Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: patteggiato

  • Diede del pedofilo al Presidente della Rete L’ABUSO. Patteggia noto architetto savonese.

    Diede del pedofilo al Presidente della Rete L’ABUSO. Patteggia noto architetto savonese.

    Elena Fedi, noto architetto savonese molto vicino agli ambienti della Curia e del Partito Democratico ha patteggiato una sanzione da 700 euro per diffamazione aggravata a danni del Presidente della Rete L’ABUSO Onlus

    L’architetto, nel 2010 commentò sul blog del SECOLO XIX un articolo dal titolo “Pedofilia, accertamenti su altri due sacerdoti” nel quale venivano riportate due segnalazioni riguardanti denunce fatte da Zanardi.

    Nei commenti, la donna, riferendosi al defunto economo della Diocesi di Savona, don Carlo Rebagliati, commentò “… non sarà che sostiene Zanardi proprio perché appartengono alla stessa ‘parrocchia’ ? (gusti sessuali identici) E poi Zanardi che si è ‘sposato’ con un ragazzo molto più giovane, non ha inclinazioni pedofile pure lui? Probabilmente ha iniziato la relazione con il suo compagno quando questi era ancora minorenne” affermazione decisamente falsa oltre che offensiva della reputazione di Zanardi.

    Ad aggravare notevolmente la posizione diffamatoria della donna, il fatto che Zanardi fu vittima di un sacerdote pedofilo, don Nello Giraudo, condannato nel 2012 e proprio ieri rinviato a giudizio per aver minacciato una delle sue vittime, secondo l’ex sacerdote “colpevole” di aver denunciato le molestie da lui subite.

    L’architetto Fedi, difeso dall’avvocato Valeria Baldi, ha patteggiato in sede penale ad una pena base di 1000 € di multa, pena ridotta per il rito a 700€ oltre che al pagamento delle spese processuali.

    Francesco Zanardi, si è costituito parte civile durante il processo ed in questi giorni ha avviato una richiesta di risarcimento per le gravi offese e per il danno subito, annunciando che devolverà l’inetro risarcimento all’associazione Rete L’ABUSO di cui è presidente nonché fondatore.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

  • Sezze, il prete era un impostore condannato per pedofilia

    Sezze, il prete era un impostore condannato per pedofilia

    Dal 2011 si nascondeva nella Cattedrale di Santa Maria a Sezze, in provincia di Latina, dove era stato accolto dai suoi fratelli ignari di quanto pendeva sulle sue spalle.

    Si tratta di un ex sacerdote che si è dato alla fuga dopo essere stato scoperto dal vescovo di Latina, Monsignor Mariano Crociara. Ne parla nell’edizione odierna il quotidiano Oggi Latina.

    L’ex religioso di nazionalità indiana, su cui pende una accusa di pedofilia del tribunale di Fermo e un decreto di “spretizzazione” del Vaticano, David Antonysamy di 50 anni appartenente ad un ordine religioso di missionari d’Oriente, era approdato a Sezze in provincia di Latina nel 2011 dove si era presentato dicendo di chiamarsi don Joseph, ma senza mai esibire documenti.

    Era sempre pronto ad aiutare, però, e per questo gli era stato dato un appartamento all’interno dell’oratorio. L’ex sacerdote, nel 2011, era stato sottoposto a processo e aveva patteggiato la sua pena davanti al tribunale di Fermo. Ora è accusato di usurpazione di titolo e, dopo essere venuto a conoscenza delle intenzioni del vescovo Crociata che lo ha scoperto, si è dato alla fuga. Sul caso indagano i carabinieri di Sezze e di Latina: il sacerdote, negli ultimi anni a Sezze, aveva detto regolarmente messa evitando però di celebrare i matrimoni.

    QUEGLI STUDI CHE NON FINIVANO MAI Come sia potuto accadere lo spiega il responsabile della comunicazione della curia vescovile di Latina, don Pasquale Bua. “Molti preti che sono impegnati nei loro studi teologici a Roma – ha detto – spesso si offrono di dare un aiuto alle parrocchie del circondario, succede soprattutto alla periferia della capitale ma anche in fuori provincia. Forse con un po’ troppa superficialità non gli è mai stato chiesto di esibire il suo Celebret (il documento che certifica il percorso clericale, ndr) ma la  nostra curia non gli ha mai assegnato alcun incarico, è bene sottolinearlo”.

