Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo

  • Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    L’ex parroco di Martignana di Po (Cremona) è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Cremona per violenza sessuale. Don Luigi Mantia, 49 anni, è accusato di violenza sessuale su due minori e, su richiesta del pm Francesco Messina, il gup Matteo Grimaldi ha mandato a processo il sacerdote che un anno fa, in seguito alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, aveva presentato al vescovo Dante Lafranconi la rinuncia alla parrocchia di Martignana Po.

    Da allora è al santuario di Caravaggio (Bergamo). Il processo è fissato per il 5 febbraio prossimo. Ai fedeli aveva detto un anno fa, alla fine della messa: «Nel marzo del 2009 sono stato denunciato dal padre di un bambino… Assicuro che affronterà anche questa situazione per me dolorosa con piena responsabilità e con la possibile serenità». Nell’udienza preliminare di oggi, i genitori dei minori si sono costituiti parte civile.

    11 ottobre 2012 | 22:40

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/12_ottobre_11/violenza-sessuale-minore-prete-caravaggio-2112218687994.shtml

  • Parroco accusato di molestie, se condannato sarà la Curia a pagare i danni

    Parroco accusato di molestie, se condannato sarà la Curia a pagare i danni

    Lunedì 08 Ottobre 2012 16:22

    LECCE – La Curia di Nardò dovrà risarcire eventuali danni che saranno liquidati a un giovane cittadino marocchino che ha accusato il parroco Don Quintino De Lorenzis di averlo molestato. Lo ha deciso il Tribunale di Lecce (presieduto da Stefano Sernia), accogliendo la richiesta della parte civile, costituita in giudizio tramite l’avvocato Salvatore Centonze, e rigettando invece quella del legale dell’imputato, Marcello Maruccio, che aveva chiesto di tenere la Curia fuori dal processo.

    Sarà dunque il vescovo di Nardò-Gallipoli, monsignor Domenico Caliandro, a dover risarcire i danni in caso di condanna del prelato, imputato di violenza sessuale.

    Il processo è scaturito da una denuncia di un marocchino di 28 anni che ha accusato Don Quintino di avere abusato di lui nell’ottobre 2011, approfittando del suo stato di indigenza e dell’aiuto materiale che poteva fornirgli. Lo stesso giovane ha formulato in giudizio una richiesta di risarcimento danni pari a 20mila euro. La prossima udienza è fissata per il 20 novembre

    Parroco accusato di molestie se condannato, pagherà la curia

    Il tribunale di Lecce ha accolto la richiesta della parte civile: ad accusare il prete di violenza sessuale è un giovane marocchino

    Parroco accusato di molestie se condannato, pagherà la curia
    LECCE – La Curia di Nardò dovrà risarcire eventuali danni che saranno liquidati a un giovane cittadino marocchino che ha accusato il parroco, don Quintino De Lorenzis di averlo molestato. Lo ha deciso il Tribunale di Lecce (presieduto da Stefano Sernia), accogliendo la richiesta della parte civile, costituita in giudizio tramite l’avvocato Salvatore Centonze, e rigettando invece quella del legale dell’imputato, Marcello Maruccio, che aveva chiesto di tenere la curia fuori dal processo.
    Sarà dunque il vescovo di Nardò-Gallipoli, monsignor Domenico Caliandro, a dover risarcire i danni in caso di condanna del prelato, imputato di violenza sessuale.

    Il processo è scaturito da una denuncia di un marocchino di 28 anni che ha accusato Don Quintino di avere abusato di lui nell’ottobre 2011, approfittando del suo stato di indigenza e dell’aiuto materiale che poteva fornirgli. Lo stesso giovane ha formulato in giudizio una richiesta di risarcimento danni pari a 20.000 euro. La prossima udienza è fissata per il 20 novembre.

    http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/10/08/news/parroco_accusato_di_molestie_se_condannato_pagher_la_curia-44130203/

    Violenze del parroco? Il vescovo citato per responsabilità civile
    La diocesi di Nardò-Gallipoli, attraverso il suo massimo rappresentante, monsignor Domenico Caliandro, entra in un processo. Al vaglio le presunte violenze di don Quintino De Lorenzis ai danni di un marocchino, che sporse denuncia
    di A.M. – 8 ottobre 2012

    LECCE – Per la prima volta la Curia, nella fattispecie la diocesi di Nardò-Gallipoli, e attraverso il massimo rappresentante di quest’ultima, il vescovo Domenico Caliandro, entra in un processo come responsabile civile. Si tratta del processo che vede come imputato don Quintino De Lorenzis, 35enne originario di Casarano, ex parroco della parrocchia di San Gerardo Majella di Nardò, accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzo marocchino di 28 anni.

    I giudici della prima sezione penale del Tribunale di Lecce, infatti, hanno accolto la richiesta del legale della presunta vittima, l’avvocato Salvatore Centonze, di citare come responsabile civile la Curia di Nardò. Il 28enne, che si è costituito parte civile nel processo, ha chiesto un risarcimento di 20mila euro.

    Secondo la difesa al Curia sarebbe responsabile in virtù del rapporto lavorativo con il sacerdote, e quindi dei danni arrecati dal parroco nell’esercizio delle sue funzioni. Anche perché, come nel caso in questione, gli illeciti sarebbero stati commessi all’interno della parrocchia.

    La presunta vittima ha denunciato di aver subito gli abusi nella sacrestia. Lì dove il 28enne si sarebbe recato per chiedere aiuto, vista la situazione di grave indigenza nella quale verteva, una volta arrivato, da clandestino, nel Salento. E proprio quel parroco nel quale avrebbe visto il suo aiuto, si sarebbe invece trasformato nel suo aguzzino.

    DSCN0902-2E’ questo che il ragazzo di nazionalità marocchina ha riferito agli inquirenti, quando ha denunciato gli abusi sessuali ai suoi danni da parte del parroco 35enne. I fatti contestati sarebbero avvenuti lo scorso 15 ottobre. In particolare il ragazzo di origini marocchine sarebbe stato avvicinato dal sacerdote mentre era intento a vestirsi e avrebbe subito diversi e sempre più vigorosi tentativi di approccio sessuale.

