Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    Sono complessivamente 1.250 i presunti casi di abusi sessuali registrati in Italia dal 2000 al 2025 legati alla Chiesa.
    A dirlo è il “Report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto” curato dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, come si legge su ReggioToday.

    Di questi sarebbero 36 quelli che si sono verificati in Abruzzo, di cui 10 nella provincia di Pescara.

    Il report, segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout.

    L’associazione sottolinea che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31 mila sacerdoti italiani, viene definita molto alta in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Il documento denuncia una situazione allarmante e, soprattutto, la totale assenza in Italia di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori. Secondo la Rete, “il nostro Paese continua a mancare di strumenti normativi adeguati”, e per questo l’associazione chiede una riforma legislativa che introduca l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini”.

    La Rete L’Abuso chiede una riforma legislativa che imponga l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini: l’assenza di tale obbligo rende inefficaci strumenti europei di prevenzione come il certificato anti-pedofilia e lascia i minori più esposti al rischio di abusi”.

    “Il fenomeno – si legge al termine del rapporto dell’associazione presieduta da Francesco Zanardi – non può più essere affrontato come un problema interno alla Chiesa, ma come una questione di salute pubblica e di giustizia collettiva”.

    In Abruzzo, oltre ai 10 casi in provincia di Pescara, si contano lo stesso numero nel Teramano, 12 in provincia di L’Aquila e 4 in quella di Chieti.

    I dettagli al seguente link: https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpdati-regionali-divisi-per-province/

  • Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    42001 ROMA-ADISTA. Padre Sauro De Luca, gesuita, morto nel 2012 all’età di 85 anni, è stato accusato da almeno cinque donne di abusi sessuali, perpetrati in vari luoghi d’Italia quando erano minorenni. Il prete, infatti, dal 1967 al 1998 è stato il responsabile nazionale del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, ossia il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del papa, l’opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù «che accompagna bambini e ragazzi, dalla terza elementare fino alla fine del tempo universitario, lungo un cammino integrato di formazione umana e spirituale», come si legge sul comunicato inviato dall’attuale responsabile, p. Renato Colizzi. Non solo: p. De Luca è stato anche superiore dei gesuiti dell’Aquila e rettore del Collegio universitario d’Abruzzo tra il 1999 e il 2005, e ha seguito nella formazione spirituale gruppi di famiglie e guide Agesci. Un personaggio dipinto dalle cronache dell’epoca come dinamico ed entusiasta, caratterizzato da «un amore infinito verso i piccoli, grande senso missionario e cuore dilatato verso il mondo» (ilcentro.it, 8/6/12)

    I fatti, che sembrano affidati a tavolino a due testate come Avvenire e Repubblica il 25 settembre, con tanto di interviste rilasciate da p. Colizzi, che ha diffuso un comunicato su tutta la vicenda, si sarebbero verificati negli anni ‘90, quando le vittime avevano tra i 14 e i 16 anni, nel contesto di incontri spirituali personali, e in alcuni casi sarebbero durati a lungo. Mentre però tre di esse hanno deciso di denunciare lo scorso marzo, si scopre che le prime due vittime avevano già raccontato i fatti criminosi subìti nel 2010, 14 anni fa, quando sulla scia degli scandali di pedofilia in tutto il mondo i Gesuiti si dotarono di un responsabile per gli abusi e quando De Luca era ancora vivo: la cosa però restò tutta interna al Meg, venne risolta con discrezione, con un’indagine del delegato, la confessione dell’abusatore, misure restrittive e un trasferimento da Pescara a Gallarate dove, si legge nel comunicato, visse «da recluso» e morì due anni dopo.

    Ma lo stesso Colizzi è consapevole delle carenze nell’azione della Compagnia di Gesù, perché già negli anni Duemila le voci sugli abusi di p. De Luca erano circolate: «Siamo consapevoli che non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato», aggiunge su Avvenire. È evidente che le segnalazioni orali dell’epoca «sono state sottovalutate perché non ci risulta ad ora, da una prima indagine, che sia stato fatto qualcosa per appurare o capire meglio la vicenda». «A lungo, abbiamo risposto alle richieste di chi si palesava, mettendo, però, in primo piano, la tutela dell’istituzione. Questo istinto ci porta, a volte, anche inconsciamente, a minimizzare, ignorare, autoassolverci». Stavolta, almeno nelle intenzioni, c’è la “nuova” volontà di «essere noi a rivolgerci a eventuali vittime-sopravvissute di cui non sappiamo niente perché, con la loro testimonianza, quando e come vorranno darla, ci consentano di fare emergere la verità».

