Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Don Seppia – Chiesto il rito abbreviato: se condannato avrà uno sconto di pena

    Don Seppia – Chiesto il rito abbreviato: se condannato avrà uno sconto di pena

    Don Seppia – Chiesto il rito abbreviato: se condannato avrà uno sconto di pena

    I legali di Don Riccardo Seppia chiederanno domattina il rito abbreviato, che implica la riduzione di un terzo della pena, per il loro assistito. Se il sacerdote genovese arrestato nel maggio scorso per avere offerto droga e chiesto prestazioni sessuali a un suo chierichetto minorenne verrà condannato quindi, potrà beneficiare di un consistente ‘sconto’ sul tempo di permanenza dietro le sbarre.

    “Chiediamo che Don Seppia sia processato con rito abbreviato a seguito dell’approfondito esame del fascicolo da cui non sono emersi elementi nuovi rispetto alle prime contestazioni. Non esistono inoltre immagini o filmati che possano ricondurre alla pedopornografia” ha infatti dichiarato l’avvocato Paolo Bonanni, difensore del prete pedofilo.

    L’ex parroco della parrocchia dello Spirito Santo di Sestri Ponente, risponde di tentata violenza sessuale pluriaggravata per i palpeggiamenti a un chierichetto, diverse offerte di cocaina a minori e al complice e amico Emanuele Alfano che andrà a processo insieme a lui, tentata induzione alla prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

     

  • Don Seppia: il chierichetto che riceveva gli sms porno dal prete è attendibile

    Don Seppia: il chierichetto che riceveva gli sms porno dal prete è attendibile

    Il chierichetto che avrebbe subito violenze sessuali da parte di Don Riccardo Seppia in almeno due occasioni sarebbe “attendibile” secondo il perito nominato dal tribunale Renata Rizzitelli che ha effettuato la valutazione psichiatrica sul ragazzo. il ragazzino “E’ perfettamente in grado di riferire con lucidità e logica quanto gli è accaduto” con l’ex parroco della chiesa dello Spirito Santo di Genova Sestri Ponente
    La prima volta il prete lo avrebbe abbracciato tentando forzatamente di baciarlo, imentre la seconda il parroco gli avrebbe accarezzato esplicitamente una gamba durante una confessione. Ma, soprattutto, Don Seppia avrebbe inviato al giovane numerosi sms dal contenuto decisamente hard e inequivocabile. Intanto in settimana il legale di don Seppia, l’avvocato genovese Paolo Bonanni, deciderà quale rito scegliere per il processo: Don Riccardo Seppia è stato infatti rinviato a giudizio e insieme a lui è stato disposto il giudizio anche per l’ex seminarista Emanuele Alfano, suo amico, confidente e complice. La prima udienza e’ stata fissata il 12 gennaio di fronte ai giudici del tribunale ordinario.
    Seppia deve rispondere di tentata violenza sessuale pluriaggravata per i palpeggiamenti ad un chierichetto, plurime offerte di cocaina, anche a minori, offerta di cocaina al complice e amico Emanuele Alfano, tentata induzione alla prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico. Quattro invece i capi di imputazione per Alfano: induzione alla prostituzione minorile; favoreggiamento della prostituzione minorile; prostituzione minorile; detenzione di materiale pedopornografico.

  • Pedofilia: protesta vittime in Vaticano  «Ancora troppi i silenzi della Chiesa»

    Pedofilia: protesta vittime in Vaticano «Ancora troppi i silenzi della Chiesa»

    ROMA – Silenziosa protesta sabato sera in via della Conciliazione. Sullo sfondo di San Pietro, un gruppo americano di vittime di abusi sessuali ha protestato «contro i silenzi del Vaticano sui preti pedofili». A distanza di un anno dal primo raduno, l’associazione americana «Survivors Voice» ha tenuto una manifestazione in difesa delle vittime dei sacerdoti pedofili vicino Castel Sant’Angelo.

    «PIU’ FORTI SE UNITI» – «Se noi sopravvissuti stiamo uniti, siamo più forti e abbiamo più voce», annuncia l’associazione. La manifestazione dello scorso anno, che si tenne il 31 ottobre, fu piuttosto arrabbiata. Le vittime degli abusi continuano a chiedere alla Chiesa risposte più forti e incisive di fronte ai casi di pedofilia. Nei giorni scorsi anche due attivisti italiani, Francesco Zanardi dell’associazione L’Abuso, e Alberto Sala dell’associazione «Piccolo Alan» si sono presentati in Vaticano per chiedere un’udienza al Papa e l’applicazione di linee guida certe da parte della Chiesa.