    Nella denuncia la presunta vittima avrebbe fatto riferimento a fatti e luoghi ben circostanziati: il sacerdote gli avrebbe toccato in più occasioni i genitali. Una condotta che avrebbe determinato “a carico della vittima l’insorgere di una patologia psichica consistente in un profondo stato d’insicurezza, difficoltà nella vita di relazione e sessuale, ansia e depressione, tanto da far ricorso a terapie farmacologiche”. Il parroco, che è stato sospeso dalla Curia e rimosso dal suo incarico, è stato rinviato a giudizio al termine dell’udienza preliminare che si è tenuta a gennaio dinanzi al gup del Tribunale di Lecce Nicola Lariccia.

    http://nardo.lecceprima.it/violenze-del-parroco-il-vescovo-citato-per-responsabilita-civile.html

  • Perché il Papa ha rimosso il vescovo anti preti pedofili?

    Perché il Papa ha rimosso il vescovo anti preti pedofili?

    Charles J. Scicluna era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri – con determinazione, denunciando anche la cultura del silenzio italiana. Ieri è stato rimosso, senza spiegazioni, e spedito a Malta come funzionario di basso rango. Una …

    “Amoveatur sine promoveatur”. Si è conclusa così la carriera vaticana di monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni, fino a ieri “promotore di giustizia” della congregazione per la Dottrina della fede, una sorta di procuratore generale dell’ex Santo Uffizio. Cordiale, una statura proverbialmente piccola, il prelato maltese si è dimostrato, in tutti questi anni, un grand’uomo. Era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri, in Vaticano e fuori – con determinazione, umanità e senza tentennamenti diplomatici. È stato lui a gestire il dossier del sacerdote messicano Marcial Maciel, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo. Pedofilo seriale, tossicomane, padre di tre figli illegittimamente avuti da due donne diverse, abusò – è l’accusa – anche dei figli. In Vaticano, all’epoca di Giovanni Paolo II, era benvenuto e riverito. Portava vocazioni e donazioni. Solo un cardinale – lo ha rivelato il giornalista americano Jason Berry in una straordinaria inchiesta giornalistica – rifiutò la mazzetta.

    Joseph Ratzinger. Salito sul trono petrino, Benedetto XVI riuscì finalmente ad aprire l’indagine canonica che era stata insabbiata negli anni precedenti. E la affidò a mons. Scicluna. Alla fine padre Maciel fu estromesso, i Legionari di Cristo commissariati. Questo e molto altro ha fatto il prelato maltese. Nel 2010 si trovò in prima linea di fronte allo scandalo degli abusi sessuali sui minori scoppiato, a macchia d’olio, nelle chiese dei Paesi più disparati, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Austria, di nuovo Stati Uniti, dove il caso era già esploso nel 2002, Australia, America Latina… e Italia. Scicluna, di nuovo, non le mandò a dire. Spalleggiato da Ratzinger, chiese agli episcopati più renitenti di collaborare con la giustizia civile per denunciare i preti pedofili. Lo fece anche, con veemenza, in un incontro a porte chiuse del bel convegno alla Pontificia università Gregoriana di cui ho riferito nel mio blog. Fu sempre Scicluna a mettere la faccia, insieme al portavoce vaticano Federico Lombardi, in un’affollatissima conferenza stampa in Vaticano per presentare il giro di vite della normativa canonica voluto dal Papa per contrastare la piaga della pedofilia. Partita nella tensione, la conferenza stampa si sciolse grazie alle risposte puntuali di Lombardi e Scicluna.

    Monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni

    In Vaticano – fu l’impressione pressoché unanime dei giornalisti accreditati – c’è chi ha finalmente preso sul serio il dramma. Il procuratore generale della Santa Sede non schivò le polemiche. In una arcinota intervista concessa nel 2010 al quotidiano della Cei Avvenire, senza mezzi termini, affermò: «Ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola». Apriti cielo. Il Vaticano attacca la Cei. Passa qualche mese, la Santa Sede chiede a tutti gli episcopati del mondo di compilare nuove linee-guida anti-pedofilia e consegnarle entro maggio scorso. La Cei nicchia, pubblica un documento minimale, e Scicluna, di nuovo lui, alza la voce. Lo fa in una coraggiosa intervista al mensile Jesus di cui ho riferito nel mio blog. Non se la prende solo con l’Italia. Dice che molte linee-guida ancora mancano all’appello. Spiega che alcuni dei documenti recapitati in Vaticano sono insufficienti. Ieri, sommersa dal rumore della conclusione del processo al maggiordomo del Papa, la notizia clamorosa (anticipata il giorno prima da Vatican Insider). Mons. Scicluna è stato nominato vescovo “ausiliare” di Malta. Non promosso in Curia, non vescovo titolare, neppure coadiutore con il diritto alla successione. Da responsabile del team anti-pedofili della Chiesa cattolica mondiale e funzionario di basso rango a La Valletta. Rimosso senza essere stato neppure promosso.

    La Santa Sede non ha spiegato la decisione. Che è – beninteso – una decisione del Papa. Ovviamente non sappiamo se aveva buoni motivi per rimandare Scicluna a Malta. Ma la mossa sconcerta. Così come lascia interdetti l’epilogo di una vicenda completamente diversa. La trattativa con i Lefebvriani. Lungi da me rammaricarmi del fatto che, alla fine, gli ultratradizionalisti non rientreranno in seno alla chiesa cattolica. Non si può non rilevare, però, che a questo obiettivo Ratzinger, negli anni scorsi, ha lavorato strenuamente. Era – come il contrasto alla pedofilia – uno dei tratti caratterizzanti di questo pontificato. Strategia sovrana. Linea di governo. Parte di un disegno più complesso, a cui Benedetto XVI si è dedicato sin dall’inizio, teso a reinterpretare il Concilio vaticano II e la sua eredità. Anche qui, come nel caso della pedofilia – e per motivi affatto diversi – Ratzinger è stato contestato, da personalità di Curia e episcopati nazionali, funzionari vaticani e osservatori esterni. Alla fine, i Lefebvriani non entreranno. Il nuovo prefetto della Dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller, ha annunciato, alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, che non ci saranno ulteriori trattative. Punto, finito, tempo scaduto. Mons. Guido Pozzo, triestino, uomo di fiducia di Ratzinger nel negoziato durato anni, è già destinato a lasciare il posto di segretario della pontificia commissione Ecclesia dei per divenire cerimoniere pontificio. Un altro capitolo del pontificato Ratzinger si chiude.

