Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    La sentenza della Corte di Cassazione del 14 maggio scorso, che conferma la condanna per don Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere per violenza sessuale su minori, sancisce la colpevolezza del sacerdote di Enna dopo una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

    La Suprema Corte ha inoltre dichiarato inammissibili tutti i ricorsi che erano stati presentati, sia quello difensivo dai legali di Rugolo, sia quello della Procura generale di Caltanissetta. Fra le pene accessorie ci sono la perdita perpetua del diritto agli alimenti, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e l’interdizione perpetua da incarichi, uffici e servizi in scuole e istituti pubblici e privati.

    Commentiamo questo risultato con Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne. Rugolo, sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, era stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo di carcere, poi ridotti a tre in appello. Abbiamo raccontato tutta la storia, che dalla Sicilia arriva fino in Vaticano, nel podcast La Confessione.

    Sarà ora interessante vedere come reagiranno il Dicastero per la dottrina della fede e il Dicastero per il clero (e in ultima istanza il papa) alla sentenza della Cassazione. Il sacerdote sarà dimesso dallo stato clericale o le autorità ecclesiastiche, come è successo altre volte, aspetteranno che sconti la pena per reintegrarlo?

    Nessun commento da parte della diocesi di Piazza Armerina, dove il prete risulta ancora incardinato. In un’intervista uscita sul giornale locale ViviEnna, Gabriele Cantaro, avvocato del vescovo Rosario Gisana, si dice sicuro che al sacerdote condannato saranno concesse le misure alternative al carcere. Forse l’avvocato farebbe meglio a preoccuparsi del suo cliente, al momento sotto processo per aver mentito nell’ambito proprio del caso Rugolo, invece di fare previsioni sul futuro del prete abusatore. Ancora una volta la diocesi preferisce sminuire la grave responsabilità di don Rugolo (e del vescovo che lo ha coperto) invece di mostrare un minimo di solidarietà alle vittime.

    La storia, in ogni caso, non è ancora finita: la sentenza del processo per falsa testimonianza a carico del vescovo e del suo vicario Vincenzo Murgano è attesa al tribunale di Enna l’8 ottobre prossimo.

    https://federicatourn.substack.com/p/il-silenzio-della-chiesa-sulla-condanna

  • Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    “Ho detto che se avessi iniziato questa battaglia, l’avrei portata a termine, e così ho fatto.” Javier non ha mai cercato denaro; voleva risposte, giustizia e un risarcimento per il male che lui e il suo fratello gemello avevano subito da bambini nel Seminario Minore di La Bañeza . Dieci anni di instancabile lotta sono culminati in un accordo storico per il pieno risarcimento delle vittime. L’ombra del suo aguzzino, un sacerdote ordinario, gentile e persino stimato, parroco di Tábara , il suo ultimo incarico prima che tutto precipitasse, ha perseguitato Javier fino al punto di causargli dolore.

    Per anni si è rifugiato nel silenzio, prima con la complicità del fratello, poi da solo. Il suo fratello gemello morì in un incidente d’auto a 36 anni, e improvvisamente l’ex seminarista dovette affrontare l’incubo senza alcun sostegno, l’ insopportabile ricordo di quell’anno scolastico 1988-89 al Seminario Minore di La Bañeza, quando erano in terza media e il prete abusatore, José Manuel Ramos Gordón , si abbandonava ai suoi desideri sessuali con i due ragazzi che vivevano lì. “Passarono mesi senza che nessuno fermasse gli abusi; le notti erano diventate piene di paura”, raccontò Javier nella sua prima lettera al Papa.

    Sono trascorsi dieci lunghi e intensi anni nella ricerca della giustizia. Da quando Javier inviò una lettera scritta a mano a Papa Francesco nel novembre 2014, raccontando gli abusi subiti dal sacerdote, fino all’8 gennaio 2026, giorno in cui la Chiesa ha riconosciuto per iscritto, in un accordo firmato con il Governo in piena trasparenza, il pieno risarcimento alle vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa.

    “Ho un senso di soddisfazione, di qualcosa che culmina e che segna l’inizio della fine”, ha dichiarato Javier a La Opinión-El Correo de Zamora, il quotidiano che ha rivelato questo primo caso di pedofilia in Castiglia e León, condannato dalla Santa Sede ma mai risolto. Fino ad ora.

