Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Pedofilia nella Chiesa, il nuovo prefetto della Congregazione non denunciò un prete pedofilo

    Pedofilia nella Chiesa, il nuovo prefetto della Congregazione non denunciò un prete pedofilo

    Francisco Ladaria Ferrer è stato promosso da Papa Francesco al posto del tedesco Gerhard Ludwig Müller, licenziato perché avrebbe fatto poco contro la pedofilia nella Chiesa

    Ombre pesanti si allungano su Francisco Ladaria Ferrer, il nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, appena nominato da Papa Francesco. Secondo quanto scrivono la Repubblica e L’Espresso, Ladaria non avrebbe denunciato un prete pedofilo, lasciando che, da ex prete, violentasse altri bambini nella stessa comunità. I giornalisti Emiliano Fittipaldi e Giuliano Foschini hanno ricostruito la vicenda di Don Gianni Trotta, ormai ex sacerdote che, condannato come pedofilo a spretarsi, non venne denunciato alle autorità su richiesta proprio di Ladaria.

    Dopo il caso del cardinale George Pell e le accuse nei suoi confronti di aver coperto preti pedofili in Australia, Papa Francesco si trova ad affrontare un’altra vicenda spinosa.

    L’aggravante, ricorda Repubblica, è che la nomina di Ladaria è stata decisa dal Pontefice in sostituzione del tedesco Gerhard Ludwig Müller che, a detta del Santo Padre, non avrebbe fatto abbastanza per combattere il fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Ladaria a oggi presiede l’organo che un tempo era noto come Santa Inquisizione e che ancora oggi vigila sulla purezza della dottrina della Chiesa cattolica.

    Secondo la ricostruzione dei due giornalisti, Trotta viene processato per pedofilia e violenza sessuale dal Vaticano nel 2009: parroco di un piccolo paese in provincia di Foggia, viene condannato alla massima pena, cioè la messa in stato laicale, con un decreto firmato da Ladaria, allora segretario della Congregazione, e dal suo superiore, il prefetto William Levada.

    Appartenente alla congregazione della Piccola Opera della divina provvidenza e residente nel vescovado di Lucera, Trotta viene costretto ad abbandonare la Chiesa perché “colpevole di delitti con minori contro il sesto comandamento“. La citazione arriva da un decreto in latino, citato da Repubblica e L’Espresso, del 16 marzo 2016 a firma di Ladaria: è in quel documento che, pur riconoscendolo Trotta come pedofilo, si chiede di non dire nulla alle autorità italiane per non “dare scandalo ai fedeli“.

    L’esatta frase citata dai due giornalisti recita: “l’ordinario faccia in modo per quanto possa, che la nuova condizione del sacerdote dimesso non dia scandalo ai fedeli“.

    Ladaria chiede dunque il silenzio, permettendo così a Trotta di rimanere nel paesino come allenatore della locale squadra di calcio dei pulcini. Sotto la nuova veste le violenze non si fermano e l’ex parroco abusa di alcuni bambini, oltre a molestare via chat delle bambine: secondo le accuse della procura di Bari sono decine le vittime.

    Come fanno notare i giornalisti, la procedura seguita da Ladaria è perfettamente legale: in base ai Patti Lateranensi i membri della Chiesa non hanno l’obbligo di denunciare eventuali condotte dei sottoposti, anche se hanno rilevanza penale.

  • Rete L’ABUSO si rinnova con un portale più accessibile e facile da consultare

    Rete L’ABUSO si rinnova con un portale più accessibile e facile da consultare

    E’ attivo il nuovo portale della Rete L’ABUSO, completamente rinnovato nell’impaginazione e nei contenuti oggi accessibili con estrema facilità.

    Si parte dalla nuova home-page, più ampia e leggibile dalla quale sono stati rimossi i menu in alto contenenti le varie regioni italiane, nella versione precedente poco visibili, ora invece sono consultabili direttamente dalla home-page nella quale sono riportate per ogni regione le ultime tre notizie pubblicate.

    Potenziato anche il sistema di ricerca interna al sito, oggi in grado di restituire risultati con maggiore precisione grazie all’implementazione di “Omniseach”.

    Aggiornato e rivisto anche lo storico database dei preti condannati in Italia e di quelli attualmente sotto indagine al quale, per una più semplice consultazione è stato aggiunto un modulo di ricerca dedicato. Sia i database che la mappa italiana interattiva dei preti pedofili oggi sono direttamente consultabili dalla home-page del sito.

    Implementata anche la mailing-list alla quale abbiamo aggiunto i TG REGIONALI gestibili direttamente dal link “Gesisci la tua iscrizione”che trovate in fondo a tutte le mail che vi inviamo. Dopo aver effettuato la vostra iscrizione dall’apposito form “Iscriviti alla Newsletter” che trovate nella home-page, potrete ulteriormente gestire da quali regioni italiane volete ricevere le newsletters o se restare nella lista di defaul “Tutte le liste”.