    E si chiude mentre viene condannato, con pena “mite” di diciotto mesi di reclusione che verranno presto condonati dalla grazia papale, il maggiordomo Paolo Gabriele. Personalità complessa, mosso dall’intento delirante di aiutare il Papa tradendone la fiducia. Facendo filtrare ai giornalisti italiani – e in particolare a Gianluigi Nuzzi, che ne ha fatto il bestseller Sua Santità – documenti riservati della Santa Sede e dossier personali del Papa. Colpisce, di tutta la vicenda, il movente addotto dall’ex assistente di camera del Pontefice. «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa, sono arrivato negli ultimi tempi, quelli della degenerazione, ad un punto di non ritorno. Ero sicuro che uno choc, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario», ha detto nell’istruttoria. Poi, nella deposizione durante il processo: «A volte, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato». Ancora: «Ho maturato la convinzione che è facile manipolare la persona che ha un potere decisionale così importante». E infine, nella testimonianza conclusiva che ha reso ieri prima della sentenza: «La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile. È questo che mi sento. E se lo devo ripetere, non mi sento un ladro». Propositi deliranti. Evocati, suggeriti, inculcati, molto probabilmente, dalle tante persone con cui Paolo Gabriele parlava ogni giorno. Uscieri, cittadini vaticani, monsignori, cardinali. Nessuno si è spinto tanto in là da trafugare documenti e rivelare segreti di Stato. Ma tutti convinti della stessa cosa. Che il Papa è rimasto solo.

    http://www.linkiesta.it/it/article/2012/10/07/perche-il-papa-ha-rimosso-il-vescovo-anti-preti-pedofili/9613/

  • Perché il Papa ha rimosso il mons. anti preti pedofili?

    Perché il Papa ha rimosso il mons. anti preti pedofili?

    Charles J. Scicluna era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri – con determinazione, denunciando anche la cultura del silenzio italiana. Ieri è stato rimosso, senza spiegazioni, e spedito a Malta come funzionario di basso rango. Una mossa che sconcerta.

    “Amoveatur sine promoveatur”. Si è conclusa così la carriera vaticana di monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni, fino a ieri “promotore di giustizia” della congregazione per la Dottrina della fede, una sorta di procuratore generale dell’ex Santo Uffizio. Cordiale, una statura proverbialmente piccola, il prelato maltese si è dimostrato, in tutti questi anni, un grand’uomo. Era il funzionario della Santa Sede che perseguiva i preti
    pedofili. E lo ha fatto – a differenza di altri, in Vaticano e fuori – con determinazione, umanità e senza tentennamenti diplomatici. È stato lui a gestire il dossier del sacerdote messicano Marcial Maciel, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo. Pedofilo seriale, tossicomane, padre di tre figli illegittimamente avuti da due donne diverse, abusò – è l’accusa – anche dei figli. In Vaticano, all’epoca di Giovanni Paolo II, era benvenuto e riverito. Portava vocazioni e donazioni. Solo un cardinale – lo ha rivelato il giornalista americano Jason Berry in una straordinaria inchiesta giornalistica – rifiutò la mazzetta.
    Joseph Ratzinger. Salito sul trono petrino, Benedetto XVI riuscì finalmente ad aprire l’indagine canonica che era stata insabbiata negli anni precedenti. E la affidò a mons. Scicluna. Alla fine padre Maciel fu estromesso, i Legionari di Cristo commissariati. Questo e molto altro ha fatto il prelato maltese. Nel 2010 si trovò in prima linea di fronte allo scandalo degli abusi sessuali sui minori scoppiato, a macchia d’olio, nelle chiese dei Paesi più disparati, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Austria, di nuovo Stati Uniti, dove il caso era già esploso nel 2002, Australia, America Latina… e Italia. Scicluna, di nuovo, non le mandò a dire. Spalleggiato da Ratzinger, chiese agli episcopati più renitenti di collaborare con la giustizia civile per denunciare i preti pedofili. Lo fece anche, con veemenza, in un incontro a porte chiuse del bel convegno alla Pontificia università Gregoriana di cui ho riferito nel mio blog. Fu sempre Scicluna a mettere la faccia, insieme al portavoce vaticano Federico Lombardi, in un’affollatissima conferenza stampa in Vaticano per presentare il giro di vite della normativa canonica voluto dal Papa per contrastare la piaga della pedofilia. Partita nella tensione, la conferenza stampa si sciolse grazie alle risposte puntuali di Lombardi e Scicluna.
    Monsignor Charles J. Scicluna, 53 anni
    In Vaticano – fu l’impressione pressoché unanime dei giornalisti accreditati – c’è chi ha finalmente preso sul serio il dramma. Il procuratore generale della Santa Sede non schivò le polemiche. In una arcinota intervista concessa nel 2010 al quotidiano della Cei Avvenire, senza mezzi termini, affermò: «Ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola». Apriti cielo. Il Vaticano attacca la Cei. Passa qualche mese, la Santa Sede chiede a tutti gli episcopati del mondo di compilare nuove linee-guida anti-pedofilia e consegnarle entro maggio scorso. La Cei nicchia, pubblica un documento minimale, e Scicluna, di nuovo lui, alza la voce. Lo fa in una coraggiosa intervista al mensile Jesus di cui ho riferito nel mio blog. Non se la prende solo con l’Italia. Dice che molte linee-guida ancora mancano all’appello. Spiega che alcuni dei documenti recapitati in Vaticano sono insufficienti. Ieri, sommersa dal rumore della conclusione del processo al maggiordomo del Papa, la notizia clamorosa (anticipata il giorno prima da Vatican Insider). Mons. Scicluna è stato nominato vescovo “ausiliare” di Malta. Non promosso in Curia, non vescovo titolare, neppure coadiutore con il diritto alla successione. Da responsabile del team anti-pedofili della Chiesa cattolica mondiale e funzionario di basso rango a La Valletta. Rimosso senza essere stato neppure promosso.
    La Santa Sede non ha spiegato la decisione. Che è – beninteso – una decisione del Papa. Ovviamente non sappiamo se aveva buoni motivi per rimandare Scicluna a Malta. Ma la mossa sconcerta. Così come lascia interdetti l’epilogo di una vicenda completamente diversa. La trattativa con i Lefebvriani. Lungi da me rammaricarmi del fatto che, alla fine, gli ultratradizionalisti non rientreranno in seno alla chiesa cattolica. Non si può non rilevare, però, che a questo obiettivo Ratzinger, negli anni scorsi, ha lavorato strenuamente. Era – come il contrasto alla pedofilia – uno dei tratti caratterizzanti di questo pontificato. Strategia sovrana. Linea di governo. Parte di un disegno più complesso, a cui Benedetto XVI si è dedicato sin dall’inizio, teso a reinterpretare il Concilio vaticano II e la sua eredità. Anche qui, come nel caso della pedofilia – e per motivi affatto diversi – Ratzinger è stato contestato, da personalità di Curia e episcopati nazionali, funzionari vaticani e osservatori esterni. Alla fine, i Lefebvriani non entreranno. Il nuovo prefetto della Dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller, ha annunciato, alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, che non ci saranno ulteriori trattative. Punto, finito, tempo scaduto. Mons. Guido Pozzo, triestino, uomo di fiducia di Ratzinger nel negoziato durato anni, è già destinato a lasciare il posto di segretario della pontificia commissione Ecclesia dei per divenire cerimoniere pontificio. Un altro capitolo del pontificato Ratzinger si chiude.
    E si chiude mentre viene condannato, con pena “mite” di diciotto mesi di reclusione che verranno presto condonati dalla grazia papale, il maggiordomo Paolo Gabriele. Personalità complessa, mosso dall’intento delirante di aiutare il Papa tradendone la fiducia. Facendo filtrare ai giornalisti italiani – e in particolare a Gianluigi Nuzzi, che ne ha fatto il bestseller Sua Santità – documenti riservati della Santa Sede e dossier personali del Papa. Colpisce, di tutta la vicenda, il movente addotto dall’ex assistente di camera del Pontefice. «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa, sono arrivato negli ultimi tempi, quelli della degenerazione, ad un punto di non ritorno. Ero sicuro che uno choc, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario», ha detto nell’istruttoria. Poi, nella deposizione durante il processo: «A volte, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato». Ancora: «Ho maturato la convinzione che è facile manipolare la persona che ha un potere decisionale così importante». E infine, nella testimonianza conclusiva che ha reso ieri prima della sentenza: «La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile. È questo che mi sento. E se lo devo ripetere, non mi sento un ladro». Propositi deliranti. Evocati, suggeriti, inculcati, molto probabilmente, dalle tante persone con cui Paolo Gabriele parlava ogni giorno. Uscieri, cittadini vaticani, monsignori, cardinali. Nessuno si è spinto tanto in là da trafugare documenti e rivelare segreti di Stato. Ma tutti convinti della stessa cosa. Che il Papa è rimasto solo.
    *Originariamente pubblicato, oggi, sul suo blog su Linkiesta

    Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/preti-pedofili#ixzz28d5gmWQY

  • Sesso con minorenni: Prete condannato. E si è pure fregato 44.000 euro

    Sesso con minorenni: Prete condannato. E si è pure fregato 44.000 euro

    Il prete di Murazzano è stato condannato a sei anni di carcere, più un’ammenda di di 30.000 euro. Don Martin Varket Parappillil ha consumato atti sessuali con minorenni e, non contento, ed è stato trovato in possesso di materiale pedopornografico (di cui, in un primo momento, si è ritenuto anche produttore in prima persona). L’appropriazione indebita di ben 44.000 euro è relativa ai conti della parrocchia di Mallare, da cui Don Martin ha sottratto l’ingente somma. Il processo si è svolto con rito abbreviato. La pena potrebbe apparire troppo clemente, nei confronti di simili crimini. Ma, almeno, rincuoriamoci pensando che ogni tanto anche in Italia i processi penali arrivano a una conclusione.

     

  • Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    di Roberta Rampini

    Arese, 27 settembre 2012 – Condanna confermata. Beneficio della condizionale incluso. Anche i giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto don Marco Redaelli, prete salesiano di Arese ormai ottantenne, responsabile di violenza sessuale ai danni di una bambina che all’epoca dei fatti aveva sette anni. Martedì pomeriggio nel processo d’appello è stata confermata la condanna a due anni e mezzo di carcere per il religioso. L’arriga di due ore dell’avvocato Mario Zanchetti, legale del sacerdote che negli ultimi anni si è occupato di una quindicina di casi di religiosi accusati di pedofilia, non ha convinto i giudici dell’innocenza del sacerdote.

    Contro la sentenza, che è in linea con le richieste del procuratore generale Daniela Meliota, non è escluso che il difensore del sacerdote faccia ricorso anche in Cassazione. I fatti risalgono al 24 settembre 2007, quando don Marco aveva attirato la piccola nel proprio ufficio nella parrocchia dei santi Pietro e Paolo, con la promessa di darle delle caramelle. Rimasto solo con lei, l’avrebbe molestata, costringendola a subire atti sessuali, «non particolarmente invasivi».

    La bimba aveva raccontato quanto successo alla nonna, che ne aveva a sua volta parlato al padre, facendo scattare la denuncia. «È stata fatta giustizia – commenta Giacomo C., padre della bambina che oggi ha 12 anni – anche se abbiamo dovuto assistere ancora una volta a una vergognosa arringa dell’avvocato difensore, che anziché smontare l’impianto accusatorio, basato soprattutto sulle testimonianze di mia figlia, ha cercato di screditare la mia figura, dicendo che mi ero inventato tutto per estorcere denaro».

