Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le rivelazioni dell’amante di don Seppia censurate nei verbali ma registrate su un nastro

    Le rivelazioni dell’amante di don Seppia censurate nei verbali ma registrate su un nastro

    Genova – La confessione che fa tremare la Chiesa è contenuta in un video, un documento la cui esistenza finora era stata tenuta segreta. Non compare nelle carte dell’inchiesta di don Seppia, da cui sono stati “stralciati” quei passaggi, perché «non rilevanti per il processo». Affermazioni che potrebbero però prefigurare una nuova inchiesta sul seminario, e che, più di tutte le altre in questo scandalo, tengono sulle spine la Curia.

    Nelle immagini si vede un giovane, visibilmente provato dall’esperienza in prigione, mentre risponde alle domande degli inquirenti, nell’aula speciale del carcere di Marassi. È Emanuele Alfano, l’ex seminarista di 26 anni, sodale di don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri che amava i minori e la coca. L’amico che condivideva con lui i segreti più inconfessabili, con cui al telefono parlava di «negretti dal collo tenero». E ciò che ha da raccontare, Alfano, non riguarda solo il parroco di Sestri, ma altri episodi, avvenuti nell’istituto religioso.

    È il 23 maggio scorso. Il suo è un interrogatorio lungo, in cui vengono affrontati diversi argomenti. Uno dei più spinosi è quello che riguarda il suo passato come aspirante sacerdote, descritto con toni durissimi. «Il seminario», inizia a raccontare, «è un luogo frequentato da gente di dubbia moralità», persone che «farebbero qualsiasi cosa pur di far carriera o di farsi assegnare la parrocchia migliore», un posto «molto peggiore di quelli che frequentavo fuori». Ciò che avviene all’interno «è molto peggio di quello che faceva don Seppia».

    Su questi elementi, emersi nei giorni scorsi dalle pieghe dell’inchiesta, stanno lavorando i carabinieri del Nas di Milano, per capire se possano esserci delle responsabilità penali in quanto affermato da Alfano, indagato per prostituzione minorile, e se un nuovo fascicolo possa essere aperto su questi elementi. «Mi sentivo soffocare – continua Alfano – ero circondato di persone che tramavano di continuo per conquistare posizioni di potere. Si sarebbero venduti per fare un po’ di carriera».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/09…seminario.shtml

  • La  Asl paga il prete ex pedofilo

    La Asl paga il prete ex pedofilo

    La  Asl paga il prete ex pedofilo
    Martedì 13 Settembre 2011 08:12 Redazione_1

    BRINDISI – Atti di libidine violenta nei confronti di due bambine: uno dei sei sacerdoti assunti e pagati dalla Asl di Brindisi ha un arresto e una condanna nel proprio curriculum vitae. Per abusi sessuali su minori che furono oggetto di indagine della procura di Brindisi nel 1991 e la ragione di una richiesta di applicazione della custodia cautelare che fu accordata da un giudice. Il prete fa il cappellano, è stato assunto nell’ottobre scorso e presta servizio nell’ospedale Perrino di Brindisi. La designazione è dellla Curia, che ha pieni poteri nel decidere chi, fra i sacerdoti della diocesi, debba curarsi delle anime in pena che si ritrovano in una struttura sanitaria per motivi di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che stipula il contratto di “co.co.co” ratificando di fatto gli intendimenti della Chiesa non ha verificato, così come accadrebbe invece per qualsiasi altro dipendente, dal portantino al dirigente, cosa ci fosse nel casellario giudiziario del prete. Se per caso in elenco si scorgessero condanne definitive per reati gravi a tal punto da rendere incompatibile l’aggirarsi dell’uomo in abito talare, notte e giorno, per i corridoio del nosocomio. Dalla Geriatria fino alla Pediatria: senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono mai caduti nell’oblio. Ricordano in molti cosa accadde nel lontano 1992 quando i giornali riportarono la notizia di un arresto “eccellente”. La pedofilia in ambienti ecclesiali non era all’ordine del giorno. Non ancora quel nervo scoperto che ha costretto il Pontefice a esprimersi pubblicamente e condannare, pur nella consapevolezza che è sempre successo e che spesso è stato tutto sotterrato. I genitori di due bimbe che frequentavano una parrocchia della provincia di Brindisi si recarono dalla polizia e formularono una denuncia – querela completa di dettagli inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono girate al sostituto procuratore di turno: il fascicolo fu aperto immediatamente e l’inchiesta fu chiusa in poco tempo. Non si dovette indagare a lungo. Fu disposta una ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del prete, che all’epoca faceva il cappellano militare a Bari. I fatti furono ritenuti gravi, così come si concluse che c’erano i presupposti per applicare una misura restrittiva, le cosiddette esigenze cautelari.
    “Leggi l’articolo completo sull’edizione di Senzacolonne oggi in edicola”

