Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    Un presunto caso di pedofilia vedrebbe coinvolti a vario titolo tre sacerdoti e un diacono della diocesi di Isernia. La denuncia è partita da Giorgio, che afferma di aver subito gli abusi sessuali quando era solo un bambino prima in Polonia e poi in Italia. La Procura di Isernia ha aperto un’inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche le autorità ecclesiastiche sono state informate ma finora nessun provvedimento è stato preso contro gli accusati.

    “Don M., ti ricordi quando mi facevi dormire coi tuoi cani e ti masturbavi quando si avvicinavano a me? Spero che tu abbia migliorato il tuo rapporto con gli animali, oltre che coi minorenni”. Parole dure come pietre quelle scritte da Giorgio, un uomo di 34 anni, che ha trovato la forza di denunciare l’inferno vissuto da piccolo.

    Giorgio è nato a Lublino, in Polonia, da una famiglia problematica: il padre alcolizzato, violento, quasi assente. E’ solo un bambino quando viene avvicinato da Don M., un sacerdote polacco che comincia a ricoprirlo di attenzioni. Un interesse che nasconde ben altro e a dodici anni cominciano i primi abusi. Dopo poco il prete arriva in Italia, nella diocesi di Isernia, da dove continua a mantenere i contatti con il bambino. Grazie alla fiducia riposta dalla famiglia, il sacerdote riesce a portarlo con sé. In un primo momento per brevi soggiorni vacanza in estate ma, dopo aver ottenuto l’affidamento di Giorgio, Don M lo porta a vivere nella sua parrocchia in Molise.

    Tra le mura ecclesiastiche le sopraffazioni continuano, anzi, si moltiplicano. Le punizioni sono al limite del sadismo e il ragazzo è costretto a dormire con i cani, segregato per giorni senza poter uscire dalla parrocchia. Giorgio riesce comunque ad integrarsi: va a scuola e comincia a confidarsi con amici e con altri tre parroci vicini a Don M. Tra questi c’è un esorcista che, invece di fermare l’aguzzino, prova a convincere l’adolescente che gli abusi sono una visione del demonio. Non solo, un altro dei sacerdoti gli avrebbe offerto del denaro per mantenere relazioni sessuali. Già maggiorenne, Giorgio decide di trasferirsi nel nord Italia, cercando di seppellire dietro di sé gli orribili ricordi dei maltrattamenti subiti. Dopo anni di cure capisce che deve togliersi questo peso e contatta l’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura”, impegnato nella difesa delle vittime degli abusi sessuali.

    A raccontare a Fanpage.it la storia di Giorgio è stato proprio il suo legale che, di fronte alla gravità dei fatti, ha presentato una denuncia alla Procura di Isernia. Cavaliere a giugno dell’anno scorso ha informato anche le autorità ecclesiastiche ma, come ci tiene a sottolineare, da allora nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei tre parroci e del diacono che sarebbero coinvolti negli abusi. “Il nostro atto d’accusa – ha ribadito il legale – è rivolto alle curie di Lublino, in Polonia, e di Isernia che non hanno fatto nulla. Da loro ci aspettiamo un segnale che non è ancora giunto”. Il prete accusato degli abusi e gli altri tre prelati continuano ad indossare l’abito talare in altre parrocchie sempre della stessa diocesi in cui si sarebbero consumate le violenze e – come rimarca Cavaliere – sempre a contatto con i bambini.

    Ma se la curia tace, la magistratura è al lavoro. Il procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha assicurato che gli inquirenti sono al lavoro per far completa luce sulla vicenda. “Non rimaniamo di certo inerti di fronte ad una denuncia per pedofilia”, ha dichiarato il magistrato. “La denuncia c’è ed è stata presentata parecchi mesi fa”. Per il resto bocche cucite e nessun altro particolare è emerso dalle indagini. “Abbiamo analizzato la denuncia e crediamo occorra mantenere il massimo riserbo e segretezza vista l’estrema delicatezza della materia”, il commento di Albano.

    Il vescovo di Isernia ai primi di gennaio ha ammesso che anche la diocesi sta accertando eventuali responsabilità dei membri della Chiesa. A Giorgio e al suo avvocato non basta e sono intenzionati ad andare fino in fondo. “Alle Diocesi di Isernia, Pescara, Lublino. Vi diamo 10 giorni. I 10 giorni per rimuovere don M., che abusò di me dalla parrocchia con cui è a contatto coi bambini; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia nella diocesi di Pescara don R., che mi chiese sesso a pagamento; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia l’esorcista don G., che mi disse che i miei abusi erano frutto del demonio; 10 giorni per rimuovere dalla parrocchia don E., che ancora dice di distinguere notizie vere e false e non ci ha mai detto quello che sapeva. Poi faremo nomi e cognomi.” E’ l’ultimatum lanciato da Giorgio alle autorità ecclesiastiche.

