Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Garlasco: “Omicidio legato alla pedofilia, Chiara uccisa da un sicario”

    Garlasco: “Omicidio legato alla pedofilia, Chiara uccisa da un sicario”

    Pavia. Continua la nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva il fidanzato Alberto Stasi, ancora impegnato a scontare la pena inflittagli e recentemente è stato iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.

    “Girandoci attorno, non troviamo un movente sufficiente né per Stasi né tantomeno per Sempio né per nessun altro a commettere un omicidio di questo genere”, ha dichiarato, nel corso della più recente puntata della trasmissione Quarto Grado, l’avvocato Massimo Lovati che, insieme alla collega Angela Taccia, assiste l’indagato. “Quando un omicidio è senza movente la letteratura criminologica ricorre alla figura del sicario”, ha spiegato il legale.

    Omicidio su commissione, dunque, commesso da quello che il Crime Classification Manual dell’F.B.I. definisce “contract killer”.

    E cosa avrebbe indotto eventuali mandanti ad assumere un sicario? “Anche in quel periodo, nel Santuario delle Bozzole, che dista trecento metri da casa Poggi, oltre che esserci l’oratorio, si praticava l’esorcismo”, argomenta Lovati. “Questo è risaputo. Nel 2012, c’è uno scandalo: vengono arrestati due ragazzi rumeni che compiono un’estorsione ai danni di più sacerdoti e che riferiscono di aver accertato che in quella località non solo si praticava l’esorcismo, ma anche la pedofilia.” “Il filo comune è la pedofilia”, propone il legale, “Chiara aveva visto, praticava l’oratorio. Era diventata scomoda perché aveva saputo determinate cose, allora l’hanno eliminata.” E conclude: “Ripeto che è una mia sensazione, non ho prove o indizi.”

    In effetti, però, l’ombra della pedofilia si è profilata ciclicamente nella vicenda, come certi fiumi sotterranei che a tratti emergono in superficie per poi tornare a scomparire nelle viscere della terra.

    Nel 2009 un consulente tecnico della famiglia Poggi, parte civile nel procedimento allora in corso, ha esaminato una chiavetta usb utilizzata da Chiara. In essa, tracce di ricerche su “morti sospette”, “anoressia” e “pedofilia”. In particolare, tre file pdf denominati “Pedofilia 1, 2, 3” riportavano articoli di giornale dedicati al tema.

    Perché, nei mesi precedenti il delitto, la vittima si era interessata alla pedofilia? Le ricerche in tal senso da lei effettuate possono porsi in relazione con il suo omicidio?

    15 agosto 2007, due giorni dopo la morte di Chiara. Dinanzi a due ufficiali di polizia giudiziaria della Compagnia di Vigevano, ricorda DarkSide. Storia Segreta d’Italia, è comparsa Paola Cappa, una delle due cugine della vittima. Ha riferito dei suoi rapporti con Chiara, spiegando che, nel corso dell’adolescenza, si sono frequentate molto di rado e riavvicinate solo più di recente.

    In risposta a una domanda dei Carabinieri, Paola ha formulato un’ipotesi su chi potrebbe aver commesso l’omicidio. “Voglio aggiungere che dovete cercare l’omicida tra i suoi ex colleghi di Pavia e gli attuali di Milano”, ha detto, “in quanto secondo me ha potuto avere delle avance non corrisposte da qualche uomo che non ha accettato il rifiuto, facendosene una vera fobia e, studiate le abitudini di Chiara in questa settimana, ha agito d’impulso.”

    “Ho questa sensazione perché anche se Chiara, almeno con me, non si è mai lamentata di qualche avance ricevuta da colleghi, può essere invece che sia capitato e che, avute le avance, non ne abbia parlato con nessuno, perché la cosa la spaventava”, ha aggiunto Paola Cappa.

    Ed ha spiegato questa asserzione riferendo di aver subito, da bambina, molestie da parte di un uomo adulto. Molestie che per lungo tempo ha avuto difficoltà a raccontare ai genitori. Unica persona al corrente di ogni aspetto della circostanza, “il mio ex ragazzo Alessandro”. A lui, la giovane avrebbe riferito anche il nome del molestatore pedofilo.

    Con riferimento a quanto riportato da Paola agli investigatori, un quotidiano on line, MowMag, aggiunge un ulteriore particolare connesso con la pedofilia, a quanto pare direttamente riguardante la vittima: la Cappa avrebbe rivelato che Chiara le aveva a sua volta parlato di molestie subite da bambina.

    25 agosto 2007. Gli stessi ufficiali che, dieci giorni prima, hanno raccolto la deposizione di Paola, hanno convocato Alessandro C., da lei menzionato. “Ricordo che il 13 agosto 2007, verso le ore 15,30-16.00, ho ricevuto sul mio cellulare una telefonata con numero privato”, ha riferito tra l’altro l’interrogato. “Ho aperta la comunicazione e ho sentito una voce femminile che disperata diceva direttamente ‘è morta mia cugina, aveva solo venticinque anni era sola in casa.’” Alessandro C., inizialmente, non ha riconosciuto l’interlocutrice e le ha chiesto chi fosse. E lei, senza qualificarsi, ha proseguito: “Andrea aiutami!” “Rispondevo che non ero Andrea ma Alessandro, richiedendo chi fosse al telefono. Solo allora l’interlocutrice mi rispondeva di essere Paola.”

    Alessandro ha poi confermato quanto riferito dalla sua ex ragazza a proposito delle confidenze ricevute, precisando tuttavia di non essere a conoscenza dell’identità del pedofilo autore delle molestie.

    Esaminando il verbale dell’interrogatorio, si nota un aspetto forse significativo: a una domanda dei Carabinieri, il giovane risponde: “Ho appreso di quanto è successo a Garlasco solo attraverso i giornali e la Tv. Voglio precisare che dopo il fatto, credo…” Nel documento, la frase non è completa. E il verbale prosegue poi fino alla chiusura, regolarmente sottoscritto dai presenti.

