anche rispettare le critiche”. Secondo il Papa, in sostanza, “uno Stato deve essere laico. Gli Stati confessionali finiscono male. Vanno contro la storia”, ma, osserva con una “piccola critica” alla cultura d’Oltralpe, bisogna stare attenti a non “esagerare con la laicità”
    Nell’intervista, Francesco precisa non visiterà la Frabncia nel 2017 “perchè l’anno prossimo è elettorale e, in generale, la pratica della Santa Sede è di non cimpiere uno spostamento del genere in questo periodo”. “L’anno scorso – spiega il Papa – si è iniziato a fare qualche ipotesi in vista di un tale viaggio, compreso un passaggio a Parigi e nella sua banlieu, a Lourdes e in una città dove nessun Papa è mai stato, ad esempio Marsiglia, che rappresenta una porta aperta sul mondo”.
    Quella di una prelatura personale per i lefebvriani è “una soluzione possibile, ma prima bisogna stabilire con loro un accordo fondamentale. Il Concilio vaticano II ha il suo valore. Si va avanti lentamente, con pazienza”, conferma inoltre Bergoglio al giornale francese. Nell’intervista, il Papa risponde inoltre a una domanda sul tema del prossimo Sinodo: “non è ancora maturo – dice – il tempo per un sinodo sulla sinodalità”.

  • “Noi sopravvissuti ai preti pedofili di Ballarat, a Roma per chiedere al cardinale George Pell la verità”

    “Noi sopravvissuti ai preti pedofili di Ballarat, a Roma per chiedere al cardinale George Pell la verità”

    “Dall’Australia arriverò a Roma con il mio psicologo per assistere all’audizione del cardinale George Pell sui preti pedofili nella sua diocesi. Sarò nella stessa stanza. Voglio guardarlo negli occhi”.

    Le parole di Andrew Collins giungono dall’altro capo del mondo. Partono dalla città di Ballarat dove l’uomo, ora quarantaseienne, è nato e cresciuto. E dove è rimasto vittima di quattro sacerdoti che lo hanno violentato ripetutamente dall’infanzia all’adolescenza.

    “Pregavo Dio perchè fermasse gli stupri, ma non è successo. Le violenze includevano stupro anale, penetrazioni, carezze e molestie. Avevo fede ma me l’hanno strappata dal cuore”, racconta all’Huffington Post. Un orrore che lo ha segnato per sempre: “Un giorno decisi di impiccarmi, è stata mia moglie a tagliare il cappio per salvarmi”.

    Andrew Collins

    Collins è il portavoce del Ballarat Survivors Group, l’associazione che ora chiede alla Chiesa e al governo australiano non solo giustizia ma anche uno schema di welfare pensato proprio per riparare il danno permanente delle vittime di pedofilia: la maggioranza di questi uomini ormai maturi non riesce a lavorare, ha sviluppato malattie mentali o dipendenza da alcol e droga.

    Pregavo Dio perché fermasse gli stupri ma non è successo. Quei sacerdoti mi hanno strappato la fede dal cuore

    “Davvero in Italia non si parla di Ballarat?”, chiede con stupore. “E invece dovete sapere cosa è successo a noi da bambini. E vogliamo anche sentire la verità dalla bocca di Pell. Occupava posizioni di rango a Ballarat quando sono accaduti gli abusi peggiori. Vogliamo sapere cosa ha saputo e quando ne è venuto a conoscenza. Vogliamo anche sapere perché le vittime non sono state prese in seria considerazione e perché la Chiesa ha tentato di insabbiare questi crimini”.

    La vita procede con fatica per Collins, uno dei pochi con moglie e figli: “Avevo una azienda di trasporti ma a un certo punto sono crollato per un esaurimento nervoso. Da allora ci sono giorni nei quali non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. Il medico ha confermato che soffro di depressione e di sindrome da stress post-traumatico, perciò non potrò mai tornare a lavorare”.

