Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Don Silverio Mura, allias Saverio Aversano, il via al processo giovedì a Pavia

    Don Silverio Mura, allias Saverio Aversano, il via al processo giovedì a Pavia

    Giovedì  28 ottobre presso il Tribunale di Pavia, comincerà il processo a don Silverio Mura, accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese.

    Il sacerdote, accusato di pedofilia da più persone nel napoletano, era irrintracciabile da circa un decennio, dopo che la Rete L’ABUSO lo denunciò per presunte violenze sessuali ai danni di un suo assistito, Arturo Borrelli e, per la sua inopportuna presenza come insegnante di religione, presso la scuola alberghiera di Cicciano.

    È solo nel marzo del 2018, dopo la morte della madre, che si scopre che don Silverio Mura da Napoli, è diventato don Saverio Aversano (cognome della defunta madre), e fa il parroco a Montù Beccaria, un piccolo comune del pavese dove anche li insegna religione ai più piccoli, come quando molestò Borrelli.

    Ben protetto dal Cardinale Crescenzio Sepe e dai suoi confratelli, i quali – da quanto appreso nelle indagini preliminari effettuate dalla Rete L’ABUSO, successivamente trasmesse in atti alla Procura della Repubblica di Pavia che rinvia a giudizio nel processo che inizierà giovedì – provvedevano puntualmente (in complicità) a recapitare la posta indirizzata al Mura e ricevuta a Napoli, nel pavese, al falso nome che il Mura utilizzava per nascondersi.

    Nell’udienza di giovedì 28, citati come testimoni don Simone Baggio, all’epoca parroco di Montù Beccaria dove il Mura era ospitato.

    Don Egidio Pittiglio, Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione.

    Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO e promotore della querela, che sottoscrisse unitamente alla presunta vittima Arturo Borrelli, la denuncia oggi oggetto del procedimento.

    L’udienza è fissata per le ore 10,20 presso il Tribunale di Pavia

    Redazione

  • Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

    Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

    «Sono contento del rinvio a giudizio. Nessuno merita di vivere il mio calvario. Sarò felice quando saprò che non potrà più accadere. Non deve succedere mai più che un bambino sia costretto ad affrontare ciò che ho vissuto io».

    Arturo Borrelli oggi ha 46 anni, ma la sua vita sin dall’adolescenza è stata segnata da un evento che ha fortemente condizionato le sue relazioni con gli altri, ma soprattutto la sua serenità interiore. Prima di parlare della sua storia ci sembra però opportuno fare una dovuta premessa.

    Morti che camminano

    In Italia e nel mondo ci sono reati che, commessi all’interno di certi ambienti, ancora appaiono come un tabù. Sia per gli ambienti stessi in cui vengono consumati, sia perché evidentemente chi li subisce non fa notizia quanto i morti ammazzati per mafia o per mano della criminalità comune. Sono le vittime di pedofilia, quel lungo elenco di martiri costretti a vivere come cosiddetti morti che camminano, per il dolore immenso che li accompagna per tutta la loro esistenza.

    Arturo, nato e cresciuto a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, dove si è consumato il suo dramma, lotta ancora oggi che ha una famiglia, che ha perso un figlio di 18 anni e prima ancora un lavoro, per ottenere giustizia e verità. Diritti sacrosanti per i quali combatte non solo per se stesso, ma per quell’esercito di bambini, oggi diventati adulti, a cui orchi senza scrupoli hanno rubato per sempre l’infanzia.

    Arturo Borrelli, vittima di prete pedofilo, la storia

    Una prima vittoria sembra esserci stata. Il prossimo 28 ottobre infatti presso il Tribunale di Pavia iniziare il processo contro il sacerdote di Ponticelli accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese.

    Ma qual è il legame di questa storia con quella di Arturo Borrelli? Quella che tutti ricordano in un servizio delle Iene con Pablo Trincia che aveva raccolto la testimonianza di Arturo diventato ormai un uomo, sposato e padre di tre figli (di cui uno, Luigi, scomparso tragicamente a 18 anni in un incidente stradale).

    Era il 2010 quando Arturo denunciò il suo ex insegnante di religione delle scuole medie per abusi sessuali perpetuati nei suoi confronti in maniera continuativa dal 1988 al 1991, quando cioè aveva 13 anni e fino ai 16. Dopo quella denuncia il religioso si era dileguato nel nulla, per poi essere ritrovato come docente in un istituto alberghiero di Cicciano (in provincia di Napoli) e far perdere nuovamente le tracce di sé. Solo in seguito si scoprì che era stato ospitato dalla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione sulle colline dell’Oltrepò pavese sotto un nome fasullo.

    Ma il male che il parroco avrebbe (ovviamente usiamo il condizionale, dato che vi sono indagini in corso) fatto ad Arturo quando era solo un ragazzino resta un segno indelebile. Come la prima volta che lo incontrai per intervistarlo tra le strade di Ponticelli nel 2015, proprio di fronte casa di colui che era stato stato il suo insegnante, dove oggi non vive più nessuno della famiglia del sacerdote.