    Nella speranza che il nostro costante impegno nella causa sia cosa a voi gradita, vi invitiamo ad inviarci eventuali suggerimenti.

    Lo Staff della Rete L’ABUSO

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  • Marie Collins: “La nomina in Vaticano del cardinale Pell uno schiaffo per le vittime australiane”

    Marie Collins: “La nomina in Vaticano del cardinale Pell uno schiaffo per le vittime australiane”

    La donna abusata dai preti pedofili ed ex membro della Commissione contro questi reati: “Le accuse contro di lui erano già pesanti, affidargli quell’incarico fu un vero affronto. Il suo congedo, seppur positivo, arriva troppo tardi”

    ROMA – “Non conosco le motivazioni dell’accusa, e non giudico colpevole una persona prima che venga processata. Ciò che tuttavia è certo è che il cardinale Pell è colpevole di non aver trattato nel modo giusto i casi di pedofilia commessi da preti quando era arcivescovo in Australia. La sua nomina in Vaticano fu uno schiaffo anzitutto per le vittime australiane, poi per chi nella Chiesa lavora contro la pedofilia. Pell non doveva nascondersi Oltretevere senza rispondere alle vittime. Il suo congedo, seppur positivo, arriva a mio avviso troppo tardi”.

    La sospensione di Pell non rappresenta una rivincita contro la Curia romana, per Marie Collins, l’irlandese vittima di pedofilia da parte del clero che nel marzo scorso si dimise dal suo incarico vaticano per le resistenze interne al suo lavoro di pulizia, ma “seppur tardivo resta il segno che qualcosa sta cambiando”.

    Il congedo di Pell doveva arrivare prima?
    “Per me sì. Pell doveva essere trattato secondo le procedure che prevedono che quando si viene accusati si lasciano gli incarichi fino a prova contraria. In ogni caso, ora che esiste un’accusa esplicita su di lui, al di là delle altre accuse di non aver trattato nel giusto modo i casi dei preti quando era il responsabile di diocesi australiane, il congedo è una buona notizia”.

    Cosa non funziona in Vaticano?
    “È stato deciso che i vescovi negligenti nella lotta agli abusi siano rimossi. Ancora non mi risulta che questa disposizione è stata mai applicata. Perché? Erano solo belle promesse? O cosa?”.

    Mesi fa era impensabile che un alto prelato della Curia romana si facesse da parte per rispondere ad accuse di pedofilia?
    “Credo di sì. È la prima volta che a essere accusato è un cardinale della Curia romana. In passato anche altre figure di rilievo nella Chiesa hanno subìto accuse, ma qui si tratta di una personalità con un incarico di primissimo piano a Roma”.

    Cosa pensa dell’indagine e delle accuse australiane?
    “Non so nulla in merito e non mi pronuncio. Insisto però nel dire che tornare in Australia e prendersi del tempo rispetto al lavoro ordinario è decisivo. Significa che forse si è capito che dalle accuse non bisogna mai fuggire, ma rispondere. L’obiettivo deve sempre essere quello di arrivare alla verità, cercarla e ad essa puntare. L’accusa permetterà tutto ciò e la cosa non potrà che essere positiva sia per Pell sia per la Chiesa”.

    La vicenda ha qualche attinenza con le accuse mosse da lei circa le resistenze interne?
    “Non c’entra con Roma, ma è semplicemente inerente a un porporato che risiede a Roma. Ma i fatti, da verificare, sono avvenuti altrove e parecchi anni fa”.

    Per Francesco cosa rappresenta tutto ciò? Anche per lui non è facile fare pulizia?
    “Per Francesco non è facile, è evidente. Ma se l’impunità non è concessa ad alcuno, neanche ad un cardinale importante

    come Pell, Francesco non ha nulla da temere. Questa è l’unica strada da percorrere, anche di fronte al dolore delle tante vittime. La cosa importante è non fuggire, non coprire. In questo senso l’annuncio di ieri del congedo rappresenta una svolta”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/06/30/news/scandalo_nella_chiesa_marie_collins_la_nomina_in_vaticano_del_cardinale_pell_uno_schiaffo_per_le_vittime_australiane_-169588872/

  • Pedofilia: papa Francesco e i suoi (improbabili) uomini di fiducia

    Pedofilia: papa Francesco e i suoi (improbabili) uomini di fiducia

    Di Federico Tulli

    E così, mentre tutta la stampa e i politici esaltano un capo di Stato straniero per aver puntato l’indice contro le “pensioni d’oro” che lo Stato italiano elargisce sulla base di leggi italiane – facendo finta di non sapere che lo stesso Stato italiano paga profumate pensioni, per dirne una, ai cappellani militari che rispondono agli ordini di quel capo di Stato straniero -, accade che il numero tre dello Stato straniero, guidato dal capo in questione e chiamato da costui a dirigere il superministero più importante: quello della Trasparenza economica e finanziaria, confermi di non essere la persona più adatta a ricoprire un ruolo tanto delicato finendo in grossi guai per questioni di pedofilia. Su Left lo avevamo anticipato oltre un anno fa (vedi il numero 10 del 5 marzo 2016) ma facciamo qualche nome, ché magari qualcuno un po’ distratto non ha capito di chi stiamo parlando.

