Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    Un tribunale polacco ha ordinato alla diocesi cattolica di Kielce di versare 550.000 zloty (circa 128.250 euro) a una donna che da bambina aveva subito abusi sessuali da parte di un sacerdote. Il tribunale ha inoltre stabilito che il sacerdote dovrà riconoscere pubblicamente la propria responsabilità e chiedere scusa alla vittima. Si tratta di una decisione destinata a lasciare un segno, mentre emergono sempre più accuse di abusi sessuali e pedofilia da parte del clero cattolico.

    Il caso

    Iwona Dudzik-Osińska ha reso pubblico il proprio nome e la propria storia, affrontando la secolare omertà che circonda la Chiesa cattolica polacca, istituzione che gode ancora di enorme prestigio e rispetto nel Paese, ma sui cui crimini ci sono sempre meno tolleranza e reticenza. Secondo quanto raccontato, il primo abuso subito dalla donna avvenne nel 1981, quando aveva 12 anni, a Kielce. Il sacerdote, oggi settantaseienne, ha continuato ad abusare di lei per tre anni. Nel 2007 la donna denunciò i fatti alla procura, ma le venne comunicato che i reati erano ormai prescritti. Nel 2019, dopo la diffusione di un importante documentario sugli abusi nella Chiesa cattolica polacca, raccontò quanto accaduto anche al vescovo di Kielce, Jan Piotrowski. Il vescovo, secondo la donna, si mostrò comprensivo ma disse di non poter utilizzare fondi della diocesi per finanziare la terapia psicologica a cui si sottoponeva a causa del trauma subito. Nel frattempo il sacerdote in questione, noto semplicemente come padre Jan, era stato sospeso dalla diocesi di Sosnowiec, dove lavorava dagli anni Novanta, vietandogli qualsiasi contatto con minori. Nel 2023 il tribunale ecclesiastico lo ha infine rimosso dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale. Non è stato però dimesso dallo stato clericale: rimane quindi sacerdote.

    Una giustizia a metà, quella del tribunale ecclesiastico, che ha spinto la donna ad avviare una causa civile contro la Chiesa cattolica polacca. Nel luglio 2026 il tribunale distrettuale di Kielce le ha dato ragione, condannando la Chiesa a un risarcimento di 550mila zloty, ordinando al sacerdote di riconoscere pubblicamente a mezzo stampa, presso un quotidiano locale, la propria responsabilità negli abusi.

    Rossa d’amore per Dio

    Sosnowiec è una citta di provincia situata nella Slesia, sorta attorno alle attività minerarie, storicamente connotata da una forte comunità ebraica e cresciuta attorno alle acciaierie e agli impianti metallurgici, conta oggi poco più di 180mila abitanti. Si tratta di un’area a forte spopolamento, con saldo migratorio negativo, gelosa della propria identità: “rossa d’amore per Dio e per la patria”, come ebbe a dire il vescovo della città, Adam Śmigielski, il 14 giugno 1999, accogliendo papa Giovanni Paolo II a Sosnowiec. Un monumento a Karol Wojtila campeggia in piazza Gwiezdna ricordando che qui la Chiesa cattolica polacca ha uno dei suoi capisaldi. 

    Nell’ottobre 2024 la diocesi locale è stata investita dagli scandali: nello stesso mese, due sacerdoti sono stati accusati di reati sessuali ai danni di minori. L’anno precedente, il vescovo di Sosnowiec, Grzegorz Kaszak, si era dimesso in seguito allo scandalo riguardante una festa a sfondo sessuale, durante la quale erano state assunte droghe, organizzata da un sacerdote del posto con due uomini nel suo appartamento all’interno di una struttura della Chiesa. Le autorità ecclesiastiche hanno così deciso di istituire una commissione per “individuare le cause, l’analisi delle ragioni, della portata e delle conseguenze degli scandali verificatisi nella diocesi di Sosnowiec”.

    Dopo due anni di lavoro, nel febbraio 2026 la commissione ha presentato i risultati della sua indagine. Il presidente della commissione, Tomasz Krzyżak, ha dichiarato che sono state identificate 29 persone (di cui 23 sono membri del clero mentre gli altri sono un catechista, un seminarista, un organista e un responsabile della comunità giovanile) accusate o sospettate di abusi sessuali su minori. Tra le cinquanta vittime identificate, circa due terzi erano ragazze e il 96% aveva meno di 15 anni. La commissione ha anche sottolineato come i vescovi, succedutisi alla guida della diocesi dal 1992 ad oggi, fossero al corrente degli abusi. Ma non abbiano fatto niente.

    Aumentano le denunce

    Negli ultimi anni sono aumentate le denunce contro sacerdoti. Il Vaticano ha preso provvedimenti nei confronti di diversi vescovi polacchi: nel 2024, per esempio, ha annunciato le dimissioni del vescovo di Łowicz, Andrzej Dziuba, citando la sua negligenza nella gestione di casi di abuso di minori. Nel 2018 un tribunale di Poznań aveva ordinato a una congregazione cattolica di pagare 1 milione di zloty più un assegno mensile a vita a una donna abusata da bambina; nel 2022 la diocesi di Toruń era stata condannata a pagare 600.000 zloty a un uomo abusato quando era chierichetto; nel 2025 la diocesi di Bielsko-Żywiec era stata condannata a pagare 400.000 zloty a un’altra vittima.

    Cala la fiducia nella Chiesa

    La fiducia dei polacchi nella Chiesa è calata dal 47% al 35% nell’ultimo anno proprio a causa della perdita di moralità, dell’opacità e delle omertà relative ai casi di pedofilia, e delle visioni politiche reazionarie che ne hanno caratterizzato l’operato negli ultimi anni. La Chiesa cattolica, accusata di aver tradito la democrazia polacca, si trova ad affrontare una profonda crisi, soprattutto nel rapporto con i più giovani: il rifiuto di frequentare l’ora di religione a scuola è in aumento, come anche le apostasie, segno di un dissenso profondo e generalizzato da parte delle generazioni più giovani che trova, a Sosnowiec, una delle sue ragion d’essere.

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

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  • La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    (ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.

    Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.

    Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.

    Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.

    Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.

    Proprio il ruolo dei servizi diocesani con i centri di ascolto realizzati ad hoc è stato messo però sotto accusa da un recente rapporto della Rete L’abuso che ha svolto un’indagine sulla risposta che le diocesi forniscono alle presunte vittime tramite i Centri di ascolto pubblicata il 24 febbraio scorso.

    “Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.

    Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
    (di Nina Fabrizio) (ANSA).

  • In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    Leggiamo l’articolo di Chiesa Cattolica dal titolo L’impegno della Chiesa in Italia nella tutela dei minori e le dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi che auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi della chiesa italiana in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo. Dichiarazioni che ci offendono in quanto dopo gli abusi ci tocca sopportare di essere oggetto di una propaganda falsa e per nulla riparativa, che ai nostri occhi scredita la chiesa più di quanto già la sia.