    A PIEDI DA SAVONA A S.PIETRO – «Non abbiamo avuto risposta – fanno sapere in un comunicato – e per questo da lunedì cominceremo uno sciopero della fame a oltranza». Sciopero della fame contro la mancata applicazione delle linee guida emesse dalla Santa Sede in materia di pedofilia anche da parte di Francesco Zanardi, portavoce della rete «l’Abuso».
    Zanardi, che nelle scorso settimane si è recato a piedi da Savona al Vaticano per chiedere un aiuto concreto alle vittime dei sacerdoti pedofili, smetterà di alimentarsi lunedì 31 ottobre. Intanto negli Stati Uniti sta iniziando un nuovo èprocesso per abusi sessuali su minori ad opera di sacerdoti nella diocesi di Philadelphia e in Inghilterra lo scandalo pedofilia nella Chiesa si allarga e coinvolge anche la diocesi di Plymouth.

    CONTROLLORE INDAGATO – La chiesa cattolica ha ordinato una revisione urgente della sua politica per la protezione dei bambini dopo che un suo funzionario laico – un ex assistente sociale incaricato di indagare su alcune accuse di abusi sessuali nella diocesi di Plymouth – è stato incriminato e arrestato per possesso di 4.000 immagini pedopornografiche. Il fatto che la chiesa avesse ingaggiato un presunto pedofilo proprio per un’indagine sulla protezione dei bambini incrementa il senso di crisi che già si respira nella chiesa cattolica d’Inghilterra e Galles.
    Il Vaticano ha ordinato una visita apostolica anche nell’abbazia benedettina di Ealing nell’ovest di Londra, nella cui adiacente scuola, St Benedict’s, sarebbero stati compiuti abusi sui bambini dagli anni Sessanta fino al 2009.

    https://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_30/Protesta_antipedofili-americani-vaticano-1901993532136.shtml

  • DON PIERINO: TRIBUNALE DISPONE VISITA FISCALE

    DON PIERINO: TRIBUNALE DISPONE VISITA FISCALE

    25 Ottobre 2011 12.35 – di Claudia Sensi – Fonte: Radio Galileo – cod.306542

    Il processo riprenderà il 7 febbraio prossimo
    Visita fiscale approfondita: l’ha disposta il tribunale di Terni per accertare le condizioni di salute di don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità Incontro accusato di violenza sessuale nei confronti di una decina di ex ospiti di Molino Silla di Amelia. L’esame clinico documentato sarà affidato al dottor Luigi Carlini dell’istituto di medicina legale dell’ospedale Santa Maria di Terni che avrà 30 giorni di tempo per compiere gli accertamenti avvalendosi, nel caso in cui ne abbia bisogno, anche della consulenza di uno specialista. La decisione è stata presa nel corso dell’udienza odierna, durante la quale i legali di don Gelmini hanno presentato un’istanza di rinvio del processo di almeno 6 mesi per via dell’aggravamento dello stato di salute dell’ex sacerdote. I pm Barbara Mazzullo e Raffaella Gammarota si sono però opposti alla richiesta così come gli avvocati di parte civile, che avevano richiesto, in subordine, una visita fiscale dell’imputato e la sospensione dei tempi di prescrizione. Il processo riprenderà il 7 febbraio prossimo.

  • DON PIERINO: RIPRENDE IL PROCESSO A TERNI.

    DON PIERINO: RIPRENDE IL PROCESSO A TERNI.

    24 Ottobre 2011 16.23 – di Claudia Sensi – Fonte: Radio Galileo – cod.306424

    Il dibattimento si svolgerà davanti alla corte presieduta dal nuovo presidente della sezione penale del tribunale
    Il processo a carico di don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità Incontro accusato di violenza sessuale nei confronti di una decina di ex ospiti della struttura di Molino Silla di Amelia, riprenderà domani davanti al tribunale di Terni.

    La prima udienza, svoltasi nel marzo scorso, era stata rinviata su richiesta dei legali di don Pierino a causa delle sue condizioni di salute. Dopo il ricovero di gennaio per uno scompenso cardiaco, all’ex sacerdote era stato infatti raccomandato un periodo di riposo.