    «La mia gioventù e la mia età adulta sono state caratterizzate da ansia, panico e depressione, tutto a causa di quegli abusi. Dopo essermi rivolto a medici e alla Rete L’abuso, composta da legali e psicologi, ho capito l’origine del mio malessere».

    Il processo

    Il racconto di Borrelli è sempre più lucido, nonostante gli anni trascorsi: «Ho denunciato il parroco che aveva abusato di me e lo stesso ha fatto un altro suo ex studente nel 2019».

    La Rete L’abuso, grazie alla quale il sacerdote era stato individuato prima a Cicciano e poi nel Pavese, si costituirà parte civile nel processo. «Chiediamo giustizia e vogliamo sapere come sia stato possibile che gli si stato concesso di cambiare nome e avere ancora a che fare con i giovani. Lui si è giustificato dicendo che è stato obbligato a cambiare nome perché perseguitato dalla stampa. Vogliamo sapere chi lo ha aiutato. E chi non gli sia più consentito di celebrare messa, di insegnare ai ragazzi e chi gli siano tolti gli abiti da sacerdote. Incredibile che la chiesa continui ancora a difenderlo», rimarca con forza Arturo.

    Ora dopo decenni in cui il trauma di quegli abusi non lo ha mai abbandonato, Arturo appare fiducioso alla notizia del rinvio a giudizio notificato a carico del prete: «Finalmente si apre uno spiraglio di giustizia». Sperando che stavolta sia fatta sul serio, dopo che 2 anni fa la vittima insieme ad altri sfilò in corteo in forma di protesta contro l’assoluzione decisa due mesi prima dal Tribunale ecclesiastico di Milano nei confronti del sacerdote di Ponticelli.

    Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

  • Prete sotto falso nome, ora andrà a processo

    Prete sotto falso nome, ora andrà a processo

    È stato rinviato a giudizio don Silverio Mura, il sacerdote, originario di Ponticelli (Napoli), con l’accusa di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero a Montù Beccaria, per circa un anno e mezzo, tra ottobre 2016 e marzo 2018. Il fatto aveva scatenato la protesta di un gruppo di residenti del paese quando riconobbero il prete da loro conosciuto come don Saverio Aversano in un servizio della trasmissione “Le Iene” sui casi di presunti abusi sessuali da parte dei sacerdoti.

    l’ESPOSTO

    Dalle accuse di molestie don Mura è stato assolto in primo grado e in appello dal tribunale ecclesiastico, ma il 28 ottobre si aprirà al tribunale di Pavia il processo per il reato previsto dall’articolo 494 del codice penale, cioè la sostituzione di persona, in questo caso l’uso del nome falso. Il processo fa seguito all’esposto che, nell’aprile 2019, avevano presentato alla procura di Pavia i volontari della rete “L’Abuso”, che segue i casi di pedofilia tra i preti, integrando la denuncia con una relazione della criminologa Luisa D’Aniello sul profilo del sacerdote.

    La notizia del rinvio a giudizio per la falsa identità è arrivata dopo che, a marzo e luglio del 2019, prima il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano e poi la diocesi di Napoli avevano assolto il sacerdote in primo grado e in appello dall’accusa di abusi sessuali nei confronti di due minori a Napoli; da quel momento il sacerdote era tornato a celebrare messa nel suo paese di origine, dopo che era stato sospeso per un anno.

    Il caso di don Mura aveva tenuto banco in Oltrepo nella primavera del 2018, quando un gruppo di mamme di Montù, vedendo per caso in televisione il servizio della trasmissione “Le Iene”, avevano riconosciuto in uno dei preti accusati ( su cui papa Francesco aveva riaperto il caso) quello che era da oltre un anno nel paese oltrepadano, con il nome di don Saverio Aversano.

    Immediatamente è scattata una mobilitazione delle mamme con la richiesta di chiarimenti alla parrocchia e alla diocesi, visto che don Mura insegnava anche catechismo ai bambini delle elementari. Dopo un mese dalla scoperta, però, il sacerdote aveva lasciato Montù facendo perdere le sue tracce. Durante questo periodo si era così scoperto che il prete campano aveva preso il cognome della madre, morta nel 2016, ed era arrivato a Montù come aiuto pastorale dalla diocesi di Nola, che fin dall’inizio del Novecento ha sempre avuto legami con la diocesi di Tortona.

    LETTERA AL PAPA

    Le mamme avevano anche scritto a papa Francesco chiedendo che facesse luce sulla vicenda. Fin dall’inizio, comunque, il Comune, la parrocchia e la diocesi di Tortona hanno sempre ribadito di non aver mai saputo nulla del passato del sacerdote napoletano.