    Un errore di trascrizione? È quanto si domanda il giornalista del citato contributo comparso su Dark Side, autore della scoperta.  “Possibile”, considera. “Ma è possibile che, rileggendolo prima della firma, Alessandro C. non si sia reso conto che una sua risposta era stata tagliata? Evidentemente no. Oppure il taglio è avvenuto in un secondo momento? E se di taglio si tratta, sono state espunte altre risposte? Cosa ha detto Alessandro C. da meritare di essere censurato?”

    https://abruzzolive.it/garlasco-omicidio-legato-alla-pedofilia-chiara-uccisa-da-un-sicario/

  • Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    In chiusura del festival Tempi radicali a Modena, il 2 aprile, è stato ospite di Domani anche il cardinale Matteo Maria Zuppi. Un’importante occasione di dialogo, a cui bisogna dare atto che il presidente della Cei si è prestato volentieri, pur potendo immaginare che sarebbe andato incontro anche a domande scomode.

    Intervistato dal direttore Stefano Feltri, si è infatti mostrato sicuro e a suo agio sui temi di cui è abituato a parlare, dalla sinodalità alle periferie esistenziali care a papa Francesco fino addirittura a confrontarsi sui diritti lgbtq e il fine vita, ma ha cambiato passo ed è apparso sulla difensiva appena si è affrontato il tema degli abusi clericali. Ha fatto però in proposito affermazioni molto interessanti: proviamo quindi a riprenderle punto per punto.

    Prima di tutto, eludendo la domanda esplicita sull’avvio di un’indagine indipendente anche in Italia, Zuppi ha cominciato a criticare l’inchiesta che Domani porta avanti da ormai un anno sulla violenza nella Chiesa cattolica, sostenendo che sono state pubblicate cose non vere: «non abbiamo mai cercato di comprare qualcuno, come avete scritto», ha detto il presidente della Cei. In almeno due casi, però, abbiamo documentato che sono stati offerti 25mila euro alle vittime in cambio del silenzio sulla trattativa economica: è successo in provincia di Alessandria a Massimiliano Gamalero, vittima di don Carlo Bottero, reo confesso, e ad Antonio Messina, abusato a Enna da don Giuseppe Rugolo (oggi sotto processo per violenza sessuale su minori). Entrambi hanno ricevuto una proposta di “risarcimento” da parte della Chiesa: nel caso di Messina dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, come si evince dalle intercettazioni agli atti, e in quello di Gamalero è arrivato addirittura un bonifico da parte del prete con la mediazione del vescovo di Acqui Luigi Testore. Sappiamo poi che altri casi di trattativa economica “privata” fra la Chiesa e le vittime sono andati a buon fine.

    «I primi che hanno consapevolezza e interesse a contrastare gli abusi siamo noi», ha poi sottolineato Zuppi, aggiungendo però che, «per evitare che a qualcuno venga il dubbio che ce l’avete con noi», Domani dovrebbe fare inchieste anche sulla famiglia e sulla scuola, responsabili, secondo il cardinale, del «95% degli abusi che ci sono in Italia». In primo luogo, sorprende questa percentuale: qual è la fonte di Zuppi, visto che non ci sono dati pubblici? Nel merito dell’affermazione, bisogna poi dire che la Chiesa non può in alcun modo essere messa sullo stesso piano della scuola e della famiglia: non solo per la levatura morale e il ruolo sociale che l’istituzione religiosa rappresenta e vanta, ma perché la gerarchia ecclesiastica ha fino ad oggi considerato l’abuso sessuale, anche sui minori, come un peccato che riguarda colui che lo commette, e non un reato. Senza contare che il pedofilo nella Chiesa ha finora potuto contare su un’organizzazione che in molti casi lo ha protetto con l’omertà e lo spostamento in altra diocesi, in certi casi agevolandone la fuga con vari espedienti, come è successo a don Silverio Mura, prete napoletano ritrovato in provincia di Pavia con il nome di don Saverio Aversano.

    Molto ci sarebbe poi da dire sul «rigore estremo» con cui papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno affrontato il problema. Papa Francesco, in questi dieci anni sugli abusi ha detto molto ma fatto poco e finora non è riuscito a scardinare quel sistema di potere che rende la violenza clericale endemica. Nonostante Bergoglio abbia tolto il segreto pontificio sulle cause degli abusi (invece ribadito da Ratzinger nel 2001), di fatto vige ancora la massima riservatezza su decreti, testimonianze e carte processuali.

    Il presidente della Cei ha poi annuciato che i nuovi report sugli abusi nella Chiesa saranno pronti il prossimo novembre (ricordiamo che il 17 novembre 2022 è stato presentato il primo rapporto della Cei, che prendeva in esame l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto delle diocesi nel biennio 2020-2021) e riguarderanno «non solo i numeri ma anche il tipo di reati commessi negli ultimi vent’anni». Zuppi ha spiegato che la ricerca si limita a vent’anni (e non i tradizionali settanta, come la maggior parte delle indagini commissionate negli altri paesi) «perché di questo periodo abbiamo i dati su cui lavorare e evitiamo il rischio di avere soltanto delle proiezioni». Il cardinale ha omesso di esplicitare che anche questo report, come il precedente, sarà redatto non da una commissione indipendente ma da un’istituzione legata alla Chiesa, che non garantisce la necessaria terzietà. Senza contare che i dati ecclesiastici sono parziali (la Cei ha parlato di 613 fascicoli depositati al Dicastero per la dottrina della fede) perché non tengono conto di chi non si è rivolto all’autorità ecclesiastica per denunciare le violenze. Inoltre, limitare l’indagine a vent’anni esclude a priori le vittime emerse in precedenza e non tiene proprio conto di quanti non hanno ancora maturato la consapevolezza di aver subito un abuso: è noto infatti che molti hanno bisogno anche di trenta o quarant’anni per elaborare il trauma subito.