    Nelle ultime settimane si sono presentati nuovi problemi di salute per l’ex sacerdote ed ora le sue condizioni sono considerate stabili ma tenute sotto stretto controllo dal personale medico che continua a raccomandare a don Pierino riposo assoluto.

    Domani dovrebbe prendere il via il dibattimento davanti alla corte presieduta dal nuovo presidente della sezione penale del tribunale di Terni Massimo Zanetti.

  • Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro

    Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro

    Ha avuto inflitti sei anni e sei mesi, era accusato di due episodi di pedofilia ai danni di due minorenni avvenuti tra il 2000 e il 2001

    Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro
    Condannato a 6 anni e sei mesi don Paolo Turturro, ex parroco di Santa Lucia. La sentenza è della quarta sezione della corte d’appello di Palermo che ha confermato la condanna inflitta in primo grado il 16 luglio del 2009. Il sacerdote era accusato di abusi da due minori di 14 anni che frequentavano la parrocchia. Durante il processo di primo grado, alcuni ragazzini della parrocchia, citati come testimoni del pm avevano ritrattato le accuse. Le due vittime, invece, hanno sempre ribadito la loro versione.
    Per anni considerato un prete antimafia per il suo impegno contro i boss di Palermo che più volte invitò a pentirsi dal pulpito, scortato per difendersi dalla vendetta di Cosa nostra, Paolo Turturro fu travolto dallo scandalo dell’accusa rivoltagli proprio dai bambini della sua parrocchia.
    I fatti si sarebbero verificati tra il 2000 e il 2001. Due bambini tra i dieci e dodici anni dichiararono di essere stati vittima delle attenzioni particolari del sacerdote, uno nei corridoi della parrocchia di Borgo Vecchio, l’altro nella casa adibita a colonia di Baucina dove ha la sua sede estiva l’associazione “Dipingi la pace”, fondata da Turturro. Quando l’indagine del pm Alessia Sinatra e della sezione minori della polizia era arrivata a maturazione, nel 2003, Turturro era stato allontanato dalla provincia di Palermo. Nel dicembre del 2006, dopo la revoca del provvedimento del gip, è tornato in città e gli è stato affidato l’incarico di cappellano ospedaliero. Il processo iniziò poi nel 2005 e durò quattro anni. Il sacerdote, nato a Giovinazzo in provincia di Bari e lontano parente dell’attore italoamericano John Turturro, ha sempre sostenuto di essere stato accusato ingiustamente. “Al Borgo mi chiamavano “sbirro” per la mia vicinanza con i magistrati e le forze dell’ordine e “frocio” per il timbro della mia voce e per il mio modo di esprimermi. Non ero certo uno molto amato, c’erano pregiudizi nei miei confronti, cosa che potrebbe avermi creato questo tipo di fama”.

    (20 ottobre 2011)

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/…turro-23565816/

  • Prete pedofilo: quella gita ad Assisi e le due sorelle di Bovalino…

    Prete pedofilo: quella gita ad Assisi e le due sorelle di Bovalino…

    Sono nitidi i ricordi della vittima, A. C., riscontrati mediante indagini del Tribunale apostolico che non hanno ricevuto smentita dall’accusato, anzi ne ha spesso confermato la veridicità

    BIVONGI (RC) – Scorrendo i cinque fogli che costituiscono il decreto n. 197/2009–34047 licenziato in data 20 giugno 2011 dal Palazzo del Sant’Uffizio di Città del Vaticano, in merito al processo ex can. 1720 CIC a carico del reverendo Francesco Rutigliano, ex parroco di Bivongi accusato ed al termine del suddetto procedimento dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti di C. A. nel periodo tra il 2006 e il 2008”, sono tante le situazioni nelle quali ci si imbatte anche ad una semplice lettura obliqua e che ne rappresentano il “corpo del reato”, per così dire, di fatto via via portando al nefasto epilogo contemplato al capo a) del punto 4: il Tribunale apostolico appositamente convocato e formato da tre componenti, e quindi il delegato Carlo Dezzuto; Mons. Dott. Robert Deeley, assessore, ed infine Mons. Dott. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore, che hanno sottoscritto il predetto documento con tanto di doppio timbro posto in bell’evidenza, hanno in itinere utilizzato un linguaggio chiaro ed al contempo asciutto per esplicitare il caso de quo, che prese l’abbrivio in tempi non sospetti in cui il sacerdote, di origini pugliesi, iniziò il suo personale percorso per discolparsi di un gravissimo reato a lui ascritto…