    Tralasciando il deplorevole caso sardo che vede tra i protagonisti proprio mons. Baturi e tra le “vittime”, oltre noi sopravvissuti anche la Garante dell’infanzia sarda Carla Pugligheddu, caso che abbiamo già commentato senza ottenere da parte della CES e del Consiglio regionale sardo alcuna risposta, ma un silenzio che di per se è già tristemente indicativo del dialogo che, al contrario di quello che Baturi afferma, la chiesa non ha e non vuole avere con i sopravvissuti.

    Premettendo che nel resto del mondo e in Europa la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda e la Repubblica di San Marino hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili, in Italia la chiesa neppure lontanamente ventila una simile ipotesi.

    Va ricordato anche che il 28 maggio 2022 fu proprio il card. Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’ABUSO fornisse alla CEI i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso (vedi contributo video), ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero).

    In tutti questi anni, malgrado gli appelli puntualmente mancati, le vittime e la stessa associazione hanno tuttavia tentato un dialogo nella speranza che in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la chiesa potesse intraprendere in coscienza e onestamente, una strada di riparazione civile ed adeguata agli appelli che la CEI puntuale rivolge all’opinione pubblica.

    Invece, come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Baturi c’è una disonestà totale da parte della chiesa italiana.

    Ma voglio essere concreto esponendo un caso dei tanti, commentandolo soprattutto sotto l’aspetto canonico, che nel Motu proprio vos estis lux mundi è chiarissimo, forse meno chiaro per mons. Baturi e per la stessa CEI.

    Questa mail è una delle tante che i sopravvissuti italiani ricevono dalle diocesi o dagli sportelli diocesani. Metto proprio questa perché è la stessa che senza cancellazioni di dati sensibili è stata inviata al card. Matteo Zuppi poche settimane fa, proprio per denunciare le omissioni che emergono puntuali nelle diocesi italiane. Mail che lo stesso Zuppi ha verificato ma malgrado ciò ne lui ne altri sono intervenuti a riguardo.

    Un caso grave, uno dei tanti e puntuali in Italia. La prova che mons. Baturi o non è informato su cosa accade, o ancor peggio mente nelle sue dichiarazioni.

    Parliamo della risposta recentissima data ad una vittima dal vescovo della diocesi interessata. Vescovo che dichiara che il prete accusato ha ammesso i suoi crimini, confermati anche dal predecessore del vescovo che sta scrivendo. Il tutto è tanto credibile che lo stesso vescovo ritiene inutile interpellare altri testimoni in quanto non porterebbero ad ulteriori elementi.

    Direi quindi sia tutto molto chiaro per la chiesa e non solo, il prete è indubbiamente colpevole, lo dichiara lui stesso.

    È qui che adesso chiedo a monsignor Baturi perché malgrado la indubbia chiarezza del caso, il prete non sia ad oggi stato sanzionato, perchè non sia mai stato rimosso e lasciato a contatto con minori, perché in virtù del Motu proprio i vescovi, ovvero il predecessore di quello che scrive e lo scrivente, indubbiamente informati ed inadempienti di fronte al motu proprio, non sono stati sanzionati come previsto?

    Perché nel caso analogo di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi a processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver addirittura mentito ai magistrati italiani nel tentativo di insabbiare il caso di don Giuseppe Rugolo, la chiesa, come nel caso citato in precedenza non ha mai preso provvedimenti?

    Ecco perchè la CEI, il suo Presidente e il suo Segretario non possono essere minimamente credibili tanto da affermare che dichiarano falsità, offendendo noi sopravvissuti e non certo vengono in nostro soccorso come dichiarano. Ancor meno stanno facendo prevenzione. Il fatto che poi tutto venga accresciuto in un contesto falso e non credibile, dichiarare che la chiesa faccia formazione ai propri educatori, è ancora peggio.

    Che senso ha formare delle persone senza rimuovere il problema.

    Gradiremmo una risposta dalla CEI a queste domande, forse dopo potremmo offenderci meno di fronte a spergiuri come la dichiarazione oggetto di questa contestazione.

    Forse, e dico forse, potremmo anche vedere un filo di umanità in quella chiesa che oggi mente anche all’opinione pubblica dando a bere che vada tutto bene.

  • I vescovi polacchi creano una commissione indipendente per indagare sugli abusi nella Chiesa

    I vescovi polacchi creano una commissione indipendente per indagare sugli abusi nella Chiesa

    La Conferenza Episcopale Polacca ha approvato la creazione di una Commissione di Esperti Indipendenti per indagare sul fenomeno degli abusi sessuali su minori nella Chiesa in Polonia.

    Secondo un comunicato del portavoce dell’episcopato polacco, il gesuita Leszek Gęsiak, la decisione è stata adottata l’11 marzo durante la 404ª Assemblea Plenaria dei vescovi, nel corso della quale sono state approvate anche le norme di funzionamento e lo statuto del nuovo organismo.

    Una commissione con personalità giuridica pubblica

    Dopo aver approvato i documenti che ne regolano il funzionamento, i vescovi hanno deciso di costituire formalmente la Commissione di Esperti Indipendenti per l’indagine sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa in Polonia, conferendole inoltre personalità giuridica pubblica.

    La conferenza episcopale ha spiegato che lo statuto della commissione è stato approvato dopo aver consultato la Conferenza dei Superiori Maggiori degli Ordini Religiosi Maschili in Polonia e la Conferenza dei Superiori Maggiori delle Congregazioni Religiose Femminili.

    Inoltre, i vescovi hanno approvato anche l’accordo che permetterà la creazione formale dell’organismo, che sarà firmato dalla Conferenza Episcopale Polacca insieme alle organizzazioni che rappresentano le congregazioni religiose maschili e femminili del paese.

    Presentazione pubblica dei documenti

    La Conferenza Episcopale Polacca ha annunciato che i testi dei documenti approvati saranno pubblicati e spiegati in una conferenza stampa al termine dell’assemblea plenaria.

    L’intervento è previsto per il 12 marzo alle 15:00, momento in cui saranno forniti ulteriori dettagli sul funzionamento e sugli obiettivi della nuova commissione.

    Con questa decisione, l’episcopato polacco istituisce un nuovo organismo destinato a indagare sul fenomeno degli abusi sessuali contro minori nell’ambito della Chiesa in Polonia.

    Aiuta Infovaticana a continuare a informare

    https://infovaticana.com/it/2026/03/12/i-vescovi-polacchi-creano-una-commissione-indipendente-per-indagare-sugli-abusi-nella-chiesa/

  • Vescovo polacco accusato di aver insabbiato la pedofilia. Inizia un processo storico

    Vescovo polacco accusato di aver insabbiato la pedofilia. Inizia un processo storico

    Processo a un vescovo accusato di aver insabbiato casi di pedofilia

    Mercoledì 18 febbraio, il Tribunale distrettuale di Tarnów (Voivodato della Piccola Polonia) ha avviato il primo processo in Polonia a carico di un vescovo accusato di aver occultato episodi di pedofilia. La procura accusa il vescovo di Tarnów, Andrzej J., di essere stato troppo lento nel denunciare alle forze dell’ordine i casi di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti nella sua diocesi.

