Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo canonico

  • Abusò di seminaristi, Vaticano riconosce la responsabilità fondatore Verbo Incarnato

    Abusò di seminaristi, Vaticano riconosce la responsabilità fondatore Verbo Incarnato

    (ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO , 29 SET – “Delegati Pontifici per l’Istituto del Verbo Incarnato e per le Serve del Signore e della Vergine di Matará hanno convocato i Superiori e le Superiore provinciali di entrambi gli Istituti per partecipare a un incontro che si è svolto a Roma il 14 settembre 2026.

    Erano presenti anche alcuni responsabili del Dicastero per (altro…)

  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Edgard Rimaycuna, segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi di 9 e 11 anni. Il dato, finora inedito, non è fornito da un mezzo critico verso il Pontefice: lo raccoglie El pastor y los lobos, il libro di Santiago Roncagliolo elaborato con fonti dell’ambiente papale e apertamente elogioso verso Leone XIV. La rivelazione colloca il collaboratore più vicino al Papa nel cerchio del sacerdote il cui caso —istruito sotto l’allora vescovo Robert Prevost mediante un’indagine che la stessa Chiesa definisce «presa in giro»— resta ancora irrisolto, dopo che una dispensa dallo stato clericale ha cercato di porre fine al processo canonico.

    Lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo ha appena pubblicato El pastor y los lobos (Seix Barral, Grupo Planeta), una cronaca dell’ascesa di Robert Prevost fino al pontificato che lo stesso autore presenta come la storia di un vescovo che ha affrontato gli abusi nella Chiesa peruviana. Non è un libro ostile al Papa: Roncagliolo riconosce che una delle sue fonti principali è la giornalista Paola Ugaz, stretta collaboratrice di Prevost nell’indagine sul Sodalicio e, insieme a Pedro Salinas, una delle voci che difende pubblicamente con maggiore energia la gestione del Pontefice.

    Proprio per questo risulta tanto sorprendente il dato che il libro lascia cadere, quasi di sfuggita, e che finora non era pubblico: Edgard Rimaycuna, il segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez González, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi, nel caso la cui istruzione sotto l’autorità dell’allora vescovo Prevost la stessa Chiesa ammette sia stata «una presa in giro». Un caso ancora aperto e che la Chiesa si impegna a non risolvere.

    Cosa dice il libro

    Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute —all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten—, Roncagliolo scrive:

    «Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Già come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna».

    Il passo è doppiamente rilevante. Primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute —«padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva», «il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi»— negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost, nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale.

    Il prete che fabbricava vocazioni

    Per capire la portata della parola «discepolo» bisogna capire chi era Lute nella diocesi di Chiclayo. Non era un parroco qualsiasi: era, di gran lunga, il sacerdote più carismatico e popolare di Lambayeque. Il «Padre del Niño», l’uomo che riempiva templi, che mobilitava folle dietro il Divino Niño del Milagro, che metteva in funzione mense e santuari, che raccoglieva ventimila testimonianze di fede. Un prete dal tratto diretto e travolgente, sempre circondato da bambini e giovani, a cui le famiglie aprivano le porte di casa senza alcuna riserva.

    Ed è vero —lo riconosce tutto l’ambiente diocesano— che quel carisma diede frutti vocazionali: Lute spinse molti ragazzi delle sue parrocchie verso il seminario. Lo faceva come faceva tutto: interponendosi in modo molto diretto con le famiglie, parlando con i genitori, accompagnando personalmente il discernimento dei ragazzi che emergevano nei suoi gruppi parrocchiali. Era, esattamente, ciò che il libro descrive: l’uomo con la cui popolarità «contava» Prevost «per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». In quel contesto va letta la filiazione di Rimaycuna: insieme ad altri giovani dello stesso profilo —applicati, devoti, cresciuti nelle parrocchie dove Lute esercitava il suo magistero informale—, molto probabilmente fu incoraggiato e spinto verso il seminario in quegli anni dal sacerdote oggi accusato.

    Quella forma di intermediazione diretta con le famiglie ha, inoltre, un rovescio sinistro accertato nel fascicolo stesso: era lo stesso meccanismo di fiducia che, secondo le denunce, permetteva a Lute di portare bambine impuberi in montagna. Come raccontò Ana María Quispe a Canal N, padre Lute «era molto amico della sua famiglia» e la sua condizione religiosa «gli permise di convincere i genitori» affinché la bambina lo accompagnasse in una missione a cinque ore da Chiclayo. Lo stesso ascendente sulle famiglie che apriva le porte del seminario a qualcuno, apriva ad altre la strada di Cueva Blanca.

    Chi è Edgard Rimaycuna

    Edgard Iván Rimaycuna Inga (Chiclayo, 1989) è segretario personale di Leone XIV dal 8 maggio 2025, il giorno successivo all’elezione. Ordinato sacerdote a Chiclayo nel novembre 2014, celebra la sua prima messa nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, lo stesso ambiente parrocchiale in cui le vittime collocano parte dei fatti denunciati e in cui lo stesso Lute aveva esercitato come parroco. Nel novembre 2025 il Papa lo nomina Cappellano di Sua Santità, incorporandolo alla Famiglia Pontificia. Accompagna Leone XIV nel recente viaggio apostolico in Spagna e questo stesso mese di agosto è ricevuto in odore di folla a Chiclayo, dove trascorre le vacanze. È, in sintesi, la persona di maggiore vicinanza quotidiana al Papa all’interno della Santa Sede.