    Zuppi è poi entrato nel cuore del problema, sostenendo che le linee guida della Chiesa sono severissime e che i casi di abuso vanno denunciati alle autorità dello Stato. «Il problema però – ha poi precisato – è che a volte le persone non vogliono rivolgersi alla giustizia penale. A me personalmente è capitato due volte: due persone che mi hanno fatto segnalazioni ma non volevano andare al commissariato», sottolineando che in questi casi «vengono fatte firmare delle dichiarazioni alle vittime», che sollevino dalla responsabilità la Chiesa. Incalzato dal direttore, che gli chiedeva se a quel punto è il vescovo che fa la denuncia all’autorità dello Stato, Zuppi ha ribadito: «no, se la persona non vuole, no. Esiste però una giustizia ecclesiastica che funziona benissimo e non bisogna dire che è connivente (con gli abusatori, ndr)». Questo è un passaggio cruciale, perché dalle parole del presidente della Cei si evince che, nonostante l’obbligo morale sancito dal motu proprio papale Vos Estis Lux Mundi, che esorta il clero alla trasparenza e alla denuncia dei responsabili all’autorità civile, i vescovi continuano a rivolgersi solo ai tribunali interni. Sul fatto che questi ultimi funzionino bene, c’è solo la parola del cardinale, visto che gli esiti delle indagini ecclesiastiche non vengono rese note nella maggior parte dei casi nemmeno alle vittime. Su come sono condotte queste indagini, invece, da quel che trapela dai documenti a nostra disposizione c’è poco da stare allegri: nel sopracitato caso di don Rugolo, per esempio, monsignor Gisana viene ripreso durante la fase delle indagini preliminari proprio sul modo in cui ha condotto l’investigatio previa, che viene definita «monca» dal pm che lo interroga. Il vescovo, infatti, non solo non si era preoccupato di convocare diversi testimoni, ma nemmeno aveva sentito il prete accusato.

    Interpellato infine sul mancato coinvolgimento delle vittime nel processo di indagine sugli abusi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che, invece, alcune di loro sono state ascoltate e ha citato un’udienza avvenuta al Consiglio permanente della Cei. Decisamente poco, se si aggiunge che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, ricevuto due volte in udienza privata proprio da Zuppi, ha definito gli incontri «deludenti» e l’atteggiamento del cardinale «autoritario». La Cei non si è poi nemmeno data la pena di rispondere alle lettere del coordinamento Italy Church Too, nato nel 2022 proprio per dare voce ai sopravvissuti alla violenza clericale. Anche a Modena, non una parola è venuta da Zuppi sul dolore delle vittime e sulla necessità che ricevano un risarcimento (trasparente) per quanto hanno subito, come accade invece in Francia e in Germania.

    «E poi c’è sempre la giustizia ecclesiastica e Roma: un po’ di meccanismi di certezza del diritto per la vittima ci sono», ha concluso Zuppi, riferendosi ovviamente al ruolo di garante del papa. Purtroppo, pensando alla vicenda complessa e tutt’altro che chiara di Rupnik, e del ruolo per nulla trasparente avuto da Bergoglio nella scomunica del gesuita accusato di abusi su diverse suore, sorgono molti dubbi sulla «certezza del diritto» garantita dalla Santa Sede. Roma giudica, in effetti, come ha detto il presidente dei vescovi, ma a noi ancora rimane da capire in che modo.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/abusi-nella-chiesa-e-coperture-fact-checking-alla-dottrina-zuppi-peg7zezb

  • Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi.

    Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione Rete L’Abuso, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo undici anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo, però, non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia, che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale».

    Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (sebbene sia stato assolto dalla magistratura canonica), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo inizia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dai quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato.

    Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1.600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali. Non solo: «Attualmente Mura è sotto processo a Pavia per falsa identità, grazie alla denuncia della Rete», sottolinea ancora Zanardi.

    Non tutti i casi però finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli anni Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    Tutto tace
    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato Agnus Dei (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità – prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie e, dunque, finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi».

    Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo. L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso».

    La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari».

    Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spinto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia. Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di Rete L’Abuso – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato.

    «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori.

    Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente chi abusa ha subito lui stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    Casi in aumento

    A oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio.

    Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano, poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio e omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e, dunque, i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti.

    Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo.

    Secondo i documenti consultati da TPI e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito.

    Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R. L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione dell’inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    https://www.tpi.it/cronaca/esclusivo-tpi-storie-vittime-preti-pedofili-20221101945585/

  • Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Quante facce può avere un prete? Quante vite, con la tacita complicità di chi lo circonda? Sicuramente più di un’identità, come dimostra l’incredibile storia di don Silverio Mura. Il prete, pedofilo, ha viaggiato in questi anni lungo la penisola coperto e assecondato dalle autorità ecclesiastiche, avvalendosi per un periodo persino di un falso nome: una vicenda che sarebbe grottesca se non fosse innanzitutto tragica. Ancora oggi, nonostante sia sotto processo per sostituzione di persone e una sentenza del novembre 2021 certifichi gli abusi commessi a danno di un minore, è incardinato nella diocesi di Napoli ma nessuno in curia sa o vuole dire dove eserciti attualmente il ministero, se sia in ritiro spirituale o ancora una volta a contatto con dei bambini.

    Don Silverio, 63 anni, nel 2010 viene accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia nel novembre scorso il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali  subiti  da don Silverio Mura. Con una sentenza di primo grado che riconosce attendibile il racconto di Borrelli, il tribunale ha condannato in solido don Mura e il Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, perché l’adescamento è avvenuto nella scuola media di Ponticelli, dove all’epoca don Mura era insegnante di religione.

    Artura all’epoca ha soltanto tredici anni: «Don Silverio mi portava nell’appartamento che condivideva con la sorella e la madre anziana: in una stanza con le tapparelle abbassate e la porta bloccata da una poltrona, mi ha stuprato per tre anni, all’inizio anche più volte a settimana», racconta.

    Diventato adulto, Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico. Nel 2009 ha un malore sul lavoro: «mi sentivo morire e ho confessato tutto a mia moglie e a mia madre», spiega. L’anno successivo inizia il calvario delle denunce: si rivolge ai carabinieri ma il reato è ormai prescritto; chiede un incontro con il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli, ma non ottiene risposta, soltanto una bustarella con 250 euro, consegnata a mano da due emissari della Caritas. Riesce ad avere un colloquio con il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma senza esito. Una prima indagine viene comunque svolta dal vicario generale e, anche se non riscontra prove di abusi, la curia concorda con il prete un periodo sabbatico in una comunità religiosa fuori dalla diocesi. In realtà don Mura continua a insegnare religione ai ragazzi: prima all’alberghiero di Cicciano, a pochi chilometri da Napoli, e poi, nel 2013, in una scuola media del capoluogo. Esasperato, Borrelli nel 2014 torna alla carica chiedendo un risarcimento alla curia di Napoli; scrive anche a papa Francesco, che gli risponde assicurandogli che si occuperà del caso. A quel punto la Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di sanzionare anche i delitti dei chierici contro i minori, affida all’arcidiocesi di Napoli l’incarico di svolgere l’investigatio previa su don Mura, che terminerà due anni dopo con la decisione di non procedere con un processo penale canonico per mancanza di «elementi sufficienti».