    UNA CIRCOLARE DEL VESCOVO E L’IMPOSTORE SPARISCE E’ stato don Giordano, il parroco della vecchia cattedrale, il primo a dubitare di quel prete che da tre anni e passa studiava a Roma ma non si capiva bene cosa. Informata la Curia, il nuovo vescovo di Latina monsignor Mariano Crociara, ha avviato una rapida indagine interna che ha portato alla verità.

    Verità che ha fatto il giro molto presto, addirittura molto più in fretta della circolare che la Curia ha trasmesso a tutte le parrocchie per proibire di dare ospitalità all’impostore. Di lui, infatti, si sono subito perse le tracce. “Non sappiamo dove sia – ha concluso don Pasquale – ci dispiace per i fedeli di Sezze ma almeno ci resta la consolazione che nessuno si è mai lamentato del suo operato”.

  • Materiale pedopornografico nel pc, prete verso la sospensione

    Materiale pedopornografico nel pc, prete verso la sospensione

    Don Giampiero Bracchi è stato sospeso dall’esercizio del ministero. Fonti molto vicine agli ambienti della curia lodigiana assicurano che, dopo le recenti vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista, l’ex parroco di Corte Palasio è stato sospeso e gli atti relativi al suo caso sono stati trasmessi a Roma

    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 23 marzo 2014 – Don Giampiero Bracchi è stato sospeso dall’esercizio del ministero. Fonti molto vicine agli ambienti della curia lodigiana assicurano che, dopo le recenti vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista, l’ex parroco di Corte Palasio è stato sospeso e gli atti relativi al suo caso sono stati trasmessi a Roma. Solo il Vaticano, infatti, ha il potere di decidere se dimettere dallo stato clericale un sacerdote della Chiesa. Purtroppo non è stato possibile avere conferme ufficiali da parte della diocesi, mentre l’avvocato di don Giampiero, Mario Zanchetti, ha detto di non essere a conoscenza di nessun provvedimento nei confronti del prete 57enne.

    Don Bracchi, originario di Sant’Angelo Lodigiano, settimana scorsa ha patteggiato la pena di 4 mesi poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro, perché gli inquirenti avevano trovato sul suo computer 6immagini pedopornografiche e tracce di altre 134 fotografie simili cancellate dalla memoria del pc. Il parroco aveva già un precedente per atti sessuali con un 15enne, e anche in quel caso aveva deciso di patteggiare.  La vicenda risaliva all’aprile 2008 e, secondo l’accusa, aveva avuto come teatro l’oratorio di Corte Palasio, paese dove don Bracchi è stato parroco dal 2003 al 2007. Per evitare lo scandalo la diocesi di Lodi aveva deciso di fargli passare un periodo di “isolamento” a Milano e poi di trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio.

    Pur restando incardinato nella diocesi di Lodi, don Bracchi era stato “affidato” a quella di Vigevano perché si pensava che il fatto che quest’ultima fosse guidata dal lodigiano monsignor Claudio Baggini potesse aiutarlo nel suo percorso di riabilitazione. Era stato lo stesso vescovo Baggini, poi, a far tornare in prete in parrocchia nel 2009 affidandogli l’oratorio di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario.  Le forze dell’ordine avevano ricominciato a interessarsi al sacerdote dopo che alcuni residenti avevano detto di averlo visto insieme a un ragazzino di 10 anni lungo una strada di campagna.

    La vicenda si era poi conclusa in una bolla di sapone, ma durante le indagini era stata perquisita l’abitazione di don Giampiero e nel suo computer erano state trovate le immagini pedopornografiche che gli sono costate un nuovo processo penale. La diocesi aveva quindi deciso di allontanare il parroco da Mezzano e assegnarlo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede. Da novembre don Bracchi ha cominciato un percorso di cura al presidio criminologico territoriale di Milano.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2014/03/23/1042948-pedofilia-prete.shtml

  • Materiale pedopornografico nel pc, ex parroco patteggia 4 mesi: “Spetta al vescovo prendere provvedimenti”

    Materiale pedopornografico nel pc, ex parroco patteggia 4 mesi: “Spetta al vescovo prendere provvedimenti”

    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 13 marzo 2014 – «Si sapeva che sarebbe finita così, ma spetterà al monsignor vescovo di Lodi prendere eventualmente delle decisioni riguardo al cammino spirituale di don Giampiero». A parlare in questi termini è monsignor Emilio Pastormerlo, portavoce della Diocesi di Vigevano, in riferimento alla conclusione del processo che ha visto imputato don Giampiero Bracchi per possesso di materiale pedopornografico. Don Giampiero, 57 anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano, martedì ha patteggiato la pena di quattro mesi di reclusione e il pagamento di 1.200 euro di multa, poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro totali, perché gli inquirenti avevano trovato sul suo computer sei immagini pornografiche aventi per protagonisti dei minorenni e tracce di altre 134 fotografie simili che erano state cancellate dalla memoria del pc. Il parroco aveva già avuto un precedente per atti sessuali con un 15enne, e anche in quel caso aveva deciso di patteggiare.