    I casi dei sacerdoti Stanisław P. e Tomasz K.

    Il sito web debica24.pl ha riferito che il primo caso riguarda Stanisław P., che nel frattempo è stato dimesso dal clero. Gli inquirenti hanno accertato che l’ex sacerdote ha commesso reati sessuali contro almeno 95 ragazzi dal 1987 al 2008 in parrocchie in Polonia e Ucraina. Il caso è stato archiviato nel 2022 per prescrizione. Il secondo filone esaminato nell’indagine sul vescovo Andrzej J. riguarda padre Tomasz K. Nel dicembre 2024, la procura ha depositato un atto di accusa contro il sacerdote presso il tribunale distrettuale di Nowy Sącz. Secondo gli inquirenti, Andrzej J. sapeva già nel 2018 che Tomasz K. aveva commesso reati sessuali contro tre minorenni, ma non ha immediatamente segnalato questa informazione alle forze dell’ordine.

    Annuncio dalla Curia di Tarnów

    La Curia diocesana di Tarnów ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse mosse al Vescovo Andrzej J.: “Va notato che l’obbligo di denuncia è entrato in vigore con la legge del 23 marzo 2017, entrata in vigore il 13 luglio 2017. Le accuse della Procura contro il Vescovo Andrzej J. riguardano due casi che, dopo l’entrata in vigore della suddetta legge, sono stati segnalati dal Delegato del Vescovo alle autorità statali competenti”, si legge nella dichiarazione. La Curia ha inoltre sottolineato che “le autorità della diocesi di Tarnów hanno segnalato diverse decine di casi alle forze dell’ordine negli ultimi anni, applicando il principio di ‘tolleranza zero’”.

    https://wiadomosci.gazeta.pl/polska/7,198072,32607442,polski-biskup-oskarzony-o-tuszowanie-pedofilii-rozpoczal-sie.html

  • Caso Emanuela Orlandi, nuovo segreto di soldi in Vaticano? Il fratello Pietro: “Monsignor Balda avrebbe letto dei documenti legati a dei miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. E su Francesca Immacolata Chaouqui…

    Caso Emanuela Orlandi, nuovo segreto di soldi in Vaticano? Il fratello Pietro: “Monsignor Balda avrebbe letto dei documenti legati a dei miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. E su Francesca Immacolata Chaouqui…

    Pietro Orlandi, ospite di Pulp Podcast, è tornato a parlare di due figure che, da tempo, ricorrono più volte all’interno del maremagnum che ormai è diventato il caso della quindicenne cittadina vaticana scomparsa nel 1983:“Monsignor Balda, che era il collega d’ufficio di Francesca Immacolata Chaouqui, ha fatto una dichiarazione recente ancora non pubblica, ma presumo sarà pubblica a breve in qualche modo.

    Lui ha detto di aver letto dei documenti in un determinato ufficio al Vaticano in cui si parlava anche di Emanuela, ed erano documenti legati a miliardi, miliardi, miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. Ma a che titolo e in che modo questo soldi sono legati alla sparizione di Emanuela?

    Un giro di soldi che in realtà nasconde molto altro? Ma facciamo un passo indietro, perché di questi due personaggi si è parlato anche a proposito nella questione “delle chat Whatsapp tra persone vicine a Papa Francesco, su telefoni legati alla Santa Sede”. Che poi si è scoperto essere proprio loro. Messaggi in cui si farebbe riferimento proprio al corpo di Emanuela.

    Discussioni, tra Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Angel Vallejo Balda, risalenti al 2014. Al tempo la Chaouqui era membro della Cosea, Commissione di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economiche e amministrative della Santa Sede voluta proprio da Papa Francesco, di cui Balda era il presidente e, allo stesso tempo, anche segretario della Prefettura degli Affari Economici. Ma cosa scriveva la Chaouqui di preciso in queste chat?

    “A settembre dobbiamo far sparire quella cosa della Orlandi e pagare i tombaroli. Questo devi dire al Papa. Ora che torniamo si lavora all’archivio. E basta giornali e follie varie. Quella roba della Orlandi deve sparire e tu devi farti gli affari tuoi. Ho visto Giani (capo della gendarmeria ndr), io non credo che sia come dici tu su di lui. Quello che hanno fatto è un reato e lui lo deve sapere. Fra poco vengo, ma tu dove sei?”.

    E ancora: “Brucia questa conversazione appena leggi. Fai le copie almeno di quella cosa di Orlandi e le mando in procura in forma anonima. Questa roba finisce male”. Ma c’è di più. Infatti, nei vari messaggi, i due fanno riferimento anche al pagamento di un marmista che, alla fine degli anni novanta, avrebbe scolpito un angelo per adornare una tomba che si trova nel Cimitero Teutonico. Sempre in Vaticano. E qui si accede una lampadina. Ricordate la tomba che nel 2019 fu aperta su richiesta della famiglia Orlandi? Motivo?

    La ricezione di una lettera anonima che indicava proprio quella tomba come il luogo in cui erano sepolti i resti di Emanuela. Ma nulla di riconducibile a lei fu trovato. Eppure, dai messaggi, è possibile ipotizzare che qualcuno si sia mosso con tanto di “tombaroli” e “georadar” per identificare quale fosse la tomba di Emanuela in Vaticano. È il dubbio resta: nella Città del Vaticano questa tomba esiste oppure no?

    Poi la Chaouqui parla di una cassa con all’interno dei documenti segreti. E qui sorge il dubbio: che sia quella di cui tanto si è parlato, e che si è ipotizzato si trovi nella Basilica di Santa Maria Maggiore? Al momento tutto tace, ma la nuova dichiarazione fatta da Pietro Orlandi lascia aperto uno spiraglio: che qualcosa su questo fronte si stia muovendo?

    https://mowmag.com/attualita/caso-emanuela-orlandi-nuovo-segreto-di-soldi-in-vaticano-il-fratello-pietro-monsignor-balda-avrebbe-letto-dei-documenti-legati-a-dei-miliardi-che-ogni-settimana-uscivano-e-andavo-in-polonia-a-solidarnosc-e-su-francesca-immacolata-chaouqui

  • Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    di Diego La Matina – La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino accusato di violenza sessuale e maltrattamenti, rappresenta uno dei tanti drammatici capitoli della crisi degli abusi all’interno della Chiesa cattolica italiana. Una storia che ha inizio a Napoli, dove il giovane sacerdote polacco operava celebrando messe secondo il rito antico in latino nella basilica di San Paolo Maggiore nel centro storico della città. È qui che incontra Mirco, nome di fantasia di un ragazzo che cerca rifugio spirituale in un momento di profonda fragilità.