    Gli abusi sono stati commessi dagli anni ’60 agli anni ’80. Innumerevoli: l’ordine dei Christian Brothers, i padri cristiani impegnati nelle scuole e nei seminari della zona come il St Patrick’s College, ha dovuto confrontarsi con 850 denunce per abusi sessuali e pedofilia nei quali sono stati implicati 281 sacerdoti. Fino a oggi l’istituzione ha sborsato 37 milioni di dollari di risarcimento. La macabra conta cittadina è arrivata a 47 suicidi tra le vittime.

    Ballarat è anche la città natale di uno dei personaggi più potenti del Vaticano, George Pell, il responsabile delle finanze della Chiesa di papa Francesco che domenica sera parlerà alla commissione d’inchiesta governativa australiana sugli abusi sessuali nei confronti dei minori, laRoyal Commission into institutional responses to child sexual abuse, istituita nel 2013.

    La vita pastorale di Pell a Ballarat è cominciata nel 1971. Nel 1973 diventò vicario apostolico incaricato di sovrintendere all’istruzione. Nel 1977 entrò a far parte della consulta della diocesi che aiutava il vescovo Mulkearns ad abbinare i preti alle parrocchie, oppure a spostarli. Dal 1996 al 2001 è stato arcivescovo della diocesi. I membri dell’organismo di indagine vogliono sapere come sia stato possibile che decine di preti potessero molestare degli innocenti senza che le autorità ecclesiastiche intervenissero.

    Uno di questi è il pedofilo più noto in Australia, padre Gerald Ridsdale, condannato per un centinaio di abusi sessuali, che agli attoniti giurati della commissione ha ammesso di aver stuprato una bambina nella casa che condivideva con Pell nei primi anni ’70.

    Padre Ridsdale durante il processo nel 1993

    Padre Gerald abusò anche del nipote David, ora attivista nel Ballarat Survivors Group.

    In una audizione David Ridsdale ha raccontato di aver un giorno chiamato per disperazione George Pell, chiedendo un intervento, ma il futuro cardinale avrebbe alluso durante la telefonata a un risarcimento in cambio del suo silenzio “Menzogne”, ha assicurato il potente prelato che per motivi di salute diserterà l’aula della Royal Commission e deporrà all’hotel Quirinale di Roma in una video-conferenza.

    Quando Collins e il gruppo degli ex ragazzi abusati hanno saputo che Pell non sarebbe volato in Australia sono rimasti di sasso. Non solo loro. La parlamentare Catherine King ha dichiarato al parlamento australiano, rivolgendosi a Pell: “Queste non sono azioni da uomo coraggioso”.

    A Ballarat è stata dunque lanciata una colletta – qualcuno dirà: crowdfunding – per permettere a questi uomini di essere presenti all’audizione in Italia: dovevano raccogliere circa 40mila dollari, ne sono arrivati 200mila.

    Grazie a quel denaro 16 appartenenti al cerchio delle vittime stanno viaggiando verso Roma insieme a tre psicologi incaricati di tamponare l’inevitabile crisi emotiva. “Non sarà semplice vedere i simboli del cattolicesimo ovunque: le tonache, i crocifissi”, confida Collins mentre prepara le valigie: “La nostra preoccupazione è quella di non dormire: tutti noi abbiamo sviluppato grossi problemi con il sonno”, scrive nella chat alle 4 del mattino.

    In Australia persone come Andrew Collins sono chiamate “sopravvissuti”. Sopravvissuti agli agguati sessuali dei preti pedofili (“a un certo punto ero contento se l’insegnante portava via un mio compagno di classe e non me”), sopravvissuti a maestri con la tonaca che violentavano i bambini senza che nessuno intervenisse, nemmeno i genitori: quando Andrew parlò in famiglia di quelle aggressioni non venne creduto, un ulteriore trauma. La foto profilo che ha scelto per i social è un uomo avviluppato a un albero con il viso nascosto e imprigionato da miriadi di fili. Un’immagine di angoscia.

    Tocca al cardinale Pell scegliere se vuole essere ricordato come l’uomo che insabbiò le violenze sessuali sui bambini a Ballarat

    Il 25 febbraio Robert Mulkearns, ex vescoco della diocesi sospettato di aver coperto il pedofilo Ridsdale spostandolo semplicemente in una parrocchia diversa, ha chiesto scusa durante la sua deposizione: “Posso solo dire che mi spiace moltissimo per il fatto di non aver agito in maniera diversa nell’interesse di tutti. L’ho fatto anche per proteggere la chiesa dagli scandali”. Mulkearns si è ritirato proprio perché ha ammesso: “Non sapevo più come gestire il problema della pedofilia”.