    Secondo l’accusa, la triste vicenda aveva avuto come teatro l’oratorio di Corte Palasio, paese dove don Bracchi è stato parroco della chiesa di San Giorgio martire dal 2003 al 2007. Prima che il processo nei suoi confronti giungesse al termine, la diocesi di Lodi aveva deciso di fargli passare un periodo di “isolamento” a Milano e poi di trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio, dalla quale ogni tanto il don si spostava per sotituire i preti assenti nelle parrocchie della zona. La decisione di collocare il prete alla diocesi di Vigevano era stata presa perché il vescovo di quella zona era monsignor Claudio Baggini, un lodigiano.

    «Don Giampiero, però, è sempre rimasto incardinato nella diocesi di Lodi — specifica monsignor Pastormerlo —. Lo abbiamo accolto perché il nostro compito è sempre quello di cercare di far intraprendere alle persone un cammino di conversione, cosa che, tra l’altro, sembrava che don Giampiero stesse facendo. Era un cammino di recupero alla luce del sole». Dopo essere stato “trasferito” a Vigevano, infatti, il prete era stato assegnato alla parrocchia di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario. Le perquisizioni in casa sua e le immagini pedopornografiche nel suo pc, però, lo avevano rigettato nell’occhio del ciclone e la curia aveva deciso nuovamente di spostarlo assegnandolo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede. Questa volta, almeno, lontano dai bambini.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2014/03/13/1038359-pedofilia-condanna.shtml

  • Materiale pedopornografico nel pc, ex parroco patteggia. Il vescovo: “Pregate per i coinvolti”

    Materiale pedopornografico nel pc, ex parroco patteggia. Il vescovo: “Pregate per i coinvolti”

    Poche righe. “Il Vescovo di Lodi esprime preoccupazione e amarezza per le recenti vicende che hanno coinvolto alcuni sacerdoti lodigiani. Nel frattempo il Vescovo chiede la preghiera di tutti per le persone coinvolte”
    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 14 marzo 2014 – Poche righe. «Il Vescovo di Lodi esprime preoccupazione e amarezza per le recenti vicende che hanno coinvolto alcuni sacerdoti lodigiani e che sono apparse in questi giorni sulla stampa. In attesa di conoscere qualche ulteriore elemento che aiuti a chiarire le dimensioni delle singole vicende, che comunque saranno seguite con il rispetto rigoroso delle norme canoniche, il Vescovo esprime naturale fiducia verso la magistratura civile e i suoi pronunciamenti. Nel frattempo il Vescovo chiede la preghiera di tutti per le persone coinvolte».

    Monsignor Giuseppe Merisi ha voluto affidare a una breve nota il suo pensiero riguardo alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto don Giampiero Bracchi, ex parroco di Corte Palasio. Il prete, dopo aver patteggiato nell’aprile 2008 la pena di due anni di reclusione per atti sessuali con un ragazzino di 15 anni, martedì ha nuovamente deciso di patteggiare per concludere un altro processo che lo vedeva imputato. Don Giampiero dovrà pagare una multa di 31.200 euro per possesso di materiale pedopornografico. Nel suo computer gli inquirenti hanno trovato sei immagini pornografiche aventi per protagonisti dei minorenni e tracce di altre 134 fotografie simili cancellate dalla memoria del pc.

    Parroco della chiesa di San Giorgio martire di Corte Palasio dal 2003 al 2007, don Giampiero era stato trasferito a seguito del clamore provocato del primo patteggiamento per abusi sessuali. Nel 2009 era stato assegnato alla parrocchia di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario. Era stato l’allora vescovo di Vigevano, monsignor Claudio Baggini, a decidere di far tornare il prete in oratorio. Il lodigiano monsignor Baggini, d’accordo con il suo omologo di Lodi, aveva accolto don Giampiero nella sua Siocesi, dove il prete avrebbe dovuto terminare il servizio fra un anno.