    A convincere i giudici della colpevolezza del sacerdote sono state le dichiarazioni della bambina fatte in sede di incidente probatorio e ritenute credibili da periti e psicologi. La bambina aveva raccontato che «don Marco era sempre stato bravo con lei, ma quel giorno aveva fatto una cosa brutta». Lui, in primo grado, in lacrime aveva negato le accuse. Di fatto, don Marco non finirà in carcere, ma il collegio lo ha trasferito altrove, interdetto dagli uffici di tutela e curatela e gli ha posto il divieto di assumere incarichi nelle scuole e in altre strutture frequentate da minori.

    di Roberta Rampini

    http://www.ilgiorno.it/rho/cronaca/2012/09/27/778127-arese-rho-prete-pedofilo-condannato.shtml

  • USA e Canada. I boy scout cattolici protessero migliaia di pedofili, Si conferma la regola omertosa tra le istituzioni cattoliche

    USA e Canada. I boy scout cattolici protessero migliaia di pedofili, Si conferma la regola omertosa tra le istituzioni cattoliche

    17/09/2012 – Pubblicati i file segreti di Tommaso Caldarelli

    Il Los Angeles Times sgancia la bomba sui Boy Scouts of America, definiti “una delle associazioni più autorevoli di tutti gli Stati Uniti”. Il prestigioso giornale della città californiana è venuto in possesso di un registro di oltre 1600 casi in cui capi scout nei ranghi dell’associazione si sarebbero resi colpevoli di violenze sessuali a danno dei ragazzi a loro affidati.

    Questi soggetti sono stati allontanati dall’associazione – anche se, come vedremo, non è affatto detto che essi siano stati permanentemente banditi dal servizio con i ragazzi – ma in ben pochi casi i responsabili dell’associazione scout hanno alzato il telefono e hanno avvisato le pubbliche autorità. Tutt’altro, in effetti, emerge dai dati. “Ai volontari e agli impiegati sospettati di abusi sessuali veniva concesso di lasciare l’associazione pubblicando motivazioni false come “motivi d’affari”, piuttosto che “problemi cerebrali cronici” e “impegni al festival di Shakespeare” – ma non solo: in alcuni casi, il soggetto è stato salutato con i migliori onori e con “il massimo dispiacere per questo tipo di dimissioni”. La blacklist, definita dal LA Times “perversion list”, viene regolarmente aggiornata dal 1919 da parte di BSA e viene, con lo stesso zelo, tenuta lontana dall’occhio pubblico.

    INSABBIAMENTO – L’associazione ha risposto, come vedremo, al giornale, prendendosi ogni responsabilità per la mala gestio di questi eventi e chiedendo scusa. Il minimo, vista l’imponenza delle rivelazioni. “Gli uomini espulsi per gli abusi spesso potevano rientrare, solo per essere accusati di nuove molestie. Ora, una rassegna più estesa mostra che gli scout hanno addirittura protetto i molestatori tenendo le accuse sotto le coperte. Nella maggioranza dei casi, gli scout hanno saputo degli abusi dopo che essi sono stati comunicati alle autorità. In più di 500 casi, però, i capi hanno saputo tutto dai ragazzi, dai genitori, dai membri degli staff, da segnalazioni anonime”: e che hanno fatto? Nell’80% di questi casi non risulta che gli scout d’America si siano mossi per avvertire la polizia, e in 100, addirittura, si sono prodigati “per coprire lo scandalo o permettere ai sospetti di nasconderlo”.

    IL CASO HUMPHRIES – Per vero, prima del 2010 non esisteva una policy dell’associazione che imponeva la denuncia “al minimo sospetto”: la politica era quella del rispetto delle normative nazionali, che non sempre imponevano la denuncia dei soggetti. Tuttavia, anche quando le normative esistevano, le prove indicano che BSA non le abbia rispettate (alcuni casi in New Jersey negli anni ’70). Una storia su tutti: Arthur W. Humphries era capo in Virginia da oltre 50 anni, un educatore ritenuto modello. Era anche, però, un molestatore seriale. Dopo il suo arresto nel 1984, gli scout dissero che non “avevano alcun sospetto su di lui”, ma questo non è affatto vero, perché nel 1978 un bambino di 12 anni raccontò che l’uomo lo costrinse a praticare sesso orale. Gli scout non raccontarono nulla alla polizia, e gli scrissero anche una magniloquente lettera di referenze due anni dopo.

    LA RISPOSTA – Insabbiare, dunque; iscrivere in lista nera, allontanare dall’associazione – a volte con parole dure ma con garanzia di impunità: “Ti chiediamo di interrompere la tua relazione con i Boy Scout of America. Non rilasceremo alcuna informazione a nessuno” – mantenere alto il buon nome dell’associazione. Ma di mezzo si è messo un giudice nell’Oregon che lo scorso giugno ha ordinato l’esibizione di oltre 1600 documenti dell’associazione, invischiata in un caso di violenza da 20 milioni di dollari. Fra i documenti, appunto, questa blacklist. A stretto giro il comunicato di Bsa: “Boy Scouts of America crede che anche solo un singolo sintomo di abuso sia inaccettabile, e ci dispiace che in altri tempi non abbiamo fatto sforzi sufficienti a proteggere i bambini. Siamo molto dispiaciuti ed estendiamo le nostre più profonde simpatie alle vittime”. Per il futuro si continuerà “a migliorare le nostre policy multi-approccio, che ora includono test attitudinali, addestramento programmato, programmi di sicurezza. Ci siamo sempre messi a disposizione delle autorità e oggi chiediamo ai nostri membri di riportare anche solo i sospetti di abuso alle forze dell’ordine”.

    http://www.giornalettismo.com/archives/497959/i-boy-scout-americani-coprirono-migliaia-di-pedofili/

    26/06/2012 – Bufera sul movimento canadese che ora promette trasparenza
    Lo scandalo pedofilia degli scout

    di Tommaso Caldarelli
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    Lo scoutismo canadese è una delle poche associazioni dello scoutismo mondiale ad essersi dotata fin dal 1992 di una politica esplicita per trattare eventuali casi di pedofilia che dovessero capitare nei suoi ranghi: radiazione immediata e deferimento alla polizia. Secondo l’inchiesta che la società di revisione Kpmg ha promosso, pare che questa nuova politica sia stata male applicata, male interpretata, lasciata alla gestione delle singole unità territoriali e male insegnata, se è vero che un quinto dei casi di pedofilia non denunciati hanno avuto luogo proprio dopo il 1992.