    Non è richiesto che abbia luogo un vero e proprio rapporto sessuale…

    Propriamente in calce alla prima pagina del citato decreto, capo a) punto 2, si riporta in via del tutto chiarificatrice che “In merito al delictum gravius denunciato, perché la fattispecie delittuosa possa dirsi ricorrente nel caso concreto, è necessario o sufficiente che l’autore del delitto sia un chierico – si apprende dal documento stilato della Congregazione per la Dottrina della Fede – e che la vittima, o soggetto passivo dell’abuso, sia un minore di anni diciotto, consenziente o meno, dello stesso o di diverso sesso rispetto al reo”. E poi ancora, rispetto alla condotta penalmente illecita, “non è richiesto che abbia luogo un vero e proprio rapporto sessuale – si prosegue – essendo sufficiente anche il semplice compimento di atti comunque implicanti la violazione del sesto precetto del Decalogo, peculiarmente grave per i chierici ai sensi del can. 277, paragrafi 1-2 del Codex Juris Canonicis, come, ad esempio, “toccamenti, baci libidinosi o contatti di organi sessuali, senza che peraltro sia necessario che tali gesti siano immediatamente percepiti dalla vittima come delittuosi o moralmente illeciti”; nel caso in ispecie, di cui al capo a) del punto 1., le accuse riguardavano “ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni”, e quindi in maniera ancor più copiosa di quanto sia riportato dalla teoria sopraesposta e chiaramente sviscerata dalle leggi giuridiche della Chiesa. Che non ammettono interpretazioni di sorta.

    La gita ad Assisi e le due sorelle anziane di Bovalino…

    Ed andando dritti al cuore delle imbarazzanti realtà denunciate davanti al Tribunale apostolico ed acquisite al fascicolo del caso a partire dal 12 giugno 2009, data in cui il reverendo Francesco Rutigliano venne accusato del soprariportato “delitto”, al capo a) del punto 3. del documento sottoscritto dal dott. Carlo Dezzuto, Delegato; Mons. Dott. Robert Deeley, Assessore e Mons. Dott. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore, inequivocabilmente si stende l’assunto che “Nell’esame degli atti, in base a quanto indicato dal can. 1572 CIC, va rilevato che – anche senza considerare le testimonianze de relato raccolte in fase processuale – il denunciante (riudito in sede processuale a distanza di un anno dalla denuncia) è coerente e concorde nel descrivere in modo preciso i comportamenti del Rev. Rutigliano nei propri confronti, ribadendo particolari anche minuti”; ed a tale proposito, la Congregazione per la Dottrina della Fede riporta di momenti ben definiti quando asserisce che “Molti singoli elementi della sua testimonianza (p. es. la presenza delle due anziane sorelle bovalinesi alla gita di Assisi o la descrizione degli ambienti in cui sarebbero avvenuti i delitti) sono stati riscontrati mediante indagini del Tribunale o non hanno potuto ricevere smentita da parte dell’accusato, che, anzi, spesso ha confermato la veridicità dell’accusatore”. Che tradotto in termini più terreni, il reverendo Rutigliano ha sottoscritto quanto veniva mosso dalla sua presunta vittima a suo carico.

    Il messaggio sul cellulare che avvalora la relazione tra il prete ed il minore…

    Altro aspetto processuale trattato con dovizia di particolari è stato quello avente riguardo ad un messaggio sul cellulare da parte della presunta vittima, A. C., che è stato esibito dall’accusato in fase probatoria e risalente alla sera prima della rivelazione della vicenda ad una signora, tale D. L., e riconosciuto proprio dall’accusatore: su questo specifico punto i tre sottoscrittori del documento, Dezzuto, Deeley e Nykiel, affermano che “Si può osservare che il testo di esso dimostra del grado di affettività tra accusato e denunciante nella loro relazione. Esso si può pertanto ritenere un indizio della probabilità che si sia potuto giungere a manifestazioni affettive rilevanti nell’ordine della sessualità”.