    Dieci anni in cui Javier non si è fermato. “La verità vi renderà liberi…” E quella verità sugli eventi accaduti quasi quarant’anni fa, riconosciuta dallo stesso aggressore e dalla Chiesa, ha dato forza all’ex seminarista per tutto questo tempo.

    Fu proprio quella verità a permettere al caso di Javier di abbattere barriere apparentemente insormontabili. Portò la diocesi di Astorga ad avviare nel 2015 un procedimento penale amministrativo senza precedenti, che culminò con la confessione dei fatti da parte del sacerdote abusante. Portò alla rimozione di Ramos Gordón dal suo incarico di parroco per un periodo “non inferiore a un anno” e all’allora vescovo (ora defunto), Juan Antonio Menéndez, che si scusò “umilmente” con la vittima, offrendo la sua “assistenza a te e alla tua famiglia in qualsiasi modo ne abbiate bisogno”.

    Tuttavia, la condanna “ridicola” di atti così gravi commessi dal “tormentatore della mia infanzia”, ​​senza conseguenze per coloro che li hanno insabbiati – sacerdoti che non hanno fatto nulla pur sapendo cosa stava succedendo – “ci ​​hanno rubato l’infanzia”, ​​ha ripetuto Javier fino alla nausea – ha incoraggiato Javier a continuare la sua instancabile battaglia per la verità, la riparazione e la giustizia. “All’inizio del processo, pensavo che le cose stessero andando per il verso giusto, poi è diventata una farsa completa”, ha dichiarato a questo giornale all’epoca.

    Dovette sopportare come, inspiegabilmente, dopo essere stato condannato dalla Chiesa e mentre già scontava la sua pena lontano dalla parrocchia di Tábara e dai paesi circostanti, il Vescovado di Astorga permise a Ramos Gordón di ricevere un tributo dai parrocchiani di Zamora i quali, ignari di tutto ciò che era accaduto, ritennero che Don José meritasse un addio con un’Eucaristia presieduta dallo stesso carnefice.

    Era come mettere il sale sulla ferita. Javier si è assunto il rischio di sollevare il velo sulla Chiesa per svelare pratiche criminali note, accettate e insabbiate per secoli. Solo dieci anni fa, l’uomo di León decise di mettersi a nudo in una lettera dettagliata e sincera indirizzata a Papa Francesco. Quando rivelare gli abusi sessuali commessi dal clero all’interno della Chiesa era un tabù, un atto audace che comportava il rischio di distruggere l’onore di una persona e della sua famiglia.

    “Non l’ho denunciato per soldi.”
    Javier lo sapeva, ma si fece forza, convinto che sarebbe arrivato fino in fondo alla questione con la verità, e nient’altro che la verità. Ed è così che questo fragile essere umano, che così spesso si sentiva impotente, che così spesso crollava al ricordo dell’orrore, ha agito con incrollabile determinazione per salvare il suo onore e la dignità sua e di suo fratello. “Non l’ho denunciato per soldi, cercavo solo la verità e volevo riabilitare il nostro onore”, ha dichiarato a questo giornale in una lunga e sincera intervista.

    Il quotidiano La Opinión-El Correo de Zamora ha raccontato a puntate la terribile esperienza vissuta dai gemelli grazie alla storia di Javier , all’epoca noto con le iniziali FL. Egli rivelò di essersi sentito “ingannato” dallo svolgimento del processo canonico e lo espresse nuovamente in una lettera a Papa Francesco, “con il cuore in gola e spezzato dal dolore”, dopo le “false promesse” di risarcimento per l’accaduto.

    «Che prezzo darebbe alla sua infanzia?» gli chiese il giudice canonico durante il processo. «Vedendo che non sapevo cosa rispondere, il reverendo Giulio disse: “Se le offrissimo cinquantamila euro, potrebbe offendersi”. Sentendo ciò, chiesi se si riferissero a un risarcimento in denaro. La risposta di entrambi i presenti fu: “Certamente”. Non sapevo cosa dire, né quale somma proporre. Allora il reverendo Giulio aggiunse: “Si fidi di questi due sacerdoti e faccia come si fa in altre parti del mondo”. Così feci». Erano tutte bugie. «Santità, come crede che mi senta?» chiese a Francesco I in quel momento.