    www.senzacolonne.it/index.php?optio…disi&Itemid=280

    Una vicenda destinata a creare nuove polemiche sui sacerdoti stipendiati dall’Azienda
    Asl,uno dei cappellani fu
    condannato per pedofilia
    Passato scomodo per il prete assunto come consulente spirituale dei malati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Atti di libidine
    violenta nei confronti di due
    bambine: uno dei sei sacerdoti
    assunti e pagati dalla Asl di
    Brindisi ha un arresto e una condanna
    nel proprio curriculum
    vitae. Per abusi sessuali su
    minori che furono oggetto di
    indagine della procura di
    Brindisi nel 1991 e la ragione di
    una richiesta di applicazione
    della custodia cautelare che fu
    accordata da un giudice. Il prete
    fa il cappellano, è stato assunto
    nell’ottobre scorso e presta servizio
    nell’ospedale Perrino di
    Brindisi. La designazione è dellla
    Curia, che ha pieni poteri nel
    decidere chi, fra i sacerdoti della
    diocesi, debba curarsi delle
    anime in pena che si ritrovano in
    una struttura sanitaria per motivi
    di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che
    stipula il contratto di “co.co.co”
    ratificando di fatto gli intendimenti
    della Chiesa non ha verificato,
    così come accadrebbe
    invece per qualsiasi altro dipendente,
    dal portantino al dirigente,
    cosa ci fosse nel casellario
    giudiziario del prete. Se per caso
    in elenco si scorgessero condanne
    definitive per reati gravi a tal
    punto da rendere incompatibile
    l’aggirarsi dell’uomo in abito
    talare, notte e giorno, per i corridoio
    del nosocomio. Dalla
    Geriatria fino alla Pediatria:
    senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono
    mai caduti nell’oblio. Ricordano
    in molti cosa accadde nel lontano
    1992 quando i giornali riportarono
    la notizia di un arresto
    “eccellente”. La pedofilia
    in ambienti ecclesiali non
    era all’ordine del giorno.
    Non ancora quel nervo
    scoperto che ha costretto il
    Pontefice a esprimersi
    pubblicamente e condannare,
    pur nella consapevolezza
    che è sempre successo
    e che spesso è stato
    tutto sotterrato. I genitori di due
    bimbe che frequentavano una
    parrocchia della provincia di
    Brindisi si recarono dalla polizia
    e formularono una denuncia –
    querela completa di dettagli
    inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono
    girate al sostituto procuratore
    di turno: il fascicolo fu aperto
    immediatamente e l’inchiesta fu
    chiusa in poco
    tempo. Non si dovette indagare
    a lungo. Fu disposta una ordinanza
    di custodia cautelare in
    carcere a carico del prete, che
    all’epoca faceva il cappellano
    militare a Bari. I fatti furono
    ritenuti gravi, così come si concluse
    che c’erano i presupposti
    per applicare una misura restrittiva,
    le cosiddette esigenze cautelari.
    Poteva fuggire, inquinare le
    prove o addirittura rifarlo
    il giovane sacerdote. Si scrissero
    fiumi di parole, poi fu celebrato
    un processo che si è ormai concluso
    da tempo. L’uomo di chiesa
    poté beneficiare della sospensione
    condizionale della pena,
    dopo la condanna. Per anni è
    stato in Congo, da missionario
    .
    Poi è ritornato a casa, in Puglia,
    nel Brindisino. Ed è stato destinato
    dal vescovo all’ospedale
    Perrino, lì dove ci sono due cappellani
    che, stando a quanto stabilito
    nell’intesa tra Regione e
    Conferenza episcopale pugliese
    nel 2002, vengono stipendiati
    dalla Asl così come gli insegnanti
    di Religione cattolica,
    che non siedono in cattedra perché
    vincitori di concorso, percepiscono
    il compenso da statali.
    Funziona così: la Curia sceglie
    il cappellano, lo comunica al
    distretto sanitario che prende
    atto e delibera l’assuzione come
    co.co.co del prete. Lo stipendio
    può variare: nel Brindisino si
    arriva a spendere 100mila euro
    all’anno per i cappellani, anche
    più di 20mila a testa ogni anno.
    E’ uno scampolo di passato che
    è destinato a generare polemica,
    in tempi di licenziamenti in
    blocco. La notizia che i sei
    sacerdoti, tutti cattolici, fossero
    “stipendiati” aveva già provocato
    malumore tra il personale
    sanitario mandato a casa a scadenza
    di contratto. Il dettaglio
    che fa più riflettere, appreso che
    c’è un prete con precedenti per
    abusi sessuali, è relativo alle
    modalità di selezione che adotta
    la Asl per il personale: chiunque,
    dai medici agli infermieri,
    ha l’obblico di presentare un
    certificato o un’autocertificazione
    in cui si attestano i procedimenti
    in corso, le condanne o in
    alternativa l’assenza di “avventure”
    penali nella propria vita. Il
    passato dei dipendenti dev’essere
    trasparente e se macchiato è a
    discrezione dell’azienda decidere
    se procedere comunque con
    l’assunzione o invece decretare
    che è meglio lasciar perdere.
    Nel caso dei cappellani non c’è
    alcun tipo di procedura concorsuale
    o di selezione. I preti non
    devono presentare documentazione.
    Li sceglie il vescovo. E la
    Asl si fida ciecamente, pur
    senza sapere nulla di chi
    varca la soglia dell’ospedale,
    mangia insieme ai dipendenti
    e ha facoltà, notte e
    giorno, di entrare nei reparti
    e nelle stanze.