    La commissione australiana ha dovuto ascoltare testimonianze ributtanti come quella di Stephen Woods, 53enne di Melbourne, ex alunno della ormai famigerata scuola elementare St. Alipius di Ballarat, l’epicentro infernale. L’abusatore di Stephen, padre Robert Best, è uno dei cinque esponenti del clero in quell’istituto poi processati e condannati.

    “Avevo 11 anni e mi trovavo in fondo all’aula, seduto. Mi si avvicinò e si sedette vicino a me e cominciò a far scivolare la mano fino al sedere”. “Quando ha visto che mi ritraevo diventò aggressivo”. “Mi chiedeva di spogliarmi lentamente mentre si masturbava dietro la cattedra. E mentre faceva questo mi diceva che era colpa mia, che ero cattivo, un ragazzo malvagio”.

    Stephen Woods

    Woods è stato violentato da altri due sacerdoti, e anche due fratelli più grandi hanno subìto la sua stessa traumatica esperienza. “I miei genitori sono morti pensando che non erano stati abbastanza bravi a proteggerci”, dice all’Huffington Post poco prima di prendere l’aereo per Roma. “Per me come per gli altri sopravvissuti agli abusi sessuali questo è un viaggio per la verità e la giustizia”.

    Non è la prima volta che la Royal Commission australiana sugli abusi sessuali dedica la sua attenzione a Ballarat. Ma nelle due sessioni precedenti si è concentrata sulle vittime. Ora ha deciso di alzare gli occhi e chiedere conto alle autorità ecclesiastiche. Come dice Woods: “Non è soltanto Pell, molti vescovi e sacerdoti hanno coperto i preti pedofili”.

    E’ invece la prima volta che il cardinale viene chiamato a rispondere pubblicamente sulle atrocità di Ballarat. Un appuntamento cruciale, specialmente ora che l’alto esponente della gerarchia cattolica è indagato dalla polizia di Victoria perché sospettato di avere abusato in prima persona di almeno cinque bambini.

    La notizia, risalente al 19 febbraio, è scoppiata come una bomba. Pell rifiuta con veemenza le nuove accuse, così come negli anni scorsi ha sempre negato di avere saputo che la zona pullulasse di sacerdoti pedofili nonostante i suoi incarichi via via più prestigiosi.

    Il dossier della commissione d’inchiesta ha però ricostruito fatti inoppugnabili che riguardano anche la diocesi di Melbourne, dove Pell divenne vescovo ausiliare nel 1987. In quegli anni tre parrocchie erano gestite da sacerdoti poi condannati per pedofilia: uno di questi, padre Peter Searson di Doveton, usava la pistola per terrorizzare e stuprare i bambini. Un altro, padre Kevin O’Donnell, venne bollato dalla polizia come “two-a-day man”, l’uomo che ne molestava due al giorno. Per decenni. Anche di questa supposta ignoranza totale dei vertici ecclesiastici di Melbourne dovrà rispondere il cardinale in diretta da Roma.

    I Christian Brothers hanno già sborsato risarcimenti da 37 milioni di dollari dopo aver ricevuto 850 denunce di pedofilia

    Gli ex bambini di Ballarat che arrivano nella Capitale sanno cosa si aspettano dall’incontro romano, dove è probabile che potranno confrontarsi a quattr’occhi con il cardinale a margine dell’audizione: “Per anni ho tentato di incontrarlo ma si è sempre rifiutato”, confessa Woods con rotta emozione.”Pell è stato legato a doppio filo con la St Patrick’s College School e, da prete, alla diocesi locale. Ora deve guardare le facce della gente di Ballarat e dare risposte. Non può scappare e nascondersi in Vaticano”.