    Mancano pochi giorni alla scadenza del aut aut e l’avvocato Cavaliere, raggiunto al telefono da Fanpage.it, sta valutando con il suo assistito il momento per rivelare l’identità dei sacerdoti coinvolti nel presunto scandalo di pedofilia. “Non chiedo risarcimenti o vendetta”, scrive Giorgio su Facebook. “Vorrei soltanto che le persone aprissero gli occhi per poter evitare la mia stessa esperienza ad un altro ragazzino”.

    https://www.fanpage.it/don-m-ricordi-quando-mi-masturbavi-tra-i-cani-ma-il-prete-serve-ancora-messa-a-isernia/

  • Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò

    Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò

    Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò. Si torna in aula il 15 marzo.  Rinviata l’udienza con rito abbreviato, condizionata all’audizione di tre testimoni e un consulente di parte, del processo che vede imputato don Vito Cantò, l’ex parroco della chiesa di San Camillo De Lellis, a Villa Raspa di Spoltore, accusato di abusi di natura sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca minorenne.

    Il rinvio si è reso necessario per il protrarsi, oltre i tempi previsti, di un’altra udienza e per i concomitanti impegni dei legali della difesa. Il presidente del tribunale collegiale di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha fissato al 15 marzo la prossima udienza, nel corso della quale saranno ascoltati tre testimoni e un consulente di parte della difesa, la psicologa Marilisa Amorosi, e al 4 aprile la data della discussione. I fatti risalgono al 2013 quando, su segnalazioni ben circostanziate di abusi di natura sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca minorenne, il vescovo di Pescara Valentinetti decide di sospendere cautelativamente Don Vito Cantò, il quale lasciò la parrocchia e si dimise da educatore negli scout dell’Agesci. Nel 2014 iniziò il processo canonico e contestualmente i genitori del ragazzo decisero di rivolgersi anche alla magistratura ordinaria che affidò le indagini alla Squadra Mobile di Pescara. Il processo canonico si chiuse con una condanna di divieto perpetuo dello svolgimento di attività parrocchiali con minorenni e con altre pene accessorie, come l’obbligo di 5 anni di vita monacale. Nel frattempo le indagini indussero il Pm della Procura di Pescara, Salvatore Campochiaro, a chiedere il rinvio a giudizio nel 2016, ma l’avvocato del sacerdote, Giuliano Milia, si rivolse alla Cassazione, invocando il principio del “ne bis in idem”, sulla base del quale non si può essere condannati due volte per uno stesso reato. La Cassazione defininì però “inammissibile” il ricorso del parroco e allora i legali della difesa presentarono lo stesso ricorso al tribunale di Pescara, dove il pm Salvatore Campochiaro e l’avvocato di parte civile Vincenzo Di Girolamo si opposero. Il tribunale, infine, scelse di posticipare la decisione sull’eccezione alle fasi successive del giudizio, quando sarebbero state disponibili le motivazioni della Cassazione. La difesa del sacerdote, a quel punto, avanzò la richiesta di rito abbreviato.

    Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò

  • Abusi sessuali, la Cassazione: il parroco non può evitare il processo

    Abusi sessuali, la Cassazione: il parroco non può evitare il processo

    PESCARA. «Inammissibile». Un parroco, accusato di presunti abusi sessuali, non può sottrarsi al giudizio di un tribunale dello Stato. Anche se, per lo stesso reato, è stato condannato già dalla Chiesa. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha bocciato il ricorso presentato da don Vito Cantò, l’ex parroco della chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore accusato di presunti abusi sessuali commessi su un minorenne tra il 2011 e il 2012 e per questo finito sotto processo. E, nell’udienza di ieri, si è parlato proprio di quel ricorso che avrebbe potuto cambiare i rapporti tra Stato e Chiesa.

    Il caso di don Vito, 44 anni e originario di Cepagatti, riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Sospeso dalla curia, il parroco lasciò misteriosamente la chiesa da un giorno all’altro. Dopo l’avvio del processo canonico, nel 2014, la famiglia del ragazzino si rivolse alla polizia e denunciò gli incontri sessuali tra il prete e il minorenne: incontri senza costrizione fisica nell’alloggio canonico, ma che a distanza di anni avrebbero turbato il giovane.