    La struttura sanitaria mette a disposizione dei religiosi anche il vitto e l’alloggio
    In altre parti d’Italia i precari hanno protestato contro le Asl
    MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011 Sanità & Santità 7
    L’accordo del 2002
    e ipreti stipendiati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Lo stabilisce un
    accordo del 2002. I capellani
    degli ospedali sono stipendiati
    dalle Asl. La struttura ospedaliera
    mette a disposizione gli
    spazi per le funzioni di culto e
    per l’attività religiosa, alloggi
    per gli assistenti, uffici arredi,
    suppellettili, attrezzature, nonché
    tutte le spese necessarie al
    loro mantenimento. E la Asl
    paga.
    Nel Brindisino sono sei i
    sacerdoti “assunti”. Dai dati
    nazionali emerge che il
    Servizio sanitario nazionale
    paga più sacerdoti che dentisti.
    Sono 417, infatti, gli “assistenti
    religiosi”, 389 uomini e
    28 donne, che percepiscono
    uno stipendio dal Ssn, in base
    a convenzioni stipulate fra la
    diocesi e le Aziende sanitarie.
    Il numero degli odontoiatri del
    servizio pubblico si “ferma”
    invece ad appena 163, su un
    totale di 105.652 camici bianchi.
    I numeri dei dipendenti
    Ssn sono contenuti nell’ultimo
    rapporto della Direzione statistica
    del ministero della Salute
    e in scala, il rapporto è lo stesso
    anche nella piccola e provinciale
    realtà brindisina: c’è
    solo un igienista dentale al
    servizio della Asl pagato
    1.572 euro al mese, 18.869
    all’anno. Due farmacisti, tre
    psicologi, che intascano all’incirca
    1.300 euro al mese, due
    biologi da 2.500 euro al mese,
    un oculista da 1.900, due farmacisti
    da 3.500 euro al mese,
    e ben cinque cappellani “pubblici”
    con busta paga.
    Chiaramente gli assistenti religiosi
    non vengono selezionati
    sulla base di un concorso, ma
    vengono scelti e assunti direttamente,
    senza dover superare
    selezioni per titoli o competenze.
    Sono a tutti gli effetti
    dipendenti pubblici e guadagnano
    abbastanza. In ogni
    ospedale c’è una chiesa, un
    luogo di preghiera. Ed è proprio
    nelle strutture sanitarie
    che c’è chi ha più necessità di
    un conforto e lo cerca nella
    religione e nella preghiera.
    Percepiscono compensi mensili
    che variano dai 1.800 euro
    ai 900 euro. Sono inclusi nella
    stessa lista in cui, in nome
    della trasparenza, viene riportato
    il costo del personale
    cosiddetto “co.co.co”.
    Insieme all’igienista dentale,
    al biologo, all’assistente
    sociale e allo psicologo ci
    sono anche loro, gli assistenti
    religiosi, e appartengono alla
    categoria dei più remunerati,
    più o meno allo stesso livello
    dei medici e dei due farmacisti
    che arrivano a percepire mensilmente
    anche 3.500 euro. I
    due più anziani sono stati
    assunti per la prima volta nel
    2006 e poi il rapporto con
    l’Azienda è proseguito, di rinnovo
    in rinnovo. L’ultimo è
    stato invece assunto nell’ottobre
    del 2010. L’ultima proroga
    risale alla fine dello scorso
    anno: l’elenco dei “collaboratori
    e consulenti” in servizio al
    primo gennaio 2011 si può
    reperire sul sito della Asl, ed è
    accessibile a tutti.
    La polemica è scoppiata in
    Toscana, di recente, e a
    Bologna nel dicembre scorso
    è stata scritta una interrogazione
    alla Regione Emilia
    Romagna. Dal 2000 a oggi
    numerose regioni italiane, il
    Veneto, la Puglia, la Sardegna,
    la Toscana, l’Umbria, la
    Sicilia e la Lombardia, alcune,
    hanno sottoscritto con i presidenti
    delle Conferenze episcopali
    schemi di intesa per l’assistenza
    religiosa negli ospedali
    pubblici.
    A Treviso nel 2009 fu avviata
    una raccolta di firme. Alla fine
    dello stesso anno 500 dirigenti
    medici, veterinari, psicologi,
    biologi, chimici, fisici, tutti
    veneti e con contratto precario,
    protestarono in massa.
    Erano stati assunti 36 preti per
    una smesa di 1 milione di
    euro. 41 lavoravano i regime
    di convenzione e altri 6
    erano co.co.co.
    Scoppiò il pandemonio.
    Ma anche in Puglia c’è la
    stessa situazione: il profondo
    rosso della Sanità
    impone di risparmiare e
    tagliare sul personale. E’
    per questa ragione che
    100 infermieri sono rimasti
    senza lavoro, quando
    il contratto precario è
    arrivato alla scadenza.
    Non ne vengono assunti
    degli altri e l’avviso pubblico
    del marzo scorso,
    pur essendo scaduto, non
    ha mai prodotto una graduatoria.
    L’ultima resta
    quella del 2009 che non
    dovrebbe essere più valida.
    Molti operatori sanitari
    non hanno più un
    lavoro e dicembre sarà
    l’ultimo mese di disoccupazione
    formale e remunerata.
    Poi la fame.
    I preti, quelli sono stati assunti.
    Sono cinque ad essere stati
    inclusi nell’elenco dei collaboratori
    pubblicato sul sito
    web della Asl in nome della
    trasparenza. Il sesto è arrivato
    dopo, a fine luglio con una
    delibera firmata dal commissario
    straordinario Paola
    Ciannamea, mandata a
    Brindisi per far quadrare i
    conti e stringere la cinghia sui
    servizi, ma non sul culto.
    Quello non si tocca.