    La reazione tiepida e incostante della Chiesa si è scontrata con l’inaspettata e problematica battuta d’arresto della pubblicazione del caso su questo giornale, e in seguito con il sostegno degli ex compagni di classe dei gemelli che hanno corroborato la versione dei fatti di Javier. Ben 25 ex seminaristi di La Bañeza e Astorga hanno appoggiato l’accusa contro Ramos Gordón e, cosa per cui Javier si era tanto battuto, hanno chiesto che coloro che avevano insabbiato la vicenda rispondessero delle loro azioni. Si trattava di tutor e professori dei seminari, uomini identificati per nome, “che, pur sapendo cosa stava succedendo e avendo il dovere di impedirlo, non lo hanno fatto”. Non si sono mai assunti la responsabilità, né alcuno gliel’ha mai chiesta.

    “Un’immensa gratitudine”
    Quegli stessi colleghi del denunciante hanno organizzato una manifestazione insolita per le vie di Astorga, guidati da uno striscione con la scritta: “Lo abbiamo subito tutti, e loro l’hanno insabbiato. Siamo tutti vittime”. Mai prima d’ora si era verificato un evento simile presso la diocesi. “Provo un’enorme gratitudine verso quegli ex colleghi che erano al mio fianco quando ho iniziato questa battaglia; li ho sempre tenuti a mente e il sostegno che mi hanno dato è stato molto importante per me”, ha detto Javier con gratitudine.

    La sua denuncia ha incoraggiato altri ex seminaristi a seguire la stessa strada. Come Emiliano Fernández di León, che non ha esitato a scendere in piazza ad Astorga con il suo immancabile striscione per chiedere giustizia. “Siamo stati distrutti. Fermare gli abusi sessuali è un’impresa monumentale. Giustizia!” gridava al passaggio dei cortei . Emiliano è scomparso, ma avrebbe sicuramente accompagnato Javier fino alla fine nella lotta per la giustizia e avrebbe accolto con favore l’accordo tra il Governo e la Chiesa cattolica per un risarcimento completo alle vittime di abusi sessuali.

    Il percorso di Javier è stato costellato di disillusioni e delusioni, di promesse non mantenute. Ha incontrato gli ultimi tre presidenti della Conferenza Episcopale: Ricardo Blázquez, Juan José Omella e l’attuale, Luis Arguello . Ha ricevuto “conforto e parole gentili”, sebbene con Arguello abbia ammesso: “qualcosa è cambiato”.

    Spinto dalla promessa di una probabile vittoria e di un accordo potenzialmente redditizio, Javier fu avvicinato da avvocati opportunisti, alcuni dei quali sedicenti esperti di diritto canonico, convinti di aver fatto centro. E la vittima, desiderosa di giustizia e risarcimento, si lasciò convincere. Affidò il suo caso a presunti professionisti che gli assicurarono un indennizzo per i danni subiti. Tutto si rivelò inutile.

    Allo stesso modo, nel contesto del “caso Ramos Gordón” e di altri casi che hanno fatto notizia, è nata l’Associazione Nazionale per l’Infanzia Rubata, con Javier tra i fondatori e presieduta da Juan Cuatrecasas, padre di uno studente della scuola Gaztelueta, che ha ottenuto la condanna di un insegnante dell’Opus Dei che aveva abusato di suo figlio. La creazione dell’Associazione per l’Infanzia Rubata è stata un passo decisivo in quanto ha unito le vittime nella lotta per la giustizia, fornendo una piattaforma a coloro che fino ad allora avevano agito da soli nelle loro denunce.

    Grazie al suo intervento, Javier e altre vittime sono arrivati ​​a Roma, alla Conferenza Episcopale e al Consiglio d’Europa , che hanno approvato il riconoscimento e il risarcimento per le vittime europee di abusi sessuali e maltrattamenti fisici e psicologici. Si sono inoltre rivolti al Congresso dei Deputati, al Difensore civico e al Governo spagnolo.

    È il massimo organo esecutivo che ha avviato il negoziato con la Conferenza Episcopale, la quale, non senza superare ostacoli e con la spinta decisiva del Vaticano, ha forgiato uno storico accordo per la riparazione integrale delle vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa.