    L’incontro fatale: quando la vulnerabilità incontra il potere

    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde nella vita di molti giovani. Per Mirco, all’epoca ventenne, l’isolamento forzato si è sommato agli studi interrotti e alla difficoltà di accettare la propria omosessualità in un contesto familiare poco accogliente. In quel periodo buio, il ragazzo arriva a considerare il proprio orientamento sessuale come una malattia da cui guarire. È in questo stato di estrema vulnerabilità che si aggrappa alla Chiesa.

    Deluso dalla modernità della liturgia contemporanea, Mirco inizia a frequentare le messe in rito antico celebrate da padre Aleksander Iwaszczonek nella basilica napoletana. È novembre 2022. Dietro l’altare c’è questo sacerdote polacco dei Teatini, ordinato da uno degli arcivescovi più vicini a Benedetto XVI, del quale è profondo ammiratore. Un dettaglio significativo: padre Aleksander avrebbe ricevuto in dono lo zucchetto dello stesso Ratzinger, un privilegio considerato unico.

    L’avvicinamento è graduale, quasi studiato. Prima l’invito a partecipare con maggiore assiduità alle celebrazioni, poi le cene con la comunità, infine la proposta che cambierà tutto: restare “a tempo indeterminato” nel convento teatino di Napoli, giorno e notte. Mirco accetta. È fragile, dilaniato dal senso di colpa, terrorizzato dal giudizio altrui. I Teatini diventano la sua nuova famiglia.

    Gli otto mesi dell’orrore: abusi tra le mura sacre

    Quello che doveva essere un luogo di protezione e crescita spirituale si trasforma in una prigione psicologica. Per otto mesi, Mirco vive all’interno del monastero napoletano il suo periodo di iniziazione alla vita religiosa. Padre Aleksander è il suo riferimento principale, la guida per tutti i giovani novizi. Ma dietro la facciata dell’autorità spirituale si nasconde una dinamica di manipolazione e sopraffazione.

    Il rapporto tra i due si fonda su un’alternanza devastante tra rassicurazioni e umiliazioni. Padre Aleksander sembra pienamente consapevole del potere che esercita sul ragazzo, della sua capacità di plagiarlo attraverso una figura quasi idealizzata. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – fatica a distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, cosa sia consenso autentico da cosa sia sottomissione.

    Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, gli abusi sessuali avverrebbero nella camera del sacerdote. Mirco sostiene che il suo consenso veniva spesso estorto, che dipendeva dalla condizione di totale sottomissione in cui si trovava. La manipolazione psicologica si intreccia con quella fisica, creando una spirale da cui il giovane non riesce a liberarsi.

    Dopo diversi mesi di questo inferno, Mirco entra in una crisi profonda. Arriva a pensare al suicidio. Solo dopo aver lasciato la comunità, nel novembre 2023, e dopo aver iniziato un percorso con uno psicologo, trova il coraggio di denunciare. La sua denuncia dà il via a un’indagine della Procura di Napoli che porta al rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale tramite abuso della debolezza della vittima e maltrattamenti psicologici.

    Il processo a Napoli: la giustizia in azione

    Il 17 settembre 2025 si è tenuta un’udienza cruciale del processo davanti al Tribunale di Napoli. L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco costituitosi parte civile, conferma: “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”. Il processo è in fase dibattimentale, iniziato nell’autunno del 2024.

    La difesa di padre Aleksander – che insieme al suo avvocato ha preferito non rilasciare dichiarazioni trattandosi di un processo in corso – presumibilmente continuerà a sostenere la tesi del consenso da parte della vittima. Una linea difensiva che ignora completamente la dinamica di potere, la condizione di fragilità psicologica del giovane e il ruolo di autorità spirituale del sacerdote.

    Nel frattempo, l’ordine dei Teatini, per bocca del suo provinciale, il padre Adam Marek Kowalczykowski, ha rilasciato una dichiarazione che suona come una difesa d’ufficio: “Nella comunità teatina padre Aleksander è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale”.

    L’uso dell’espressione “sedicente vittima” è già di per sé significativo e rappresenta un pattern ricorrente nelle risposte ecclesiastiche di fronte alle denunce di abuso.

    La promozione paradossale: premiato mentre è sotto processo

    Quello che rende questa vicenda ancora più sconcertante è quanto accaduto durante le indagini e dopo il rinvio a giudizio. Invece di sospendere padre Aleksander da ogni incarico, i vertici dell’ordine dei Teatini hanno deciso di trasferirlo in una sede del Nord Italia. Qui ha continuato tranquillamente a celebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”.

    Un obbligo che suona beffardo: un sacerdote accusato di abusi sessuali su un giovane viene semplicemente invitato ad essere “prudente” con i potenziali nuovi giovani che incontra. Nella nuova sede gli è stato persino concesso di continuare gli studi religiosi e tenere lezioni online con i novizi della sua famiglia religiosa.

    Ma il culmine dell’incredulità arriva a luglio 2025. In pieno processo penale, il governo provinciale dell’ordine dei Chierici Regolari Teatini d’Italia elegge padre Aleksander Iwaszczonek tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. Una sorta di promozione che lascia attoniti: un sacerdote sotto processo per violenza sessuale viene elevato ai vertici del suo ordine.

    Solo dopo che la vicenda è stata portata all’attenzione dei media, il 18 settembre 2025, il nuovo preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski è stato costretto a emettere un comunicato ufficiale sospendendo padre Aleksander da qualsiasi incarico. Nel comunicato si legge una giustificazione che appare contraddittoria: da un lato si rivendica il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, dall’altro si ammette che la diffusione della notizia alla stampa rende necessaria la sospensione per tutelare “la dignità di tutti i soggetti coinvolti” e “la incolumità personale” dello stesso padre Aleksander.

    In sostanza, l’ordine ammette implicitamente che la sospensione è dovuta più alla pressione mediatica che a una reale presa di coscienza della gravità delle accuse.

    Un sistema malato: i numeri dell’orrore

    Il caso di padre Aleksander non è affatto isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, dal 2000 ad oggi in Italia si contano 1.236 casi documentati di abuso e ben 840 situazioni insabbiate. E questi numeri, sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, non sono affatto esaustivi. In Italia non esiste un monitoraggio ufficiale del fenomeno.

    In regioni come la Lombardia, e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia a fronte di oltre 100 episodi insabbiati. La sproporzione è evidente e drammatica.

    “In altri paesi europei i numeri ufficiali sono molti meno. Non perché il fenomeno sia meno diffuso, ma perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”, denuncia Zanardi. La mancanza di volontà politica è evidente: “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”.