    Passato questo periodo, il parroco sarebbe potuto tornare a Lodi, la diocesi nella quale lui è sempre rimasto incardinato. Ora che un secondo gravissimo episodio l’ha visto protagonista, la domanda è se il prete continuerà a vestire l’abito talare, considerata anche la nuova direzione che ha intrapreso Papa Francesco sul tema della pedofilia. La decisione però spetta al vescovo di Lodi, che per il momento si è limitato ad affidare il suo pensiero a poche righe.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2014/03/14/1038831-pedofilia-condanna.shtml

  • Pedopornografia. Condannato a 4 mesi don Giampiero Bracchi, recidivo.

    Pedopornografia. Condannato a 4 mesi don Giampiero Bracchi, recidivo.

    Corte Palasio (LO). Già condannato a 2 anni per atti sessuali con minori di 15 anni

    Materiale pedopornografico nel pc. L’ex parroco di Corte Palasio condannato a 4 mesi

    Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico

    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 12 marzo 2014 – Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico. Don Giampiero Bracchi, 57 anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano ed ex parroco di Corte Palasio, nell’aprile 2008 aveva già patteggiato la pena di due anni di reclusione per atti sessuali con un ragazzino di 15 anni. Una sentenza che aveva spinto la Diocesi di Lodi a decidere di fargli passare un periodo di “isolamento” al Pime di Milano (Pontificio istituto missioni estere) e poi a trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio, nel Pavese, dalla quale ogni tanto il sacerdote si spostava per sostituire i preti assenti nelle parrocchie della zona.

    Ma il parroco ieri mattina è stato condannato dal giudice Luigi Riganti del tribunale di Pavia a quattro mesi di reclusione e al pagamento di 1.200 euro di multa, poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro totali, per detenzione di materiale pedopornografico. Gli investigatori avevano trovato nel suo computer portatile sei immagini raffiguranti minorenni in pose considerate inequivocabili e tracce di altre 134 fotografie che erano state cancellate dalla memoria del computer.

    L’inquietante scoperta era stata fatta nel 2012 quando gli investigatori avevano perquisito l’abitazione dell’allora parroco di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario, in provincia di Pavia. Il prete nel 2009 era stato assegnato alla piccola parrocchia dal vescovo di Vigevano, monsignor Claudio Baggini, dopo che il don era stato allontanato dalla diocesi di Lodi. L’indagine era partita perché alcuni abitanti del piccolo Comune pavese avevano detto di aver visto don Bracchi in auto insieme a un ragazzo che faceva il chierichetto in parrocchia e che aveva appena dieci anni. Considerati i “trascorsi” del prete e visto che da qualche tempo in paese alcuni genitori si lamentavano per il linguaggio troppo scurrile utilizzato dal parroco davanti ai ragazzi dell’oratorio, la polizia locale di Travacò Siccomario aveva cominciato a indagare e aveva poi passato gli atti alla procura di Pavia. Ma la voce aveva cominciato a spargersi in paese.

    Il clamore scatenato dalla vicenda, amplificato anche da una dura lettera aperta scritta dall’ex parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, aveva poi costretto la diocesi di Vigevano a prendere una decisione drastica. Ancora una volta, però, invece di allontanare il prete dalla vita ecclesiastica si era preferito trasferirlo un’altra volta, assegnandolo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede, sempre in provincia di Pavia ma in Lomellina. Poi, l’ennesimo spostamento: da novembre, infatti, don Bracchi ha cominciato un percorso di cura al presidio criminologico territoriale di Milano. Ieri per tutta la giornata non è stato possibile contattare l’avvocato difensore del sacerdote, Mario Zanchetti, del foro di Milano.

    IL PRESBITERIO – BRACCHI DON GIAMPIERO

    0382- 482.243
    Via Po, 10 – Fraz. Mezzano
    27020 TRAVACO’ SICCOMARIO PV

    Nato il 28/04/1956
    Ordinato il 23/06/1990

    giampiero56@libero.it Scrivi un EMail
    Incarichi:
    Amm. Parr. S.Martino Vescovo

    Curriculum:
    Parroco Corte Palasio (lug.2003-set.2007)
    Vic. Parr. Cerro al Lambro (ago.1993-giu.2003)
    Vic. Parr. San Rocco al Porto (set.1990-lug.1993)

