Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: prete abusatore

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    • Alessio Di Florio – Risarcire le vittime si può, finalmente giustizia per una vittima dopo 50 anni, anche in Italia serve commissione d’inchiesta indipendente su abusi nella Chiesa

    Risarcimenti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. È uno dei temi fondamentali che più, soprattutto in Italia, le gerarchie cercano di frenare, ostacolare, rimuovere. Sarebbe un atto di giustizia ma di fronte le denunce di abusi, al di là di proclami e poco altro, di giustizia dentro la Chiesa se ne vede ben poca. È tornato di stretta attualità in questi giorni, dopo 50 anni una vittima ha ricevuto giustizia ricevendo il sacrosanto (termine quanto mai adatto) risarcimento.

    «Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni – la testimonianza di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa, ad AlaNews – Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno».

    «Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica – ha dichiarato Brogi toccando un altro tema scomodo per le gerarchie cattoliche e su cui realtà indipendenti come Rete L’Abuso da tanti anni e il coordinamento ItalyChurchToo si battono –  I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente».

    Alanews – ANSA


    • Francesco Zanardi – LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato dalla testata belga Het Laatste Nieuws, che parla eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta.

    Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.

    Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.

    ANSA


    • Ludovica Eugenio – CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA.

    Sembra stringersi il cerchio intorno all’ex gesuita Marko Ivan Rupnik, accusato di abusi sessuali da numerose donne, ma al momento non ancora sottoposto a processo dal Vaticano, nonostante papa Francesco, il 28 ottobre scorso, abbia deciso di derogare alla prescrizione per consentirne lo svolgimento. Il 15 dicembre scorso il Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società  di Vita Apostolica, presieduto dal card. João Braz De Aviz, ha annunciato formalmente in un comunicato la decisione di sciogliere la Comunità Loyola, co-fondata da Marko Rupnik insieme a Ivanka Hosta, dopo un commissariamento durato un anno e mezzo e una nuova visita apostolica annunciata appena qualche settimana fa, affidata a p. Amedeo Cencini  e a suor Marisa Adami. La motivazione: «Gravi problemi relativi all’esercizio dell’autorità e al modo di convivere». La notizia era stata diffusa già il 14 dicembre dal giornale digitale portoghese 7Margens.

    «la storia della comunità e la sua esperienza è emblematica  – ha affermato Fabrizia Raguso, ex religiosa della Comunità, docente all’Università Cattolica di Braga, in Portogallo, in un webinar del laboratorio Re-In-surrezione sulla Comunità Loyola – perché ancora dopo l’influenza di Rupnik ha continuato a vivere in un clima di abuso spirituale e psicologico costante da parte della superiora generale e fondatrice Ivanka Hosta e di tutte quelle religiose che più profondamente ne hanno assorbito e fatto propri i contenuti, i metodi e le finalità di quello che si considerava il carisma stesso della comunità. Questo è quanto sottolineato e verificato attualmente anche dal processo di commissariamento realizzato tra il 2020 e il 2022».

    «a causa del rifiuto da parte di Ivanka Hosta di recepire le indicazioni di riforma delle costituzioni e conseguentemente della struttura e del clima relazionale all’interno della comunità, il commissariamento è stato affidato al vescovo ausiliare della diocesi di Roma, mons. Libanori, che in quanto elemento esterno doveva permettere di dialogare con la comunità e dentro la comunità. Ne è seguito un decreto disciplinare del 21 giugno scorso, con l’emissione di un “rimprovero formale” a suor Ivanka Hosta, per il suo comportamento all’interno della Comunità di Loyola “nell’esercitare uno stile di governo lesivo della dignità e dei diritti di ciascuno delle suore che ne fanno parte”.

    Ora, il decreto finale di scioglimento, tardivo, secondo Raguso, che dovrà essere attuato entro un anno; che sarà delle vittime adesso? E che sarà delle religiose che hanno abbandonato la comunità in passato per quegli stessi abusi?

    «Questi ultimi tre anni sono stati molto estenuanti, sia per le sorelle che si sono confrontate con la realtà della Comunità, sia per quelle che l’avevano lasciata diversi anni fa, senza alcun sostegno, né psicologico, né spirituale, né materiale», ha commentato con 7Margens Fabrizia Raguso, benché la decisione sia «un atto di verità, necessario anche per evitare che gli abusi continuino, coinvolgendo altre giovani donne sempre più fragili e impreparate». Ora si spera che arrivi anche la giustizia: «Nessuno potrà restituirci le nostre vite distrutte, ma speriamo che tutte le suore, anche quelle che hanno lasciato la comunità da tempo, possano essere equamente risarcite», ha aggiunto. E che «questo esito non ostacoli il corso del processo contro Marko Rupnik».

    ADISTA


    • Federica Tourn – Sviezzera, aumentano le denunce

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC.

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto prima di tutto essere ascoltate e soprattutto credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato.

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    Fonte cath.ch

  • Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.

    Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».

    «Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.

    Segnalazioni via email

    Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».

    Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».

    Essere ascoltati e capiti

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.

    I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».

    La necessità di comprendere

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    La trasmissione dei dati a Zurigo

    Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».

    cath.ch/adattamento red

    https://www.catt.ch/newsi/svizzera-romanda-sono-91-le-vittime-di-abusi-in-ambito-ecclesiale-annunciatesi-dopo-il-12-settembre/

  • Tre anni a don Galli, prete abusatore

    Tre anni a don Galli, prete abusatore

    di Giorgio Gandola – Dodici anni per restituire un orizzonte di pace e una famiglia distrutta. Tanto è durata la vicenda di abusi che si è conclusa ieri in corte d’Appello bis a Milano (al quarto procedimento), con alla sbarra don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano già condannato in passato a cinque anni e sei mesi. Il risultato processuale è il patteggiamento dell’imputato a tre anni, deadline che gli consente di non andare in carcere ma di scontare la pena con “detenzione domiciliare” in un istituto ecclesiastico lombardo.

    Il reato è stato riqualificato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con “abuso della situazione di cura e affidamento”. Infatti il sacerdote aveva in consegna l’allora quindicenne parrocchiano e gli propose di “dormire nel lettone” con lui. La difesa, sostenuta dal legale dell’Arcidiocesi professor Mario Zanchetti, ha puntato sul risarcimento del danno (la vittima e la famiglia non si sono costituiti parte civile) e sul “tardivo disvelamento della presunta violenza”, avvenuto due anni dopo perché la famiglia – molto cattolica – ha chiesto invano, a più riprese, alla curia di prendere posizione e di assumersi responsabilità prima di denunciare in proprio i fatti ai carabinieri.

    La realtà delle carte processuali sottolineano che la prima denuncia degli abusi alla diocesi di Milano era avvenuta due giorni dopo la vicenda (quindi subito); che la vittima non ha mai cambiato versione; che la famiglia ha chiesto il sostegno della Chiesa. In questo senso esistono ampi carteggi con il cardinale Angelo Scola e con il Vaticano.