    Poi, sempre nel 2014, il tribunale ecclesiastico ha condannato don Vito a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: il prete è stato sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale: la Chiesa gli ha dato un’altra possibilità. E solo alla Chiesa don Vito avrebbe voluto rendere conto. Con il ricorso, il prete, difeso dall’avvocato Giuliano Milia, aveva invocato il principio del «ne bis in idem» e cioè non si può essere condannati due volte per lo stesso reato: il parroco aveva sostenuto che lo Stato non può giudicare, per uno stesso reato, un prete già dichiarato colpevole da un tribunale ecclesiastico: secondo la tesi di don Vito, un curato dovrebbe rispondere solo a Dio dei suoi reati, dei suoi peccati e delle sue debolezze. Una tesi, che se fosse stata accolta, avrebbe creato un precedente pericoloso: se i giudici della Suprema corte si fossero schierati dalla parte di don Vito, ogni chiesa sarebbe potuta diventare una zona franca al riparo della giustizia penale. Paradossalmente, una condanna canonica, come l’obbligo a una vita monacale per un dato periodo, sarebbe bastata a bloccare un processo penale per reati gravi con pene fino a 10 anni di reclusione.

    Per ora, si sa solo che la Cassazione ha definito «inammissibile» il ricorso del parroco: le motivazioni non sono state rese ancora note. E proprio in attesa delle motivazioni, la difesa del parroco ha ripresentato lo stesso ricorso al tribunale: il pm Salvatore Campochiaro e l’avvocato di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, si sono opposti. Il tribunale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione alle fasi successive del giudizio quando saranno disponibili le motivazioni. La difesa del prete, a quel punto, ha avanzato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di una chat tra il ragazzino ed altre persone, avvenuta tre anni dopo i fatti contestati. Una chat che, per la difesa, dovrebbe dimostrare l’estraneità del parroco ai reati contestati. Si tornerà in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat e un consulente di parte del prete, la psicologa Marilisa Amorosi.

    http://www.ilcentro.it/pescara/abusi-sessuali-la-cassazione-il-parroco-non-pu%C3%B2-evitare-il-processo-1.1631017

  • Violenza sessuale su minore, l’ex sacerdote Vito Cantò sarà giudicato con rito abbreviato

    Violenza sessuale su minore, l’ex sacerdote Vito Cantò sarà giudicato con rito abbreviato

    Accoglimento della richiesta di rito abbreviato e contestuale rinvio, al proseguo del giudizio, della decisione sull’eccezione presentata dalla difesa dell’ imputato. È quanto stabilito questa dal tribunale collegiale di Pescara, presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine, nell’ ambito del processo a carico di don Vito Cantò, il parroco di 44 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni, ai tempi in cui guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore (Pescara). I fatti sarebbero avvenuti nel 2011 e nel 2012.

    La difesa del parroco, rappresentata dall’avvocato Giuliano Milia, aveva sollevato la questione del “ne bis in idem” davanti alla Cassazione, che aveva giudicato inammissibile l’istanza. La difesa sostiene, in sostanza, che poiché don Vito Cantò è già stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e sta già scontando la pena, non può essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale.

    Il parroco, nell’ ambito del processo canonico, è stato condannato all’ interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, alla sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, all’obbligo di dimora per cinque anni all’interno di un monastero di Roma e alla prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”.

    In attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione, la difesa del parroco ha ripresentato la stessa eccezione davanti al tribunale collegiale, con il pm Salvatore Campochiaro e il legale di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, che si sono opposti. Il tribunale collegiale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione al proseguo del giudizio. La difesa, a quel punto, ha avanzato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di documentazione relativa ad una chat tra la persona offesa ed altre persone, avvenuta tre anni dopo i fatti contestati.