    Il discepolo come testimone

    La rivelazione del libro non imputa nulla a Rimaycuna. Ma lo colloca dove finora nessuno lo aveva collocato: nel cerchio intimo di un sacerdote la cui vita pastorale quotidiana —quella che un discepolo condivide per definizione— è precisamente ciò che il processo canonico non è mai riuscito a ricostruire.

    Perché quelle pratiche non erano clandestine. Secondo le denunce, Lute portava bambine impuberi —tra i nove e gli undici anni— in villaggi della montagna di Lambayeque, a ore dalle loro case, e pernottava da solo con loro in una piccola stanza di Cueva Blanca, con autisti, catechisti e fedeli come testimoni dei trasferimenti. Le vittime descrivono con precisione uno di quei testimoni: l’autista che portava il sacerdote in quei viaggi, un collaboratore della parrocchia di San José —facilmente identificabile— che dormiva in macchina mentre il prete pernottava con le bambine nella stanza dove si producevano i gravissimi abusi denunciati. Tanto superficiale fu l’indagine istruita sotto Prevost che non si tentò nemmeno di cercare e identificare quella persona, un adempimento che le vittime reclamano espressamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, che fino ad oggi le ignora con una passività inusitata. Ana María Quispe Díaz, la vittima che si espone pubblicamente, denuncia inoltre che «esistono testimoni che hanno dichiarato pubblicamente ai media che portava frequentemente altri bambini nella stessa stanza» dove si produssero gli abusi denunciati, affermazione supportata anche in testimonianze televisive. I viaggi «missionari» del prete più popolare della diocesi, con minori e con pernottamento, erano visibili al suo cerchio parrocchiale.

    È in quell’ambiente che il libro colloca Rimaycuna. Nessuno può affermare cosa vide o non vide un seminarista di quegli anni, e questo giornale non lo farà. Ciò che si può constatare è più semplice: chi è cresciuto pastoralmente e vocazionalmente accanto a Lute conosce quel mondo dall’interno, ed è quindi uno dei testimoni meglio posizionati per aiutare a ricostruire ciò che l’indagine ecclesiastica non ha mai ricostruito. In un tempo in cui tante istituzioni religiose pagano il prezzo di non aver saputo vedere in tempo ciò che accadeva intorno alle loro figure carismatiche, quella memoria di prima mano avrebbe oggi un valore enorme per le vittime. Sarebbe un gesto che onorerebbe il segretario del Papa —e lo stesso Pontefice— metterla al servizio del chiarimento di un caso che Roma preferisce attribuire a cospirazioni.

    Un caso aperto che la Chiesa non risolve

    Le vittime denunciano a Prevost, nell’aprile 2022, gli abusi subiti da bambine per mano di padre Lute. L’istruttoria di quella denuncia è disautorizzata dalla stessa Chiesa: il delegato ecclesiastico del caso, il canonista Giampiero Gambaro, ammette alle vittime il 23 aprile 2025 che l’indagine condotta sotto la responsabilità di Prevost è «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità», e che all’accusato «praticamente non è stato chiesto nulla». Il Dicastero per la Dottrina della Fede arriva ad archiviare il fascicolo adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento che lo stesso Gambaro definisce «stranissimo».

    Il processo, tuttavia, non arriva a essere sanato: Lute chiede la dispensa dallo stato clericale e Leone XIV gliela concede il 15 settembre 2025, una decisione con cui si pretende di dare per concluso il processo penale canonico che doveva chiarire i fatti. Pretesa che, secondo alte fonti giudiziarie vaticane consultate da InfoVaticana, è priva di fondamento: la dispensa non estingue il processo. A prescindere dal fatto che il reo passi allo stato laicale, nulla impedisce —e tutto consiglia— che l’indagine prosegua in vista del chiarimento dei fatti e della riparazione delle vittime. È esattamente ciò che queste continuano a reclamare, con scritti e procedimenti persistenti, ad autorità ecclesiastiche che, per il momento, non si muovono. Le vittime denunciano che la decisione le lascia «disamparate», reclamano al Dicastero per la Dottrina della Fede le più elementari adempimenti che non furono mai praticati e annunciano azioni canoniche contro i responsabili delle negligenze, cominciando dal «primo responsabile del caso, il vescovo Robert Prevost». A oggi, né la verità è chiarita, né la riparazione promessa si compie.

    Le domande che lascia il libro

    La rivelazione di Roncagliolo —insistiamo, un autore favorevole al Papa e nutrito da fonti della sua massima fiducia— obbliga a formulare domande scomode. Se lo stesso ambiente del Pontefice assume con naturalezza che il suo segretario personale sia discepolo di Lute, in che misura pesa quella vicinanza personale e affettiva del cerchio papale con il sacerdote denunciato nella gestione del caso? Ha relazione con il fatto che Prevost non abbia mai sospeso l’accusato dalla celebrazione pubblica della Messa, e con le carenze dell’istruttoria che la stessa Chiesa riconosce?