    «Un prete che dal Sud viene trasferito al Nord con un nome fasullo non può che alimentare sospetti», commenta Francesco Zanardi, presidente e fondatore della rete “L’Abuso” che martedì ha ricevuto nella sede della sua associazione la citazione in qualità di testimoni e consulenti tecnici nel processo a don Mura. —

    Oliviero Maggi

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2021/06/03/news/prete-sotto-falso-nome-ora-andra-a-processo-1.40349179

  • Alla sbarra il sacerdote di Ponticelli, don Silverio Mura denunciato per abusi su minori

    Alla sbarra il sacerdote di Ponticelli, don Silverio Mura denunciato per abusi su minori

    Il prossimo 28 ottobre presso il Tribunale di Pavia comincerà il processo contro don Silverio Mura, accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese.

    Il processo al Sacerdote di Ponticelli

    Era il 2010 quando Arturo Borrelli di Ponticelli, oggi 46 enne, denunciò il sacerdote di Ponticelli don Silverio Mura per abusi sessuali perpetuati nei suoi confronti in maniera continuativa dal 1988 al 1991. Dopo la denuncia don Mura si era dileguato nel nulla per poi essere ritrovato come insegnante in un istituto alberghiero di Cicciano per poi far perdere nuovamente le tracce di sé. Si è in seguito scoperto che il sacerdote era stato ospitato dalla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione sulle colline dell’Oltrepò Pavese sotto il nome fasullo di don Saverio Aversano.

    Le parole di Borrelli su don Silverio Mura

    “La mia gioventù e la mia età adulta sono state caratterizzate da ansia, panico e depressione, tutto a causa di quegli abusi. Dopo essermi rivolto a medici e alla Rete L’abuso, composta da legali e psicologi, ho avuto modo di analizzare l’origine del mio malessere. Ho denunciato don Silverio Mura chi aveva abusato di me, lo stesso ha fatto Raffaelle esposito nel 2019. La Rete L’abuso, grazie alla quale il sacerdote era stato individuato prima a Cicciano e poi nel Pavese, si costituirà parte civile nel processo. Chiediamo giustizia e vogliamo sapere come sia stato possibile che gli si stato concesso di cambiare nome e di avere ancora a che fare con i giovani.

    Don Silverio Mura si è giustificato dicendo che è stato obbligato a cambiare nome perché perseguitato dalla stampa. Vogliamo sapere chi lo ha aiutato. E chi non gli sia più consentito di celebrare messa, di insegnare ai ragazzi e chi gli siano tolti gli abiti da sacerdote. Incredibile che la chiesa continui ancora a difenderlo” – le parole di Arturo Borrelli che si è rivolto al Consigliere Regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli ed è intervenuto in diretta telefonica a La Radiazza.

    “Seguiamo la vicenda di Arturo san dall’inizio. Ci congratuliamo per il coraggio che ha dimostrato nel denunciare, non ha avuto dimore dia affrontate la Chiesa. Addirittura ascoltato da Papa Francesco.

    Ci auguriamo e chiediamo che questo processo riesca a far emergere tutta la verità. Anche se il presunto reato di pedofilia è caduto in prescrizione, e che si faccia giustizia per davvero. Chiediamo, soprattutto, che sia messa fine al clima di omertà che troppo spesso caratterizza alcuni ambiti della Chiesa”. Questo il commento del Consigliere Borrelli con il conduttore radiofonico Gianni Simioli.

    https://internapoli.it/alla-sbarra-il-sacerdote-di-ponticelli-don-silverio-mura-denunciato-per-abusi-su-minori/

  • Abusi sessuali su minorenni, don Mura rinviato a giudizio

    Abusi sessuali su minorenni, don Mura rinviato a giudizio

    Finalmente si apre uno spiraglio di giustizia”. Così Arturo Borrelli, 46enne di Ponticelli, commenta la notizia del rinvio a giudizio notificato ieri mattina a carico di don Silverio Mura, il prete contro cui si batte da decenni, il prete che ha accusato pubblicamente, con tutte le forme possibili (arrivando ad essere ascoltato da Papa Francesco) di essere il suo aguzzino. Il dibattimento si aprirà il prossimo 28 ottobre al tribunale di Pavia. Era il 2010 quando Arturo Borrelli denunciò l’inferno vissuto per mano del prete.

    Un inferno iniziato nel 1988 e durato tre anni, quando ne aveva 13 e fino ai 16, fatto di “due, tre molestie alla settimana”, dopo “averlo adescato a scuola”, racconta Borrelli. Dopo la denuncia, don Mura sparì nel nulla. Un anno e mezzo dopo, Borrelli si rivolse alla rete L’Abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero con sede a Savona, che lo aiutò a portare il caso alla ribalta.

    Don Mura fu trovato a insegnare religione nell’istituto alberghiero ‘Carmine Russo’ di Cicciano. Era il 2012, la reazione di Borrelli fu di choc e sconforto. Sapere don Saverio fosse a pochi chilometri da Ponticelli gli fece rivivere l’incubo. Psicofarmaci, attacchi di ansia e di panico: forse è proprio così l’inferno. Poi il prete sparì di nuovo nel nulla. “Come se si fosse volatilizzato – commenta Francesco Zanardi, presidente e fondatore della rete L’Abuso –.