    La richiesta era già stata presentata e respinta in fase di udienza preliminare, ma oggi è stata accolta dal tribunale collegiale, che “alla luce della situazione esistente al momento della valutazione negativa del gup, ritiene ingiustificato il dissenso relativo all’ antieconomicita’ del rito”. Si tornerà dunque in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat prodotta dalla difesa e un consulente di parte.

    http://www.abruzzo24ore.tv/news/Violenza-sessuale-su-minore-l-ex-sacerdote-Vito-Canto-sara-giudicato-con-rito-abbreviato/181068.htm

  • PRESUNTI ABUSI SU MINORE A VILLA RASPA, RITO ABBREVIATO PER DON VITO CANTÒ. IL CASO FARÀ SCUOLA

    PRESUNTI ABUSI SU MINORE A VILLA RASPA, RITO ABBREVIATO PER DON VITO CANTÒ. IL CASO FARÀ SCUOLA

    PESCARA, 8 giugno 2017 – Rito abbreviato per don Vito Cantò, il parroco di 44 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni, ai tempi in cui guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore. L’istanza della difesa è stata accolta questa mattina dal tribunale collegiale di Pescara presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine. Si sta invece trasformando in una disputa di natura giurisprudenziale la questione del “ne bis in idem”, che la difesa del parroco ha sollevato davanti alla Cassazione e ha riproposto oggi in aula.

    I fatti per i quali don Vito Cantò è finito a processo sono venuti alla luce nel 2013, quando alla curia di Pescara arrivarono voci su presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito “ad cautelam”, ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata da Pierfrancesco Muriana, rivelando che tra il 2011 e il 2012 ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Sulla base degli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, “i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo” e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Il processo canonico si è poi concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Don Vito Cantò ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale.

    Alla luce di questa sentenza, la difesa del parroco aveva sollevato la questione del “ne bis in idem” davanti alla Cassazione, che aveva giudicato inammissibile l’istanza. La difesa sostiene, in sostanza, che poiché don Vito Cantò è già stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e sta già scontando la pena, non può essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale.

    In attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione, la difesa del parroco oggi ha ripresentato la stessa eccezione davanti al tribunale collegiale di Pescara, con il pm Salvatore Campochiaro e il legale di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, che si sono opposti.

    Secondo l’accusa:

    “una sentenza del tribunale ecclesiastico non è equiparabile a quella del tribunale penale e un cittadino italiano accusato di avere commesso un delitto, sul territorio italiano, ai danni di un altro cittadino italiano, deve essere giudicato dal tribunale penale”.

    A giudizio di Di Girolamo, legale della famiglia del giovane al centro degli abusi:

    “siamo peraltro in presenza  di una decisione dell’Arcidiocesi, che dunque non è neanche equiparabile ad una sentenza del tribunale ecclesiastico”.

    Il tribunale collegiale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione al proseguo del giudizio. Prima della prossima udienza saranno infatti rese note le motivazioni della Cassazione, che potrebbero influenzare lo svolgimento del processo.

    La difesa di don Vito Cantò, nel frattempo, prendendo atto della decisione del tribunale pescarese, ha presentato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di documentazione relativa ad una chat intercorsa tra la persona offesa ed altre persone, avvenuta tre anni fa, dopo i fatti contestati.

    La richiesta era già stata presentata e respinta in fase di udienza preliminare, ma oggi è stata accolta dal tribunale collegiale, che “alla luce della situazione esistente al momento della valutazione negativa del gup, ritiene ingiustificato il dissenso relativo all’antieconomicita’ del rito”.

    Si tornerà dunque in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat prodotta dalla difesa e un consulente di parte.
    La vicenda ha avuto inizio nel 2013, quando alla curia di Pescara arrivarono voci su presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito “ad cautelam”, ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata da Pierfrancesco Muriana, rivelando che tra il 2011 e il 2012 ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Sulla base degli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, “i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo” e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Il processo canonico, iniziato nel 2013, si è concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Don Vito Cantò ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale.

    Presunti abusi su minore a Villa Raspa, rito abbreviato per don Vito Cantò. Il caso farà scuola

  • Don Marino, un caso mediatico: a Larino troupe nazionali e sostenitori di Giada

    Don Marino, un caso mediatico: a Larino troupe nazionali e sostenitori di Giada

    LARINO. Il tribunale di Larino diventa ribalta mediatica nazionale oggi pomeriggio, dove dalle 14.30 riprenderà il processo a carico di don Marino Genova, sui presunti abusi sessuali commessi quando la 21enne Giada Vitale non era ancora 14enne.

    Ovviamente, ci riferiamo alla vicenda di Portocannone, che dall’autunno del 2012 sta tenendo banco negli ambienti curiali e non solo. In piazza del Popolo arriveranno tre pullman di sostenitori dell’ex corista della parrocchia di Portocannone, facenti parte di tre associazioni antiviolenza sui minori e sulle donne di l’Aquila, Roma e Pescara. Non solo, ma ci saranno anche le telecamere di Rai Due e una diretta da Pomeriggio Cinque, il salotto Mediaset che già si è occupata della vicenda.