    Bandiere italiane nel profilo Facebook e una festa per la partenza: così Ballarat supporta il viaggio dei sopravvissuti

    Agli occhi degli abusati, Pell si è macchiato di un comportamento ostile e poco sensibile specialmente per avere congegnato nella diocesi di Melbourne un programma di risarcimenti molto bassi per le vittime (50mila dollari). “Ha battagliato contro i sopravvissuti in tribunale affinché non potessero avere un compenso maggiore. Non se n’è interessato minimamente”, accusa Collins.

    Se all’audizione romana non rispondesse alle domande, confessa il portavoce, “allora rimarremo delusi”. Tuttavia è convinto che ora “la scelta è sua”: “Sarà lui a decidere come vuole essere ricordato. Può essere l’uomo che ha detto la verità per aiutare a cambiare il sistema di supporto alle vittime, o può essere l’uomo che ha mentito e coperto quei crimini”.

    Da giorni Ballarat è letteralmente ricoperta di nastrini colorati annodati alle ringhiere, alle scale dei palazzi, nei cortili delle scuole che un tempo hanno rappresentato l’inferno in terra per centinaia di bambini. Su Facebook il gruppo dei sopravvissuti pronti per volare in Italiasono ribattezzati “Rome Team”, la squadra di Roma. Qualcuno ha cambiato la foto profilo mettendo la bandiera italiana. “Il supporto e la solidarietà sono pazzesche”, annuisce Collins.

    Dopo anni di cure psichiatriche, frustrazioni e silenzio ora questi uomini sentono di vivere un momento importante. “Siamo così felici di venire a Roma, sarà un gesto molto forte nei confronti di Pell e della chiesa cattolica”, continua Woods. “Per noi sarà come dire che puoi anche scappare ai quattro angoli della terra ma dovrai sempre rispondere delle tue azioni”. Prende una pausa: “Per noi è un messaggio fondamentale: dalle persone con un brutto passato possono nascere cose buone”.

    “Veniamo a Roma per far capire alla Chiesa che puoi nasconderti anche in Vaticano ma dovrai sempre rispondere delle tue azioni”

    Peter Saunders, l’ex membro della Pontificia Commissione sugli abusi sui minori che recentemente ha lasciato il Vaticano accusando papa Francesco di non fare nulla contro i preti pedofili, ha dichiarato che Pell dovrebbe dimettersi.

    La Royal Commission australiana non potrà fare domande che riguardano la nuova indagine sul cardinale Pell. Ma potrebbe sollecitare l’intervento dei giudici se il prelato dovesse ammettere di essere venuto a sapere delle aggressioni sessuali senza prendere adeguati provvedimenti.

    David Marr, autore di un libro-inchiesta sul prelato intitolato “The Prince”, scrive sul quotidiano britannico Guardian che “questa è l’ultima occasione” per Pell di rispondere alle domande, compresa quella più scomoda e che riguarda la parziale ammissione di aver saputo dell’esistenza di preti pedofili a Melbourne: “Perché non ha chiamato la polizia?”.

    Domenica la parola passa a uno degli uomini più potenti della Chiesa.

    Pochi minuti prima di prendere l’aereo per Roma, un gruppo di sopravvissuti posa per un selfie. La foto è stata postata su Facebook da David Ridsale (il primo a destra)

    Il Cardinale George Pell

    http://www.huffingtonpost.it/2016/02/24/pedofilia-ballarat-george-pell_n_9303916.html?utm_hp_ref=italy

  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html

  • Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Basta chiedere scusa senza criticare chi aveva trasferito il parroco palermitano, accusato di violenza sessuale, evitando però di denunciarlo alla magistratura? Me lo chiedo mentre ascolto l’omelia che don Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, rivolge nel giorno della Candelora ai consacrati religiosi, una platea composta al novanta per cento di monache anziane. Nell’omelia il vescovo non fa cenno all’ultimo gravissimo fatto, a Palermo almeno altri due casi simili sono arrivati alle cronache. Tre casi per i quali la chiesa di Palermo, così come succede nel vituperato mondo della politica, ha atteso procura e forze dell’ordine senza fare nessun passo verso l’una o le altre. Caro don Corrado, che percorso pensa di proporre alla diocesi che guida affinché la questione possa essere affrontata, magari portando alla luce del sole altri casi adesso ignoti?