    Nella storia ha una parte non secondaria anche l’attuale arcivescovo Mario Delpini, che al tempo era vicario episcopale e invece di aprire un’indagine previa – arrivata solo quattro anni dopo i fatti – si limitò a spostare nell’immediato il sacerdote in un’altra parrocchia (a Legnano), sempre a contatto con adolescenti. Lui sapeva, era stato informato da don Carlo Mantegazza al quale la vittima aveva segnalato subito i presunti abusi; a questo proposito esiste un verbale di polizia firmato da monsignor Delpini e acquisito nel dibattimento. Un atteggiamento che secondo i canoni di papa Francesco, messi nero su bianco nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, oggi sarebbe da considerarsi omissivo, quindi da condannare.

    Su questo punto la famiglia della vittima non intende arrendersi. Nel libro che ripercorre gli angosciosi anni, scritto dalla madre del ragazzo e dal titolo eloquente Chiesa, perché mi fai male?, c’è un passaggio che non ammette dubbi: “La famiglia, che continua a professarsi cattolica e praticante, vuole che il Pontefice mantenga le promesse rimuovendo l’arcivescovo e sottoponendolo a processo ecclesiastico”. La richiesta prende spunto dalla lettera apostolica del Santo Padre pubblicata nel 2019, comprensiva di 19 articoli, fra i quali spicca quello relativo all’omissione da parte di vescovi e cardinali, “per i quali su questi casi non c’è immunità”.

    Se il processo in nome del popolo italiano si conclude definitivamente qui, il patteggiamento (tecnicamente un concordato) lascia inalterati forti dubbi sull’esito del processo canonico, che due anni fa aveva mandato assolto don Galli con formula dimissoria (non constat) per “mancanza di certezza morale sulla colpevolezza”, praticamente per insufficienza di prove. Tre anni; ora le responsabilità morali sono acclarate. Poiché non c’è prescrizione, in caso di riapertura del fascicolo il sacerdote rischierebbe la riduzione allo stato laicale.

    (Trascrizione da La Verità del 27 settembre 2023)

  • Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Un caso grave mostra come alcune autorità ecclesiastiche cerchino ancora di coprire le aggressioni sessuali ai minori

    I numerosi episodi di abusi sessuali su minori da parte di preti predatori hanno svergognato migliaia di buoni vescovi e chierici benevoli che sono stati giustamente irritati dagli atti salaci dilaganti dei loro compagni preti pedofili e in alcuni casi da vescovi di alto profilo e cardinali di alto rango.

    Si sentono impotenti quando il loro vescovo protegge il prete abusatore e lo chiama “suo figlio”.

    Desiderano giustizia per le vittime e desiderano esonerare la propria vocazione e il sacerdozio macchiato dalla tirannia dei preti abusatori.

    La Chiesa ha succintamente affermato che ogni atto di abuso sessuale contro un bambino non è solo un crimine atroce nel diritto civile, ma una violazione della legge della Chiesa. 

    Papa Francesco afferma che l’abuso sui minori da parte di un religioso è “una ferita profonda che chiede guarigione”.

    Ci sono molte occasioni in cui i vescovi sono stati rimproverati da Papa Francesco per aver coperto le denunce di abusi sui preti invece di cercare di aiutare le vittime e trovare loro terapia, guarigione e giustizia. 

    Spesso cercano di riscattare il bambino vittima e la famiglia con denaro e promesse di una vita piena di risorse. 

    Questo è esattamente quello che è successo nella provincia di Cagayan, nel nord delle Filippine, l’anno scorso. 

    L’ultima ferita subita da una bambina (Angelica, non è il suo vero nome) è avvenuta quando aveva 15 anni. 

    Ha denunciato di essere stata violentata e aggredita sessualmente molte volte da un prete, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, assistente parroco della chiesa di St. Vincent Ferrer a Solana, Cagayan.

    Secondo gli atti del tribunale, il sacerdote della diocesi di Tuguegarao , la città più popolosa di Cagayan, è stato arrestato in flagranza di reato di seduzione e abuso di minori il 18 ottobre 2022, in un’operazione di salvataggio e arresto pianificata e approvata di Hector Eduard Geologo, direttore regionale del National Bureau of Investigation (NBI), provincia di Cagayan. 

    L’arresto è stato condotto dall’investigatore dell’NBI Jonimar Tongdo e dalla sua squadra con la collaborazione attiva dei genitori della vittima.

    Angelica, che ora ha 16 anni, faceva parte del gruppo giovanile parrocchiale. Padre Israel ne era il direttore con ascendente morale e autorità su di esso. Angelica, allora quindicenne, è stata invitata da padre Israel l’8 febbraio 2022 a cena fuori. 

    Secondo lei, l’ha bendata e si è recato ad Aparri a Cagayan. Alle 2 del mattino successivo, quando sono tornati a Solana, il prete predatore ha iniziato a molestarla toccandole le parti intime e baciandola. 

    Rimase scioccata, scese dall’auto e corse fino a casa. Aveva paura di dirlo ai suoi genitori per paura che non le credessero e la incolpassero per aver fatto serie accuse contro un prete influente.

    Non è finita qui. Il sacerdote ha poi chiesto ad Angelica di incontrarlo di nuovo per scusarsi dell’accaduto. Quindi, è andata in chiesa, ma il prete l’ha spinta nella sua macchina ed è andata in un hotel nella città di Tuguegarao e l’ha violentata. 

    Ha preso video segreti del loro atto sessuale sul suo cellulare e glieli ha inviati e ha minacciato di mostrarli sui social media se avesse osato condividere i dettagli e si fosse rifiutata di fare sesso con lui ancora e ancora. 

    Così, il sacerdote è riuscito a rendere il bambino il suo schiavo sessuale e vittima di adescamento sessuale.

    L’ha violentata molte volte e ha persino trovato il tempo di fare sesso con lei il Giovedì Santo, il culmine della Settimana Santa!

    Questi atti sessuali hanno avuto luogo in luoghi diversi: nello stesso hotel, nella sua macchina, a scuola e in un parco commemorativo.

    Angelica era traumatizzata dalla paura della disgrazia. Era depressa e ha tentato di uccidersi tre volte. 

    Gli insegnanti di Angelica, John Michael Bassig e Maria Christina de Asis, hanno ricevuto un messaggio da un’amica di Angelica, che diceva che era depressa e con tendenze suicide. Hanno parlato con lei e Angelica ha trovato il coraggio di superare finalmente la sua paura e ha raccontato loro come il prete l’ha molestata, violentata e ricattata. In seguito hanno raccontato ai genitori del prete predatore.

    Hanno cercato l’aiuto dell’NBI, che ha organizzato una trappola. Hanno programmato un incontro tra Angelica e il chierico e lo hanno arrestato quando ha tentato di nuovo di abusare di lei nella sua macchina. 

    Il suo cellulare consegnato aveva tutto: c’erano sei clip di video di sesso, chiamate audio registrate, schermate di conversazioni in cui l’accusato chiedeva al bambino di fare sesso con lui e prove di ricatti, abusi sessuali e minacce. 