    “Non sarebbe mai dovuto succedere”
    L’accordo è stato firmato l’8 gennaio 2026 dal Ministro della Presidenza, della Giustizia e dei Rapporti con le Cortes, Félix Bolaños; dal Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Luis Argüello; e dal Presidente della Conferenza Spagnola dei Religiosi, Jesús Díaz Sariego . “Dopo decenni di silenzio e insabbiamenti, dopo aver incontrato un muro, oggi possiamo affermare che la democrazia spagnola sta adempiendo ai suoi obblighi nei confronti delle vittime di abusi”, ha sottolineato il Ministro della Presidenza Javier Bolaños.

    Il giorno seguente, un gruppo di vittime, tra cui Javier, fu ricevuto dal Primo Ministro Pedro Sánchez al Palazzo della Moncloa.

    https://www.laopiniondezamora.es/comarcas/2026/01/11/javier-triunfo-caso-ramos-gordon-125558347.html

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119

  • Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Si chiama Ana Maria Quispe Diaz ed è una delle tre sorelle che hanno denunciato presunti abusi da parte di un prete peruviano avvenuti nella diocesi di Chiclayo quando erano bambine, tirando in ballo anche l’allora vescovo Robert Prevost per come avrebbegestito le denunce in base alle leggi canoniche. Il caso in questione che da mesi è oggetto di speculazioni e polemiche riguarda oggettivamente fatti poco chiari e lontani nel tempo che per la magistratura civile peruviana (ma non per quella canonica) sono caduti in prescrizione nel 2023.

    Ana Maria in un comunicato inviato in diverse lingue ha informato che  il 13 novembre scorso, le è stato comunicato dalla Chiesa per iscritto che «il Papa ha concesso la dispensa dallo stato clericale al sacerdote di Chiclayo, Eleuterio Vásquez González, che abusò sessualmente di noi quando eravamo bambine. Questa decisione implica che i fatti da noi denunciati —e che la Chiesa non ha mai nemmeno minimamente investigato— rimarranno definitivamente senza chiarimento. Con questa dispensa significa che non ci sarà un’indagine canonica, non ci sarà un processo, non ci sarà un giudizio.

    E, quindi, non ci sarà mai né giustizia né una vera riparazione morale» ha fatto sapere la signora Quespe Diaz , aggiungendo a nome di tutte le altre vittime che saranno avviate azioni legali presso le autorità canoniche competenti contro tutti «i funzionari ecclesiastici che hanno partecipato o sono stati responsabili di tali negligenze», in parallelo ha annunciato che presenterà il suo caso alle associazioni di vittime di abusi di tutto il mondo, affinché sia ascoltato e «per lavorare insieme a un vero cambiamento all’interno della Chiesa». Non solo.

    Manderà comunicazione immediata del caso alla Commissione per la Protezione dei Minori del Vaticano, chiedendo che analizzi quanto accaduto e adotti misure di fronte all’abuso subito e per finire faranno domanda per avere una udienza personale con Leone XIV «per spiegargli il dolore che situazioni come questa causano alle vittime e chiedergli un cambiamento di rotta nel modo in cui la Chiesa affronta i casi di abuso».Per la vittima di questo ormai ex sacerdote, ridotto allo stato laicale, la Chiesa avrebbe dovuto «far scattare l’allarme, e richiedeva un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile – si legge nell anota  – che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una misura papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità canoniche che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Concedere la grazia al presunto abusatore Eleuterio Vásquez per la signor Ana Maria è  qualcosa di astruso. «Avrebbe richiesto un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una grazia papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Sul tema degli abusi Leone XIV nei suoi sei mesi di pontificato ha sempre parlato chiaramente, e anche nel libro biografico scritto da Elise Allen ha affrontato compiutamente la questione, sottolineando che si tratta di una battaglia enorme che va avanti rigorosa. «Ciò richiederà ancora tempo perché le vittime devono essere trattate con grande rispetto e con la consapevolezza che coloro che hanno subito ferite molto profonde a causa degli abusi, a volte portano con sé quelle ferite per tutta la vita.

    Sarebbe ingenuo da parte mia o di chiunque altro pensare che, solo perché abbiamo offerto loro un qualche tipo di risarcimento finanziario o abbiamo affrontato la causa e il sacerdote è stato licenziato, quelle ferite scompariranno».