    A proposito di luce del sole (il titolo di un film che parla di Puglisi), anche per don Pino la chiesa di Palermo mostrò una netta chiusura dopo il suo omicidio nei confronti di chi indagava, non costituendosi parte civile nel processo e per questo venne pesantemente redarguita dal pubblico ministero. Del resto nel periodo in cui il parroco di Brancaccio veniva minacciato e anche aggredito fisicamente, nessuna richiesta di protezione verso gli organi preposti, partì da Via Matteo Bonello, nelle cui stanze certamente si conoscevano le angustie, via via sempre crescenti in cui don Pino era costretto a dibattersi nella sua solitaria lotta al potere mafioso. Insomma, una chiesa che si rivolge allo Stato quando ci sono da chiedere e mettere dentro finanziamenti e nel momento in cui, vedi l’intervista al Giornale di Sicilia di domenica 31 gennaio al vescovo di Monreale, c’è da difendere la cosiddetta famiglia tradizionale. Definendo, come dichiarato letteralmente dal prelato, un “grave regresso antropologico ” la legge sulle unioni civili in discussione nel parlamento della Repubblica.

    Se proprio si vogliono preservare la tranquillità e la serenità delle famiglie, e soprattutto i bambini, si guardi bene la chiesa siciliana, e non solo questa ovviamente, di non comprometterne la vita quotidiana con comportamenti che cominciano ad essere troppi per essere considerati casi isolati. Da questo punto di vista, caro don Corrado, il suo pur apprezzabile comunicato dopo l’arresto del suo confratello, sembra rimandare ad una richiesta di scuse per un’eccezione. Quando invece bisognerebbe, a nostro avviso, prendere atto che occorre formare meglio e con più oculatezza i propri ministri.

    Cosa non sempre facile, ce ne rendiamo conto, vista la difficoltà nel trovare vocazioni. Allora, più che guardare alle famiglie e sentenziare, senza ben conoscere l’esperienza genitoriale, le chiese locali, e lei

    sicuramente, don Corrado, ne ha le capacità, comincino a guardare le proprie famiglie di fede e capire se non è meglio dare, più che buoni consigli, ottimi esempi di vita. E un buon esempio, don Corrado, potrebbe essere quello di annunciare la volontà di costituirsi parte civile in ogni processo, presente e futuro, che veda implicati presbiteri o religiosi della diocesi di Palermo. Sarebbe un primo concreto modo di passare dalle belle e condivisibili parole ai fatti.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/02/04/news/sui_preti_che_molestano_i_bambini_scusarsi_non_basta-132764557/

  • Pedofilia : Governo Renzi inadempiente, nemmeno la relazione annuale presenta.

    Pedofilia : Governo Renzi inadempiente, nemmeno la relazione annuale presenta.

    foto : duepuntozero.alemanno.it

    di Simona Mazza

    Il Governo Renzi, impegnato nell’autocelebrazione del contributo alla presunta crescita del Paese, che a dire il vero nessun cittadino sano di mente ha mai notato, ad oggi non ha ottemperato ad un obbligo normativo assai stringente relativo alla preoccupante impennata della pedofilia.

    Questo nonostante la legge 3 agosto 1998, numero 269, all’articolo 17, comma 1, stabilisca che il Primo Ministro debba presentare ogni anno al parlamento una relazione sull’applicazione della legge contro il triste fenomeno.

    Si tratta di una svista, di una priorità ritenuta marginale o cos’altro?

    Alla domanda non possiamo rispondere, tuttavia desta sconcerto che Renzi non abbia ancora risposto a ben 37 atti parlamentari relativi alla violenza contro bambini e adolescenti, ma soprattutto desta sospetto il fatto che abbia ospitato durante un convegno pubblico a Firenze il pluricondannato (nel 1985 per pedofilia e nel 2000 per maltrattamenti contro i minori), Rodolfo Fiesoli, padrone della Coop agricola o meglio della comunità Lager del Mugello, il Forteto, dove si consumavano reiterate violenze sessuali contro i minori, malversazioni di ogni sorta ed appropriazione indebita. Clicca e leggi i particolari a firma di Gianni Lannes

    Nonostante siano finiti a processo 22 componenti della banda, Renzi infatti non ha mai commissariato la cooperativa, garantendo copertura politica e legittimità istituzionale a quel che resta di una realtà ormai da tutti riconosciuta come criminale.