    «Voglio innanzitutto chiedere perdono alle vittime/sopravvissute e alle loro famiglie e dirvi che per noi del Centro Nazionale, che abbiamo la responsabilità del Movimento, è molto penoso prendere atto di tutto questo. Ci tocca profondamente il dolore di chi ha subito abusi e, anche se consapevoli che nulla basterà a rimarginare pienamente la ferita, ci sta a cuore fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per accogliere, ascoltare e assistere chi lo vorrà». È quanto si legge nel comunicato di Colizzi, diffuso sul sito dei gesuiti. «La sofferenza segnalata è per noi un appello urgente ad un “cammino di verità” sulla nostra storia e sulla nostra identità, senza il quale la nostra missione educativa oggi perderebbe di significato». Poiché, data l’estensione temporale e geografica del ministero di De Luca, si sospetta che possano esserci altre vittime, «come Centro Nazionale e, in accordo con il Provinciale dei gesuiti (p. Roberto Del Riccio, ndr) siamo quindi arrivati alla decisione di aprire una fase di ascolto di chiunque abbia qualcosa da dire in proposito, per conoscere se eventuali altri fatti si sono verificati nel passato, recente e no, del Movimento».

    L’impressione è che questa volta i gesuiti – a differenza di quanto avvenuto con il caso Rupnik – vogliano dare pubblicamente l’impressione di “fare le cose per bene”: hanno nominato «una delegata per questo “cammino di verità” nella persona della dott.ssa Grazia Villani» – definita «indipendente dalla Compagnia di Gesù e dal Movimento», ma con un curriculum interno al Vaticano, con più di 20 anni presso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita – la quale sarà coadiuvata dall’Associazione METER di don Fortunato Di Noto (anche lui personaggio istituzionale, presente anche nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo). Villani si dedicherà «all’ascolto di chiunque ritenga di aver subito, quando era minorenne, qualsiasi forma di abuso nel corso delle attività del MEG, oppure di chi sia a conoscenza di fatti simili». «Sarà nostra cura – prosegue Colizzi nel comunicato – garantire la riservatezza delle informazioni e delle testimonianze e, nello stesso tempo, assicurare che verranno prese le misure necessarie anche attraverso gli strumenti giuridici più adeguati. Inoltre, in questa fase di primo ascolto, si potrà individuare insieme alle vittime, anche il tipo di supporto opportuno che il Movimento potrebbe offrire». Poi, la delegata redigerà un report «che ci consentirà di rendere noti al Movimento, tutelando la riservatezza, gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza». Come è ovvio, si affronta anche il tema dei risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano», ha detto Colizzi a Repubblica.

    https://www.adista.it/articolo/72627

  • Padre Sauro De Luca: il gesuita che ha molestato cinque ragazze minorenni

    Padre Sauro De Luca: il gesuita che ha molestato cinque ragazze minorenni

    Padre Sauro De Luca ha molestato sessualmente almeno cinque ragazze minorenni in varie parti d’Italia. Ma il numero di vittime dei suoi abusi potrebbe essere più alto. Bolognese, dal 1967 al 1998 è stato responsabile del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile. Ovvero l’organismo della Compagnia del Gesù che si occupa della formazione dei giovani. Oggi ha 2.500 iscritti. De Luca, in quanto responsabile, ha girato l’Italia per visitarne le numerose sezioni. E qui sono cominciati gli abusi.