    Lo Stato straniero è il Vaticano, il capo è papa Francesco, il presunto pedofilo superministro dell’Economia della Santa sede è il cardinale australiano George Pell.

    La notizia è arrivata in Italia questa notte: Pell è stato incriminato in patria per tre casi di violenza su minori. La notifica di reato – riferisce la radio nazionale Abc – è stata recapitata a Melbourne ai suoi rappresentanti legali dalla polizia dello Stato di Victoria mercoledì 28 mattina. L’alto prelato che fa parte dei cosiddetti C9, i Consiglio dei nove cardinali di fiducia di papa Bergoglio, è stato subito messo in aspettativa dal pontefice per potersi recare in Australia e difendersi personalmente dalle gravi accuse che si sommano a quelle di aver protetto dei preti pedofili e insabbiato decine di casi quando era arcivescovo di Melbourne.

    A questo punto è doveroso tornare a marzo del 2016. Precisamente a quando l’esaltatissima – sempre dai politici e dalla stampa nostrana – Pontificia commissione per la protezione dei minori insediata da papa Francesco nel 2014, ha espulso uno dei due componenti laici, l’avvocato inglese Peter Saunders. Come raccontammo su Left, la defenestrazione di Saunders andava messa in relazione alle sue accuse contro il card. George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto senza però riuscire a evitare di deporre dal 28 febbraio 2016 di fronte alla commissione governativa australiana sui crimini pedofili. Tre mesi dopo il cardinalissimo è finito sotto inchiesta per violenze da lui stesso compiute. E ora la notifica di reato.

    «Non sono qui per difendere l’indifendibile» aveva detto mons. Pell a Roma ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini: troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze» ha osservato il cardinale tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili» ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione. Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida (sempre quello che critica le pensioni d’oro).

    Papa Francesco «non ha fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini» disse Peter Saunders alla Bbc poco dopo essere stato espulso dalla Commissione, definendo «oltraggiosa» la nomina dell’amico personale di Bergoglio, mons. Juan de la Cruz Barros Madrid a vescovo di Osorno in Cile sebbene fosse sospettato di aver protetto padre Karadima, un potentissimo sacerdote condannato per pedofilia nel 2011.

    Ma non c’è solo questo a mettere in contraddizione la realtà dei fatti con le parole, i proclami, gli avvertimenti e gli annunci di “tolleranza zero” contro la pedofilia che papa Francesco lancia in continuazione appena si trova un microfono davanti.

    Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio nel 2014 i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per la tutela dell’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di questi pedofili la dimissione dallo stato clericale è arrivata SOLO dopo una condanna penale “laica” (come per esempio è accaduto di recente a don Inzoli, alto esponente di Comunione e Liberazione e fondatore del Banco alimentare). Per altri invece si è espresso solo il tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa si rifiutarono di fornire queste notizie agli investigatori dell’Onu che anche per questo hanno accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto per caso papa Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. A proposito di pedofilia, come nel caso di George Pell, il superministro della trasparenza, i fatti e la… trasparenza in Vaticano stanno sempre a zero. Mentre la tolleranza viaggia a vele spiegate, o meglio in business class verso Melbourne.

    Pedofilia: papa Francesco e i suoi (improbabili) uomini di fiducia

  • Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    di ELENA BASSO

    Al Dig Festival di Riccione è stato presentato in anteprima assoluta Dietro l’altare di Jesus Garces Lambert, il documentario in cui lo storico britannico John Dickie indaga sulla pedofilia all’interno della Chiesa. Left ha colto l’occasione per intervistarlo.

    «Con questo documentario – racconta Dickie – ho cercato di capire se le parole di papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa corrispondano a una reale volontà di cambiare, a una reale volontà di rispondere al dramma pedofilia». E quali conclusioni ha tratto? «Sono pessimista – dice lo storico -. Il papa ha istituito una Commissione pontificia affinché si occupi dei casi di abuso, che però per ora non ha fatto nulla. È un organo di consulenza che non ha alcun potere effettivo: si è riunito pochissime volte ed è così inefficace che gli unici due rappresentanti delle vittime di sacerdoti pedofili si sono dimessi. Questa – prosegue – è ovviamente una drammatica dimostrazione di disinteresse e della assenza di reale voglia di cambiamento». Secondo Dickie non è l’unica. «Il numero di protettori di pedofili che il papa stesso ha promosso. Ci sono tanti nomi non solo quelli che abbiamo menzionato nel nostro documentario. I nomi sono molti, cito il caso più eclatante: il cardinale George Pell che essenzialmente è il numero tre all’interno della Santa sede, responsabile delle finanze del Vaticano e che non soltanto è stato colpevole di aver protetto pedofili quando era vescovo in Australia, ma addirittura è accusato lui stesso di aver commesso atti di pedofilia, rifiutandosi di tornare in Australia per rispondere di queste accuse».