    E quindi abbastanza chiaro, più di quanto non dica invece la proprietà della carta di credito con cui sono stati effettuati degli acquisti le cui prove la presunta vittima ha esibito al Tribunale apostolico: nella fattispecie si chiosa come “D’altra parte, nonostante le ricerche di questo Tribunale, non si è potuto nemmeno verificare l’alibi presentato dall’accusato per il giorno degli acquisti: tuttavia non si ritiene che detti elementi siano fondamentali per comprovare o smentire ulteriormente la tipologia della relazione creatasi tra il Rev. Rutigliano e il Sig. C.” – epiloga al capo i) del punto 3. Per un decreto emanato cui, è bene dire fino in fondo, tanto l’accusato quanto la vittima, non hanno opposto ricorso, secondo i termini di legge e dunque entro i sessanta giorni utili dalla recezione dello stesso.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 19 ottobre 2011                

  • Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    PALERMO
    «Esci dal sospetto. Io apro le pagine dell’infanzia. Le pagine della coscienza ancora invincibilmente immacolate. Io uccido la sfiducia in me stesso e persino nella morte». Lo scrive su un giornale online diretto da Vincenzo Noto, un sacerdote suo amico, padre Paolo Turturro, ex parroco palermitano condannato a sei anni e sei mesi per pedofilia, in tribunale, ma mai sospeso dal suo incarico ecclesiastico. Il processo è andato avanti molto lentamente: era iniziato nel 2004 e dopo la sentenza di primo grado (luglio 2009) ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare l’appello.

    Adesso il procuratore generale Carmelo Carrara ha chiesto la conferma della pena per il presunto pedofilo. Non ha dubbi, il rappresentante dell’accusa: Turturro, prete un tempo impegnato nell’antimafia militante, è «un ministro del culto in cui albergava il mostro della pedofilia». Eppure per lui nessuna sospensione, nemmeno un intervento della chiesa sulla sua vicenda, né un provvedimento cautelare delle autorità ecclesiastiche: mentre in Austria, Canada, Baviera, Stati Uniti, ma anche in Italia, le sospensioni scattano a decine, per semplici sospetti e per indagini appena avviate, mentre il Papa chiede perdono alle vittime della pedofilia, Turturro, lontano parente dell’attore americano John, è sempre rimasto ad amministrare i sacramenti.

    Per tre anni i giudici penali lo avevano «esiliato» da Palermo, obbligandolo a risiedere fuori provincia, e lui si era stabilito a Messina. Poi la misura cautelare è venuta meno e l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia è tornato nel capoluogo dell’Isola. Non guida più la parrocchia che sta di fronte al carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto, e dove aveva dato vita a una serie di talvolta controverse iniziative antimafia, ma si è trasferito come rettore alla Madonna del Ponticello, nel centro storico.

    «È un cittadino come tutti gli altri – sostiene il vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Carmelo Cuttitta – e per tutti i cittadini si presuppone l’innocenza fino alla sentenza definitiva. Le situazioni vanno valutate caso per caso». Ma la cautela e la severità della chiesa per gli scandali della pedofilia? «I giudici stanno facendo il loro lavoro e Turturro ha la possibilità di difendersi, finché non verrà accertata la sua responsabilità».

    L’imputato ha seguito di persona tutto il processo in tribunale e ora in appello anche la requisitoria e l’arringa dell’avvocato di parte civile, Paola Rubino. La difesa ha più volte puntato sulla tesi dell’accordo per fare fuori il prete antimafia che nel popolare quartiere del Borgo avrebbe dato fastidio: «Nessuna congiura», ribatte il pg Carrara, anzi tutto il contrario, con le famiglie che in alcuni casi non denunciarono e si chiusero a riccio. Molti dei 67 testi ascoltati in tribunale ritrattarono. Il magistrato chiede anche la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici. Il quartiere si era diviso: nella scuola in cui il sacerdote insegnava e in cui venne fuori, per caso, uno dei due episodi di violenza (le vittime avevano 10 anni a testa), qualcuno ancora difende l’imputato. Ma il Borgo in generale ha girato le spalle al suo ex parroco. E pure la chiesa attende la sentenza, prevista per il 13 ottobre.