    Venimmo a sapere che si trovava in una casa di riposo con la madre che aveva problemi di salute. Poi, quando la mamma morì, don Mura fu trasferito a Montù Beccaria, in provincia di Pavia”. Era ospite della Congregazione dei missionari della Divina Redenzione. Ma a girare sulle colline dell’Oltrepò Pavese chiedendo del prete, di don Mura nemmeno l’ombra. Già, perché nel paesino di poco più di 1500 anime, il sacerdote c’era, ma sotto falso nome: si faceva chiamare don Saverio Aversano. “Un prete che dal Sud viene trasferito al Nord con un nome fasullo non può che rappresentare un pericolo”, aggiunge Zanardi, che ieri ha ricevuto presso la sede della sua associazione la citazione in qualità di testimoni e consulenti tecnici.

    “Sono contento del rinvio a giudizio – commenta ancora Borrelli –. Nessuno merita di vivere il mio calvario. Sarò felice quando saprò che non potrà più accadere. Non deve succedere mai più che un bambino sia costretto ad affrontare ciò che ho vissuto io”.

    Borrelli non è il solo: quando trovò il coraggio di accusare il prete, si fece avanti anche un’altra persona, un altro ragazzo cresciuto a Ponticelli, Raffaele Esposito, che nel maggio di due anni fa sfilò in un corteo al fianco di Arturo in forma di protesta contro l’assoluzione decisa due mesi prima dal tribunale ecclesiastico di Milano nei confronti del sacerdote.

    Abusi sessuali su minorenni, don Mura rinviato a giudizio

  • PAVIA – Don Silverio Mura rinviato a giudizio – Rete L’ABUSO convocata come informata sui fatti

    PAVIA – Don Silverio Mura rinviato a giudizio – Rete L’ABUSO convocata come informata sui fatti

    È stata notificata oggi presso la sede della Rete L’ABUSO la citazione – di testimoni e consulenti tecnici – per il dibattimento che si terra il prossimo 28 ottobre, presso il tribunale di Pavia.

    Il sacerdote coperto dalle gerarchie della chiesa napoletana, era accusato da Arturo Borrelli e altre persone, di averle molestate sessualmente in tenera età.

    Dopo la prima querela di Arturo Borrelli nel 2010 (con le stesse dinamiche che 11 anni dopo ritroviamo nel caso di don Giuseppe Rugolo, dopo la denuncia della presunta vittima, trasferito da Enna a Ferrara)  il prete sparì, lo rintracciammo due anni dopo, nel 2012. Era ancora a Napoli e come quando adescò Arturo Borrelli, insegnava ancora religione, questa volta presso l’Istituto Alberghiero C. Russo di Cicciano (NA), dal quale di lì a breve scomparirà nuovamente.

    Di li in poi si perderanno completamente le tracce di don Mura, fino a che un ragazzino di Montù Beccaria (un piccolo paesino del pavese) riconoscerà in una foto di 10 anni prima, don Mura che nel frattempo era diventato Saverio Aversano.

    Grazie alle IENE la cosa venne di dominio pubblico e don Silverio Mura – alias Saverio Aversano – scompare nuovamente.

    Ed è qui che interviene la Rete L’ABUSO, che querela per favoreggiamento una serie di personaggi emersi a seguito delle indagini dell’Associazione.

    La rete si avvarrà anche della consulenza della criminologa Luisa D’Aniello – da anni nostra consulente tecnica – alla quale chiederemo il profilo di don Mura al fine di rilevare una eventuale pericolosità sociale, che allegheremo alla querela.

    Dopo tre anni di indagini, oggi la notifica del rinvio a giudizio del sacerdote.

    Francesco Zanardi

  • Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Un mese fa un tribunale ecclesiastico aveva assolto dalle accuse di abusi sessuali Don Silverio Mura, perché prescritte. Ora Arturo, l’accusatore, racconta che la Chiesa avrebbe “insabbiato” l’altra sua denuncia, perché  non avrebbe goduto di nessuna prescrizione

    La guerra di Arturo contro la pedofilia nella Chiesa non si ferma. Nel suo mirino le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale ecclesiastico meno di un mese fa ha assolto da pesantissime accuse don Silverio Mura, il prete napoletano che lo avrebbe più volte abusato e di cui vi abbiamo parlato nel servizio di Pablo Trincia.

    Dopo 4 anni di istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, era infatti arrivata la sentenza vaticana a carico del don: assolto perché il reato era caduto in prescrizione.