    Tuttavia il caso dell’ormai ex prete abusatore di Chiclayo è destinato a non esaurirsi a breve. Il cardinale Prevost, infatti, quando era a capo del Dicastero dei vescovi, e con il benestare di Papa Francesco, fece di tutto per fare pulizia e far chiudere un potentissimo gruppo cattolico super conservatore peruviano – Sodalicio – che agiva con le dinamiche di una setta, causando problemi su problemi (anche a Roma). Sodalicio, secondo molte speculazioni, era legato al sacerdoteSecondo molti proprio questo fattore potrebbe aver alimentato risentimenti contro l’allora cardinale Prevost, oggi Leone XIV, avviando nei suoi confronti una campagna di stampa negativa.

    https://www.leggo.it/esteri/news/23_novembre_2025_papa_leone_bufera_abusi_denuncia_prete_peruviano_vittime_bambine_pedofilia_sodalicio_peru-9206803.html

  • La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    Il cosiddetto caso Lute – dal nome di padre Eleuterio Vásquez , sacerdote della diocesi di Chiclayo – rimane una delle ferite aperte della Chiesa che deve essere affrontata il prima possibile. Vásquez fu accusato di aver abusato sessualmente di minori che aveva portato a trascorrere la notte da soli in una residenza parrocchiale sugli altopiani. Le accuse furono presentate direttamente all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Francis Prevost , poi papa Leone XIV , ma il caso, lungi dall’essere risolto, rimane bloccato senza alcuna sanzione definitiva contro il pedofilo. Ad oggi, le vittime non hanno nemmeno potuto accedere ai documenti del caso, nonostante le ripetute richieste.

    Tuttavia, a essere punito a tempo di record è stato l’avvocato che aveva rappresentato le vittime dal maggio 2024, il sacerdote e canonista Ricardo Coronado Arrascue , la cui radiazione è diventata uno degli episodi più anomali e inquietanti del recente diritto canonico. La sua caduta è iniziata nel luglio 2024 , quando le vittime, assistite da Coronado, hanno presentato formalmente una richiesta di accesso al fascicolo del caso Lute, rimasta senza risposta per anni. Solo poche settimane dopo, il 24 agosto 2024 , la Conferenza episcopale peruviana (CEP) ha sorpreso tutti pubblicando una dichiarazione senza precedenti: ha annunciato che Coronado “non poteva ricevere l’approvazione per esercitare la professione di avvocato ecclesiastico” e gli ha proibito di agire in cause canoniche.

    La dichiarazione, rilasciata dopo la 127ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEP), ha citato il canone 1483 del Codice di Diritto Canonico per giustificare la misura. Tuttavia, resta il fatto che le conferenze episcopali non hanno l’autorità di radiare gli avvocati dall’albo. In pratica, un organismo privo di giurisdizione giudiziaria ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro l’avvocato che rappresenta le vittime di abusi proprio quando chiedeva trasparenza, il che non può che essere interpretato come una manovra volta a screditarlo e neutralizzare il suo operato .

    Secondo i documenti consultati da InfoVaticana , il caso contro Coronado è stato aperto quello stesso agosto , subito dopo la dichiarazione episcopale. Il processo è stato accelerato, senza una chiara notifica delle accuse né garanzie di un giusto processo. Inoltre, le accuse sono estremamente fragili: alcune voci infondate provenienti dagli Stati Uniti su presunte visite a casa del sacerdote e la testimonianza di un adulto , identificato con le iniziali MVT , che ha raccontato di un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza “piena” consumazione, la cui natura sessuale Coronado nega, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook. Il fascicolo stesso riconosce l’assenza di convivenza, persistenza o scandalo pubblico. Al massimo, si tratta di un’indiscrezione privata , del tutto insufficiente a giustificare qualsiasi sanzione. Attualmente, Coronado sta portando avanti una causa per diffamazione contro MVT presso i tribunali di Lima.

    Sebbene sembri incoerente essere stato radiato dall’albo degli avvocati prima di essere radiato dall’albo dei sacerdoti, il colpo più grave per il sacerdote peruviano arrivò quattro mesi dopo. Nel dicembre 2024 , Coronado ricevette la notifica della sua dimissione dallo stato clericale tramite decreto papale , ma il documento conteneva una grave irregolarità: mancava la firma autografa di Papa Francesco . Il decreto era stato elaborato attraverso i canali diplomatici, recando il sigillo vaticano, ma senza soddisfare i requisiti di autenticazione che ne garantiscono la validità. In pratica, si trattava di un’espulsione mascherata da decreto papale , priva di qualsiasi processo, sentenza o risoluzione formale.