    Il tempo passa e la vicenda stagna. Borrelli, sempre più frustrato, minaccia di suicidarsi con un colpo di pistola davanti alla sede della curia se non avrà una risposta sul suo caso: come unico risultato, perde il lavoro di guardia giurata. Intanto, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 infatti si presenta con il nome di Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. È accompagnato dall’ex parroco del paese, padre Egidio Pittiglio, all’epoca superiore generale dei Missionari della Divina Redenzione, la stessa congregazione, guarda caso, a cui don Silverio era stato affidato sin dal 2010, al momento della prima accusa di Borrelli.

    A don Silverio, alias Saverio Aversano (cognome di sua madre) viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia e nessuno a Montù forse si sarebbe accorto della sua falsa identità, se non fosse stato per una trasmissione delle Iene, che il 7 marzo 2018 manda in onda proprio un servizio sul caso di Borrelli e don Mura. Don Silverio/Saverio viene riconosciuto da una parrocchiana e in breve la notizia si sparge. Anche troppo, dato che quando le madri dei piccoli del catechismo due giorni dopo si presentano alla lezione per fronteggiare il sacerdote, questo si è già dato alla macchia. Interrogati sul fatto dai genitori, il parroco, padre Simone Baggio (anche lui appartenente alla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione) e lo stesso monsignor Vittorio Viola, all’epoca vescovo di Tortona, alla cui diocesi appartiene la chiesa di Montù Beccaria, cadono dalle nuvole.

    «Il parroco ci disse che lo aveva incaricato del catechismo perché si stava riprendendo da un esaurimento nervoso e doveva stare tranquillo», racconta Elena (nome di fantasia), madre di uno dei bambini del catechismo della parrocchia di Montù. «A fare da tramite era stato padre Pittiglio – continua Elena – non è un caso che quando il prete è stato riconosciuto, lo stesso Pittiglio si è precipitato a Montù dalla Campania». Dal canto suo, l’ex sindaco Quaroni oggi afferma di aver sempre saputo che il vero nome di don Saverio era Silverio Mura: «ho tenuto i suoi documenti per dieci giorni in Comune, ha anche votato per il referendum consultivo del 2017», dice. Niente di strano, secondo Quaroni: «non è l’unico a farsi chiamare con un nome di battesimo diverso». Ma il cognome? «Di quello non sapevo niente».

    Intanto a Napoli spunta un’altra presunta vittima, Raffaele Esposito, un uomo di qualche anno più giovane di Borrelli, che sostiene di essere stato anche lui abusato da don Mura quando era bambino. Di fronte a tanto clamore, la macchina ecclesiastica si mette in moto e, come si legge in una nota della curia arcivescovile di Napoli, impone le misure cautelari al sacerdote a partire dal 15 maggio 2018. Anche la Congregazione per la dottrina della fede torna sul caso, affidando al Tribunale Ecclesiastico Metropolitano di Milano la celebrazione di un processo penale giudiziale a carico di don Mura, «per valutare eventuali responsabilità dell’accusato» in tema di violenza su minori. Processo che si concluderà il 1° marzo 2019 con l’assoluzione (e il pieno reintegro) del prete perché, si legge nel dispositivo della sentenza, non si ravvisano «elementi veramente solidi che consentano di ritenere provate le accuse mosse al reverendo sacerdote Silverio Mura». «Per la Chiesa non è colpevole ma il processo è stato fatto senza ascoltare le vittime – commenta Arturo Borrelli – Raffaele Esposito e io non siamo mai stati sentiti a Milano».

    La questione viene riaperta, come abbiamo visto, dalla sentenza del Tribunale civile di Napoli, che condanna il prete al risarcimento mentre assolve il cardinale Crescenzio Sepe e il vescovo Lucio Lemmo. Ora è in corso il processo di appello, ma sono tante le domande ancora senza risposta: chi faceva recapitare le lettere a don Mura a Montù Beccaria sotto il falso nome di don Aversano? Come facevano i vescovi, a Napoli e a Tortona, a non conoscere le modalità di trasferimento di un sacerdote da una diocesi ad un’altra? Chi ha agevolato l’ennesima fuga del prete e, soprattutto, dov’è oggi il pedofilo don Silverio?

    Le gerarchie ecclesiastiche, ripetutamente interpellate da Domani, non rispondono. Non risponde il cardinale Crescenzio Sepe, né l’attuale vescovo di Napoli Domenico Battaglia; in curia non è stato possibile rintracciare nemmeno uno dei tre vicari generali e padre Egidio Pittiglio, raggiunto al telefono, si è rifiutato di parlare. A Montù Beccaria, dove sono andata di persona, ho scoperto che don Simone Baggio è all’estero e il suo sostituto in parrocchia, il suo confratello Mirko Mazzoleni Ferracini, ha sostenuto di non essere al corrente dei fatti perché arrivato da poco in paese – anche se risulta al servizio della comunità da più di dieci anni.

    Un muro di silenzio si oppone anche alle legittime preoccupazioni dei fedeli. Le madri dei bambini di Montù Beccaria nel maggio del 2018, dopo la sua fuga dal paese, si erano rivolte persino a Sepe e avevano ricevuto soltanto una generica rassicurazione sul proseguimento delle indagini su un prete che – scrive il cardinale in risposta alla mail di Elena del maggio 2018 – «certamente non è stato lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale». Quindi la curia, come era facile immaginare, era a conoscenza degli spostamenti del sacerdote e della sua doppia identità, così come è difficile non pensare a una complicità dei Missionari della Divina Redenzione, che da anni gestiscono la comunità parrocchiale di Montù: le responsabilità saranno comunque accertate dal procedimento penale che si è aperto lo scorso ottobre a carico di don Mura, rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona davanti al Tribunale di Pavia.

    «Sepe ha sempre fatto di tutto per insabbiare il caso», rincara da parte sua Arturo Borrelli, che ha provato diverse volte a farsi ricevere dal cardinale, oggi emerito e membro del Dicastero per la dottrina della fede. Nel 2016 l’aveva anche denunciato «per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» in una lettera al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, anche lui recentemente coinvolto nella bufera degli abusi sessuali nella Chiesa. Ironia della sorte, o ennesimo ingrediente di una romanzo criminale che è ancora ben lontano dalla parola fine.