    Le vittime

    Le vittime avevano 14-16 anni negli Anni Novanta. «Hanno subito una grandissima ferita», dice oggi a Repubblica padre Renato Colizzi, l’attuale direttore del Meg che ha deciso di avviare un «cammino di verità» su tutta la vicenda: «Un disagio enorme che ha richiesto, dopo una fase di rimozione, anni di psicoterapia, rielaborazione, un percorso di coscientizzazione». Nel 2010 due delle vittime hanno deciso di raccontare tutto. «Il delegato ha potuto avviare indagini, padre De Luca confessò, accettò le misure restrittive, venne trasferito da Pescara all’infermeria di Gallarate, dove morì due anni dopo per tumore», racconta padre Colizzi. Il sacerdote ha vissuto i suoi ultimi due anni «recluso». A marzo 2024 altre tre sopravvissute hanno contattato i gesuiti. E hanno parlato di altri abusi. Lasciando il sospetto che possano essercene altre.

    Violenza carnale

    Nei racconti delle cinque è emerso che non c’è stata violenza carnale. Ma Colizzi spiega: «Appena abbiamo stabilito un contatto, abbiamo scelto di mettere al centro la loro sofferenza, e di aprire un canale con coloro che ancora non si erano fatte avanti. Vorrei quindi rivolgere un appello, invitando chiunque abbia subito abusi nel Meg o sia a conoscenza di fatti simili a prendere contatto con la nostra delegata, la dottoressa Grazia Villani», una persona che da anni si occupa di abusi nella Chiesa. E che sarà coadiuvata dall’associazione Meter di don Fortunato di Noto. I gesuiti prendono anche in considerazione la possibilità di risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano».

    Il report

    La Compagnia del Gesù intende pubblicare un report su padre De Luca e i suoi abusi. «Mi sono state riferite segnalazioni orali risalenti agli anni Duemila che probabilmente sono state sottovalutate. Perché non ci risulta ad oggi, da una prima indagine negli archivi, che si sia fatto qualcosa per capire meglio cosa stesse accadendo all’epoca. Un capitolo del report dovrà quindi riguardare la responsabilità della Compagnia di Gesù», spiega il gesuita. «Vogliamo vivere questa fase di ascolto come un cammino di verità, perché la verità è il primo passo di un possibile processo di guarigione e liberazione», dice. «Per le vittime, e per noi».

    Immagine copertina da: Meg-Italia

    https://www.open.online/2024/10/01/padre-sauro-de-luca-gesuita-pedofilia/

  • Una donna scopre e affronta a Madrid il prete che accusa di aver abusato di lei in Argentina 40 anni fa

    Una donna scopre e affronta a Madrid il prete che accusa di aver abusato di lei in Argentina 40 anni fa

    MADRID.- Natalia CP, 49 anni, entra nell’ufficio di una parrocchia di Vicálvaro, Madrid, e si toglie gli occhiali da sole davanti al prete, seduto alla sua scrivania: “Non ti ricordi di me? ” E le dice il suo nome. Il prete, con la sigla DAMM e 68 anni, scuote la testa, non sa cosa dire. Prima di entrare, EL PAÍS gli ha già spiegato che lo accusa di aver abusato di lei durante la sua infanzia e che voleva vederlo faccia a faccia per vedere se osava negarlo. Vuole solo che mi scusi.

    Il prete dice che non può perché assicura di non aver fatto nulla, nega le accuse. Così, dopo una conversazione tesa e infruttuosa, la donna se ne va. Lei lo accusa di essere il sacerdote che ha abusato di lei quando aveva tra i 9 ei 10 anni, tra il 1982 e il 1983, nella parrocchia di San Antonio de Padua de Las Heras, a Mendoza, in Argentina.

    Sono passati 40 anni e finalmente l’ha trovato, grazie a un lavoro investigativo di Cadena SER e EL PAÍS. Ha denunciato il sacerdote nell’arcivescovado di Madrid e al difensore civico. La diocesi lo ha allontanato il giorno dopo, lo scorso aprile, e ha aperto un’inchiesta, che è anche nelle mani del Dicastero vaticano per la dottrina della fede.

    “Il sabato pomeriggio andavo al catechismo della prima comunione. Era sola, ed era l’unica, perché gli altri erano accompagnati dai genitori. Al termine, il prete mi portava in una stanzetta, accanto alla chiesa, mi sedevo sulle sue ginocchia e mi toccavo le parti intime. Mi ha toccato e mi ha detto di toccarlo. Un giorno sono tornata a casa e le mie mutande erano macchiate di rosso per il tocco, e le ho gettate nella spazzatura perché mia madre non lo scoprisse. Volevo scappare da lì, ma non sapevo come, non sapevo cosa fare. Dopo la comunione non l’ho più visto”, ha raccontato la donna.