    Con la sua inchiesta ripresa nel film di Jesus Garces Lambert, John Dickie non si ferma solo allo Stato vaticano e alle responsabilità dei gerarchi della Santa Sede. Indaga infatti su molti dei più recenti scandali in diverse parti del mondo: dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Italia all’Argentina.

    Negli Stati Uniti, Dickie intervista Mark Rozzi, candidato democratico della Pennsylvania, che da bambino è stato violentato da un sacerdote della parrocchia che frequentava. Mark Rozzi porta avanti da anni una strenua lotta contro la pedofilia nella Chiesa cattolica, ma sin dall’inizio si è reso conto di quanto questa battaglia sia difficile, persino negli Stati Uniti, il Paese in cui nel 2002 grazie ai giornalisti del team Spotlight del Boston globe emerse il primo grande scandalo di questo millennio.

    Dickie indaga poi sul caso dell’istituto Provolo, seguendo la storia dei crimini che partendo dall’Italia arrivano fino in Argentina. Come Left ha raccontato sin dal 2010, il caso Provolo è stato uno dei più abominevoli casi di pedofilia della storia: all’interno dell’istituto per sordomuti A. Provolo di Verona sono stati stuprati decine di bambini. Dickie racconta la storia inquietante di don Corradi, che dopo essere stato accusato di aver abusato di bambini sordomuti all’interno del Provolo di Verona, è stato spedito in Argentina a dirigere la filiale di Mendoza. E qui è stato arrestato a novembre 2016 con l’accusa di pedofilia. A differenza di quanto successo in Italia, in Argentina il caso di don Corradi e del Provolo ha ottenuto grande visibilità sui media. Da parte della Santa Sede e dei suoi media, invece, silenzio totale e nessuna considerazione.

    A quattro anni dall’insediamento di papa Francesco la sua riforma contro la pedofilia è in stallo totale, ricorda Dickie: «Due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che ha coperto gli abusi è stato punito». Alcuni come nel caso di Pell, sono stati chiamati dallo stesso pontefice ai vertici della Santa Sede. John Dickie inoltre ci ricorda i terribili dati raccolti dal rapporto della Santa Sede per la Commissione Onu in cui vengono riportati gli sconcertanti numeri dei casi di pedofilia dal 2004 al 2013: 3.420 preti sono stati denunciati per abuso di minori, 848 sono stati laicizzati e 2572 hanno ricevuto condanne inferiori. «Stando a questi numeri, un prete su quattro nel mondo è stato coinvolto in casi di pedofilia” afferma Dickie e conclude: “Papa Francesco dice di avere tolleranza zero verso i preti pedofili, ma a me questa sembra tolleranza al 75 per cento».

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

  • Polizia australiana: “Il cardinale Pell incriminato per gravi reati sessuali”

    Polizia australiana: “Il cardinale Pell incriminato per gravi reati sessuali”

    All’ex arcivescovo di Melbourne e ora prefetto degli Affari economici del Vaticano sarebbe contestata anche l’accusa di stupro

    SYDNEY – Il cardinale australiano George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto degli Affari economici del Vaticano, è stato incriminato per gravi reati sessuali. Lo riferisce il Sydney Morning Herald online. La polizia australiana ha confermato la notizia.

    I reati contestati sono almeno tre, fra cui un’accusa di stupro. L’annuncio è destinato a suscitare violente reazioni nella Chiesa cattolica d’Australia e del mondo, osserva il quotidiano australiano.

    Le accuse contro il cardinale Pell sono emerse al termine di una lunga indagine in Australia per abuso sessuale sui bambini, indagine richiesta dal governo nel 2012. Il Cardinale Pell era stato sentito tre volte in questo contesto e ha ammesso davanti alla commissione d’inchiesta di aver “fallito” nella sua gestione dei preti pedofili, nello stato di Victoria.