    Anche questo episodio si svolge in un contesto ecclesiale particolarmente turbolento. Alla fine del 2024, con Francesco indebolito sia fisicamente che mentalmente , si è moltiplicata una proliferazione di decisioni assurde e insostenibili emanate dalla Curia, molte delle quali legate al Perù. Tra le più note, il decreto penale di condanna contro i giornalisti Giuliana Caccia e Sebastián Blanco , che includeva la minaccia di scomunica per aver criticato i prelati peruviani. Il provvedimento ha provocato uno scandalo globale e ha dovuto essere revocato dallo stesso Francesco , che ha sconfessato i responsabili dopo aver scoperto che il decreto era stato emanato a sua insaputa. In questo stesso clima di caos e abuso di potere, il decreto di dimissioni di Coronado sembra essere un altro prodotto dello stesso meccanismo: funzionari ecclesiastici che usano il nome del Papa per imporre sanzioni arbitrarie , come se la Chiesa fosse diventata il loro giocattolo personale.

    Il fascicolo di Coronado reca le firme del vescovo di Cajamarca, Isaac C. Martínez Chuquizana , e dell’allora segretario del Dicastero per il Clero, monsignor Andrés Gabriel Ferrada Moreira , responsabili dell’elaborazione e dell’approvazione di un provvedimento privo di giustificazione legale o di un giusto processo. La sequenza è significativa: a luglio, le vittime hanno richiesto i documenti; i documenti non sono mai stati trasmessi, ma ad agosto è stata emessa una dichiarazione episcopale contro il suo avvocato ed è stata aperta un’indagine accelerata nei suoi confronti; senza nemmeno un’udienza per garantire il suo diritto alla difesa o la presentazione di prove, a dicembre sono state emesse le sue “dimissioni” con decreto irregolare. Tutto indica che la sanzione è stata fabbricata come punizione diretta per aver richiesto l’accesso al fascicolo dell’abusante .

    Nel frattempo, Eleuterio Vásquez rimane impunito , protetto dal silenzio istituzionale e dall’inerzia di un sistema che punisce il whistleblower prima dell’imputato. Coronado è stato espulso senza processo e marchiato a vita, e le vittime sono rimaste senza assistenza legale. Tra l’altro, nessuno nella Chiesa si è preso la briga di offrire loro un altro avvocato canonico dopo aver licenziato il proprio.

    Lo schema è innegabile: Roma è stata più dura con l’avvocato delle vittime che con il prete abusatore di minori . E lo ha fatto attraverso un atto giuridicamente invalido, emanato in nome di un Papa malato e manipolando i meccanismi della giustizia ecclesiastica. Il caso Lute non è più solo una storia di abusi, ma una dimostrazione di come la gerarchia possa trasformare il diritto canonico in uno strumento di repressione. La squalifica di Coronado ne è la prova: una manovra fraudolenta, crudele e calcolata , eseguita per ostacolare la giustizia e mettere a tacere le vittime .

    https://infovaticana.com/2025/10/27/la-iglesia-dejo-a-las-victimas-del-pederasta-lute-sin-abogado-tras-inhabilitarlo-con-metodos-opacos/

  • Prete abusatore: la procuratrice pubblica annuncia il ricorso

    Prete abusatore: la procuratrice pubblica annuncia il ricorso

    Come confermato dall’agenzia stampa Keystone-SDA, la procuratrice pubblica Valentina Tuoni ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte delle Assise criminali nel processo a carico del prete ticinese, reo di una serie di reati sessuali ai danni di minori e giovani adulti.

    Ricordiamo che il sacerdote 56enne, durante il processo svoltosi giovedì scorso a Lugano, è stato condannato a18 mesi sospesi per due anni per complessivamente 4 episodi considerati atti sessuali su fanciulli, tre episodi di coazione sessuale e un episodio di atti sessuali con persone inette a resistere.