    La risposta del Governo per evitare il commissariamento si è basata sulla mera burocrazia, ovvero sul fatto che le violenze sessuali non erano importanti quanto non consegnare il CUD ai propri dipendenti.

    Oltre a ciò, Renzi tace ancora sulla sorte degli oltre 6 mila minori non accompagnati, definiti “irreperibili” in quanto spariti dai cosiddetti centri di accoglienza italiani nel 2015.

    Una risposta, insoddisfacente per altro, è arrivata il 17 luglio 2014 dal sottosegretario di Stato al lavoro e alle politiche sociali, Franca Biondelli, che si è limitata a riferire in pubblica audizione che “la concentrazione territoriale dei flussi e l’incremento numerico ha portato alla collocazione di un significativo numero di migranti stranieri non accompagnati in strutture di accoglienza non accreditate/autorizzate”.

    Dulcis in fundo, tanto per far capire quale direzione stia prendendo il Governo a tutela dei minori, sottolineano che l’esecutivo Renzi sta procedendo allo smantellamento di numerosi presidi della Polizia Postale impegnati nel contrasto del fenomeno “pedofilia”. Il tutto in nome della razionalizzazione delle risorse umane.

    Insomma, la posizione del Governo risulta ambigua, non fosse altro che i minori spesso foraggiano l’industria del crimine ad ogni latitudine: dallo sfruttamento del lavoro, alla prostituzione, dalla pedofilia, fino al traffico di organi.

    In ogni modo, questi dati vengono taciuti e non sembra che l’opinione pubblica sia abbastanza attenta al fenomeno, complice il silenzio dei media di regime.

    La pedofilia è forse un male minore?

    Analizzando i dati si direbbe proprio di no!

    Secondo Telefono Azzurro, l’industria dell’abuso sessuale on-line genera 50.000 nuove immagini di abusi sessuali sui bambini ogni anno e in tutta Europa, un bambino su cinque ha subito violenza.

    Una ricerca Istat del 2012, in Italia le denunce sono state: 558 per atti sessuali con minorenne; 120 per corruzione di minorenne; 380 per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

    Perché solo un bambino sano può creare un futuro giusto.

  • Oscuramento sito Rete L’ABUSO

    Oscuramento sito Rete L’ABUSO

    Come da esplicita richiesta del provider di servizi web 1and1 abbiamo provveduto ad oscurare temporaneamente gli articoli che contenevano notizie sulla condanna canonica di don Francesco Rutigliano, contrariamente 1and1 avrebbe oscurato l’intero sito della Rete L’ABUSO.

    Teniamo a sottolineare che l’imposizione liberticida non è avvenuta a seguito di un provvedimento della magistratura.

    Tratto da Liguriaoggi

    Un nuovo caso di censura per un sito on line “scomodo” che certamente meriterebbe l’attenzione del garante delle Comunicazioni ma anche del Parlamento italiano vista la delicatezza del tema in discussione.
    La Rete l’Abuso si batte da anni contro la pedofilia ed ha denunciato diversi casi di molestie e vere e proprie violenze perpetrate da preti e religiosi ai danni di bambini innocenti.
    E proprio uno di questi casi sta provocando “curiose reazioni” come la richiesta del fornitore di servizi Internet di cancellare alcuni articoli pena l’oscuramento del sito.
    In pratica, a ordinare la rimozione degli articoli, non è un giudice italiano al termine di un regolare processo ma un Internet Provider che riceve una richiesta da parte del diretto interessato che, dopo aver minacciato azioni legali, starebbe ora tentando quelle della censura prevista comunque da una legge liberticida che prevede che un articolo pubblicato da un giornale cartaceo debba essere valutato da un magistrato mentre quello di un sito Internet possa essere rimosso per semplice richiesta dell’interessato.
    Per fare un esempio chiaramente esagerato, un serial killer pluriomicida, potrebbe chiedere la rimozione degli articoli che parlano di lui e dei suoi efferati delitti con una semplice lettera raccomandata.
    E se non lo fa chi ha scritto gli articoli – magari avendo le prove di ciò che dice e potendo comunque affrontare un giudizio in Tribunale secondo quanto previsto dalla Costituzione Italiana – può farlo arbitrariamente il fornitore del servizio Internet dove l’articolo è fisicamente collocato.
    La Rete L’Abuso ha ricevuto una diffida dal fornitore di Hosting alla rimozione degli articoli di denuncia entro 48 ore ed ha deciso di obbedire giusto il tempo necessario a garantire lo spostamento delle denunce ad un altro fornitore di servizi Internet.
    Nel farlo denuncia però il grave attentato alla libertà di espressione, tutelata dalla Costituzione Italiana e la legge liberticida che rende “cittadini di serie B” chi scrive e pubblica su Internet rispetto a chi pubblica su carta stampata.