    Sebbene il pubblico ministero, Kathleen Joy Ruiz Zuniega, li abbia mandati in tribunale, padre Israel è uscito libero dopo aver pagato 183.000 pesos (3.355 dollari) per ottenere la cauzione, anche se le accuse di stupro non sono rimborsabili nelle Filippine . La seconda serie di accuse, stupro multiplo, violenza sessuale e video voyeurismo – 18 in tutto – sono state presentate con regolare archiviazione.

    Queste accuse di stupro qualificato, conteggi multipli di stupro e violenza sessuale erano il contenuto della risoluzione estremamente dettagliata dell’assistente procuratore della città Kristine R. Marallag-Ave e approvata dal procuratore della città Jessie B. Usita il 27 dicembre 2022. 

    Nella sua controdeposizione, il sacerdote accusato ha negato tutte le accuse e ha insistito sul fatto che lui e il bambino erano amanti e che si trattava di un atto sessuale con consenso. Ha anche chiesto al pubblico ministero di non consentire le prove video. Ma la richiesta è stata respinta. 

    Il pubblico ministero ha sottolineato che gli atti sessuali contro la volontà di un bambino vulnerabile, anche se si trattava dei cosiddetti “amanti”, cosa che non era, sono ancora crimini atroci di stupro su minori. Il messaggio vocale registrato del sacerdote alla vittima, in cui la insultava ripetutamente con un linguaggio al vetriolo, mostra che aveva il controllo totale della situazione. 

    Sacerdoti e devoti fedeli attendono l’apertura del processo dove la vittima testimonierà. 

    Padre Rino Guaring, molto probabilmente per conto della diocesi di Tuguegarao, e parenti di padre Israel, si sono recati a casa di Angelica per risolvere il caso in via stragiudiziale. Ha promesso denaro e un’istruzione universitaria standard se avesse ritirato le denunce. 

    La vittima e la sua famiglia hanno rifiutato. 

    I genitori hanno contattato per iscritto la Fondazione Preda, che lavora per alleviare “gli abusi e le sofferenze fisiche, emotive, psicologiche e sessuali dei bambini”, chiedendo aiuto.

    La giustizia per i bambini maltrattati è una potente chiamata fatta da Gesù di Nazareth e la giustizia per il maltrattatore è ugualmente importante. L’istituzione ecclesiastica ha ingiustamente protetto per troppo tempo il prete pedofilo. Che è condannato da Papa Francesco ed è un crimine nella Chiesa e nel diritto civile.
    I vescovi sono chiamati a proteggere i bambini vulnerabili e ad assicurare alla giustizia gli stupratori di bambini in modo che possano pentirsi, confessarsi e fare penitenza, dietro le sbarre se necessario.
    https://www.ucanews.com/news/old-clerical-abuse-habits-die-hard-in-the-philippines/100045
  • Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Lucetta Scaraffia e Anna Foa per Editoriale Domani – In Italia si parla poco e malvolentieri degli abusi del clero. Anzi, pare che quanto più emergono i dati allarmanti delle inchieste in altri paesi europei tanto più si voglia tacere, anche se ultimamene non si osa più, da parte clericale, vantare l’apparente minore coinvolgimento italiano.

    I motivi di questo silenzio sono molti, radicati nella storia: una istituzione ecclesiastica sempre molto legata al potere, cattolici che si sentono più aderenti a una parte politico-sociale che credenti i quali cercano di realizzare l’insegnamento evangelico.

    Così, mentre altrove in Europa è la stessa comunità cattolica che spinge le gerarchie a fare chiarezza sul tema degli abusi con inchieste indipendenti, da noi si evita di pensarci. Il risultato è che le poche notizie che filtrano dalla cortina di omertà che copre tutto sono da decenni di tipo scandalistico.

    L’argomento si presta, e molto, alle descrizioni pruriginose, diffuse da rotocalchi e programmi televisivi.

    I POCHI DATI

    Ma niente di serio è stato fatto finora, se non la raccolta dati organizzata da una vittima, Francesco Zanardi, nel sito Rete L’Abuso, che raccoglie testimonianze, articoli di giornali, documenti processuali degli ultimi dodici anni.

    Una raccolta che – pur composta da materiale eterogeneo e difficilmente classificabile in un insieme coerente – è utilissima e fondamentale per farsi una prima idea del fenomeno in Italia. Tutto quello che si rivela sul tema abusi del clero in Italia viene da lì.

    Su questo materiale abbiamo lavorato in cinque donne – Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati, Mariella Balduzzi, Mariangela Rosignoli, quattro delle quali nonne – per molti mesi, e il risultato è nel libro Agnus dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, uscito da Solferino nel maggio del 2022.

    Pur non potendo trasformare i dati raccolti in un sistema di classificazione sistematico, ci siamo rese conto che analizzando queste fonti era possibile arrivare ad alcune conclusioni importanti.

    Le più rilevanti riguardavano, soprattutto, gli aspetti finanziari del problema, dei quali si parla in genere poco o niente.

    Innanzi tutto le vittime sono sempre appartenenti a famiglie disagiate, non poche addirittura a famiglie assistite economicamente dalle parrocchie. Famiglie per le quali qualche regalo del parroco può essere sufficiente a far chiudere gli occhi, se non bastasse la paura di perdere i pochi soccorsi che ricevono. Famiglie che non conoscono avvocati, che hanno paura di entrare in un tribunale, quindi candidate naturalmente a non denunciare in caso di abuso.

    In corrispondenza allo stato di indigenza delle famiglie degli abusati vi è spesso la capacità del prete abusatore di raccogliere soldi grazie a collette varie, per esempio in occasione di feste religiose, che gli garantiscono la quantità di denaro liquido necessario al mantenimento della dipendenza delle vittime.

    Nel caso poi di una denuncia da parte della vittima il denaro è doppiamente necessario, ma questa volta interviene direttamente la diocesi, che – come è capitato – ricorre ai fondi che le arrivano dall’8 per 1000 (destinati invece alla carità, al mantenimento degli edifici di culto e così via) per tacitare lo scandalo.

    Il primo tentativo è quello di ottenere il silenzio della vittima versando una somma di denaro in cambio della rinuncia a parlare.

    Il fatto che le somme stanziate in questi casi siano ridicolmente basse (dai 10.000 ai 25.000 euro) dà l’idea dello stato di indigenza delle famiglie coinvolte, per le quali evidentemente costituiscono somme importanti.

    Se la vittima e la sua famiglia non accettano il patteggiamento, il denaro della diocesi – e questa volta in misura decisamente maggiore – diventa risorsa fondamentale per pagare l’avvocato del prete accusato, quasi sempre un ottimo difensore.

    In alcuni casi sono stati arruolati anche professionisti di grido, come Carlo Taormina, mentre nella diocesi di Milano molto spesso il difensore, Mario Zanchetti, è stato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Cattolica.

    Avvocati molto più bravi di quelli che possono permettersi le vittime, tanto che grazie a loro spesso i processi finiscono con la prescrizione o nel nulla per vizio di forma.