    In un lungo colloquio con EL PAÍS, il sacerdote conferma di essere stato in quella parrocchia in quelle date, ma nega i fatti. Lo attribuisce, come possibile spiegazione, a un errore di identificazione della persona. Natalia è sicura che sia lui. Ha la foto del giorno della sua prima comunione e indica il prete. “Conosco il suo nome perché non si dimentica”, conclude.

    Non è stato facile per Natalia trovare questo prete. Quando osò dirlo a sua madre, quattro anni dopo la comunione, lei andò in parrocchia a denunciarlo, ma le dissero che il sacerdote era morto. Natalia non sapeva fino al 2018 che in realtà era ancora vivo. La verità è che il sacerdote ha lasciato l’Argentina poco dopo la data in cui Natalia colloca gli abusi, nel 1983, e se ne sono poi perse le tracce. Fonti della diocesi di Mendoza, che affermano che non ci sono denunce contro di lui, assicurano che sia andato a studiare all’estero —il sacerdote precisa che è andato a studiare a Salamanca, in Spagna—, ma poi è ripartito e per anni hanno addirittura ignorato dove si trovasse. Attraversò la Spagna e poi trascorse due decenni in Italia, dove cambiò nome,si faceva chiamare Don Vite. Così lo conoscevano, infatti, nella parrocchia di Vicálvaro.

    limbo delle responsabilità

    Il punto interrogativo più grande che circonda il caso di questo prete è come abbia cambiato destinazione e paese, incurante di ogni controllo e fuori dai soliti canali. Questo perché è entrato a far parte di una fraternità sacerdotale chiamata Fondazione Ramón Pané, fondata nel 1994 dal cardinale honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga, una delle più note nella Chiesa latinoamericana. È dedicato all’invio di sacerdoti dal continente per rafforzare le parrocchie che ne hanno bisogno in America e in Europa. Così è registrato a Madrid, inviato da quella fondazione.

    EL PAÍS ha ricostruito il suo percorso attraverso tre diocesi italiane: quella di Pescara, nel comune di Bisenti, dal 1999 al 2008; a Genova, dal 2008 al 2015, a San Ambrogio de Voltri; e nella diocesi di Albano Laziale, presso Roma, dal 2015 al luglio 2022, nella parrocchia di San Bonaventura ad Anzio. Da lì è stato mandato a Madrid la scorsa estate. Nessuno di essi contiene denunce di abusi. In tutte appare inviato da quella fondazione. Il sacerdote stesso conferma di appartenere alla fraternità e di dipendere dall’arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), che è colui che in tutti questi anni ha cambiato destinazione.

    Tuttavia, alla Fondazione Ramón Pané, che ha uffici a Miami e un altro nell’arcivescovado di Tegucigalpa, nessuno sembra sapere chi sia il responsabile ultimo di questo sacerdote e non vengono date risposte chiare. Il presidente esecutivo dell’ente è un laico, anche lui argentino, Ricardo Grzona, che ha fondato l’ente insieme al cardinale Rodríguez Maradiaga. Risponde per iscritto da Miami. Dice di non conoscere questo prete: “Ho cercato in tutti i nostri archivi e non riesco a trovare quel nome. Pertanto, confermo che non appartieni alla nostra Fraternità laicale”. Inoltre, sostiene che nella sua organizzazione non ci sono sacerdoti: “La nostra fraternità è una fraternità laicale. In questo momento abbiamo solo alcuni membri volontari laici, che di solito sono catechisti o insegnanti, a volte in alcune parrocchie con cui abbiamo collaborato, un sacerdote ci dice di includerlo, ma non rimane come membro della fraternità, ma di sua diocesi”.