    FONTE

  • Forteto: quegli abusi ai minori protetti dal Pd

    Forteto: quegli abusi ai minori protetti dal Pd

    UNA FOLLE SPERIMENTAZIONE SOCIALE
    Quella del “Forteto” è una delle più allucinanti vicende italiane. Per decenni, tra le colline del Mugello si è consumata una storia di orrori, abusi, violenze, potere e ideologia sulla pelle di ragazzi e bambini, sotto gli occhi distratti delle istituzioni, in alcuni casi addirittura complici.
    Il Forteto è l’incarnazione di una folle sperimentazione sociale nata alla fine degli anni ’70 nella tempesta della contestazione ideologica all’autorità, della liberazione sessuale e delle prime teorie gender fondate sui postulati della neutralità uomo-donna.
    La vicenda è raccontata in un libro inchiesta di due giornalisti toscani, Francesco Pini e Duccio Tronci, dal titolo emblematico: “Setta di Stato”.

    Forteto viene fondata nel 1978 da Luigi Rodolfo Fiesoli, poi conosciuto come il “Profeta”, sessantottino di Prato inquietante e carismatico.
    La comunità, che si struttura come cooperativa agricola, diventa subito un modello per la sinistra toscana; il simbolo realizzato dell’opposizione ai valori della società borghese e della famiglia tradizionale, un’esperienza concreta di nuove relazioni tra i sessi, un riferimento ideale per politici e intellettuali.
    Pur non essendo una struttura d’accoglienza, al Forteto vengono inviati in affidamento disabili fisici e psichici, minori con problemi d’inserimento; il modello educativo appare, ai tanti esperti, funzionale e valido.

    LA PRIMA CONDANNA
    Eppure, fin dall’inizio, circolano strane voci sulle pratiche adottate in quella comunità: si parla di abusi sessuali, violenze e intimidazioni. Il “Profeta” imponeva l’omosessualità come mezzo per la purificazione, e il rifiuto della famiglia d’origine come strumento di liberazione individuale.
    Arrivano le prime denunce di genitori picchiati dai figli su ordine di Fiesoli e di ex seguaci riusciti a fuggire dai violenti condizionamenti psicologici e sessuali. Nel 1978 un coraggioso magistrato toscano, Carlo Casini, apre l’inchiesta; Fiesoli ed il suo braccio destro Luigi Goffredi vengono arrestati e nel 1985 condannati in via definitiva per “libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti”. Non sono provate le spedizioni punitive contro genitori e fuoriusciti ma confermati gli abusi sessuali su due disabili affidati e violenze psichiche contro un ragazzo di quindici anni.

    In un paese civile la storia finirebbe qui: i due sarebbero in galera e Forteto sarebbe chiusa. Ma nella Toscana rossa la storia continua, incredibilmente.
    Nonostante la condanna di Fiesoli, i giudici minorili ricominciano ad affidargli “direttamente” ragazzi minorenni e bambini; il primo (un bimbo down di tre anni) dopo appena sei mesi dall’arresto con il processo in corso. Goffredi riesce persino ad avere due bambini in adozione dopo la sua condanna.
    Per decenni gli abusi sessuali e le violenze psicologiche continuano sotto l’occhio distratto delle Istituzioni preposte a proteggere quei ragazzi.
    Tutti sapevano che anche i meccanismi di affidamento erano irregolari. All’interno della comunità venivano create “famiglie funzionali”, nuclei fittizi che servivano per ottenere l’affidamento del bambino ma che poi veniva seguito da uno dei “discepoli”. Nessuno controllava.
    I racconti dell’orrore che uscivano da quel luogo non distoglievano i giudici minorili, gli psicologi dell’infanzia, gli assistenti sociali dagli elogi sperticati al modello educativo del Forteto.