    Un esempio: Riccardo Seppia, considerato dal giudice del primo processo un delinquente comune, era parroco di Santo Spirito a Sestri Ponente.

    Giudicato colpevole in prima e seconda istanza di reati molto gravi, come violenza, cessione di droga e induzione alla prostituzione di giovanissimi – pena di nove anni, sei mesi e venti giorni – è stato prosciolto per vizio di forma nel ricorso in Cassazione. È evidente che ha potuto usufruire di un avvocato bravissimo, pagato dalla curia.

    Nella parrocchia di Selva Candida, vicino a Roma, le numerose accuse di molestie che arrivavano nei confronti del parroco Ruggero Conti venivano sottovalutate davanti alla sua eccezionale abilità di “attrarre capitali”, necessari per realizzare opere d’importanza sociale. Le vittime faticarono molto a trovare ascolto.

    I CONDANNATI

    Un altro aspetto interessante emerso dal nostro lavoro è stata la scoperta che fra i preti condannati i pedofili costituiscono probabilmente un numero esiguo. Le ragazze o i ragazzi abusati infatti sono tutti tra i dodici e i quattordici anni, scelti perché soggetti più facilmente controllabili e riducibili al silenzio che non una donna o un uomo adulto, ma non per l’età giovane in sé.

    La pedofilia ricompare però nel corso del procedimento penale.

    In genere, il sacerdote accusato in prima istanza nega tutto, a lungo. Quando le prove lo sommergono, cerca una scappatoia: dice di essere malato, cioè di essere pedofilo.

    A questo punto la gravità del reato si stempera, e quasi sempre invece di finire in prigione il prete in questione viene riassegnato all’istituzione ecclesiastica perché lo recuperi con un percorso terapeutico. Percorso che avviene in edifici per preti “in crisi”, prevede in genere periodi non lunghi di cura blanda, con psicologi a loro volta sacerdoti, e permette poi abbastanza rapidamente di tornare a esercitare la missione in parrocchie lontane da quelle dello scandalo.

    Certo, la chiesa lamenta un numero sempre minore di sacerdoti e quindi non rinuncia facilmente ai suoi figli consacrati, anche se colpevoli di odiosi abusi. E così, di conseguenza, aumenta il numero dei sedicenti pedofili.

    ATTI IMPURI

    Ma c’è anche una ragione di fondo che impedisce alla chiesa di affrontare seriamente la questione abusi: nel Codice di diritto canonico l’abuso e lo stupro non sono classificati come reati contro la persona, ma come trasgressioni al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri.

    Questo tipo di trasgressione è un peccato per chi la commette, ma non viene preso in considerazione il danno inferto all’altra persona: è il colpevole che compie atti impuri al centro dell’attenzione dell’istituzione ecclesiastica, non la sorte della vittima, sospettata comunque anch’essa di avere provato piacere, quindi di avere trasgredito al sesto comandamento.

    Una sbagliata concezione della sessualità e il rifiuto a passare dal peccato al reato stanno quindi all’origine dello scandalo che sta rovinando la chiesa.

    Tornando ai problemi della chiesa italiana, certo una indagine indipendente, con la prevedibile emersione di numerosi casi di abuso, le porterebbe, con le ovvie conseguenze di risarcimenti da pagare, una perdita economica gravissima, che significherebbe anche una perdita di potere sociale.

    Ed è anche vero che la disillusione spingerebbe molti credenti ad abbandonare la pratica religiosa, oltre che a cancellare l’8 per 1000.

    Ma questo abbandono temuto sta avvenendo lo stesso, se pure in modo meno clamoroso: le chiese dopo il Covid non sono tornate a riempirsi, quelli per cui la messa domenicale era solo un’abitudine hanno appunto perso l’abitudine.

    A questi si aggiungono coloro che vivono una grave delusione a proposito del clero, alimentata in misura determinante dagli abusi. In chiese come quelle tedesca e francese, la percezione di questa crisi è grave e allarmante.

    Da noi si fa finta di niente, senza pensare che lo scandalo degli abusi, e del modo in cui sono gestiti, costituisce un veleno sottile che sta corrodendo tutto, se non si pone pronto e coraggioso rimedio. Se non lo si affronta con verità e giustizia.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/pedofilia-perche-in-italia-i-preti-sotto-accusa-riescono-sempre-a-cavarsela-f4e89cl3

  • La Cei “Non si compra il silenzio delle vittime” Ma molti vescovi lo fanno

    La Cei “Non si compra il silenzio delle vittime” Ma molti vescovi lo fanno

    FEDERICA TOURN tratto da DOMANI – L’articolo pubblicato su Domani circa le azioni della chiesa in Italia contro la piaga degli abusi su minori ci obbliga ad alcune precisazioni perché tocca elementi fondanti che non possono e non devono essere travisati in alcun modo. Innanzitutto, ribadiamo sincera e convinta vicinanza alle vittime di abusi dolorosi e confermiamo la posizione della chiesa in Italia che è senza ambiguità: chi effettua una segnalazione non può essere sottoposto ad alcun vincolo (cfr. Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, n. 5.13).

    Inoltre, viene rigettata la ricostruzione relativa a un “silenzio comprato”, poiché, nel contesto di una vicenda già nota all’opinione pubblica, qualsiasi presunta offerta non avrebbe potuto generare tale risultato. Infine, ricordiamo quanto molto chiaramente espresso da papa Francesco nel discorso rivolto alla curia romana per gli auguri di Natale il 21 dicembre 2018: «È innegabile che alcuni responsabili, nel passato, per leggerezza, per incredulità, per impreparazione, per inesperienza – dobbiamo giudicare il passato con l’ermeneutica del passato – o per superficialità spirituale e umana hanno trattato tanti casi senza la dovuta serietà e prontezza. Ciò non deve accadere mai più. Questa è la scelta e la decisione di tutta la chiesa». Questa è la scelta e l’impegno della Chiesa in Italia.

    Conferenza episcopale italiana, ufficio nazionale per le comunicazioni sociali

    Risponde Federica Tourn:

    Qualcosa si muove in Vaticano, se la Cei decide di reagire alla nostra inchiesta sugli abusi sessuali clericali. Abbiamo raccontato la storia di un prete abusatore che ha proposto alla vittima, a titolo di riparazione, 25 mila euro in cambio del silenzio sull’accordo di risarcimento. La Cei rigetta l’idea del “silenzio comprato” poiché «qualsiasi presunta offerta non avrebbe potuto generare tale risultato».

    Certamente nella vicenda ricostruita da Domani l’accordo non richiedeva il silenzio sulla violenza – dato che il sacerdote era reo confesso, la cosa non avrebbe in effetti avuto senso – ma sull’offerta di denaro, presentata come un gesto di pura liberalità e amore cristiano.