    Subito dopo avere appreso di questa sentenza giudicata “scandalosa”, Diego ci aveva detto: “Abolite i tribunali ecclesiastici perché solo dieci giorni fa, quando siamo stati chiamati in Vaticano, il mio avvocato è andato a parlare con gli avvocati della Congregazione della Dottrina della fede e loro ci avevano assicurato che la sentenza sarebbe stata positiva per me. Mi sento preso in giro, anche perché vorrei ricordare che oltre alle due persone che hanno denunciato il prete, c’era anche la testimonianza di una donna che dal suo balcone aveva visto più volte entrare ed uscire i bambini dalla casa di don Mura. E non bastasse questo io avevo consegnato proprio nelle mani del Papa le chat di altre tre vittime, che parlavano in modo inequivocabile di abusi subiti da lui. E infine c’era la rivelazione di Ciro Guarente, il presunto assassino di Vincenzo Ruggiero che aveva parlato di abusi subiti sempre da don Silverio”.

    Arturo torna in guerra, e lo fa pubblicando un post sulla sua pagina Facebookin cui dice di aver saputo da fonti attendibili le motivazioni (non ancora pubblicate) di questa assoluzione: “ecco perché il prete pedofilo don Silverio Mura è stato assolto dal tribunale ecclesiastico – spiega il giovane -. Nel processo canonico si parla solo della seconda denuncia che fu fatta nel 2014: da questa data sono passati 21 anni dai miei 18, quindi il reato viene prescritto”.

    In sostanza Arturo dice che delle due denunce per molestie presentate a carico di Don Mura, sarebbe stata presa in esame solo quella per la quale era già certa la prescrizione, in quanto sono passati oltre 20 anni dal compimento della sua maggiore età. La seconda invece, (presentata nel 2010 quando non erano ancora passati i 20 anni dalla sua maggiore età) sarebbe stata “insabbiata” dalla Chiesa. Perché l’unica in grado di poter portare appunto a una condanna per pedofilia a carico di don Mura. Una beffa, insomma.

    Arturo la scorsa estate era andato in udienza dal Santo Padre. In quella occasione gli ha raccontato la lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’”. E il Pontefice, racconta Diego, aveva preso il fascicolo con tutta la documentazione del suo caso e l’aveva consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare.

    Nel nostro primo servizio, Arturo Borrelli ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Arturo, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana“.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia. Un uomo che però, adesso, la Chiesa ha giudicato e assolto.

    Ma Arturo non ha nessuna intenzione di fermarsi ed ha annunciato per il prossimo 26 aprile una fiaccolata di protesta, che partirà alle ore 19 da Corso Ponticelli a Napoli.

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/pedofilia-don-mura-diego-arturo-chiesa-vaticano-papa-francesco_388466.shtml

  • PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

    PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

     Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino. Borrelli ha conosciuto Don Mura tra i banchi di scuola, era il suo insegnante di religione.

    A diramare la notizia è l’avv. Stefano Bartone, difensore di don Mura, che ha anche inviato agli organi si stampa la sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, che assolve pienamente il sacerdote.            

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, gettando nello sconforto le due presunte vittime che a distanza di più di 20 anni, puntano il dito contro il sacerdote.

    Una sentenza che potrebbe essere ribaltata, in ogni caso, in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni.

    Una vicenda che fin da subito ha diviso l’opinione pubblica e in particolar modo gli abitanti di Ponticelli, la comunità in cui Don Mura ha vissuto e lavorato per tanti anni .

    Uno scenario controverso, dunque, perché se su un fronte il sacerdote ha adottato un comportamento ambiguo, sull’altro i suoi accusatori non si sono rivelati tanto più attendibili.

    Se il sacerdote di Ponticelli non ha commesso gli abusi, infatti, andrebbe chiarito perché venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia, dove gli era consentito di fare catechismo, permettendogli così anche di interagire con i bambini, mentre all’ombra del Vesuvio fu reso noto che era stato mandato in un convento “a curarsi”.

    Così come resta da chiarire se la malformazione al pene alla quale le due presunte vittime fanno riferimento sia stata accertata – rilevabile solo con il pene in erezione – e, in tal caso, in che modo il sacerdote abbia giustificato il fatto che due bambini siano venuti a conoscenza di un particolare tanto intimo.

    Altro interrogativo legato alla figura del sacerdote è l’ingente quantitativo di denaro di cui disponeva e che gli permetteva di elargire di continuo regali costosi alle presunte vittime: completi delle squadre di calcio, biciclette, scooter e molto altro. Un tenore di vita in forte distonia con il suo status di semplice insegnante, proveniente da una famiglia modesta.

    Infine, quando Arturo Borrelli, il principale accusatore del prete, lo incontra a distanza di anni, filmando quell’incontro con una videocamera nascosta, Don Mura non fa nulla per difendersi dalle accuse di pedofilia né tantomeno ha querelato il Borrelli per averlo ingiuriato e diffamato pubblicamente e in più circostanze.

    Sul fronte delle vittime, invece, emergono una serie di fatti che possono concorrere a chiarire il contesto in cui è maturata la decisione del tribunale Ecclesiastico di Milano di assolvere il prelato.