    NUOVE CONDANNE
    Nel 2000 arriva una condanna contro lo Stato italiano addirittura dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per le gravi anomalie riscontrate nelle procedure di affidamento al Forteto.
    Nel 2002 Bruno Vespa dedica, al caso Forteto una puntata di Porta a Porta; dichiarerà di non aver mai subito così “tante pressioni quotidiane sistematiche e sconcertanti” per impedire che l’inchiesta andasse in onda.
    Poi, nel 2012 nuove denunce e un nuovo processo concluso nel giugno 2015 con la condanna di Fiesoli a 17 anni, Goffredi a 8 e di altre 14 persone della cooperativa a pene fino a 8 anni, per violenze sessuali e maltrattamenti ai danni di ragazzi e bambini affidati.

    Il libro di Pini e Tronci raccoglie un elenco infinito di racconti di orrori consumati in quella comunità, ricostruisce la storia ed elenca nomi e cognomi di politici, magistrati, intellettuali che hanno coperto o sono stati irresponsabilmente superficiali.

    UN FIORE ALL’OCCHIELLO
    La comunità del Forteto era un fiore all’occhiello delle cooperative rosse toscane e tappa obbligata di tutti i leader della sinistra italiana in campagna elettorale, sia locali che nazionali: da D’Alema a Bersani, fino a Renzi. Antonio Di Pietro, eletto al Mugello, andò oltre; firmò la prefazione ad un libro sull’esperienza comunitaria descrivendolo come uno spazio “di amore reale che trova suggerimenti nel Vangelo e in un’attenta osservazione dell’altro”.
    D’altronde la Comunità era anche un serbatoio di tessere e voti.

    La Regione Toscana (da sempre governata dalla sinistra), fin dal 1980 quando acquistò per 300 milioni di lire la prima fattoria che poi assegnò a Fiesoli, ha continuato ininterrottamente a finanziare la cooperativa nonostante le denunce e le condanne; milioni di euro in contributi di cui l’ultimo nel 2014, di 700 mila euro. Un fiume di denaro pubblico non solo alla cooperativa ma anche alla Fondazione, presieduta da Goffredi, che organizzava cicli didattici per le scuole e corsi per educatori; un condannato per abuso ai minori che insegnava come educare i minori.

    Fiesoli e Goffredi hanno continuato fino in tempi recenti ad essere invitati nei convegni pubblici per parlare dell’esperienza del Forteto, a scrivere libri pubblicati da importanti case editrici.
    Nelle loro testimonianze educative nessun accenno all’omosessualità minorile imposta come pedagogia, alle violenze, alla pedofilia e alla zoofilia (secondo alcune testimonianze) indotte come azioni terapeutiche.

    Uno dei primi fuoriusciti dalla comunità la definì un luogo “dove il sesso agisce da parafango per la pazzia”.

    L’ULTIMA VERGOGNA
    Qualche giorno fa l’ultima vergogna. In Parlamento, una mozione unitaria delle opposizioni (da Forza Italia al M5S, da Sel alla Lega a FdI) ha chiesto il commissariamento della cooperativa e l’Istituzione di una Commissione d’inchiesta per accertare i livelli di complicità e connivenze. La mozione è stata bocciata dal Pd.
    Chissà cosa sarebbe successo se Forteto fosse stata una parrocchia e Fiesoli un sacerdote cattolico. Ma il pedofilo, quando è di sinistra, va protetto.

    Il caso Forteto rimane tuttora una delle pagine più nere e immorali della sinistra italiana.

    Forteto: quegli abusi ai minori protetti dal Pd