    Ma perché allora, se si trattava di un atto di carità, mettere una clausola di riservatezza, pena il decadimento dell’accordo? Il risultato che si genera con la clausola è di lasciare la storia e il nome del responsabile relegati in ambito locale, senza lasciare traccia del reato di violenza sessuale, ormai prescritto per la giustizia civile e non considerato degno di essere preso in considerazione da quella ecclesiastica. Soprattutto, si nasconde che i preti ricorrono a queste scritture private con scambio di denaro per “compensare” le violenze.

    La Cei sottolinea che la faccenda dei risarcimenti nascosti e sotto condizione «tocca elementi fondanti». Proprio per questo, collocare queste pratiche nel passato sembra decisamente riduttivo. Papa Francesco dice che «bisogna giudicare il passato con l’ermeneutica del passato».

    Giusto, ma allora giudichi con l’ermeneutica del presente il denaro offerto oggi dai vescovi. L’impegno della chiesa contro la «piaga degli abusi sui minori» e i meritori «mai più» del papa continuano a intrecciarsi con ambiguità e contraddizioni delle autorità ecclesiastiche. Il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, dice che la Chiesa italiana non andrà nella direzione di risarcire le vittime (come invece succede in altri paesi, per esempio in Francia) per evitare che si facciano avanti persone spinte soltanto dall’interesse economico. Ma le offerte di denaro, camuffate da borse di studio o aiuti economici per cure mediche o psicologiche, continuano ad arrivare dai sacerdoti pedofili, se non addirittura dai vescovi.

    Il 3 luglio 2022 Domani ha raccontato il caso attualissimo di Antonio Messina, la vittima di don Giuseppe Rugolo, in queste settimane a processo a Enna per violenza sessuale: «Il vescovo di Enna monsignor Gisana aveva promesso alla mia famiglia 25 mila euro in contanti (guarda caso sempre la stessa cifra, ndr), prelevati dai fondi della Caritas, purché io mi impegnassi a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo». Che cos’è questo, se non è un tentativo di comprare il silenzio?

    Lo sforzo della Cei è apprezzabile ma ci sono ancora troppe incertezze e chiusure. Non è per esempio ancora stata data una risposta alle lettere aperte inviate dalla rete di associazioni Italy Church Too, che a febbraio si è costituita proprio in sostegno delle vittime.

    Finora la chiesa non ha fornito un solo dato che dimostri che le cose sono davvero cambiate. Infatti c’è solo un modo per non nascondere le dazioni di denaro sottobanco alle vittime dietro il monito evangelico «non sappia la mano sinistra quel che fa la tua destra»: i vescovi italiani si impegnino di più nell’ascolto delle vittime e su una gestione davvero trasparente degli abusi clericali, dall’accertamento delle responsabilità fino al completo ristabilimento della verità.

     

  • Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

    Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

    40997 FRANCOFORTE-ADISTA. Obbligate a nascondersi, ad abortire, spesso in condizioni disperate, o a partorire in contesti non sicuri, dopo gravidanze prive di qualsiasi assistenza medica, dando poi subito in adozione i neonati; condannate a non poter mai fare il nome del padre, a mentire a tutti, a subire la stigmatizzazione sociale, a portare interamente da sole, tra difficoltà indicibili, il peso di un abuso e di esperienze disumane, il cui responsabile resta sempre impunito, protetto, garantito dall’istituzione: sono le donne, spesso ragazzine adolescenti, vittime di abusi sessuali che sfociano in una gravidanza, perpetrati da preti cattolici. Nel quadro degli abusi clericali, è forse il versante più oscuro di tutti, su cui nessuno studio si era finora soffermato. Ora, a metterlo sotto la lente d’ingrandimento, colmando questo vuoto di attenzione e analisi, è la teologa tedesca Doris Reisinger, del Dipartimento di Teologia cattolica della Goethe Universität di Francoforte, lei stessa vittima di abusi (v. Adista Notizie nn. 42/18; 5/19, 6/19, 20/19) in un articolo accademico “open access” (quindi aperto a tutti) pubblicato sulla rivista Religions (13, 198; appartenente alla piattaforma open access MDPI), frutto di due anni di ricerca e che aveva preannunciato la scorsa estate (Adista online del 11/6/21). Il documento, pubblicato il 25 febbraio, è stato subito tradotto da Adista ed è disponibile al seguente link. La ricerca è partita dalla constatazione che in un numero significativo di casi, i preti abusatori causano gravidanze e obbligano le loro vittime a essere invisibili, a ricorrere all’aborto, o a partorire per poi far adottare il neonato o la neonata: è il fenomeno che la ricerca definisce come “abuso riproduttivo”. È evidente che molte delle vittime sono donne adulte, ma anche tra le minorenni che hanno vissuto l’abuso di preti pedofili una percentuale che varia dall’1 al 10% può essere stata vittima di abuso riproduttivo.

    “Abuso riproduttivo”

    Reisinger si basa su numerose fonti e su materiale d’archivio che riguarda decine di accuse di abuso riproduttivo nel contesto della Chiesa cattolica statunitense. Oltre a cercare di fare una stima della frequenza globale del fenomeno, essa distingue tre diversi tipi di abuso riproduttivo ed esamina l’interazione tra misoginia clericale e secolare, prima responsabile del silenziamento delle vittime, trattate come oggetti e stigmatizzate, e dell’impunità degli abusatori, sempre protetti dall’istituzione; aspetti che spiegano l’invisibilità del fenomeno, ancora più paradossale se si pensa all’importanza attribuita dal magistero ecclesiale alle tematiche bioetiche e alla morale sessuale.Il primo tipo di abuso riproduttivo è la negligenza: «L’atteggiamento che mina l’autodeterminazione riproduttiva di un’altra persona attraverso l’indifferenza»: il fatto che i preti abusatori non si preoccupino, ad esempio, di evitare il concepimento attraverso l’uso di mezzi anticoncezionali, lasciando la vittima sola a gestire anche l’ansia e l’angoscia di scoprirsi incinta. Il secondo tipo è «La coercizione riproduttiva, ossia l’annullamento, da parte di una persona, dell’autonomia riproduttiva di un’altra per affermare i propri bisogni a spese di quella», spiega Reisinger. «I preti cattolici che hanno ingravidato le loro vittime di solito mettono la propria reputazione al di sopra dell’autonomia del corpo e della salute della vittima, e a volte anche della vita della loro vittima e del loro bambino (non ancora nato). Cercano di interrompere o nascondere la gravidanza, a ogni costo, senza tener conto della volontà e dei bisogni della persona incinta». Ne conseguono aborti coatti, praticati il più delle volte di nascosto in condizioni igieniche spaventose, che il prete abusatore generalmente paga (spesso con i soldi delle offerte) ma ai quali non assiste (perché l’aborto “è un peccato grave”). Oppure gravidanze portate avanti senza alcun controllo medico, con parti che avvengono in situazioni di pericolo per la vita. In quel caso, spesso il prete obbliga la giovane mamma a dare subito il bambino in adozione. Il terzo tipo di abuso riproduttivo è la violenza, cioè «lo sfruttamento della vulnerabilità riproduttiva di una persona per torturarla o intimidirla, allo scopo di ottenere la sua sottomissione». Qui la violenza dell’atto è intenzionalmente evidente: è attestata nel contesto dei crimini di guerra e talora nella violenza domestica, ma anche nel contesto dell’abuso sessuale clericale.