    Il libro ritrae un Prevost «orgoglioso» dei successi di Lute, che porta in Vaticano ventimila testimonianze della sua devozione e che «contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». Una di quelle vocazioni nate all’ombra del prete di Eten lavora oggi nell’ufficio accanto a quello del Papa, mentre il caso delle sue vittime continua senza verità, senza giustizia e senza riparazione. Nulla di tutto questo era stato raccontato finora. Lo racconta, paradossalmente, un libro scritto per rivendicare Leone XIV come il pastore che ha affrontato i lupi.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/02/il-segretario-personale-di-leone-xiv-e-stato-discepolo-di-lute-il-parroco-di-chiclayo-accusato-di-abuso-sessuale-che-roma-non-vuole-indagare/

  • I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    Contrordine: i mosaici di Marko Rupnik a Lourdes vanno coperti definitivamente. Il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas ha smentito il rettore della Basilica del Rosario Michel Daubanes che, tre settimane fa, aveva annunciato che i mosaici dell’ex gesuita abusatore sarebbero stati coperti soltanto per i giorni della visita del papa, il 26 e 27 settembre. Monsignor Micas, unico tra i vescovi ad essersi esposto sullo spinoso tema della rimozione delle opere di Rupnik, al momento ancora sotto processo ecclesiastico per abusi sessuali nei confronti di una trentina di donne, ha infatti dichiarato a La Dépêche che «i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti e rimarranno tali anche dopo la visita (del papa)». Non solo: la commissione istituita da Micas e Daubanes nel 2023 per decidere il da farsi ha ingranato la marcia e proporrà soluzioni alternative ai mosaici a marchio Rupnik. Parola del vescovo Micas:

    «I mosaici resteranno coperti dopo il pellegrinaggio del Santo Padre. Al termine di esso verrà avviata una nuova riflessione. L’attuale commissione sarà ampliata, coinvolgendo in particolare artisti e teologi, per riflettere sul futuro della facciata della basilica.

    Di opere di Rupnik ce ne sono ovunque nel mondo ma si parla sempre di quelle di Lourdes: questo fatto evidenzia la dimensione simbolica del messaggio di Lourdes in rapporto alle vittime di violenza sessuale. E ci dà una responsabilità unica».

    Un colpo di scena che non ha mancato di suscitare reazioni positive nel mondo cattolico e di riaccendere qualche speranza nelle vittime di Rupnik, che vedono nella decisione del vescovo di Tarbes e Lourdes un segno di attenzione della Chiesa e soprattutto la possibilità che il processo a Rupnik si celebri davvero e si concluda infine con una condanna.

    Come interpretare questo cambio di passo? La prima considerazione da fare mi pare di puro buon senso: accogliere il papa in visita apostolica a Lourdes davanti agli occhi neri del Cristo di Rupnik sarebbe stato troppo imbarazzante e avrebbe esposto Prevost ai fischi e alle critiche di chi accusa la Chiesa di non far nulla per le vittime. Lasciare il papa predicare sullo sfondo dei mosaici dell’abusatore seriale sotto processo canonico avrebbe fatto passare il messaggio che papa Prevost protegge Rupnik esattamente come faceva il suo predecessore Francesco.

    Coprire i mosaici della vergogna era quindi un passo obbligato. Coprirli soltanto per la visita papale, per poi affrettarsi a togliere i pannelli e restituirli alla vista dei pellegrini appena il papa avesse lasciato Lourdes, suonava però troppo ipocrita e devono essersene accorti persino in diocesi se il vescovo Micas ha pensato di correggere il tiro dopo l’iniziale proposta del rettore Daubanes.

    Anche perché durante la sua visita apostolica in Francia, il papa incontrerà alcune vittime di abuso sessuale: i dettagli non sono ancora stati resi pubblici ma sappiamo dal programma che un incontro si svolgerà proprio a Lourdes nel pomeriggio di domenica 27 settembre. Sarebbe stato troppo stridente ripetere le solite parole di comprensione e incoraggiamento davanti alle opere di Rupnik, che più di ogni altro in questi ultimi anni è diventato il simbolo dell’incapacità della Chiesa di prendere una posizione chiara sugli abusi clericali.

    Insomma, l’occultamento dei mosaici sulla facciata della Basilica del Rosario è soltanto un’operazione di immagine o il segno, come sperano le tante persone che sono state abusate dall’ex gesuita, che la sorte di Rupnik è ormai segnata, ecclesiasticamente parlando? Difficile pensare che sia una fuga in avanti del vescovo Micas, che pure non ha mai nascosto il desiderio di fare piazza pulita delle ingombranti opere dell’artista sloveno, tanto che papa Francesco lo aveva persino convocato, a fine giugno 2024, per dirgli di darsi una calmata. Pochi giorni dopo, il 2 luglio, Micas si era dovuto limitare a togliere l’illuminazione notturna ai mosaici ma era evidente che non sarebbe finita lì. Infatti, il 31 marzo 2025 (quando papa Francesco era ormai in fin di vita) aveva cominciato a coprire quelli sulla porta d’ingresso e ora, complice la visita papale, è pronto a completare l’oscuramento delle opere.

    Per capire siamo di fronte alla preparazione del set che accompagnerà non solo la visita papale ma anche la dimissione dallo stato clericale dell’artista abusatore si dovrà aspettare la fine del processo. Ricordiamo che al momento l’ex gesuita è ancora a tutti gli effetti un sacerdote della Chiesa cattolica, dato che, dopo la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù nel luglio 2023, è stato prontamente incardinato nella diocesi di Capodistria.

    Un altro elemento da non dimenticare è che le vittime di Rupnik, nel nome delle quali è stata istituita la commissione diocesana a Lourdes e oggi si coprono i mosaici della Basilica, non sono state ammesse nel processo che pure le riguarderebbe in quanto parti offese. Ma si sa, la giustizia ecclesiastica funziona diversamente da quella civile e la parte lesa – le persone che dall’imputato sono state ferite, violentate, la cui vita è stata spesso definitivamente stravolta – non ha nemmeno il diritto di conoscere l’esito del processo canonico.

    Infine, per avere un quadro più preciso della situazione al momento attuale, è bene sapere che per un’autorità ecclesiastica che agisce coprendo i mosaici di Rupnik, ce ne sono decine che non solo non muovono un dito in questa direzione ma anzi, continuano a diffonderne le opere. Un esempio è proprio di questi ultimi giorni al meeting di Rimini, dove si è visto un Cristo di Rupnik “vegliare” sulle reliquie di Teresa di Lisieux:

    43c2539c 03a3 4839 b72d 472ecceb64d6 828x812
    43c2539c 03a3 4839 b72d 472ecceb64d6 828×812

    Per non parlare di tutti gli altri santuari e chiese nel mondo – sono più di duecento – in cui le opere di Rupnik (mosaici, affreschi e quadri) sono tuttora esposte, se non addirittura ancora in fase di realizzazione, come ad Aparecida, in Brasile – anche con il beneplacito di papa Leone (tutta la storia l’abbiamo raccontata qui).

    L’incontro del papa con le persone vittime del 27 settembre a Lourdes è ancora strettamente riservato ma la stampa francese ha confermato che è stato organizzato con l’Association des victimes de Notre Dame de Bétharram, un’associazione che si è costituita per denunciare le centinaia di abusi e violenze commesse dalla Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, una cittadina a pochi chilometri da Lourdes. Si tratta di abusi di pedofilia, commessi su bambini, non nei confronti di donne adulte: nessuna vittima di Rupnik, quindi, incontrerà il papa. Insomma, la tradizione di ignorare le donne che hanno denunciato il potente sacerdote e artista, iniziata da Francesco, viene confermata da Leone.

    (Foto: particolare del mosaico della Basilica di Lourdes)

    https://federicatourn.substack.com/p/i-mosaici-della-vergogna-imbarazzano

  • Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Santuario di Lourdes: con la visita di Papa Leone XIV forse accelera la proposta del vescovo mons. Micas per rimuovere definitamente i mosaici di Rupnik (EWTN, 21\08\2026).

    La testata francese La Depeche du Midi conferma: in occasione della Visita del Papa dal 25 al 28 settembre, Parigi, Lourde e Metz, nonché la Sede dell’UNESCO, il vescovo della diocesi Lourdes-Tarbes, mons. Jean-Marc Micas i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti “rimarranno tali anche dopo la sua visita“. Per ora sola una parte di questi mosaici sono coperti. Tempo addietro il vescovo prese questa decisione per garantire l’accoglienza rispettosa e solidale di tutte le vittime di abusi e violenze sessuali, anche nella Chiesa.
    La copertura delle opere dell’ex gesuita sloveno, oggi sotto processo canonico per abusi sessuali su decine di donne in un arco di tempo decennale, ha seguito un percorso preciso all’interno del Santuario mariano.

    Nel mese di 2025 sono stati posizionati pannelli in alluminio rimovibili per oscurare i mosaici delle prime due porte laterali della Basilica del Rosario. ll provvedimento è stato esteso anche alle restanti porte d’ingresso decorate dall’artista. Inoltre il Santuario ha scelto di spegnere l’illuminazione dei mosaici durante le tradizionali processioni serali. Monsignor Micas ha espresso personalmente una preferenza per la rimozione definitiva delle opere, sebbene la questione.

    Qui la notizia in esclusiva di la Dépêche

    La visita di Papa Leone XIV a Lourdes: tutti i controversi mosaici di Marko Rupnik saranno coperti e “rimarranno tali anche dopo la sua visita”, afferma il vescovo.
    Si tratta di una misura definitiva adottata dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes per garantire l’accoglienza di tutte le vittime.

    Articolo scritto da Clément Beaume

    https://www.ladepeche.fr/2026/08/20/exclusif-visite-du-pape-leon-xiv-a-lourdes-lintegralite-des-mosaiques-controversees-de-marko-rupnik-seront-recouvertes-et-le-resteront-apres-sa-venue-13514493.php?utm_source=chatgpt.com

  • L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec, in Canada, pagherà 31,5 milioni di dollari canadesi nell’ambito di un accordo extragiudiziale per risolvere una causa collettiva per abusi sessuali commessi da sacerdoti o laici in posizioni di autorità dal 1940 ad oggi. L’accordo è stato ratificato il 12 agosto scorso dalla giudice Danye Daigle, del Tribunale Superiore del Quebec, e prevede inoltre delle scuse formali della Chiesa alle vittime.

    L’approvazione giudiziaria apre ora la fase di assegnazione dei risarcimenti dopo diversi anni di procedimento. Prima di iniziare la distribuzione dei compensi, lo studio legale Dufresne Wee lancerà un ultimo appello affinché possano unirsi al processo altre persone che soddisfino le condizioni stabilite.

    La Chiesa del Quebec chiede perdono

    In un comunicato pubblicato il 14 agosto, l’Arcidiocesi ha indicato che i suoi responsabili accolgono favorevolmente la ratifica dell’accordo e ha riconosciuto che la fase di riparazione che inizia può aiutare le persone colpite a continuare «il loro cammino verso la pace e la guarigione».

    Il vescovo ausiliare e vicario generale del Quebec, monsignor Jean Tailleur, aveva già formulato pubblicamente le scuse durante la presentazione dell’accordo davanti al Tribunale Superiore il 30 luglio scorso.

    «Davanti alla sofferenza che portano con sé, le mie parole possono fare poco per alleviare o guarire», ha affermato Tailleur. «Tuttavia, c’è qualcosa che deve essere detto. A nome della Chiesa cattolica del Quebec, vorrei offrire loro le nostre più sincere scuse».

    L’accordo prevede proprio la consegna di una lettera di scuse, oltre al fondo economico destinato alle persone incluse nella causa.

    Abusi denunciati dal 1940 ad oggi

    Il procedimento comprende abusi sessuali attribuiti a sacerdoti e laici che esercitavano posizioni di autorità nell’ambito della diocesi del Quebec durante un periodo che si estende dal 1940 ad oggi.

    La causa collettiva è stata autorizzata giudizialmente nel 2022 ed è stata incorporando durante il suo iter nuove accuse e denuncianti. Tra i nomi che hanno raggiunto maggiore risonanza pubblica si trovano due ex o attuali arcivescovi del Quebec: i cardinali Gérald Lacroix e Marc Ouellet.

    In entrambi i casi è necessario distinguere le accuse incorporate nella causa collettiva dal risultato dei procedimenti o delle indagini condotte specificamente su di loro.

    Il caso del cardinale Gérald Lacroix

    Il nome del cardinale Gérald Lacroix, arcivescovo del Quebec, è apparso in un ampliamento della causa collettiva reso pubblico nel gennaio 2024. Una donna lo ha accusato di fatti presumibilmente avvenuti tra il 1987 e il 1988, quando lei aveva 17 anni.

    Il porporato ha negato categoricamente l’accusa e ha deciso di allontanarsi temporaneamente dalle sue attività pubbliche mentre si chiarivano i fatti.

    Leggi anche: Accusano di aggressione sessuale un cardinale canadese

    Francesco ha incaricato allora il giudice in pensione André Denis, ex membro del Tribunale Superiore del Quebec, di un’indagine canonica preliminare. Il rapporto è stato concluso il 6 maggio 2024 e successivamente consegnato al Pontefice.

    La Santa Sede ha comunicato che, alla luce dei fatti esaminati, l’indagine non aveva permesso di identificare alcuna condotta che potesse essere qualificata come cattiva condotta o abuso da parte di Lacroix e che, di conseguenza, non si prevedeva di aprire un procedimento canonico più approfondito.

    Leggi anche: Il Papa chiude l’indagine contro il cardinale Lacroix

    Pertanto, l’inclusione di Lacroix nella causa collettiva non deve essere confusa con una dichiarazione di responsabilità individuale. L’indagine specificamente incaricata da Roma sull’accusa formulata contro di lui si è conclusa senza che venisse aperto un processo canonico.

    Marc Ouellet è apparso anche nella causa

    Un altro dei nomi inclusi nel procedimento è stato quello del cardinale Marc Ouellet, arcivescovo del Quebec tra il 2002 e il 2010 e successivamente prefetto del Dicastero per i Vescovi.

    Nel 2022, una donna ha accusato Ouellet di comportamenti di natura sessuale presumibilmente avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lei svolgeva attività pastorali nella diocesi.

    La Santa Sede ha esaminato la denuncia e ha annunciato allora che non esistevano elementi sufficienti per aprire un’indagine canonica contro il cardinale. Ouellet ha respinto le accuse e successivamente ha intrapreso azioni legali per diffamazione contro la sua denunciante.

    La vertente civile di questo scontro è arrivata a giudizio nel Quebec nel marzo 2026. Durante il processo sono emerse inoltre testimonianze relative ad altri comportamenti del porporato. Tra questi, Ouellet ha riconosciuto di aver introdotto nel 2014 un biglietto da 50 dollari nello scollo del maglione di una donna durante un incontro, un gesto che ha definito «errore goffo» e al quale ha negato qualsiasi intenzione sessuale.

    Leggi anche: La battuta d’arresto nel processo del cardinale Ouellet: ammette come «errore goffo» l’introduzione di un biglietto da 50 dollari nello scollo di una donna

    Inizia ora il processo di risarcimento

    La ratifica dell’accordo non implica di per sé una dichiarazione di colpevolezza individuale rispetto a tutte le persone che sono state indicate nel corso del procedimento. Stabilisce, invece, il meccanismo attraverso il quale l’Arcidiocesi affronterà collettivamente le richieste comprese nell’accordo.

    Con la decisione della giudice Daigle può iniziare ora il processo di assegnazione dei compensi. Prima si aprirà un’ultima opportunità affinché altre persone che ritengono di aver subito abusi nell’ambito temporale e istituzionale stabilito possano richiedere la loro incorporazione.

    Una volta completata questa fase, inizierà la distribuzione dei 31,5 milioni di dollari canadesi tra i beneficiari secondo i criteri previsti nell’accordo.

    L’Arcidiocesi del Quebec affronta così la fase di riparazione di un procedimento che abbraccia più di otto decenni di denunce per abusi sessuali e che ha coinvolto sacerdoti, laici in posizioni di autorità e membri della gerarchia. L’approvazione giudiziaria indirizza il contenzioso verso la sua conclusione, sebbene debbano ancora essere completate l’incorporazione definitiva dei membri e l’assegnazione dei risarcimenti.

    https://infovaticana.com/it/2026/08/21/larcidiocesi-di-quebec-paghera-315-milioni-di-dollari-per-chiudere-una-causa-collettiva-per-abusi/

  • Rupnik assolto?

    Rupnik assolto?

    INCREDIBILE! Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale, in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole.

    Con queste parole il blog Messa in Latino ha dato la notizia che, se confermata, sarebbe senz’altro un inatteso finale della vicenda dell’ex gesuita e artista don Marko Rupnik. Le fonti di MIL restano riservate ma sono autorevoli: l’intenzione sembra quella di far arrivare all’opinione pubblica una sentenza che altrimenti potrebbe rimanere sepolta sotto la consueta omertà della Chiesa.

    Di Rupnik, ex gesuita, artista milionario, amico di papa Francesco e abusatore seriale, ho scritto molto negli ultimi quattro anni; gli ultimi articoli li trovate qui e qui. Tutta la storia dell’ambizioso mosaicista sloveno, dall’ascesa sotto papa Giovanni Paolo II allo scandalo contenuto da Francesco, l’abbiamo raccontata nel podcast La Scomunica e la trovate su Spotify.

    Dall’ottobre 2023 Rupnik è sotto processo canonico per abusi sessuali nei confronti di numerose suore della Comunità Loyola, comunità che lui stesso aveva contribuito a fondare alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso. Lo scorso 13 ottobre il Dicastero per la dottrina della fede ha nominato i cinque giudici (donne e chierici) del tribunale designato a trattare il suo caso; da allora non si è più saputo nulla.

    L’assoluzione sarebbe uno choc per tutti quelli che danno per scontata la dimissione dallo stato clericale del noto mosaicista ma certamente anche un chiaro segnale di come Prevost intende gestire il problema abusi nella Chiesa.

    Infatti, se davvero Rupnik è stato assolto dalle accuse di abusi sessuali, nonostante le testimonianze raccolte dai gesuiti e le vittime che si sono rivolte alla stampa, a cominciare da Gloria Branciani, siamo di fronte a una mossa incredibile – e per molti versi drammatica – di papa Leone XIV.

    Se la notizia fosse confermata, infatti, sapremmo che nella Chiesa la parola di decine di donne che denunciano una violenza sessuale e spirituale non contano nulla di fronte alla figura del sacerdote, soprattutto se famoso e amico di (almeno) un pontefice. Non conta nulla che tutti nella Chiesa sapessero, da decenni, qual era il “vizio” del carismatico artista. Non conta che Rupnik sia già stato scomunicato nel 2020 per “assoluzione del complice in confessione”, cioè per aver assolto la donna con cui aveva avuto rapporti sessuali (un’altra vittima, a cui è stato pagato un risarcimento dalla Compagnia di Gesù). L’unica cosa che conta è il potere, meglio se sostenuto dal denaro, alla faccia della retorica sulla tolleranza zero sugli abusi e sulla richiesta di perdono alle vittime. La Chiesa, con l’assoluzione di Rupnik, segnerebbe un vistoso autogol, le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

    Certo oggi ci sarà movimento, dietro le quinte vaticane. Ci torniamo su presto.

    (nella foto, un mosaico di Rupnik a Lubiana)

    https://federicatourn.substack.com/p/rupnik-assolto

  • Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    «È successo anche a me: anche io sono una vittima di Sauro De Luca». Olivia Scuppa, 56 anni, racconta come l’importante padre gesuita, per trent’anni direttore nazionale del Meg, il Movimento eucaristico giovanile, ha approfittato della sua fiducia per abusare di lei quando aveva vent’anni. Dopo la testimonianza dell’eurodeputata del Pd Annalisa Corrado, che ha rivelato a Fanpage di essere stata abusata da De Luca quando era minorenne, un’altra donna testimonia che padre Sauro De Luca, carismatica guida del Movimento giovanile dei gesuiti, era un abusatore seriale, coperto per decenni dai suoi superiori.

    L’attuale responsabile del Meg, padre Renato Colizzi, l’1 ottobre 2024 aveva reso noto di aver appreso di «atti di abuso sessuale su minore perpetrati da padre Sauro De Luca» (morto nel 2012) e di aver deciso di avviare un “Cammino di verità”, cioè un canale di ascolto delle vittime, affidato a Grazia Villani, di cui non si sa molto, se non che ha lavorato per più di vent’anni al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita. Il “Cammino” parte dal 2010, anno in cui i gesuiti mettono De Luca sotto restrizioni in seguito ad «alcune denunce» di abuso. L’anziano gesuita ammette le sue colpe e muore poco tempo dopo, prima che si concluda il processo canonico a suo carico. I gesuiti, a quel punto, chiudono la pratica e non ne parlano a nessuno. Nel 2024, però, arrivano altre denunce e i responsabili del Meg decidono di approfondire le responsabilità di De Luca con il “Cammino”, rendendosi disponibili ad ascoltare eventuali altre vittime.

    Da questa indagine è scaturito un report che non è ancora stato reso pubblico. Al suo posto, è comparsa il 28 gennaio 2026 sul sito dei gesuiti una relazione sul report, firmata dal provinciale della Provincia euromediterranea della Compagnia di Gesù Ronny Alessio, da cui si evince che le vittime sono 25: venti di padre De Luca e altre cinque di un altro gesuita, vivo, di cui però non si fa il nome. In seguito alle proteste degli ex membri del Meg, in un comunicato del 9 giugno 2026 si motiva la decisione di non divulgare il report per «sensibilità nei confronti delle persone coinvolte». Sull’analisi del report e sulle contraddizioni che emergono dai successivi interventi dei gesuiti, sarà dedicato un articolo specifico.

    La testimonianza di Olivia Scuppa che oggi pubblichiamo non soltanto è coraggiosa e puntuale, ma è anche determinante per capire come Sauro De Luca abbia potuto coltivare indisturbato per tutta la vita la sua «ossessione sessuale» per le ragazze, adolescenti o giovanissime, di cui si circondava.

    Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

    «Sono venuta a conoscenza degli abusi di Sauro De Luca nell’ottobre 2024, quando il responsabile del Meg Renato Colizzi ha comunicato l’avvio del “Cammino di verità” ma la presa di coscienza è durata ben diciotto mesi. Quando padre Colizzi ci ha detto che Sauro aveva fatto cose tremende per noi è stato un trauma: c’è stata una spaccatura fra gli ex Meg perché molti non ci volevano credere, ma Colizzi ha detto che c’erano molte vittime; anzi, ha specificato: “Non so se chiamarle vittime o sopravvissute perché non sono sicuro che siano sopravvissute tutte”. Quando padre Colizzi ha parlato agli ex Meg, non ho realizzato che gli abusi mi riguardavano direttamente. La mia presa di coscienza è durata ben diciotto mesi: soltanto quando ho letto l’intervista ad Annalisa mi sono resa conto che era successo anche a me. Mi sono rivista nella sua testimonianza e ho avuto un conato di vomito. Ho capito che esporsi e parlarne, come ha fatto Annalisa, è la cosa giusta da fare perché altre vittime possano riconoscersi e il caso non passi sotto silenzio».

    Come ha conosciuto padre Sauro De Luca?

    «Frequentavo il Meg già dal liceo ma Sauro De Luca l’ho conosciuto quando andavo già all’università e frequentavo il gruppo giovanile che si riuniva a San Saba, a Roma.

    Alla fine dell’89 siamo stati affidati a Sauro, che era una personalità molto carismatica: lo ammiravamo, aveva un modo di parlare molto convincente, tanto che era un piacere ascoltarlo perché sapeva ancorare la parola di Dio alla vita reale. All’epoca avevo vent’anni ed ero una ragazza inesperta, piuttosto cupa, segnata da una situazione famigliare molto complessa e dolorosa e sono convinta che Sauro mi ha puntato proprio per questo, perché ha visto la mia vulnerabilità. Mi cercava, mi abbracciava, chiedeva sempre di me; io mi sono sentita valorizzata e mi è sembrato naturale raccontargli quello che mi accadeva e che mi faceva soffrire. Si è instaurata subito una grande confidenza fra noi: Sauro mi ascoltava e mi diceva che dovevo volermi bene e che Dio aveva un progetto per me. Parole che possono sembrare banali ma che in quel momento, ferita e timida com’ero, mi hanno consolata e mi hanno dato fiducia in me stessa tanto che, durante una vacanza a Bardonecchia con il Meg, per la prima volta mi sono messa insieme a un ragazzo».

    Sauro De Luca come ha reagito?

    «All’inizio ha recepito l’informazione senza reagire, ma quando gli ho detto che avevo avuto rapporti sessuali ha dato in escandescenze. L’idea che facessi sesso con qualcuno lo mandava fuori di testa: era rabbioso, mi ripeteva che lo avevo deluso. Sauro era ossessionato dal sesso: in genere i preti glissano sull’argomento, invece lui ne parlava tantissimo dicendoci che dovevamo assolutamente rimanere casti fino al matrimonio. Confessargli che avevo fatto l’amore con questo ragazzo mi sembrava quasi un dovere, visto il rapporto stretto che Sauro aveva instaurato con me e l’insistenza con cui argomentava l’obbligo di castità. Questo ragazzo comunque l’ho lasciato dopo pochi mesi, era una storia a distanza che, al di là dell’opposizione di Sauro, non poteva continuare. Ed è a questo punto che si è verificato l’abuso».

    Che cosa è successo?

    «L’estate successiva siamo tornati a Bardonecchia, in montagna. Aveva l’abitudine di chiamare le persone nella sua stanza per parlare in confidenza: ti faceva sdraiare accanto a lui sul letto, ti accarezzava; era molto affettuoso. Dopo ti dava pure l’assoluzione, quindi era anche una forma di confessione. Io, ingenuamente, prendevo le sue attenzioni per affetto paterno e non ci trovavo niente di male. Insomma, vado da lui e mentre siamo sul letto mi infila una mano sotto la biancheria intima e mi dice: “Questa è la mano di Dio che ti tocca per purificarti”. Io posso dire che cos’è il freezing perché effettivamente mi sono sentita congelata. Mi tiene la mano lì sotto, pelle su pelle, e poi aggiunge: “Ora la tua fichetta è purificata. È Dio che ti ama ancora di più tramite la mia mano”».

    Lei come si è sentita?

    «Sono rimasta immobile e non ho detto niente. Dopo un po’ lui ha tolto la mano e me ne sono andata. Non ho elaborato quel che mi era successo, ho solo percepito che era una cosa che non doveva capitare e che non mi era piaciuta ma non ho voluto darle un peso, in qualche modo l’ho rimossa per andare avanti con la mia vita. Avevo 21 anni, ero confusa ma avevo chiaro che non volevo più trovarmi in una situazione del genere e, in modo molto pragmatico, ho fatto in modo che non succedesse più. Non gli ho mai più parlato delle mie esperienze sentimentali. Di lì a poco mi sono fidanzata con un ragazzo che non faceva parte del Movimento e mi sono distaccata gradualmente dal Meg».

    De Luca ha tentato di riavvicinarla?

    «No, non ha commentato in nessun modo l’allontanamento, però ha capito perfettamente di essere andato oltre. Solo poco dopo ha alluso a quello che era successo: durante la stessa vacanza a Bardonecchia eravamo sul Monte Thabor e lui mi ha portata a fare una passeggiata, noi due soli. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Vedi adesso i tuoi occhi sono belli e puliti come erano prima”, riferendosi al gesto “purificatore” che aveva fatto su di me. Da parte mia, non ne ho parlato con nessuno perché mi vergognavo; continuavo a frequentare il gruppo ma in modo meno assiduo. Con Sauro però ho mantenuto un rapporto, perché quando mio padre si è ammalato di tumore lui è stato l’unico capace di sostenermi in un momento tanto difficile e doloroso. Eravamo di nuovo vicini ma non gli facevo confidenze sulla mia vita amorosa, lì avevo messo una barriera, e quando sono andata a convivere con il mio fidanzato gliel’ho semplicemente comunicato. Non ha ribattuto, ha soltanto detto: “Hai un modo di pensare molto laico”. Ha continuato a darmi incarichi di fiducia nel volontariato, come l’assistenza a un’anziana senza famiglia all’Istituto Santa Margherita, vicino a San Saba».