    Storie parallele: Giorgio e la fuga dalla Polonia

    La testimonianza di Giorgio Babicz, raccolta da MilanoToday, mostra come il meccanismo degli abusi segua pattern tristemente ricorrenti. Anche lui, come Mirco, proveniva da una famiglia disfunzionale – madre anaffettiva, padre alcolista e violento – quando a 13 anni un sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia.

    Giorgio accetta e va a vivere nella casa canonica di un piccolo paese. “Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni rifiuto veniva seguito da minacce di rimandarlo in Polonia.

    “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, confessa Giorgio, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento. Nessuna vera conseguenza.

    I fratelli Lucchina e il sistema dei trasferimenti

    A Milano è nota la vicenda dei fratelli Lucchina, entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato tre anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, con l’interruzione di qualunque attività con minorenni.

    Eppure, nonostante il provvedimento, don Alberto è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solo alcuni mesi dopo, dove è rimasto a contatto con dei minori. Il fratello invece ha beneficiato dell’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo e i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    Il problema dei tempi: quando la giustizia arriva troppo tardi

    “È un problema ricorrente”, spiega Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare, ormai è troppo tardi” per i termini di prescrizione.

    Questo meccanismo protegge di fatto gli abusatori, che beneficiano del silenzio imposto dal trauma alle loro vittime. È un circolo vizioso che perpetua l’impunità.

    Due giustizie, due velocità

    Bisogna distinguere tra il procedimento davanti alla magistratura italiana e il processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure che i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è considerata verso Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, denuncia Zanardi.

    Questa differenza è fondamentale per comprendere perché così tanti casi vengono insabbiati. Il processo canonico, gestito internamente dalla Chiesa, spesso non porta a condanne significative. I sacerdoti accusati vengono trasferiti, come se cambiare parrocchia potesse risolvere il problema, invece di essere effettivamente allontanati dal ministero.

    Il confronto europeo: l’Italia fanalino di coda

    Il confronto con altri paesi europei è impietoso. In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta.

    In Francia, Germania, Belgio e altri paesi si sono costituite commissioni indipendenti che hanno prodotto rapporti dettagliati sul fenomeno, portando alla luce migliaia di casi e forzando la Chiesa locale a confrontarsi con la realtà degli abusi. In Italia, invece, regna il silenzio istituzionale.

    L’ordine dei Teatini: tra ideali e realtà

    L’ordine dei Chierici Regolari Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la Riforma protestante, con l’intento di riformare la Chiesa dall’interno. Tra i valori fondanti ci sono il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    L’ironia è amara: un ordine nato per purificare la Chiesa si trova oggi a dover rispondere di come ha gestito – o meglio, non ha gestito – le accuse di abuso contro uno dei suoi membri, arrivando persino a promuoverlo mentre era sotto processo.

    Il nuovo preposito provinciale, padre Adam Marek Kowalczykowski, ha dichiarato di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, ha affermato. Una dichiarazione vaga che non fornisce risposte concrete.

    Le conseguenze sulla vittima

    Mentre padre Aleksander continuava il suo ministero e veniva promosso, Mirco affrontava le conseguenze devastanti di quanto subito. Il percorso terapeutico, la difficoltà di elaborare il trauma, il coraggio necessario per denunciare sapendo che avrebbe dovuto affrontare l’incredulità, il giudizio, l’esposizione mediatica.

    Denunciare un prete non è come denunciare un qualsiasi altro cittadino. C’è il peso della comunità religiosa, spesso solidale con l’accusato. C’è la difficoltà di far comprendere le dinamiche di manipolazione psicologica e di abuso di potere. C’è il rischio di essere considerato la “sedicente vittima”, come recita il comunicato dei Teatini.

    Cosa aspettarsi dal processo

    Il processo a Napoli proseguirà nei prossimi mesi. Mirco, costituitosi parte civile, dovrà ripercorrere davanti al tribunale i momenti più dolorosi della sua vita. La difesa di padre Aleksander continuerà probabilmente a sostenere la tesi del consenso, ignorando la giurisprudenza consolidata sull’impossibilità di un consenso libero e consapevole in situazioni di asimmetria di potere così marcate.

    L’esito del processo sarà importante non solo per Mirco, ma per tutte le vittime di abusi ecclesiastici in Italia. Una condanna potrebbe rappresentare un precedente significativo. Un’assoluzione rischierebbe di scoraggiare altre potenziali denunce.

    Le responsabilità sistemiche

    Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è che il problema non è mai solo individuale. Non si tratta solo di “mele marce” da eliminare. Il sistema stesso è complice quando: trasferisce i sacerdoti accusati invece di sospenderli; li promuove mentre sono sotto processo; minimizza la gravità delle accuse; utilizza espressioni come “sedicente vittima”; agisce solo quando c’è pressione mediatica; e rivilegia la tutela della reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione delle vittime.

    L’ordine dei Teatini ha ammesso nel suo comunicato di non avere “alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna”. Se è così, è gravissimo. Significa che ordini religiosi che hanno la responsabilità di giovani in formazione non hanno gli strumenti per proteggerli.

    La strada da percorrere

    La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare in Italia. Serve una commissione d’inchiesta indipendente, come è avvenuto in altri paesi europei. Serve un registro nazionale degli abusi e delle condanne. Serve formazione specifica per chi lavora a contatto con giovani e persone vulnerabili.

    Serve soprattutto un cambio di cultura: smettere di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, ascoltare chi denuncia invece di etichettarlo come “sedicente vittima”, riconoscere che gli abusi sono facilitati da dinamiche di potere che vanno smantellate.

    Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, continueranno ad esserci nuovi Mirco, nuovi Giorgio, nuove vittime che pagheranno il prezzo del silenzio istituzionale. E continueranno ad esserci sacerdoti abusanti che, invece di essere allontanati, verranno trasferiti e persino promossi, perpetuando un sistema malato che tradisce proprio quei valori di carità e misericordia che dovrebbe incarnare.

    Il processo di Napoli è in corso. La giustizia farà il suo corso. Ma la vera domanda è: quando la Chiesa cattolica italiana deciderà di fare davvero i conti con questa piaga invece di limitarsi a gestirne le conseguenze mediatiche?

    Fonti:

    https://www.agensir.it/quotidiano/2025/7/12/religiosi-teatini-ditalia-eletto-il-nuovo-governo-provinciale-guida-affidata-a-p-kowalczykowski/

    https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    https://teatinos.org/it/comunicado-provincia-teatina-de-italia-bambin-gesu/

  • In America Latina gli abusi sessuali nella Chiesa restano più impuniti.

    In America Latina gli abusi sessuali nella Chiesa restano più impuniti.

    Nella prima domenica del suo pontificato, l’11 maggio, Papa Leone XIV si affacciò al balcone centrale della Basilica di San Pietro per rivolgersi alla folla che lo attendeva. Invitò i giovani ad accogliere le vocazioni “sacerdotali e religiose”, con un’esortazione ferma e diretta: “Non abbiate paura! Accogliete l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!”.