    In una mail inviata alla curia di Napoli, poco dopo lo shock traumatico che gli avrebbe consentito di rielaborare il trauma subito da ragazzino, Arturo Borrelli, che all’epoca lavorava come guardia giurata, minacciava di suicidarsi davanti alla curia partenopea con l’arma di ordinanza. Secondo quanto riferito dalla curia, con l’intento di preservare l’incolumità del Borrelli e della collettività, quella mail fu inoltrata alla Questura di Napoli, determinando il licenziamento della presunta vittima.

    Una condotta mai violenta, ma spesso ingestibile, quella adottata dal Borrelli nel corso degli anni in cui ha portato avanti la sua battaglia per rivendicare giustizia. Una battaglia portata avanti soprattutto sui social e attraverso i social, dove sovente il Borrelli indirizza imprecazioni e maledizioni al cardinale Sepe, giungendo ad additarlo come il responsabile delle sofferenze patite, fino al giorno della morte, dal figlio 18enne, sopraggiunta in seguito ad un incidente stradale avvenuto lo scorso giugno in via Mastellone a Barra. Nonostante la curia partenopea si sia fatta carico di tutte le spese relative ai funerali del giovane, il Borrelli si è guardato bene dal rendere nota questa notizia e anche pochi minuti prima di dare l’estremo saluto al figlio, è salito sul pulpito dell’altare per inveire contro coloro che apostrofa come “gli artefici di tutti i suoi mali”.

    Ben più rilevanti, invece, le incongruenze che emergono dalla testimonianza di Giuseppe Scognamiglio, nome di fantasia della seconda presunta vittima, che accusa Don Mura di essersi servito di lui anche come corriere di armi e droga.

    Nel corso di una lunga intervista registrata lo scorso aprile, infatti, Scognamiglio riferisce che negli anni in cui Don Silverio passò alla parrocchia del comune vesuviano di Pollena Trocchia, oltre ad abusare sessualmente di lui, lo obbligava a recarsi in bici fino a Ponticelli per consegnare ad una donna un misterioso zainetto in cui gli riferiva che fossero contenuti dei libri di religione.

    Un percorso di circa cinque chilometri, complessivamente dieci tra andata e ritorno, che il ragazzino avrebbe compiuto “2 o 3 volte a settimana, per circa due anni” e poi precisa: “lo avrò fatto una decina di volte in tutto”. Pertanto, – se la matematica non è un’opinione – i conti non tornano.

    Da Pollena Trocchia a Ponticelli in bicicletta per raggiungere un luogo ben preciso: il Rione De Gasperi, la roccaforte del clan Sarno, all’epoca dei fatti. In quegli anni, i Sarno, partendo proprio dalla “torre di controllo” costruita nel rione che per anni ha funto da fortino del clan, con una serie di alleanze, unitamente all’utilizzo di metodi camorristici efferati, riuscirono ad imporsi sull’intera periferia orientale di Napoli, oltre che sull’entroterra vesuviano, spingendosi fino al cuore del centro storico partenopeo.

    In quegli anni, i Sarno, non erano “un” clan, ma “il” clan. Tutte le dinamiche malavitose del territorio erano riconducibili alla cosca fondata dai fratelli Giuseppe, Vincenzo, Ciro e Luciano Sarno.

    Scognamiglio riferisce che i suoi viaggi terminavano proprio lì, nella roccaforte del clan più temuto e temibile dell’epoca. Seppure sia in grado di descrivere minuziosamente l’abitazione del sacerdote, nella ricostruzione del percorso compiuto da “corriere inconsapevole”, non è in grado di fornire dettagli altrettanto attendibili, apparendo nervoso e contraddittorio.

    Sostiene che il sacerdote gli avrebbe mostrato nel corso di un viaggio in auto il percorso che avrebbe dovuto compiere, invitandolo a non fermarsi mai lungo la strada, per poi indicargli la donna alla quale doveva consegnare lo zaino.

    Il viaggio sarebbe terminato, dunque, in una zona del rione dove  si rileva la presenza di un grosso spiazzale, attualmente semideserto, in seguito all’avvio del piano di riqualificazione del rione. Negli anni in cui si sarebbero svolti i fatti narrati, invece, il De Gasperi viveva il suo momento di massimo splendore, soprattutto perché nel cuore di quello spiazzale vi erano una scuola ed una chiesa, perennemente frequentate. Allo stato attuale, la scuola è occupata abusivamente da una famiglia che l’ha adibita ad abitazione e la chiesa è stata chiusa e ripetutamente vandalizzata, in quanto rientrante nel piano di abbattimento. Scognamiglio, nella sua ricostruzione, non menziona la presenza di due edifici tanto voluminosi quanto iperfrequentati in quegli anni e quando gli viene fatto notare, sorpreso e stupito chiede: “veramente là ci sta una chiesa!?”

    Quella di Scognamiglio somiglia molto alla ricostruzione di un ragazzino abbastanza informato sulle dinamiche camorristiche del quartiere in cui vive e che da uomo torna a Ponticelli con un enorme gap culturale ed emotivo da colmare: quello relativo al nuovo e caotico disegno criminale consequenziale al pentimento delle figure-simbolo del clan Sarno.