    L’ultima nomina: il sesto cappellano. Stipendiato
    Lunedì 12 Settembre 2011 08:36 Redazione_2
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    BRINDISI – Gli “assistenti religiosi”, ossia i cappellani che prestano servizio negli ospedali del Brindisino sono scelti dagli arcivescovi e percepiscono uno stipendio da “statali”, a spese delle Asl. Alla designazione di coloro che dovranno prendersi cura delle anime sofferenti ci pensano i vertici delle diocesi, nel caso del distretto sanitario della provincia di Brindisi, sono due: Rocco Talucci, arcivescovo di Brindisi – Ostuni, e Vincenzo Pisanello, arcivescovo di Oria. La scelta viene poi ratificata dalla Asl il cui settore di Gestione del personale pubblica la delibera, firmata dai tre direttori: il commissario straordinario, il direttore amministrativo, e il direttore sanitario. Non sono cinque i dipendenti religiosi della Asl ma sei. Al cappellano del “Perrino” Francesco Legrottaglie è subentrato don Silvio Pizzuto, scelto da Talucci che ha però conferito a Legrottaglie la carica di “secondo”. Il contratto di collaborazione di Legrottaglie, non è stato interrotto. A meno che non sono errati i prospetti pubblicati su internet e non è veritiero quanto riportato sul sito della diocesi relativamente alle ultime nomine di Talucci. Primo e secondo. Er il subentro è stato necessario un atto della Asl il cui oggetto è il seguente: “Curia arcivescovile di Brindisi, cappellano dello stabilimento ospedaliero ‘Di Summa – Perrino’, sacerdote Francesco Legrottaglie, cessazione dall’incarico. Padre Silvio Pizzuto, subentro”. Legrottaglie va però in “panchina”, e non smette di percepire il dovuto, quanto pattuito con il contratto di collaborazione di fine dicembre. Al nuovo cappellano spetta il compenso regolato dal protocollo di intesa del 2002 e i pasti in ospedale.
    E’ stata la Curia a decidere, il 20 giugno del 2001 e a “comunicare al direttore generale la designazione”. La Asl ratifica e sborsa quattrini. I sacerdoti, per l’abito talare che indossano, percepiscono di già mille euro al mese all’incirca, soldi che vengono elargiti dalla Conferenza episcopale italiana per il dignitoso sostentamento dei sacerdoti. Le tariffe sono le seguenti: ai sacerdoti abili a prestare un servizio a tempo pieno spettano da un minimo di 960 euro mensili (11.520 euro all’anno) a un massimo di 1.788 euro mensili (21.456 euro all’anno); agli altri toccano invece 1.296 euro mensili (15.552 euro all’anno). In più c’è il compenso dato dalla Asl per la “collaborazione” offerta, un compenso che varia a seconda dei casi e viene stabilito non si sa bene sulla base di quali criteri. Per i cappellani brindisini la situazione è la seguente: “Cosimo Carruggio, ha iniziato a collaborare con la Asl il primo novembre del 2006, il rapporto di lavoro (lo è anche se si tratta della cura delle anime) non è ancora cessato. Il compenso mensile ammonta a 917 euro al mese per ben 11mila euro all’anno; Maurizio Ciccarese, anch’egli collaboratore a progetto della Asl di Brindisi dal 2006, percepisce 1.572 euro al mese, all’anno sono 18.889 euro. Poi c’è Pietro De Punzio, assunto nel 2009 che percepisce 1.772 euro al mese, per 21mila 264 euro all’anno, Francesco Legrottaglie a cui spettano 1.842 euro al mese, ossia 22mila euro all’anno dal 2010, Giuseppe Lofino, assunto agli inizi del 2009, il cui compenso mensile è di 1.672 euro, all’anno poco più di 20mila euro. In totale la Asl di Brindisi spende all’anno 93.307 euro per il sostentamento dei preti che si occupano del culto degli ammalati. Il numero degli odontoiatri del servizio pubblico si “ferma” invece ad appena 163, su un totale di 105.652 camici bianchi. I numeri dei dipendenti Ssn sono contenuti nell’ultimo rapporto della Direzione statistica del ministero della Salute e in scala, il rapporto è lo stesso anche nella piccola e provinciale realtà brindisina: c’è solo un igienista dentale al servizio della Asl pagato 1.572 euro al mese, 18.869 all’anno. Due farmacisti, tre psicologi, che intascano all’incirca 1.300 euro al mese, due biologi da 2.500 euro al mese, un oculista da 1.900, due farmacisti da 3.500 euro al mese, e ben sei cappellani “pubblici” con busta paga. La selezione dei “co.co.co” il cui elenco è pubblicato sul sito della Azienda sanitaria locale, in rispetto della legge sulla Trasparenza, è a discrezione dei vescovi delle diocesi i cui territori ricadono all’interno del distretto sanitario. I preti, quindi, sono scelti dai propri “superiori” e pagati dalla collettività. Alla loro funzione, importantissima ma probabilmente rientrante nella missione scelta, non rinunciano i manager che preferiscono però tagliare sul resto, specie in termini di personale. Non si assume ormai da anni. Un centinaio di infermieri è rimasto a casa dopo la scadenza del contratto a tempo determinato. Non ci sono medici. Mancano gli operatori sanitari di ogni tipo, l’ultima graduatoria per gli infermieri è del 2009. Ai preti si elargiscono quasi centomila euro all’anno: vengono pagati per fare i sacerdoti, non per fornire assistenza materiale agli ammalati. Pagati per fare i preti. Tutto ciò è consentito perché nel 2002 fu stipulata una convenzione tra la Regione e i presidenti delle Conferenze episcopali schemi di intesa per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici. Sono quindi doppiamente stipendiati i sei preti brindisini che offrono servizi “religiosi”, di religione rigorosamente cattolica, a chi è ricoverato presso il nosocomio e ha necessità di supporto spirituale. Pagati dalla Chiesa, che per il sostentamento dei preti attinge dai fondi Otto per mille versati dai contribuenti, stipendiati dalla Asl per svolgere una funzione che non è differente da quella che ogni giorno, per via della vocazione che hanno seguito, li contraddistingue nel rapporto con i fedeli. Fuori e dentro le parrocchie. Nelle strutture sanitarie, però, non fanno volontariato. Del resto, devono pur campare.

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  • Molestie su minori: giudizio immediato per il prete di Turani

    Molestie su minori: giudizio immediato per il prete di Turani

    Genova. Il processo a carico di don Giuseppe Peretti si terrà il 12 novembre a Massa Carrara. Lo ha deciso il gip genovese con decreto di giudizio immediato per lui e per gli altri quattro imputati coinvolti, un commerciante e un marocchino che avrebbero intrattenuto, dietro compenso, rapporti sessuali con le due ragazzine, di 14 e 15 anni e due romeni accusati di favoreggiamento e di sfruttamento della prostituzione. Sulla vicenda del parroco di Turani (MC), accusato di molestie nei confronti di due minorenni romene, ha indagato il pm genovese Sabrina Monteverde.