    LUCI ED OMBRE – E’ estesa la raccolta dati che Scouts of Canada ha promosso, scrive il Globe and Mail, dalla sua documentazione.

    Tutti i casi di pedofilia che sono emersi, dopo la pubblicazione dei risultati dello studio, sono stati consegnati alla polizia e il leader dello scoutismo ha chiesto scusa a tutte le vittime con un lungo messaggio su Youtube.

    “Stiamo mettendo a nudo tutte le luci e le ombre della nostra storia”, ha detto Steve Kent, capo commissario dello scoutismo canadese. Dall’inchiesta di Kpmg sono emersi quasi 500 nomi di capi educatori “allontanati o espulsi” per condotta sessuale impropria: per questi casi nella stragrande maggioranza non c’era bisogno di denuncia da parte del movimento scout perché la polizia era già a conoscenza della condotta.

    LA LISTA CONFIDENZIALE – In ben pochi casi, quasi 30, lo scoutismo si è attivato per contattare le forze dell’ordine; in quasi 130 casi lo scoutismo o non si è attivato, o non esistono dati sufficienti per confermare che si sia effettivamente attivato per una denuncia.

    Scrive il Globe and Mail che “l’inchiesta di Kpmg arriva all’indomani del pagamento da parte di Boy Scouts of America di milioni di dollari in patteggiamenti e segue la rivelazione da parte della CBC dell’esistenza di una “lista confidenziale” di capi possibili pedofili” nello scoutismo canadese. Lo studio del revisore conferma in ogni caso che le linee guida del 1992 hanno contribuito ad aumentare il numero delle denunce di capi presunti pedofili, e che dal 2001 la situazione è grandemente migliorata.

    Non solo preti: gli scout pagano 1,4 milioni di dollari a una vittima di abusi
    14/04/2010 – Negli Usa si conclude un processo all’organizzazione di Baden Powell. Che non ha cacciato uno scoutmaster colpevole di aver violentato 17 ragazzi. E teneva nascosti i “perversion files”, una lista di accusati di pedofilia. I Boy Scout d’America dovranno pagare

    di Redazione
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    Negli Usa si conclude un processo all’organizzazione di Baden Powell. Che non ha cacciato uno scoutmaster colpevole di aver violentato 17 ragazzi. E teneva nascosti i “perversion files”, una lista di accusati di pedofilia.

    I Boy Scout d’America dovranno pagare 1,4 milioni di danni ad un uomo che, quando era ragazzo, è stato molestato da un capo scout. Lo ha deciso una giuria di Portland che ha anche stabilito che l’organizzazione, che ha la sua sede principale ad Irving, in Texas, potrebbe essere condannata, in una seconda fase del processo, a pagare ulteriori indennizzi, fino a 25 milioni di dollari, per non aver protetto il giovane vittima di abusi rimuovendo dal suo incarico lo «scoutmaster».

    NEGLIGENZA COLPEVOLE – È stata così accolto il ricorso di Kerry Lewis, ora 38enne, che ha accusato gli Scout di negligenza per aver permesso all’ex capo scout Timur Dykes di continuare a svolgere la sua attività anche dopo che l’uomo nel 1983 aveva confessato ad un vescovo della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la chiesa mormone che negli anni ’80 coordinava un terzo dell’intera organizzazione degli scout americani, che aveva molestato 17 ragazzi. Decisiva è stata la presentazione alla giuria dei cosidetti «perversion files», cioè la lista dei nomi delle persone interne all’organizzazione accusate di pedofila dal 1965 al 1984, che veniva tenuta segreta nella sede centrale dei Boy Scout.

    UN SEGRETO INCONFESSABILE – L’organizzazione ha cercato in tutti i modi di continuare a tenerla segreta ma la lo scorso febbraio la Corte Suprema dell’Oregon ha ordinato che i circa mille documenti fossero utilizzati nel processo di Portland. L’organizzazione nazionale dei Boy Scout si è sempre difesa delle accuse di negligenza, rivendicando invece una sua azione per proteggere sempre i ragazzi da eventuali abusi. «Siamo rattristati per quello che è successo a Lewis, le azioni dell’uomo che ha commesso questi crimini non rappresentano i valori e gli ideali dei Boy Scouts di America» ha detto il portavoce Deron Smith annunciando il ricorso contro la sentenza. Anche perchè la decisione della giuria di Portland potrebbe essere seguita da altre analoghe, dal momento che vi sono altre nove cause del genere in questo momento in corso negli Stati Uniti.

    (AdnKronos)

    http://www.giornalettismo.com/archives/59174/solo-preti-gli-scout-pagano-14/

    La capo scout e il quindicenne: non è un B-movie, è tutto vero
    11/12/2009 – Quando si dice “parola di scout” si intende sottolineare le virtù di lealtà e sincerità di chi appartiene all’associazione: ma la realtà a volte è un’altra Chi non si fiderebbe a mandare i propri figli in un bel campeggio scout?

    di talentosprecato
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    Quando si dice “parola di scout” si intende sottolineare le virtù di lealtà e sincerità di chi appartiene all’associazione: ma la realtà a volte è un’altra

    Chi non si fiderebbe a mandare i propri figli in un bel campeggio scout? Sì, è vero, può capitare che i ragazzi una volta in tenda non imparino solamente a fare ogni tipo di nodo, o ad accendere un fuoco in condizioni difficili, ma almeno lo fanno in mezzo alla Natura, e sorvegliati da adulti responsabili. Capita a volte però che una divisa, un ruolo, una posizione di responsabilità, servano proprio a nascondere devianze e debolezze. E che siano proprio quegli adulti ai quali un genitore affida tranquillo il proprio ragazzo a essere quelli da cui difendersi; pensare che atteggiamenti scorretti, soprattutto in campo sessuale, siano confinati al mondo maschile, è quanto meno miope: la pedofilia è anche “donna”e non ci si può, non ci si deve fidare nemmeno degli scout.