    Dal basso, in Piazza San Pietro, le vittime di abusi sessuali da parte di leader cattolici hanno ascoltato le parole con un tono di rifiuto. “I giovani hanno paura. Le vittime hanno paura, e il Papa deve dire, senza mezzi termini, che lo stupro di minori all’interno della Chiesa è un crimine e sarà punito”, ha affermato Sarah Pearson, portavoce di SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests. Il gruppo era in Vaticano per chiedere risposte durante il conclave e anche nei primi giorni del pontificato di Robert Prévost.

    Francia e Spagna sono i Paesi con il più alto numero di casi di abusi sessuali da parte del clero al mondo. Negli ultimi ottant’anni, si stima che in questi Paesi ci siano state più di 655.000 vittime. Sulla base di uno studio condotto dall’Istituto Nazionale Francese di Salute e Ricerca Medica (Inserm), la Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase) ha riferito nel 2021 che circa 330.000 minori sono stati vittime di abusi in Francia dal 1950. Un altro rapporto stima che circa 440.000 persone in Spagna potrebbero essere state vittime di abusi sessuali legati alla Chiesa cattolica.

    Anche in Europa, Portogallo e Polonia presentano cifre significative: il primo stima 4.815 casi di abusi tra il 1950 e il 2022. Questo numero è stato riportato dalla Commissione indipendente per lo studio degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica in Portogallo nel 2023.

    In Polonia, dal 2019 sono stati pubblicati tre rapporti. Il primo ha preso in considerazione 625 casi tra il 1990 e il 2018, mappati dalla Conferenza episcopale polacca (KEP). Il secondo, del 2021, ha ricevuto 368 nuove segnalazioni, mentre l’ultimo rapporto, presentato nel 2022, ha aggiunto 84 nuove denunce di abusi tra il 1965 e il 2022.

    Negli Stati Uniti, il rapporto più completo sull’argomento è il John Jay Report, commissionato dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti e pubblicato nel 2004, che stimava il coinvolgimento di 4.392 sacerdoti tra il 1950 e il 2002.

    Papa Francesco ha adottato misure importanti per contrastare gli abusi sessuali fin dal primo anno del suo pontificato, nel 2013. I principali progressi si sono verificati nel 2019, prima con la promulgazione del motu proprio Vos estis lux mundi (“Voi siete la luce del mondo” in latino), che obbliga il clero a denunciare gli abusi e stabilisce le procedure di indagine, e poi con la pubblicazione del Vademecum, il manuale per condurre le indagini sugli abusi sessuali commessi dal clero. Questo manuale affronta le indagini canoniche, cioè all’interno della Chiesa, ma non obbliga l’autorità ecclesiastica a conoscenza del caso a denunciarlo alle autorità civili. Gli attivisti vedono in questo una lacuna nell’impunità nei Paesi in cui la denuncia non è legalmente richiesta, nemmeno dal segreto della confessione religiosa.

    Nel 2021, Francesco ha anche modificato la Costituzione apostolica Pascite Gregem Dei (“Pasci il gregge di Dio”). Gli abusi sessuali nel capitolo “Delitti contro gli obblighi speciali del clero” sono diventati “crimini contro la vita umana, la dignità e la libertà”.

    Nel contesto del mandato di Francesco, SNAP ha lanciato Conclave Watch, un’iniziativa globale guidata da sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero. L’osservatorio è stato sviluppato sulla base di un’analisi di registri pubblici, prove fornite dalle vittime e segnalazioni di omissioni all’interno della Chiesa. Il progetto mirava a garantire che il nuovo pontefice non avesse precedenti di insabbiamenti e che si impegnasse, fin dall’inizio, ad attuare una politica universale di tolleranza zero.

    “Io, personalmente, e SNAP, siamo molto preoccupati”, afferma Shaun Dougherty, presidente del consiglio di amministrazione della rete. Come molti membri di SNAP, Shaun Dougherty è sopravvissuto ad abusi sessuali da parte di membri del clero durante l’infanzia. Sebbene abbia parlato pubblicamente dell’argomento molte volte, si è commosso raccontando un tentativo di suicidio a 24 anni e il suo percorso per “ritrovare la gioia”, con l’aiuto della terapia e dell’attivismo. “Ho ingoiato 300 pillole. Per fortuna, sono sopravvissuto. Ma molti dei miei amici non sono stati così fortunati. Li ho seppelliti. Dieci, venti, forse di più. Tutte vittime. Tutte sopravvissute. Tutte morte”.

    L’attivista, che ha perso la madre un anno fa, non ha potuto partecipare alla veglia funebre nella parrocchia della sua infanzia, dove è stato ripetutamente violentato dopo le messe funebri: “Mi hanno rubato la fede, l’innocenza, la dignità”. Dougherty rifiuta l’uso di eufemismi: “Non indorare la pillola. Non diciamo ‘abuso’. Stiamo parlando di stupro. Stupro di minori”.

    Un’altra testimonianza sconvolgente tra i sopravvissuti presenti in Vaticano è quella dell’argentino Sebastián. A 13 anni, fu abusato sessualmente da un prete presso la Scuola Marianista di Buenos Aires. “Io e altri ragazzi siamo stati abusati a scuola”, ha detto.

    Per tutta l’adolescenza, Sebastián visse in silenzio, consumato da sensi di colpa e vergogna. Solo dieci anni dopo, a 23 anni, denunciò il crimine. L’indagine penale portò alla condanna dell’aggressore a 12 anni di carcere per corruzione di minore. Ma, secondo Sebastián, il cammino verso la giustizia fu costellato di omissioni istituzionali.

    Nel 2002, si rivolse a Papa Francesco, e all’allora Cardinale Jorge Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires, per denunciare il tentativo della Congregazione Marianista di mettere a tacere le vittime attraverso accordi di riservatezza. Sebastián fu indirizzato al Vescovo Mario Poli, che espresse il suo sostegno istituzionale alla scuola, secondo la sua testimonianza. “Ero solo un giovane che lottava per la giustizia. In America Latina, continuiamo a comportarci come se fossimo il cortile di casa del Vaticano, senza le stesse esigenze di trasparenza e giustizia che vediamo in Europa”, si lamentò.

    L’appello delle vittime in America Latina. Lo stesso giorno in cui abbiamo visto il fumo bianco salire dal camino della Cappella Sistina, l’8 maggio, SNAP ha consegnato una lettera aperta al Vaticano con i principi di giustizia che il nuovo papa deve adottare con urgenza, tra cui: la creazione di un consiglio globale di vittime di abusi che trarrà beneficio dalla collaborazione della Chiesa, ma non sarà sotto il suo controllo; l’adozione di una politica di tolleranza zero nel diritto canonico; il supporto legale e la creazione di un fondo di riparazione per le vittime che offra supporto psicologico e finanziario, nonché spazi commemorativi; e l’apertura degli archivi segreti della Chiesa.