    Durante l’ incidente probatorio, davanti al gip Silvia Carpanini, le due minorenni avevano ribadito le accuse nei confronti sia del parroco che le avrebbe palpeggiate in canonica in cambio di un pò di denaro e generi di conforto, sia dell’extracomunitario e del commerciante che con entrambe avrebbero avuto rapporti sessuali sempre a pagamento. Avrebbero raccontato di essersi intrattenute anche con altre persone e che il denaro ricevuto lo avrebbero consegnato ai due romeni.

    Don Peretti, che si è sempre dichiarato innocente, era stato scarcerato nel maggio scorso, dopo la testimonianza delle due ragazzine davanti al gip, perché erano venute meno le esigenze cautelari. Non è da escludere che don Peretti, il commerciante e il marocchino chiedano un rito alternativo.

    http://www.genova24.it/2011/09/molestie-su-minori-giudizio-immediato-per-il-prete-di-turani-18832/

  • Per la pedofilia, non esiste la denuncia d’ufficio

    Per la pedofilia, non esiste la denuncia d’ufficio

    Per la pedofilia, non esiste la denuncia d’ufficio? Non serve a nulla ridurre allo stato laicale chi si è macchiato di un crimine così mostruoso come la pedofilia, non è le giustizia che si deve alle vittime.

    Malta: Curia chiede perdono per preti pedofili

    La Curia maltese ha chiesto “perdono” per i reati di abusi su minori commessi da sacerdoti, dopo che ieri due religiosi sono stati incarcerati alla fine di un processo durato otto anni.

    In un comunicato, la Curia maltese ha chiesto perdono per i fatti sostenuti dall’accusa nei confronti di Charles Pulis e Godwin Scerri – entrambi sacerdoti della società missionaria di San Paolo (Mssp) – e per la lunga durata del processo sia ecclesiastico, sia nei tribunal maltesi. Ha inoltre fatto appello al pubblico di trasmettere subito ogni notizia di abusi alla task-force costituita nella stessa Curia per indagare su casi simili.

    Il comunicato è stato emesso 24 ore dopo la sentenza del tribunale della Valletta, e dopo che tutta la stampa locale ha pubblicato appelli delle 14 vittime che si sono costituite parte civile nel processo contro i sacerdoti, esortando i vescovi a “reagire” e a “chiedere scusa” dopo anni di silenzio.

    La sentenza emessa dal magistrato Saviour Demicoli, ha condannato Charles Pulis a sei anni a Godwin Scerri a cinque anni di reclusione. I due sono subito ricorsi in appello.

    I preti sono stati condannati per abusi commessi 20 anni fa su ragazzi orfani nell’Istituto St. Joseph ad Hamrun, alle porte della Valletta.

    La vicenda era centrale nella polemica sollevata un anno fa in vista della visita di papa Benedetto XVI a Malta, quando le vittime avevano ottenuto un incontro emozionante con il Pontefice. In quell’incontro il Papa aveva parlato della vergogna della Chiesa per l’accaduto, mentre la Curia maltese aveva avviato un processo di avvicinamento con le vittime.

    Ma mentre la Chiesa di Malta ha chiesto perdono per i reati commessi dai due sacerdoti, è toccato anche alla società missionaria di San Paolo ammettere che solo due settimane fa il Papa ha emesso un decreto che ordina la “dispensa” immediata di Pulis dagli uffici sacerdotali. L’ammissione e arrivata solo dopo che il giornale MaltaToday ha pubblicato oggi in prima pagina la notizia del decreto papale, citando fonti vaticane che non capivano il perchè l’Ordine dei missionari di San Paolo non avesse già annunciato la decisione.

    Intanto, gli organismi vaticani decideranno verso fine estate una sentenza anche nei confronti di Scerri.

    ATS

    www.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=234596&rubrica=15

  • Malta. Violentò per 20 anni bimbi in orfanotrofio. Ratzinger lo spreta dopo altri 8 anni, Ma il prete non finirà in galera: non lo hanno mai denunciato

    Malta. Violentò per 20 anni bimbi in orfanotrofio. Ratzinger lo spreta dopo altri 8 anni, Ma il prete non finirà in galera: non lo hanno mai denunciato

    CITTA’ DEL VATICANO – Con una sentenza inappellabile Papa Ratzinger ha condannato e ridotto allo stato laicale un religioso maltese che a La Valletta ha abusato reiteratamente di alcuni bambini ospiti dell’orfanotrofio locale. Una vicenda orribile venuta a galla in tutta la sua evidenza negli anni scorsi ma che è stata affrontata di petto dal pontefice solo dopo la sua visita a Malta, avvenuta l’anno scorso. La Società Missionaria di San Paolo, l’ordine religioso al quale appartiene il pedofilo, in un laconico comunicato, ha informato che Charles Pulis è stato stato riconosciuto colpevole per gli abusi commessi 20 anni fa nell’Istituto di San Joseph, ad Hamrun, alle porte della Valletta. Su Pulis, prosegue il comunicato, i sospetti caddero nel 2003 e per questo fu sollevato precauzionalmente dal suo incarico, evitando che fosse di nuovo a contatto con i giovani, sebbene non sia mai stato portato a processo. I vescovi maltesi hanno espresso il loro dolore e manifestato ancora una volta vicinanza alle vittime. A breve si attende la sentenza anche per un altro prete, sempre appartenente alla Società Missionaria di San Paolo, Godwin Scerri.