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronac…eggia-1.8836529

    Foto pedoporno, sacerdote patteggia

    Le immagini scoperte sul suo computer a Mezzano di Travacò, la pena a 4 mesi convertita in una multa da 30mila euro

    di Fabrizio Merli

    TRAVACO’ SICCOMARIO. In seguito a una perquisizione, la polizia gli aveva trovato fotografie pedopornografiche nel computer. Così, don Giampiero Bracchi, 57 anni, ex parroco della frazione Mezzano di Travacò Siccomario, ieri ha patteggiato 4 mesi (convertiti in una multa da 30mila euro) e altri 1.200 euro di multa. Il patteggiamento si è svolto davanti al giudice Luigi Riganti e il pubblico ministero, Giovanni Benelli, ha prestato il consenso al rito. Il caso che ha visto coinvolto il sacerdote risale al 2012, anche se alcune voci avevano accompagnato il suo arrivo a Mezzano: il 30 aprile 2008, infatti, il religioso aveva patteggiato un’altra condanna, questa volta a due anni, per l’accusa di atti sessuali con minore, in relazione a un episodio che si verificò il 20 maggio 2007 a Corte Palasio (Lodi), dove don Bracchi era stato parroco dal luglio 2003 al settembre 2007.Tornando al 2012, nel corso dell’estate un cittadino riferì ai vigili urbani di Travacò di avere visto don Bracchi che, su una strada sterrata, faceva guidare la propria Fiat Gran Punto a un bambino di 10 anni. Questo portò a una segnalazione alla procura di Pavia, che aprì un fascicolo d’indagine. Il bambino faceva il chierichetto alla chiesa di Mezzano e aveva libero accesso a tutti i locali della sacrestia, tanto che gli altri bimbi lo definivano il “cocco” del parroco. Inizialmente si investigò per capire se il sacerdote potesse avere abusato sessualmente di soggetti minorenni. Gli accertamenti furono delegati alla questura di Pavia e furono estremamente capillari. Sulla Gran Punto del sacerdote vennero nascoste delle “cimici”, tramite le quali si ebbe la conferma che il religioso, parlando con i ragazzi, utilizzava un linguaggio a dir poco disinvolto. Oltre a ciò, gli uomini della questura piazzarono anche una telecamera nella stanza da letto del parroco e intercettarono le sue telefonate. L’indagine, alla fine, non portò alla luce elementi importanti, tanto che lo stesso pm chiese e ottenne l’archiviazione. Ma nel corso di tali attività, l’autorità giudiziaria dispose anche, il 22 ottobre 2012, il sequestro del computer “Hp Pavillon” di don Bracchi. Qui, furono trovate 6 immagini pedopornografiche, altre 5 furono rintracciate nei “temporary files” di internet (la traccia elettronica che rimane su un pc dopo la navigazione sulla rete) e 134 «immagini non visibili», quindi, probabilmente, cancellate. Per questo reato, dunque, il sacerdote, ieri mattina, ha patteggiato. Al momento del rinvìo a giudizio, il sacerdote lavorava alla casa di riposo di Mede. Il parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, riferì alla squadra mobile che la situazione “sospetta” di Mezzano fu segnalata più volte alle autorità religiose di Vigevano, curia dalla quale dipende Travacò. Nel dicembre 2010, don Pietro Gariboldi presentò rinuncia alla parrocchia, ma non ebbe risposte. Nel settembre 2011 incontrò l’allora vescovo, Vincenzo Di Mauro, che gli garantì di avere inviato un seminarista al Grest di Mezzano e di avere saputo che don Bracchi «si era comportato bene». Ancora, il 20 giugno 2012 don Pietro sollecitò l’intervento del vicario di Vigevano, sino a quando, poco dopo, parlò al cardinale Dionigi Tettamanzi, all’epoca amministratore apostolico della Curia. In seguito a ciò don Bracchi tenne un atteggiamento più rispettoso. Sino alla perquisizione.

  • Foto pedoporno, sacerdote patteggia

    Foto pedoporno, sacerdote patteggia

    Le immagini scoperte sul suo computer a Mezzano di Travacò, la pena a 4 mesi convertita in una multa da 30mila euro