    A parte il fatto che ci sono due rami dell’organizzazione, uno laico e uno sacerdotale, le dichiarazioni di Grzona sono sorprendenti, visto che ci sono sacerdoti di questa fondazione in diversi paesi, tra cui la Spagna. E colpiscono ancora di più alla luce delle informazioni fornite dall’Arcidiocesi di Tegucigalpa: il sacerdote accusato risulta nei suoi atti come uno dei due capi della Fondazione Ramón Pané,e l’altro è lo stesso Ricardo Grzona, che dice di non conoscerlo. Ma in più la diocesi honduregna, dopo aver consultato gli elenchi del proprio personale religioso, chiarisce: “Questo sacerdote non appartiene all’arcidiocesi di Tegucigalpa”. Nega che questo sacerdote sia incardinato in quel vescovado, come pensavano tutte le diocesi europee attraverso le quali è passato. C’è un limbo di responsabilità. Questo giornale ha chiesto una valutazione e spiegazioni del caso al cardinale Rodríguez Maradiaga, ma i suoi assistenti indicano che è in viaggio questa settimana, anche se hanno accettato di trasmettergli la richiesta.

    Di solito un sacerdote è nella sua diocesi, tranne quando viene inviato in un altro Paese, in quella che si chiama  missione Fidei Donum , formula usata per inviare sacerdoti in missione, ma sono casi in cui il vescovo sa sempre dove si trova e continua a esserne responsabile. Con il chierico imputato non è stato così. Era della diocesi di Mendoza, ma in questo arcivescovado assicurano che da anni non si sa dove si trovi. “Il trasferimento non sempre lo fa il vescovo. A volte un prete dà motivi familiari, o dubbi vocazionali, e va in un altro luogo, dove il vescovo non lo conosce ”, spiegano fonti della diocesi argentina.

    Sanno solo che nel 1984 è andato a studiare all’estero, è tornato a Mendoza alla fine degli anni ottanta o inizio anni novanta, ma non è rimasto più di un anno ed è scomparso di nuovo, pensano in Spagna e poi in Italia. “Perdiamo traccia di lui a livello di documentario. Non ha chiarito la sua situazione”, continuano.

    Non sanno precisare quando è entrato nella fraternità sacerdotale, nella quale sono entrati alcuni sacerdoti di Mendoza. “Un prete in Europa vive 10 volte meglio, qui guadagna un terzo del salario minimo. Qui i preti sono veramente poveri ”, puntualizzano.

    La situazione si è finalmente chiarita anni dopo, spiegano in diocesi, quando è arrivato a Mendoza un nuovo vescovo che, esaminata la documentazione della diocesi, si è reso conto della strana posizione di questo sacerdote e ha ordinato che fosse regolamentato, o con un escardinamento —trasferimento dalla diocesi— alla sua nuova destinazione o ritirandolo direttamente dal ministero. “Nel 2003-2004 se n’è andato, questo è documentato, ma non sappiamo se sia partito prima”. Infine, secondo i dati della diocesi argentina, il 1° luglio 2009 è stato ecardinato da Mendoza e incardinato a Tegucigalpa. Dove però dicono che non è registrato come tale.

    L’ultima domanda al presidente della fondazione, Ricardo Grzona, è stata come è possibile che non contatti la diocesi di Tegucigalpa per sapere quali sacerdoti fanno parte della fraternità, e perché questo sacerdote afferma di essere un membro della fraternità . Risposta: “Purtroppo l’arcivescovo di Tegucigalpa è cambiato e il cardinale è solo presidente onorario. Non conosco il nuovo arcivescovo. Non saprei dirvi perché un prete si presenta a nome di una fraternità laicale. Grande mistero per me ”.

    Di Iñigo Dominguez

    https://www.lanacion.com.ar/el-mundo/una-argentina-descubre-y-enfrenta-en-madrid-al-cura-al-que-acusa-de-haber-abusado-de-ella-en-mendoza-nid08062023/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/06/12/spagna-prete-sospeso-per-presunti-abusi-avvenuti-negli-anni-ottanta-era-stato-anche-parroco-a-voltri/
  • Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    È morto nella tarda mattina di oggi, presso l’ospedale di Penne, don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Ne dà notizia l’arcidiocesi di Pescara-Penne.

    Don Toscan, malato da diverso tempo, era nato a Cologna Veneta (Vr) nel 1936 ed era stato consacrato sacerdote nel 1966.

    Il funerale del presbitero, che per tanti anni è stato anche parroco di Roccafinadamo, sarà celebrato domani, sabato 6 febbraio, alle 15, nella chiesa della Madonna del Carmelo in Penne. La salma sarà tumulata nel cimitero di Roccafinadamo.