    Uno dei primi ragazzi abusati che ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto e implorare aiuto, inviando in Vaticano una lunga testimonianza, Lawewnce Grech ha raccontato quello che ha vissuto all’interno dell’orfanotrofio degli orrori, come è stato ribattezzato dalla stampa maltese, per vent’anni. Ha testimoniato di episodi disgustosi, sevizie e abusi di vario genere, anche su altri ragazzi. Gli autori delle violenze per anni sono riusciti a farla franca ma alla vigilia della visita di Benedetto XVI a Malta il caso è scoppiato in tutta la sua evidenza. Lawrence si era appellato direttamente al pontefice. “La Chiesa maltese qui è molto potente, hanno i migliori avvocati. Speriamo tanto nell’arrivo del Papa”.

    Omertà e silenzi. Il muro di silenzio saltò nel 2003 grazie ad un assistente sociale che si accorse che qualcosa non andava. L’assistente iniziò a fare indagini fino ad appurare la terribile verità. Gli adolescenti erano costretti a farsi toccare dai frati dell’orfanotrofio, a volte anche a vestirsi da donna. La diocesì fu costretta ad aprire un fascicolo e una commissione interna attestò quello che accadeva, senza denunciare però i colpevoli alla polizia. Tra i preti coinvolti c’era anche padre Godwin Scerri, sfuggito in precedenza in Canada ad un arresto per una brutta storia di abusi. L’arcivescovo dell’epoca lo aveva accolto nella diocesi bollando le accuse contro di lui come montature giornalistiche.
    Giovedì 04 Agosto 2011 – 17:19 Ultimo aggiornamento: 17:25

    www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=158554&sez=HOME_NELMONDO

  • Malta: condannati due preti pedofili, Chiesa si scusa

    Malta: condannati due preti pedofili, Chiesa si scusa

    La Chiesa di Malta ha espresso “profondo dolore” e chiesto perdono per gli abusi sessuali commessi da sacerdoti, dopo la recente condanna di due preti della Società missionaria di San Paolo, Charles Pulis e Godwin Scerri. A seguito di un processo durato otto anni per violenze sessuali commesse una ventina d’anni fa ai danni degli orfani dell’istituto di St. Joseph ad Hamrun, il tribunale a La Valletta ha condannato Pulis a sei anni e Scerri a cinque, ma entrambi hanno fatto ricorso. Le vittime hanno fatto appello alla Chiesa affinché si scusasse, una volta diffusa la sentenza.
    Un paio di settimane fa, hanno fatto sapere dalla Società missionaria coinvolta, il papa ha sospeso a divinis Pulis, mentre per Scerri la decisione arriverà verso la fine dell’estate.

    Valentino Salvatore

    http://www.uaar.it/news/2011/08/04/malta-c…hiesa-si-scusa/

    Malta, uno dei preti pedofili era stato assolto dalla Chiesa nel 2003

    Dopo la conferma della condanna per i due preti pedofili da parte del tribunale di La Valletta e le scuse della Chiesa a seguito dell’appello delle vittime (Ultimissima di ieri), emerge un altro particolare rilevante da Times of Malta.
    Uno dei due sacerdoti accusati di pedofilia, Charles Pulis, era già stato sottoposto nel 2003 a giudizio da un tribunale ecclesistico. Ma era stato assolto dalle accuse su quel caso particolare e gli era stato permesso di continuare ad occuparsi di bambini “come un buon padre di famiglia”.
    Nel luglio del 2003 un inserviente della struttura, durante il turno di notte, aveva infatti visto mons. Pulis nella propria stanza in una situazione imbarazzante con un quindicenne ospite dell’orfanotrofio. Il caso era stato riportato al direttore dell’istituto e giudicato della Curia, che però aveva scagionato in poche settimane il parroco. Dopo che notizie di abusi sono state però rese pubbliche da diverse vittime e sono iniziati i processi in sede ‘laica’, la corte ecclesiastica ha ripreso le indagini, riconoscendo la colpevolezza degli accusati.

    Valentino Salvatore

    http://www.uaar.it/news/2011/08/05/malta-u…nel-duemila-tr/

  • Oristano: processo a don Usai rinviato a settembre

    Oristano: processo a don Usai rinviato a settembre

    E’ stata rinviata al prossimo 23 settembre l’apertura del processo contro don Giovanni Usai, il sacerdote fondatore della Comunità per il recupero dei detenuti “Il Samaritano” di Arborea, accusato di favoreggiamento della prostituzione e violenza sessuale. Il rinvio è dovuto alla necessità di nominare un perito per la trascrizione delle intercettazioni telefoniche compiute durante le indagini. Una parte delle intercettazioni riguarda conversazioni tra persone di nazionalità e lingua nigeriana e dovranno quindi anche essere tradotte in italiano. All’udienza di questa mattina, durata pochi minuti, non era presente don Usai, che poco prima ha accusato un malore ed è stato ricoverato all’ospedale di Oristano per accertamenti. I fatti per i quali don Usai sarà processato erano avvenuti all’interno della Comunità. Secondo l’accusa, due nigeriani avevano organizzato un giro di prostituzione attorno ad alcune connazionali ospiti della struttura e il sacerdote non poteva non essere a conoscenza di quanto avveniva e non avrebbe fatto nulla per impedirlo. L’accusa di violenza sessuale proviene invece da un’altra ospite della struttura, che sostiene di aver dovuto cedere alle avances di don Usai per non perdere un’opportunità di lavoro all’interno della Comunità. Don Usai ha sempre respinto le accuse sostenendo di essere vittima di una sorta di complotto da parte di qualcuno che aveva interesse a ostacolare l’attività della Comunità.