     

  • Altre indagini sul prete pedofilo Silverio Mura – Alias pavese; Saverio Aversano

    Altre indagini sul prete pedofilo Silverio Mura – Alias pavese; Saverio Aversano

    Un inaspettato approfondimento nel processo a carico del prete pedofilo don Silverio Mura denunciato dalla Rete L’Abuso – accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese – che lo scorso 28 ottobre ha visto in aula il Presidente della Rete Francesco Zanardi, testimone dell’accusa nei confronti del sacerdote – condannato insieme alla scuola statale Borsi Due di Ponticelli a risarcire con 320.000€ la vittima Arturo Borrelli – per gli abusi sessuali subiti 30 anni prima dall’allora undicenne, adescato a scuola nelle ore di religione. Qui la responsabilità civile della scuola.

    Ma sembra che ,grazie alla chiesa e al cardinale Crescenzio Sepe, che non solo ha nascosto per quasi 10 anni il Silverio Mura, poi rintracciato a Pavia con il nome di Saverio Aversano, dove riceveva dalla sua congregazione nel napoletano la posta reinbustata e spedita al falso nome dai suoi complici, sembrano emergere altri cassi.

    Malgrado la perizia allegata alla querela della Rete redatta dalla criminologa Luisa D’Aniello, il prete, coperto ancora una volta dalla chiesa e dal sindaco – che da sue dichiarazioni aveva subito segnalato la cosa alla curia, anzichè alla polizia – ha fatto perdere le sue tracce anche da Montù Beccaria, pur restando sulla base della perizia incontestata della dott.sa D’Aniello soggetto “socialmente pericoloso”.

    Malgrado l’udienza già avviata in primo grado nella quale ha testimoniato lo scorso 28 ottobre il presidente pro tempore della Rete, il Tribunale di Pavia, sul caso ha predisposto approfondimenti e la convocazione di testimoni citati nella querela della Rete, oltre a consulenti tecnici – da come si apprende dalla notifica di convocazione della P.G. – mai sentiti in precedenza, oggi però oggetto di approfondimenti.

    frazan

  • QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    di MARCO GRIECO – Dopo i recenti casi di pedofilia emersi nella Chiesa cattolica in Francia, Germania, Portogallo e Spagna, sette associazioni hanno lanciato #ItalyChurchToo, il movimento “anche la Chiesa in Italia”. È una campagna antimolestie che chiede al mondo cattolico del nostro Paese una commissione indipendente perché si possano portare allo scoperto gli abusi con indagini esterne, aprendo gli archivi diocesani e facendo luce su eventuali insabbiamenti di preti pedofili.

    In Italia, gli abusi su minori da parte di sacerdoti sono un fenomeno ancora sottostimato. «Ci è bastato andare a una trasmissione televisiva e parlare della nostra storia perché, sulla strada del ritorno, ci chiamassero dieci vittime che si sono fatte coraggio», spiega Cristina Balestrini, che l’abuso di un prete non lo ha vissuto sulla propria pelle, ma su quella del figlio quindicenne. «Era il 2011 e don Mauro Galli ci aveva chiesto se nostro figlio avrebbe potuto dormire in oratorio», dice. «Noi abbiamo acconsentito senza immaginare che sarebbero rimasti da soli». La verità, cruda e violenta, arriverà l’indomani, quando Cristina, corsa a scuola perché il figlio versava in uno stato catatonico, mette in dubbio la fiducia nel prete malgrado gli anni da catechista: «“È successo qualcosa stanotte?”, gli ho domandato. Lui mi ha guardata negli occhi e ha ammesso». Scatta, così, la denuncia penale, ma le condanne in primo grado e in appello non sono sufficienti.

    «Mio figlio frequentava ancora l’ambiente parrocchiale, malgrado la ferita che aveva dentro. Per lui è stato devastante vedere in tribunale la diocesi difendere il prete. È come se fossimo noi i nemici», ammette la madre, ricordando di essere stata isolata anche da quelli che un tempo erano amici in parrocchia. In questa battaglia impari in nome della verità, spesso sono le stesse vittime a scavare una trincea di silenzio. «La Chiesa ci aveva offerto un accordo extragiudiziale, con la clausola del silenzio, da 100 mila euro più spese, ma non potevamo accettarlo», dice oggi Cristina. Come si fa a risarcire un adolescente come tanti altri, a cui una notte d’orrore stravolge la vita, gettandolo nella disperazione, curata con lunghe terapie? «C’è stato un tempo in cui noi non potevamo nemmeno sfiorarlo. Oggi mio figlio ha fatto grandi progressi, soprattutto identificandosi non più come vittima, ma come sopravvissuto».

    Ha ancora bisogno di cure Arturo Borrelli, 42 anni, per placare le conseguenze di anni di violenze. Il suo “orco”, don Silverio Mura, ha abusato per tre anni a mezzo di lui nel silenzio del quartiere di Napoli Ponticelli. «Era un amico di famiglia, era visto da tutti come una figura divina», racconta ripensando a quel prete che ha anche celebrato le sue nozze e ha battezzato due dei suoi figli. Poi, nel 2009, uno strano svenimento sul luogo di lavoro rivela le ferite che lacerano la sua psiche. «Lo psichiatra mi ha fatto capire i danni che ho. Da allora, ho perso il lavoro come guardia giurata e non riesco a vivere tranquillamente». Un primo, importante traguardo, però, arriva nell’ottobre scorso quando, al termine di un processo civile, con una sentenza storica il prete e la scuola sono condannati in primo grado a risarcire Arturo con 320 mila euro. È la prima conferma, dopo anni di silenzio, anche da parte della diocesi.
    «Alla richiesta di un colloquio nel 2012 con l’arcivescovo Lucio Lemmo, mi hanno risposto di non poter avere contatti con me, trattando il mio caso senza comprensione e umanità», dice l’uomo. Intanto, in questi anni di silenzi, il sacerdote è stato spostato in altre diocesi della regione, prima di lasciarla definitivamente. «Dopo un servizio in tv di Le Iene, abbiamo scoperto che il religioso è stato trasferito a Montù Beccaria (vicino a Pavia, ndr) con nome e cognome falsi e che c’è un processo penale in corso per sostituzione di persona. La curia mi ha assicurato che non dice più messa, anche papa Francesco mi ha promesso il suo interessamento. Ma la mia vittoria arriverà quando quell’uomo smetterà di essere prete».

    Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, oggi ricostruisce i volti degli autori di molestie e abusi che spesso la Chiesa lascia senza nome. Così, con un settimanale è stato creato un archivio per fare luce sui crimini in Italia, sul modello del quotidiano spagnolo El País. Francesco dice che era ancora un ragazzino quando un sacerdote ha abusato di lui nella pineta di Spotorno, in Liguria: «Non sono stato il solo, ho contato almeno 40 ragazzi. Sapevamo tutti che cosa accadeva quando, a turno, ci chiedeva di condividere con lui la tenda nel campeggio», racconta Zanardi. Dice di ritrovare la sua stessa esperienza in tanti sopravvissuti, persone per cui i ricordi di un’infanzia violata possono sopraggiungere improvvisi: soffrono della Sindrome da stress post traumatico, che rimuove il passato per poter continuare a vivere, ma a prezzo di sintomi gravi. «Conosco una persona in cui il trauma si è ripresentato a 36 anni dagli abusi, dopo la nascita del figlio. La vicinanza di un bambino piccolo ha risvegliato il dolore. Adesso è in terapia».

    Francesco ha tentato il suicidio quattro volte, l’ultima nel 2008: «Anche se realizzi che non hai colpe, i danni relazionali ti restano. Vivere diventa difficile. Almeno due persone del nostro gruppo di Spotorno si sono tolte la vita».

    Con Rete L’Abuso Francesco riceve l’appoggio anonimo di tanti sacerdoti: «Non vogliono esporsi perché temono le conseguenze». Dopo il summit sugli abusi in Vaticano nel 2019, la Chiesa di papa Francesco ha adottato la linea della cosiddetta “tolleranza zero”.

    Ma per le vittime non è ancora sufficiente: «Quando la Chiesa dice che si occupa delle vittime e dei familiari, non è credibile», afferma Cristina. Le fa eco Arturo, che ha incontrato lo stesso papa Francesco: «Mi ha invitato a non arrendermi. E io non mi darò pace fino a quando non avrò visto che chi mi ha rovinato la vita non fa più il prete».

    di MARCO GRIECO – GRAZIA del 10/03/2022

  • FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

    FRANCIA – Pedocriminalità nella Chiesa: in Italia nessuna rivoluzione in vista

    Dalla finestra della camera da letto invitano gli applausi di una piccola folla sottostante, radunata in una piazza in onore delle vittime della mafia. Da quello della cucina, niente altro che il silenzio e la tranquillità di un piccolo agrumeto segreto, sepolto tra i palazzi di Ponticelli, quartiere popolare alle porte di Napoli. E in mezzo all’appartamento, nonostante il viso chiuso e lo sguardo duro, è un uomo “soddisfatto”, dice, seduto al tavolo della sua sala da pranzo. Arturo Borrelli, 46 anni, ha appena vinto una battaglia importante in una crociata giudiziaria iniziata più di un decennio fa contro il suo professore di religione: l’uomo che accusa di aver abusato di lui, dai 12 ai 16 anni.

    A fine ottobre il Tribunale Civile di Napoli ha infatti condannato in primo grado don Silverio Mura, ex insegnante in una scuola elementare di Ponticelli, nonché il ministero dell’Istruzione, al pagamento di 320.000 euro e interessi alla vittima. Soldi che non risolvono tutto, dice Arturo Borrelli, «ma il sentimento di giustizia sta guarendo. Fa parte del processo noto per salvare una vittima”. Da parte sua, “molto colpita” da questa decisione e proclamando nuovamente “la sua innocenza”, il sacerdote, deciso a ricorrere in appello, annuncia il suo avvocato. Ma qualunque sia l’esito delle prossime udienze, il prete napoletano lo sa che scapperà dalla prigione. A causa della prescrizione (15 anni dopo il presunto reato in Italia): impossibile adire il sistema di giustizia penale. «Ma per il risarcimento civile», spiega Carlo Grezio, avvocato di Arturo Borrelli, la prescrizione arriva quindici anni dopo che la persona ha preso consapevolezza del reato e del suo danno”.

    Silenzio e negazione

    Per molti anni Arturo si è murato nel silenzio e nella negazione. Fino ad accettare che il suo aggressore celebri il suo matrimonio quando ha 19 anni. Difficile, però, non vedere ribollire la rabbia negli occhi del giovane uomo, in posa accanto al prete. “All’epoca non dissi niente. avevo peccato”, dice oggi, rivedendo la foto. “Don Mura era un vicino alla famiglia, un uomo molto rispettato. Mio padre faceva 15 chilometri Sabato e domenica per assistere alla messa. “

    Il doloroso segreto alla fine emergerà un giorno nel 2009 quando Arturo, colpito attraverso un travolgente disagio che crede fatale, rivela alla moglie e alla madre la ricordo della violenza sepolta. “Relazioni anali […] pompini […] Sono sempre stato passivo, non ho mai regalato niente”, oggi descrive dolorosamente il quarantenne con un potente accento napoletano. Dopo lunghe discussioni con uno psicologo, “Qui è dove abbiamo avuto la conferma che il I problemi di salute di Arturo erano dovuti a violenze sessuali subite in il passato “, spiega il suo avvocato. Profondamente segnato mentalmente e fisicamente, l’ex guardia giurata si è detto “incapace di poter lavorare nuovo”, portando a vedere un armadio pieno zeppo di droga e altri ansiolitici. “Sono pronto a incatenarmi di nuovo alle porte del Vaticano”.