    (A.B.)

    Diocesi: Pescara, morto don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Domani pomeriggio i funerali

  • Testimoni di Geova: “una setta, coprono i pedofili e se te ne vai ti rubano la famiglia”

    Testimoni di Geova: “una setta, coprono i pedofili e se te ne vai ti rubano la famiglia”

    Parla un testimone di Geova ‘costretto’ a non lasciare quella che lui definisce una setta: a rischio i familiari e la sua stessa vita.

    “Chi esprime dubbi rischia di essere cacciato e questo significa perdere tutti i tuoi affetti”. Basterebbe questa frase per spiegare come sia difficile uscire da quella che lui ora definisce setta dei Testimoni di Geova. I seguaci sono talmente indottrinati e convinti di ciò che hanno imparato dagli anziani e dalle riviste che: “se domani il corpo direttivo gli dicesse di suicidarsi, sarebbero diversi milioni a togliersi la vita. E lo avrei fatto anch’io”. 

    Inquietante, ma a sentire un testimone della congregazione, intervistato da Fanpage.it, è tutto vero. E c’è dell’altro: non puoi più uscire dai Testimoni di Geova perché se lo fai, tutti i parenti che ne fanno parte non li potrai mai più vedere. “Chi esprime dubbi rischia di essere cacciato e questo significa perdere tutti i tuoi affetti”.

    “Sono un Testimone di Geova da 30 anni, voglio uscirne, ma se lo faccio sono finito”- dice a Fanpage il pentito intervistato. Li vedi in giacca e cravatta gli uomini e con gonne lunghe quasi tutte uguali, le donne. Hanno l’immancabile rivista ufficiale Torre di Gaurdia in mano e quasi sempre annunciano la fine del mondo. Sono 50 anni che la prossima settimana ci sarà un’apocalisse.

    Si avvicinano spogendoti la rivista e chiedendoti quanto sei felice. I più oramai li riconoscono i Testimoni di Geova, e li eviatno, ma molti specie i più fragili, abboccano ancora e si fermano a parlare. E tra una chiacchierata e l’altra entrano a far parte del grande mondo di Geova.

    E’ il loro lavoro, oltre che una missione, andare in giro a cercare adepti, e guadagnano denaro per ogni persona che riescono a fare diventare Testimone. Guai a parlare di trasfusioni di sangue con loro: “piuttosto deve morire – spiega il pentito – Con fede, ma deve morire. Prima ci credevo anch’io ma ora ho capito che è sbagliato […] Portiamo sempre con noi un documento in cui affermiamo di non volere sangue altrui. Se mi trovassi in ospedale dopo un incidente, e fossi incosciente, qualcun altro deciderebbe per me. Conoscendo mia moglie, sono sicuro mi lascerebbe morire piuttosto di autorizzare una trasfusione”.

    Testimoni di Geova, un pentito: “i superiori ci controllano, se me ne vado perdo la famiglia”

    Il testimone di Geova che vorrebbe andarsene dalla ‘setta’ – così lui la definisce – è di Pescara e confida a Fanpage i suoi dubbi sulla congregazione. “Chi esprime dubbi rischia di essere cacciato e questo significa perdere tutti i tuoi affetti. […] Mia moglie ed io eravamo cattolici – precisa – poi ci siamo convertiti, mentre mio figlio è testimone dalla nascita. Per 3 anni sono stato anziano in una congregazione; sei mesi fa ho rimesso il mio incarico perché non volevo più continuare ad avere responsabilità nell’organizzazione”.

    “Prima non volevo sentire niente che potesse mettere in discussione la mia fede – ammette – ma adesso ho finalmente aperto gli occhi”. A fargli scattare la scintilla è stato soprattutto il modo con il quale i seguaci di Geova hanno trattato e trattano i casi di pedofilia. “E’ permesso denunciare alle autorità gli abusi ai minori ma con due testimoni che devono confermare le accuse al presunto pedofilo. Mi chiedo come si possa pensare di trovare due testimoni che abbiano assistito ad un abuso a un bambino”.

    In sostanza il problema dei pedofili, i testimoni di Geova se lo risolvono da sè, senza una vera giustizia. La paura più grande è quella di denunciare abusi o inconguenze per esempio sui fondi ricevuti perché potresti essere cacciato, e sarebbe una dramma.