    Lunedì 18 luglio 2011 12.15

    www.unionesarda.it/Articoli/News/229281

  • Don Dessì, il processo torna in appello

    Don Dessì, il processo torna in appello

    Monica Tiezzi
    La Cassazione annulla per la seconda volta la sentenza di condanna della Corte d’Appello nei confronti di Marco Dessì, l’ex missionario sardo della Confraternita «Gesù divino operaio», accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua, e rinvia di nuovo il procedimento ai giudici di secondo grado.
    Il nuovo colpo di scena nell’intricata vicenda giuridica è arrivato ieri sera dalla quarta sezione penale della Cassazione, chiamata a giudicare la sentenza di appello che, nel luglio 2010, aveva condannato Dessì a sette anni per abusi sessuali su minori.
    La motivazione della Cassazione sarà depositata nei prossimi giorni, ma dal dispositivo della sentenza sembrano essenzialmente tre i punti che, accogliendo le motivazione della difesa, hanno indotto i giudici supremi ad annullare la condanna: il non dovuto risarcimento danni e pagamento delle spese processuali nei confronti di uno dei ragazzi denuncianti, previsto invece dalla sentenza d’appello; la caduta dell’aggravante di atti di violenza su infraquattordicenni; una valutazione errata del computo della pena nella continuazione dei reati.
    Il primo punto fa riferimento alla denuncia di una vittima che aveva sostenuto di essere stata molestata durante un tour del coro fondato dall’ex missionario, a Houston, mentre la difesa ha dimostrato, con documenti doganali, che il ragazzo non si trovava negli Usa quando sarebbero avvenuti i fatti. Le vittime quindi avrebbero tutte compiuto i 15 anni all’epoca degli abusi e, anche in considerazione di questo, cadrebbe un’aggravante e sarebbe sbagliato il computo della pena.
    «Siamo soddisfatti, la Cassazione ci ha dato ragione», ha commentato ieri sera a caldo Massimo Jasonni, legale di Dessì assieme a Pierluigi Concas.
    Marco Dessì, 63 anni, – che nel febbraio 2010 è stato «dimesso dallo stato clericale» da papa Benedetto XVI in seguito all’inchiesta interna del Vaticano – ha atteso la sentenza nella casa di famiglia in Sardegna, dove si trova da circa sei mesi, quando – scaduti i termini della custodia cautelare – ha lasciato il carcere di Saluzzo.
    Resterà libero finchè non sarà messa la parola fine alla sua vicenda processuale.
    L’inchiesta aveva preso le mosse nel 2006 dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando» – rappresentate dall’avvocato reggiano Marco Scarpati – che avevano raccolto, con show e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega gestita da don Dessì, e alle quali erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote.
    Le denunce di sei ragazzini – raccolte su dvd da un volontario che si era recato in Nicaragua – erano quindi approdate alla procura di Parma.
    La complessa inchiesta del pm Lucia Russo aveva scoperto, tra l’altro, che Dessì aveva archiviato nel suo pc 1440 file con immagini pedopornografiche, scaricate fino a due giorni prima dell’arresto, il 4 dicembre 2006.
    Il sacerdote era stato condannato in primo grado il 23 maggio 2007 dal gup Roberto Spanò a 12 anni per violenza sessuale su tre ragazzi, ed era stato rinchiuso nel carcere di Saluzzo. Pena ridotta a otto anni in appello.
    La Cassazione però, nel maggio 2009, aveva annullato senza rinvio la sentenza di condanna per tutte le imputazioni relative a fatti avvenuti prima dell’agosto ’98, e stabilito che si doveva tornare al giudizio della Corte d’Appello per i restanti episodi. La seconda sentenza dei giudici di Bologna, nel luglio 2010, aveva ulteriormente ridotto la pena a sette anni.
    Ora, dopo il secondo pronunciamento della Cassazione, il procedimento torna, per la terza volta, in Corte d’Appello.

    http://www.gazzettadiparma.it/primapagina/…n_appello_.html

     

  • Don Luciano, depositato il ricorso in Appello: 174 pagine per smontare le tesi dell’accusa

    Don Luciano, depositato il ricorso in Appello: 174 pagine per smontare le tesi dell’accusa

    E’ stato depositato sabato mattina il ricorso in Appello contro la sentenza che ha condannato a sette anni e otto mesi di reclusione don Luciano Massaferro, il parroco alassino “incastrato” dalle dichiarazioni di una minore che ha raccontato episodi di abusi ripetuti in almeno tre casi.

    Centosettantaquattro pagine in cui gli avvocati della difesa, Alessandro Chirivì e Mauro Ronco, sono andati a ripercorrere la vicenda, le dichiarazioni dei testimoni, e, in particolare, i racconti della piccola. I legali di don Luciano sono sempre stati scettici circa l’attendibilità della dodicenne e in quelle 174 pagine vogliono smontare un’accusa a dir poco infamante per un parroco cui non è mai venuto meno l’affetto di amici e parrocchiani che, anche su Facebook, hanno sempre gridato alla sua innocenza.

    Gli avvocati Ronco e Chirivì si sono sempre chiesti come mai sia stato dato così tanto peso alle parole della ragazzina e nessuna credibilità, invece, ai testimoni della difesa dipinti come persone “influenzate dall’ambiente parrocchiale”. Don Luciano è stato arrestato il 29 dicembre del 2009 e rinchiuso dapprima nel carcere di Valle Armea a Sanremo, per poi ottenere prima il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e fare infine ritorno nella “sua” Alassio, nell’alloggio che si trova dietro alla canonica della parrocchia di San Vincenzo Ferreri, dove ha atteso la sentenza e dove i legali lo raggiungono per tenerlo aggiornato sull’iter della sua vicenda giudiziaria.
    » Federica Pelosi

    http://www.ivg.it/2011/06/don-luciano-depo…esi-dellaccusa/

    Articolo n° 171910 del 29 giugno 2011 delle ore 13:27

    Ricorso in Appello per don Lu, la parte civile: “Atto prevedibile. Nuovo fardello per la bimba”

    Alassio. “Un atto prevedibile”: così Mauro Vannucci, il legale che rappresenta la famiglia della ragazzina che accusa don Luciano Massaferro di abusi sessuali, commenta il ricorso in Appello da parte degli avvocati del parroco alassino condannato, con la sentenza dello scorso febbraio, a sette anni e otto mesi di reclusione.