    di Fabrizio Merli

    TRAVACO’ SICCOMARIO. In seguito a una perquisizione, la polizia gli aveva trovato fotografie pedopornografiche nel computer. Così, don Giampiero Bracchi, 57 anni, ex parroco della frazione Mezzano di Travacò Siccomario, ieri ha patteggiato 4 mesi (convertiti in una multa da 30mila euro) e altri 1.200 euro di multa. Il patteggiamento si è svolto davanti al giudice Luigi Riganti e il pubblico ministero, Giovanni Benelli, ha prestato il consenso al rito. Il caso che ha visto coinvolto il sacerdote risale al 2012, anche se alcune voci avevano accompagnato il suo arrivo a Mezzano: il 30 aprile 2008, infatti, il religioso aveva patteggiato un’altra condanna, questa volta a due anni, per l’accusa di atti sessuali con minore, in relazione a un episodio che si verificò il 20 maggio 2007 a Corte Palasio (Lodi), dove don Bracchi era stato parroco dal luglio 2003 al settembre 2007.Tornando al 2012, nel corso dell’estate un cittadino riferì ai vigili urbani di Travacò di avere visto don Bracchi che, su una strada sterrata, faceva guidare la propria Fiat Gran Punto a un bambino di 10 anni. Questo portò a una segnalazione alla procura di Pavia, che aprì un fascicolo d’indagine. Il bambino faceva il chierichetto alla chiesa di Mezzano e aveva libero accesso a tutti i locali della sacrestia, tanto che gli altri bimbi lo definivano il “cocco” del parroco. Inizialmente si investigò per capire se il sacerdote potesse avere abusato sessualmente di soggetti minorenni. Gli accertamenti furono delegati alla questura di Pavia e furono estremamente capillari. Sulla Gran Punto del sacerdote vennero nascoste delle “cimici”, tramite le quali si ebbe la conferma che il religioso, parlando con i ragazzi, utilizzava un linguaggio a dir poco disinvolto. Oltre a ciò, gli uomini della questura piazzarono anche una telecamera nella stanza da letto del parroco e intercettarono le sue telefonate. L’indagine, alla fine, non portò alla luce elementi importanti, tanto che lo stesso pm chiese e ottenne l’archiviazione. Ma nel corso di tali attività, l’autorità giudiziaria dispose anche, il 22 ottobre 2012, il sequestro del computer “Hp Pavillon” di don Bracchi. Qui, furono trovate 6 immagini pedopornografiche, altre 5 furono rintracciate nei “temporary files” di internet (la traccia elettronica che rimane su un pc dopo la navigazione sulla rete) e 134 «immagini non visibili», quindi, probabilmente, cancellate. Per questo reato, dunque, il sacerdote, ieri mattina, ha patteggiato. Al momento del rinvìo a giudizio, il sacerdote lavorava alla casa di riposo di Mede. Il parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, riferì alla squadra mobile che la situazione “sospetta” di Mezzano fu segnalata più volte alle autorità religiose di Vigevano, curia dalla quale dipende Travacò. Nel dicembre 2010, don Pietro Gariboldi presentò rinuncia alla parrocchia, ma non ebbe risposte. Nel settembre 2011 incontrò l’allora vescovo, Vincenzo Di Mauro, che gli garantì di avere inviato un seminarista al Grest di Mezzano e di avere saputo che don Bracchi «si era comportato bene». Ancora, il 20 giugno 2012 don Pietro sollecitò l’intervento del vicario di Vigevano, sino a quando, poco dopo, parlò al cardinale Dionigi Tettamanzi, all’epoca amministratore apostolico della Curia. In seguito a ciò don Bracchi tenne un atteggiamento più rispettoso. Sino alla perquisizione.

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2014/03/12/news/foto-pedoporno-sacerdote-patteggia-1.8836529

  • Abusi sessuali, quando la Cei farà mea culpa e cambierà politica?

    Abusi sessuali, quando la Cei farà mea culpa e cambierà politica?