    Doppia misoginia

    Per comprendere il perché della totale invisibilità del fenomeno delle gravidanze scaturite da abusi del clero, tanto più paradossale dato il valore particolarmente alto attribuito dalla Chiesa alle questioni sessuali e riproduttive, bisogna fare riferimento, osserva Reisinger, al doppio impatto della misoginia in questo particolare contesto. «L’abuso riproduttivo – afferma – è strettamente legato a una logica patriarcale, sessista e misogina ampiamente accettata e normalizzata nella sfera secolare così come nella Chiesa cattolica. Questa logica assegna un posto subordinato alle donne e alle ragazze rispetto agli uomini e distribuisce diritti e doveri in modo diseguale tra i sessi. In questa logica, la sessualità e la riproduttività femminile sono subordinate agli interessi maschili e, in alcuni casi, questo può significare che i bisogni sessuali o la reputazione di un uomo hanno un peso maggiore rispetto alla dignità, alla salute e persino alla vita di una donna, di un’adolescente o di un bambino. Secondo questa logica, la vulnerabilità riproduttiva delle ragazze e delle donne non comporta più diritti, ma più obblighi per loro. Di conseguenza, la vulnerabilità riproduttiva delle donne e l’abuso riproduttivo che subiscono sono vieppiù invisibili e irrilevanti agli occhi del legislatore e, nel caso in cui emergano, sono facilmente considerati responsabilità esclusiva delle donne». In breve: la reciproca compenetrazione di misoginia religiosa e secolare funziona come un meccanismo che contribuisce all’invisibilità dell’abuso riproduttivo commesso dai preti cattolici. In tale contesto, le donne cattoliche vivono in una doppia subordinazione ai preti cattolici: come donne, sono subordinate agli uomini, e come laiche, sono subordinate al clero. «In cima a questa doppia gerarchia di genere, c’è un estremo squilibrio di potere tra coloro che detengono il potere riproduttivo nella Chiesa cattolica e coloro che sono particolarmente vulnerabili dal punto di vista riproduttivo».

    Due pesi e due misure

    Già, perché a detenere il potere sulle leggi in merito al comportamento sessuale nella Chiesa sono maschi celibi, che prescrivono, in sintesi, che solo i coniugi eterosessuali sono autorizzati ad avere rapporti sessuali, e che ogni atto sessuale deve essere aperto alla trasmissione di una nuova vita. «Questi testi – osserva la teologa – inducono a pensare che l’abuso riproduttivo sia duramente punito nella Chiesa cattolica. Ma non è così. In parte perché i concetti stessi di autonomia riproduttiva e abuso riproduttivo sono estranei alla logica di questi documenti. In parte perché la tanto invocata dignità delle madri e la sacralità della vita non ancora nata, così come presentate nella dottrina cattolica, non si traducono in diritti canonici garantiti e applicabili per madri e bambini. Non da ultimo, le decisioni su se e chi debba essere perseguito e punito per una gravidanza illegittima o per un aborto, e chi debba essere assolto e su quali basi, sono riservate in definitiva al clero maschile. Nei casi di abuso riproduttivo, tutti questi fattori lavorano a svantaggio delle vittime». iritto canonico, una violazione del celibato rimane, per il sacerdote, per lo più una questione di coscienza personale finché non diventa uno scandalo pubblico: finché un sacerdote nasconde la sua paternità, spiega Reisinger, ciò di solito ha poche conseguenze per lui. Di qui, l’urgenza di nascondere a tutti i costi le gravidanze che hanno causato, il che si traduce in tutte le implicazioni più drammatiche per la donna o la ragazza coinvolta e il bambino (non ancora nato). Anche il mantenimento economico è passato sempre sotto silenzio e le regole non sono solitamente rese pubbliche né applicate in modo affidabile. L’onere della responsabilità finanziaria per i figli dei preti è abitualmente addossata alle vittime di abusi riproduttivi, come lo è il peso del peccato. Quanto all’aborto, poi, secondo il Diritto canonico, qualsiasi persona che lo procuri ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae, e i preti vengono esclusi dall’ordinazione sacerdotale o non idonei all’esercizio ministeriale. Questo significa che «i sacerdoti riconosciuti colpevoli di questo reato non possono più esercitare i loro doveri sacerdotali, a meno che non siano giudicati degni di una dispensa».

    Due volte vittime

    Il prezzo psicologico e umano delle ragazze vittime è altissimo, anche in famiglia, dove sono loro, e non l’abusatore, a essere ritenute responsabili dello stupro. E, accanto alla colpevolizzazione delle vittime, si registra la frequente compassione verso i perpetratori clericali: nei casi di aborto, ad esempio, la discrepanza tra l’indifferenza degli alti funzionari cattolici verso la sofferenza femminile e la loro compassione per i perpetratori clericali diventa particolarmente palpabile. «Il Magistero della Chiesa – conclude Reisinger – è pronto a porre enormi oneri sulle ragazze e sulle donne. Esso proibisce persino la contraccezione d’emergenza, considerata un abortivo, e la rende indisponibile anche alle vittime di stupro nelle zone di conflitto civile»; «contrariamente a quanto talvolta si sostiene, non c’è traccia di un’esenzione ecclesiastica ufficiale che permetterebbe la contraccezione d’emergenza in casi estremi, per esempio alle suore che sono state stuprate in gruppo durante la guerra del Congo negli anni ‘60 o alle donne rifugiate del Kosovo negli anni ‘90. La Chiesa si aspetta che le ragazze e le donne accettino gravidanze che sono il risultato di stupri di guerra e che le portino a termine nel mezzo di conflitti, anche a rischio della loro stessa vita. In seguito a questo insegnamento irremovibile, anche le vittime di abusi riproduttivi si sentono in colpa dopo un aborto».

    https://www.adista.it/articolo/67672

  • Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Contrariamente al trend della Germania o della Francia dove i fedeli si mobilitano indignati per chiedere al Vaticano la rimozione di quei vescovi che hanno trasferito preti pedofili in altre diocesi per proteggerli, in Italia le cose sembrano andare alla rovescia. Lo dimostra il caso clamoroso di Enna. In questi giorni sta facendo scandalo l’incredibile ‘guerra’ delle petizioni scoppiata nella diocesi siciliana dove è appena stato arrestato dalle forze dell’ordine un giovane prete. L’accusa è pesante, avrebbe abusato di un minore che gli era stato affidato «per ragioni di istruzione e di educazione alla religione cattolica», come si legge in un comunicato della Questura di Enna.