    Pell è stato ordinato sacerdote nel 1966 a Roma, prima di tornare in Australia nel 1971, dove raggiunse i più alti ranghi della gerarchia cattolica. Il cardinale è stato scelto nel 2014 da Papa Francesco per portare più trasparenza nelle finanze vaticane.

    l cardinale George Pell è il più alto rappresentante vaticano mai coinvolto in una inchiesta di pedofilia. Le notifiche di reato sono state consegnate dalla polizia dello stato australiano di Victoria questa mattina ai rappresentanti legali di Pell a Melbourne e presentate al tribunale detto Magistrates Court, davanti a cui il prelato è chiamato a comparire il 18 luglio. Nel dare l’annuncio il vice commissario di polizia Shane Patton ha precisato che le accuse riguardano più querelanti e che le indagini hanno riguardato reati che sarebbero stati commessi negli anni 1970 a Ballarat, città nativa di Pell dove allora era sacerdote. Patton ha sottolineato che” il processo e le procedure seguite sono state le stesse di quelle applicate in una vasta gamma di reati sessuali storici, tutte le volte che li investighiamo”.

    Pell ha ripetutamente respinto ogni asserzione contro di lui. Quando in una recente intervista da Roma a una TV australiana gli è stata menzionata la possibilità di essere incriminato, ha detto: “Vorrei solo riaffermare la mia innocenza. Confermo tutto quanto ho detto davanti alla commissione australiana d’inchiesta (sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali su minori, ndr) e in altre sedi. Dobbiamo rispettare i dovuti procedimenti, aspettiamo la conclusione e ovviamente continuerò a cooperare pienamente”, ha aggiunto. Alla domanda se fosse disposto ad andare in Australia ha ripetuto: “continuerò a cooperare pienamente”.

    L’alto prelato, in un comunicato diffuso nella notte, ha respinto con estrema decisione le accuse: “Non ho mai commesso sevizie sessuali su minori”, ha ribadito, confermando l’intenzione di recarsi in Australia per l’udienza del tribunale, il prossimo 18 luglio, con l’intenzione “di difendere strenuamente la mia innocenza”. Il cardinale, però, ha bisogno del nullaosta del suo medico per il viaggio, “nullaosta che ho immediatamente richiesto”, ha aggiunto Pell.

    Lo scorso ottobre tre detective della task force della polizia del Victoria, istituita per indagare su fatti emersi durante i lavori della Commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali su minori, si erano recati a Roma per interrogare Pell, il quale non si è sottratto alle domande. La sua collaborazione sarà necessaria anche adesso per far andare avanti il procedimento, dato che l’Australia ha un trattato di estradizione con l’Italia ma non con il Vaticano.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2017/06/29/news/media_il_cardinale_pell_prossimo_a_incriminazione_per_gravi_reati_sessuali_-169443471/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

  • Al DIG Festival la docu-inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Al DIG Festival la docu-inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Behind The Altar – Dietro l’Altare, rivelazioni ed evidenze che hanno scosso la comunità cattolica e non solo.

    Nei suoi primi quattro anni di pontificato Francesco I ha fatto molto poco per punire preti pedofili e vescovi che ne hanno coperto gli abusi. Il regista messicano Jesus Garcel Lambert racconta attraverso l’investigazione dello storico inglese John Dickie i motivi di un problema che ha il suo cuore nella Chiesa. Da Behind The Altar – Dietro l’Altare arrivano rivelazioni ed evidenze che hanno scosso la comunità cattolica e non solo. Una produzione GA&A Productions, in co-produzione con ZDF/Arte, EO, Witfilm, e in associazione con EFFE TV – media hub del Gruppo Feltrinelli e altri nove broadcasters internazionali, il documentario verrà presentato in anteprima mondiale giovedì 23 giugno in occasione del DIG Festival di Riccione: introduce l’anteprima un incontro di approfondimento moderato da Marco Nassivera di ARTE, che vede protagonisti John Dickie e il giornalista Emiliano Fittipaldi, scelto da Feltrinelli con la produzione per introdurre la versione italiana del documentario e voce autorevole delle tematiche affrontate in questo lavoro d’inchiesta.

    Il DIG Festival, giunto alla sua terza edizione, si apre quest’anno con un’anteprima esclusiva, segno dell’impegno dell’associazione nel sostenere e promuovere brillanti lavori d’inchiesta e giornalismo di qualità. Da venerdì 23 a domenica 25 giugno nel centralissimo piazzale Ceccarini di Riccione, quartier generale dell’evento, tre giorni di incontri con i migliori reporter del mondo, talk, proiezioni in prima assoluta, spettacoli, incontri di formazione per professionisti e freelance, che si chiuderanno con l’assegnazione dei prestigiosi DIG Awards, riservati alle migliori inchieste e reportage televisivi dell’anno. La cerimonia di premiazione è in programma per sabato 24 giugno alle ore 21.30, sempre in piazzale Ceccarini.