    Il portavoce di SNAP mette in discussione l’asimmetria rispetto agli Stati Uniti, dove la lotta contro gli abusi sessuali da parte del clero ha compiuto progressi significativi da quando il Boston Globe ha rivelato diversi scandali nel Paese nel 2002. “Le vittime non dovrebbero essere trattate in modo diseguale. In altre parole, il cattolicesimo dovrebbe essere universale. Il Vaticano non può controllare le leggi degli Stati Uniti, del Perù o dell’Italia. Ma può controllare le leggi della sua Chiesa. Pertanto, non dovrebbe trattare una vittima negli Stati Uniti meglio di una vittima in America Latina”. E sebbene la Santa Sede abbia linee guida interne, come il Vademecum, gli attivisti denunciano il divario tra le norme e la loro effettiva attuazione, soprattutto in America Latina.

    “Il fatto che l’America Latina sia il continente cattolico più grande al mondo influisce notevolmente sulla capacità di smantellare la struttura clericale e di gestire questioni più complesse”, spiega Suzana Regina Moreira, studentessa magistrale in Teologia presso la Pontificia Università Cattolica (PUC) di Rio de Janeiro e dottoranda presso la stessa istituzione. “Quando il problema degli abusi sessuali ha iniziato a esplodere durante il pontificato di Papa Francesco, con le implementazioni da lui tentate in diversi paesi latinoamericani, il processo di recepimento di queste linee guida e di loro applicazione a livello nazionale è stato molto lento. Abbiamo avuto il Cile, che è stato uno dei casi più gravi, così come l’Argentina. In Brasile, è stato un processo estremamente lento”.

    Il rapporto “Giustizia per i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica in America Latina”, prodotto dal Child Rights International Network (CRIN) nel 2019, mostra che, pur essendo il continente più cattolico al mondo, l’America Latina ha i tassi di denuncia più bassi di abusi sessuali da parte del clero. “C’è un silenzio molto forte nei confronti delle vittime e delle famiglie, soprattutto quando sono minorenni, perché quando si tratta di un sacerdote o, peggio ancora, di un vescovo, a volte la famiglia stessa preferisce che il minore non lo denunci”, spiega Moreira. Tra le ragioni di questo silenzio c’è la grande centralità di sacerdoti, vescovi, pastori e monsignori come unica possibile rappresentazione di Cristo sulla Terra.

    Per Moreira, questo riflette un processo storico di colonizzazione in cui i missionari erano i principali agenti di evangelizzazione. “Se guardiamo agli Stati Uniti, ad esempio, è sempre stata una religione minoritaria. Non aveva l’aspetto colonizzatore che ha qui”, spiega.

    Mancanza di dati in Brasile e doppi standard. In Brasile, il panorama degli abusi e degli stupri commessi da chierici è nebuloso. Il Paese con la più grande popolazione cattolica al mondo manca di dati sistematizzati, canali trasparenti per la segnalazione e chiare politiche di responsabilità. Il confronto con altri Paesi è impressionante: negli Stati Uniti, i procuratori statali hanno prodotto rapporti con oltre mille nomi di sacerdoti accusati, sulla base di indagini approfondite. In Brasile, nulla di simile è stato nemmeno tentato.

    “Non si può nemmeno dire che sia in fase embrionale. Semplicemente non esiste”, afferma il giornalista Giampaolo Braga. In collaborazione con il collega giornalista Fábio Gusmão, ha condotto un’inchiesta triennale che ha messo in luce un allarmante scenario di negligenza, mancanza di trasparenza e assenza di politiche pubbliche ed ecclesiastiche efficaci, e che ha dato origine al libro “La pedofilia nella Chiesa”, pubblicato nel 2023.

    Durante l’inchiesta, gli autori hanno tentato di contattare vari livelli della Chiesa cattolica, incluso il Vaticano, per ottenere risposte e informazioni. Dopo due anni di tentativi infruttuosi, la risposta ufficiale è stata formale e ha indirizzato i giornalisti a una commissione nazionale: il Nucleo Lux Mundi, creato dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) nel 2019, con l’obiettivo di attuare le linee guida del motu proprio di Papa Francesco “Vos Estis Lux Mundi”. Tuttavia, ciò che hanno trovato è stato scoraggiante.

    Secondo Braga, “non esisteva una struttura per accogliere le vittime o imporre richieste alle diocesi. C’era solo un comitato di orientamento, un comitato per le buone pratiche. Tutto era ancora a livello volontario, senza che si realizzasse nulla di efficace”. La maggior parte delle diocesi non pubblica nemmeno i nomi dei sacerdoti sospesi o espulsi per abusi.

    L’organizzazione Adults for Children’s Rights, fondata nel 2012, ha definito la differenza di trattamento tra il Nord e il Sud del mondo un “doppio standard”. I paesi del Nord del mondo, come gli Stati Uniti e le nazioni europee, hanno implementato commissioni d’inchiesta, inchieste pubbliche e sistemi di risarcimento delle vittime, riflettendo un approccio più proattivo alla lotta contro gli abusi.

    Vale a dire che, al di là del dolore individuale, esiste un modello sistemico: la disparità di trattamento tra le vittime nel Nord del mondo e in America Latina. In paesi come Stati Uniti, Germania e Irlanda, commissioni d’inchiesta, inchieste pubbliche e risarcimenti hanno iniziato a emergere a seguito della pressione sociale. In America Latina, il caso di Sebastián è un’eccezione: il silenzio rimane la regola.

    *Dal Vaticano.

    https://www.perfil.com/noticias/elobservador/los-abusos-sexuales-en-la-iglesia-son-mas-impunes-en-america-latina.phtml

  • Sondaggio: metà dei polacchi dichiara di sfiducia nella Chiesa cattolica perché perde la sua autorità morale

    Sondaggio: metà dei polacchi dichiara di sfiducia nella Chiesa cattolica perché perde la sua autorità morale

    CRACOVIA, Polonia (OSV News) — Il livello di fiducia nella Chiesa cattolica in Polonia ha raggiunto un minimo storico: solo un terzo dei polacchi tradizionalmente cattolici ha fiducia nella Chiesa.

    Nello stesso periodo, il livello di sfiducia è quasi raddoppiato, passando dal 24,2% al 47,1%. I commentatori attribuiscono la causa del calo ai vescovi, troppo impegnati in “politica e denaro” e non attenti alla crisi degli abusi.

    L’Istituto polacco per la ricerca sociale e di mercato, o IBRiS, ha pubblicato il sondaggio, condotto per l’Agenzia di stampa polacca il 18 settembre, rilevando che la percentuale totale di persone che dichiarano di avere fiducia (“fortemente” o “piuttosto fortemente”) nella Chiesa cattolica è crollata di oltre il 22%, passando dal 58% di settembre 2016 al 35,1% nello stesso mese del 2025.