    «Padre Paolo si comporta da persona molto corretta – dice don Vincenzo Noto, già direttore del mensile cattolico Novica e oggi alla guida di un sito che porta il suo nome – continua le opere di carità e raccoglie alimenti per i poveri. Va ai mercati e glieli regalano perché conoscono lui e gli attivisti della sua associazione, “Dipingi la pace”. Il processo? Non lo so come finirà. Va avanti da tanto tempo». «Sono indignato – scrive don Turturro in un’altra riflessione scritta per www.vincenzonoto.it – su come si possa fare informazione sul dolore degli altri. Sono indignato della privacy spiaccicata su tutti i giornali. Non posso divorziare dalla parola. Non posso divorziare dall’indignazione».

  • Piange in aula davanti al prete che la violentò

    Piange in aula davanti al prete che la violentò

    Il sacerdote è accusato a Ferrara di aver promesso denaro per testimoniare il falso

    Copparo. Cercò di convincere la donna che lo accusava di averla violentata a ritirare la denuncia nei suoi confronti e a cambiare versione. In premio le avrebbe promesso tremila euro. Abbastanza per farlo accusare di subornazione, reato specifico del codice penale.

    Lui è don Walter Mariani, 69 anni, parroco di San Leonardo, parrocchia della diocesi di Mantova, che per anni ha tenuto una comunità di recupero di tossicodipendenti e inseguito anche una casa di accoglienza, la Casa di Ruth. Della vicenda, che risale a qualche anno fa, se ne occupa per competenza territoriale il tribunale di Ferrara. L’incontro contestato sarebbe avvenuti infatti a Copparo. Sul periodo però, il 2008 o il 2009, vige la scarsa memoria dei testimoni chiamati in aula.

    A partire dalla stessa donna, una 43enne di nazionalità romena, che a Mantova lo accusò di violenza sessuale (il primo grado finì con la condanna del sacerdote a cinque anni, sentenza contro la quale il difensore, l’avvocato Sandro Somenzi, ha già presentato ricorso in appello). La donna, chiamata a deporre davanti al giudice Silvia Giorgi, è crollata emotivamente e, in preda a una crisi di pianto, ha dovuto interrompere l’esame, per riprenderlo un’ora dopo. Nonostante l’intervallo però la memoria ha continuato a non aiutarla e non ha saputo collocare l’incontro con il parroco nel 2008 o nel 2009.

    Lo stesso vale per chi l’accompagnò in piazza a Copparo. L’unico dettaglio utile del secondo teste per collocare il giorno del presunto reato sarebbe l’aver accompagnato la figlioletta al pronto soccorso per una frattura. Ma anche qui l’uomo, un amico che insieme alla moglie ospitò per un periodo la donna in casa propria, cade in contraddizione parlando prima di una mano rotta, poi di un polso slogato, salvo correggersi alla fine e ricordare che “nella caduta mia figlia si procurò anche una contusione alla clavicola”.

    Al banco dei testimoni arriva anche una coppia di conoscenti della 43enne. Lui è un agente di polizia locale presso il comando di Brescia. Lei, ex ospite della casa gestita da don Mariani, è diventata sua moglie. L’agente riporta un ulteriore elemento a carico del parroco: “mi chiamò nel 2009, il giorno prima dell’udienza in cui doveva testimoniare mia moglie per chiedere se si poteva modificare la sua deposizione. Disse che tutto (il processo allora in corso a Mantova per violenza sessuale, ndr) era un complotto contro di lui orchestrato dalla psicologa della struttura e dalla suora che ci lavora. Gli dissi che quanto stava facendo era una cosa gravissima” e lo riferì all’ispettore che seguì le indagini a carico dell’imputato. La mattina dell’udienza poi, “incontrammo Nela (questo il nome della donna che accusò il prete, ndr) fuori dalla procura di Mantova, che ci raccontò dell’episodio dell’offerta di denaro”.

    Al termine dell’udienza ferrarese don Mariani ha rinunciato ad essere ascoltato e ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali ha raccontato come conobbe Nela: “dopo essere stata arrestata decise di denunciare i suoi sfruttatori, ottenendo così i benefici di legge che le evitarono l’espulsione e accettò un programma di reinserimento”.

    Programma che iniziò presso la Casa di Ruth, ma “dopo un periodo positivo – prosegue il sacerdote – non era più disposta ad accettare le regole della struttura e si allontanò”. Per questo don Mariani presentò alla questura una relazione negativa sul suo programma di reinserimento, che costò alla donna il mancato rinnovo del permesso di soggiorno e l’avviso del provvedimento di espulsione. “Lei mi chiamò supplicandomi di tornare sui miei passi, minacciando che altrimenti ‘sapeva come rovinarmi’. Quando poi seppi della denuncia a mio carico capii a cosa si riferiva. E lei, denunciandomi, è riuscita a ottenere il rinvio dell’espulsione”.