    È stato invece assolto dall’accusa di pornografia perché la Corte non ha ritenuto provato che le persone raffigurate nelle immagini trovate sui suoi dispositivi fossero minorenni.

    Sulla questione si legga anche l’intervista al vescovo Alain de Raemy: Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi · CATT

    https://catt.ch/newsi/prete-abusatore-la-procuratrice-pubblica-annuncia-il-ricorso

  • La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II sta facendo i conti con la piaga degli abusi sessuali e, per la prima volta, le vittime di preti pedofili sono state ospiti di una assemblea plenaria all’interno della conferenza episcopale. Si tratta di un passaggio simbolico importante dopo decenni di scontri sotterranei tra vescovi che avrebbero preferito continuare ad ignorare la questione per salvare il buon nome dell’istituzione ecclesiastica, e altri prelati che invece avrebbero voluto agire diversamente, mossi da sentimenti di giustizia e carità, battendosi per dare ascolto alle vittime e garantire una certa trasparenza. La svolta si è avuta nel maggio scorso quando Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo polacco Andrzej Dzięga, il quale aveva dovuto sostenere l’accusa pubblica di avere insabbiato sistematicamente dei casi.

    Il prelato era alla guida di una importante diocesi.

    Nel lasciare anzitempo l’incarico, in una lettera, scriveva: «Se le mie debolezze, tra cui la comprensione parziale di circostanze specifiche, e talvolta anche la mia normale stanchezza umana, sono diventate la causa della vostra ansia, mi dispiace». Le accuse erano state sollevate a più riprese da gruppi cattolici e associazioni umanitarie. Negli anni passati l’opinione pubblica, attraverso i media, si era concentrata anche sul ruolo svolto dall’ex potentissimo cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Un cardinale influente, a suo tempo amico personale di padre Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (uno dei peggiori criminali che abbia mai avuto la Chiesa). Francesco aveva fatto condurre una inchiesta sulle presunte mancanze gestionali di Dziwisz (anch’egli accusato di aver coperto abusi) ma non era stato riscontrato nulla di grave dal cardinale Bagnasco, inviato a Cracovia per indagare.

    VARSAVIA

    In questa nuova fase il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, sta lavorando per cercare di ridare credibilità alla Chiesa e il passo compiuto di accogliere le vittime è stato giudicato positivamente durante una conferenza stampa congiunta a Częstochowa martedì. «Sono molto grato che i vescovi siano riusciti intraprendere questo cammino» ha detto Robert Fidura, una delle vittime. «Sembra che ci stiamo muovendo nella stessa direzione e stiamo iniziando a vedere certe cose in modo molto simile».

    Un’altra persona coinvolta, Jakub Pankowiak, ha definito storico l’incontro con i vescovi. Lui stesso ha l’impressione che ora sia molto più facile capirsi e camminare insieme. L’arcivescovo Polak ha ammesso, invece, che i vescovi hanno finalmente riconosciuto il grande contributo fornito dalle vittime a far emergere la verità. Agli inizi di quest’anno le vittime avevano rivolto all’episcopato una lunga lettera in cui chiedevano la sospensione di un vescovo – l’ennesimo – accusato di negligenza nel trattare casi di violenze nella sua diocesi. Il tema al centro della discussione era sempre lo stesso: la mancanza di trasparenza, di giustizia verso le vittime, di tutela verso i minori.

    La prassi che è sempre stata seguita nella Chiesa, almeno fino ai tempi di Giovanni Paolo II, era di spostare il prete abusatore   parrocchia all’altra, cercando cos’ di mantenere sotto controllo lo scandalo per non intaccare l’immagine dell’istituzione. Con il caso orribile avvenuto a Boston, a cavallo del 2000, da cui è stato tratto anche il film intitolato Spotlight, il Vaticano è stato costretto ad avviare una lenta e faticosa revisione sia giuridica che pastorale e amministrativa sugli abusi. In questo cammino ecclesiale ogni nazione mostra una situazione diversa e il quadro complessivo si presenta a macchia di leopardo. Esistono paesi dove i vescovi hanno aperto gli archivi diocesani, fino a 70 anni prima per verificare l’operato svolto, e altri paesi che fanno fatica ad adeguarsi. La Chiesa italiana, per esempio, è ancora in grave ritardo e con un livello di trasparenza sulla gestione degli abusi pari allo zero.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_polacca_vittime_giovanni_paolo_ii_wojtyla-8489812.html