    “Chi si dissocia – spiega il testimone – perde la famiglia. Mia moglie e mio figlio smetterebbero di parlarmi. Dopo aver smesso di essere anziano, sembra che in casa sia entrato il diavolo. Un litigio continuo […] Per mio figlio è stata una tragedia. Non pensavo che questa mia scelta provocasse una reazione simile. No, non posso permettermi di essere mandato via. E comunque, una volta dentro la congregazione, tutti i testimoni di Geova si allontanano dalle amicizie e affetti precedenti. Per cui, se vieni cacciato, non ha più nessuno fuori dall’organizzazione. Sei da solo, “bruciato””.

  • Le acrobazie di don Bruno Toscan per sfuggire alle accuse di pedofilia. Il prete calunnia la vittima con una falsa querela per estorsione

    Le acrobazie di don Bruno Toscan per sfuggire alle accuse di pedofilia. Il prete calunnia la vittima con una falsa querela per estorsione

    Più che un uomo di chiesa sembrerebbe “il demonio” in terra. Questo quello che emerge dal profilo che abbiamo potuto ricostruire su don Bruno Toscan, incardinato presso la diocesi di Pescara – Penne, oggi Pro Rettore della Cattedrale di Penne.

    Sul caso sta indagando per competenza territoriale la Procura della Repubblica di Verona dietro querela di parte depositata dalla presunta vittima, difesa dal legale della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri del Foro di Roma.

    I fatti si svolgono nell’estate del 1993, presso Villa Fascinato in Legnago (VR) durante una gita organizzata dalla parrocchia alla quale partecipò anche don Bruno Toscan.

    Nel 2014, a distanza di anni, la presunta vittima prende consapevolezza del trauma e accompagnato dalla moglie decide di incontrare don Bruno. Pochi giorni dopo l’incontro, il sacerdote si rivolge al Comando dei Carabinieri di Penne e, ignaro del fatto che la presunta vittima ha registrato l’incontro avvenuto pochi giorni prima, in totale malafede e a scopo di calunnia, querela la presunta vittima per tentata estorsione; querela che la Procura archivierà perché il fatto non sussiste.

    Ma torniamo ai giorni nostri quando la presunta vittima si rivolge alla Rete L’ABUSO per reclamare i suoi diritti e inizia l’indagine e l’acquisizione del materiale in essere nelle varie procure. Tra questo materiale anche la falsa querela per estorsione fatta dal prete ai danni della vittima – che querelerà il prete non più solo per i presunti abusi, ma anche per la calunnia – nella quale scopriremo un’anomalia, ovvero un messaggio SMS che il sacerdote mette nero su bianco nella falsa querela.

    Quel messaggio che dice testualmente “la pedofilia è un reato punito con la reclusione la vittima ha diritto al risarcimento economico sennò il colpevole verrà denunciato presso questura, arcivescovo, Iene ecc.” spinge il Presidente della Rete L’ABUSO a mettere sull’attenti il suo assistito, in quanto il contenuto è grave.

    Ma è così che si scopre che quel messaggio non è stato mandato dal nostro assistito poichè l’utenza telefonica dalla quale è stato inviato il messaggio non è mai stata intestata a lui: probabilmente, è un’altra vittima ad aver inviato quel messaggio dai toni realmente estorsivi. Il sacerdote lo attribuì al nostro assistito, probabilmente per il solo fatto che lo ricevette pochi giorni dopo la sua visita.

    Ora la domanda è se ci sono altre vittime e quante possono essere.

    L’ufficio di Presidenza

  • Spoltore: don Vito condannato per abusi sessuali

    Spoltore: don Vito condannato per abusi sessuali

    La condanna è stata emessa oggi pomeriggio dal Tribunale collegiale di Pescara nei confronti del sacerdote che avrebbe abusato sessualmente di un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva 15 anni ed oggi è maggiorenne.

    Il pubblico ministero Salvatore Campochiaro aveva chiesto tre anni. Don Vito, giudicato con il rito abbreviato, e’ stato anche interdetto dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Il Tribunale ha, inoltre, disposto il risarcimento del danno, che sara’ stabilito in separata sede. Intanto, e’ stata stabilita una provvisionale di 30 mila in favore del ragazzo e di 10 mila euro ciascuno per la madre e la sorella della vittima.

    A denunciare i fatti, prima alla Curia e poi alla squadra mobile della Questura di Pescara, sono stati i genitori del ragazzo, che frequentava la chiesa di Spoltore e che si sarebbe confidato con la famiglia solo a distanza di tempo. I rapporti intimi sarebbero avvenuti tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identita’ sessuale al ragazzo.

    Don Vito Canto’ e’ gia’ stato sottoposto ad un processo canonico per la stessa vicenda, che si e’ chiuso con una condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attivita’ parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”.

  • Spoltore, abusi su minore: pm chiede tre anni di reclusione per don Vito Cantò

    Spoltore, abusi su minore: pm chiede tre anni di reclusione per don Vito Cantò

    La richiesta del pubblico ministero, Salvatore Campochiaro, e’ stata formulata nel corso del processo davanti al tribunale collegiale di Pescara.

    Il legale di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, e il difensore del sacerdote, l’avvocato Giuliano Milia, hanno presentato delle memorie difensive e l’udienza e’ stata aggiornata al prossimo 14 giugno per la sentenza.

    A denunciare i fatti, prima alla Curia e poi alla squadra mobile di Pescara, sono stati i genitori del ragazzo, che frequentava la chiesa di Spoltore che si sarebbe confidato con la famiglia solo a distanza di tempo, mentre i rapporti ci sarebbero stati tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Stando agli atti dell’indagine, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identita’ sessuale al ragazzo.

    Don Vito Canto’ e’ gia’ stato sottoposto ad un processo canonico per la stessa vicenda, che si e’ chiuso con una condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attivita’ parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”.

    http://www.cityrumors.it/notizie-pescara/cronaca-pescara/spoltore-abusi-minore-pm-chiede-tre-anni-reclusione-don-vito-canto.html

  • PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    “Allora io avevo 14 anni e avevo appena conseguito la licenza media e mia madre per premiarmi mi mando li”.

    Di Francesco Zanardi

    Inizia così il racconto di Giorgio (nome di fantasia) oggi trentenne, il ricordo di quella gita che oggi, dopo la nascita di suo figlio è riemersa nei suoi ricordi.

    I fatti risalgono alla metà degli anni 90 e sarebbero avvenuti durante una gita estiva con la parrocchia in una villa del veronese e non riguarderebbero solo Giorgio, ma anche un suo amichetto di allora che verso gli ultimi giorni di quella settimana in gita con la parrocchia, fu invitato insieme a Giorgio a dormire nella camera del prete.

    Dal racconto della vittima fatto alla Rete L’ABUSO emerge che il prete era piuttosto chiacchierato tant’è che quando abbiamo verificato le testimonianze fornite dalla presunta vittima, è emerso, proprio da una di quelle persone che in quella gita erano i responsabili dei ragazzi, il ricordo chiaro proprio di quella sera. La prima risposta che da il testimone appena gli viene fatto il nome del prete è “ il maniaco? ”, poi racconta che ci fu un’accesa discussione quando il prete comunicò allo staff che i due ragazzi avrebbero dormito con il prete, lui si oppose, ma poi intervennero altri due persone dello staff e finirono a dormire con il prete. Ricorda che la mattina successiva Giorgio e il suo amico erano “sconvolti”.

    Dopo quella gita neppure Giorgio fu graziato dalle tante problematiche che l’abuso sessuale porta a chi lo subisce, ma poco dopo la nascita del figlio, il riemergere di quel ricordo lo ha portato a voler approfondire ed è così che ha affrontato il prete.

    Qui il racconto si fa quasi rocambolesco perché dopo quella visita nella quale Giorgio non cercava nulla di più che l’ammissione del prete, viene convocato dai carabinieri e scopre che il prete lo ha querelato.

    Al momento ci riserviamo di fare il nome del prete nei confronti del quale è stata sporta formale querela, ci limitiamo a dire che il sacerdote è ancora in servizio e sia lui, sia la diocesi di Pescara – Penne sono state messe in mora, quindi sono informate.

    Francesco Zanardi