    Come prologo, alla partecipazione civica, dopo il battage giornalistico di denuncia sostenuto dalla rete l’Abuso.org, è arrivata anche la posizione del centro antiviolenza dell’Aquila, tramite l’Associazione Donatella Tellini dell’Aquila, l’Associazione Rising-Pari in Genere di Roma e l’Associazione Ananke di Pescara, «all’interno delle quali sono attivi i Centri Antiviolenza per le Donne, hanno accolto la richiesta di Giada Vitale, oggi ventunenne, di sostenerla all’udienza del 15 marzo, che si svolgerà dinanzi al Tribunale di Larino, udienza che vede imputato Don Marino Genova, accusato di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater c.p.). Nel 2009 Giada Vitale aveva tredici anni, aveva perso da poco il padre e aveva iniziato a frequentare la parrocchia di Portocannone, paesino nel quale vive. Per quattro anni don Marino Genova abusa della minore e Giada Vitale nell’anno 2013 lo denuncia. La Procura durante le indagini divide la vicenda in due procedimenti, l’uno relativo agli abusi commessi dal parroco sulla minore fino al compimento dei 14 anni, l’altro relativo agli abusi commessi sulla minore dopo il compimento dei 14 anni.

    Il procedimento relativo agli abusi compiuti sulla minore ultraquattordicenne viene purtroppo archiviato, perché si ritiene che Giada Vitale avesse prestato consenso agli atti sessuali. Il procedimento relativo agli abusi commessi sulla minore fino ai 14 anni è tuttora in corso ed il 15 marzo si celebra l’udienza di istruttoria dibattimentale, volta a provare il reato di atti sessuali con minorenne. Giada Vitale decide di contattare il Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila e chiede che il Centro sia presente all’udienza per essere sostenuta, soprattutto nella lotta intrapresa per far riaprire l’altro procedimento penale.

    La richiesta di Giada è significativa, perché fa risaltare il ruolo politico dei Centri Antiviolenza per le Donne, ruolo svolto quotidianamente nell’attività di contrasto della violenza maschile, dentro la consapevolezza che la violenza degli uomini ci riguarda tutte. Il Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila ha prenotato un pullman a proprie spese e quindici operatrici saranno presenti all’udienza che si svolgerà presso il Tribunale di Larino, mercoledì 15 marzo 2017 alle ore 14,30, per ribadire  che siamo indignate, perché lo stupro di una donna riguarda tutte noi e tocca ciascuna di noi in profondità. Ci saremo per rivendicare il diritto intangibile a vivere libere dalla violenza degli uomini». Un intervento firmato dalla presidenta dell’associazione Donatella Tellini, l’avvocato Simona Giannangeli.

  • Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo

    Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo

    Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo.  Non ha avuto inizio il processo a carico di don Vito Canto’, l’ex parroco di Spoltore rinviato a giudizio con l’accusa di abusi sessuali a seguito dei rapporti che avrebbe avuto negli ultimi anni con un ragazzino di 15 anni.

    Oggi era prevista la prima udienza davanti al Tribunale collegiale di Pescara, presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine, ma il processo e’ stato rinviato al prossimo 8 giugno, in attesa del pronunciamento della Cassazione, previsto per il 10 aprile, sulla questione del “ne bis in idem” sollevata dal difensore del prete, l’avvocato Giuliano Milia. Secondo la difesa, poiche’ don Vito Canto’ e’ gia’ stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e, sta gia’ scontando la pena, non puo’ essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale. Vincenzo Di Girolamo, avvocato della famiglia del ragazzo, ha presentato una memoria, chiedendo invece che il processo penale vada avanti. Il processo canonico, iniziato nel 2013, si e’ concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attivita’ parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Il sacerdote ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale. A denunciare i fatti, prima alla Curia e poi alla squadra Mobile di Pescara, diretta da Pierfrancesco Muriana, che si e’ occupata delle indagini, sono stati i genitori del ragazzo, che frequentava la chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore e che si sarebbe confidato con i genitori solo a distanza di tempo, mentre i rapporti ci sarebbero stati tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Stando agli atti dell’indagine, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzino.

    Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo

  • La legge vaticana del più forte

    La legge vaticana del più forte

    Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
    PEDOFILIA
    di Federico Tulli

    “Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

    Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

    Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

    I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

    Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

    Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

  • Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    PESCARA. Un monastero metropolitano, a Roma, su una collinetta davanti alla chiesa della Santa Maria del Divino Amore, in cui riscoprire la propria vocazione che vacilla. L’Oasi di Elim è un consultorio per i preti in crisi di coscienza. È qui che don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012, deve restare per i prossimi 5 anni. Lo dispone la sentenza di condanna del tribunale ecclesiastico. Il parroco è all’obbligo di dimora «per una vita di preghiera e di penitenza» in questo casale da 12 stanze singole con letto, scrivania, libreria e possibilità di usare il computer e una cucina in comune con gli altri ospiti. Ed è qui che don Vito, assistito da due sacerdoti e uno psicologo, segue «un cammino» non volontario ma obbligatorio e cioè un percorso psicoterapeutico imposto dalla sentenza. Nell’Oasi di Elim – secondo la Bibbia, Elim è il posto in cui gli israeliti trovarono l’acqua salata che poi Mosè fece diventare dolce – c’è anche una cappella interna, ma don Vito non può celebrare messa: per i prossimi tre anni di sospensione dal ministero sacerdotale, la sentenza gli «concede» solo la possibilità della concelebrazione o della messa quotidiana senza il popolo.

    Il centro romano, spiegano i documenti pubblici della struttura, è «un’opera Salvatoriana per il sostegno psicologico al clero e alla vita consacrata»: «È un luogo in cui un sacerdote e un consacrato può vivere un tempo significativo di revisione della propria vocazione». Lo stesso documento spiega cosa accade all’interno dell’Oasi di Elim: «Fondamentale è l’esperienza di una vera fraternità sacerdotale tra i due sacerdoti coadiutori e gli altri confratelli. Uno stile che abbraccia tutti gli ambiti della vita comunitaria da quello spirituale a quello della gestione della casa». Il percorso psicologico è quotidiano: «Vi è la possibilità di vivere un cammino psicoterapeutico con persone di altissima professionalità, rispettose della vita sacerdotale. Un’equipe che attraverso un contratto “a più mani” aiuta il sacerdote e il consacrato a ritrovare se stesso e a verificare la propria vocazione. Il cammino, costruito attorno alla singola persona, esige un tempo iniziale di inserimento e poi un periodo congruo perché il percorso sia efficace. Al termine, in pieno accordo con gli ordinari e superiori, il consacrato sarà gradualmente reinserito nella vita ministeriale e pastorale». (p.l.)

  • Don Vito: lo Stato non può processarmi

    Don Vito: lo Stato non può processarmi

    di Pietro Lambertini

    Mossa a sorpresa del prete imputato, presentata al giudice una memoria difensiva: sono stato già condannato dalla Chiesa.

    PESCARA. La memoria difensiva è lunga più di 50 pagine, ma si può riassumere con una frase dalla forza dirompente: sono stato già condannato dalla Chiesa e, quindi, lo Stato italiano non può giudicarmi un’altra volta. Ieri, nella seconda udienza preliminare durata soltanto una manciata di minuti, è arrivata la mossa a sorpresa della difesa di don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012 mentre era parroco alla chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore.

    Finora, nessuna richiesta di rito abbreviato ma l’avvocato del prete, Giuliano Milia, ha presentato una memoria che potrebbe creare un precedente: se un clerico è stato già dichiarato colpevole dalla Chiesa, lo Stato non può giudicarlo ancora. È questa la tesi della difesa di don Vito – ieri non presente in aula – che ritiene superfluo il processo penale perché la Chiesa ha già preso posizione. Il tribunale ecclesiastico ha condannato il parroco a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: don Vito è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per i prossimi 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale. La Chiesa gli ha dato un’altra possibilità ma il parroco deve guadagnarsela giorno dopo giorno. E don Vito, in base alla memoria consegnata ieri al giudice Gianluca Sarandrea, solo alla Chiesa vuole rendere conto: il prete è stato dichiarato «colpevole» per gli abusi sessuali e condannato dal tribunale ecclesiastico, sta scontando le pene e, proprio per questo, non vuole un’interferenza dello Stato. Il prossimo 31 maggio ci sarà la terza udienza preliminare e, stavolta, sarà la famiglia del ragazzo, assistita dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, a parlare. Lo farà con una contromemoria.

    Il caso riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata dal capo Pierfrancesco Muriana rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori. Due processi paralleli, quello canonico, già chiuso con la sentenza di condanna, e quello penale, alle battute iniziali: per don Vito, i processi devono restare paralleli; per la famiglia del ragazzo, i processi devono incrociarsi tanto che la sentenza della Chiesa è stata già depositata.