    La storia – A seguito di questo arresto la Procura siciliana ha pure lanciato un appello per incoraggiare altre vittime a non avere timore e a denunciare. Ai tempi delle violenze il ragazzino abusato aveva appena 16 anni. L’incubo era iniziato nel 2009 e sarebbe andato avanti fino al 2013. Dall’ordinanza di applicazione della misura cautelare al prete si legge chiaramente che di queste violenze ne era a conoscenza il vescovo Rosario Gisana il quale, in barba alla tutela del minore, verso la fine del 2019, avrebbe spedito in una altra diocesi – Ferrara – il presunto pedofilo, il quale non solo ha continuato a rimanere a contatto con altri ragazzi ma in seguito è stato pure ordinato sacerdote dalla Chiesa di Enna.

    L’indagine – Nell’ordinanza si legge: «Il sospetto di una devianza sessuale sembra condiviso dallo stesso vescovo Gisana che a seguito della notizia dei fatti denunciati dalla vittima ha disposto il trasferimento dell’indagato a Ferrara anche al fine di avviarlo ad un percorso psico terapeutico. D’altronde l’indagine ha ampiamente dimostrato come le abitudini sessuali dell’indagato siano state e siano tuttora caratterizzate da note di perversione. Dall’analisi del contenuto del computer del religioso è emerso, infatti, che lo stesso è solito navigare in maniera sistematica e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi, in innumerevoli siti pornografici, rintracciabili con la parola chiave ‘teen’ e che più di recente ha avuto rapporti omosessuali con due giovani appena 19enni».

    Le petizioni – Dopo l’arresto del prete nella diocesi di Enna sono partite due petizioni antitetiche sul web che rimbalzano da un sito all’altro a caccia di iscrizioni. La prima è di solidarietà al vescovo Gisana per difenderlo dall’accusa di avere insabbiato e trasferito il prete abusatore.

    Sotto una foto in cui si vede Gisana che abbraccia Papa Francesco, si legge che di fronte agli attacchi «strumentali da parte di blogger, tendenti a denigrare e screditare l’operato del vescovo nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo la diocesi di Enna-Piazza Armerina vuole stringersi attorno al suo pastore per manifestargli vicinanza e solidarietà».

    La seconda petizione, invece, sempre fatta circolare sui canali web, di segno opposto, invita Papa Francesco ad aprire gli occhi e prendere provvedimenti verso questo vescovo che pur avendo saputo da una delle vittime – nel 2014 – che c’erano violenze di mezzo ha ugualmente trasferito il sacerdote al Nord con la motivazione di sottoporsi a cure. “Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana” si legge nella petizione.

    La prima denuncia arrivata alla diocesi di Enna diede effettivamente seguito ad una indagine previa da parte degli organi ecclesiastici e fu affidata a due preti del tribunale di Palermo, anche se non produsse alcun esito e finì nel nulla per difetto di competenza. Il prete in questione all’epoca era ancora seminarista.

    Tuttavia nel gennaio di quest’anno alla presunta vittima è stato offerta da parte della diocesi di Enna diretta dal vescovo Gisana, tramite la Caritas, 25 mila euro come possibile risarcimento.

    Papa Francesco – Proprio oggi, a proposito di vescovi insabbiatori, è arrivata la notizia che Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Porto-Santa Rufina di monsignor Gino Reali. Il vescovo – che ha 73 anni, due anni in meno rispetto all’età canonica di pensionamento – in una lettera ai fedeli della sua diocesi parla di “condizioni di salute” che non permettono di continuare, “il servizio attivo”. Tuttavia va ricordato che la diocesi da lui guidata fu coinvolta in un noto caso di pedofilia, quello di don Ruggero Conti, e monsignor Reali fu accusato dalle vittime proprio di favoreggiamento. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vescovi_insabbiatori_pedofilia_abusi_enna_vittima_papa_francesco_cei_germania_enna_gisana_cosa_e_successo_5_maggio_2021-5941008.html

  • Vittima (ora maggiorenne) scrive al Papa: sono stato abusato e il prete trasferito a Ferrara

    Vittima (ora maggiorenne) scrive al Papa: sono stato abusato e il prete trasferito a Ferrara

    Città del Vaticano – «Padre Santo, mi rivolgo a lei come capo della Chiesa a cui credo e mi affido sempre. Mi rivolgo a lei come ultima possibilità». Era il 20 ottobre 2020 e Alessandro (il nome è di fantasia), firmandosi con nome e cognome, scriveva una lettera terribile a Papa Francesco per riferire degli abusi subiti per anni, quando era minorenne, da parte di un prete di Enna (all’epoca seminarista). Era l’ultima possibilità che concedeva a se stesso prima di andare dritto in Questura. Voleva metterlo a conoscenza che il vescovo di Piazza Armerina, la diocesi siciliana dove si sono svolti i fatti risalenti a dieci anni fa – monsignor Rosario Gisana – pur «sapendo ogni cosa» decise di traccheggiare e trasferire per due anni il prete al Nord, a Ferrara, con la motivazione ufficiale che doveva terminare gli studi teologici. Nel frattempo visto che la giustizia ecclesiale si impantanava, e non vedendo nemmeno arrivare una risposta dal Papa, la vittima si è rivolta ai magistrati italiani. Ora la Procura di Enna sta indagando e il vescovo Gisana è stato ascoltato per ore dai magistrati il 21 gennaio.

    Alessandro, 27 anni, nella lettera al pontefice descrive con dovizia di particolari il calvario burocratico al quale è stato sottoposto dalla Chiesa: «Nel 2018 ho presentato una denuncia scritta a monsignor Rosario Gisana, il quale era già stato informato dai miei genitori che si erano recati da lui». La madre e il padre di Alessandro, infatti, ebbero un lungo incontro con il vescovo di Piazza Armerina l’anno prima, ma anche in quella occasione non successe nulla. Come spesso accade invece che tutelare le vittime, tante diocesi sono ancora orientate a fare quadrato sull’istituzione. Le conseguenze psicologiche per le vittime però sono devastanti.

    «Mi sono ritrovato a percorrere un inutile calvario di udienze private, interrogatori, incontri che hanno portato all’avvio di una indagine previa che ha coinvolto il Tribunale ecclesiastico di Palermo». Di quella indagine canonica però «non se ne è più saputo nulla» e, allo stato attuale, sembrano risultati vani tutti i tentativi della vittima, della sua famiglia e dei suoi legali di avere informazioni. Insomma, il solito muro di gomma.

    Intanto il presunto prete abusatore, don Giuseppe Rugolo, dopo essere stato ordinato sacerdote – e continuando a gestire una associazione di ragazzini da lui creata – nell’ottobre 2019 per tacitare la bufera fu spedito per due anni «in un luogo adatto, e affidato alle cure da chi avrebbe potuto aiutarlo ad emendarsi». La meta prescelta era Ferrara, dove arrivò con la benedizione del vescovo locale, monsignor Perego. Il sacerdote (che ha continuato a presenziare a cerimonie religiose anche perchè, come ha fatto sapere la diocesi di Ferrara «al momento della sua venuta – nel 2019 – non esisteva alcun impedimento canonico, affinché potesse completare a Padova il curriculum universitario».