    In effetti, Scognamiglio ha trascorso molti anni lontano da Napoli, non a caso, proprio gli anni in cui i fratelli Sarno decisero di passare dalla parte dello Stato e solo pochi mesi dopo il suo ritorno a Ponticelli, mentre sentiva una giornalista fare domande sul presunto prete pedofilo del quartiere, si è reso conto di essere “la persona che quella giornalista stava cercando”.

    In sostanza, la descrizione geografica e la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima, trovano riscontro nell’epoca contemporanea, come se “a caccia di elementi utili” per rendere credibile la pesante accusa, Scognamiglio effettivamente si sia recato nel rione. Oggi, per l’appunto, e non 20 anni fa.

    La presunta vittima, afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto che gli era richiesto di trasportare. Decise di fermarsi, – secondo quanto dichiara – perchè insospettito dall’eccessivo peso dello zaino, quindi ne sbircia il contenuto e così avrebbe rilevato la presenza dei panetti di droga, avvolti in nastro isolante marrone, e delle pistole, avvolte negli asciugamani. Scognamiglio mima anche minuziosamente il modo in cui erano ripiegati gli asciugamani in cui erano occultate le pistole. Come fa a conoscere alla perfezione il verso in cui erano chiuse, se sostiene, invece, di averle aperte e per giunta una sola volta?

    Inoltre, proprio mentre ricostruisce quei fatti, nel corso dell’intervista, Scognamiglio ricorda di aver visto anche una bomba all’interno di quello zaino, asserendo che potrebbe essere verosimile, dato che pochi giorni prima, proprio attraverso le pagine del nostro giornale, aveva appreso del ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra, provenienti dalla ex-Jugoslavia.

    Infine, Scognamiglio sostiene di ricordare bene l’identità della donna alla quale il sacerdote gli avrebbe indicato di consegnare lo zainetto: la mamma dei “fraulella”, ovvero i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, reggenti dell’omonimo clan, oltre che di Annunziata D’Amico, la donna-boss giustiziata nell’ottobre del 2015, dopo aver preso il posto dei fratelli al comando dell’organizzazione criminale, in seguito alla loro carcerazione.

    I fratelli “fraulella”, in effetti, intraprendono la carriera camorristica come reclute del clan Sarno, per poi fondare un sodalizio autonomo in concomitanza dei primi segni di cedimento palesati dai fratelli Sarno, quando scelgono di passare dalla parte dello Stato.

    Un nome attendibile, quindi, quello della “mamma dei fraulella”, che potrebbe rivelarsi utile a rafforzare il quadro accusatorio contro Don Mura. Tuttavia, Scognamiglio, ignora un dettaglio tutt’altro che trascurabile: la madre dei fratelli D’Amico non solo non ha mai vissuto nel Rione De Gasperi, ma soprattutto osteggiava fortemente l’ascesa criminale dei figli. Tra madre e figli, infatti, i litigi accesi erano all’ordine del giorno, tant’è vero che i figli Antonio e Giuseppe accusavano la madre di essere una “spia” della polizia, disposta a tutto pur di sottrarli al loro destino, anche “venderli” alle forze dell’ordine. Era la sorella Annunziata a fare da tramite tra madre e figli. Cercava di mediare, “la passillona”, questo il soprannome della donna-boss del clan D’Amico, consegnando ai fratelli i messaggi ricchi di rabbia e paura della madre. Eppure, nemmeno Annunziata è riuscita a sottrarsi al fascinoso richiamo della malavita.

    Inoltre, incrociando le informazioni derivanti da fonti investigative con le testimonianze rese dai collaboratori di giustizia, si delinea uno scenario ben più ampio in termini di traffici illeciti, con il porto di Torre del Greco completamente alla mercè dei Sarno. Informazioni preziose ed attendibili che aiutarono gli inquirenti a scardinare il “sistema Sarno” in tal senso, furono rese da Anna Sodano, collaboratrice di giustizia uccisa dal clan, il cui corpo non è mai stato ritrovato.

    Scognamiglio precisa che anche in altre circostanze si sarebbe recato nel Rione De Gasperi in compagnia di Don Mura: quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

    La presunta vittima dichiara di non aver mai visto i cadaveri, perché Don Mura entrava da solo, lasciandolo all’ingresso della stanza con il turipolo dell’incenso tra le mani. In merito a questi fatti, non vi è riscontro in chiave investigativa né tantomeno i collaboratori di giustizia confermano l’esistenza di questo rituale, fosse anche solo per le difficoltà insite nel prelevare un cadavere dal luogo dell’agguato. Una ricostruzione che manifesta forti analogie con la scena con la quale si apre la terza serie di “Gomorra”, andata in onda in prima Tv su Sky nel novembre del 2017, quindi pochi mesi prima dell’intervista rilasciataci da Scognamiglio.

    La presunta vittima sostiene anche che il sacerdote, dopo gli abusi sessuali, era solito svolgere due pratiche: regalargli soldi e fumare quella che lui definiva “la sigaretta puzzolente”, ovvero, uno spinello.