    Dopo anni di lotte, finalmente ricompensato, il padre non sente tuttavia non fermarti qui. “Sono pronto per tornare in griglia del Vaticano, come ho fatto nel 2018, fino a quando don Mura non è stato definitivamente espulso dalla Chiesa”, promette. Anzi, condannato davanti giustizia degli uomini, il religioso è stato assolto nel 2019 da un tribunale ecclesiastico di Milano dalle accuse che gravavano su di lui e può quindi continuare a ricoprire cariche. Un tempo dalla parte di Pavia (sotto un altro nome, questo che ora vale una nuova prova), il prete è poi scomparso radar. Non trovato. “Ma la Chiesa sa dove si trova oggi e continua per proteggerlo”, accusa Arturo Borrelli, a lungo ignorato dalle autorità religiose della sua zona. «Non voglio fare la guerra alla Chiesa», avverte però colui che, ancora oggi, si considera un «fervente cattolico». “Voglio che sia pulita, per il suo bene e per i nostri figli. Perché con questi casi, lei perde la sua credibilità, perde il suo significato “. Ciò comporterà l’estensione della prescrizione per concedere tempo, dice, alle vittime per superare il loro trauma. E per un “elettroshock”, continua Arturo, nessuna consapevolezza da parte della società dell’entità della situazione. In breve: un rapporto italiano. “Esatto, perché è molto importante farlo evidenziare il numero di preti pedofili, capire quanto questo problema è radicato nella Chiesa italiana”, martella.

    Verso una Ciase made in Italy

    Ma il Paese è pronto per questo? Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto Francesi, i richiami non sono mancati. E questo anche in sfere superiori della Curia. “Ora il clero di altri paesi deve avere lo stesso coraggio della Chiesa francese. Spero anche per l’Italia”, ha dichiarato così sulle colonne di La Repubblica Hans Zollner, vicino a papa Francesco e specialista in questioni di abusi sessuali nella Chiesa. Ma dalla parte di prelati transalpini, il percorso di una commissione d’inchiesta indipendente, a Ciase (commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa) fatta in Italia, non sembra entusiasmare molte persone. “È pericoloso fronteggiare la piaga della pedofilia basata sulle statistiche”, si è così accontentato di rispondere Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), il cardinale sottolineando che l’istituzione era già leader,” in accordo con la Santa Sede, un’opera importantissima di prevenzione, monitoraggio nelle diocesi ed esperti che valutano tempestivamente i casi”. Nel 2019, la Cei ha così imposto, ad esempio, “l’obbligo morale” ai vescovi denunciare accuse di pedofilia – dopo istruttoria interna – alla magistratura italiana. “Una risposta vuota che ci aspettavamo”, affronta subito Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, associazione di “sopravvissuti agli abusi sessuali”. del clero”. L’immobilità transalpina già segnalata tre anni fa, ricorda, alle Nazioni Unite, preoccupate per il “debole” numero di inchieste e di procedimenti avviati dai tribunali italiani”. e ha poi esortato Roma a istituire quanto prima «una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso». sessuale”.

    Ma l’apatia andrebbe ben oltre le campate delle sole chiese, dichiara Francesco Zanardi, coinvolge anche i banchi dei politici. “I governi che si sono succeduti si sono sempre rifiutati di affrontare la situazione”, considera il boss della Rete. Da la colpa a una “Chiesa il cui peso pesa ancora molto sulla vita politica “del bel paese, per non parlare” della vicinanza del Vaticano”, aggiunge. Bisogna quindi tornare al 2017 per trovare le tracce di un’interrogazione parlamentare sul tema, prosegue Zanardi: l’ex deputato di Il Movimento 5 Stelle Matteo Mantero ha cercato di conoscere la portata statistica delle violenze sessuali e le risposte previste dal governo di Paolo Gentiloni. Quattro anni dopo, il democratico ha fatto le valigie per Bruxelles e la domanda è ancora in attesa di una risposta ufficiale. Il silenzio della stampa Su questo doloroso tema, anche la stampa italiana non è risparmiata. Più di un mese fa, quando l’esplosione dell’accusa feroce di Jean-Marc Sauvé, i giornalisti della penisola non ha mancato di trasmettere e commentare il tuono nella Chiesa . “L’onda d’urto”, “Il peso della vergogna” o “La schiena che fa tremare la Francia” ha così sverniciato i titolo della stampa italiana. Più rari, invece, sono i media ad aver messo in dubbio la sorte vittime della pedofilia d’oltralpe. “Siamo l’unica associazione di vittime di preti pedofili e quasi nessun giornalista italiano è venuto a intervistarci quando è uscita la relazione Sauvè”, una piaga spiega Francesco Zanardi. Tuttavia, nella penisola, non mancano casi di abusi sessuali noti. Prova ne è la meticolosa cartografia degli abusi costruita in quindici anni dalla Rete “che contava almeno 362 sacerdoti condannati in via definitiva e 160 che sono sotto inchiesta o sono scomparsi “, spiega il suo presidente.

    Per l’avvocato di Arturo Borrelli, difensore abituale delle vittime di abusi sessuali da religiosi, però, l’Italia non è pronta a voltare pagina. Il Paese è ancora “troppo legato moralmente al clero” e pochi sono ancora quelli che hanno “il coraggio di opporsi a un prete”, ha detto il signor Grezio. ” Ho avuto clienti che mi hanno detto di essere stati picchiati dai genitori per aver detto dal male di una persona santa […] altri hanno perso il lavoro”, rivela. Una forma di impunità che significa che «mai uno scandalo come abbiamo visto in Francia o un caso Spotlight (un vasto affare di pedofilia nella Chiesa americana) non potrebbero esplodere qui. E questo, anche se abbiamo più di 52.000 sacerdoti nel paese, più che in qualsiasi altra parte del mondo”, afferma l’avvocato. e ironicamente: “Così tutto sarebbe virtuoso. Siamo davvero fortunati, tu non trovi? “

  • Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

    di ANDREA GIANNI – Milano – “In Italia ci sono 23 strutture per curare i preti e neanche una per le vittime di abusi: servirebbe ben altro che una preghiera”. Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso-Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, guarda con scetticismo alla decisione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, di celebrare oggi la messa in Duomo per le vittime di violenze. “Anch’io ho subito abusi – spiega – e in Italia siamo senza giustizia e abbandonati, anche dallo Stato”.

    La messa in Duomo è la tappa di un percorso della Cei e della Diocesi di Milano. Indica una presa di coscienza sul problema?
    “Preferiremmo vedere, piuttosto, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali, come è stato fatto in altri Paesi europei, da ultimo il Portogallo. Sarebbe un punto di partenza, anche perché dalle indagini all’estero emergono dati sconcertanti”.

    Quali?
    “In Francia sono 216mila i sopravvissuti “viventi“ ad abusi sessuali su minori da parte del clero, secondo il Rapporto Ciase, con circa tremila preti pedofili. In Italia, facendo una stima, il numero potrebbe triplicare. Noi abbiamo portato l’Italia davanti alle Nazioni Unite e all’Europa, ma non si è ancora mosso nulla”.