    Quest’anno DIG Festival propone un programma particolarmente ricco di appuntamenti, completo di workshop, accreditati ai fini della formazione continua dall’Ordine dei Giornalisti. Cybersecurity, censura, democrazia e diritti umani. DIG continua a scavare e a lavorare sui temi più caldi dell’attualità: dai vizi del sistema economico finanziario ai debiti delle banche, dall’impatto delle tecnologie digitali sulla privacy all’analisi dei fenomeni migratori tramite data journalism, fino ai black file della Repubblica italiana. Tra le novità, i laboratori per bambini (radiofonici e di carta stampata) e una Hacking Room completamente ridisegnata, dove imparare tutti i trucchi per difendersi dalle più invasive forme di controllo digitale.

    http://www.riminitoday.it/cronaca/al-dig-festival-la-docu-inchiesta-sulla-pedofilia-nella-chiesa.html

  • Un sondaggio sulla pedofilia boccia Bergoglio

    Un sondaggio sulla pedofilia boccia Bergoglio

    Stando ai servizi della tv italiana, si direbbe che Bergoglio goda di una popolarità a dir poco straordinaria: semplice, alla mano, bonaccione, pronto a farsi delle belle e sonore risate, appare proprio come un nonnino universale, un vicino di pianerottolo, un buon parroco di campagna, se non addirittura un rivoluzionario dei costumi vaticani senza precedenti storici. L’apparenza inganna, mai proverbio fu più vero e potremmo constatarlo tutti se soltanto la stampa facesse parlare anche i suoi detrattori.

    Lo prova un sondaggio realizzato dalla Rete L’Abuso fondata e diretta da Francesco Zanardi e incentrato proprio sulla sua persona: Giorgio Bergoglio alias papa Francesco. Un sondaggio coraggioso e rivelatore che si compone di appena cinque domande con l’obiettivo di capire qual è la percezione dello stato delle cose da parte dell’opinione pubblica e proporre possibili soluzioni già attuate con ottimi risultati in altri paesi.

    La partecipazione è stata davvero notevole, basti pensare che un sondaggio simile era stato proposto nel 2014 da “Il fatto quotidiano” che, sulla base già buona di un campione di circa 1600 votanti, ebbe un risultato coerente con quello ottenuto adesso dalla Rete L’Abuso su un campione di ben 4.010 votanti, raccolti sui vari social in soli 31 giorni.

    Prima domanda: “Pensi che le misure adottate da Papa Francesco per contrastare la pedofilia nella Chiesa siano sufficienti?”. Il 15,1% ha risposto si mentre l’84,9% le ritiene insufficienti e questo nonostante la “tolleranza zero” tanto annunciata dalla Santa Sede e oggi assolutamente delusa.

    Seconda domanda: “La Conferenza episcopale italiana ha deciso di non denunciare i preti pedofili “per tutelare la privacy delle vittime”. Sei d’accordo?” il 15,04% ha risposto di sì mentre il 84,96% ha risposto che non è per niente d’accordo.

    Terza domanda: “In molti Paesi europei le inchieste governative hanno accertato decine di migliaia di casi di violenza sui minori, inchiodando la Chiesa alle proprie responsabilità. Pensi che anche in Italia sarebbe utile una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero?”. L’85,75% ritiene che sia utile e solo il 14,25% non la ritiene utile.
    Il nostro paese infatti non ha mai quantificato l’entità del fenomeno sul territorio e non ha mai prodotto un dato pubblico ufficiale.

    Quarta domanda: “Sai che dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici” appartenenti alla sua diocesi? Considerando che, di contro, mai nessun vescovo italiano ha denunciato un caso di violenza su minori, ritieni che il suddetto comma vada eliminato?”.  L’82,21% ha risposto sì mentre il 17,79% ritiene che questo articolo debba restare immutato. A tal proposito va ricordato che anche l’ONU nel 2014 chiese al governo italiano di rivedere alcuni articoli del Concordato tra Italia e Santa Sede tra i quali quelli che sollevano i vescovi dall’obbligo della denuncia. Ma il Governo italiano si è guardato bene dal farlo.

    Quinta domanda: “Molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto. In Svizzera, il governo ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. Pensi che sarebbe utile anche in Italia?”. L’87,95% ha risposto di sì e solo l’12,05% no.

    In questi ultimi 15 anni, da quando emersero i primi casi negli Stati Uniti, al di là dei sermoni puntualmente riportati dai media, il Vaticano non ha ancora reso alle vittime nemmeno un risarcimento umano. Tocca dunque allo stato italiano il dovere di tutelare i propri cittadini anziché continuare a rendersi complice di crimini efferati come ha fatto fino ad oggi, rendendo sacrificabile la vita di tanti bambini e adolescenti.

    “La Santa Sede – scrive infatti l’avvocato Carlos Lombardi, Procuratore della Rete dei sopravvissuti all’abuso sessuale ecclesiastico – non solo mantiene la rete di pedofilia istituzionalizzata e continua con la sua prolissa pratica di violare il diritto internazionale dei diritti umani, non solo non garantisce i diritti delle vittime, ma nega di informare le autorità statali e gli organismi internazionali dello stato dei suoi procedimenti interni”.