     La domanda è d’obbligo dopo la relazione della Commissione Onu per i diritti del fanciullo circa le responsabilità del Vaticano per gli abusi sessuali commessi dal clero. La Santa Sede ha forse alcune ragioni nel ricordare che negli ultimi due anni qualcosa ha fatto, di certo però questo non vale per l’Italia. Infatti, mentre le Conferenze episcopali di Germania, Olanda, Francia, Belgio, Svizzera, Austria, Irlanda sono intervenute con azioni dirette – sebbene dopo l’esplodere nell’opinione pubblica di indicibili tragedie – in Italia la Cei ha sempre perseguito una politica di opacità e di autotutela corporativa. Non si è voluta costituire una Commissione speciale sugli abusi commessi da ecclesiastici, considerati “fenomeno marginale”. Negata persino la figura di un vescovo responsabile a livello nazionale perché, parole del segretario generale Cei, ”in Italia non c’è bisogno di un’autorità terza per seguire questi casi, il vescovo è responsabile di tutto nella propria diocesi anche in questo campo”. Possibile allora che solo in Italia nessun Vescovo abbia ritenuto di dover rassegnare le dimissioni o fare mea culpa per l’omessa vigilanza nei casi accertati di abusi sessuali? Eppure di casi ce ne sono purtroppo stati, ne posso riportare due di cui sono testimone diretto. Quello di don Ruggero Conti, parroco a Roma condannato a 14 anni in Appello per reiterati abusi su minori e rispetto al quale mi costituì in giudizio a nome del Comune visto che il sindaco Alemanno non voleva. Durante il processo il Vescovo Gino Reali, responsabile della Diocesi cui faceva capo don Conti, ammise di aver ricevuto per tempo notizie e segnalazioni di quanto poi accertato dai tribunali: non gli credette e così gli abusi proseguirono. Ebbene, non solo al momento non mi risultano siano stati presi provvedimenti canonici rispetto a don Conti, ma neanche rispetto al vescovo che rimane nel pieno esercizio delle sue funzioni.
    Caso analogo quello relativo a don Luigi Gatti, già numero uno della Caritas di Perugia che ha appena patteggiato due anni di reclusione rispetto alle accuse di molestie sessuali nei confronti di soggetti deboli affidati alla sua comunità. Anche in questo caso, il Vescovo fu informato che qualcosa non andava ma si limitò a fare “da paciere” tra vittima e predatore. Allo stesso modo, non ho notizia di reazioni nei vescovi italiani che hanno visto i tribunali accertare violenze sessuali da parte di sacerdoti sotto la loro giurisdizione: almeno 135 casi dal 2000 al 2011 secondo la stessa Cei. E allora, come può la Conferenza episcopale italiana pensare che a gestire una fase nuova possano essere gli stessi vescovi che hanno dimostrato per anni di essere incapaci di vigilare e di ammettere i loro errori? La verità è che la Cei andrebbe commissariata, essendo un organismo che riunisce i vescovi italiani e che ha mostrato di muoversi in maniera corporativa. Prova ne è che le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, adottate in pompa magna dalla Cei nel 2012, siano state respinte dallo stesso Vaticano perché fondate sul “tutto va bene madama la marchesa”. L’ultima assemblea generale della Cei del 25 gennaio scorso ne ha dovuto prendere atto ed elaborarne di nuove, ma come diceva san Tommaso “se non vedo non credo”. Sia chiaro, se la Cei vuole davvero cambiare pagina, deve prevedere: – l’obbligo di denuncia alle autorità civili da parte del clero informato di abusi; – meccanismi concreti per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni, anche attraverso commissioni indipendenti cui aprire gli archivi; – strumenti di sostegno alle vittime degli abusi. A differenza che negli Usa o in altri Paesi europei, infatti, l’unico vero attivismo delle nostre Diocesi è stato quello degli avvocati che hanno presidiato i tribunali affinché le vittime di abusi non potessero rivalersi su di loro per i risarcimenti danni. Ecco, se la Cei vuole fare davvero chiarezza, tutelando le vittime anziché le sue gerarchie, cominci con il creare un fondo per i minori abusati, ad esempio con una parte del miliardo di euro che ogni anno ottiene in maniera truffaldina dall’8 per mille dell’Irpef degli italiani.

    Il Fatto Quotidiano

  • Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Cosa fa il papa contro gli abusi dei prelati ? «Nulla». La denuncia di Francesco Zanardi, molestato da un parroco quando aveva 11 anni. «La Chiesa non denuncia i carnefici, ma li ricolloca».

    di Giovanna Faggionato

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni».
    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato con Lettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.
    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
     La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese,ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
     Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
     A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
     Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
     Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2014

    http://www.lettera43.it/cronaca/francesco-zanardi-bergoglio-ignavo-coi-preti-pedofili_43675121646.htm

  • RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    Di pochi giorni fa l’articolo di Andrea Tornielli dove si cerca di far credere in una velocizzazione dei processi Canonici nei confronti di preti pedofili. Tornielli loda in positivo anche la disastrosa ed omissiva linea di Benedetto XVI, svelata dalla stampa e dalle denunce in tutto il mondo che nel 2010 hanno portato la chiesa all’apice dello scandalo, nonché della trasparenza forzata, poco gradita al Vaticano.

    Oggi la situazione è molto più grave di quello che si vuol far credere e che si sta omettendo di dire. Sembra nessuno si accorga che la chiesa non solo continua non concretizzare come promette a mezzo stampa, risarcimenti alle vittime, prevenzione, denuncia alle autorità civili, l’apertura alla magistratura degli archivi che il Cardinale Ratzinger fece recapitare da tutto il mondo in Vaticano nel 2002, oggi sottoposti al Segreto Pontificio. Le misure di Bergoglio pare ostacolano pesantemente il lavoro della Magistratura italiana, già sufficientemente handicappata a causa del vuoto legislativo in materia, unico in Europa, di cui l’Italia è vittima.