    “E’ un atto che non stupisce – dice Vannucci – Semmai ciò che preoccupa è la reazione della piccola che sta cercando faticosamente di raggiungere un minimo di serenità, proprio ora che si stava godendo la meritata promozione a scuola. C’è comunque una grande consapevolezza da parte di questa bambina di dover affrontare le difficoltà della vita, compreso questo processo che ormai si porta dietro da due anni. Sa che questa è una situazione con la quale dovrà convivere ancora per un po’ e cerca di gestire al meglio questa situazione, cosa non facile per una persona così giovane che porta sulle spalle un fardello del genere. La famiglia ovviamente le si stringerà ancora di più attorno per sostenerla”.
    » Federica Pelosi

    http://www.ivg.it/2011/06/ricorso-in-appel…o-per-la-bimba/

  • La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    IL PROCESSO. Accolto in parte il ricorso della difesa: nuova discussione ma solo sui fatti dopo il dicembre 2004. Gli abusi ci sono stati e anche la diffusione di files hard ma i giudici devono approfondire un determinato periodo
    24/06/2011

    L’ingresso del palazzo romano dove ha sede la Corte di Cassazione

    Un nuovo processo d’appello per don Marco Baresi, l’ex vicerettore del Seminario diocesano condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi per violenza sessuale su un ragazzino e per diffusione di materiale pedopornografico. Lo ha disposto la Cassazione che l’altro giorno, dopo una infinta camera di consiglio, ha parzialmente accolto il ricorso delle difese, annullando la sentenza con rinvio a una diversa sezione della corte d’appello, ma solamente per i fatti contestati successivi a dicembre 2004. Un «successo» a metà per la difesa, gli avvocati Stefano Lojacono e Luigi Frattini, che sostengono l’assoluta innocenza del sacerdote: l’annullamento solo per un aspetto è, in sostanza, conferma degli abusi (almeno fino al dicembre 2004) e della diffusione di files pedopornografici.
    PER I GIUDICI della Cassazione alcuni aspetti vanno rivisti e proprio su questi si concentreranno i giudici della corte d’appello di Brescia, senza entrare nel merito dei fatti contestati prima del dicembre 2004.
    Don Baresi, che sta ancora scontando gli arresti domiciliari nella comunità delle Suore operaie di Botticino, ha saputo ieri mattina della decisione dei giudici romani e l’ha accolta con serenità.
    Nel primo processo d’appello, il 16 giugno dello scorso anno, il sacerdote era stato condannato a 7 anni e mezzo. I giudici avevano confermato completamente, senza alcuno sconto, la condanna di primo grado del 20 maggio 2009.
    LA VICENDA era iniziata il 27 novembre 2007 creando non poco scalpore: don Marco Baresi era stato prelevato dal Seminario di via Bollani, dove era vicerettore, e portato in isolamento nel carcere di Canton Mombello. Sull’ordinanza di custodia cautelare un’accusa da brivido: violenza sessuale su minore e diffusione di materiale pedopornografico. In cella don Baresi era rimasto solo per una notte, il giorno successivo all’arresto il gip Silvia Milesi aveva accolto la richiesta dei difensori e concesso gli arresti domiciliari. Il sacerdote era tornato a casa dei genitori e aveva atteso il processo con il sostegno dei familiari, ma soprattutto di un gruppo di giovani che aveva creato in Rete il sito «FreeDon» per dimostrare l’innocenza del sacerdote e chiedere la sua assoluzione. Anche ieri il gruppo ha ribadito «Chi condanna don Marco, condanna un innocente».
    A inchiodare don Marco c’erano le accuse di un ragazzo che due anni prima dell’arresto, in cura da una psicologa, si era confidato raccontando di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote quando frequentava le medie al Seminario e non aveva ancora compiuto 14 anni. Dalla scuola del Seminario il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi, ma in precedenza non aveva raccontato nulla. La psicologa, ricevuta la confidenza, aveva subito avvisato i genitori del ragazzino che si erano rivolti alla polizia. La credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti, le accuse avevano retto e il 27 novembre 2007 erano scattate le manette. Dopo l’arresto l’abitazione del sacerdote in Seminario era stata perquisita dagli investigatori della Mobile.
    IL COMPUTER aveva riservato una serie di sorprese. Nell’hard disk del portatile, senza alcuna password d’accesso, in uso al sacerdote – ma utilizzabile anche da altre persone come è stato sostenuto nel corso dei processi dall’imputato e dai difensori – l’esperto aveva trovato traccia di ben seicento files dal contenuto pedopornografico. I files erano stati cancellati, ma in modo non perfetto, nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    NEL PROCESSO d’appello la difesa aveva sostenuto che il giorno in cui vennero scaricati 180 files (l’ordine era partito dal computer alle 12.30 del 28 aprile 2007) don Baresi non era al Seminario, ma era ospite a pranzo. A don Marco non è mancato il sostegno della Diocesi. Il giorno della condanna in appello il vescovo monsignor Luciano Monari si era detto fiducioso che don Marco potesse dimostrare la sua innocenza.
    Wilma Petenzi

    http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/264…is_ma_parziale/