    “Si chiamano tribunali – spiega Francesco Zanardi – proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistiti siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici: la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione”.

    Raffaella Mauceri

  • «Prete pedofilo? Paghi la Diocesi»

    «Prete pedofilo? Paghi la Diocesi»

    Don Mauro alla sbarra, i legali delle parti civili: «Vale la responsabilità oggettiva»

    L’Arcidiocesi di Milano e la Parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano sono chiamate a rispondere per «responsabilità oggettiva» e, in quanto tali, in caso di ipotetica condanna, a contribuire al risarcimento del quindicenne vittima dei presunti abusi sessuali commessi da don Mauro Gallinel dicembre del 2011.

    C’è stato subito un colpo di scena nella prima udienza del processo davanti ai giudici della quinta sezione del Tribunale penale del capoluogo lombardo a carico del giovane sacerdote, ora sospeso, che molti ancora a Legnano ricordano per i suoi sette mesi trascorsi nel 2012 nella parrocchia di San Pietro, cuore del rione Canazza, con il ruolo di vicario pastorale nonché di responsabile della pastorale giovanile di tutto l’Oltresempione.

    L’iniziativa porta la firma degli avvocati Fulvio Gaballo e Angelo Scarano, che rappresentano gli interessi della presunta vittima (oggi ventunenne) e dei suoi due genitori, e ricorda da vicino le cause che, soprattutto negli Stati Uniti – flagellati dalla piaga dei preti pedofili -, hanno finito per mandare in fallimento diverse diocesi. Come hanno argomentato nel corso dell’udienza le parti civili, Arcidiocesi (nella persona dell’arcivescovo Angelo Scola) e Parrocchia sarebbero responsabili in base all’articolo 2049 del codice civile, quello che riguarda la «responsabilità dei padroni e dei committenti».

    http://www.prealpina.it/pages/prete-pedofilo-paghi-la-diocesi-144894.html

  • I complici di papa Francesco

    I complici di papa Francesco

    Cosa sta facendo davvero il Vaticano per sradicare dal suo interno la violenza sui bambini? I risultati di un sondaggio online di Rete l’Abuso mettono sotto accusa l’inerzia di Bergoglio, delle istituzioni italiane e della Conferenza episcopale.

    di Federico Tulli

    Appena eletto, papa Francesco ha messo in cima alla agenda pontificia la lotta contro la pedofilia. Dedicando a questo tema almeno un annuncio a settimana, non mancando mai di farsi fotografare con atteggiamenti affettuosi – a volte ricambiati, a volte no – in mezzo a dei bambini, emanando una serie di decreti volti ad accentrare in Vaticano tutte le indagini e le decisioni sui casi più scabrosi e ad avvicinare le norme della Santa Sede alle indicazioni della Convezione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siglata nel 1991 e ratificata nel 2014.

    Segnali forti, amplificati dalla parola d’ordine spesso pronunciata dal pontefice argentino e diligentemente rilanciata dai media italiani: «Tolleranza zero». Un passaggio epocale, sulla carta, è avvenuto il 5 settembre 2016, con l’emanazione del motu proprio Come una madre amorevole che prevede, oltre all’inasprimento delle misure anti-abusi, la rimozione dei vescovi responsabili di condotta negligente del proprio ufficio nei casi di violenza su minori o adulti vulnerabili. Vale a dire, di insabbiamento delle denunce relative a preti pedofili. Poco più di un anno prima, il 5 giugno 2015 al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di vescovi negligenti, secondo quanto si legge sul sito della Santa Sede, al papa era stata sottoposta, da una commissione consultiva appositamente insediata, la proposta di creare un Tribunale apostolico all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia.

    Si trattava solo di un suggerimento ma la stampa italiana annunciò il tribunale dei vescovi come cosa fatta descrivendolo come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio. In realtà la stessa pena, ossia la rimozione del porporato insabbiatore, colmava un vuoto procedurale poiché era già disciplinata sin dal 1962 dalla legislazione canonica vigente per cause gravi (Crimen sollicitationis) e rinnovata nel 2001 da un provvedimento di Giovanni Paolo II (De delictis gravioribus). Ma senza essere mai applicata. E cosa ancor più interessante, il tribunale seppur annunciato e osannato non è mai entrato in funzione né mai accadrà perché il papa non lo ha mai creato.

    A dare la smentita – con quasi due anni di ritardo rispetto ai titoli a nove colonne dei media nostrani – è stato il 5 marzo 2017 niente meno che il prefetto della Cdf, card. Gerard Müller, il quale intervistato dal Corriere della sera ha precisato che il tribunale per i vescovi «era solo un progetto».