  • Mercoledì 1 al Kenisa presentazione del podcast “La Confessione”

    Mercoledì 1 al Kenisa presentazione del podcast “La Confessione”

    Mercoledì prossimo, 10 aprile, al Kenisa, ore 18:30 , si terrà la presentazione del podcast “La Confessione” che ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. Il lavoro firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn racconta, con audio originali, la vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato lo scorso 5 marzo a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale .  Gli autori ripercorrono la storia con una visione un po’ più ampia ponendo l’interrogativo del  perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica. E così dal racconto emerge che il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato dai vertici del Vaticano.

    Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.

    “Ho insabbiato tutto”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con il prete accusato di violenza sessuale, don Giuseppe Rugolo.

    Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.

    Antonio Messina, il giovane archeologo che ha denunciato, è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza dalla magistratura ordinaria.

    Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.

    Possiamo sentire così monsignor Gisana, vescovo tuttora in carica, che propone di comprare il silenzio della vittima con soldi tolti ai poveri della Caritas, e che ammette di usare i fondi dell’otto per mille per sostenere il prete abusatore e mandarlo a Ferrara, al riparo dalle accuse, sempre per occuparsi di ragazzini, con l’appoggio del vescovo locale, monsignor Gian Carlo Perego.

    La Confessione è un podcast che sviluppa l’inchiesta di rilievo internazionale che conduce ormai da due anni Federica Tourn sugli abusi nella Chiesa e che già ha fatto esplodere il caso del gesuita Marko Rupnik.

    Federica Tourn ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta e del processo, ha intervistato i protagonisti e gli esperti. Con Stefano Feltri e Giorgio Meletti ha costruito un atto d’accusa che per la prima volta racconta le responsabilità dei vertici della Chiesa italiana e del Vaticano, incluso papa Francesco che ha pubblicamente elogiato il vescovo insabbiatore Gisana.

    All’evento, moderato dalla giornalista Pierelisa Rizzo, partecipano, oltre agli autori Meletti e Tourn, Antonio Messina,  e la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica mentre collegato in videoconferenza ci sarà Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali.  

    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di

    Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora

    Stefano Tumiati

    Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti

  • Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

    A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

    Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

    La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

    Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

    «Una stupidata da ragazzotto»

    Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

    Il secondo abuso

    Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

    Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

    Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

    «Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

    Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

    Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

    https://www.adista.it/articolo/71587

  • La Confessione – Come la Chiesa italiana insabbia gli abusi

    La Confessione – Come la Chiesa italiana insabbia gli abusi

    CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE

    Lunedì 11 marzo ore 15

    sala Walter Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana

    via delle Botteghe Oscure 54, Roma

    Per connettersi da remoto usare questo LINK


    Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da papa Francesco.

    Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.

    “Ho insabbiato tutto”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con il prete accusato di violenza sessuale, don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.

    Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.

    Antonio Messina è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza dalla magistratura ordinaria.

    Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.

    Possiamo sentire così monsignor Gisana, vescovo tuttora in carica, che propone di comprare il silenzio della vittima con soldi tolti ai poveri della Caritas, e che ammette di usare i fondi dell’otto per mille per sostenere il prete abusatore e mandarlo a Ferrara, al riparo dalle accuse, sempre per occuparsi di ragazzini, con l’appoggio del vescovo locale, monsignor Gian Carlo Perego.

    La Confessione è un podcast che sviluppa l’inchiesta di rilievo internazionale che conduce ormai da due anni Federica Tourn sugli abusi nella Chiesa e che già ha fatto esplodere il caso del gesuita Marko Rupnik.

    Ferderica Tourn ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta e del processo, ha intervistato i protagonisti e gli esperti. Con Stefano Feltri e Giorgio Meletti ha costruito un atto d’accusa che per la prima volta racconta le responsabilità dei vertici della Chiesa italiana e del Vaticano, incluso papa Francesco che ha pubblicamente elogiato il vescovo insabbiatore Gisana.


    La Confessione

    è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme

    Autori:

    Stefano Feltri

    Giorgio Meletti

    Federica Tourn

    Con la collaborazione di

    Carmelo Rosa

    Consulenza musicale e sonora

    Stefano Tumiati

     Produzione:

    Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti