Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo canonico

  • Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».

    La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.

    Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.

    Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».

    Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.

    Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.

    L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.

    Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_leone_rupnik_vittime_suore_violenze-9435528.html

  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

  • 5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010,  Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)

  • Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    Javier e il trionfo della verità nel caso Ramos Gordón: Ho portato avanti la denuncia di abusi sessuali nel Seminario fino in fondo.

    “Ho detto che se avessi iniziato questa battaglia, l’avrei portata a termine, e così ho fatto.” Javier non ha mai cercato denaro; voleva risposte, giustizia e un risarcimento per il male che lui e il suo fratello gemello avevano subito da bambini nel Seminario Minore di La Bañeza . Dieci anni di instancabile lotta sono culminati in un accordo storico per il pieno risarcimento delle vittime. L’ombra del suo aguzzino, un sacerdote ordinario, gentile e persino stimato, parroco di Tábara , il suo ultimo incarico prima che tutto precipitasse, ha perseguitato Javier fino al punto di causargli dolore.

    Per anni si è rifugiato nel silenzio, prima con la complicità del fratello, poi da solo. Il suo fratello gemello morì in un incidente d’auto a 36 anni, e improvvisamente l’ex seminarista dovette affrontare l’incubo senza alcun sostegno, l’ insopportabile ricordo di quell’anno scolastico 1988-89 al Seminario Minore di La Bañeza, quando erano in terza media e il prete abusatore, José Manuel Ramos Gordón , si abbandonava ai suoi desideri sessuali con i due ragazzi che vivevano lì. “Passarono mesi senza che nessuno fermasse gli abusi; le notti erano diventate piene di paura”, raccontò Javier nella sua prima lettera al Papa.

    Sono trascorsi dieci lunghi e intensi anni nella ricerca della giustizia. Da quando Javier inviò una lettera scritta a mano a Papa Francesco nel novembre 2014, raccontando gli abusi subiti dal sacerdote, fino all’8 gennaio 2026, giorno in cui la Chiesa ha riconosciuto per iscritto, in un accordo firmato con il Governo in piena trasparenza, il pieno risarcimento alle vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa.

    “Ho un senso di soddisfazione, di qualcosa che culmina e che segna l’inizio della fine”, ha dichiarato Javier a La Opinión-El Correo de Zamora, il quotidiano che ha rivelato questo primo caso di pedofilia in Castiglia e León, condannato dalla Santa Sede ma mai risolto. Fino ad ora.

    Dieci anni in cui Javier non si è fermato. “La verità vi renderà liberi…” E quella verità sugli eventi accaduti quasi quarant’anni fa, riconosciuta dallo stesso aggressore e dalla Chiesa, ha dato forza all’ex seminarista per tutto questo tempo.

    Fu proprio quella verità a permettere al caso di Javier di abbattere barriere apparentemente insormontabili. Portò la diocesi di Astorga ad avviare nel 2015 un procedimento penale amministrativo senza precedenti, che culminò con la confessione dei fatti da parte del sacerdote abusante. Portò alla rimozione di Ramos Gordón dal suo incarico di parroco per un periodo “non inferiore a un anno” e all’allora vescovo (ora defunto), Juan Antonio Menéndez, che si scusò “umilmente” con la vittima, offrendo la sua “assistenza a te e alla tua famiglia in qualsiasi modo ne abbiate bisogno”.

    Tuttavia, la condanna “ridicola” di atti così gravi commessi dal “tormentatore della mia infanzia”, ​​senza conseguenze per coloro che li hanno insabbiati – sacerdoti che non hanno fatto nulla pur sapendo cosa stava succedendo – “ci ​​hanno rubato l’infanzia”, ​​ha ripetuto Javier fino alla nausea – ha incoraggiato Javier a continuare la sua instancabile battaglia per la verità, la riparazione e la giustizia. “All’inizio del processo, pensavo che le cose stessero andando per il verso giusto, poi è diventata una farsa completa”, ha dichiarato a questo giornale all’epoca.

    Dovette sopportare come, inspiegabilmente, dopo essere stato condannato dalla Chiesa e mentre già scontava la sua pena lontano dalla parrocchia di Tábara e dai paesi circostanti, il Vescovado di Astorga permise a Ramos Gordón di ricevere un tributo dai parrocchiani di Zamora i quali, ignari di tutto ciò che era accaduto, ritennero che Don José meritasse un addio con un’Eucaristia presieduta dallo stesso carnefice.

    Era come mettere il sale sulla ferita. Javier si è assunto il rischio di sollevare il velo sulla Chiesa per svelare pratiche criminali note, accettate e insabbiate per secoli. Solo dieci anni fa, l’uomo di León decise di mettersi a nudo in una lettera dettagliata e sincera indirizzata a Papa Francesco. Quando rivelare gli abusi sessuali commessi dal clero all’interno della Chiesa era un tabù, un atto audace che comportava il rischio di distruggere l’onore di una persona e della sua famiglia.

    “Non l’ho denunciato per soldi.”
    Javier lo sapeva, ma si fece forza, convinto che sarebbe arrivato fino in fondo alla questione con la verità, e nient’altro che la verità. Ed è così che questo fragile essere umano, che così spesso si sentiva impotente, che così spesso crollava al ricordo dell’orrore, ha agito con incrollabile determinazione per salvare il suo onore e la dignità sua e di suo fratello. “Non l’ho denunciato per soldi, cercavo solo la verità e volevo riabilitare il nostro onore”, ha dichiarato a questo giornale in una lunga e sincera intervista.

    Il quotidiano La Opinión-El Correo de Zamora ha raccontato a puntate la terribile esperienza vissuta dai gemelli grazie alla storia di Javier , all’epoca noto con le iniziali FL. Egli rivelò di essersi sentito “ingannato” dallo svolgimento del processo canonico e lo espresse nuovamente in una lettera a Papa Francesco, “con il cuore in gola e spezzato dal dolore”, dopo le “false promesse” di risarcimento per l’accaduto.

    «Che prezzo darebbe alla sua infanzia?» gli chiese il giudice canonico durante il processo. «Vedendo che non sapevo cosa rispondere, il reverendo Giulio disse: “Se le offrissimo cinquantamila euro, potrebbe offendersi”. Sentendo ciò, chiesi se si riferissero a un risarcimento in denaro. La risposta di entrambi i presenti fu: “Certamente”. Non sapevo cosa dire, né quale somma proporre. Allora il reverendo Giulio aggiunse: “Si fidi di questi due sacerdoti e faccia come si fa in altre parti del mondo”. Così feci». Erano tutte bugie. «Santità, come crede che mi senta?» chiese a Francesco I in quel momento.

    La reazione tiepida e incostante della Chiesa si è scontrata con l’inaspettata e problematica battuta d’arresto della pubblicazione del caso su questo giornale, e in seguito con il sostegno degli ex compagni di classe dei gemelli che hanno corroborato la versione dei fatti di Javier. Ben 25 ex seminaristi di La Bañeza e Astorga hanno appoggiato l’accusa contro Ramos Gordón e, cosa per cui Javier si era tanto battuto, hanno chiesto che coloro che avevano insabbiato la vicenda rispondessero delle loro azioni. Si trattava di tutor e professori dei seminari, uomini identificati per nome, “che, pur sapendo cosa stava succedendo e avendo il dovere di impedirlo, non lo hanno fatto”. Non si sono mai assunti la responsabilità, né alcuno gliel’ha mai chiesta.

    “Un’immensa gratitudine”
    Quegli stessi colleghi del denunciante hanno organizzato una manifestazione insolita per le vie di Astorga, guidati da uno striscione con la scritta: “Lo abbiamo subito tutti, e loro l’hanno insabbiato. Siamo tutti vittime”. Mai prima d’ora si era verificato un evento simile presso la diocesi. “Provo un’enorme gratitudine verso quegli ex colleghi che erano al mio fianco quando ho iniziato questa battaglia; li ho sempre tenuti a mente e il sostegno che mi hanno dato è stato molto importante per me”, ha detto Javier con gratitudine.

    La sua denuncia ha incoraggiato altri ex seminaristi a seguire la stessa strada. Come Emiliano Fernández di León, che non ha esitato a scendere in piazza ad Astorga con il suo immancabile striscione per chiedere giustizia. “Siamo stati distrutti. Fermare gli abusi sessuali è un’impresa monumentale. Giustizia!” gridava al passaggio dei cortei . Emiliano è scomparso, ma avrebbe sicuramente accompagnato Javier fino alla fine nella lotta per la giustizia e avrebbe accolto con favore l’accordo tra il Governo e la Chiesa cattolica per un risarcimento completo alle vittime di abusi sessuali.

    Il percorso di Javier è stato costellato di disillusioni e delusioni, di promesse non mantenute. Ha incontrato gli ultimi tre presidenti della Conferenza Episcopale: Ricardo Blázquez, Juan José Omella e l’attuale, Luis Arguello . Ha ricevuto “conforto e parole gentili”, sebbene con Arguello abbia ammesso: “qualcosa è cambiato”.

    Spinto dalla promessa di una probabile vittoria e di un accordo potenzialmente redditizio, Javier fu avvicinato da avvocati opportunisti, alcuni dei quali sedicenti esperti di diritto canonico, convinti di aver fatto centro. E la vittima, desiderosa di giustizia e risarcimento, si lasciò convincere. Affidò il suo caso a presunti professionisti che gli assicurarono un indennizzo per i danni subiti. Tutto si rivelò inutile.

    Allo stesso modo, nel contesto del “caso Ramos Gordón” e di altri casi che hanno fatto notizia, è nata l’Associazione Nazionale per l’Infanzia Rubata, con Javier tra i fondatori e presieduta da Juan Cuatrecasas, padre di uno studente della scuola Gaztelueta, che ha ottenuto la condanna di un insegnante dell’Opus Dei che aveva abusato di suo figlio. La creazione dell’Associazione per l’Infanzia Rubata è stata un passo decisivo in quanto ha unito le vittime nella lotta per la giustizia, fornendo una piattaforma a coloro che fino ad allora avevano agito da soli nelle loro denunce.

    Grazie al suo intervento, Javier e altre vittime sono arrivati ​​a Roma, alla Conferenza Episcopale e al Consiglio d’Europa , che hanno approvato il riconoscimento e il risarcimento per le vittime europee di abusi sessuali e maltrattamenti fisici e psicologici. Si sono inoltre rivolti al Congresso dei Deputati, al Difensore civico e al Governo spagnolo.

    È il massimo organo esecutivo che ha avviato il negoziato con la Conferenza Episcopale, la quale, non senza superare ostacoli e con la spinta decisiva del Vaticano, ha forgiato uno storico accordo per la riparazione integrale delle vittime di abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa.

    “Non sarebbe mai dovuto succedere”
    L’accordo è stato firmato l’8 gennaio 2026 dal Ministro della Presidenza, della Giustizia e dei Rapporti con le Cortes, Félix Bolaños; dal Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Luis Argüello; e dal Presidente della Conferenza Spagnola dei Religiosi, Jesús Díaz Sariego . “Dopo decenni di silenzio e insabbiamenti, dopo aver incontrato un muro, oggi possiamo affermare che la democrazia spagnola sta adempiendo ai suoi obblighi nei confronti delle vittime di abusi”, ha sottolineato il Ministro della Presidenza Javier Bolaños.

    Il giorno seguente, un gruppo di vittime, tra cui Javier, fu ricevuto dal Primo Ministro Pedro Sánchez al Palazzo della Moncloa.

    https://www.laopiniondezamora.es/comarcas/2026/01/11/javier-triunfo-caso-ramos-gordon-125558347.html

  • Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    ALBIGNASEGO – «Dio non archivia». Ancora una volta è alle pagine virtuali dei social network che don Marino Ruggero affida i propri criptici ma mordaci pensieri. L’ultimo, datato 1 febbraio, allude alla recente decisione della procura di andare verso l’archiviazione dell’indagine nata dalle esplosive dichiarazioni del sacerdote in merito a presunti parroci pedofili nella diocesi padovana. “Pedofilia e denaro. Cara Chiesa, ricordati, Dio non archivia” ha scritto ieri mattina sul suo profilo Facebook il cinquantaquattrenne ex parroco di San Lorenzo a commento di un’immagine che a sua volta recita “Non mi sottovalutare mai… Sono più di quello che pensi, penso più di quello che dico e noto più di quello che credi”. Un aforisma preconfezionato, a cui le parole di don Marino imprimono però il senso di un’autentica stoccata in polemica tanto con la diocesi quanto con la magistratura.
    Inchiesta.

    Una decina di giorni fa Ruggero era stato ascoltato dal pubblico ministero Roberto Piccione, che aveva aperto un’inchiesta in merito alle scottanti promesse rilasciate dal prelato, dimissionario per presunte frequentazioni femminili troppo spinte. «Mi accusano di avere delle donne? Bugie, allora farò i nomi dei preti pedofili che operano a Padova», aveva minacciato don Marino. Potenziali accuse gravissime, visto che la pedofilia è un reato, estratte in un estremo tentativo di autodifesa, che non avrebbero però trovato fondamento. Il prelato davanti al pubblico ministero non sarebbe stato in grado di riferire nomi, episodi e accuse precise se non una risalente a sedici anni fa. Una storia verificatasi nel Vicentino, già nota alla locale procura e a quella diocesi oltre che già prescritta. Insomma le terribili prospettive paventate dal don circa la presenza di preti pedofili e con relazioni non concesse dal celibato si sarebbe dissolta come neve al sole. Niente prove, niente fatti, l’inchiesta va verso l’archiviazione: questo è quanto emerso venerdì. L’ufficialità da parte della procura ancora non c’è ma il risultato pare scontato.

    La reazione
    Come don Marino abbia preso questa novità non è dato sapere, poiché il sacerdote in quest’ultimo periodo si è reso pressoché irreperibile. La notizia deve però senza dubbio essergli arrivata, poiché è assai improbabile che il commento dato in pasto al popolo di Facebook contenesse un riferimento casuale. Altro riferimento non casuale è poi quello al denaro, dal momento che lo stesso Ruggero aveva sporto querela due anni fa denunciando la sparizione di alcuni registri con i conti economici della parrocchia. Anche in questo caso le indagini avviate dai carabinieri e prese in mano dalla procura non avrebbero però portato a evidenze significative che possano suffragare i sospetti del parroco.

    Ma se a paventare l’archiviazione dell’inchiesta sulla pedofilia e a non trovare prove sulla sparizione dei conti parrocchiali è stata la magistratura, perché indirizzare il messaggio alla “Cara Chiesa”? Don Marino, è bene ricordarlo, è attualmente sottoposto a processo canonico presso il tribunale ecclesiastico per non aver rispettato l’obbligo del celibato. Accuse che ha sempre fermamente respinto, a fronte delle quali aveva lanciato la boutade sulla pedofilia. Il messaggio potrebbe dunque essere rivolto a quei presunti preti abusanti ancora sconosciuti, o ai vertici stessi della Curia padovana che dovrà decidere sulle sorti del cinquantaquattrenne. Venerdì sera i suoi numerosi sostenitori erano scesi in trecento per le strade di San Lorenzo con una fiaccolata silenziosa e tantissimi hanno ribadito la loro solidarietà al don anche commentandone l’ultimo, enigmatico, post sui social.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/sacerdote_marino_ruggero_pedofilia_denaro-5022587.html

  • Un peso durato decenni

    Un peso durato decenni

    di Sylvie Debelyak – “La mia famiglia era molto religiosa”, inizia Christian. “Le visite a domicilio del sacerdote erano un grande onore per la famiglia”.

    Queste visite, che per il ragazzo allora dodicenne assumevano ripetutamente una piega le cui piene implicazioni egli comprese solo anni dopo, come lui stesso descrive. Con il pretesto di una visita familiare, il prete si recò a casa loro diverse volte. Era molto rispettato nel villaggio, continua Christian. Molto popolare. E un messaggero di Dio. “Il suo desiderio era un ordine per me. Non avevo voce in capitolo”, dice. Nemmeno quando gli fu detto di “accompagnare rapidamente il prete al piano di sotto”.

    Le aggressioni sono iniziate in una piccola stanza in fondo alle scale del condominio a più piani. “Si assicurava sempre che non ci fosse nessuno. E io non avevo la forza fisica per difendermi. Ero paralizzato. Quindi non ho avuto altra scelta che restare immobile e lasciare che accadesse”, ha detto Christian.

    All’età di dieci anni, si trasferì con la famiglia da Bolzano in un ambiente più rurale, dove servì come chierichetto per molti anni. Il sacerdote iniziò presto a sfruttare questo stretto rapporto con lui, nel 1988 e nel 1989. Anche durante i mesi estivi trascorsi in un maso, non era al sicuro dalle avances del sacerdote: “Mi seguì e mi offrì un passaggio. Nessuno lo contestò. Ciò che era iniziato in macchina con parole gentili e lusinghe si trasformò rapidamente in ulteriori abusi. Si fermò nell’aia della fattoria poco prima di raggiungere la strada principale”, racconta Christian.

    Solo dopo quasi due anni trovò finalmente il coraggio di liberarsi dagli abusi del prete: “In quel momento, provai solo profondo disgusto e repulsione. Tanto che mi strappai di dosso, scappai dalla macchina e tornai di corsa alla fattoria”.

    La violenza fisica finì quel giorno. Ma non si sentiva ancora veramente libero. Tornato nel suo ambiente familiare, il prete lo punì con il rifiuto e la costante ignoranza. “Come se fossi invisibile”, dice Christian. “Questo ostracismo sociale è stata l’ennesima punizione per me”.

    Inoltre, era tormentato da sensi di colpa: “Mi sentivo in colpa per aver rifiutato l’amicizia. Dopotutto, lui era il braccio destro di Dio per me. Se l’avessi alienato, avrei commesso un errore anche davanti a Dio”. Il peso fu quindi molto pesante nel tempo che seguì.

    Invece di confidarsi con qualcuno – “non sarebbe stato comunque possibile” – ha cercato di reprimere l’accaduto, continua Christian: “In una situazione del genere, si è sopraffatti da un forte senso di vergogna. È un sentimento silenzioso ma molto efficace che in ultima analisi protegge solo il pedofilo, mentre la vittima soffre”.

    Nel corso degli anni, si è ritirato sempre di più dalla vita sociale. “Ho messo su famiglia, ho una moglie amorevole e solidale e dei figli meravigliosi. Ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a ritrovare me stesso”, racconta Christian. Alla fine, ha deciso di cercare un aiuto professionale. Da diversi anni segue regolarmente una terapia psicologica. “Avrei voluto che qualcuno me l’avesse consigliato molto prima. È una bella sensazione perché mi alleggerisce gradualmente il peso di decenni di sofferenza”, spiega Christian. Vuole anche incoraggiare altre persone affette da problemi simili ad aprirsi e ad accettare un aiuto professionale. “Guarire significa anche affrontare il dolore”.

    Christian non ha perso la fede, sebbene la sua fiducia nell’istituzione sia stata gravemente scossa: “Sono ancora credente. Ma non ho più bisogno di intermediari”.

    Inoltre, nel maggio 2024, contattò ufficialmente per la prima volta la diocesi di Bolzano-Bressanone. Rendere pubblica la notizia fu per lui una sorta di “mossa liberatoria”, ma il risultato fu deludente. Seguì un iter burocratico attraverso le autorità ecclesiastiche e statali: promemoria, e-mail, telefonate tra il Vicario Generale e la Procura. Alla fine, la diocesi stessa presentò una denuncia alla Procura. “Per loro era la via più semplice”, afferma Christian. In questo modo, non poteva sporgere denuncia personalmente e, poiché la prescrizione era comunque scaduta, la diocesi non aveva nulla da temere. Alla fine, il caso fallì per effetto della prescrizione legale. “Ma la prescrizione significa automaticamente che non è successo nulla? Significa che non si è verificata alcuna sofferenza, che non si devono assumere responsabilità, che non sono possibili ulteriori indagini?”, chiede Christian.

    Parallelamente, era in corso un procedimento canonico. Nel dicembre 2025, l’autorità vaticana competente annunciò l’archiviazione “pro nunc”, sebbene il sacerdote accusato non fosse stato ascoltato durante l’inchiesta, come di consueto in qualsiasi altro tribunale. Il sacerdote accusato continua a svolgere il suo ufficio fino ad oggi, incluso il suo lavoro con bambini e giovani. Altre due persone hanno presentato dichiarazioni scritte contro il sacerdote in questione, note alla diocesi.

    “Dopo due anni, non ho sperimentato né la verità – che ciò che è accaduto venga riconosciuto – né giustizia”, ​​afferma Christian. “La diocesi predica molto, ma non dice la verità alle vittime. Alla fine, succede troppo poco. Questo è paralizzante, e non è appropriato per le persone colpite”.

    Chiede pertanto con urgenza che i punti di contatto gestiti dalla Chiesa siano sostituiti da organismi indipendenti. “Il controllo esterno e la trasparenza sono fattori fondamentali per le necessarie indagini sui casi di abusi commessi dal clero”, ha concluso Christian.

    Nel frattempo, il suo fascicolo si accumula tra i casi chiusi, tra i tanti che restano invisibili al Dicastero.

    Per informazioni

    In Italia, negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Dopo un lungo periodo di limitata attenzione pubblica, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sotto la presidenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale nel 2022. Questo rapporto ha nominato 613 presunte vittime i cui casi erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche nel 2020 e nel 2021. Tuttavia, questi casi – come il caso dei cristiani e altre recenti segnalazioni di abusi – sono da allora in gran parte scomparsi dalla consapevolezza pubblica.

    Lo studio rimane fortemente criticato perché si è trattato di un progetto di raccolta dati interno alla Chiesa, controllato dalla stessa CEI e metodologicamente molto limitato. A differenza di altri Paesi, non è stata nominata alcuna commissione nazionale d’inchiesta indipendente e i dati coprono solo un breve periodo di riferimento e le diocesi partecipanti. I casi sono gestiti canonicamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano; le indagini statali sono condotte separatamente. Ad oggi, non ci sono informazioni sull’effettiva esistenza di un processo canonico per alcuni casi.

    Inoltre, i vescovi hanno sottolineato che non si tratta di un problema strutturale, ma piuttosto di singoli “casi isolati”. Critici e gruppi di pressione come Rete L’Abuso accusano quindi la Chiesa di dare priorità alla protezione dell’istituzione piuttosto che a un’indagine approfondita.

    Un caso particolare in Italia è il rapporto sugli abusi della diocesi di Bolzano-Bressanone, pubblicato nel gennaio 2025. Redatto da uno studio legale tedesco esterno, è considerato la prima vera indagine indipendente condotta da una diocesi italiana. Nel periodo dal 1964 al 2023, sono stati identificati 67 casi probabili o confermati di abuso. Dopo la sua pubblicazione, altre vittime si sono fatte avanti, quindi i numeri continuano ad aumentare. Tuttavia, secondo Rete L’Abuso (la rete italiana anti-abuso), anche questo studio manca della necessaria implementazione. Lo stesso autore del rapporto ha parlato di “fallimento totale sistemico” in un convegno organizzato dalla diocesi nel novembre 2025.

    https://www.tageszeitung.it/2026/03/01/jahrzehntelange-last/

  • Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    (OSV News) — Una corte d’appello dell’Italia meridionale ha confermato che un ex sacerdote ha utilizzato tattiche manipolative per abusare sessualmente di diversi minori e che i membri della diocesi, tra cui il vescovo, erano a conoscenza e hanno attivamente insabbiato l’abuso.

    A metà gennaio, la Corte d’appello di Caltanissetta, città dell’Italia meridionale, ha pubblicato la sua “Motivazione”, un documento di 50 pagine che spiega la condanna emessa il 1° luglio dal tribunale nei confronti di padre Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere.

    OSV News ha ottenuto una copia del documento.

    In esso, la corte ha affermato che gli abusi commessi da padre Rugolo su tre vittime (Antonio Messina e altre due persone) implicavano un modello di comportamento “predatorio” che è stato caratterizzato come “deviazione mascherata da missione pastorale”.

    Il caso attirò l’attenzione per la diffusione al pubblico di registrazioni , tra cui alcune realizzate dal sacerdote accusato durante conversazioni private con il vescovo Rosario Gisana di Piazza Armerina.

    In una registrazione, il vescovo Gisana dice all’ex sacerdote, che ha espresso preoccupazione per l’indagine sui suoi abusi, che “l’unica cosa che possiamo fare è pregare il Signore perché il problema non è solo tuo, ma anche mio, perché ho insabbiato questa storia”.

    In un’intervista del 2024 al quotidiano italiano La Stampa, il vescovo Gisana ha affermato che le sue parole erano state “estrapolate dal contesto della conversazione”.

    Il vescovo Gisana e il vicario giudiziale diocesano, mons. Vincenzo Murgano, sono stati incriminati lo scorso anno per dichiarazioni false rilasciate durante il processo a padre Rugolo e dovranno comparire in tribunale il 12 marzo.

    Frustrazione con ‘Vos Estis’
    Mentre le schiaccianti sentenze della corte civile contro Padre Rugolo danno un certo senso di giustizia, per Messina l’inazione della Chiesa cattolica in un caso comprovato di insabbiamento sistematico è scoraggiante.

    In un’intervista rilasciata a OSV News il 10 febbraio, Messina ha affermato che le rassicurazioni secondo cui la Pontificia Commissione per la tutela dei minori sarebbe stata “un luogo privilegiato di ascolto” sono sembrate vane.

    Ha inoltre espresso frustrazione per il fatto che le procedure della Chiesa per indagare sulle accuse di abusi sessuali o sulla loro copertura, definite “Vos Estis Lux Mundi” (“Voi siete la luce del mondo”), non abbiano portato a provvedimenti disciplinari nei confronti del vescovo Gisana, che continua a ricoprire la carica di vescovo della diocesi.

    “Credo che ci sia stata una carenza nell’applicazione di ‘Vos Estis Lux Mundi’ e, più in generale, di queste norme volte a contrastare gli abusi”, ha affermato Messina. “Ogni volta che abbiamo cercato di invocare queste norme, anche tramite il mio avvocato canonico, ci è stato detto che non potevano essere applicate al mio caso perché non erano retroattive. Tuttavia, a prescindere da ciò, credo che la legge non abbia impedito, e non impedisca, alla Santa Sede di intervenire nei confronti del vescovo, soprattutto considerando che la sentenza del tribunale è molto chiara”.

    Messina ha anche osservato che, nonostante le notizie secondo cui padre Rugolo sarebbe stato ridotto allo stato laicale dopo la condanna del 2025, egli risulta ancora elencato come membro attivo del clero sul sito web della diocesi.

    “Non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale. La diocesi di Piazza Armerina lo elenca ancora tra i suoi sacerdoti sul suo sito web, con incarico presso l’arcidiocesi di Ferrara”, ha detto Messina a OSV News, aggiungendo che “per quanto mi riguarda, sì, rimane sacerdote”.

    In una dichiarazione pubblicata il 5 luglio, la diocesi ha affermato che, “in conformità con le norme canoniche, aveva precedentemente avviato un processo canonico che si era concluso con una sentenza di condanna”.

    OSV News ha contattato la diocesi di Armerina in merito allo status clericale di padre Rugolo e attende una risposta.

    Comunicazione con PCPM
    Dopo la condanna di Rugolo nel 2024, iniziarono i contatti tra Messina e il vescovo Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la tutela dei minori.

    Messina ha condiviso con OSV News la sua corrispondenza con la commissione, nonché una lettera da lui inviata a Papa Leone XIV.

    In una lettera datata 4 novembre 2024, il vescovo Alí informò Messina che papa Francesco aveva esteso un invito per un’udienza privata in Vaticano.

    Tuttavia, a causa di conflitti di programmazione e della successiva malattia e morte del papa, l’incontro non ebbe mai luogo. Ciononostante, Messina rimase in contatto con il segretario della commissione, recandosi anche a Roma per incontrarlo a maggio.

    Il vescovo Alí scrisse nuovamente il 15 luglio per confermare di aver informato papa Leone sul caso di Messina, nonché sulle sue preoccupazioni riguardo al fatto che il vescovo Gisana continuasse a guidare la diocesi nonostante le prove pubbliche di aver insabbiato i suoi abusi.

    «Sua Santità ha chiaramente espresso che la protezione dagli abusi e la giustizia sono punti fondamentali della missione della Chiesa e del suo pontificato», ha scritto il vescovo.

    “Desidero confermare la mia e la nostra volontà di mantenere un dialogo aperto con voi, come mi ha indicato Papa Leone XIV nei giorni scorsi. Egli ritiene che la sua Commissione per la Tutela dei Minori possa essere un luogo privilegiato di ascolto, creato proprio per tutti coloro che hanno subito abusi e, come voi, desiderano rivolgersi alla Santa Sede”, ha aggiunto.

    A settembre, il vescovo Alí ha risposto a una lettera di Messina, che chiedeva assistenza alla commissione in merito alle presunte azioni del vescovo Gisana per screditarlo, nonché alle presunte molestie da parte di membri della diocesi di Piazza Armerina.

    Nella sua lettera, il vescovo ha ribadito il mandato della commissione, che “riguarda lo sviluppo di politiche di protezione”, e che la storia di Messina “sarà tenuta in grande considerazione dalla Commissione nello svolgimento della sua missione”.

    Ha inoltre assicurato al sopravvissuto la sua “volontà di mantenere un dialogo aperto con lui”.

    Tuttavia, Messina ha dichiarato a OSV News che, dopo quella lettera, i molteplici tentativi di contattare il segretario della commissione, tra cui un aggiornamento su una richiesta di udienza con Papa Leone, sono rimasti senza risposta.

    “È un silenzio incomprensibile”, ha detto Messina. “L’unica spiegazione che temo è che il silenzio sia stato scelto deliberatamente, lasciandomi senza risposta. È quello che è successo con i dicasteri, ai quali ho inviato le mie lettere e gli atti del processo chiedendo loro di intervenire”.

    ‘Limiti’ al mandato
    OSV News ha contattato via email la commissione pontificia il 12 febbraio in merito alla frustrazione di Messina per il suo silenzio. Un messaggio dall’ufficio stampa della commissione ha confermato la ricezione e ha comunicato che avrebbe risposto “ma probabilmente non prima” del 16 febbraio.

    Poco dopo che OSV News ha ricevuto la conferma della commissione, Messina ha dichiarato di aver ricevuto un’e-mail con allegata una lettera del vescovo Alí in cui si scusava per il ritardo nella risposta. Tuttavia, la lettera, datata 12 febbraio, riportava erroneamente l’anno “2025” invece di “2026”.

    Il vescovo Alí ha assicurato che le preoccupazioni di Messina sono state inoltrate al Dicastero per la Dottrina della Fede e, pur assicurando la continua “apertura al dialogo e all’ascolto” della commissione, ha osservato che ci sono “limiti che il nostro mandato impone”.

    “In effetti, la Commissione non ha alcuna competenza su singoli casi o aspetti giudiziari, soprattutto quando si tratta di procedimenti ancora pendenti”, ha affermato il vescovo. “Ciò non diminuisce in alcun modo l’attenzione e il rispetto con cui abbiamo accolto la sua testimonianza, ma non siamo nella posizione di poter richiedere informazioni su quanto da lei richiesto”, ha scritto il vescovo.

    Le “informazioni” in questione erano una richiesta fatta da Messina il 1° novembre per avere risposte in merito allo status canonico di Padre Rugolo.

    Ha inoltre confermato che la richiesta di Messina di un’udienza privata con Papa Leone «è stata immediatamente trasmessa all’organismo competente della Curia Romana, la Prefettura della Casa Pontificia, affinché potesse essere valutata secondo l’ordine del giorno e la disponibilità di Sua Santità».

    Al momento della pubblicazione, la commissione non aveva ancora inviato la sua risposta a OSV News.

    Restano domande e determinazione
    Sebbene abbia apprezzato il fatto di aver ricevuto una risposta dopo cinque mesi di attesa, per Messina il messaggio del vescovo Alí solleva più domande che risposte su chi lui e i sopravvissuti come lui possano rivolgersi quando cercano aggiornamenti sui casi canonici o affrontano problemi con le diocesi locali.

    Ciononostante, Messina ha affermato che, nonostante i presunti tentativi da parte dei membri della diocesi di intimidirlo o metterlo a tacere, “ho ancora un briciolo di fede e mi aggrappo ad essa”.

    Nonostante la sofferenza e lo scoraggiamento, “spero di mantenere questa determinazione e che non solo ci sarà una condanna definitiva del sacerdote che ha abusato di me e di altri ragazzi, ma anche una condanna esemplare del vescovo Gisana e del suo vicario giudiziario, perché hanno insabbiato e tentato – e continuano a tentare – di insabbiare i crimini da lui commessi”.

    Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto dire a Papa Leone, Messina ha risposto a OSV News che gli avrebbe chiesto di “ascoltarmi e di mettere in pratica le misure necessarie, e di non aspettare che le vittime vadano avanti da sole”.

    “Non possiamo fare tutto da soli. La Chiesa non può esimersi dalla responsabilità di intervenire direttamente quando i fatti sono chiari e, soprattutto in questo caso, supportati dalla documentazione”, ha affermato. 

    Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale per OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.

    Clerical sexual abuse survivor urges Church action after Italian court upholds conviction

  • La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Segnatura Apostolica, il più alto tribunale della Chiesa, ha respinto l’ultimo ricorso presentato da Philippe Madre, ex diacono e antico moderatore generale della comunità delle Beatitudini, confermando così in modo definitivo la sua condanna canonica e la sua espulsione dallo stato clericale.

    Secondo quanto riportato dal quotidiano francese La Croix, la decisione è stata adottata a gennaio del 2026, quindici anni dopo che Madre era stato allontanato dallo stato clericale. La sentenza non è stata pubblicata ufficialmente, ma sarebbe stata comunicata telefonicamente a diverse presunte vittime che hanno partecipato all’indagine condotta da Roma.

    Un processo canonico prolungato

    Philippe Madre, medico di professione e antico responsabile della comunità tra il 1985 e il 1992, era stato accusato nel 2003 di abusi sessuali commessi nell’ambito di accompagnamenti spirituali. Egli ha sempre negato i fatti.

    Dopo due condanne da parte di tribunali ecclesiastici nel 2010 e nel 2011, ha presentato un ricorso alla Segnatura Apostolica alegando difetti di forma. Quel ricorso non ha avuto successo, consolidando la sua espulsione dallo stato clericale. Parallelamente, è stato escluso dalla comunità delle Beatitudini nel 2010.

    La recente decisione rivela che l’ex moderatore, oggi di 75 anni, ha fatto ricorso nuovamente a Roma per difendere la sua innocenza. Il tribunale vaticano ha respinto definitivamente quell’appello, senza possibilità di ulteriore ricorso.

    Il percorso nella giustizia civile

    Il caso ha avuto anche un percorso nella giurisdizione civile francese. Nel 2010 è stata aperta un’indagine giudiziaria per presunta violazione commessa da una persona che abusava dell’autorità derivata dalla sua funzione. Diverse donne che erano appartenute alla comunità lo hanno accusato di abusi commessi per anni nella casa comunitaria di Cordes-sur-Ciel, dove esercitava contemporaneamente come responsabile spirituale e medico.

    Secondo le testimonianze raccolte nel procedimento giudiziario, le denuncianti affermavano che i fatti si erano verificati in un contesto di forte dipendenza spirituale e psicologica.

    Tuttavia, dopo vari ricorsi, la giustizia civile ha emesso nel 2018 un non luogo a procedere considerando insufficientemente caratterizzati certi elementi giuridici, decisione confermata successivamente dalla Corte di Cassazione, il che ha posto fine alla via penale.

    La comunità delle Beatitudini

    La comunità delle Beatitudini è stata fondata in Francia nel 1973 da Gérard Croissant, noto come Ephraïm. Di spiritualità carismatica e con presenza internazionale, si è espansa in diversi paesi e ha riunito membri consacrati e laici in vita comunitaria.

    Negli ultimi decenni, la comunità ha attraversato diverse crisi interne e processi di riforma promossi dalla Santa Sede. Nel 2008, il suo fondatore è stato allontanato e successivamente escluso dalla comunità. Da allora è iniziata una riorganizzazione strutturale e statutaria sotto supervisione ecclesiale, con l’obiettivo di chiarire la sua governance e prevenire abusi di autorità.

    Il caso di Philippe Madre si iscrive in quel periodo di revisione e depurazione interna che ha colpito l’istituzione negli anni successivi.

    Altre condanne successive

    A prescindere dai fatti legati alla comunità, Philippe Madre è stato condannato nel 2014 a un anno di prigione con sospensione della pena per falsificazione e frode relative alla sua attività medica. Quello stesso anno è stato sanzionato disciplinarmente dal collegio regionale dei medici.

    La decisione definitiva della Segnatura Apostolica chiude così il percorso canonico di un caso che ha segnato la storia recente della comunità delle Beatitudini e che risale a più di due decenni.

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    https://infovaticana.com/it/2026/02/13/la-chiesa-ratifica-la-condanna-di-un-ex-diacono-legato-ad-abusi-in-francia/

  • Intervento di Francesco Zanardi al parlamento della Repubblica Ceca

    Intervento di Francesco Zanardi al parlamento della Repubblica Ceca

    1. 2. 2026

    **Buongiorno a tutti. Potrebbe presentarsi e introdurre il suo intervento?**

    Buongiorno a tutti e grazie per essere venuti. È un piacere essere qui con voi. Potete avviare la registrazione. Quello che è il mio ruolo in Italia ci unisce perché il problema è comune. Io non so se vi abbiamo spiegato come funzionano i processi della Chiesa, perché la Chiesa propone dei processi alle vittime dicendo di venire a denunciare e a rinunciare, ma la Chiesa non vi dice una cosa. Non vi dice una cosa molto importante: i processi della Chiesa si chiamano processi, ma l’obiettivo è differente. Il processo dello Stato guarda il diritto della persona, cioè la vittima è colei che ha subito l’abuso. Nella Chiesa il processo canonico ha un obiettivo differente. Io, vittima abusata, sono il testimone che il prete ha commesso un reato contro Dio. Quindi le finalità sono differenti. Dico questo perché si rimane molto spesso in Italia… Tutti gli italiani non sanno questa cosa, nessuno gliela spiega e neanche i media, quindi le persone in buona fede si rivolgono alla Chiesa che propone questi processi, e poi il processo finisce e vedi che il prete è stato sospeso per 4-5 anni e dici: ma come? Ed è proprio per questo, la sospensione è la punizione, perché per la Chiesa un prete che non può più esercitare è la punizione per aver commesso questo reato verso Dio. Il problema è che la vittima non viene riconosciuta come vittima, ma solo come testimone. La vittima non viene risarcita. Quindi questo è un consiglio che do: di stare molto attenti. I due processi non sono equivalenti, assolutamente.

    Sono due processi completamente diversi, che non dico che la Chiesa non debba fare, ma lo Stato deve fare anche il processo dove viene rivendicato il trauma e l’abuso sessuale che la vittima ha subito. Insieme possono andare d’accordo, solo quello della Chiesa assolutamente no. Quindi queste sono le due strade separate. Io capisco che chi è cattolico voglia fare anche il processo della Chiesa, ma quella è una cosa, diciamo, secondo me, in più. La Chiesa inoltre oggi sta affrontando questo problema, o almeno non lo sta affrontando, è costretta ad affrontarlo perché emergono vittime in tutti i paesi dove esiste la Chiesa, e tutte le vittime chiedono giustizia proprio per il fatto che la Chiesa non rende poi giustizia alle vittime. E un’altra cosa importante che secondo me manca nell’ideologia della Chiesa è quella del risarcimento e della denuncia del prete, cioè i casi che vengono segnalati alla Chiesa vanno denunciati dalla Chiesa anche alla polizia. In Italia, ad esempio, la Chiesa racconta agli italiani che faranno il processo, però non denuncia alla polizia. Qualche volta la Chiesa addirittura fa questi processi interni perché il caso non esca pubblicamente. Qualche volta accade addirittura che il prete viene mandato via dalla Chiesa, ma qual è il risultato? Che non dicendolo in giro resta sempre un pedofilo che non è più prete, ma resta sempre la persona pericolosa per altri bambini perché, come si sa ormai, i pedofili non smettono mai di abusare, i pedofili hanno bisogno dei bambini, ci siamo? Quindi che siano preti o che non siano preti, questo cambia poco.

    **Come ha affrontato la Chiesa la questione degli abusi nel corso della storia?**

    Dicevo quindi la Chiesa non ha affrontato da sola questo problema, ed è grazie a tutte noi vittime che adesso la Chiesa si trova a dover reagire. La Chiesa conosce bene il problema della pedofilia dal 1962 almeno, anche se dice di averlo appena scoperto. Perché sostengo questo? Perché nel 1962 Ottaviani, per conto del Papa, scrisse la famosa direttiva Crimen sollicitationis. E perché uno Stato come la Chiesa nel 1962 ha scritto una direttiva per regolamentare la pedofilia se non conosceva la pedofilia? La risposta è semplice: quindi ha occultato questi crimini per tanti anni pur sapendolo. Ora a me, come vittima, che il Papa venga a dirmi “procederemo con i nuovi casi lasciando fuori tutte le vittime che hanno già subito”, conta poco, perché se tu davvero con il cuore vuoi fare qualcosa di buono, intanto ripari dove hai rotto. Non dici solo “non lo faremo più”. Questo lo capite che è molto stupido credere che la Chiesa voglia fare questo. Se voi provate ad aprire Internet e cercare in tutto il pianeta su Google un prete pedofilo denunciato dalla Chiesa, non troverete in tutto il mondo un solo caso di un vescovo o di un cardinale o di un Papa che è andato alla polizia a denunciare un prete. Quindi questo vuole dire molto. Nel Gattopardo, che è un libro che forse conoscerete, c’è una frase: “cambiare tutto perché tutto resti uguale”. E questo è un po’ il gioco che sta facendo la Chiesa in tutto il mondo. Anche nei paesi dove c’è stata un’azione, esempio la Francia, adesso la Spagna, dove stanno addirittura risarcendo le vittime, non è la Chiesa che spontaneamente ha risarcito le vittime, è lo Stato che è intervenuto sulla Chiesa. In Francia parliamo di 3.000 preti pedofili che hanno prodotto circa 330.000 vittime. Quindi rendetevi conto del potenziale. In Spagna anche, in Spagna c’è stata ultimamente una reazione.

    La Spagna si è interessata, cioè grazie ai media, in particolar modo ad El País, che ha fatto un’inchiesta giornalistica durata anni, questa inchiesta giornalistica ha messo in moto nella sua autonomia la magistratura spagnola, che ha iniziato a contare i casi che al suo interno aveva processato in Spagna. In Italia purtroppo, questo per farvi capire quanto l’Italia sia succube della Chiesa, neanche la magistratura ha fatto quello che poteva fare tranquillamente, cioè quello che è stato fatto in Spagna. L’Italia quindi ha un problema davvero molto grosso, molto grande. Voi oggi, le vittime qui a Praga, sono state ricevute dal Presidente della Repubblica. E io credo che per voi vittime che siete qui in questa sala non abbia risolto il problema, tuttavia vi sentite vicini. Il vostro Presidente ha riconosciuto quantomeno quello che avete subito. In Italia non abbiamo neanche avuto questa gioia, diciamo così. In Italia il Presidente della Repubblica è sempre pronto ad accogliere il Papa, i cardinali e la Chiesa, ma non ha accolto il suo popolo. E io questo trovo che sia una cosa molto grave. Faccio i complimenti al vostro Presidente perché ha fatto un gesto che al momento è simbolico, però è un buon gesto. Vuol dire che questo Parlamento lavorerà su questo problema. Io adesso ho fatto una battuta prima con Jan perché non sapevo che qui in Repubblica Ceca non avevate il concordato, perché il concordato c’è in tutto il mondo con la Chiesa. Bene, una clausola che sarebbe da inserire in quel concordato prima di firmarlo sarebbe che la Chiesa paghi i danni sui cittadini, una clausola, per non finire, capite, che poi finisca come in Italia, dove il Papa non chiede scusa alle vittime, il Papa chiede scusa ai cattolici, perché per la Chiesa ogni volta che una delle vittime parla e tira fuori il suo caso è una vergogna e la Chiesa tiene al suo buon nome. Quindi fa delle scuse pubbliche, però non sono sentite. Infatti non aiuta le vittime.

    Non c’è stato da parte della Chiesa un risarcimento economico, e non perché noi vittime, lo sapete benissimo, vogliamo dei soldi. Io sono stato abusato quando avevo 11 anni da un prete, e ho denunciato perché ho maturato il trauma dell’abuso solo a 45 anni. Io a 48 anni ho avuto un tumore al colon di origine psicosomatica. Adesso sono malato, mi vedete, non so se qualcuno ha visto che oggi cammino male perché il mio corpo oggi è molto stanco stando in piedi da questa mattina. E per me anche venire qui è stato molto difficile, ma l’ho fatto davvero volentieri vedendo il Governo che dà questa apertura alle vittime e volevo anche stare con le vittime e parlare con loro da vicino. Quindi ho fatto un sacrificio a venire dall’Italia malgrado sia stato per me una cosa pesante, però l’ho fatto davvero col cuore perché credo che questo gesto da parte del vostro Stato, del vostro Paese, che vi riconosce come cittadini intanto, perché riconoscere le vittime vuol dire che vi riconosco anche come cittadini… Questa cosa io in Italia non la posso dire. L’Italia ha messo su un sistema dove lo Stato non interviene, lascia gestire la pedofilia ai preti. Tant’è che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Zuppi, ha dichiarato pubblicamente che non passerà i nominativi dei preti pedofili alla polizia italiana. Cioè in pratica ometterà la denuncia. E lo Stato italiano è stato lì. Allo Stato italiano va bene che uno Stato estero, cioè i membri di uno Stato estero, stuprino i suoi cittadini. Così, un po’ come se fossimo il cibo per i leoni, no? Questa cosa è di un livello culturale bassissimo. Ma alla Chiesa questo livello culturale molto basso sta bene. E ci convive molto bene, perché la Chiesa purtroppo in Italia è davvero di un livello culturale molto basso, tanto che quelle poche, quei pochi cattolici che soccorrono le vittime, o almeno dicono di farlo, non lo fanno per la vittima, lo fanno per farsi belle davanti a Dio. Quindi non c’è un pentimento. E senza pentimento non c’è giustizia, lo capite? Quindi ripeto, non so cos’altro dire e preferirei a questo punto se qualcuno ha delle domande di farmele. Io ho poco tempo a mia disposizione, quindi ho cercato di spiegare un attimino un po’ le basi non volendo fare il professore, ma insomma volendo passare quello che ho appreso negli anni. Prego, non siate timidi.

    **Cosa dovrebbero fare i vescovadi o la Chiesa nelle parrocchie quando c’è una vittima, e come dovrebbero lavorare con la comunità affinché la vittima si senta a proprio agio?**

    Ti rispondo con una domanda. Oggi a voi ha fatto piacere che non ci fosse nessun rappresentante della Chiesa, almeno simbolicamente, a sostenervi? Vi siete chiesti come mai non c’era nessuno? Questa potrebbe essere una cosa che la Chiesa può fare. Un’altra cosa: siccome la Chiesa ha ben chiaro il discorso iniziale che ho fatto, che i due processi sono paralleli ma uno non compensa l’altro, la Chiesa deve assumersi l’obbligo di denunciare alla polizia, alla magistratura, agli inquirenti, diciamo, dello Stato che la ospita, perché la Chiesa qui come negli altri paesi è ospite, non è padrona di casa, i padroni siete voi… Comunicare obbligatoriamente questi nominativi, e questo per impedire che questi casi succedano ancora. Invece credo anche qua in Repubblica Ceca come in Italia, quando la Chiesa sa di un prete pedofilo, lo sposta, cioè dà la possibilità a questo prete di continuare ad abusare. E questo non è un provvedimento. Quindi questa è una cosa che credo sia fondamentale. Poi se la Chiesa in più vuole dare un sostegno spirituale a chi lo vuole, ma lo dia. Certo che non basta, ok? E il fatto dei risarcimenti di cui parlavo prima è che io sono malato, ed economicamente non mi aiuta né lo Stato né la Chiesa. Ora come si può entrare in un concetto dove questa Chiesa tanto brava e buona, che vuole o almeno dice di voler risolvere il problema, poi non assiste le vittime, cioè chi è già stato vittima dei suoi membri? OK?

    **Come si può richiedere concretamente il risarcimento economico?**

    Intanto questo è un altro indizio che fa capire che la Chiesa se ne lava le mani, il discorso che facevo prima. Ridurre allo stato laicale un prete non risolve il problema, perché quel prete che è ridotto allo stato laicale lo ha ridotto per non pagare te, ci siamo? Di fatto probabilmente questo prete non l’ha denunciato alla polizia, quindi adesso anche se non è più prete resta comunque un pedofilo. E questa è una cosa pericolosa. Rispondo alla domanda, arrivo, arrivo. Scusa, sono stato un po’ lungo. Rispondo alla domanda: non so come funzioni il sistema giudiziario in Repubblica Ceca. In Italia, anche se è difficile da raggiungere, la Chiesa di fatto dimettendo quel prete, perché lo dimette? Perché quel prete ha fatto qualcosa che non va bene, se no non sarebbe stato dimesso. La Chiesa diventa quindi giuridicamente responsabile civile di quello che ti è accaduto, anche se il prete non è più prete. Nei tribunali italiani si riesce ugualmente a chiedere il risarcimento denunciando il prete, che non ha poi i soldi, perché sicuramente i preti poi non hanno i soldi da risarcire le vittime, ma essendo responsabile civile anche la Chiesa, che i soldi li ha, questi soldi vengono chiesti alla Chiesa. Poi la Chiesa si aggiusterà col prete per farsi dare indietro i soldi, ecco, in qualche modo. Spero di essere stato esaustivo.

    **Qual è il valore del concordato con lo Stato?**

    Il concordato è una scusa poi per potersi muovere all’interno dello Stato, capite? È importante quindi questa cosa, che venga fatto un concordato… Che per carità, la Chiesa come Stato ha diritto, come tutti gli Stati, ad avere un accordo con lo Stato che la ospita, ma questo accordo non può prevedere che la Chiesa commetta dei crimini e resti impunita. È importante anche il lavoro che voi vittime state facendo. Voi col vostro coraggio state sollevando pubblicamente una questione importante, state dando consapevolezza ai cittadini della Repubblica Ceca di questo problema. Questo è importante, perché se voi vi foste limitate a rivolgervi alla Chiesa, la Chiesa avrebbe tenuto il vostro caso sotto il tappeto. Quindi avrebbe addirittura impedito di far sapere che ci sono delle vittime. Purtroppo anche le ultime leggi modificate da Papa Francesco, parlo del Vos estis lux mundi, se voi lo leggete, quel documento non prevede la denuncia alle autorità civili dello Stato, parla solo di denuncia alla Chiesa. Quindi capite? È un inganno. Con così tanta malafede purtroppo la Chiesa oggi non ha nessuna carta per essere creduta.

    **Come fa una vittima dal punto di vista umano a trasformarsi da vittima a sopravvissuta e ad uscire da quel ruolo?**

    Beh, qui ci sono tante vittime. Oggi penso che ognuno di voi almeno una volta nella vita abbia provato a suicidarsi. Io ho provato quattro volte e non ci sono riuscito. Finché noi vittime rimaniamo nel limbo di quello… cioè in un limbo dove diciamo “siamo vittime, stiamo male, siamo sofferenti”, siamo davvero vittime. Il sopravvissuto invece è quello che come voi riesce a reagire. E voi state reagendo oggi non tanto per voi stessi, lo state facendo più per gli altri, perché la vostra denuncia è una richiesta di giustizia, ma voi la vostra situazione ormai non la potete più aggiustare, è rotta. Quindi voi lo state facendo per gli altri. In questo momento non siete più vittime, siete sopravvissuti, perché in qualche modo avete trovato il vostro equilibrio. Qualcuno di voi ha delle famiglie, quindi diciamo state dando consapevoli che per voi non si torna indietro, state dando un grande contributo civile alla società. E siete una potenza voi vittime, credetemi. Noi vittime, pardon. Chiedete pure. Non siate timidi, qua dentro siamo tutti vittime.

    **A te l’abuso sessuale cos’è costato? Hai una famiglia?**

    Allora, a me gli abusi sessuali sono costati carissimi. A parte la malattia, a 24 anni ho visto mia madre uccidersi. Mia madre si è uccisa quando ha scoperto che il mio cambiamento di umore era dovuto al fatto che ero stato stuprato da un prete. Mia mamma non ha supportato, non è riuscita a supportare questo dolore, si è sentita come madre, perché qui dobbiamo tenere conto che non ci siamo solo noi vittime come vittime, ma tutte le nostre famiglie. Come madre non ce l’ha fatta, non mi ha mai parlato di questa cosa, ma il giorno dopo che ha saputo questo fatto mia mamma si è buttata in mare. Io ho perso la mia famiglia, che non era poi nel mio caso neanche la mia famiglia, in quanto io sono stato abbandonato alla nascita, non so chi sia mia mamma e mio papà. Avevo questi genitori che erano adottivi. Io la mia famiglia me la sono creata. Aggiungo un pezzo perché è importante: io il trauma che ho subito mi ha portato ad essere terrorizzato dal sesso. Io fino ai 30 anni non ho avuto rapporti sessuali tranne che col prete che mi aveva stuprato. Poi in qualche modo a 30 anni ho preso in mano questa situazione e ho cercato di ricostruire la mia vita. Ho anche riconosciuto la mia sessualità perché io non avevo la cosa alla quale mi rifiutavo di pensare, io non avevo minimamente voglia di avere un partner. Bene, da lì mi sono ricostruito la mia vita e adesso sono sposato. Tuttavia poi 13 anni dopo, 14 anni dopo, quando ho denunciato è intervenuto il tumore. Diciamo che io sono nato a 30 anni, o almeno io racconto di essere nato a 30 anni e poi essere morto a 45 per la seconda volta. Cioè quello che sto facendo ormai, per carità sto bene… sto bene per quanto si possa star bene oncologici e con tutte le problematiche passate. Tuttavia ho una mia vita e sto bene adesso nella mia vita, però questo mi spinge a lottare perché io non voglio che nessuno passi, ma credo tutti voi vogliate che nessuno passi quello che poi ognuno nel suo intimo ha passato. Diciamo che bisogna trovare il modo di trasformare brutte esperienze non in rabbia, in qualcosa di positivo. Questo vi può aiutare moltissimo, credetemi. Prego.

    **Cosa dovrebbero fare le vittime quando vogliono continuare a servire nella Chiesa, ma il nuovo parroco lo proibisce loro?**

    Allora questo la risposta non ce l’ho, mi dispiace. Però questo capisci, ti fa capire ancora quanto è falso, quanto è bugiardo il Papa quando dice che è vicino alle vittime. Hai appena testimoniato le menzogne di Papa Francesco e di Papa Leone. Vi do ancora un indizio sul nuovo Papa, i giornali non l’hanno detto, vedete: Papa Leone, prima di essere eletto Papa, era prefetto della Congregazione per la Dottrina dei Vescovi. Papa Leone da 3 anni aveva in mano il fascicolo di Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi imputato dalla magistratura italiana, quindi sotto processo per aver coperto un prete pedofilo. Bene, la magistratura italiana lo sta processando, la Chiesa lo lascia ancora vescovo, è ancora lì, la Chiesa non ha avviato nessun procedimento. E questo è strano, perché Papa Francesco ha garantito che il Vos estis lux mundi, in quel provvedimento sarebbero stati perseguiti i vescovi criminali, cioè quelli che coprivano i preti pedofili. Un’altra bugia, altra santa bugia papale.

    **33 anni fa ho presentato una denuncia penale, come ci si comporta riguardo agli accordi finanziari?**

    Beh in Italia questi soldi… Io vi direi di stare attenti. La Chiesa in Italia cosa fa? Anche qua sempre nella pessima malafede, perché ai cattolici dice una cosa ma poi ne fa un’altra. In Italia l’usanza è che quando le vittime vanno a denunciare alla Chiesa, ed è per questo che non dovete andare alla Chiesa, dovete andare magari anche alla Chiesa ma anche alla polizia, gli vengono dati 25.000 euro che vengono dati con un accordo privato tra le parti si chiama. Tu prendi però questi 25.000 euro e sei obbligata a non rivelare il nome del prete se non è già pubblico, e comunque in quell’accordo che tu firmi la Chiesa ti impone di non poter poi più chiedere nulla, no? In pratica con quei quattro soldi la Chiesa si mette a posto la coscienza. Non so come faccia davanti a Dio, perché se Dio esiste come dice la Chiesa, diciamo che la Chiesa è il pessimo rappresentante di Dio, è lo sporco di Dio. Quindi capisco che anche la signora ha fatto un accordo tra le parti alla fine, ha fatto firmare per il silenzio.

    **Cosa pensa del fatto che la Chiesa svolga anche opere di bene e di aiuto?**

    Allora il fatto che la Chiesa aiuti, cercate di capire, l’aiuto deve essere anche quando la Chiesa crea dei problemi. Ora non basta dire “la Chiesa ha violentato me, non cura me, però fa bene ai poveri”. E cosa vuol dire, cosa c’entra? Cioè la Chiesa deve assumersi la sua responsabilità. E qui di nuovo il fatto che la Chiesa debba pagare le vittime, pagare con dei soldi, è un deterrente, perché la Chiesa americana, dove abbiamo visto diocesi fallire, lì è stata più attenta. Quando aveva un prete pedofilo dall’America lo mandava in Italia, ecco scusate la battuta, purtroppo vera. Però diciamo cercava di togliere il problema. Se questa cosa fosse fatta in ambito globale, capite, sarebbe una cosa valida, perché poi non si può dire “sì è vero ci sono i pedofili, ma tanti altri preti sono bravi”. Eh ma cosa vuol dire? D’altra parte comunque questi preti bravi quanti preti pedofili hanno denunciato? Quante vittime hanno aiutato? Nessuna. E questo diventa un altro problema, non si può barattare così l’essere buoni.

    **Qual è l’elemento fondamentale che manca oggi alla Chiesa?**

    Credo che fondamentalmente ci voglia da parte della Chiesa onestà, cosa che oggi la Chiesa non ha. Questo credo sia il tassello principale, avere davanti una Chiesa onesta. Per quello lei dice che prova sfiducia, e lo credo bene che prova sfiducia, perché dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Quindi è importante dire alla Chiesa che deve riacquisire la fiducia, e per riacquisire la fiducia deve essere onesta con la gente. E questo purtroppo è un problema che resterà nella Chiesa finché la Chiesa non cambia ottica e scende un po’ dal piedistallo, cioè la Chiesa si eleva tanto in alto a fare la professoressa, a dire addirittura preti che non si sposano addirittura vengono a insegnarvi come dovete gestire il matrimonio. E lo capite che è una supponenza persino irritante, perché il prete per carità può dare tutti i messaggi, gli insegnamenti di Dio, certo non avendo una famiglia difficilmente credo che nel pratico possa insegnarvi come gestirla, ecco. Potrà dirlo nell’etica, nella morale, ma non di più.

    **E come mai ci sono decine, centinaia e migliaia di suore violentate?**

    Riflettendo su quella di prima e parlavo di onestà della Chiesa, vedete la Chiesa dice anche che non si deve praticare l’aborto. Però come mai le decine, centinaia e migliaia di suore stuprate dai preti pedofili, o non pedofili, criminali, e rimaste incinte poi vengono fatte puntualmente abortire? Cioè come è possibile che i preti stuprino delle suore, le facciano abortire e poi vengano a dire a te che non devi abortire? Ci siamo? E questa è una disonestà intellettuale che nella Chiesa è florida, è un’ipocrisia grandissima. Purtroppo la Chiesa ci tiene molto alla sua ipocrisia, diciamo così. E quindi direi che la Chiesa se vuol essere credibile intanto risolva, cioè si deve presentare pulita, non può presentarsi in questo modo perché fa solo pietà.

    **Qual è la situazione della fiducia nei confronti del Vaticano?**

    Quello che dice Jan in italiano lo traduco anche sulla fiducia: c’è un detto molto semplice, che “il pesce puzza dalla testa”. E il Vaticano puzza dalla testa. La testa è il Papa. Da lì in giù purtroppo al momento puzza e non è credibile, è malodorante. Quindi quando sarà bello profumato si potrà essere creduto, al momento è difficile.

    **Puoi spiegare più precisamente le responsabilità del Papa?**

    L’ho detto prima: il Papa, che era alla Congregazione per la Dottrina dei Vescovi, non ha punito i vescovi che aveva in mano ed è diventato Papa. Oggi che è Papa lo può fare, e invece non lo sta facendo. Il Papa ha in mano più di un caso, uno lo so perché gliel’abbiamo mandato noi tre anni fa, ed è il caso che ho raccontato prima di Monsignor Gisana. Robert Prevost, prima di diventare Papa, è stato 4 anni capo del Dicastero per i Vescovi. Ha diversi casi in mano. Quello che io conosco, perché la mia associazione lo ha depositato a Prevost insieme alla vittima, è quello del vescovo Rosario Gisana di Enna. Vescovo che a Enna adesso, Rosario Gisana, se cercate su Internet trovate, e bene questo caso era in mano a Prevost secondo il Vos estis lux mundi di Papa Francesco, no? Quindi l’avevamo denunciato lì. Tuttora questo vescovo fa ancora il vescovo, malgrado sia indagato dalla giustizia italiana. Io dico, se il Papa volesse essere credibile, perché ha iniziato malissimo il suo papato, se vuol avere un briciolo di credibilità inizi a processare questo vescovo. Perché dire che lo farà… Io mi sento preso in giro. Questa è un insulto alla mia intelligenza, scusate.

    **Quali strumenti hanno a disposizione le vittime e le istituzioni locali?**

    Comunque avete una buona arma in mano, quella del concordato. Ricordatevi, dovete giocare sul concordato. Opporvi se… Visto il quadro generale, non si vuole aver sfiducia, ok? Ma il quadro generale è questo. Quindi lo Stato ceco non deve fare il concordato se la Chiesa non si assume questo impegno, ma davvero, davvero, non con le parole. Le parole servono a poco, anche se son belle. E i preti sanno parlare molto bene, meglio di me. No, voi state facendo, Jan sta facendo un lavoro eccezionale con tutti voi perché… Guarda tutta la mia ammirazione, la mia stima, perché è riuscito a fare più di quello che ho fatto io in Italia in 15 anni. Poi non è colpa mia, in Italia purtroppo gli italiani sono cattolici, ma cattolici così. Quello è un problema. Anche perché l’Italia, capite bene, è vero che il Vaticano non è l’Italia, ma l’Italia ha il Vaticano, e per il Vaticano l’Italia è la prima zona cattolica e dovrebbe essere agli occhi del mondo la più perfetta. Quindi il Vaticano ha tutto l’interesse che in Italia non succeda niente, o almeno che non si sappia.

    **Qual è la tua relazione di collaborazione con Jan? Rozek**

    Oramai io e Jan siamo in collaborazione da tanti anni. Quanti anni, 4-5? 4-5 anni che conosco Jan, non da ieri. È venuto più volte in Italia a casa mia, ospite mio, e io sono sempre, lui lo sa, disponibile e… La mia vita oramai è tutta in questa causa. Io con la mia malattia non posso più lavorare, non posso più fare il lavoro che facevo ed ho tantissimo tempo libero, quindi lo faccio col cuore davvero. Mi dispiace che non parlate italiano, cioè che non parlo io il ceco, ma se avete bisogno, se posso nel mio piccolo, volentieri. Come direbbero gli inglesi, “e che ci salvi la regina”. Grazie a voi, grazie a voi.

  • Pedofilia: Gesuiti chiedono perdono per caso padre De Luca

    Pedofilia: Gesuiti chiedono perdono per caso padre De Luca

    (AGI) – Città del Vaticano, 29 gen. – “A chi è stato ferito, a chi ha parlato e non si è sentito ascoltato, a chi ha sofferto in silenzio vedendo le proprie preoccupazioni minimizzate” “chiediamo umilmente perdono”.

    Lo scrive la Compagnia di Gesù nella relazione conclusiva sulle indagini riguardanti gli atti di abuso sessuale su minore attuati da padre Sauro De Luca, morto nel 2012, durante le attività del Meg, il Movimento eucaristico giovanile.

    De Luca abusò di circa 30 donne, di cui alcune minorenni. Nel report si segnala anche di un altro gesuita coinvolto che, nell’ambito del suo incarico al Meg, aveva commesso abusi sessuali su cinque donne.

    “Con immenso dolore riconosciamo che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni. Questa dolorosa consapevolezza ci spinge a continuare ad agire con più forza e determinazione: la richiesta di perdono rappresenta soltanto il primo passo di un percorso che richiede di essere intrapreso insieme”, si legge nel documento.

    La Compagnia di Gesù ricorda che appena arrivarono le prime denunce, nel 2010, fu avviata una indagine e padre De Luca fu sottoposto “a restrizioni e a una vita ritirata”, per poter poi procedere a un processo canonico.

    “Durante questo periodo, padre De Luca fece delle ammissioni” ma non seguì il processo perché nel frattempo il religioso si ammalò gravemente, e morì nel giro di un anno. (AGI)

    https://www.agi.it/agiprima/pedofilia-gesuiti-chiedono-perdono-per-caso-padre-de-luca-agi:sur:35337129/