    I genitori del ragazzo hanno fatto sapere che intanto venivano contattati dalla diocesi siciliana, attraverso la Caritas che ha offerto loro dei “soldi in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio”. Cosa che è stata subito scartata perchè quello che vuole la presunta vittima è il riconoscimento degli abusi.

    Alessandro al Papa manifesta solo sgomento: «Il mio dolore si è ripresentato anche quando ho visto che don Rugolo veniva intervistato da Tv2000, la tv dei vescovi, in prossimità della Pasqua, durante il lockdown dell’anno scorso per raccontare la realtà di aggregazione giovanile di Enna». Mesi dopo il sacerdote ha fatto anche rientro a Enna «come se nulla fosse», partecipando persino alle processioni. La vittima implora il Papa di prendersi carico di questo caso «e per il bene della Chiesa che si ponga rimedio al comportamento negligente e rischioso per i giovani». Visto che don Rugolo continua a frequentare i giovani.

    La Procura di Enna va avanti con gli interrogatori e le indagini ed è decisa, secondo quanto afferma l’Ansa, a non lasciare correre. La associazione nazionale delle vittime della pedofilia, l’Abuso ha denunciato per reato omissivo i due vescovi – quello di Enna e quello di Ferrara – anche se al momento non risultano iscritti al registro degli indagati perché la denuncia è stata inserita dai magistrati nella indagine principale. Dalle indagini condotte risulterebbe che il tribunale ecclesiastico avrebbe archiviato il caso del parroco autore di abusi presunti sul minorenne per difetto di competenza tecnico giuridica visto che all’epoca dei fatti il prete era ancora seminarista.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_abusi_lettera_papa_vittima_enna_inchiesta_procura_gisana_vescovo_ferrara_perego-5887697.html

  • Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTA’ DEL VATICANO. Da Colonia alla Polonia, l’eco degli scandali per gli abusi del clero si rinfocola nel cuore dell’Europa. Mentre in Germania, il Papa concede un «time out» al vescovo di Amburgo, Stefan Heße, dimessosi dopo la pubblicazione del report sugli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia dal Dopoguerra in poi, nella vicina Polonia cala su due vescovi la punizione del Vaticano per aver occultato casi di pedofilia nelle loro diocesi. Un provvedimento, questo, che arriva dopo mesi di polemiche e indagini. I due vescovi in questione sono l’arcivescovo di Danzica, Leszek Sławoj Głódzie, e l’ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, nomi accompagnati da anni da un vespaio di critiche in Polonia per i comportamenti inappropriati non solo sui casi di abusi, ma anche per questioni legate all’amministrazione del ministero.

    Un comunicato presentato oggi dal nunzio in Polonia alla stampa – visionato da Vatican Insider -, informa che la Santa Sede, dopo aver ricevuto rapporti formali, ha condotto un procedimento per negligenza sulla base delle «disposizioni del Codice di Diritto canonico» e delle indicazioni del Motu proprio del 2019 «Vos estis Lux mundi» con il quale Papa Francesco ha stabilito nuove e universali norme procedurali circa l’«accountability» (la responsabilità) di vescovi.

    All’arcivescovo Głódzie è stato imposto l’ordine di risiedere fuori dall’arcidiocesi di Danzica, il divieto di partecipare a cerimonie o riunioni religiose pubbliche, l’obbligo di pagare con fondi personali un importo appropriato alla fondazione «Fundaja tow» che aiuta vittime di abusi. Il 13 agosto 2020 Francesco aveva accettato la rinuncia presentata a 75 anni da Głódź e nominato a Danzica un amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» (fino a diverso provvedimento) nella persona di monsignor Jacek Jezierski. Quest’ultimo, coadiuvato da sacerdoti esterni alla diocesi, ha condotto le indagini sull’arcivescovo, circondato da critiche e contestazioni sin dagli Anni 80.

    Le stesse pene di Glódź sono state imposte a monsignor Janiak: quindi il divieto di vivere nella diocesi di Kalisz e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e l’obbligo di pagare di tasca propria una somma adeguata alla fondazione per le vittime. Janiak è accusato di aver coperto un prete della sua diocesi, padre Arkadiusz Hajdasz, spostato in varie parrocchie dove per oltre un quarto di secolo ha abusato di diversi minorenni, senza però mai essere punito. La vicenda era stata portata alla luce sempre dal docufilm dei Sekielski, che intervistavano due vittime di Hajdasz e affermavano che Janiak gli avesse garantito protezione. Sul caso era stata condotta un’indagine preliminare dall’arcivescovo di Poznan, Stanislaw Gadecki, ma il primate di Polonia, l’arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, nell’estate 2020 aveva poi rimesso tutto nelle mani della Santa Sede inviando un appello formale per chiedere di «avviare procedure». Papa Francesco, il 25 giugno di quell’anno, aveva nominato a Kalisz un amministratore apostolico «sede plena», il metropolita di Lodz Grzegorz Rys, ordinando a Janiak (rimasto nominalmente ordinario) di rimanere fuori dalla diocesi per il tempo delle indagini sulla negligenza.

    Sempre in Polonia, neanche due settimane fa, era circolata la notizia che fosse in vista un provvedimento contro il cardinale Stanislaw Dziwisz, figura eminente della Chiesa polacca, per 39 anni segretario particolare di Giovanni Paolo II. Una commissione statale sembra accusare il famoso porporato di aver ignorato denunce di violenze sessuali di sacerdoti su minori dopo essere diventato arcivescovo di Cracovia nel 2005. Dziwisz ha sempre respinto tali addebiti, affermando di aver trascorso gli ultimi cinquant’anni della sua vita «al servizio della Chiesa, del Papa e della Polonia» e di avere fiducia in «un’indagine trasparente».

    Spostandosi al confine, gli scandali per la pedofilia del clero continuano a tormentare anche la Germania, dove il 18 marzo sono stati presentati i risultati di un’indagine indipendente sulla gestione degli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia. Il report, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger su commissione del cardinale Rainer Maria Woelki, ha mostrato numeri drammatici: oltre 200 abusatori, 314 vittime, violenze avvenute dal 1975 al 2018 e il 63% per colpa del clero. Alcuni vescovi, dopo la pubblicazione, hanno presentato al Papa le dimissioni; tra questi il pastore di Amburgo, Stefan Heße, ex direttore del personale per l’arcidiocesi di Colonia e vicario generale dell’allora cardinale Joachim Meisner, scomparso nel 2017. A Heße, secondo il report, sono da ascrivere undici violazioni di obblighi d’ufficio (a Meisner, invece, ventiquattro, circa un terzo di tutti i casi esaminati). Heße si è dimesso il giorno stesso, pur affermando di non aver «mai partecipato a insabbiamenti»: «Sono pronto ad assumermi la mia parte di responsabilità per il guasto del sistema». Oggi il Papa ha offerto «una prima risposta» alla rinuncia del vescovo concedendogli «una pausa», senza specificarne la durata. Durante la sua assenza, il vicario generale Ansgar Thim si occuperà della «corretta amministrazione» della chiesa di Amburgo.