    Il “cambiamento più allarmante” si è verificato nell’arco di un anno. Tra ottobre 2024 e settembre 2025, l’indice di fiducia è sceso del 4%, mentre la percentuale di coloro che affermano di “provare una forte sfiducia” nella Chiesa è aumentata del 4,8%.

    «Mi batto il petto, anche se so che non basta», ha scritto su X il vescovo Artur Ważny di Sosnowiec. È l’unico vescovo finora ad aver commentato pubblicamente i risultati del sondaggio,

    Il vescovo, il primo a istituire una commissione indipendente per indagare sugli abusi nella sua diocesi, ha citato il Libro di Ezechiele nel suo post sui social media: “Guai ai pastori d’Israele che pascolano se stessi! Non dovrebbero i pastori pascolare il gregge?”

    Nel suo post X, il vescovo Ważny ha affermato di aver “cercato di comprendere” i risultati della ricerca dell’IBRiS e di “aver trovato una risposta nella preghiera”, citando Ezechiele: “Avete consumato latte, indossato lana e macellato vitelli grassi, ma non avete pascolato il gregge”.

    Il vescovo Ważny ha fatto molto probabilmente riferimento alle aspettative disattese dei fedeli polacchi nei confronti del ruolo di pastori, accumulate per anni, soprattutto nel momento più critico della crisi degli abusi.

    Nei cinque anni trascorsi dall’emergere della crisi nel Paese, la Chiesa in Polonia ha intrapreso numerose riforme, tra cui l’avvio della Fondazione San Giuseppe nel 2019, che finanzia la terapia e altre necessità dei sopravvissuti agli abusi, e l’istituzione dell’Ufficio del delegato per la protezione dei minori della Conferenza episcopale polacca, guidato dall’arcivescovo Wojciech Polak di Gniezno.

    Tuttavia, non ha ancora pubblicato un rapporto nazionale sulla portata degli abusi, su cui si prevede che la commissione d’inchiesta lavorerà. L’idea della commissione, tuttavia, era stata annunciata già nel marzo 2023, per poi non essere concretizzata due anni dopo.

    Inoltre, a giugno, in una mossa che ha scioccato le vittime di abusi, l’arcivescovo Polak, un aperto sostenitore dei sopravvissuti agli abusi, è stato rimosso dai vescovi del Paese dal suo ruolo di leader del team di esperti che preparava il terreno per la commissione.

    Durante l’ultimo dibattito, al quale alcuni vescovi non si sono presentati perché la votazione non era pianificata, i vescovi hanno votato per sostituire l’arcivescovo Polak con il vescovo di Gliwice Slawomir Oder.

    «La colpa del significativo calo di fiducia nella Chiesa ricade esclusivamente sui vescovi», ha scritto Tomasz Krzyżak, direttore della rivista Rzeczpospolita, nel suo editoriale del 18 settembre.

    “Basta con le distorsioni della realtà. La Chiesa è un’autorità solo per una manciata di polacchi”, ha affermato, sottolineando che dopo la caduta del comunismo nel 1989, oltre il 90% dei polacchi si fidava della Chiesa.

    Ha affermato che il fondo è stato “sperperato” da vescovi troppo impegnati in politica, troppo preoccupati per il denaro (comprese le ingenti sovvenzioni elargite alla Chiesa dai governi successivi) e che hanno ignorato gli scandali che hanno scosso la Chiesa negli ultimi sei anni.

    “Tutto si riduce alle tre P: polityka, pedofilia, pieniądze”, ha detto Krzyżak, riferendosi a “politica”, “pedofilia” e “denaro” in inglese.

    Robert Fidura, vittima di abusi sessuali da parte del clero e difensore dei sopravvissuti agli abusi, ha dichiarato a OSV News che avrebbe aggiunto un altro fattore alla lista di Krzyżak: le comunicazioni.

    “Un fattore cruciale è la totale mancanza di capacità comunicative; i portavoce attuali e passati, e persino gli stessi vescovi, parlano con un linguaggio pomposo, ecclesiastico, che forse solo gli specialisti teologici o il clero possono comprendere. Per molti, si tratta di discorsi vuoti”, ha affermato.

    Fidura ha anche sottolineato che, con la scomparsa di San Giovanni Paolo II nel 2005, la Chiesa in Polonia è entrata in un periodo di “buco nero”. “Il pontificato di San Giovanni Paolo II è stato un atto di Dio per i vescovi”, ha detto Fidura a OSV News. “Hanno deciso che il loro ruolo qui era semplicemente quello di attuare la sua visione per la Chiesa in Polonia. Quando se n’è andato, è emerso un vuoto, nessuna idea, nessuna strategia”.

    Per Fidura, affrontare la crisi degli abusi è “troppo poco e troppo tardi”, con un ulteriore colpo al sistema già consolidato quando il 18 settembre Marta Titaniec, presidente della Fondazione San Giuseppe, che aiuta le vittime di abusi, e unica laica alla guida delle strutture ecclesiastiche polacche a livello nazionale, ha dichiarato che non si sarebbe candidata per un altro, terzo mandato alla guida della fondazione.

    “Ripensando a questi sei anni, mi sento grata alle persone che ho incontrato durante il mio lavoro”, ha affermato in una dichiarazione pubblicata sulla pagina Facebook della St. Joseph Foundation.

    “Ringrazio soprattutto le persone che hanno subito danni, con le quali ho avuto l’opportunità di interagire all’interno della fondazione. Senza la vostra fiducia, la fondazione non avrebbe senso”, ha detto Titaniec.

    Ha affermato tuttavia che la decisione è stata influenzata anche dal fatto che “non sempre ho trovato comprensione per le attività della fondazione” tra i vescovi.

    “Sebbene istituita dai vescovi”, la fondazione “è stata talvolta trattata da alcuni come un’istituzione estranea ed esterna”.

    Per Fidura, “non si tratta solo di sbarazzarsi dell’unica persona laica rimasta a capo della salvaguardia delle strutture”, ma le recenti decisioni “di fatto estinguono tutto ciò che è legato alla lotta agli abusi”.

    “Sembra che non ci sarà una commissione indipendente, né ci sarà la fondazione nella forma accogliente che Marta Titaniec ha creato e guidato. La sua visione di un’istituzione incentrata sui sopravvissuti è fallita, secondo i vescovi”, ha detto Fidura a OSV News.

    Krzyżak, da parte sua, ha sottolineato: “Papa Francesco diceva spesso che un buon pastore deve sentire l’odore delle sue pecore. Il problema è che gran parte dei gerarchi polacchi non tenta nemmeno di avvicinarsi alle proprie pecore e di sentirne l’odore. L’effetto è visibile”.

    Poll: Half of Poles declare distrust of Catholic Church as it loses its moral authority

  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html