    Lei ha poi lasciato il Meg?

    «Sì, ma non me ne sono andata a causa sua, semplicemente non mi trovato più bene con il gruppo. Quando mi sono sposata, cinque anni più tardi, però ho chiesto a Sauro di celebrare il matrimonio, anche se non frequentavo più la Chiesa».

    Perché questa scelta?

    «Era un bravissimo oratore e io ero comunque affezionata a lui. Non realizzavo di aver subito un abuso e comunque si era limitato a un solo episodio: quel ricordo lo avevo chiuso in un cassetto e quel cassetto l’ho chiuso a chiave. Evidentemente avevo messo delle barriere, a differenza di altre ragazze che, più piccole di me, sono rimaste intrappolate per anni nella sua rete di manipolazione e di abuso. Certo, in questi mesi mi sono chiesta più volte: come ho potuto essere così ingenua? Ma la mia fiducia in lui allora era incrollabile. L’abuso avviene proprio quando l’abusatore approfitta della tua fiducia per imporre la sua volontà su di te».

    Che effetto le ha fatto scoprire che De Luca era un abusatore seriale?

    «Pensavo di essere stata l’unica, tutte lo pensavamo, perché nessuna osava parlarne. Ora sappiamo dal report che le vittime sono almeno trenta, ma altre hanno parlato con i gesuiti o con Annalisa Corrado: Sauro ha girato l’Italia, è stato anche missionario in Africa e io sono convinta che siano molte di più, che superino il centinaio. Non oso pensare a cosa ha potuto fare una persona come lui, con un’ossessione sessuale come la sua e con tante persone giovani a sua disposizione».

    Con così tante vittime, è plausibile che nessuno dei suoi superiori si sia accorto degli abusi di De Luca?

    «I gesuiti lo sapevano certamente, e ben prima del 2010: negli anni ‘80 qualcuno aveva parlato, ancora prima che io entrassi nel Meg, e così negli anni ‘90; poi Annalisa Corrado nel 2003 ha raccontato ai responsabili del movimento quel che le era successo. Sapevano e non hanno fatto nulla, alla fine lo hanno soltanto spostato all’Aquila, dove comunque non era sotto controllo. Il problema per i gesuiti non era che accadesse, ma che noi ne parlassimo».

    Quindi voi eravate delle valvole di sfogo per un prete considerato molto valido ma con qualche problema di “esuberanza sessuale”.

    «Sì, ma lui era solo uno dei tanti, faceva parte del sistema, era il prodotto di un sistema. Per secoli gli abusi sono stati un effetto collaterale accettato dalla Chiesa: quando frequentavo l’Istituto Massimo a Roma, il liceo della Compagnia di Gesù, c’erano due preti pedofili a cui piacevano i ragazzini: sono stati semplicemente mandati altrove. Anche nel report dei gesuiti sul “Cammino di verità” viene menzionato il caso di un altro prete, di cui non si fa il nome, oggi sotto restrizioni per aver abusato di cinque donne».

    Parliamo di questo report su Sauro De Luca che i gesuiti non vogliono pubblicare, dicono, per tutelare le vittime. Lei lo ha letto?

    «Sì e mi sembra la montagna che ha partorito il topolino. Ai miei occhi è un resoconto scarno e deludente dei fatti, con alcuni stralci del diario di Sauro in cui confessa le molestie e si dichiara pentito. Non c’è il racconto degli abusi, né dove si sono verificati, non c’è un’analisi. E soprattutto non c’è assolutamente il modo di risalire alle vittime, quindi sostenere che non si pubblica il report perché si vuole tutelarle è una grande bugia. Ci sono poi delle contraddizioni fra il report e la sintesi pubblicata a fine gennaio dai gesuiti sul loro sito».

    Quali contraddizioni?

    «Nella sintesi si dice per esempio che le cinque vittime del prete innominato “si ritengono soddisfatte” delle restrizioni prese:

    La Provincia EUM, nonostante la prescrizione, ha applicato restrizioni severe, tutt’oggi in vigore. Le persone ferite da questo secondo gesuita, messe a conoscenza in questi mesi delle restrizioni e del cammino a lui proposto, si sono dichiarate soddisfatte.

    Il report di Grazia Villani però non dice da nessuna parte che le vittime si dichiarano soddisfatte, menziona solo il fatto che sono state prese delle restrizioni. Questa frase sulla “soddisfazione delle persone ferite” è stata aggiunta nel resoconto pubblicato».

    Lei e altri ex membri del Meg avete chiesto che il report venga reso accessibile a tutti e che sia rivelato il nome dell’altro gesuita abusatore. Che riscontri avete avuto?

    «Finora nessuno, ci scontriamo con un muro di gomma. Non sono sicura che padre Paul Pace, il procuratore dei gesuiti incaricato, abbia autonomia di movimento. Padre Colizzi, che aveva dato inizio al “Cammino di verità”, non dice più nulla. Ho chiesto a padre Pace se è stato silenziato ma non mi ha risposto. Un paio di settimane fa ci hanno mandato una lettera in cui parlano in modo molto vago di giustizia riparativa, parlando solo di uno spazio di accoglienza e di ascolto. Un po’ come ha fatto il papa nel suo viaggio apostolico in Spagna. La cifra è quella: tanta comprensione a parole, nessuna verità».

    (Questa inchiesta è pubblicata anche su Appunti)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-muro-di-gomma-dei-gesuiti-sugli

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/