    Dal 2010 a oggi ricordiamo le linee guida anti pedofilia della CEI divulgate nel maggio 2012, modificate in tutto il resto di Europa, rimaste sostanzialmente invariate a quelle del 1962, solo in Italia, nei fatti nessun obbligo di denuncia per i vescovi alle autorità civili, nessun aiuto alle vittime, nessuna prevenzione. Criticò pesantemente quelle linee guida anche la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Dall’arrivo di Papa Francesco i provvedimenti ci sono stati, purtroppo tanti, tutti omissivi e a salvaguardia della chiesa.  Francesco ha reso illegale la denuncia, criminalizzando la fuga di notizie, un deterrente per i membri del clero e non,  ora di fatto, definitivamente scoraggiati e intimiditi a collaborare con le autorità civili. Si aggiunge anche l’idea di istituire tribunali ecclesiastici Regionali/nazionali (gestiti da uno stato estero sul territorio italiano) che si può rivelare devastante oltre che di intralcio per la giustizia civile.

    Leggendo l’articolo di Andrea Tornielli ci si riempie la bocca di parole, ma non vi è nulla di concreto tranne il rischio che questi tribunali, imitazione dei famosi sportelli che la CEI nel 2011 voleva istituire nelle diocesi italiane, fortunatamente fallita, diventi un’ulteriore strumento di insabbiamento.

    Va tenuto conto che generalmente le vittime sono per la maggior parte cattolici o persone che frequentano la chiesa. Persone che in questi casi si rivolgono al clero, non alla magistratura, perché subiscono una certa influenza legata alla religione o per semplice cultura. Forse ci sarà un risarcimento alla vittima, come previsto dal Codice Canonico, un risarcimento insignificante (come lo stesso codice prevede) rispetto ai traumi che una persona subisce, oltre che rispetto al costo di un dignitoso percorso di analisi che la vittima dovrà affrontare.

    Questo crea una nuova situazione di omertà, che permette di poter continuare a gestire questi casi a livello interno, un’altra occasione per la chiesa di poter nascondere, spostare far sparire il pedofilo al fine di salvaguardare come ha fatto fino a oggi la propria immagine,  non la salute psicofisica dei minori affidati alle cure dei suoi sacerdoti. La vittima anche se potrà avviare una procedura in sede civile (a patto che non si impegni a non farlo in sede canonica) comunicherà di fatto, prima il caso alla curia e non alle autorità civili, senza avere quindi alcuna garanzia su che fine farà il pedofilo, sottraendolo di fatto alla giustizia e senza avere la minima garanzia che costui non continui ad abusare.

    La chiesa cattolica, anche dopo Ratzinger, quella di Francesco al momento è fatta di dichiarazioni mediatiche gonfiate dalla stampa, ma di nessun intervento concreto ma solo omissioni, come ha fatto nei confronti dell’arcivescovo polacco Josef Wesolowski, sottraendolo di fatto alla giustizia del paese che lo accusava e dandole asilo in Italia.  O come nel caso di padre Reverberi, ricercato dall’INTERPOL  e nascosto a Parma, o don Siro Invernizzi il prete pedofilo che ha patteggiato due a anni perché sorpreso con un minore mentre faceva sesso dietro un cimitero a Cugliate Fabiasco, Varese, trasferito da poco in un’altra parrocchia. Oppure il caso dell’insegnante di religione della Diocesi di Nola Napoli, caso seguito dalla nostra rete e uscito anche su Le INCHIESTE di Repubblica, dopo l’articolo si sono perse le tracce.

    Questi solo alcuni dei casi più recenti e gravi, ma basta cercate negli archivi del nostro portale, selezionando solo l’anno 2013 scoprirete mese per mese, che i casi sono decine.

    Difficile credere alle promesse di Bergoglio e alla falsa linea di positività che la stampa gli attribuisce a tutti i costi. Basta un briciolo di buonsenso, già leggendo quanto sopra che al momento non esiste un solo gesto concreto, ne a tutela delle vittime e neppure a sostegno. Esistono una marea di dichiarazioni in questi sette mesi di pontificato, un autentico pugno di mosche, unico riscontro, le mosche.

    Decine di vittime hanno scritto al Papa, lo abbiamo fatto anche noi come associazione, mesi fa, migliaia di italiani hanno firmato anche una petizioneindirizzata a lui. Non ha risposto a nessuno.

    Veramente troppo poco per non dire nulla.

    Per il momento l’invito che facciamo alle vittime resta quello di continuare a rivolgersi alla magistratura, non al clero. Con i sistemi attualmente in uso il rischio è di diventare ignari complici di ciò che voi stessi avete subito.

    Il Portavoce

    Francesco Zanardi