    Avete appena appreso come si costruiscono fake news in salsa vaticana: una commissione consultiva della Santa Sede annunciata e istituita dal papa (capo della Santa sede) suggerisce al papa la soluzione di un problema; la stampa italiana trasforma il consiglio in cosa fatta e iper sponsorizza la svolta e il coraggio del pontefice; due anni dopo un “ministro” della Santa Sede racconta alla stampa italiana che si trattava solo di un consiglio. E la cosa finisce lì. Nel frattempo però fuori dalle Mura leonine si è sedimentata l’idea che in Vaticano ci sia finalmente un tribunale inflessibile per i vescovi complici dei preti violentatori, alimentando il mito di Bergoglio il rivoluzionario.

    Questo è solo uno dei tanti esempi di come la Chiesa di papa Francesco stia affrontando la questione delle violenze sui minori al proprio interno. La strategia è collaudata e vincente: cambiare tutto per non cambiare niente. Alle parole del papa, alle sue intenzioni, ai suoi desiderata raramente, per non dire mai, seguono dei fatti concreti. E su questo i media sono disposti a chiudere un occhio, molto spesso tutti e due (come abbiamo avuto modo di dimostrare su Left n. 20/2017).

    Ma non tutto è oro quel che luccica… dal punto di vista del Vaticano.

    Per cercare di capire in che modo l’opinione pubblica percepisca l’operato del papa e quali siano i danni effettivi provocati dalla disinformazione sulle cose di Chiesa, Rete L’Abuso, un’associazione senza scopo di lucro che si occupa della tutela legale di circa 600 vittime italiane di sacerdoti pedofili, ha lanciato il 3 maggio scorso un sondaggio sul proprio sito i cui risultati – che non hanno carattere di scientificità ma aiutano comunque a farsi un’idea – sono riportati nella tabella alla fine di questo articolo. Le oltre 4mila risposte raccolte in un mese e pubblicate il 4 giugno ci dicono che, nonostante tutto, gli italiani sono molto critici nei confronti di papa Francesco.

    L’84,9% degli intervenuti pensa che le misure adottate per contrastare gli abusi siano insufficienti. E solo il 15,1 riconosce dei meriti al pontefice.

    Sono state inoltre accolte favorevolmente le proposte che Rete L’abuso mette sul tavolo per indurre più che il Vaticano lo Stato italiano – legati a filo doppio dai Patti lateranensi e dal Concordato – ad affrontare seriamente e concretamente la tragedia della pedofilia nella Chiesa.

    Ecco allora lo sdegno per la decisione presa ufficialmente nel 2014 dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) di non denunciare i preti pedofili «per tutelare la privacy delle vittime», quantificato dall’84,96% di risposte critiche (contro il 15,04). Una scelta quella della Cei che in concreto si traduce in nella mancata collaborazione con le autorità laiche, e non è un caso che mai nella storia dell’Italia repubblicana un vescovo abbia segnalato un presunto prete pedofilo alla magistratura.

    Di contro, come si evince dal quarto quesito, «dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”». L’82,2% pensa che il comma vada eliminato (il 17,8% pensa di no).

    La terza domanda rilancia un tema la cui paternità è da attribuire al radicale Maurizio Turco (oggi rappresentante legale della Lista Pannella e del Partito Radicale) e che Left ha sempre sostenuto. Vale a dire la necessità di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero italiano. Chi ha risposto al sondaggio è sostanzialmente d’accordo (85,75% vs 14,25%), del resto la mappatura del fenomeno, come già è accaduto in numerosi Paesi del mondo, avrebbe decisive ricadute anche sulla prevenzione.

    Infine la quinta domanda parte dalla notizia del governo svizzero che ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. «Pensi che sarebbe utile anche in Italia?» chiede Rete L’Abuso considerando che «molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto». L’87,95% ha risposto di sì e solo l’12,05% si è detto contrario. La scelta di inserire il delicatissimo tema della prescrizione nei quesiti non è casuale. Come ha detto in una recente intervista a Repubblica il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, «è opportuno ricordare che la prescrizione si fonda sulla presunzione che, passato un certo tempo, lo Stato non abbia più interesse a punire il reato». «Senza entrare nel merito della ratio su cui poggia l’istituto della prescrizione, nel caso della pedofilia la sensazione di quasi tutte le vittime è che lo Stato italiano non abbia mai avuto l’interesse a punire il reato» dice a Left Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso. «Sarebbe quindi ora che chi di dovere tuteli i propri cittadini, invece di rendersi complice di chi in Vaticano continua a credere che lo stupro di un bambino sia un peccato morale e non un delitto atroce contro persone inermi, condannando (raramente) il peccatore a qualche Ave Maria per aver offeso Dio».

    LEFT del 10-06-2017