    Alle anomalie fin qui elencate, aggiungiamo un altro tassello importante: la stampa nazionale ha definito quello contro Don Mura “il processo più grande della storia della Chiesa per numero di vittime”. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato di Arturo Borrelli, sarebbero almeno 10 le “vittime accertate”.

    Perché nella sentenza si fa riferimento solo a due persone?

    In seguito alla risonanza mediatica assunta dal “caso Don Mura”, diverse persone, attraverso messaggi inviati sui social, hanno confidato a “Rete l’abuso” di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, precisando, però, di non voler testimoniare né di voler essere chiamate in causa in nessun altro modo. Una prova che non può assumere alcun valore giuridico, quindi.

    Lo stesso avvocato del Borrelli, in presenza di altre due persone, chiedeva al direttore di questo giornale, la giornalista Luciana Esposito, di divulgare un comunicato in cui esortava le presunte vittime del sacerdote a contattare la redazione per raccontare la loro storia. Aggiungendo poi che, di lì a poco, avrebbe pubblicato un ulteriore comunicato in cui rendeva noto di aver raccolto le testimonianze di altre otto vittime, così da “spaventare la curia di Napoli”.

    Quanto riportato in questo articolo rappresenta una buona parte della testimonianza resa dalla giornalista Luciana Esposito, ascoltata dalla Curia di Napoli come persona informata dei fatti nel giugno del 2018, e inviata al Tribunale ecclesiastico di Milano.

    Ponticelli: ecco perché il tribunale Ecclesiastico ha assolto Don Silverio Mura dalle accuse di pedofilia

  • Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli, circa 25 anni fa, due ragazzi, oggi due uomini che davanti a questa sentenza inaspettata sono letteralmente sotto choc e stanno valutando il ricorso in appello.

    «Adesso tutto il mondo avrà la prova che la giustizia ecclesiale non esiste dopo che due vittime hanno denunciato tutto. Va bene, lasciamo la giustizia ecclesiale e rivolgiamoci a quella penale e civile. La Chiesa di Papa Francesco ha fallito, anche sulla credibilità» scrive Arturo Borrelli, una delle vittime, sulla sua pagina Facebook. I nomi delle due vittime appaiono nell’esito della sentenza diffuso dall’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinnanzi al tribunale ecclesiale.

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletana arriva dopo quattro anni di istruttoria ma lascia l’amaro in bocca a molti e alcuni punti interrogativi ancora aperti. Uno tra tutti, sul perché il sacerdote di Ponticelli venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_abusi_napoli_vittime_sentenza_tribunale-4376588.html

  • Vittima di pedofilia nella Chiesa, Diego al Papa: “La sentenza sia pubblica” | VIDEO

    Vittima di pedofilia nella Chiesa, Diego al Papa: “La sentenza sia pubblica” | VIDEO

    Nuovo appello a Papa Francesco di Diego, nome di fantasia utilizzato all’inizio da Arturo Borrelli nel servizio di Pablo Trincia in cui ha raccontato gli abusi sessuali che avrebbe subìto da ragazzino da parte di un prete. Il Vaticano gli ha fatto sapere che la sentenza con tutta la verità su don Silverio Mura non potrà diffonderla. Così tramite Le Iene diffonde il suo nuovo video appelloche potete vedere qui sopra.

    “Mi hanno detto che il contenuto vogliono farlo sapere di nascosto solo a me e non ai giornalisti”, dice Arturo che il 4 febbraio si è incatenato in Vaticano perché non aveva più notizie del processo a don Silverio Mura. “Questa decisione non mi sembra giusta. La mia è una storia di dominio pubblico di cui si è parlato in tutto il mondo. Perché la sentenza la dobbiamo sapere solo io e il mio avvocato?”.

    Giovedì 21, Diego tornerà in Vaticano per protestare. “Chiederò di avere questa sentenza. Veramente non ce la faccio più, in 10 anni mi hanno rovinato la vita”. Così lancia un nuovo appello al Papa. “Chiedo un altro aiuto al Santo Padre: mi faccia un ultimo piacere di avere questa sentenza. Le sentenze devono essere pubbliche, il mondo deve sapere quanto un prete è pedofilo”. La scorsa estate Diego è stato in udienza dal Pontefice. In questa occasione gli ha raccontato i 30 anni di lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’. Ha preso il fascicolo con tutta la documentazione del mio caso e l’ha consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare”.

    Nel nostro servizio, Arturo Borrelli, al tempo ancora sotto il nome di Diego, ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Diego, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana”.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia, che ora dovrà risponderne, trent’anni dopo, anche davanti a un Tribunale della Chiesa, ma il contenuto di questa sentenza rischia di non uscire dai confini del Vaticano. Perché gettare un’ulteriore ombra su questa vicenda che si trascina da così tanto tempo?

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/vittima-pedofilia-chiesa-diego-papa-sentenza-abusi-sessuali_352190.shtml