    Che cosa blocca l’apertura di una commissione d’inchiesta?
    “Il problema è politico, perché nessuno vuole andare contro il Vaticano. Per questo un segnale forte deve arrivare dall’Unione Europea”.

    La Diocesi di Milano, però, ha istituito nel 2019 il Referente per la tutela dei minori, ci sono stati protocolli e in generale passi avanti da parte del mondo cattolico.
    “Iniziative come gli sportelli per raccogliere le segnalazioni delle vittime di abusi non hanno senso, e le abbiamo anche denunciate al Garante della Privacy. Le vittime, in buona fede, rilasciano dichiarazioni che poi non si sa dove finiscono, senza alcun controllo sulla privacy. Dichiarazioni che poi finiscono anche nelle mani del legale del prete. Le denunce devono essere presentate all’autorità giudiziaria, e per ora a farlo sono solo le vittime e le loro famiglie. Bisogna evitare che sacerdoti sottoposti a indagini continuino a rimanere a contatto con i minori, magari dopo il trasferimento in altre città”.

    Quanti casi sta seguendo la vostra rete in Lombardia?
    “Stiamo seguendo sei casi, tra cui quelli di don Galli, don Tempesta, don Lucchina, dell’ex seminarista di Cuggiono. A Pavia siamo presenti nel processo a carico di don Silverio Mura, accusato di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero in provincia. La vittima di abusi, a Napoli, ha ottenuto intanto un risarcimento di circa 120mila euro”.

    Che cosa la spinge ad andare avanti?
    “Ho subito anch’io abusi, altrimenti solo un pazzo potrebbe portare avanti una battaglia del genere. Finora sono stato querelato 70 volte, e nessun giudice mi ha condannato”.

  • Sostituzione di persona. A processo don Silverio per 2 anni in parrocchia

    Sostituzione di persona. A processo don Silverio per 2 anni in parrocchia

    MONTÙ BECCARIA – È iniziato giovedì in tribunale a Pavia il processo contro don Silverio Mura, il sacerdote originario di Ponticelli, accusato e poi assolto in primo grado e in appello dall’accusa di abusi sessuali, che aveva abitato per oltre un anno, da ottobre 2016 a marzo 2018, a Montù Beccaria, ospite della parrocchia locale.

    Il sacerdote è stato rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona, in quanto, durante il suo soggiorno a Montù, avrebbe utilizzato il nome fittizio di Saverio Aversano (cognome della mamma). Il caso era stato sollevato da un gruppo di genitori del paese, che lo avevano riconosciuto in un servizio de Le Iene sui presunti abusi sessuali dei sacerdoti.

    Da quel momento era scattata una mobilitazione, anche con una lettera delle mamme a Papa Francesco, che aveva portato don Mura a lasciare Montù e a trasferirsi in un luogo segreto. A marzo e luglio 2019, poi, le sentenze in primo grado del tribunale ecclesiastico di Milano e in appello hanno fatto cadere le accuse più gravi, sulle quali è scattata anche la prescrizione della giustizia italiana. Mentre è rimasta quella di sostituzione di persona, per cui ora il prete napoletano è andato a processo.

    Tra le testimonianze della prima udienza c’è stata quella di Francesco Zanardi, presidente della rete “L’Abuso”, che ha presentato l’esposto da cui è scaturito il rinvio a giudizio.

    Lo stesso giorno dell’inizio del processo a Pavia, inoltre, in tribunale a Napoli il giudice Alessio Forzati ha depositato la sentenza che condanna in sede civile, nonostante l’assoluzione in sede ecclesiastica, don Mura a risarcire per oltre 200.000 euro Arturo Borrelli, uno dei due giovani che quasi 25 anni fa aveva denunciato il sacerdote, suo insegnante di religione alla scuola media Borsi di Ponticelli, per molestie.

    «Una sentenza che deve far riflettere e che deve far capire alle vittime di questi abusi che si può avere giustizia e che la verità può emergere anche a distanza di anni, con il reato in prescrizione» ha commentato a Fanpage.it Carlo Grezio, avvocato difensore di Borrelli. —

    Oliviero Maggi

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2021/10/31/news/sostituzione-di-persona-a-processo-don-silverio-per-2-anni-in-parrocchia-1.40871268?

  • Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Sono all’incirca le 10,40 del 28 ottobre 2021, mi trovo a Pavia in tribunale. Al mio fianco, poche seggiole più avanti, don Silverio Mura che attende di essere interrogato dai giudici avrebbe utilizzato un nome falso (Saverio Versano) per far perdere le tracce e sfuggire alle accuse che lo vedevano indicare da più persone a Napoli, per abuso di minore.

    Suona il telefono ed è Arturo Borrelli che mi annuncia la sentenza appena uscita a Napoli che condanna don Silverio al pagamento dei danni e delle spese. Insieme a lui responsabile anche la scuola statale di Cicciano, dove il Mura aveva adescato 30 anni fa quel ragazzino, Arturo.

    Una vicenda lunga e dolorosa dove Borrelli e sua moglie hanno dovuto affrontare la dolorosa morte di uno dei loro tre figli appena 18enne.

    Una battaglia che ho seguito dall’inizio e durante la quale ho sofferto insieme alla famiglia Borrelli, che nel frattempo ha perso anche il lavoro.

    Arturo Borrelli è il primo assistito che la Rete L’ABUSO ha seguito quando pochi mesi prima del 2010, io ed altri 8 folli come me, decisero di dare vita a quella che oggi è una delle più attive associazioni europee. Certo all’epoca sembravamo più un’armata Brancaleone che nulla a vedere con l’organizzazione che siamo diventati oggi. Una struttura gratuita per le vittime, che conta solo in Italia 23 avvocati specializzati e radicati sul territorio.

    Come Presidente non posso che esprimere la mia felicità per questa vittoria, che purtroppo non risolverà quanto accaduto, ma è davvero importante per il nostro associato, soprattutto sotto l’aspetto emotivo e personale.

    I miei complimenti vanno naturalmente anche all’avvocato Carlo Grezio e alla dottoressa Luisa D’Aniello, grazie alla cui professionalità è stato possibile ottenere questa vittoria che ha reso giustizia su fatti datati e risalenti a trenta anni fa.

    Zanardi