    Don Mariani nega poi che l’incontro di Copparo sia mai avvenuto, confermando invece la telefonata all’agente di polizia, “ma non ho assolutamente chiesto che la moglie cambiasse testimonianza, volevo solo poterli incontrare”.

    Terminato la fase dibattimentale, il processo si avvia ora alla discussione. L’udienza è fissata per il 18 gennaio.

    www.estense.com/?p=174458

  • Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia

    Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia

    Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia
    Secondo l’accusa, non ha comunicato all’autorità la presenza di immagini pedopornografiche sul computer di un sacerdote della sua diocesi, anche lui sotto inchiesta: E’ la prima volta che un alto prelato va sotto processo da circa 25 anni, dopo gli scandali legati agli abusi sessuali su minori di quell’epoca.
    Robert Finn, il vescovo incriminato (ap)
    KANSAS CITY – Il Grand Jury di Kansas City ha deciso di incriminare il vescovo della città, Robert Finn, affiliato all’Opus Dei, con l’accusa di aver ritardato la denuncia e coperto un prete sospettato di abusi e accusato di aver posseduto foto oscene di bimbe. E’ la prima volta che un alto prelato va a processo da circa 25 anni, dall’epoca in cui la Chiesa americana venne coinvolta negli scandali legati alla pedofilia.

    Il vescovo Finn è accusato di aver coperto abusi che sarebbero stati commessi l’anno scorso, ben dieci anni dopo l’approvazione, da parte dei vescovi americani, di un documento in cui ci s’impegnava a riportare ogni sospetto di abuso alle autorità giudiziarie.

    Padre Finn ha riconosciuto di essere al corrente delle foto lo scorso dicembre, ma non ha denunciato il fatto alla Polizia sino al maggio seguente. Durante tutti quei mesi, si legge nel capo d’accusa, il vescovo Finn avrebbe dovuto avere il ragionevole sospetto che il prete in questione, Shawn Ratigan, potesse essere autore di abusi su minori. Secondo l’accusa, avrebbe dovuto agire immediatamente dopo aver scoperto nel computer del sacerdote centinaia di foto porno di minori e non aspettare lunghi mesi.

    L’incriminazione è stata presentata oggi dal procuratore della Jackson County, Jean Peters-Baker. E’ stata tenuta riservata sin dal 6 ottobre, tenuto conto che il vescovo era fuori dal Paese ed è rientrato solo ieri. “Il nostro obbiettivo – ha sottolineato Peters-Baker, il Grand Jury – è proteggere i bambini”.

    Il vescovo, presentandosi alla Corte, s’è dichiarato innocente: “Affronteremo la vicenda con ferma volontà e una difesa vigorosa. La diocesi – ha aggiunto in un comunicato – ha sempre assicurato completa collaborazione agli inquirenti”.

    Pedre Ratigan è stato arrestato in maggio con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Ma il suo caso ha avuto una coda: ad agosto ha subito altre denunce, alla luce del fatto che tra il dicembre e il maggio, quando è stato fermato, ha partecipato a una serie di feste di bambini, ha trascorso weekend a casa dei suoi parrocchiani e ha officiato, con il permesso del vescovo, prime comunioni di tante bambine.

    La vicenda ha provocato proteste furiose da parte delle famiglie, che da tempo chiedono al vescovo di dimettersi.
    Il parrocchiani hanno perfino creato una pagina Facebook dal nome chiarissimo: “Bishop Finn Must Go”. Ma c’è un fatto che ha aggravato la rabbia della gente: solo tre anni fa Robert Finn aveva patteggiato con 10 milioni di dollari ben 47 casi di abusi sessuali e s’era detto d’accordo nell’adottare una lunga lista di misure preventive. Tra queste c’era appunto l’impegno a riferire immediatamente alle autorità di Polizia ogni caso sospetto. Proprio quello che, secondo l’accusa, stavolta non avrebbe fatto.
    (14 ottobre 2011) © RIPRODUZIONE RISERVATA

    http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/14…filia-23251972/