    INDOVINA CHI C’E’ IN CAMERA DA LETTO – E’ questo il succo di quanto di grave è stato svelato nei giorni scorsi nel profondo e bigotto Sud degli Stati Uniti, ad O’ Fallon, Missouri,: una capo scout trentanovenne, Wendy R. Rogers è stata infatti incriminata per abusi sessuali su minore, per aver fatto sesso con un adolescente di 15 anni:i due sono stati scoperti domenica scorsa nella camera da letto del ragazzo in flagranza di un rapporto, mentre si scaldavano reciprocamente, dagli stessi genitori del ragazzo che sentendo dei rumori si sono allarmati; hanno bloccato la porta così che la donna non potesse uscire, ancora scioccati nel riconoscere nella partner del figlio non una ragazzina, ma il capo scout che lo aveva accompagnato nell’ultimo campeggio. “C’è uno stupro in corso”. Così, con una telefonata nel primo pomeriggio della giornata, qualcuno ha avvisato la polizia. Non si sono fatti attendere troppo tre agenti che hanno repentinamente effettuato un sopralluogo nell’abitazione del ragazzino. Insieme ai suoi genitori hanno verificato con i propri occhi l’atto “pedofilo” in corso, interrompendolo. Arrestata la donna, dopo averne evitato la fuga, l’hanno condotta in prigione, mentre la sua macchina, parcheggiata nel vialetto davanti alla casa del suo piccolo amante, veniva portata via. Per capire come era considerata nel quartiere la Rogers, basta leggere la dichiarazione di un vicino, Mitch Sorrell: “Utilizzava tutto il suo tempo libero per fare volontariato, è stato uno shock” e ha aggiunto dicendo di aver fatto in modo che il proprio figlio di 9 anni non potesse avvicinarsi ad un televisore dopo l’arresto, “Non so cosa dire a nostro figlio, è solo una cosa terribile“.

    SOTTO LA TENDA – “Siamo rimasti scioccati e profondamente rattristati nell’apprendere le accuse contro lavolontaria scout“, ha detto Alicia M. Lifrak, il capo scout esecutivo scout del Lewis and Clark Council Boy Scouts of America. La donna, al servizio di un campo scout dell’Illinois dal 2004 come volontaria, non aveva mai destato infatti perplessità o dubbi su eventuali perversioni sessuali. Comunque la sua collaborazione con la Troop 35, la cellula scout di cui faceva parte, è stata interrotta. Il punto non è che un quindicenne faccia sesso, sarebbe un non notizia: la questione è invece che un adulto utilizzi la propria posizione di leader per ottenere attenzioni particolari, anche quando non si parla di bambini, anche quando il primo commento che viene in mente è qualcosa di simile a “sicuramente si sarà divertito, che guastafeste!”. Infatti al momento i fatti indicano che tra i due esista qualcosa che ha il carattere di una relazione prettamente esclusiva più che di una vera e propria violenza, insomma di un amore, per così dire, “diverso”. Pedofilo, in ogni caso, certo. Malato, sicuramente. Martedì scorso Wendy è stata incriminata, ma solo ieri la stampa ne ha diffuso le generalità e la foto. In lacrime, disperata, distrutta. Così appare la bionda americana, sicuramente diversa da come appariva mentre guidava il suo gruppo. Perché è proprio sotto le tende montate all’aperto che si immagina abbia avuto inizio la sua relazione con il quindicenne. Al momento le indagini sono ancora in corso. Il ragazzo è stato sottoposto ad una visita medica per accertarne gli abusi, presto sarà effettuato un esame del DNA della donna, ed inoltre più saranno ascoltate delle registrazioni telefoniche. Non la testimonianza del ragazzo, per il momento almeno, per cercare di tutelarlo, di proteggerlo. Gli investigatori hanno tentato di capire se ci sono altre vittime, ma pare che nel corso di questi anni la capo scout non abbia rivolto le medesime attenzioni amorose nei confronti di altri piccoli ospiti del camping. Ad oggi, comunque, son stati sentiti almeno altri 10 altri ragazzi e le loro rispettive famiglie. Per ora niente. Solo paura.

    http://www.giornalettismo.com/archives/44103/la-capo-scout-e-il-quindicenne-non-e-un-b-movie-e-tutto-vero/

  • Condanna per abusi su una chirichetta: Don Luciano pensa al ricorso alla Corte di Strasburgo

    Condanna per abusi su una chirichetta: Don Luciano pensa al ricorso alla Corte di Strasburgo

    Venerdì 14 settembre 2012
    Alassio. Un ricorso alla Corte Europea di Strasburgo. E’ quello a cui sta pensando Don Luciano Massaferro, il sacerdote alassino attualmente in carcere dopo la condanna in terzo grado per l’accusa di abusi sessuali nei confronti di una sua parrocchiana undicenne. A far intendere che quella del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo è un’ipotesi allo studio è lo stesso parroco attraverso una delle lettere scritte ai suoi fedeli.
    Nelle tre pagine della lettera numero 33, scritta dal carcere di La Spezia il 20 agosto scorso, Don Luciano afferma: “In attesa del pronunciamento europeo sulla mia vicenda[…]“. Parole che lasciano spazio a pochi dubbi sulle intenzioni del parroco alassino che, dopo essersi visto respingere ben due ricorsi, dalla Corte d’Appello di Genova prima, dalla Cassazione poi, adesso sembra deciso a presentare un nuovo ricorso.

    14.09.2012
    Su questa possibilità però uno dei difensori di Don Luciano, l’avvocato Alessandro Chirivì, non si sbilancia: “Posso confermare che è un’ipotesi allo studio e che ne abbiamo parlato. Al momento però non c’è ancora nulla di ufficiale. Anche perché prima di procedere con un eventuale ricorso alla Corte di Strasburgo occorre aspettare di leggere le motivazioni della Cassazione”. Una sentenza, quella del terzo grado, che è attesa per la fine del mese di settembre e l’inizio di ottobre. Prima di quel momento quindi l’idea di un appello al tribunale che tutela i diritti dell’uomo non può che restare astratta.
    “Lette le motivazioni bisognerà vedere se c’è il margine per presentare un nuovo ricorso” puntualizza l’avvocato Chirivì. Se il caso del sacerdote alassino arrivasse a Strasburgo i tempi del nuovo processo non sarebbero brevissimi: si parla di almeno sei-sette mesi prima che possa essere analizzato dalla Corte. Tempistiche che, anche in caso di un pronunciamento favorevole, non servirebbero a Don Lu per diminuire il suo periodo di detenzione in carcere. Salvo sorprese infatti il parroco avrà la possibilità di lasciare la cella, grazie all’affidamento in prova, già ad agosto prossimo.
    Se deciderà di rivolgersi alla Corte di Strasburgo quindi è probabile che Don Luciano lo faccia principalmente con l’intenzione di dimostrare la sua innocenza. Fin dal principio infatti il parroco ha respinto tutte le accuse che gli venivano contestate dalla Procura. Anche nella sua ultima lettera, in diversi passaggi, il sacerdote ribadisce questo concetto definendo il suo caso una “incomprensibile vicenda giudiziaria” e affermando che “ormai, come si suol dire, anche le pietre hanno recepito la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono addebitati”. “Come si può – si legge in un altro passaggio – condannare un cittadino, estromettendolo totalmente dal confronto con l’accusa, obbligandolo ad accettare un verdetto scritto ben prima che inizi il processo in aula?”.

  • Pedofilia. Primo vescovo condannato per non aver bloccato prete pedofilo, Migliaia di vescovi meritano la galera

    Pedofilia. Primo vescovo condannato per non aver bloccato prete pedofilo, Migliaia di vescovi meritano la galera

    WASHINGTON – È il primo vescovo cattolico a venire condannato per reati legati ad atti di pedofilia negli Stati Uniti. Robert W. Finn, 59 anni, vescovo dell’arcidiocesi di Kansas City, è stato riconosciuto colpevole di aver protetto il prelato a lui sottoposto, padre Shawn Ratigan, che per anni ha scattato foto porno di bambini della parrocchia.

    In un processo lampo durato meno di un’ora, John Torrence, giudice della contea, ha accettato parte della tesi dell’accusa ed ha condannato Finn a due anni di libertà vigilata, a una multa di 1.000 dollari e all’obbligo di costituire un fondo di 10.000 dollari per le spese di assistenza psicologica alle famiglie delle piccole vittime degli atti di pedofilia commessi da padre Ratigan.

    Prima che venisse letta la sentenza, il vescovo ha detto: «Sono profondamente dispiaciuto per il dolore causato, ma sono grato che l’accusa e la Corte di giustizia abbiano chiuso questa storia».

    Il vescovo era stato messo in guardia sin dal dicembre 2010 delle tendenze pedofile di padre Ratigan: un tecnico che stava riparando il computer del prete aveva scoperto centinaia di foto di genitali di bambini e lo avevo riferito alla diocesi.

    Finn aveva relegato il prete all’interno del convento e gli aveva proibito di avere contatti con i ragazzini. Ma padre Ratigan aveva continuato a frequentare picnic con bambini, prime comunioni ed altre riunioni sociali. E le foto porno continuarono a venire scattate sino al maggio 2011.

    Nuovi rapporti fecero intervenire la polizia: padre Ratigan tentò il suicidio ma fu salvato. Ora attende il suo processo. Non è chiaro se il vescovo Finn resterà o pressioni dal Vaticano lo spingeranno alle dimissioni: «Bisognerebbe chiamare Roma per conoscere il suo futuro», ha commento secco Peter Baker, il procuratore.
    Venerdì 07 Settembre 2012 – 20:09 Ultimo aggiornamento: 20:11

  • Ma possibile che ci vogliano 3 anni per chiudere un’indagine???

    Ma possibile che ci vogliano 3 anni per chiudere un’indagine???

    Il prof delle molestie rimane in carcere Nervi, frate degli Emiliani nei guai per pedofilia

    Genova – Dieci anni di orrori, di abusi inflitti a un bambino divenuto adulto e oggi incapace di cancellare quell’incubo, di rimarginare quella ferita dell’anima. È l’accusa per cui la procura della Repubblica di Roma intende chiedere il processo nei confronti di padre Vito Beatrice, frate ex fondatore e responsabile del centro culturale all’interno del Collegio degli Emiliani di Nervi dove, secondo l’accusa, all’insaputa dei vertici della struttura, si sarebbero ripetute le violenze su un ragazzino romano cominciate anni prima nella Capitale.

    Violenza sessuale continuata e aggravata, compiuta «abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della vittima»: questa l’ipotesi formulata dal pm Silvia Santucci a conclusione delle indagini preliminari iniziate nel 2010, dopo che il ragazzo molestato tentò di togliersi la vita gettandosi in un fiume.

    Nei giorni scorsi il magistrato romano ha notificato l’avviso di chiusura dell’inchiesta al religioso che oggi vive a Torino, ospite dei padri somaschi, in una stanza già perquisita dai carabinieri e nella quale gli inquirenti trovarono foto e video riguardanti un ragazzino in atteggiamenti osceni. «Filmò e documentò molti dei nostri incontri» ha rivelato il giovane vittima dei presunti abusi che oramai ha 27 anni ma non riesce a dimenticare quel che gli è stato fatto.

    Tanto che la storia è venuta alla luce dopo un tentativo di suicidio, un anno fa, quando il giovane, 26 anni, tentò il suicidio gettandosi in un fiume per poi raccontare la storia al suo salvatore. «La prima volta che padre Beatrice mi toccò avevo solo 8 anni. Lui 41. Ho subìto per dieci anni. Poi è finita, ma non ho mai avuto il coraggio di parlare di questa storia con nessuno, almeno fino a quando quel carabiniere non mi a riportato a galla e mi ha salvato la vita».